di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 30 ottobre 2019
La Corte europea e poi la Consulta hanno detto no a una legge incostituzionale finalizzata a costruire il "pontificio". Ci vorrebbe Leonardo Sciascia per sottolineare a modo suo gli schiaffoni che ancora bruciano sulle gote dei "professionisti dell'antimafia" in seguito a una serie di provvedimenti che hanno riportato qualche pillola di civiltà giuridica nel nostro paese.
Le decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo, prima di tutto, ma anche la sentenza della Corte di cassazione che, quasi fosse ancora in servizio un Corrado Carnevale, ha fatto le pulci a chi aveva voluto a tutti i costi vedere la mafia a Roma laddove c'era la "normale" delinquenza se pur organizzata, con tutte le conseguenze processuali. detentive e anche mediatiche del caso. E ha stabilito che a Roma la mafia non c'è.
Il primo schiaffo arriva dall'uggioso cielo di Strasburgo, pur se in stagione estiva, il 13 giugno di quest'anno. Riguarda un caso specifico, quello di Marcello Viola. ergastolano per reati di mafia, che si è sempre dichiarato innocente. Non si tratta di un detenuto qualunque, ma di un fantasma destinato a morire da prigioniero in seguito a una sciagurata decisione dell'ultimo imbelle governo della prima repubblica, che, incapace di sconfiggere la mafia che aveva assassinato Falcone e Borsellino con gli strumenti della repressione ordinaria, ricorse a una legge emergenziale.
Una legge incostituzionale, dicemmo in pochi, in parlamento e fuori, in quell'estate del 1992, palesemente finalizzata a costruire il "pentitificio" come unico strumento di lotta alla mafia. Nacque così l'ergastolo ostativo, cioè quel "fine pena mai" che impedisce ai condannati all'ergastolo per gravi reati come mafia e terrorismo, di uscire prima o poi dal carcere come persone diverse da quelle che avevano commesso i reati e dopo il percorso rieducativo previsto dall'art. 27 della Costituzione. Salvo che non si siano trasformati in "pentiti".
Era il caso del detenuto Viola, che, essendosi sempre dichiarato innocente e non potendo collaborare con la magistratura, vedeva respinta ogni richiesta per i benefici penitenziari e la liberazione anticipata. Così presentò ricorso alla Cedu. La sentenza del 13 giugno ha condannato l'Italia. Lo schiaffo è pesante, perché mette in discussione proprio la costrizione alla collaborazione, il ricatto che impedisce il ritorno alla libertà del detenuto, ancorandolo per tutta la vita alla pericolosità del momento in cui aveva commesso il fatto. Eri delinquente a 18 anni?
Lo sarai anche a 70, se non denunci qualcuno. Così dice l'Italia, e l'Europa la condanna. Dopo quella prima decisione si agita subito la corporazione delle toghe e di conseguenza il governo nei cui ministeri, forse non tutti lo sanno, si annidano molte toghe in veste di "tecnici", molto sensibili al richiamo della casta e molto potenti.
Il ricorso del governo Conte primo e secondo contro la Corte di Strasburgo pare scontata, del resto anche il ministro di giustizia Bonafede è sempre lo stesso. È quello che vuol rendere eterni i processi, lasciando nel limbo dell'incertezza sia gli imputati che le vittime bloccando la prescrizione, figuriamoci se non vuol rendere eterna anche la detenzione.
Il governo presenta dunque il suo ricorso, adducendo alcune sentenze della nostra Corte costituzionale che in effetti aveva prodotto nel corso degli anni una giurisprudenza quanto meno contraddittoria sul tema, ma soprattutto spiegando all'Europa che, poiché in Italia c'è la mafia, sarebbe lecito violare lo Stato di diritto e la stessa Costituzione con ripetute leggi emergenziali. Quando si avvicina la data della decisione della Cedu sul ricorso italiano. fortissime sono le pressioni di coloro che ancora oggi Sciascia definirebbe "professionisti". Il pubblico ministero della direzione nazionale antimafia Nino Di Matteo ha facilità a emergere per la forza delle sue argomentazioni sul presidente della commissione antimafia Nicola Morra e sullo stesso ministro guardasigilli.
L'eliminazione dell'ergastolo ostativo, spiega ai suoi colleghi d'oltralpe, sarebbe un segnale ai capimafia e una "riaffermazione del loro potere". Insensibili al grido di dolore si mostreranno però l'una dopo l'altra sia (9 ottobre) la Cedu che la stessa (23 ottobre) Corte costituzionale italiana. Che mettono, si spera, alcuni punti fermi.
L'organo di Strasburgo mette l'accento sulle norme dell'ordinamento penitenziario (in particolare l'art. 4bis) che vanno modificate, soprattutto sul principio dell'automatismo. per rimettere nelle mani del magistrato il compito di giudicare caso per caso. La mannaia viene infine calata dalla Corte presieduta da Giorgio Lattanzi che dichiara l'incostituzionalità proprio in quell'articolo che trasformava i detenuti in fantasmi e l'ergastolo nella pena di morte.
