di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 31 ottobre 2019
Di Maio annuncia "miglioramenti" sui lager, ma decide il governo. Il Pd pasticcia in aula. L'appello: l'Italia sospenda il supporto alla Guardia costiera e alla gestione dei centri di detenzione. Si apra un negoziato su un piano di evacuazione umanitaria. Il governo "sta lavorando per modificare in meglio il Memorandum d'intesa tra Libia e Italia", "in particolare nella parte riguardante le condizioni dei Centri di detenzione". Risponde così il ministro degli esteri Luigi Di Maio al question time della Camera. E così pensa di aver replicato a tutte le obiezioni che in queste ore crescono nella stessa maggioranza, fin dentro al suo partito, almeno nell'area di Roberto Fico (almeno a parole).
A presentare l'interrogazione è il Pd. Inizia Laura Boldrini, fresca di passaggio al gruppo dei dem a nome del quale chiede "profonde modifiche all'accordo" perché "rapporti Onu e inchieste giornalistiche hanno documentato come i centri di detenzione si siano trasformati in luoghi di violenza e tortura. Questi rapporti ci dicono anche che componenti della guardia costiera libica sono collusi con i trafficanti di esseri umani". È molto, ma c'è molto di più, come ha spiegato da ultima Emma Bonino su Repubblica: i nostri interlocutori, dice, "non sono le quasi inesistenti 'autorità libiche' ma poteri e personaggi di provato rango criminale", una sorta di "trattativa Stato-mafia libica".
Il ministro risponde e annuncia l'ennesimo topolino partorito dal governo. Ma stavolta il topolino è un mostro. Ci saranno "modifiche". Verranno concordate nella "la Commissione congiunta italo-libica" convocata "per lavorare all'intesa e coinvolgere le organizzazioni internazionali". Di Maio vanta l'Italia "l'unico partner effettivo delle autorità libiche nella lotta al traffico di esseri umani: una riduzione dell'assistenza italiana potrebbe tradursi in una sospensione dell'attività della Guardia costiera libica". Sospensione auspicabile, visto il trattamento che riserva ai naufraghi in fuga dai lager. Invece il ministro elogia i (presunti) buoni effetti di quegli accordi, snocciola i numeri diminuiti degli sbarchi in Italia, in una chiara rivendicazione anche dei decreti Salvini, che infatti sono ancora in vigore, con buona pace degli annunci dell'alleato dem.
Per l'alleato dem replica Lia Quartapelle, sostenitrice di quegli accordi dall'inizio (durante il governo Gentiloni, ministro Minniti) teorica della necessità che l'Italia non si sottragga alla collaborazione con i carcerieri libici. La stessa linea del resto del segretario Zingaretti, che chiede modifiche "profonde" al memorandum ma, aggiunge, "io non ho mai creduto al disimpegno unilaterale, la soluzione non è scappare dagli scenari di crisi". Così in aula Quartapelle chiede di "voltare pagina rispetto a 14 mesi di indifferenza e propaganda" e elenca le richieste del Pd: "i corridoi umanitari, lo svuotamento dei campi, la presenza delle organizzazioni internazionali nei campi e la protezione dei diritti umani in quel Paese".
Il Pd vorrebbe apparire come la forza politica che incalza l'alleato ma rischia di diventarne la spalla. In molti, anche fra i dem, hanno chiesto una discussione parlamentare, ma né il ministro né le interroganti se ne ricordano. La decisione sul memorandum resterà del governo e dell'improbabile commissione congiunta con i rappresentanti di un paese in guerra civile. "È un'enorme ipocrisia", è il commento amaro di Riccardo Magi, "questo accordo serve a bloccare le persone e a farle riportare indietro da questi personaggi".
Mentre va in aula si svolge il dialogo sceneggiato fra alleati, le organizzazioni che si occupano dei migranti si appellano al presidente Conte per stracciare quegli accordi. Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea, punta il dito contro il "codice di condotta" per le Ong emesso dalla Guardia Costiera libica: "Siamo arrivati alla pazzia che le cosiddette autorità libiche emettano un codice di condotta per le Ong: loro che tutti i giorni catturano nel Mediterraneo e riportano agli stupri e alle bombe centinaia di persone impongono regole che mettono a gravissimo rischio anche la sicurezza dei nostri equipaggi, composti da donne e uomini della società civile italiana ed europea. Ma i libici si sentono in diritto di farlo proprio perché i crimini che commettono sono finanziati e sostenuti dall'Italia e dagli altri paesi dell'Unione".
