ilvibonese.it, 8 dicembre 2019
Organizzato per il secondo anno consecutivo da Chiesa cristiana di Vibo, gruppo gospel di Montepaone e cooperativa sociale Vibosalus, grazie alla sensibilità della direzione e dei funzionari.
Un concerto per mostrare vicinanza, per lanciare un messaggio di pace e per mostrare a chi ha sbagliato che un'altra vita è possibile. È quello andato in scena, per il secondo anno consecutivo, alla casa circondariale di Vibo Valentia, promosso dalla Chiesa cristiana "Gesù Cristo è il Signore" di Vibo Valentia in collaborazione con il gruppo gospel "New Vision Gospel Choir" di Montepaone Lido, la cooperativa sociale "Vibosalus" e l'istituto per la famiglia sezione 278.
La sensibilità dimostrata dalla direttrice Angela Marcello insieme al comandante del Corpo Domenico Montauro, dalla responsabile area educativa Chiara La Cava e dal personale tutto della Polizia penitenziaria di Vibo Valentia, hanno permesso di riorganizzare l'evento. Gli obiettivi, come nell'edizione del 2018, erano quelli di raggiungere, in prossimità delle festività natalizie, coloro i quali vivono una condizione di solitudine e distacco dagli affetti familiari, attenuando il disagio delle carceri anche grazie alla presenza del gruppo gospel.
"Il Natale - ha affermato il pastore della Chiesa Cristiana Giovanni Perri - è un periodo di festa molto delicato per coloro i quali soffrono da detenuti e dimenticati dalla società, che percepiscono in maniera pungente la solitudine dei luoghi carcerari. Eppure il nostro Signore Gesù Cristo, in più occasioni, ci ha raccomandato la cura dei più deboli e dei carcerati. Essere cristiano è un progetto che trova adempimento soprattutto nella realizzazione della parola del nostro maestro e questa iniziativa ha proprio questo scopo: scaldare il cuore e l'animo dei detenuti con la volontà di infondere loro la speranza e la fede di Cristo e di far percepire loro la nostra vicinanza". L'incontro si è concluso con un breve messaggio di incoraggiamento e la distribuzione gratuita di copie della Bibbia e calendari cristiani.
di Filomena Gallo*
L'Espresso, 8 dicembre 2019
È possibile per un malato accedere al suicidio assistito in Italia? Con la sentenza 242/2019 la Corte Costituzionale ha risposto che in alcuni casi è possibile. Non è infatti più punibile chi aiuta un malato che abbia autonomamente e liberamente deciso di porre fine alla propria vita e che sia: "1) una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, 2) affetta da patologia irreversibile, 3) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, ma 4) pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".
Queste condizioni devono essere state "verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente". La Consulta, con una sentenza di incostituzionalità immediatamente applicativa con effetto di legge, ha riscritto il perimetro dell'articolo 580 del Codice penale che prevede una pena da 5 a 12 anni per istigazione e aiuto al suicidio. Il reato rimane per l'istigazione e per quei casi di aiuto materiale che non rientrano nelle condizioni della sentenza.
La decisione risponde all'incidente di costituzionalità sollevato dalla Corte di Assise di Milano, nel giudizio che vedeva Marco Cappato imputato per l'aiuto alla morte volontaria di Fabiano Antoniani. A settembre 2018 la Consulta aveva utilizzato la formula della dichiarazione di incostituzionalità "accertata ma non dichiarata" rinviando l'udienza di 11 mesi fornendo al Parlamento il tempo di intervenire. Nell'ordinanza del 2018, si legge che il divieto assoluto dell'articolo 580 cp: "finisce [...] per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost., imponendogli in ultima analisi un'unica modalità per congedarsi dalla vita, senza che tale limitazione possa ritenersi preordinata alla tutela di altro interesse costituzionalmente apprezzabile, con conseguente lesione del principio della dignità umana, oltre che dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza in rapporto alle diverse condizioni soggettive".
La chiusura di questa vicenda ha una portata storica e per la prima volta la Corte Costituzionale interviene in materia di scelte alla fine della vita. Adesso tocca al Parlamento intervenire con una legge che però non potrà restringere quanto fissato dalla Consulta. Nell'attesa che le Camere discutano, un prossimo appuntamento è per il 5 febbraio prossimo a Massa per l'ultima udienza del processo a Marco Cappato e Mina Welby che hanno aiutano Davide Trentini, un malato che - con patologia irreversibile, fonte di sofferenze insopportabili e nel pieno della capacità di autodeterminarsi - non era attaccato a una macchina.
Il caso di Trentini potrebbe non essere ricompreso nella definizione della Consulta.Se il legislatore non sarà intervenuto saranno di nuovo i giudici a decidere. Dalla vicenda di Piergiorgio Welby (2006) in poi, solo grazie alle persone che hanno reso pubbliche le proprie drammatiche storie, si sono suscitate riflessioni e riforme sistematicamente scansate dalla politica. In tutti i sondaggi gli italiani chiedono di voler essere liberi di scegliere.
Lo scorso ottobre i giudici hanno ampliato le possibilità di esercizio di questa libertà: adesso è compito della politica codificare l'autodeterminazione individuale fino alla fine della vita. Dal 2013 alla Camera giace una proposta di legge d'iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia, promossa dall'associazione Luca Coscioni e sottoscritta da oltre 67 mila persone per regolamentare la fine della vita, i tempi sono maturi per approvarla.
*Segretario dell'Associazione Luca Coscioni
recensione di Antonio Maria Mira
Avvenire, 8 dicembre 2019
La strada statale 106 corre lungo la costa jonica per 491 chilometri, da Reggio Calabria a Taranto. Una striscia d'asfalto che attraversa Calabria, Basilicata e Puglia. La chiamano "la strada della morte" per l'altissimo numero di incidenti. Uno stretto budello a due corsie (tranne pochissimi tratti) che si infila in decine di paesi, tra un'edilizia disordinata e un mare spesso nascosto.
Una strada che è un po' la metafora della Calabria, soprattutto nel tratto reggino. Il sacco del territorio, l'anonimato di centri abitati noti solo per fatti criminali, l'arretratezza dei collegamenti (a fianco corre, si fa per dire, la linea ferroviaria a binario unico e in gran parte non elettrificata). Negatività che cancellano una storia antichissima, dai greci ai romani ai bizantini.
E allora la 106 è soprattutto metafora della 'ndrangheta, la "sindrome che aleggia nella zona", così come la definisce Antonio Talia nel libro molto ricco e intenso "Statale 106. Viaggio sulle strade segrete della 'ndrangheta" (Minumum Fax).
