di Massimiliano Iervolino, Giulia Crivellini, Igor Boni
Il Manifesto, 10 dicembre 2019
Giornata mondiale dei diritti umani. Lettera aperta al capo dello Stato. Signor Presidente Sergio Mattarella, sono trascorsi quattordici mesi da quando ha firmato il decreto legge in materia di sicurezza e immigrazione dell'ottobre 2018, con l'invio contestuale di una lettera al Presidente del Consiglio contenente alcune osservazioni. E sono passati quattro mesi dalla conversione del decreto sicurezza bis, accompagnata da una nuova lettera ai Presidenti di Senato, Camera e Consiglio dei Ministri con la segnalazione di "rilevanti perplessità" su alcuni punti della norma e la conseguente richiesta di un nuovo intervento normativo.
I due provvedimenti, tuttavia, non sono stati ancora modificati e né Parlamento né Governo sono intervenuti a correggere le parti che Lei ha chiesto di modificare, nonostante evidenti e pesanti siano le conseguenze di tale inerzia sui nostri territori.
Eppure, Signor Presidente, Lei ha indicato chiaramente la direzione verso cui tendere, rimarcando l'intangibilità di alcuni diritti che sono garantiti dalla Costituzione: in particolare, quanto direttamente disposto dall'articolo 10 e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall'Italia.
In merito alla cancellazione della protezione umanitaria, Lei ha voluto rimarcare che nel nostro Paese è garantito il diritto d'asilo, strettamente legato all'esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana. Riguardo alla messa sotto accusa del soccorso in mare e delle organizzazioni impegnate a salvare vite umane nel Mediterraneo, ha ricordato che nessun decreto può prescindere dalla Costituzione e da quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall'Italia: l'obbligo dei naviganti di salvare i naufraghi è prioritario e nessun divieto può essere disposto se travalica gli obblighi internazionali.
Sullo sfondo rimane la questione migratoria, fenomeno epocale che va governato e che non si può far finta di rimuovere - come Lei stesso ha sottolineato - e rimane la Libia, Paese in guerra, a cui la comunità internazionale non riesce a offrire soluzioni: aumentano ogni giorno di più il caos, le violenze e le sofferenze dei cittadini libici e dei tanti migranti lì bloccati, rinchiusi nei centri di detenzione in condizioni terribili, come anche i recenti rapporti delle Nazioni unite testimoniano.
Nonostante tale drammatica acclarata situazione, l'Italia e l'Unione europea continuano a supportare alcuni corpi militari libici affinché impediscano ai migranti di raggiungere le nostre coste per poi essere nuovamente rinchiusi in condizioni inaccettabili in piena violazione degli obblighi internazionali, a partire dalla Convenzione di Ginevra e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, oltre che, ancora, della nostra Costituzione. Per tali ragioni crediamo che si debba sospendere il memorandum del 2017 con la Libia, prima della scadenza del prossimo febbraio.
In questi mesi, inascoltati, abbiamo tentato in ogni modo di supportare le richieste che Lei ha formulato. Sappiamo tuttavia che tutto questo non diverrà possibile senza un Suo nuovo autorevole intervento. Per questo auspichiamo, Signor Presidente, che, durante il Suo messaggio di fine anno agli italiani e con un messaggio alle Camere, Lei possa ribadire la necessità dell'intervento di Governo e Parlamento sui decreti "sicurezza" per far rientrare quanto prima il Paese nella legalità costituzionale e nel rispetto degli obblighi internazionali.
Sarebbe inoltre un segnale importante in tal senso, dedicare un passaggio alla situazione libica e alla necessità di arrivare al più presto a soluzioni che consentano a quel Paese di trovare finalmente una stabilità e mettere fine alle violenze cui sono sottoposte le migliaia di persone rinchiuse in condizioni disumane, richiamando al contempo al rispetto dei diritti inviolabili di ogni essere umano, come sancito dalle convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia. Confidando nella Sua attenzione, Le porgiamo i nostri più sentiti e cordiali saluti.
*Gli autori sono, rispettivamente: segretario, tesoriere e presidente di Radicali italiani
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 10 dicembre 2019
Afghan Papers. Svelati i documenti riservati su vent'anni di conflitto in Afghanistan. Storia di un
fallimento totale. Nelle carte errori, dati falsificati e troppe morti. intanto a Doha torna in scena l'intesa Trump-Talebani. Tutte frottole. Per quasi venti anni i cittadini americani, e non solo loro, si sono sentiti raccontare balle dai più alti funzionari statunitensi sull'andamento della guerra in Afghanistan. "Facciamo progressi", "netto miglioramento", "questo è l'anno chiave", erano le dichiarazioni ufficiali. Bugie. Vere e proprie manipolazioni della realtà, una realtà di segno opposto rispetto a quella ufficiale, conosciuta a tutti i livelli.