Chiuso il question time il ministro crede di aver chiuso la questione. Non è così. Sono venti i parlamentari che firmano un appello per sospendere gli accordi con la Libia e favorire la chiusura dei lager e l'evacuazione dei detenuti. "L'Italia non può far finta di non sapere", scrivono. Sono deputati e senatori di Pd, Leu, Italia viva e gruppo misto (Palazzotto, Muroni, Fratoianni, Orfini, Magi, Migliore, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Pastorino, Fassina, Occhionero, Ungaro, Fusacchia, Gribaudo; De Petris, Faraone, De Falco, Verducci, La Forgia, La Mura, Nugnes) e tre eurodeputati Pd (Bartolo, Majorino, Smeriglio). Promettono di non fermarsi. A gennaio ci sarà un altro appuntamento con il rifinanziamento delle missioni italiane.
di Maria Rosa Tomasello
La Stampa, 31 ottobre 2019
"Dannoso eliminare il Memorandum". Restano gli accordi firmati nel 2017 da Gentiloni, le organizzazioni umanitarie accusano Di Maio. Un accordo "illegale" perché sottoscritto "in violazione dell'articolo 80 della Costituzione, che prevede "la ratifica dei trattati internazionali di natura politica con oneri a carico dello Stato".
Un accordo "criminale" perché nei centri di detenzione libici i migranti vengono sottoposti a violenze, stupri e torture "da parte dei funzionari statali e dalle milizie che li gestiscono", né è sufficiente la presenza di organizzazioni internazionali come Unhcr e Oim per garantire il rispetto dei diritti umani.
Non basta al governo il duro atto d'accusa delle decine di associazioni (da Arci ad Amnesty) riunite nel Tavolo Asilo, che chiedono di annullare il Memorandum sottoscritto nel 2017 da Paolo Gentiloni e di evacuare circa 5 mila persone rinchiuse nei lager. A 72 ore dalla scadenza del 2 novembre, data del rinnovo automatico del patto, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio annuncia che l'intesa resterà in vigore per altri tre anni.
Secondo Oxfam Italia, formazione di personale locale nei centri di detenzione e fornitura di mezzi terresti e navali sono già costati al nostro Paese 150 milioni di euro. Il governo lavora per modificare il testo, spiega il ministro, "in particolare nella parte riguardante le condizioni dei centri di detenzione", ma non ci sarà alcuno stop.
"L'accordo può essere migliorato - dichiara alla Camera -ma è innegabile come abbia contribuito attraverso il rafforzamento delle capacità operative libiche a ridurre in maniera rilevante l'arrivo dei migranti, da 107.212 del 2017 a 2.722 dell'ottobre 2019, e conseguentemente le morti in mare nel Mediterraneo centrale".
L'Italia "è l'unico partner effettivo delle autorità libiche nella lotta al traffico di esseri umani, una riduzione dell'assistenza potrebbe tradursi in una sospensione dell'attività della Guardia costiera libica" sostiene Di Maio, annunciando la convocazione della Commissione congiunta italo-libica e ricordando più tardi l'impegno anche sul fronte dei rimpatri, con un fondo alimentato con 20-25 milioni.
"Il Memorandum deve cambiare radicalmente" dice al mattino il segretario Pd Nicola Zingaretti. "Bisogna voltare pagina rispetto a 14 mesi di indifferenza e propaganda" sottolinea in aula replicando a Di Maio Lia Quartapelle, capogruppo dem in commissione Esteri, chiedendo che le modifiche riguardino "i corridoi umanitari, lo svuotamento dei campi, la presenza delle organizzazioni internazionali e la protezione dei diritti umani".
"E una questione di scelte politiche" osserva il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che sul Memorandum riferirà alla Camera mercoledì, spiegando inoltre che, entro fine anno, i decreti sicurezza saranno modificati "in prima battuta per renderli conformi alle osservazioni del Quirinale". Ma l'annuncio di Di Maio semina scontento nella maggioranza, evidenziando sull'immigrazione differenze difficili da sanare.
Ventiquattro tra parlamentari ed eurodeputati di Pd, Sinistra Italiana, Italia Viva, Radicali e M5s, a cui si aggiunge l'ex grillino Gregorio De Falco, parlano di risposte "insufficienti" e chiedono "la sospensione immediata" del Memorandum, "all'origine di una sistematica violazione dei diritti umani delle persone che tentano di fuggire da un inferno".