"La Statale 106 - scrive il giornalista calabrese, figlio proprio di questa terra - non è una strada statale litoranea, ma un abominio statistico di dimensioni internazionali: sono abbastanza sicuro che non esista al mondo una densità di fenomeni del genere come quella che si concentra nell'arco dei 104 chilometri tra Reggio Calabria e Siderno".
Un viaggio a tappe lungo una storia di sangue, di collusioni con la politica e l'economia, non solo storia calabrese. Lasciando ogni tanto la 106 per risalire, lungo strade malmesse che affiancano immense fiumare, le pendici dell'Aspro - monte, fino a paesini che evocano la drammatica stagione dei sequestri di persona e quella ancora attualissima dei ricchissimi traffici di droga. Ma da qui partono altri percorsi che portano molto più lontano.
"Sovrapporre gli alberi genealogici a una mappa della Statale 106 - scrive ancora Talia - significa accedere a una geografia occulta costituita da intrecci, parentele, cognomi ricorrenti e nomi di battesimo che fluiscono sottotraccia per ricomparire dopo due o tre generazioni dall'altra parte del pianeta". Così la 106 ci porta in Lombardia, Germania, Olanda, Slovacchia, Sudamerica, Usa e Canada, fino all'Australia, dove fare affari ma dove anche compaiono "locali", riti di iniziazione e formule di giuramento come nei paesini aspromontani.
Un legame strettissimo, un cordone ombelicale, perché il comando, le decisioni finali, l'ortodossia restano sempre qui, lungo questa fascia di territorio. "Tutte queste locali - si legge nel libro - agiscono in autonomia sul territorio, ma allo stesso tempo sono tenute a rispettare le regole del Crimine di Polsi (il santuario della Madonna della Montagna, a lungo luogo degli accordi e delle strategie 'ndranghetiste, ndr) che emette una sorta di interpretazione inappellabile della "Costituzione criminale" dell'organizzazione".
Un'unitarietà nella diversità, che scorre lungo la Statale. Il viaggio fa una prima tappa a Bocale, al chilometro 15 della 106. Qui aveva una villa Lodovico Ligato, parlamentare Dc, potentissimo presidente delle Ferrovie dello Stato, e qui venne ucciso nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1989, uno dei tre delitti eccellenti di 'ndrangheta: il suo, quello ne12005 del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno, quello nel 1991 del sostituto procuratore generale Antonino Scopelliti, in realtà un favore a "cosa nostra" per eliminare il magistrato che in Cassazione si doveva occupare del maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. La 'ndrangheta non ama i clamori, non li provoca.
Certo usa la violenza e anche pesantemente. Nella terza tappa a Montebello Jonico, al chilometro 30, si ricorda la seconda guerra di 'ndrangheta che "finisce nel 1991, dopo sei anni, 564 vittime accertate e un numero tra le 100 e le 200 persone scomparse nel nulla, fuggite o peggio". Non è improvviso "buonismo".
Ma la "strategia dell'inabissamento" nella quale "controversie che in passato conducevano a conflitti armati, da tempo vengono invece appianate attraverso discussioni e decisioni emesse dagli affiliati più autorevoli, per essere liberi di continuare a fare affari". Perché sono proprio gli affari a viaggiare meglio lungo la 106 e lungo le tratte europee e transoceaniche. Strettamente intrecciate con la politica. Fin dal delitto Ligato che, scrive Talia, "è allo stesso tempo la balena bianca degli omicidi di 'ndrangheta e un gigantesco rimosso collettivo".
Merito del libro ricordarlo, ricordando anche quelle drammatiche parole di Oscar Luigi Scalfaro, futuro presidente della Repubblica, che al Consiglio nazionale della Dc tenutosi quattro giorni dopo l'omicidio, di fronte al silenzio generale, disse con onestà e sincerità: "Ligato è nostro. Perché fu un nostro deputato, perché a quel posto di responsabilità non ci andò da solo.
Vogliamo andare avanti in silenzio, passando oltre anche queste scene colorate di sangue? O vogliamo fermarci a meditare quanto taluni sistemi possono portare persino a conseguenze di questo peso?". Storie rimosse. Come quella rievocata alla tappa di Saline Joniche, al chilometro 27. Dove una ciminiera alta 154 metri ricorda uno degli sprechi pubblici più giganteschi non solo della Calabria: la Liquichimica biosintesi, decine di miliardi spesi, 750 operai che lavorarono per 60 giorni per poi restare 23 anni in cassa integrazione.
Lo sfascio della costa, interessi politici, affari delle cosche e una grande illusione. Una costante lungo la 106. E non solo. Così la tappa al chilometro 86, parte da San Luca, "la mamma" della 'ndrangheta, arroccato sulla fiumara del Bonamico, per farsi europea. A quella notte "tra il 14 e il 15 settembre 2007, quando si svela la sovrapponibilità tra Statale 106 e Autobahn tedesche".
È la notte della strage di Duisburg, sei morti, l'ultimo capitolo della faida del paese che ha dato i natali a Corrado Alvaro, e alle cosche Nirta-Strangio e Pelle-Vottari. Quando, scrive Talia, "l'intera Europa apprende cosa significa la parola 'ndrangheta". Così come una lunga fila di omicidi lo svela a canadesi e australiani. Morti e affari globalizzati. Ma la mente, la testa rimangono sempre qui, su questa striscia d'asfalto.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 8 dicembre 2019
Se il conflitto proseguirà il rischio concreto è di un "bagno di sangue a Tripoli" e di "un grande movimento migratorio di popolazioni, ci saranno masse di sfollati che ricadranno in tutti i Paesi vicini, come Niger, Algeria, Tunisia, Sudan". Sono i timori espressi dall'inviato speciale Onu per la Libia, Ghassan Salame, che ha preso la parola ieri al Med Dialogues a Roma.
Un grido d'allarme: i progressi per risolvere la situazione non ci sono, la diplomazia non agisce, le Nazioni Unite si dichiarano impotenti. "Mi spiace dire che nel sistema internazionale ci sono profonde divisioni che hanno impedito al Consiglio di Sicurezza Onu di chiedere un cessate il fuoco - ha detto Salamè - E dall'inizio di questa guerra, il livello delle interferenze esterne in Libia è aumentato in modi diversi, allineamenti diplomatici, armi, sostegno tecnico e approvvigionamento".
L'alternativa a una Libia di pace e prosperità "è orribile", ha concluso l'inviato Onu. La guerra libica ha visto nelle ultime settimane un'accelerazione. Grazie al sostegno militare sempre più consistente di Mosca, che avrebbe inviato armi e centinaia di mercenari, le forze armate di Haftar avrebbero ormai preso il controllo addirittura dell'80 per cento del territorio del Paese e in molti prevedono un prossimo attacco finale per la conquista della capitale, dove il governo di Serraj (riconosciuto dall'Italia e dall'Onu) sembra sempre più a rischio. Sul tema è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte, sottolineando che la stabilità della Libia è un tema centrale per l'Italia.