Due concetti che non riescono a penetrare nella cultura della maggior parte dei politici attuali, se escludiamo i radicali e l'associazione Nessuno tocchi Caino che si batte da sempre per l'abolizione della pena di morte nel mondo e di conseguenza contro l'ergastolo ostativo. All'appello del pm Di Matteo che continua a esortare la politica "a reagire" (vorremmo sapere con quali strumenti che non violino la Costituzione), rispondono compatti da Salvini a Zingaretti fino alla truppa dei grillini: obbedisco.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 30 ottobre 2019
"Nelle carceri italiane l'articolo 27 della Costituzione non è rispettato". A denunciarlo è Pietro Ioia, napoletano, ex detenuto e ora fervente attivista per i diritti dei detenuti, presidente dell'Associazione Ex Don. "Sono stato uno spacciatore, poi narcotrafficante internazionale negli anni 80, sono stato arrestato e trattenuto in carcere per 22 anni. Nel 2002 sono uscito e ho deciso di cambiare vita. Da 15 anni lotto per i diritti dei detenuti". Pietro parla con i reclusi, con le loro famiglie e con chi esce. A questi ultimi cerca di dare una mano a reinserirsi nel mondo del lavoro e a non delinquere più.
"Per me è stata dura ricominciare - racconta - Per chi esce dal carcere non ci sono mai state possibilità. Quando sono uscito dal carcere ho cercato lavoro a Modena. Durante la detenzione avevo fatto corsi di carpenteria, ma il posto dove avevo trovato lavoro, dopo aver scoperto che ero un ex detenuto mi ha sbattuto la porta in faccia. Sono tornato a Napoli e ho lavorato sempre in nero, era l'unico modo. Ho deciso di cambiare vita perché guardandomi indietro ho capito di aver lasciato da sola la mia famiglia, i miei figli sono cresciuti senza di me. Ho avuto occasione di tornare a delinquere ma ho detto basta". Pietro, grazie alla sua esperienza, riconosce e testimonia l'importanza di poter svolgere in carcere corsi di formazione che siano davvero utili a trovare lavoro. Per lui è un problema che riguarda tutta la società: "Se in carcere non si impara nulla, il detenuto uscirà ancora più criminale - dice - Se uno non si rieduca è inutile, avremo sempre più criminali. Recuperare un delinquente è recuperare un mondo".
Per Pietro l'articolo 27 della Costituzione non è rispettato affatto. "Troppo spesso arrivano alle cronache storie di poliziotti penitenziari che picchiano i detenuti, come è successo a Torino. Poi c'è il caso della "cella zero" a Poggioreale per cui è in atto un processo in cui sono coinvolti 12 poliziotti penitenziari. Se si rispettasse l'articolo 27 tutto questo non succederebbe. Una persone è in custodia della polizia ed è un essere umano prima di essere un detenuto". Pietro è stato uno dei primi a denunciare la presenza della 'cella zero' a Poggioreale. Una cella di torture che adesso è stata chiusa.
Detenuti, ex detenuti e famiglie chiedono a Pietro voce e appoggio per difendere i loro diritti. "Quello che mi raccontano più spesso sono storie di mala sanità. "Tempi enormi per poter fare una visita specialistica, medicine che non ci sono da quando la gestione è andata in mano all'Asl Napoli 1, non ti fanno manco comprare le medicine o fartele portare dai parenti. Poi ci sono le malattie virali e le infezioni che si diffondono per gli spazi stretti.
Addirittura si parla di casi di tubercolosi". E racconta di un detenuto 40enne che dal carcere di Palermo, il Pagliarelli, è stato trasferito a Poggioreale 5 mesi fa per fare una visita specialistica. Nel giorno dell'appuntamento prefissato non c'era nessuno che poteva accompagnarlo perché il personale della polizia penitenziaria è sotto organico.
È ancora lì, sovraffollando ulteriormente un carcere che già sta straripando con le conseguenti problematiche. "Portare lontano un detenuto dalla sua città vuol dire allontanarlo dai suoi cari che magari non hanno i soldi per potersi pagare il viaggio per andare a trovarlo. Soffre tutta la famiglia, non solo chi ha sbagliato".
"Io non sono dell'idea che sia giusto abbattere tutti i carceri - spiega l'attivista. Ci sono persone che per i reati che fanno meritano il carcere. Il problema è che i penitenziari dovrebbero essere strutture moderne, spaziose, in cui entrano ditte esterne per cui un detenuto dovrebbe lavorare, non oziare. Lavorare per costruire il suo futuro, imparare come è successo a me e con quello che ho imparato lì mi sono potuto ricostruire la vita".
Per Pietro invece il carcere serve solo a farsi una cultura criminale. Si entra per un aver commesso un errore, magari uno scippo fatto per fame, e si esce veri e propri criminali. "In cella si parla solo di affari illegali. Poggioreale, per esempio, è un posto criminogeno, una vera e propria scuola di criminalità. E questo succede ovunque".
Recentemente Pietro ha vinto il "Premio Diritti Umani Stefano Cucchi Onlus" promosso e consegnato da Ilaria, la sorella di Stefano, il ragazzo morto il 22 ottobre 2009 mentre era sottoposto a custodia cautelare. Un premio che lo ha particolarmente emozionato perché arriva come riconoscimento della sua instancabile attività in difesa dei diritti dei detenuti. "È un premio che arriva da una famiglia che ha subito un morto in quel modo, un morto in mano allo Stato, una tragedia immane - dice Pietro. Questo premio mi fa capire che le battaglie che si fanno per i diritti umani vanno sempre fatte. E io continuerò a farle con tutte le mie forze".