Il segretario di +Europa Benedetto Della Vedova mette in guardia: "Rischia di essere un accordo Stato-mafia". Esprime "preoccupazione" anche Magistratura democratica, confermando il quadro di violenze "riscontrabile" dai magistrati durante le audizioni dei richiedenti asilo: "I finanziamenti - avvertono - non sono serviti a migliorare le condizioni di vita nei centri".
di Mattia Feltri
Vanity Fair, 31 ottobre 2019
Gli abitudinari delle cronache, dei libri e delle fiction di denuncia, arte diffusa in un tempo di martiri e di eroi a scialo (quando c'è inflazione di registi, scrittori e giornalisti marmorei nelle schiene diritte, e non ci piegherete, e non ci intimidite eccetera, significa che non corrono alcun rischio: nella Russia di Stalin, per dire, o nella Germania di Hitler, i pochi con la schiena diritta si guardavano bene dallo sbandierarlo), si saranno fatti l'idea di una Roma riemersa dagli abissi degli inferi: sparatorie, violenza quotidiana, reti criminali a cielo aperto, i famosi tentacoli della mafia avvinghiati al Campidoglio, le gerarchie politiche ed ecclesiastiche strette negli affari e nei malaffari, specie notturni e d'alcova. Un bordellificio e uno sgozzificio.
Poi la Cassazione s'è incaricata di ristabilire che l'amministrazione comunale non era agli ordini delle cupole (Mafia capitale: l'affascinante definizione del nulla), e le statistiche (oggetto di disturbo per gli analisti al metro dello stomaco) che Roma non è il far west, secondo la sciatta e pigra titolazione a ogni morto ammazzato.
Roma è lercia e disordinata e governata da una specie di baby gang a cinque stelle, ma poche capitali del mondo sono altrettanto sicure: lo scorso anno gli omicidi sono stati dieci, in costante calo da un paio di decenni almeno, mentre a Londra sono regolarmente oltre i cento e a Berlino quasi, senza andare a contabilizzare le macellerie delle città del Nord e del Sud America.
Di quanto abbiamo letto, c'è di vero soltanto che quasi sempre gli omicidi sono la conseguenza estrema dello spaccio e del consumo di droga. Luca Sacchi, fatto fuori con un colpo in testa pochi giorni fa, il carabiniere Mario Cerciello Rega, assassinato a settembre, Desirée Mariottini, morta a fine 2018: in ognuna di queste storie c'entra la droga. E succede perché l'Italia e l'Europa intera sono posti in cui la gente usa droga.
Nel 2016 (ultimo dato dell'Osservatorio europeo) ottantotto milioni di persone, oltre un quinto della popolazione continentale, hanno dichiarato di aver provato droga almeno una volta nella vita (poi ci sono quelli che lo fanno ma non lo dichiarano). Sempre un quinto (20,7 per cento) sono i giovani italiani che hanno consumato droga nell'anno precedente: nel 2011 erano il 15 per cento. Il settantacinque per cento delle attività illegali traggono profitti dalla droga, e solo in Italia muovono una ventina di miliardi di curo all'anno.
Il grosso viene dalle droghe leggere, hashish e marijuana. I ragazzi di venti o trent'anni hanno buone probabilità di essere figli di genitori con familiarità con la droga, quantomeno con le canne. Ci sono famiglie in cui i figli fumano coi genitori, che accettano per desacrali77are il brivido del proibito, ma soprattutto perché non hanno la percezione di fare qualcosa di socialmente riprovevole, addirittura ai limiti dell'illegale. È la normalità.
L'unico tabù, oggi, è parlare di liberalizzazione o legalizzazione delle droghe, pure di quelle leggere, e nonostante dove è successo, come in Olanda, il consumo non aumenti più che altrove, forse meno, e intanto si evita di riempire le carceri di piccoli spacciatori, e si aggiungono entrate tributarie.
Capite il non senso? Chi strilla contro l'allarme sicurezza, specialmente gente della politica, trascura che la criminalità Ingrassa quasi esclusivamente con la droga, gliene lascia il monopolio, e rifiuta di regolarizzare quello che è già la regola.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 31 ottobre 2019
L'ultima grande democristiana europea, Angela Merkel, il suo partito e l'alleato conservatore, Csu, stanno prendendo in seria considerazione il progetto di legalizzare produzione, distribuzione e consumo dei derivati della cannabis (hashish e marijuana).
Questo mentre il primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, fa della legalizzazione di quelle sostanze uno dei punti principali del suo programma di governo. E mentre si prevede che, entro il 2024, nella metà degli stati americani il consumo a scopo ricreativo di hashish e marijuana non sarà più reato. E negli stati dove già vige la legalizzazione, il numero degli adolescenti che fa uso di cannabis si riduce costantemente.
E in Italia? In Italia tutto tace, a parte la sacrosanta pervicacia e la saggia follia dei radicali. Oggi, nel nostro Paese, i derivati della cannabis, gestiti dalla criminalità si trovano in un regime di liberalizzazione perfetta. È questa, secondo i parametri dell'economia classica, la condizione del mercato: una molteplicità di esercizi commerciali, aperti giorno e notte, in un numero elevatissimo di strade e piazze di tutte le città, dove è possibile acquistare ogni tipo di sostanza da una rete articolata di fornitori.