La partita per risolvere il conflitto deve essere diplomatica, ha spiegato Conte: "Lo scenario libico ci vede in prima linea a sostegno dell'Onu anche nell'organizzazione della prossima conferenza di Berlino. Non esiste un'opzione militare risolutiva, solo un processo politico inclusivo potrà condurre ad una stabilizzazione piena e duratura del Paese".
Quello libico "è un dossier su cui non è possibile improvvisare o fare i primi della classe", ha aggiunto il premier, specificando anche di aver chiesto l'aiuto degli Stati Uniti: "Ne ho parlato con Trump, dobbiamo fare di più". Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha espresso la sua preoccupazione e ha detto che la questione libica è prioritaria.
"Continueremo a sostenere con la nostra diplomazia gli sforzi delle Nazioni Unite per ricomporre le crisi attraverso processi politici inclusivi, a partire dalla priorità rappresentata dalla Libia". Intanto in Libia si continua a combattere: ieri ci sono scontri nell'area di Tripoli con raid aerei dello schieramento guidato dal generale Khalifa Haftar e colpi di artiglieria da parte delle milizie del premier Fayez al-Sarraj.
"I caccia hanno eseguito più di sei raid contro una serie di postazioni e basi delle milizie lungo gli assi della capitale": così in un post su Facebook la "Divisione informazione di guerra" dello Lna, l'Esercito nazionale libico di cui Haftar è comandante generale.
Mentre la pagina di "Vulcano di collera", l'operazione delle formazioni filo-Serraj, ha annunciato di avere portato a termine un attacco "contro le basi delle milizie multinazionali del criminale di guerra Haftar negli assi di El-Khalatat e del campo El Yarmouk dopo l'impiego di artiglieria pesante e colpi di mortaio".
di Filippo Femia
La Stampa, 8 dicembre 2019
Casa dolce casa. La targa azzurra all'ingresso del Vasaio di Kabul sembra leggere il pensiero di Tsehayneshe. "In Eritrea il mio nome significa sole. Da qualche tempo il sole qui a Riace sembra spento", dice mentre colora una farfalla di terracotta.
Fissa la strada deserta fuori dal negozio e racconta di quando tutto ha iniziato a cambiare: ottobre 2018, poco dopo l'arresto dell'ex sindaco Mimmo Lucano. "Se ne sono andati in tanti, molti amici. Prima le vie erano rumorose, c'era felicità e si ballava. Ora è tutto finito. Ma questa è casa mia e io resto qui".
Tsehayneshe, arrivata nel borgo dell'accoglienza nel 2003, resiste. E come lei 12 famiglie, una quarantina di persone in tutto. Un anno fa erano 450. Hanno visto il modello Riace sgretolarsi, come i colori scrostati dell'anfiteatro all'ingresso del paese. Di fronte a questo arcobaleno giocavano decine di bambini, di ogni provenienza. Ora la piazza di Riace è muta.
"Ma io e mio figlio non ce ne andremo", sussurra Tsehayneshe sorridendo. Vista attraverso i suoi occhi la fine del progetto Sprar è stato l'inizio di un incubo. Ha innescato l'esodo di rifugiati e richiedenti asilo che a Riace vivevano da anni. Alcuni sono stati ospitati in altre città del Sud, molti sono partiti: Belgio, Francia, Germania. Ma da qualche mese la situazione è cambiata. La speranza, ora, ha il profumo intenso delle olive appena spremute. Il frantoio comunitario ha inaugurato grazie alle donazioni raccolte dalla fondazione "È stato il vento".
Gli stessi fondi hanno permesso di riaprire i laboratori artigianali, i pilastri dell'utopia di Mimmo Lucano, celebrata dal regista Wim Wenders e decine di università in tutto il mondo. Nel laboratorio tessile Rafia Munir sta terminando un tappeto di colore viola. In Kashmir, da dove è fuggita nel 2014, faceva la maestra ma per lei è un ritorno alle radici.
"I miei nonni producevano tappeti", racconta. Quando lo Sprar ha chiuso, lei, il marito e due figli sono rimasti senza acqua ed elettricità: "Lucano ci ha trovato una casa, senza di lui non saremmo qui". Da tre settimane è arrivata l'autorizzazione per vendere i prodotti ai pochi turisti che ogni tanto fanno capolino. "Prima era diverso: ogni giorno arrivavano centinaia di persone, ora non si vede quasi nessuno". I laboratori danno lavoro anche agli italiani. Dentro a Gli aquiloni di Kabul, c'è Daniela Pisani, 48enne romana che ha sposato un calabrese.
"L'accoglienza ha fatto rinascere Riace, ma ora rischia di morire di nuovo – dice. Il nuovo sindaco sta smantellando ciò che ha costruito il suo predecessore: non fa un dispetto a Lucano, ma a tutti i riacesi". Si riferisce alla contestata rimozione del cartello "Riace, paese dell'accoglienza", sostituito con uno che raffigura i santi patroni Cosma e Damiano.
Il primo cittadino Antonio Trifoli, eletto 6 mesi fa in una giunta a trazione leghista e dichiarato decaduto, si difende: "Qui non c'è mai stata divisione tra chi era a favore e chi contro l'accoglienza. Lucano ha abbandonato una parte del paese ed è stato punito alle urne. E ha lasciato il Comune in dissesto".
Il paese spaccato Basta percorrere i 9 chilometri di tornanti tra il borgo e la marina per scoprire un'altra Riace. Qui, in 15 anni, Lucano non ha mai vinto. E il sollievo dei cittadini è evidente. "Senza extracomunitari si sta molto meglio", dice Domenico Rullo, 26 anni, operaio edile. "Lucano faceva lavorare solo extracomunitari, con la nuova amministrazione ho già fatto qualche lavoretto: dovrebbe essere così, prima la gente del posto. Io sto con Salvini, non me ne vergogno".
È il simbolo di un paese spaccato in due, lacerato. Mimmo Lucano, intanto, è rientrato dal suo esilio: ad aprile la Cassazione ha annullato il divieto di dimora. Ora deve affrontare un processo per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Quando passa in auto, una ragazza seduta al bar lo saluta.
"Chistu è u sindacu meu!", esclama. "Tutti possono sbagliare. E anche se sarà condannato in tribunale, per me è innocente. Quando non avevo una lira in tasca ha aiutato la mia famiglia", racconta. Lucano è da poco rientrato dagli Usa. Ha raccontato il modello Riace alla Library of Congress. "Questo orgoglio non me lo toglierà nessuno - dice: mostrare al mondo cosa siamo riusciti a fare in questo paesino sperduto".