Ma potrebbe esserci una nuova opportunità per Pietro. Napoli avrà presto un garante dei detenuti. C'è possibilità di mandare la propria candidatura fino al 1 novembre, dopodiché il sindaco Luigi De Magistris dovrà scegliere uno tra i candidati che resterà in carica per 5 anni (rinnovabili di altri 5). Tuttavia il ruolo non prevede alcun compenso, sebbene si tratti di una posizione strategicamente importante. Pietro non sa se candidarsi o no ma spera che il posto sarà occupato da un professionista sensibile alle problematiche dei detenuti a Napoli. "Ce n'è davvero tanto bisogno", ha concluso.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 ottobre 2019
Intervista a Anna Macina, Commissione Affari costituzionali della Camera. "Rispettare la sentenza? Non avrebbe senso ipotizzare il contrario. La pronuncia della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo è il punto di partenza. Ma di fronte a un intervento su norme di tale delicatezza è dovere del legislatore provvedere a ogni eventuale ulteriore modifica che possa completare il quadro definito dalla Consulta".
Anna Macina, capogruppo 5 Stelle nella Commissione Affari costituzionali di Montecitorio, è la voce con cui il Movimento prova a superare l'inquietudine per la parziale bocciatura dell'articolo 4bis, arrivata lo scorso 23 ottobre. Pochi minuti dopo la decisione con cui i giudici costituzionali hanno di fatto reso possibile concedere permessi anche agli ergastolani per mafia e terrorismo, lo stesso ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha prefigurato un "impegno del Parlamento sulla questione". Sul Blog dei 5 Stelle è apparsa una nota dello stesso tenore. Ad anticipare le possibili mosse della maggioranza è dunque la deputata eletta a Brindisi che tiene a definirsi "avvocato convinto della differenza tra chi dice di fare e chi sa di essere avvocato".
La sentenza ha aperto una strada e non sono ipotizzabili retromarce, onorevole Macina...
La sentenza va rispettata. All'interno dello spettro definito dal giudice delle leggi è comunque possibile un intervento del legislatore.
Quale potrebbe essere?
Partirei da due presupposti. Prima di tutto il rischio di un travisamento, sul piano mediatico, del dato affermato da Palazzo della Consulta: non ci sarà alcuna automatica uscita in massa degli ergastolani, in particolare di condannati per mafia, piuttosto viene attribuito al giudice di sorveglianza un potere discrezionale nel valutare caso per caso, ma sempre all'interno di una cornice ben precisa. Il secondo punto di partenza deve essere, a mio giudizio, proprio nel fatto che non è ragionevole scaricare sul singolo magistrato la responsabilità di decisioni così pesanti nei confronti di condannati per 416 bis o per terrorismo.
D'altra parte nella necessità di una concreta, specifica valutazione del giudice è proprio il cuore della sentenza...
Va però ricordato anche che se un giudice è lasciato totalmente solo nell'assumere decisioni su mafiosi o terroristi si rischia di condannarlo. Ecco perché noi dobbiamo puntellare tutti quei parametri che poi diventano gli strumenti concreti di valutazione per il giudice di sorveglianza.
Non sarebbe semplice approvare una legge che integri l'ordinamento penitenziario nella parte già vagliata dalla Corte...
Ma intanto si può partire da uno strumento sottovalutato, previsto all'articolo 108 del regolamento di Montecitorio: la possibilità che la commissione Affari costituzionali, di cui faccio parte, istruisca un approfondimento sulle sentenze della Consulta. Si può nominare un relatore e approvare un documento che indichi possibili ulteriori linee di intervento.
Uno strumento per comprendere se e quali misure possano completare il quadro normativo, nello spazio lasciato al legislatore?
Parliamo di una prerogativa importante riconosciuta alla Prima commissione. Tanto che quel documento viene poi trasmesso non solo ai presidenti di entrambe le Camere ma anche ai vertici della stessa Corte costituzionale, del governo e ai ministri competenti. Credo che il caso delicatissimo dell'ergastolo ostativo reclami proprio simile approfondimento.
Ma sul rispetto della sentenza non ci sono equivoci, giusto?
Ci mancherebbe che la Camera possa contrastare una pronuncia della Corte.
Come si regola altrimenti da quanto già previsto dopo la sentenza il caso di un ergastolano che non collabori per timore di rappresaglie su persone a lui care ma che non potrebbero essere incluse nel programma di protezione?
Ecco, è proprio l'ipotesi che potrebbe aver motivato la decisione della Consulta, anche se per comprenderlo dovremo leggere le motivazioni. Ma intanto direi che si tratta di ipotesi limitate, residuali e comunque non riferibili a capimafia, per intenderci. Credo comunque che la risposta più adeguata potrebbe consistere nel fissare criteri ancora più rigorosi per la definizione dei pareri che devono precedere la decisione del giudice, a partire da quelli del procuratore distrettuale e della Dna, magari prevedendoli come vincolanti.