In altre parole, un mercato totalmente libero, ancorché illegale. L'antiproibizionismo vuole l'esatto opposto. Ovvero un sistema di regolamentazione pubblica di produzione, distribuzione e commercio della cannabis, sottoposto a un meccanismo di controlli, divieti e imposte, che sottragga l'attuale mercato al comando della criminalità organizzata. Si tratterebbe di un regime del tutto simile a quello applicato all'alcol e al tabacco.
Nessuno, infatti, ha dato ancora risposta a una domanda semplice: perché alcol e tabacco sono legali e regolarmente acquistatili e perché, invece, i derivati della cannabis sono fuorilegge? Tutto ciò partendo da un assunto: nessuno, ma proprio nessuno, degli antiproibizionisti ha mai affermato che la cannabis non fa male. Il suo abuso, particolarmente in età adolescenziale, può produrre danni significativi, seppure inferiori a quelli determinati dalle altre due sostanze.
E se, dunque, si chiede la legalizzazione della cannabis, è perché si ritiene che la condizione di clandestinità ne incrementi la pericolosità. Per due ragioni. Perché costringe un numero esteso di persone a frequentare ambienti criminali, a entrare in rapporto con associazioni criminali, e a compiere atti criminali.
E perché impedisce di controllare la composizione della sostanza e la percentuale di principio attivo. Si tratta di considerazioni razionali e di evidenze scientifiche, condivise da tossicologi e sociologi, da operatori della sicurezza e dell'ordine pubblico, da farmacologi e medici. La più autorevole conferma è venuta dall'allora capo della Procura nazionale antimafia, Franco Roberti, che, in due successivi rapporti annuali, invitò il legislatore ad affrontare il tema della legalizzazione. Ma, nonostante la crescita del numero e del prestigio di quanti si dichiarano favorevoli, i decisori pubblici esitano, traccheggiano, recalcitrano.
E l'orientamento prevalente nell'attuale Parlamento sembra essere decisamente ostile. Questo rende ancora più importante la volontà espressa dalla Cdu tedesca e dalla sua leader. E, tuttavia, la cosa sorprende fino a un certo punto. Di fronte a un fenomeno che coinvolge così tanti cittadini e che corrisponde, come diceva Marco Pannella, "all'esercizio di una facoltà umana praticata a livello di massa", si sceglie la via di un ponderato pragmatismo.
Troppo ampio, quel fenomeno, e troppo connaturato all'indole umana per risolverlo con la repressione. Qui interviene, forse, anche un elemento religioso: l'ispirazione luterana dell'educazione e della cultura di Merkel e di molta politica tedesca non determina esclusivamente, come si ritiene con superficialità, un atteggiamento intransigente.
Nelle teologie e nelle dottrine morali delle chiese cristiane (e specie in quella cattolica) si trova la teoria del male minore. L'idea, cioè, che se il male non può essere bandito dal consorzio umano, compito del cristiano e del politico cristiano è quello di ridurre i danni che può produrre. E questa considerazione si aggiunge alle altre di natura sociale, giuridica e criminologica, che rendono la proposta della legalizzazione ragionevolissima e concretissima.
In ogni caso, come vuole qualsiasi approccio serio e scientifico, da sperimentare. Non così in Italia, dove la situazione sembra addirittura peggiorata rispetto al passato. Un quarto di secolo fa, il futuro presidente del Senato, Marcello Pera, scriveva con me appassionati articoli per la legalizzazione sul Sole 24 Ore; e Franco Debenedetti condivideva con altri intellettuali e parlamentari liberali (in primo luogo Antonio Martino) la medesima opzione.
All'interno delle formazioni di sinistra, la componente antiproibizionista otteneva notevoli consensi. Oggi, tutte quelle posizioni sembrano aver perso vitalità e vivacità. Una volta constatato il fallimento di tutte le strategie proibizioniste e repressive, cosa si aspetta ancora per proporre con forza una svolta radicale? Cosa aspettano i liberali e i libertari, la sinistra e le sinistre (qualsiasi significato si attribuisca a quella categoria), i garantisti, gli uomini e le donne di fede e quelli di scienza e tutte le persone di buona volontà?
agenzianova.com, 31 ottobre 2019
Almeno 150 persone hanno perso la vita nell'arco di sei mesi all'interno dei campi di detenzione operati dalla Cina nella regione dello Xinjiang. Lo riferisce una "fonte ufficiale" citata dalla stampa internazionale. A confermare il dato è stato un ufficiale del dipartimento di Polizia nella contea di Kuchar, secondo cui le 150 morti sono avvenute presso uno solo dei quattro centri di detenzione di massa attivi nel paese, il n. 1, nel distretto di Yengisher, a circa 10 chilometri dal centro di Kuchar. Le morti sono avvenute tra giugno e dicembre 2018, quando il funzionario di polizia era assegnato alla struttura; la fonte non ha saputo riferire quante persone abbiano perso la vita nel centro di detenzione prima o dopo quel periodo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 31 ottobre 2019
Il thangyat è una delle più antiche forme tradizionali di arte di Myannar: unisce poesia, commedia e musica ed è molto diffusa soprattutto durante i festival dell'acqua e in altre occasioni festive. Gli spettacoli di thangyat erano stati messi al bando nel 1989 dalla giunta militare ed erano stati ripristinati nel 2013. Per quelli di quest'anno, il governo aveva subordinato il permesso all'approvazione di un apposito comitato: un modo inaccettabile di tenere sotto controllo l'arte vietando tutti i contenuti critici nei confronti del governo.