La voglia di lottare non gli manca. "Non conosco i tempi della giustizia, ma fare il sindaco è la cosa che mi ha dato più soddisfazioni. Non mi dispiacerebbe tornare a farlo. Ma prima devo capire cosa pensa la mia gente". La ragazza del bar si improvvisa portavoce dei cittadini e ripete: "Chistu è u sindacu meu".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 8 dicembre 2019
Uomini armati a bordo di pick up sparano sui manifestanti, senza essere fermati. Ma Tahrir non smobilita. Sanzioni Usa alle milizie sciite, ma Washington non fa mea culpa per aver imposto al paese una proto-democrazia settaria. Drone sulla casa di al-Sadr. È notte fonda a Baghdad quando iniziano gli spari. La capitale irachena, venerdì notte, non dorme: presidia piazza Tahrir e i ponti sul Tigri come fa ininterrottamente dal 25 ottobre scorso. All'improvviso il rumore dei motori di minivan e pick up sovrasta le voci dei manifestanti.
È l'inizio del massacro: uomini armati, ufficialmente non identificati, sparano sulla gente. Le persone fuggono in ogni direzione, ma in tanti cadono, raggiunti dai proiettili. Altri dalle coltellate, inferte in un edificio occupato da settimane, il garage al-Sinak, a nord di Tahrir. Era successo anche il giorno precedente, nella piazza: 13 accoltellati, forse 15 (tra loro un giornalista, Ahmed al-Muhenne, morto subito dopo) da infiltrati che tentano di spezzare la fiducia interna all'autogestione.
Il bilancio finale del massacro è di 25 uccisi, oltre 130 feriti e la perdita del controllo del ponte e del garage al-Sinak e di piazza al-Khilani, teatri del bagno di sangue e dell'incendio poi appiccato dagli aggressori. Una perdita, quella, durata poco: ieri mattina in decine di migliaia sono tornati a marciare verso piazza Tahrir e, riporta Shafaq News, "hanno ripreso il controllo del ponte al-Sinak, del garage, di piazza al-Khilani, dei vicoli di al-Rashid Street".
Non cedono i manifestanti, neppure di fronte a una ferocia senza precedenti coperta dallo Stato. In tanti, ieri, su Twitter si chiedevano come fosse possibile che gang simili superino gli innumerevoli checkpoint militari, scorrazzino nel centro della capitale, aprano il fuoco sulla folla e scappino senza che nessun poliziotto o militare intervenga.
La risposta la danno alcuni manifestanti: lo Stato non vuole impedire la violenza. Vuole smobilitare la rivoluzione, ma le reazioni non sono quelle desiderate. Ieri gli scioperi sono proseguiti in tutto il centro-sud e il presidio di Tahrir si è riempito di nuovo, nonostante il bilancio delle vittime dal primo ottobre scorso cresca a velocità impressionante insieme alle candele, i fiori e le foto degli uccisi. Oltre 460 morti, 17mila feriti per mano dalla polizia o dei miliziani sciiti, proiettili e candelotti lacrimogeni sparati in testa.
Ieri il ministero dell'Interno ha annunciato un'inchiesta e, secondo Shafaq, la commissione parlamentare per la sicurezza ha convocato per oggi quattro generali, i comandanti di aviazione, polizia, 11esima unità dell'esercito e di quella per Baghdad. Nelle stesse ore a Najaf la casa del leader religioso sciita Moqtada al-Sadr, campione di arrampicata su qualsiasi forma di protesta popolare lo possa favorire, veniva colpita un drone. La sua cerchia non ha tardato a individuare il movente nel sostegno alla mobilitazione: poco prima unità sadriste erano state dispiegate a Baghdad a protezione dei manifestanti, fa sapere il suo portavoce.
Lui, al-Sadr, non era a casa ma in Iran, potenza da cui ha sempre detto di volersi distanziare (avvicinandosi invece alle monarchie sunnite) ma che da qualche tempo frequenta di nuovo, guarda caso mentre il parlamento cerca di individuare un primo ministro che sostituisca il dimissionario Abdul Mahdi, caduto in disgrazia. Secondo fonti Usa, il potente generale iraniano Soleimani, capo delle Guardie rivoluzionarie e tacciato di essere il "premier" del governo ombra con cui Teheran gestisce il vicino Iraq, sarebbe a Baghdad in questi giorni per dare forma al nuovo esecutivo.
Venerdì contro le milizie sciite filo-iraniane - che dopo la lotta vinta all'Isis si sono fatte partito e sono entrate in parlamento - la Casa bianca ha emesso sanzioni economiche più dal sapore anti-iraniano che per un sincero interesse verso la repressione della protesta popolare: nella lista nera sono finiti i fratelli Qais e Laith al-Khazali, leader delle Asaib Ahl Al-Haq, e Hussein al-Lami, capo della sicurezza delle al-Hashd ash-Sha'bi. Sono sanzioni facili, che non danno conto del ruolo di primo piano degli Stati uniti nell'imporre all'Iraq una proto-democrazia, un sistema di potere settario, diviso tra etnie e confessioni, in cui ogni élite distribuisce favori e privilegi ma non diritti. Una buona notizia, però, c'è: i manifestanti, a milioni, e la loro rivoluzione laica ed egualitaria non solo non lasciano le strade ma non si fanno incantare dai canti di sirena. Né da quelli di al-Sadr, né di Teheran, né tanto meno da quelli statunitensi. Il loro obiettivo è un paese nuovo, in cui non ci sia spazio per posizioni di rendita, corruzione, ingerenze esterne e diseguaglianza.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 8 dicembre 2019
L'appello dei migranti a Lamorgese. "Il governo rispetti la Cassazione e dia un permesso temporaneo a chi ha fatto ricorso". Oltre 200 "sardine nere" del Movimento Migranti e Rifugiati ieri hanno raggiunto in corteo la questura di Napoli per chiedere il rispetto dei tempi indicati dalla normativa italiana per il riconoscimento della protezione internazionale e il rilascio dei permessi di soggiorno. Ma anche lo stop a richieste di documenti non previsti dalle leggi che, di fatto, servono a gonfiare i dinieghi.
Tra la Stazione centrale e via Medina c'è stato uno scarto non previsto. Le sardine nere hanno invaso i decumani, tra turisti e napoletani in clima natalizio, per raccontare a tutti che la discontinuità tra i due esecutivi Conte per loro è una finzione: "Cambiano i governi e i ministri dell'Interno ma non cambiano le politiche contro i migranti e le fasce più deboli della popolazione". E ancora: "Chiediamo l'immediata abrogazione dei decreti Sicurezza e un cambio di passo all'ufficio Immigrazione che, attraverso la macchina della burocrazia, continua a tenere in un limbo giuridico centinaia di persone e non garantisce l'accesso alla protezione internazionale. Avere il permesso di soggiorno significa poter utilizzare il sistema sanitario, poter contrattare un giusto salario e ribellarsi allo sfruttamento. Non vogliamo essere condannati a vivere come fantasmi nei ghetti delle città".