Sono atti già prodotti secondo standard molto rigorosi...
Possiamo rafforzare la necessità di verificare concretamente sul territorio la sussistenza delle condizioni indicate dal condannato. Sia nel senso di accertare la scomparsa di legami anche indiretti con l'organizzazione, sia con la verifica, attraverso i presidi di legalità, dell'effettiva esistenza di rischi quali quelli paventati. Ma ripeto, parliamo di casi limite. E comunque in circostanze simili un certo tipo di permessi dovrebbe essere considerato assai pericoloso.
Quale tipologia?
Se il detenuto esce dal carcere per essere presente a un matrimonio, andrebbe considerato in maniera ancora più scrupolosa il rischio che possa riallacciare relazioni criminali.
Gli spazi per il legislatore potrebbero rivelarsi davvero minimi...
In gioco c'è il bilanciamento tra il fine rieducativo della pena e l'interesse pubblico a non spuntare le armi della lotta al crimine. Proprio per approfondire tale equilibrio credo sarebbe utile che la prima commissione ascoltasse anche i costituzionalisti.
Il punto chiave è ripristinare l'autonoma valutazione del giudice, liberarla dagli automatismi: il Movimento può essere disponibile a ragionarci anche al di là dell'ergastolo?
A mio giudizio sarebbe utile che l'automatismo fosse in qualche modo mantenuto: protegge il giudice nel senso che lo lascia meno esposto alle conseguenze delle sue valutazioni. Il fine rieducativo della pena va preservato senza compromettere strumenti adottati dopo la stragi di mafia. Chiederemo ai costituzionalisti di approfondire insieme anche questo aspetto.
di Milena Gabanelli
corriere.it, 30 ottobre 2019
Il 13 giugno 2019 una sezione del tribunale di Strasburgo si esprime contro l'esclusione dei benefici penitenziari per i detenuti condannati all'ergastolo per mafia e terrorismo: nell'ordinamento italiano, questi detenuti non hanno diritto alla liberazione condizionale, al lavoro all'esterno, ai permessi premio.
Lo Stato italiano ricorre, chiedendo la pronuncia della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo e sottolineando che il divieto-preclusione sia da considerare un caposaldo della legislazione contro il crimine organizzato: come spiegano coloro che lo hanno combattuto, i legami con mafia, 'ndrangheta e camorra sono difficili da recidere. L'ergastolo ostativo era stano infatti introdotto nell'ordinamento italiano nei primi anni Novanta, per rafforzare le misure contro le grandi organizzazioni criminali dopo le stragi con cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ad ottobre la Grande Camera della Corte europea ha ritenuto il ricorso inammissibile. La pronuncia si innesta sul ricorso presentato dal noto costituzionalista Valerio Onida per conto di Marcello Viola, condannato all'ergastolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi.
Dopo essere stato sottoposto per sei anni al regime di carcere duro regolato dall'articolo 41bis, Viola ne è uscito e ha chiesto di ottenere un permesso premio e la possibilità di accedere alla liberazione condizionale.
Le sue richieste sono sempre state rifiutate sulla base dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario italiano, secondo il quale per accedere a permessi premio o misure alternative al carcere i reclusi per questi tipi di reato devono prima collaborare con i magistrati, confessando le proprie responsabilità e contribuendo alle indagini nei confronti di altri.
Viola invece si è sempre dichiarato innocente. Dopo il ricorso presentato da Onida, la Corte europea ha stabilito che l'ergastolo ostativo, cioè "il fine pena mai", non è compatibile con l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani. Anche l'articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che le pene devono tendere "alla rieducazione del condannato".
Nel 2003 la Corte Costituzionale italiana aveva difeso l'ergastolo ostativo, sostenendo che la mancata collaborazione con la giustizia sia una scelta del condannato. Pochi giorni fa, però, il massimo tribunale italiano ha dichiarato l'ergastolo ostativo sancito dall'articolo 4bis incostituzionale, e ha affermato che anche ai mafiosi che non collaborano possono essere concessi permessi premio. Una Corte però spaccata poiché 7 giudici sarebbero stati contrati e 8 favorevoli.
Quel che è certo è che la procedura è complessa: devi aver scontato almeno 10 anni di carcere, deve esserci il parere favorevole dell'assistente sociale, del Giudice del Tribunale di Sorveglianza, devono essere sentiti i pareri dei magistrati (che potranno ricorrere contro un parere favorevole non condiviso, fino in Cassazione), della procura antimafia, del Prefetto.
Se sono tutti concordi sul fatto che il detenuto si è comportato in modo esemplare, che non ha più contatti con le cosche ed ha manifestato la volontà di redimersi, allora potrà ottenere un permesso premio.
I magistrati che da 40 anni combattono mafia camorra e 'ndrangheta sostengono che non c'è un solo detenuto per mafia che abbia mai avuto una sanzione, sono tutti detenuti modello, proprio per continuare a mantenere i contatti. Spiegano che è molto difficile provare la scissione con la cosca di appartenenza, e quando emerge è per puro caso, e all'interno di altre indagini, e i contatti spesso vengono mantenuti tramite gli avvocati, i cui colloqui non sono monitorabili.