Kay Khine Tun, Zayar Lwin, Paing Pyo Min, Paing Ye Thu e Zaw Lin Htut, cinque artisti del gruppo satirico "Generazione Pavone", hanno sfidato la norma. Ieri sono stati condannati a un anno di carcere per uno spettacolo di thangyat messo in scena ad aprile, nel quale si erano esibiti in uniformi militari e avevano preso in giro le autorità. Il loro "reato" è di aver diffuso notizie con l'intento di spingere membri delle forze armate a disertare o a venir meno in altro modo al loro dovere. Per aver trasmesso in diretta Facebook lo spettacolo rischiano un'ulteriore condanna, fino a due anni, per "diffamazione online".
di Annalisa Appignanesi
centropagina.it, 30 ottobre 2019
Il pronunciamento delle Corte Costituzionale annulla in parte il 4bis e assegna ai magistrati di sorveglianza il compito di valutare caso per caso. Ma l'opinione pubblica è divisa. Il Garante dei detenuti delle Marche Andrea Nobili: "Tutelano i diritti, ma la pena esiste per una criminalità molto significativa".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 30 ottobre 2019
La Corte europea e poi la Consulta hanno detto no a una legge incostituzionale finalizzata a costruire il "pontificio". Ci vorrebbe Leonardo Sciascia per sottolineare a modo suo gli schiaffoni che ancora bruciano sulle gote dei "professionisti dell'antimafia" in seguito a una serie di provvedimenti che hanno riportato qualche pillola di civiltà giuridica nel nostro paese.
Le decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo, prima di tutto, ma anche la sentenza della Corte di cassazione che, quasi fosse ancora in servizio un Corrado Carnevale, ha fatto le pulci a chi aveva voluto a tutti i costi vedere la mafia a Roma laddove c'era la "normale" delinquenza se pur organizzata, con tutte le conseguenze processuali. detentive e anche mediatiche del caso. E ha stabilito che a Roma la mafia non c'è.
Il primo schiaffo arriva dall'uggioso cielo di Strasburgo, pur se in stagione estiva, il 13 giugno di quest'anno. Riguarda un caso specifico, quello di Marcello Viola. ergastolano per reati di mafia, che si è sempre dichiarato innocente. Non si tratta di un detenuto qualunque, ma di un fantasma destinato a morire da prigioniero in seguito a una sciagurata decisione dell'ultimo imbelle governo della prima repubblica, che, incapace di sconfiggere la mafia che aveva assassinato Falcone e Borsellino con gli strumenti della repressione ordinaria, ricorse a una legge emergenziale.
Una legge incostituzionale, dicemmo in pochi, in parlamento e fuori, in quell'estate del 1992, palesemente finalizzata a costruire il "pentitificio" come unico strumento di lotta alla mafia. Nacque così l'ergastolo ostativo, cioè quel "fine pena mai" che impedisce ai condannati all'ergastolo per gravi reati come mafia e terrorismo, di uscire prima o poi dal carcere come persone diverse da quelle che avevano commesso i reati e dopo il percorso rieducativo previsto dall'art. 27 della Costituzione. Salvo che non si siano trasformati in "pentiti".
Era il caso del detenuto Viola, che, essendosi sempre dichiarato innocente e non potendo collaborare con la magistratura, vedeva respinta ogni richiesta per i benefici penitenziari e la liberazione anticipata. Così presentò ricorso alla Cedu. La sentenza del 13 giugno ha condannato l'Italia. Lo schiaffo è pesante, perché mette in discussione proprio la costrizione alla collaborazione, il ricatto che impedisce il ritorno alla libertà del detenuto, ancorandolo per tutta la vita alla pericolosità del momento in cui aveva commesso il fatto. Eri delinquente a 18 anni?
Lo sarai anche a 70, se non denunci qualcuno. Così dice l'Italia, e l'Europa la condanna. Dopo quella prima decisione si agita subito la corporazione delle toghe e di conseguenza il governo nei cui ministeri, forse non tutti lo sanno, si annidano molte toghe in veste di "tecnici", molto sensibili al richiamo della casta e molto potenti.