Giovedì scorso, con gli attivisti dell'Ex opg Je so' pazzo, erano già stati in questura per presentare i punti critici che rendono la richiesta dei documenti un gioco ad handicap fatto per respingere la maggior parte delle domande. Ieri mattina le richieste sono state reiterate ma è chiaro che per ripristinare un clima positivo si attende un segnale dalla ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese.
Il primo punto sul tavolo riguarda il decreto Sicurezza dell'ottobre 2018, convertito in legge nel dicembre successivo: "Molti richiedenti hanno fatto istanza di protezione umanitaria dal 2016 fino a settembre 2018, prima che il governo approvasse la norma che l'ha poi cancellata - spiegano gli attivisti -. Le loro domande sono state esaminate da ottobre 2018 in poi e bocciate perché giudicate alla luce del decreto: una direttiva del Viminale, retto allora da Matteo Salvini, aveva dato disposizione di applicare la legge in modo retroattivo".
Il 13 novembre scorso la Cassazione ha stabilito che il decreto Sicurezza non può essere retroattivo. Tutti quelli che hanno ricevuto il diniego hanno fatto ricorso e dovranno essere riesaminati in commissione: "Una direttiva al di fuori della legge sta provocando ingorghi nei tribunali e lungaggini nelle commissioni, a scapito delle nuove domande - proseguono -. Per superare l'empasse chiediamo al Viminale e alla Commissione asilo di concedere l'umanitaria a chi ha fatto ricorso cancellando così i procedimenti legali e i passaggi in commissione. Se Lamorgese e il nuovo governo vogliono dimostrare di essere in discontinuità con Salvini basta che seguano la strada tracciata dalla Cassazione".
A piazza Municipio le sardine nere sono state raggiunte dal senatore (ex 5S) Gregorio De Falco: "È già singolare che bisogna aspettare la Cassazione per sapere che una legge punitiva non si applica al passato - ha commentato con i manifestanti -. Il governo giallo verde ha picconato lo stato di diritto. I decreti Sicurezza ma anche il reato di immigrazione clandestina vanno aboliti".
In serata le sardine nere sono emerse in flash mob anche a Caserta insieme agli attivisti dell'ex Canapificio: "Frank, Collins, Ibrahim e altre 9 persone, tutti in Italia da 4, 10, 12, 13 anni, questa mattina (ieri, ndr) hanno ricevuto la comunicazione di aver perso il permesso di soggiorno - spiegano - perché è stato applicato in modo retroattivo il decreto Sicurezza". All'Ex Canapificio hanno raccolto 400 casi, al tribunale di Napoli ci sono 6.100 ricorsi pendenti, 9.100 con la Corte d'Appello. "A luglio 2018 ci fu la circolare che dava indicazione di limitare la protezione umanitaria e poi è arrivato il decreto Salvini - spiega Mimma D'Amico -. Il contenzioso legale è destinato a crescere a danno della stessa pubblica amministrazione. L'unica strada è una circolare del Viminale che stabilisca la concessione in automatico del permesso umanitario per due anni a chi ha fatto ricorso".
di Juan Luis Cebrian
La Stampa, 8 dicembre 2019
La crisi che ha portato alla fuga di Fvo Morales ha spaccato un Paese segnato da diseguaglianze insanabili. Questa svolta ha frenato lo slittamento a sinistra del Sud del continente che preoccupava gli Stati Uniti.
Il fatto che in Bolivia nelle scorse settimane sia avvenuto un colpo di stato, anche se non è chiaro da parte di chi. L'ex presidente Evo Morales, dal Messico, dove ha trovato asilo, dà la colpa alla polizia e all'esercito, che accusa di essere intervenuti in difesa dei "ricchi" e contro gli interessi del popolo. Secondo la nuova presidente, Jeanine Afiez, che si è autoproclamata tale nel vuoto di potere creato dalla precipitosa fuga di Morales, è stato quest'ultimo l'autore del vero golpe, alterando l'esito del voto di ottobre.
Opinione condivisa dal segretario generale dell'Osa, l'Organizzazione degli Stati americani, Luis Almagro, che aveva diffuso un comunicato denunciando irregolarità nello svolgimento delle elezioni. Morales aveva sì vinto, ma senza maggioranza assoluta e con un distacco minimo rispetto al suo principale sfidante, l'ex presidente Carlos Mesa, e questo lo avrebbe obbligato ad andare al ballottaggio.
E se così fosse stato, Mesa quasi certamente sarebbe stato eletto perché gli altri candidati si erano pubblicamente espressi in suo favore. Il Tribunale elettorale, fedele a Morales, ha bloccato il conteggio dei voti per oltre un giorno e poi lo ha proclamato vincitore, negando la necessità di un secondo turno. Questo ha scatenato un'ondata di proteste di piazza, un fenomeno relativamente comune in Bolivia.
L'opinione pubblica si è divisa tra i partigiani di Morales e suoi oppositori, che potevano contare sulla simpatia di alcuni agenti di polizia, non in grado, peraltro di ristabilire l'ordine. Morales ha poi annunciato una nuova consultazione elettorale, non il ballottaggio, precisando di non sapere se si sarebbe ricandidato. Con il crescere della violenza, è intervenuto l'esercito per ripristinare l'ordine pubblico e il comandante in capo ha consigliato a Morales, che ha accettato, di dimettersi. I militari dicono di non aver fatto un golpe, di non aver preso il potere al suo posto e non ammettono nemmeno di averlo deposto.
Tuttavia, un suggerimento di questo tipo, in Paesi di scarse tradizioni istituzionali, assomiglia molto a un ordine. Gli abitanti di El Alto, la città dove si trova l'aeroporto della capitale, per lo più poveri e indigeni, sono scesi in massa nel centro di La Paz per manifestare il loro sostegno a Morales. L'esercito e la polizia per respingerli hanno fatto fuoco. I disordini sono proseguiti nei giorni successivi provocando decine morti.
La nuova presidente ha emanato un decreto in cui solleva da ogni responsabilità penale le forze dell'ordine per i danni causati durante la repressione delle manifestazioni (inclusa la perdita di vite umane). E ha dato il via a un'incerta transizione sottoponendo al parlamento un progetto di legge per indire nuove elezioni all'inizio del prossimo anno. Costituzione degli indigeni La Bolivia è un piccolo Paese nel cuore dell'America Latina, che confina con cinque Stati e con tutti ha in piedi un contenzioso di qualche genere.