È la conclusione a cui sono giunti i giornalisti del Washington Post, e in particolare Craig Whitlock, dopo aver ottenuto accesso tramite il Freedom of Information Act a più di 2.000 pagine di documenti. Sono la trascrizione di appunti e interviste con 428 persone direttamente coinvolte nella guerra afghana, tra diplomatici di alto livello, generali, operatori dell'agenzia umanitaria Usaid. Interpellati nell'ambito di un progetto - Lessons Learned, Lezioni apprese - promosso dall'ufficio dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction guidato da John Sopko, dopo tre anni di battaglie legali e due ricorsi alla Corte federale le loro dichiarazioni sono finite sulla scrivania dei giornalisti del Post. Da ieri sono a disposizione del pubblico, insieme a una serie di appunti dell'ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.
Quelle pagine raccontano ciò che molti non hanno voluto vedere in questi anni di dichiarazioni rituali, omissioni, errori, colpevoli reticenze e troppe morti: inaugurata senza obiettivi chiari, condotta con strategie confuse, confermata per inerzia burocratica, la guerra in Afghanistan è persa, ormai da tempo. A dirlo non sono pacifisti e obiettori, ma i diretti protagonisti. Douglas Lute, generale, "zar per l'Afghanistan" durante le presidenze Bush e Obama, in un'intervista del 2015 sintetizza così la questione: "Cosa stiamo cercando di fare, qui? Non avevamo la più pallida idea di ciò per cui ci stavamo impegnando". Il diplomatico James Dobbins, già rappresentante speciale per Afghanistan e Pakistan, la mette giù così: "Non invadiamo nazioni povere per renderle ricche. Non invadiamo paesi autoritari per renderli democratici. Invadiamo paesi violenti per renderli pacifici e in Afghanistan abbiamo chiaramente fallito".
"Cosa abbiamo ricavato da questo sforzo valso 1 trilione di dollari?" si chiede invece Jeffrey Eggers, già membro dei Navy Seal e parte dello staff di Bush e Obama. "Bin Laden se la starà ridendo". Un fallimento colossale, nascosto falsificando dati, statistiche e sondaggi. "Ogni singolo dato veniva alterato per presentare la migliore immagine possibile", ricorda Bob Crowley, consigliere senior per le operazioni di contro-insurgency nel 2013/14. I soldi per la ricostruzione, superiori alla capacità di assorbimento del Paese, spesi senza criterio, volano per la corruzione: "Ci venivano dati soldi, ci veniva detto di spenderli, e lo abbiamo fatto, senza ragione", dichiara un funzionario di Usaid. "Senza volerlo, il nostro progetto più grande potrebbe essere stato lo sviluppo della corruzione di massa", ammette Ryan Crocker, già ambasciatore in Afghanistan.
Sono soltanto alcune delle dichiarazioni raccolte nelle 2.000 pagine ottenute dal Washington Post. Una parte del grande inganno orchestrato ai danni del pubblico americano per nascondere il fallimento della guerra afghana. Che oggi l'amministrazione Trump sembra voler chiudere con un negoziato: da tre giorni a Doha sono ripresi i colloqui di pace con i Talebani, interrotti bruscamente da Trump il 7 settembre, quando la firma dell'accordo era imminente. Per Suhail Shaheen, portavoce della delegazione talebana a Doha, l'accordo potrebbe essere firmato entro due settimane.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 9 dicembre 2019
Il sospetto che al Consiglio superiore della magistratura esistesse (o esista) "un sistema" per la spartizione delle nomine, come affermato dall'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, diventa certezza leggendo alcune delle telefonate intercettate nell'inchiesta di Perugia che lo coinvolge. Un "sistema" del quale tutti sono perfettamente a conoscenza.
di Stefano Bartezzaghi
La Repubblica, 9 dicembre 2019
Il risarcimento chiesto a due bambine orfane di femminicidio. Invece che "come è potuto succedere?" dobbiamo chiederci: "Come è stato possibile evitarlo?", ed è un sollievo buono. L'esperienza ci ha infatti consigliato da tempo la rassegnazione: nulla riuscirà mai a scongiurare gli effetti di una necessità formale, per quanto possano essere assurdi sino a insultare le intelligenze.
È il significato profondo della parola "burocrazia": potere dell'Ufficio, e impotenza degli officianti. Così a sorprendere è che per una volta si sia invece ottenuta una garanzia ragionevole: l'Inps si è impegnato a rinunciare a quel risarcimento di 124 mila euro che pure aveva già, formalmente, richiesto a due sorelle di quattordici e dodici anni.