Il ricorso del governo Conte primo e secondo contro la Corte di Strasburgo pare scontata, del resto anche il ministro di giustizia Bonafede è sempre lo stesso. È quello che vuol rendere eterni i processi, lasciando nel limbo dell'incertezza sia gli imputati che le vittime bloccando la prescrizione, figuriamoci se non vuol rendere eterna anche la detenzione.
Il governo presenta dunque il suo ricorso, adducendo alcune sentenze della nostra Corte costituzionale che in effetti aveva prodotto nel corso degli anni una giurisprudenza quanto meno contraddittoria sul tema, ma soprattutto spiegando all'Europa che, poiché in Italia c'è la mafia, sarebbe lecito violare lo Stato di diritto e la stessa Costituzione con ripetute leggi emergenziali. Quando si avvicina la data della decisione della Cedu sul ricorso italiano. fortissime sono le pressioni di coloro che ancora oggi Sciascia definirebbe "professionisti". Il pubblico ministero della direzione nazionale antimafia Nino Di Matteo ha facilità a emergere per la forza delle sue argomentazioni sul presidente della commissione antimafia Nicola Morra e sullo stesso ministro guardasigilli.
L'eliminazione dell'ergastolo ostativo, spiega ai suoi colleghi d'oltralpe, sarebbe un segnale ai capimafia e una "riaffermazione del loro potere". Insensibili al grido di dolore si mostreranno però l'una dopo l'altra sia (9 ottobre) la Cedu che la stessa (23 ottobre) Corte costituzionale italiana. Che mettono, si spera, alcuni punti fermi.
L'organo di Strasburgo mette l'accento sulle norme dell'ordinamento penitenziario (in particolare l'art. 4bis) che vanno modificate, soprattutto sul principio dell'automatismo. per rimettere nelle mani del magistrato il compito di giudicare caso per caso. La mannaia viene infine calata dalla Corte presieduta da Giorgio Lattanzi che dichiara l'incostituzionalità proprio in quell'articolo che trasformava i detenuti in fantasmi e l'ergastolo nella pena di morte.
Due concetti che non riescono a penetrare nella cultura della maggior parte dei politici attuali, se escludiamo i radicali e l'associazione Nessuno tocchi Caino che si batte da sempre per l'abolizione della pena di morte nel mondo e di conseguenza contro l'ergastolo ostativo. All'appello del pm Di Matteo che continua a esortare la politica "a reagire" (vorremmo sapere con quali strumenti che non violino la Costituzione), rispondono compatti da Salvini a Zingaretti fino alla truppa dei grillini: obbedisco.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 30 ottobre 2019
"Nelle carceri italiane l'articolo 27 della Costituzione non è rispettato". A denunciarlo è Pietro Ioia, napoletano, ex detenuto e ora fervente attivista per i diritti dei detenuti, presidente dell'Associazione Ex Don. "Sono stato uno spacciatore, poi narcotrafficante internazionale negli anni 80, sono stato arrestato e trattenuto in carcere per 22 anni. Nel 2002 sono uscito e ho deciso di cambiare vita. Da 15 anni lotto per i diritti dei detenuti". Pietro parla con i reclusi, con le loro famiglie e con chi esce. A questi ultimi cerca di dare una mano a reinserirsi nel mondo del lavoro e a non delinquere più.
"Per me è stata dura ricominciare - racconta - Per chi esce dal carcere non ci sono mai state possibilità. Quando sono uscito dal carcere ho cercato lavoro a Modena. Durante la detenzione avevo fatto corsi di carpenteria, ma il posto dove avevo trovato lavoro, dopo aver scoperto che ero un ex detenuto mi ha sbattuto la porta in faccia. Sono tornato a Napoli e ho lavorato sempre in nero, era l'unico modo. Ho deciso di cambiare vita perché guardandomi indietro ho capito di aver lasciato da sola la mia famiglia, i miei figli sono cresciuti senza di me. Ho avuto occasione di tornare a delinquere ma ho detto basta". Pietro, grazie alla sua esperienza, riconosce e testimonia l'importanza di poter svolgere in carcere corsi di formazione che siano davvero utili a trovare lavoro. Per lui è un problema che riguarda tutta la società: "Se in carcere non si impara nulla, il detenuto uscirà ancora più criminale - dice - Se uno non si rieduca è inutile, avremo sempre più criminali. Recuperare un delinquente è recuperare un mondo".
Per Pietro l'articolo 27 della Costituzione non è rispettato affatto. "Troppo spesso arrivano alle cronache storie di poliziotti penitenziari che picchiano i detenuti, come è successo a Torino. Poi c'è il caso della "cella zero" a Poggioreale per cui è in atto un processo in cui sono coinvolti 12 poliziotti penitenziari. Se si rispettasse l'articolo 27 tutto questo non succederebbe. Una persone è in custodia della polizia ed è un essere umano prima di essere un detenuto". Pietro è stato uno dei primi a denunciare la presenza della 'cella zero' a Poggioreale. Una cella di torture che adesso è stata chiusa.