Difficile prendere posizione, si può prendere atto che questa pronuncia della Corte è stata presa sul serio, mentre tutte le altre che riguardano le condizioni disumane delle carceri italiane no, e continuiamo a pagare multe come se nulla fosse.
La pena ha una funzione riabilitativa, e la riabilitazione passa attraverso il lavoro - lo dice la legge. Il nostro sistema, molto sensibile ai diritti umani, non garantisce a tutti i carcerati, che una volta scontata la pena usciranno, la possibilità di lavorare durante il periodo di detenzione. Infatti il 70% torna a delinquere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 ottobre 2019
Parla Nicola D'Amore, in servizio a Bologna ed esponente del Sindacato Sinappe: "Il carcere si sta trasformando in un ghetto, dove il lavoro è sempre più difficile e i detenuti non dovrebbero viverlo come esclusivamente punitivo".
Ultimamente sono venuti allo scoperto numerosi episodi di cronaca per presunti abusi da parte degli agenti penitenziari. Pestaggi, uso improprio degli idranti, persone lasciate ammanettate nei passeggi, abuso spropositato dell'isolamento.
Non c'è giustificazione alcuna, nonostante la difficoltà evidente nel rapportarsi con detenuti che vanno in escandescenza, soprattutto a causa delle patologie psichiatriche che taluni hanno: chi aveva problemi mentali già da prima, oppure sopravvenuti durante la detenzione.
Oppure i detenuti stranieri, i quali hanno il problema della barriera linguistica e, in mancanza di mediatori, si trovano perduti: per comunicare il loro disagio ricorrono all'autolesionismo o, appunto, alla violenza. E gli agenti penitenziari sono quindi giustificati a ripagare con la stessa moneta, nonostante l'oggettiva difficoltà?
C'è chi dice no come Nicola D'Amore, agente penitenziario che opera al carcere di Bologna ed esponente del sindacato Sinappe, che da anni si batte per una svolta culturale da parte degli agenti. Sì, perché se da una parte ci sono episodi di evidenti abusi, dall'altra ci sono tantissimi agenti che si comportano professionalmente per sedare i comportamenti violenti dei detenuti. Lui stesso, assieme ad altri suoi colleghi, ne è stato recentemente l'esempio.
Un detenuto tunisino, con problemi psichiatrici, era andato in escandescenza in una stanza dell'ospedale del Sant'Orsola, dove era piantonato, e con una sbarra improvvisata, ha distrutto tutto quello che si è trovato davanti. Con lui c'era anche un altro detenuto, quindi in pericolo. Gli agenti, tra i quali Nicola D'Amore, sono intervenuti senza caschi né scudo, ma anche senza mascherine che hanno dovuto richiedere al personale sanitario.
Hanno utilizzato una tecnica di mediazione, senza ricorrere a metodi coercitivi. Lo hanno riportato alla calma, senza utilizzare metodi violenti. "Ho avuto la fortuna di stare assieme a colleghi che hanno una cultura diversa rispetto a quella di altri- spiega a Il Dubbio il sindacalista Nicola D'Amore - abbiamo dimostrato che si può agire diversamente attraverso tecniche diverse e non coercitive". L'agente evidenzia però che hanno agito da autodidatti. "Ci vorrebbe una formazione diversa, dei corsi professionali che insegnino a comunicare, saper mediare e soprattutto lavorare in sinergia con altre figure professionali indispensabili come gli educatori, medici e mediatori culturali".
D'Amore ci tiene a sottolineare che qualcosa sta cambiando con le nuove leve. "I giovani agenti penitenziari spiega l'esponente del Sinappe hanno indubbiamente una formazione diversa, molti hanno avuto anche un percorso universitario e, a differenza del passato, non provengono dall'esercito". Perché è importante? "Il carcere - spiega D'Amore - non è un campo di guerra, ma una comunità dove noi agenti penitenziari non dobbiamo considerarci una specie di corporazione, ma un gruppo che lavora per la società".
Il sindacalista che opera a Bologna non fa sconti a nessuno, nemmeno alla sua categoria. "Noi - spiega D'Amore - rispetto al passato, abbiamo raggiunto tutele che prima non avevamo, ora dobbiamo pensare alla qualità del lavoro, non ridurci a figura da carceriere, ma promotori dell'opera trattamentale dei detenuti". Lui che è nato a Napoli e conosce quartieri difficili come Scampia, sa che l'ambiente stesso può produrre degrado e fa la comparazione con il carcere. "Non può diventare un contenitore del fallimento dello Stato - spiega - perché in questo modo si sta trasformando in un ghetto, dove il lavoro è sempre più difficile e i detenuti stessi non dovrebbero viverlo come esclusivamente punitivo".
Nicola D'Amore ritiene che gli agenti penitenziari debbano avere anche dei centri di ascolto, in maniera tale da non riversare il loro disagio e le frustrazione sull'anello debole, che in questo caso è il detenuto. Una rivoluzione culturale nel mondo degli operatori penitenziari è quindi possibile.
di Luciano Capone
Il Foglio, 30 ottobre 2019
La figlia di Paolo Borsellino elogia la Consulta contro l'ergastolo ostativo. Ma le sue parole non fanno comodo. Non abbiamo la controprova, ma se avesse affermato il contrario le dichiarazioni di Fiammetta Borsellino sarebbero finite sulle prime pagine di tutti i giornali e in tutti i Tg.