Dopo la vittoria di Morales nel 2009 fu approvata una Costituzione di marcato stampo "indigenista", che rivendica stili di vita e una concezione dello Stato difficilmente compatibili con la cultura politica della democrazia liberale. Alla sua stesura contribuì lo spagnolo Irrigo Errejón, leader della piccola formazione Mk País che ha ottenuto tre seggi nelle recenti elezioni spagnole. Gramsciano, discepolo di Laclau, e amico di García Linera, il vicepresidente boliviano braccio destro di Morales, fuggito con lui in Messico, Errejón è uno dei giovani fondatori di Podemos, partito che ha lasciato circa un anno fa.
È lui stesso a descrivere in un recente articolo la natura del regime creato da Morales nei suoi 14 anni al potere. "Il divorzio tra società e Stato - scrive- si realizza in Bolivia passando attraverso diverse "rotture" (...) la prima è lo scollamento tra lo Stato e la popolazione indigena".
Sostiene che l'indipendenza dai Paesi colonizzatori non ha cancellato le differenze razziali nell'accesso al potere politico. "In Bolivia questo è facilmente percepibile osservando il colore, l'accento, la formazione culturale di un élite regolarmente bianca o quasi (...) lo Stato boliviano è stato un meccanismo di esclusione/ distruzione dei modelli culturali, linguistici e organizzativi dei popoli indigeni, nel momento stesso in cui ratificava e proteggeva come "pratiche culturali legittime" quelli propri della minoranza bianca moderna e occidentale".
È impossibile non tenere conto di questa prospettiva nel momento in cui si analizza il processo politico boliviano, segnato a sua volta da enormi disuguaglianze economiche, da enormi ricchezze naturali, nello specifico gas naturale e petrolio nazionalizzati nel 2006 dal governo di Morales. In questo ultimo decennio la politica boliviana si è allineata con il Venezuela chavista, l'Ecuador di Correa e il Nicaragua di Ortega.
Dopo la vittoria di López Obrador in Messico, il ritorno del peronismo in Argentina e le attuali tendenze del governo peruviano, i conservatori hanno espresso preoccupazione per un nuovo allineamento a sinistra nella regione. Altri vedono, senza portare prove ma con sufficienti indizi, la mano di Putin nelle proteste di piazza contro Lenin Moreno a Quito, e contro il governo delle destre in Cile. L'ondata popolare di malcontento si è estesa fino alla Colombia dove il governo si è visto costretto a ordinare il coprifuoco nella capitale e in altre città.
Il sostegno della Russia al regime di Caracas è del tutto evidente. La nuova svolta boliviana servirebbe a interrompere lo slittamento a sinistra nel Sud del continente, che mette in allarme i mercati e rappresenta una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti e in una certa misura anche dell'Unione Europea.
Il deterioramento, avvenuto nel giro di pochi mesi, della democrazia in America Latina, l'aumento della conflittualità sociale, la situazione di insicurezza nelle strade e le politiche razziste e miopi della Casa Bianca preannunciano un ritorno dell'instabilità. E così crescono ancora le enormi diseguaglianze sociali esistenti e si accentua il declino delle classi medie su cui poggia tutta la democrazia.
di Simone Vazzana
Il Manifesto, 8 dicembre 2019
Corno d'Africa. Martedì il premier etiope Abiy Ahmed riceverà il Nobel per aver chiuso la lunga vicenda della guerra con Asmara. Ma dall'altra parte del confine la grande fuga dal regime di Afewerki non dà tregua. "Per me venire in Italia significa realizzare i miei sogni. Sono scappata dall'Eritrea per le gravi violazioni dei diritti umani: non c'è libertà di espressione, il servizio militare è a tempo indeterminato, non siamo sicuri per il nostro futuro. Le persone hanno paura di parlare, non mi sentivo libera".
Quella di Yohanna, 23 anni, è una storia come tante. È nata a Addis Abeba da genitori eritrei ma, appena iniziato il conflitto con l'Etiopia, la sua famiglia è stata rispedita a Asmara. Lei aveva due anni. Due decenni dopo, riaperti (momentaneamente) i confini, è scappata con i suoi due fratelli più piccoli. Lo racconta mentre è in partenza per l'Italia, grazie all'unico corridoio umanitario africano, organizzato da Nazioni unite, Caritas, Sant'Egidio e Gandhi Charity. Insieme a loro, altri 68 rifugiati (la maggior parte eritrei, ma anche tre yemeniti e un sud-sudanese). "Noi andremo a Aosta - aggiunge Yohanna -. Voglio lavorare e continuare gli studi da avvocato, occuparmi di giustizia e diritti umani. Mi piacerebbe tornare a casa, un giorno".
L'Etiopia è il secondo Paese africano per popolazione dopo la Nigeria, ma anche il secondo per numero di rifugiati dopo l'Uganda. Gli ultimi dati dell'Unhcr fotografano 905.831 richiedenti asilo, soprattutto eritrei. Il motivo è la guerra combattuta dal 1998 al 2000, che ha causato la morte di quasi 100 mila persone. Gli accordi di pace di Algeri hanno messo fine al conflitto militare quasi vent'anni fa, ma la situazione non si è risolta. Anzi, il conflitto armato si è trasformato in una guerra fredda. In questo scenario, l'attore principale è Isaias Afewerki, che in tutto questo tempo è stato il volto del regime dittatoriale in Eritrea. Nemmeno uno spiffero di democrazia (non si è mai nemmeno votato), in compenso l'introduzione di un servizio militare illimitato per tutti i cittadini eritrei (maschi e femmine) tra i 18 e i 50 anni. Tutti spediti a proteggere il confine con l'Etiopia.
La situazione è cambiata nell'aprile 2018, quando in Etiopia il presidente Abiy Ahmed Ali ha teso la mano a Afewerki, aprendo alla cessione dei territori attorno alla località simbolo di Badme. Gesto imposto dall'Eebc (Ethiopia Eritrea Boundary Commission) subito dopo la fine della guerra, ma mai compiuto dagli etiopici. Questo passaggio ha permesso di voltare pagina: confini riaperti nell'estate 2018 e accordo di pace siglato a Jedda, a sottolineare l'interesse geostrategico saudita nella regione del Corno d'Africa.
La libera circolazione tra i due Paesi ha però fatto da innesco per la diaspora di migliaia di eritrei, determinati a sfuggire al servizio militare permanente e alla dittatura. Una parentesi breve, dato che il 26 dicembre 2018 l'Eritrea ha richiuso unilateralmente tutti i confini, spaventata dall'esodo di massa. Chi è riuscito a scappare fa come Semhar. Cameriera di un albergo a Scirè, divide in due lo stipendio: una parte la spedisce ai parenti rimasti ad Asmara, l'altra metà la conserva per poter andare in Europa. Magari affidandosi ai trafficanti, in mancanza di visto.