Detenuti, ex detenuti e famiglie chiedono a Pietro voce e appoggio per difendere i loro diritti. "Quello che mi raccontano più spesso sono storie di mala sanità. "Tempi enormi per poter fare una visita specialistica, medicine che non ci sono da quando la gestione è andata in mano all'Asl Napoli 1, non ti fanno manco comprare le medicine o fartele portare dai parenti. Poi ci sono le malattie virali e le infezioni che si diffondono per gli spazi stretti.
Addirittura si parla di casi di tubercolosi". E racconta di un detenuto 40enne che dal carcere di Palermo, il Pagliarelli, è stato trasferito a Poggioreale 5 mesi fa per fare una visita specialistica. Nel giorno dell'appuntamento prefissato non c'era nessuno che poteva accompagnarlo perché il personale della polizia penitenziaria è sotto organico.
È ancora lì, sovraffollando ulteriormente un carcere che già sta straripando con le conseguenti problematiche. "Portare lontano un detenuto dalla sua città vuol dire allontanarlo dai suoi cari che magari non hanno i soldi per potersi pagare il viaggio per andare a trovarlo. Soffre tutta la famiglia, non solo chi ha sbagliato".
"Io non sono dell'idea che sia giusto abbattere tutti i carceri - spiega l'attivista. Ci sono persone che per i reati che fanno meritano il carcere. Il problema è che i penitenziari dovrebbero essere strutture moderne, spaziose, in cui entrano ditte esterne per cui un detenuto dovrebbe lavorare, non oziare. Lavorare per costruire il suo futuro, imparare come è successo a me e con quello che ho imparato lì mi sono potuto ricostruire la vita".
Per Pietro invece il carcere serve solo a farsi una cultura criminale. Si entra per un aver commesso un errore, magari uno scippo fatto per fame, e si esce veri e propri criminali. "In cella si parla solo di affari illegali. Poggioreale, per esempio, è un posto criminogeno, una vera e propria scuola di criminalità. E questo succede ovunque".
Recentemente Pietro ha vinto il "Premio Diritti Umani Stefano Cucchi Onlus" promosso e consegnato da Ilaria, la sorella di Stefano, il ragazzo morto il 22 ottobre 2009 mentre era sottoposto a custodia cautelare. Un premio che lo ha particolarmente emozionato perché arriva come riconoscimento della sua instancabile attività in difesa dei diritti dei detenuti. "È un premio che arriva da una famiglia che ha subito un morto in quel modo, un morto in mano allo Stato, una tragedia immane - dice Pietro. Questo premio mi fa capire che le battaglie che si fanno per i diritti umani vanno sempre fatte. E io continuerò a farle con tutte le mie forze".
Ma potrebbe esserci una nuova opportunità per Pietro. Napoli avrà presto un garante dei detenuti. C'è possibilità di mandare la propria candidatura fino al 1 novembre, dopodiché il sindaco Luigi De Magistris dovrà scegliere uno tra i candidati che resterà in carica per 5 anni (rinnovabili di altri 5). Tuttavia il ruolo non prevede alcun compenso, sebbene si tratti di una posizione strategicamente importante. Pietro non sa se candidarsi o no ma spera che il posto sarà occupato da un professionista sensibile alle problematiche dei detenuti a Napoli. "Ce n'è davvero tanto bisogno", ha concluso.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 ottobre 2019
Intervista a Anna Macina, Commissione Affari costituzionali della Camera. "Rispettare la sentenza? Non avrebbe senso ipotizzare il contrario. La pronuncia della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo è il punto di partenza. Ma di fronte a un intervento su norme di tale delicatezza è dovere del legislatore provvedere a ogni eventuale ulteriore modifica che possa completare il quadro definito dalla Consulta".
Anna Macina, capogruppo 5 Stelle nella Commissione Affari costituzionali di Montecitorio, è la voce con cui il Movimento prova a superare l'inquietudine per la parziale bocciatura dell'articolo 4bis, arrivata lo scorso 23 ottobre. Pochi minuti dopo la decisione con cui i giudici costituzionali hanno di fatto reso possibile concedere permessi anche agli ergastolani per mafia e terrorismo, lo stesso ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha prefigurato un "impegno del Parlamento sulla questione". Sul Blog dei 5 Stelle è apparsa una nota dello stesso tenore. Ad anticipare le possibili mosse della maggioranza è dunque la deputata eletta a Brindisi che tiene a definirsi "avvocato convinto della differenza tra chi dice di fare e chi sa di essere avvocato".