E invece, le parole della figlia del giudice ammazzato dalla mafia a favore delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte costituzionale contro l'applicazione automatica dell'ergastolo ostativo sono cadute nel vuoto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 ottobre 2019
Fiammetta Borsellino al Festival della comunicazione sulle pene e sul carcere. "È stata la cultura dell'emergenza, la rabbia che sicuramente in quegli anni richiedeva una risposta immediata, che ha dato luogo al grande inganno di via d'Amelio, una storia di menzogne che hanno dato luogo a innocenti condannati all'ergastolo tramite falsi pentiti costruiti a tavolino tramite torture e processi caratterizzati da gravissime anomalie".
di Domenico Bilotti*
lanuovacalabria.it, 30 ottobre 2019
La Corte costituzionale italiana e la Corte europea dei diritti dell'uomo hanno attribuzioni diverse e ruoli non sovrapponibili. L'una è giudice delle leggi nel diritto dello Stato, l'altra è organo la cui giurisdizione è fissata in un trattato internazionale.
di Michele Fusco
Il Dubbio, 30 ottobre 2019
"Il mio piano: svuotare le carceri dei disperati e riempirle dei veri delinquenti, gli evasori totali, una folta comunità. non è forse una politica di sinistra?".
Caro Direttore, questa volta scrivo sotto forma di lettera, sperando nella tua udienza, perché sento di dovermi abbandonare a un sentimento che ai lettori del Dubbio darà l'impressione di assoluta terribilità.
E che racchiudo immediatamente in una domanda: se una persona di sinistra, un cittadino di sinistra, si schiera pubblicamente per la galera ai malviventi, comprendendo nella categoria anche gli evasori di livello, ecco, perché questo cittadino, come per magia, e in pochi decimi di secondo, viene considerato da tutti un uomo di destra, liquidatore d'ogni stato di diritto, gli amici tra loro commentando: "È impazzito" ? Per carità, qui non si esclude affatto che un uomo probo che fu già di sinistra, possa con il procedere delle epoche e i relativi cambiamenti, cambiare egli stesso idea politica, trasferendosi sull'altra sponda, e restando altrettanto probo. Ma non è questo il caso.
Qui stiamo parlando di persone che sentono orgogliosamente ancora un'appartenenza a certi valori della sinistra, lo sentono prima di tutto intimamente, per la loro storia, le esperienze fatte, per una certa solidarietà verso mondi distanti, insomma, senza fartela troppo lunga, tutto l'armamentario che il mondo della sinistra portava con sé. Molte di queste persone, oggi, sono smarrite rispetto all'idea che equità sociale e riduzione delle disuguaglianze siano ancora cardini di un sistema democratico. Vedono completamente disattesi questi principi.
Vedono che la giustizia non arriva mai dove dovrebbe. E se ci arriva, è con un ritardo epocale. E che da quel momento, la giustizia si organizzerà per rendere la vita più facile e semplice all'ospite circondariale. La legislazione, da possibilmente premiale, si trasformerà in sicuramente premiale. Questo è il mondo che immaginano quelli di sinistra? Ho qualche dubbio.
Sabato scorso, in prima sul Sole 24 Ore, un pezzo del professor Enrico De Mita, che del diritto tributario è principe, era titolato così: "Le manette non risolvono niente". Si commentava l'enfasi con cui il governo, soprattutto la parte Cinque Stelle, si era venduta la questione "lotta agli evasori", con l'evocazione - appunto delle manette.
Per farlo, il professore ricorreva ai grandi della storia, per esempio Ezio Vanoni secondo cui la via maestra era "creare attraverso una persuasione politica e morale, un clima nel quale si sente che difendendo la razionale applicazione dei tributi, si difende non una legge formale dello Stato, ma l'essenza stessa della vita dello Stato".
O come Gobetti, che con realismo pessimista sosteneva che "in Italia il contribuente ha raramente sentito la dignità di partecipare alla vita dello Stato; non ha la coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L'imposta gli è imposta". Parole del primo 900. Un secolo fa.
Cosa è cambiato rispetto ad allora, rispetto a un cittadino italiano che non sente la "dignità di partecipare alla vita dello Stato"? Tutto, come società. Niente, come risposta a quei problemi. Se possibile, la situazione è peggiorata. Precipitata. Con quali armi della consapevolezza educativa, gentile professor De Mita, dovremmo oggi riportare all'altare della moralità pubblica interi eserciti di evasori?
Insomma, De Mita e molti altri famosi illustratori della nostra realtà ci raccontano che l'evocazione delle manette è semplicemente inutile. Non serve e non risolve, soprattutto. Nel corso della storia, il territorio è già stato battuto e non ha dato i frutti sperati. De Mita e gli altri però ci raccontano solo un pezzo. Non spiegano perché non ha funzionato, o non funzionerebbe, questo impianto, chiamiamolo più volgarmente, "repressivo". Sin da quando siamo bambini, a una minaccia dei genitori corrisponde un'azione-reazione.