Nella regione del Tigrai al confine (minato) con l'Eritrea, ci sono quattro campi con circa 70 mila rifugiati. Arrivano mediamente 300 profughi al giorno. Nel campo di Adi Arush ci sono oltre 15 mila persone, ben oltre la capacità di accoglienza. Questo eccessivo afflusso ha portato alla costruzione di baracche in pietra, lamiera e legna. Sono le nuove case degli ultimi arrivati, appena fuori dal perimetro. Il 63% è rappresentato da minori non accompagnati.
Le condizioni igieniche sono pessime, ogni persona può fare affidamento più o meno su 15 litri d'acqua al giorno. Comunque, "sempre meglio dell'Eritrea - raccontano Jemal e Yusef, due ventenni scappati da Asmara qualche mese fa. Nelle strade, nei luoghi pubblici e nelle scuole non si parla del governo. C'è tanta paura". Paura che non li ha ancora abbandonati: "Potrebbero esserci spie eritree anche qui". Come non mancano i trafficanti di esseri umani, infiltrati che offrono la possibilità di entrare in Italia partendo dalla Libia, per 5-6 mila dollari a persona.
L'elemento che accomuna tutti i rifugiati eritrei è il motivo della fuga: si scappa soprattutto per non restare intrappolati nel servizio militare. C'è chi è riuscito a scappare dopo 25 anni nell'esercito, e racconta di averne passati due in carcere per essersi sposato senza permesso, in segreto. Punito per aver disertato, senza poi poter assistere alla nascita della prima figlia o al funerale della madre.
Nonostante la situazione sia tutt'altro che risolta, il 10 dicembre il presidente etiope Abiy Ahmed Ali riceverà a Oslo il premio Nobel per la Pace. C'è ancora molto da fare, ma il riconoscimento è così motivato dalla commissione: "Per i suoi sforzi nel raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per le sue iniziative decisive per risolvere i conflitti lungo il confine con l'Eritrea". In effetti, la pace tra i due Paesi è stato l'avvenimento del 2018 per quel che riguarda la politica africana.
Ahmed appartiene all'etnia oromo, il gruppo etnico maggioritario dello Stato ma marginalizzato da decenni. Nato da padre musulmano e da madre cristiana, parla le tre lingue maggiormente diffuse nel Paese: oromo, aramaico e tigrino. Ad Addis Abeba il suo volto si trova ovunque, dai manifesti per strada ai santini nei taxi. Il motivo? L'aver riportato al centro della discussione la riconciliazione nazionale, ma anche il rilascio di prigionieri politici e la legalizzazione dei gruppi di opposizione, a lungo etichettati come terroristici. Insomma, tutto l'opposto di Afewerki, ignorato dalla commissione del Nobel.
Riconoscimento a Ahmed a parte, la sensazione è che però tutto sia rimasto bloccato allo stadio embrionale, quello delle buone intenzioni. Sia sul versante etiopico, sia su quello eritreo. Se Afewerki ha tutto l'interesse a mantenere lo status quo in Eritrea, così da non disperdere il potere concentrato nelle sue mani, Ahmed Ali deve confrontarsi con i problemi nel suo Paese in vista delle elezioni nazionali del 2020.
Con le difficoltà derivanti da una coalizione di governo instabile, con i diffusi disordini etnici e con diversi altri nodi da sciogliere. In sostanza, la sensazione è che la questione Eritrea sia passata in secondo piano nella lista delle sue priorità.
Anche la comunità internazionale sembra ormai aver distolto l'attenzione. Per esempio, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti non sono interessati dai dettagli dell'accordo di pace. L'Europa pensa più alla gestione dei migranti e non si sforza di esercitare pressioni sull'Eritrea affinché si passi quantomeno a una riforma del servizio nazionale. Senza l'impegno di tutti gli attori, il regime continuerà a vessare gli eritrei, costringendoli a rischiare la vita per scappare in Libia e attraversare il Mediterraneo.
di Daniele Bellocchio
L'Espresso, 8 dicembre 2019
Nel Congo dilaniato dalla guerra civile il virus uccide più che mai. Ma molti credono al complotto. E rifiutano le cure. I blindati dell'esercito congolese sono dispiegati lungo la strada, le canne delle mitragliatrici tengono sotto tiro tutto ciò che si muove e i soldati delle Fardc perlustrano con i kalashnikov spianati le foreste che circondano il piccolo villaggio di Erengeti, nella regione del Nord Kivu.
È l'alba e la luce che filtra attraverso le nuvole basse e livide che anticipano la stagione delle piogge svela l'ennesimo massacro perpetrato nella Repubblica Democratica del Congo: durante la notte, infatti, un gruppo di irregolari ha assaltato il centro abitato. I miliziani hanno sparato, ucciso e barattato anche il più sottile racimolo di rimorso in cambio di un bottino di miserie: i segni della strage sono ora evidenti nel sangue ancora rappreso sulla terra e nei corpi delle vittime esposti nel piccolo obitorio.
George aveva 18 anni, era uno studente, stava ascoltando la radio quando due colpi gli hanno trapassato il ventre. E anche Kahambu, di 60 anni, adagiata accanto a lui nel buio della camera mortuaria, ha condiviso la stessa sorte: una raffica di mitra, una morte senza perché.
"Negli ultimi sei giorni sono state assassinate 22 persone, non c'è sicurezza, nessuno ci protegge, i ribelli ammazzano, rubano e noi siamo soli. Soli!", grida Moise Bitchuma, portavoce della comunità: "Siamo terrorizzati perché adesso c'è anche l'Ebola. Ici c'est l'enfer! e noi siamo condannati!". Gli occhi gonfi di lacrime e le parole esasperate rivelano il dramma di vivere in una terra dove oltre cinquanta milizie uccidono e violentano per accaparrarsi il controllo di una miniera o di una collina e dove si sta consumando anche la prima epidemia di Ebola della storia in un contesto di guerra, la più spietata per numero di bambini contagiati.
Ebola, il virus che uccide: 2000 morti in un solo anno
L'epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo, Paese sconvolto da decenni di guerre e crisi umanitarie, 176esimo su 187 nazioni nell'Indice di Sviluppo Umano e con oltre 4 milioni di rifugiati interni, è scoppiata nell'agosto de 2018. In un anno i contagi sono stati oltre 3000, i decessi più di 2000 e il tasso di mortalità, intorno al 67 per cento, è tra i più alti mai registrati. L'organizzazione internazionale Unicef ha fatto sapere che, su 850 bambini colpiti, 600 sono deceduti e il virus, sebbene siano stati introdotti nuovi trattamenti terapeutici e un vaccino sperimentale risultato efficace, non si arresta, tanto che dalle province del Nord Kivu e dell'Ituri ha raggiunto anche il Sud Kivu e l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha proclamato l'emergenza internazionale. La malattia, che si trasmette attraverso il contatto con qualsiasi fluido biologico di una persona infetta, inizialmente si manifesta con febbre, mal di testa e nausea, progredendo causa vomito, diarrea ed emorragie, infine il collasso di organi e apparati e quindi la morte.