La sentenza ha aperto una strada e non sono ipotizzabili retromarce, onorevole Macina...
La sentenza va rispettata. All'interno dello spettro definito dal giudice delle leggi è comunque possibile un intervento del legislatore.
Quale potrebbe essere?
Partirei da due presupposti. Prima di tutto il rischio di un travisamento, sul piano mediatico, del dato affermato da Palazzo della Consulta: non ci sarà alcuna automatica uscita in massa degli ergastolani, in particolare di condannati per mafia, piuttosto viene attribuito al giudice di sorveglianza un potere discrezionale nel valutare caso per caso, ma sempre all'interno di una cornice ben precisa. Il secondo punto di partenza deve essere, a mio giudizio, proprio nel fatto che non è ragionevole scaricare sul singolo magistrato la responsabilità di decisioni così pesanti nei confronti di condannati per 416 bis o per terrorismo.
D'altra parte nella necessità di una concreta, specifica valutazione del giudice è proprio il cuore della sentenza...
Va però ricordato anche che se un giudice è lasciato totalmente solo nell'assumere decisioni su mafiosi o terroristi si rischia di condannarlo. Ecco perché noi dobbiamo puntellare tutti quei parametri che poi diventano gli strumenti concreti di valutazione per il giudice di sorveglianza.
Non sarebbe semplice approvare una legge che integri l'ordinamento penitenziario nella parte già vagliata dalla Corte...
Ma intanto si può partire da uno strumento sottovalutato, previsto all'articolo 108 del regolamento di Montecitorio: la possibilità che la commissione Affari costituzionali, di cui faccio parte, istruisca un approfondimento sulle sentenze della Consulta. Si può nominare un relatore e approvare un documento che indichi possibili ulteriori linee di intervento.
Uno strumento per comprendere se e quali misure possano completare il quadro normativo, nello spazio lasciato al legislatore?
Parliamo di una prerogativa importante riconosciuta alla Prima commissione. Tanto che quel documento viene poi trasmesso non solo ai presidenti di entrambe le Camere ma anche ai vertici della stessa Corte costituzionale, del governo e ai ministri competenti. Credo che il caso delicatissimo dell'ergastolo ostativo reclami proprio simile approfondimento.
Ma sul rispetto della sentenza non ci sono equivoci, giusto?
Ci mancherebbe che la Camera possa contrastare una pronuncia della Corte.
Come si regola altrimenti da quanto già previsto dopo la sentenza il caso di un ergastolano che non collabori per timore di rappresaglie su persone a lui care ma che non potrebbero essere incluse nel programma di protezione?
Ecco, è proprio l'ipotesi che potrebbe aver motivato la decisione della Consulta, anche se per comprenderlo dovremo leggere le motivazioni. Ma intanto direi che si tratta di ipotesi limitate, residuali e comunque non riferibili a capimafia, per intenderci. Credo comunque che la risposta più adeguata potrebbe consistere nel fissare criteri ancora più rigorosi per la definizione dei pareri che devono precedere la decisione del giudice, a partire da quelli del procuratore distrettuale e della Dna, magari prevedendoli come vincolanti.
Sono atti già prodotti secondo standard molto rigorosi...
Possiamo rafforzare la necessità di verificare concretamente sul territorio la sussistenza delle condizioni indicate dal condannato. Sia nel senso di accertare la scomparsa di legami anche indiretti con l'organizzazione, sia con la verifica, attraverso i presidi di legalità, dell'effettiva esistenza di rischi quali quelli paventati. Ma ripeto, parliamo di casi limite. E comunque in circostanze simili un certo tipo di permessi dovrebbe essere considerato assai pericoloso.
Quale tipologia?
Se il detenuto esce dal carcere per essere presente a un matrimonio, andrebbe considerato in maniera ancora più scrupolosa il rischio che possa riallacciare relazioni criminali.
Gli spazi per il legislatore potrebbero rivelarsi davvero minimi...
In gioco c'è il bilanciamento tra il fine rieducativo della pena e l'interesse pubblico a non spuntare le armi della lotta al crimine. Proprio per approfondire tale equilibrio credo sarebbe utile che la prima commissione ascoltasse anche i costituzionalisti.
Il punto chiave è ripristinare l'autonoma valutazione del giudice, liberarla dagli automatismi: il Movimento può essere disponibile a ragionarci anche al di là dell'ergastolo?
A mio giudizio sarebbe utile che l'automatismo fosse in qualche modo mantenuto: protegge il giudice nel senso che lo lascia meno esposto alle conseguenze delle sue valutazioni. Il fine rieducativo della pena va preservato senza compromettere strumenti adottati dopo la stragi di mafia. Chiederemo ai costituzionalisti di approfondire insieme anche questo aspetto.
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