Prima di suicidarsi, il padre aveva ucciso la loro madre e aveva reso invalida una terza persona, quella per cui l'Inps intendeva rivalersi su di loro. Morto il responsabile del danno, la legge stabilisce che a risarcirlo siano gli eredi, anche se si tratta di due minorenni che sono a loro volta vittime almeno tre volte di quel fatto abnorme: hanno perso la madre, hanno perso il padre, hanno perso la possibilità di avere una qualsiasi idea, minimamente tollerabile, della propria famiglia d'origine.
Ma si sono mosse tre ministre, è intervenuto il presidente della Repubblica e l'inesorabilità della procedura è stata sospesa. Una soluzione si troverà. Per quanto prontamente verrà chiuso, il caso delle due sorelle aperto però lo è stato. In un Paese in cui della famiglia si dice condivisa una visione in apparenza idealistica (ma, nei fatti, ideologica e strumentale) sarà possibile trovare accorgimenti perché in casi consimili le colpe dei padri non ricadano automaticamente sui figli?
Un'eventuale nuova legge (ammesso che la si voglia scrivere e votare) non potrà mai disporre del tutto della propria applicazione, prevedere ogni evenienza. E logica vorrebbe che, se a far danno è l'ottusità con cui viene applicata, si modifichi non la regola ma l'applicazione.
Lungimiranza, saggezza, realismo in chi agisce applicando norme ma anche in chi controlla e giudica le sue azioni. Sono valori che parrebbero ovvi ma che rischiano di divenire utopistici, nei tempi in cui gli unici accordi possibili sono i contratti e in cui per "forma" non si intende la griglia che ci permette di discernere il senso nel continuo del mondo ma l'involucro immateriale che resta quando del senso dell'umano il mondo lo abbiamo svuotato.
di Giovanna Cavalli
Corriere della Sera, 9 dicembre 2019
Mattarella chiama il ministro del Lavoro. L'ente di previdenza: non ci sarà alcun atto esecutivo. Per le due sorelline di Massa Carrara, orfane di femminicidio, a cui l'Inps con freddo automatismo burocratico aveva richiesto un risarcimento danni di 124 mila euro, si prospetta un lieto fine, almeno amministrativo, grazie all'intervenuto diretto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri mattina ha chiamato il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, per parlare della doppiamente triste vicenda.
Cominciata il 28 luglio di sei anni fa, nel 2013, quando il padre delle piccole, Marco Loiola, operaio di 40 anni, prima di uccidere l'ex moglie Cristina Biagi, 38enne, e poi suicidarsi, aveva sparato sei colpi di pistola contro un altro uomo - convinto che fosse l'amante di lei, e non lo era - rimasto gravemente ferito e con un'invalidità permanente.
Poco tempo fa le due ragazzine, che adesso hanno 14 e 12 anni e vivono con i nonni materni, avevano ricevuto l'ingiunzione di pagamento, completa di Iban del conto corrente su cui effettuare il versamento, nel termine perentorio di dieci giorni. Tutto formalmente corretto, benché disumano, perché, secondo la legge, spetta agli eredi rimborsare l'istituto di previdenza per le spese sanitarie sostenute e l'assegno devoluto al sopravvissuto.
Era stato lo zio delle Loiola, Alessio Biagi, ad appellarsi al Colle, chiedendo aiuto per una "vicenda legale umanamente orribile" ed è stato ascoltato. La telefonata del capo dello Stato si è dimostrata risolutiva. Mentre il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, ha subito fatto sapere che si è trattato di una procedura "dovuta" ma che non ci sarà assolutamente alcun atto esecutivo, il ministro Catalfo e la collega delle Pari opportunità e Famiglia, Elena Bonetti, annunciano di aver già convocato un tavolo comune urgente con il titolare dell'Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri e con Tridico "per trovare una soluzione che tuteli tutte le persone coinvolte, a cui lo Stato è umanamente vicino".
Intanto la deputata del Pd, Martina Nardi, concittadina delle figlie di Cristina Biagi, ha "già scritto e pronto" un emendamento che disciplini l'aspetto delle rivendicazioni dell'Inps in casi come questo, da inserire nella legge di stabilità o che agisca sul fondo per gli orfani di femminicidi: "Permetterà di intervenire su tanti altri casi simili, per dare la possibilità allo Stato di pensare davvero al loro futuro".
La delegazione del Movimento Cinque Stelle nella commissione d'inchiesta del Senato sul femminicidio in una nota ringrazia tutto il governo per l'interessamento sollecito, nella convinzione che "si troverà certamente la soluzione più ragionevole che tenga conto di tutte le esigenze. Stiamo parlando di due ragazze che hanno perso entrambi i genitori in tragiche circostanze e di una persona anch'essa travolta dalla furia omicida di un uomo, che si è salvata per miracolo e oggi subisce pesanti conseguenze fisiche e psicologiche".
di Antonio Padellaro
Il Fatto Quotidiano, 9 dicembre 2019
La strategia della tensione ha lasciato in eredità molti misteri dolorosi: in 15 anni, dal 1969 al 1984, 227 morti e 819 feriti. La bomba esplosa alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano è l'archetipo: "Nessun colpevole".