Ma ora in Congo, conseguente all'Ebola, si è sviluppata un'altra patologia: quella del complottismo e della dietrologia. Credenze popolari, superstizioni, strumentalizzazioni politiche ed esasperazione sociale hanno spinto sempre più persone a convincersi che il morbo non esista e che sia solo una strategia di potenze occulte per sterminare la popolazione locale. Dalle parole ai fatti il passo è stato rapidissimo e così sono stati uccisi alcuni medici, sono stati assaltati diversi centri di salute e le comunità locali hanno iniziato a dimostrare ostilità nei confronti delle attività contro l'Ebola, rifiutandosi di adottare misure precauzionali e impedendo in questo modo l'interruzione della catena di contagio.
"Ebola è una malattia letale e per riuscire a salvarsi è fondamentale presentarsi nei centri di cura a partire dai primi sintomi: è una corsa contro il tempo. Oggi però gran parte della popolazione rifiuta di credere all'esistenza del virus e ci troviamo quindi in una situazione drammatica. Da un lato il contagio, che non si riesce ad arrestare, e dall'altro l'insicurezza dettata dalla guerra".
A spiegare la situazione è il dottore Joel Efoloko, che lavora nel Centro di Trattamento di Beni, dove vengono trasportati gli ammalati. Medici e infermieri, in scafandri ermetici, entrano ed escono da tende trasparenti in cui sono ricoverati i contagiati, controllano i parametri, continuano a somministrare le cure e monitorano i respiri, flebili aliti di vita.
In una tenda c'è Eliel: ha 10 anni, è in coma, ha la maglietta e i pantaloni sporchi di sangue e una maschera dell'ossigeno gli nasconde il viso. Il padre lo osserva dall'altro lato della tenda. È solo e statuario e piange in un sacrale silenzio con gli occhi colmi delle lacrime dolci e malinconiche proprie degli anziani. Quando gli viene chiesto cosa abbiano riferito i medici, senza spostare mai lo sguardo dal figlio risponde: "Mi hanno detto che se credo in Dio devo chiedere aiuto a Lui". "E lei, Monsieur, crede in Dio?". "È l'ultima e unica cosa che mi è rimasta!".
A Beni, l'epicentro dell'epidemia, un'aria umida e derelitta strema come brividi di febbre uomini e donne prigionieri del panico e della disperazione. Sotto un cielo nero e greve, in mezzo a una natura matrigna e ostile, continuano a rincorrersi i carri funebri che trasportano bare di ogni dimensione. E avanzano da ogni via cittadina, anticipati da canti salmodiati e da croci su cui sono scritti i nomi dei defunti: Irene Kavira, 1 anno, Confiance Masika, 4 anni, Kymbesa Ndonia, 13 anni... Le continue cerimonie sono interrotte solo dal passaggio degli addetti al recupero dei morti, che entrano nelle case, bruciano materassi e lenzuola, aspergono di cloro le abitazioni e prelevano i corpi che vengono trasportati d'urgenza all'obitorio.
Nessuno può avvicinarsi ai defunti per il rischio di contagio e ai parenti è concesso soltanto un ultimo saluto a un anonimo sacco bianco. Le urla di disperazione di Julien Faida, seduta difronte alla bara della figlia Liliane di 3 anni, con stretta tra le mani la foto della piccola, terrorizzano, perché sono grida colme di domande senza risposte: un ossessivo e sordo "perché?", sospeso e verticale come le preghiere, come le suppliche.
C'è un ecumenismo della sofferenza nelle terre colpite da Ebola. Nessuno è immune e non ci sono abbuoni di pena o sconti all'innocenza. Nel cortile del Centro di Trattamento, due militari scortano un prigioniero di 23 anni. Si chiama Asaba Mutabasi, apparteneva al gruppo islamista degli Adf e ora cammina scalzo, nudo, avvolto in un lenzuolo impregnato di sangue, con la febbre che sfiora i 40 gradi.
Marcia come un condannato, si ferma difronte al barile contenente la soluzione di acqua e cloro e vi immerge il volto, come per un'estrema, consapevole e ultima abluzione. Nel frattempo arriva un fuoristrada, uno di quelli che è stato adattato per il trasporto degli ammalati. I vetri oscurati con il nastro adesivo impediscono di scorgere chi c'è all'interno ma, appena la jeep si arresta, immediato si materializza un dolore che, assoluto e innocente, è pura tragedia, oltreché vergogna per chi osserva: perché l'assoluzione alla propria presenza, che si cerca nell'obbligatorietà di testimonianza, svanisce nell'inevitabile distanza da mantenere e nell'accettazione della rassegnazione.
Esta è all'interno della vettura e stringe a sé la figlia Bertinette di 7 mesi. La piccola ha cuciti sul corpo i segni della malattia. Gli occhi spenti, il respiro esausto, la pelle madida di sudore e la testa appoggiata sulla spalla della madre con dolce abbandono rivelano la perdita di ogni difesa e un'imminente resa al male. La bambina ha un vestito bianco, due orecchini dorati e centinaia di piccoli riccioli neri. È aggraziata e pettinata Bertinette, così che la dignità e la bellezza di una figlia non siano sciupate neppure da quell'incubo senza risveglio.
I medici e gli infermieri chiedono con insistenza alla madre di dare loro la piccola, affinché possano provare a curarla, e le loro braccia si protendono all'interno del fuoristrada. Esta però stringe a sé Bertinette ancora più forte.
Non vuole consegnarla, sa che probabilmente non potrà più né rivederla né riabbracciarla e sa che non ci saranno più ninne nanne e non ci saranno più filastrocche e non la vedrà mai improvvisare i primi incerti passi e non la ascolterà mai elaborare le prime incomprensibili parole, che sono stupore e commozione per la vita.
Non ci sarà più nulla, se non la separazione, che è un abisso d'ombra in cui trascorrere il futuro e scontare in solitudine la propria condanna di sopravvissuti. I medici insistono e parlano di urgenza, di intervento immediato, di terapia e Esta li osserva da dietro una cortina di lacrime e, prima di affidare loro la bambina, la stringe ancora e ancora una volta e la bacia; poi sembra supplicare, guardando negli occhi tutti i presenti, un rimasuglio di pietà, affinché le venga concesso almeno il tempo di un ultimo addio.