Che può essere la paura, da cui il rigar dritto per timore, appunto, di una punizione, o il fregarsene, da cui la disperazione di padri e di madri che vedono annullata la forma più diretta di dissuasione. In termini percentuali, i bambini che hanno paura e che per paura ubbidiscono sono l' 85%, i turbolenti il 15%. Massima solidarietà ai genitori di quel 15%. Ecco, quando questi bambini (italiani) diventano grandi, la percentuale incredibilmente si inverte: la paura dei genitori (lo Stato) non ha più alcun effetto sulla maggioranza dei cittadini.
I quali evadono in maniera massiccia, furiosa, persino entusiasta (al grido, con massima faccia di bronzo, che lo stato ti azzanna le tasche). Un contrappasso amaro, troppo amaro, per quella massa di cittadini che invece mantiene quel senso civico (paura) e che contribuisce ai servizi della collettività. A questa platea di cittadini perbene, viene a mancare il grande pezzo dei menefreghisti, il cui costo ricade naturalmente sui bambini bravi. Lo Stato italiano non incute paura. Non ha autorevolezza. Ma come è possibile? Come è possibile che non faccia valere le sue prerogative? È semplice.
Perché nella sua storia non ha mai dato il buon esempio, non è mai stato virtuoso, non ha mai lasciato l'impressione di essere "giusto". Ecco la grande differenza con gli Stati Uniti! Dove i cittadini sono perfettamente consapevoli dei rischi che corrono, nel caso in cui dovessero decidere di delinquere, di evadere. Sanno che il gioco non è truccato. Se ti pizzico, sei rovinato. La figura di Madoff, nel momento in cui è emersa in superficie con la forza di uno scandalo planetario, ha ricompreso in epoca moderna tutti i cittadini che intendono sfidare la giustizia. Se volete, è una sfida bellissima e straordinaria.
Tutti sanno le regole del gioco. Nessuno può sperare nei premi. Qui non si vincono premi. La chiave te la fanno vedere il primo giorno, quando aprono il gabbio, poi la buttano. Ecco, se a fronte di tutto questo, all'idea della galera, di non vedere più le persone care, i tuoi figli, decidi che vale ancora la pena di giocarti la tua partita di malfattore, beh allora sei un grandissimo e meriti di finire in un film.
Da noi, invece, sei solo il furbo peracottaro che farà accordi con lo Stato. Là, oltreoceano, useranno la sentenza come forma di ammonimento sociale, quei 120 anni madoffiani, che non avrebbero un minimo senso logico, finiranno sui libri di testo, nelle omelie dei cardinali, sui manifesti a Ebbing, Missouri.
Da noi, al più, nei migliori studi legali come "ottima" letteratura giurisprudenziale. Caro Direttore, per concludere, vorremmo declinare il nostro programma per il futuro: svuotare le carceri dei disperati che non ha senso che le affollino, e riempirle, sino ai posti in piedi, dei veri delinquenti, tipo gli evasori totali che sono un'affollatissima comunità. È un programma sinceramente di sinistra, e noi ne andremo fieri.
Ps. Un'ultima istanza, Direttore. Che riguarda il pudore e il rispetto della storia e delle persone. Se ogni volta che un uomo di sinistra auspica la galera per i malfattori, convinto che sia una strada socialmente e istituzionalmente percorribile, non gli si opponga il caso di Enzo Tortora, come massimo strazio del diritto. Lo si lasci riposare in pace, pur nella sua terra inquieta.
di Armando Spataro*
Il Riformista, 30 ottobre 2019
Nella presentazione pubblica della linea editoriale del nuovo quotidiano "Il Riformista" ho letto che sarà "di sicuro garantista sulla giustizia". Perché mai, mi sono chiesto, il garantismo dovrebbe essere una caratteristica speciale di un giornale, di un gruppo, di un partito, di una persona e non una regola ordinaria e diffusa? Sono convinto, cioè, che solo una interpretazione forzata del termine possa trasformarla in una qualifica eccezionale da porre in evidenza e magari tale da contrapporla a quella di "giustizialista", come se si parlasse di "buoni" e "cattivi".
Personalmente, da magistrato, ho sempre svolto il ruolo di pubblico ministero, convinto che giudici e Pm debbano nutrirsi della stessa cultura giurisdizionale, privilegiando nella ricerca della verità il rispetto dei diritti e delle garanzie dei cittadini: è questo, tra l'altro, il senso dell'unicità delle due carriere previsto dal nostro assetto ordinamentale, invidiato in Europa e che qualcuno, in Italia, vorrebbe cancellare senza rendersi conto delle possibili gravi conseguenze.
Sto dicendo che i magistrati italiani sono perfetti e non sbagliano mai? Assolutamente no e aggiungo che non apprezzo quelli tra loro che non sopportano critiche al proprio operato e che si propongono alle folle come gli unici ricercatori e custodi della verità. È tuttavia certo che ogni generalizzazione sarebbe anche in questo caso ingiustificata.
Vorrei però capire per quali ragioni chi svolge il ruolo di pubblico ministero, magari in settori criminali di rilievo (mafia, terrorismo, corruzione etc.), debba solo per questo - specie in relazione a inchieste di un certo rilievo - essere così spesso tacciato di "giustizialismo" da parte di chi rivendica di essere "garantista".