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 9 dicembre 2019
L'obiettivo del Pd è portare a casa qualche risultato entro la fine dell'anno, stendere un documento firmato dai capigruppo della maggioranza nel quale sancire nero su bianco che l'entrata in vigore della riforma della prescrizione venga accompagnata da una norma di garanzia sulla durata ragionevole del processo.
di Luca Urgu
La Nuova Sardegna, 9 dicembre 2019
Parla Giovanna Serra, garante per i detenuti del carcere di Badu e Carros: "Il pronunciamento della Corte Costituzionale dà una sterzata di civiltà". A Badu e Carros alla notizia del pronunciamento della Corte Costituzionale si è levato un urlo corale, un applauso di incoraggiamento e fiducia. Quasi una liberazione perché qualcosa possa finalmente cambiare.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 9 dicembre 2019
Quando i partiti cercano di riguadagnare le posizioni perdute incontrano la feroce opposizione di settori ampi dell'opinione pubblica. Con la ormai probabile abolizione della prescrizione nei processi penali siamo al punto di arrivo: dopo una pluridecennale attività che, provvedimento dopo provvedimento, ha dilatato sempre più la sfera di applicazione del diritto penale, siamo ora giunti alla "penalizzazione integrale" della vita sociale, pubblica e privata, italiana.
di Gianni Bazzoni
La Nuova Sardegna, 9 dicembre 2019
La notizia è stata diffusa ieri dal deputato Perantoni (M5S). Il parlamentare: "Si lavora alla soluzione dei problemi". Forse anche al ministero della Giustizia cominciano a rendersi conto della gravità della situazione attuale nel carcere di Bancali dove mancano contemporaneamente un direttore in pianta stabile e il capo della polizia penitenziaria.
Le proteste delle organizzazioni sindacali ai vari livelli sembrano avere richiamato l'attenzione su un fenomeno preoccupante (considerato che il penitenziario sassarese ha quasi 100 detenuti 41bis e Alta sorveglianza 2) con una condizione che non sembra avere eguali a livello nazionale. Ieri il deputato del Movimento 5 Stelle Mario Perantoni, componente della commissione Giustizia della Camera, ha annunciato che "il Ministero sta provvedendo a trasferire d'ufficio presso il carcere di Bancali un direttore affinché si superi l'attuale situazione di vacanza".
Il parlamentare sassarese ha fatto il punto della situazione a conclusione di una serie di interlocuzioni con il ministero della Giustizia effettuate per verificare la situazione del carcere. "Aggiungo che l'attenzione del Ministero per la situazione delle carceri di Bancali è molto alta - ha detto ancora l'avvocato Mario Perantoni - e risulta che si stia lavorando per la risoluzione dei problemi che affliggono gli istituti penitenziari, procedendo tra l'altro all'assunzione di personale di polizia penitenziaria e al riordino delle carriere".
A Bancali ormai da tempo si vive una situazione paradossale, al problema degli organici della polizia penitenziaria - a più riprese denunciato dalle organizzazioni sindacali - si è aggiunto quello della mancanza di un direttore in pianta stabile (dopo il rientro a Nuoro della dottoressa Patrizia Incollu, il ruolo viene ricoperto a scavalco dalla titolare del carcere di Alghero la dottoressa Milanesi che deve seguire anche Tempio) oltre all'assenza del comandante della polizia penitenziaria.
Proprio di recente, infatti, il Dipartimento della polizia penitenziaria avrebbe disposto la revoca del provvedimento di assegnazione provvisoria del comandante di reparto della Casa circondariale di Sassari. Una situazione delicata, legata allo svolgimento di una inchiesta amministrativa per fare chiarezza su alcuni fatti che si sarebbero verificati nella struttura carceraria. E in attesa dello svolgimento delle verifiche interne, l'ufficiale non è stato sostituito.
"Resta il dramma di un importante istituto nel panorama nazionale - ha detto Francesco Laura, responsabile del coordinamento dell'Uspp - che meriterebbe una più adeguata capacità di risposta progettuale da parte dell'amministrazione centrale che, allo stato, non ci pare di poter intravedere. Si registrano provvedimenti di impiego temporanei nella catena di comando che non favoriscono una "organizzazione di lavoro stabile e ben delineata, necessaria al corretto svolgimento delle attività nell'istituto penitenziario".
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