Mi concedo una citazione dal passato solo perché serve a chiarire il mio pensiero: negli anni di piombo, fino al 1988, pubblici ministeri e giudici istruttori che si occupavano di terrorismo venivano spesso tacciati di essere "destrorsi" o quasi dai garantisti dell'epoca. Persino, alcuni magistrati arrivarono a criticare duramente i loro colleghi che lavoravano in quel settore criminale, "accettando - dicevano - di condurre inchieste fondate sulle dichiarazioni dei pentiti in cui avvengono illegalità e trattative sottobanco tra inquirenti ed imputati": quelle teorizzazioni, diffuse anche nel mondo politico e tra tanti pseudointellettuali, amareggiarono un giudice istruttore come Guido Galli, che di quelle inchieste si occupava e che per questo chiese di lasciare il suo ufficio per venire in Procura. Non fece in tempo, lo uccisero il 19 marzo del 1980.
Passando al moderno contrasto del terrorismo di matrice islamica, i pm italiani sono stati all'opposto accusati di eccedere in garantismo: un premier italiano ebbe ad affermare, nel dicembre del 2005, che "non ci si può aspettare che i governi combattano il terrorismo con il codice in mano" e nel febbraio del 2007 il Wall Street Journal definì "rogue prosecutor" ("procuratore carogna") i pubblici ministeri che riservavano attenzione anche ai diritti e alle garanzie dei terroristi, inclusi quelli rapiti e torturati in base alla strategia americana della "War on terror".
È chiaro che gli esempi potrebbero essere tanti e riguardare altri settori dell'azione repressiva dei pm: come dimenticare le accuse di giustizialismo rivolte a Borrelli e al pool di Mani Pulite? E quelle di essere mossi dai propri orientamenti politici riservate a tanti magistrati che si sono occupati della "zona grigia" che spesso accomuna mafiosi e corrotti?
Non si deve neppure tacere, però, sulle accuse di segno opposto: le critiche, come è normale in democrazia, sono sempre lecite se correttamente formulate, sicché non è possibile accusare di eccesso di "garantismo" e/o di voler difendere i criminali chi esercita tale diritto, anche se con toni ed espressioni forti! Piuttosto, nei confronti di chi commenta le inchieste giudiziarie debordando nell'insulto e nella manipolazione della realtà, specie se ciò avviene sulla base di interessi retrostanti, dovrebbero essere usate ben altre definizioni: non "garantista", ma falsificatore e/o calunniatore.
Un ruolo equilibratore in questa querelle potrebbe essere svolto proprio dai giornalisti che, per evitare equivoci, errori o strumentalizzazioni delle inchieste giudiziarie, dovrebbero verificare l'assoluta attendibilità di ogni notizia di rilievo di cui entrino in possesso, qualunque ne sia la fonte: magistrati, avvocati, imputati, parti offese dei reati. Credo, cioè, che anche per i giornalisti esista il principio di "obbligatorietà" dell'approfondimento e della ricerca dei riscontri alle notizie acquisite, esattamente come per i pm prima di utilizzare le dichiarazioni dei "pentiti".
Giornalisti e magistrati, però, quando la situazione lo richiede, dovrebbero sentire anche il dovere dell'autocritica: sto ancora aspettando di leggere qualche parola in tal senso da parte di coloro che in Italia e in Francia, pur se all'epoca smentiti dalla Cedu di Strasburgo, accusarono i magistrati di avere perseguito e condannato Cesare Battisti all'ergastolo negandogli le garanzie di un giusto processo. Da parte loro solo il silenzio ha fatto seguito alla recenti confessioni di Battisti che ha riconosciuto di essere stato responsabile dei quattro omicidi e di altri reati per cui era stato condannato. Chi fu allora garantista e chi giustizialista? Vallo a sapere!
A proposito delle parti offese prima citate, mi permetto un'altra critica a certi eccessi di garantismo: come mai si manifestano solo a favore di imputati o indagati, e mai o quasi mai nell'interesse delle vittime dei reati? Riflettiamo anche su questo. Mi fermo qui e chiudo con un auspicio: nessuno si comporti o si orienti secondo doveri imposti dall'appartenenza all'una o all'altra categoria. Io mi auguro che il nuovo Riformista non si attesti, sulla giustizia, su posizioni di "garantismo a prescindere", ma che sia capace di denunciare la violazione delle garanzie quando l'accertamento della verità dei singoli fatti lo consenta. E se ciò non è sempre compatibile con i tempi rapidi dell'informazione, occorre prudenza e pazienza. I lettori capiranno e apprezzeranno.
*Ex magistrato
- Il digitale in carcere. Come può ridurre l'isolamento dei detenuti
- La Corte Costituzionale: le pene abbiano un fine rieducativo
- Palermo. Gemellaggio con il Messico su riscatto detenuti e recupero tradizioni
- Ferrara. Apprendere ad imprendere in carcere, chiave per la rieducazione del detenuto
- Particolare tenuità del fatto: valida la sentenza del giudice di pace










