di Francesca Di Tommaso
Gazzetta del Mezzogiorno, 31 ottobre 2019
"Ad agosto siamo arrivati ad essere in 25 in un'unica cella. C'erano i "paglioni", dove avremmo dovuto dormire, tutti in fila per terra. Per andare al bagno dovevamo stare attenti a non calpestarci a vicenda". Siamo nel 2011, ma la storia si ripete ciclicamente. Il commento è di un detenuto del carcere circondariale di Bari, riportato in un video dell'associazione Antigone, l'Onlus che svolge attività di promozione e tutela dei diritti delle persone private della libertà.
L'Osservatorio di Antigone riferisce che, al 30 settembre 2019, i detenuti presenti nel carcere sono 453, su una capienza di 299 posti. Il tasso di affollamento è dunque del 147,8%. "Sono costretti in spazi angusti, in celle con 3 o 6 posti letto a castello, con intuibile spazio tra le tavole adibite al riposo.
Per essere chiari, è come vivere in una cuccetta di seconda classe". La conferma delle difficoltà oggettive nel "Francesco Rucci" arriva dal presidente della Camera penale, Guglielmo Starace, in visita lo scorso agosto nella casa circondariale.
"La visita ci ha dato la plastica rappresentazione della condizione in cui le persone devono espiare la sanzione penale e, ciò che è più grave, della condizione in cui alcune persone sono costrette ad attendere di essere giudicate" spiega Starace.
"Ci sono soltanto 237 appartenenti alla Polizia penitenziaria (di cui 52 addetti al Nucleo traduzioni, i trasferimenti) per 428 detenuti. La struttura sanitaria ospita diversi detenuti affetti dalle più svariate patologie, comprese quelle psichiatriche, ed ha un personale medico ed infermieristico che si impegna quotidianamente per la tutela della loro salute e per la ricerca di finanziamenti per macchinari e dotazioni indispensabili per diagnosi e cure - continua Starace.
Abbiamo incontrato persone spesso in difficili condizioni di salute e in una situazione umana che è arduo definire civile. Un anziano con la bombola di ossigeno ci ha detto di dover espiare ancora due anni e che, per ragioni di salute, non può usufruire nemmeno delle ore d'aria". Nel 2018 i casi di autolesionismo sono stati 103; 67 gli scioperi della fame.
"Sono lì, tutti insieme, aggrappati ad una speranza spesso irrazionale di tornare nel mondo che gira. Chiedono di parlare con la Direttrice, con il dirigente medico, con gli educatori, con i familiari, con gli avvocati, con chiunque rappresenti un gancio con il mondo che c'è fuori". Nessun dubbio sull'impegno e il lavoro di chi segue la casa circondariale.
"La direttrice, Valeria Pirè, il dirigente medico, Nicola Suonino, erano lì ad accoglierci pur essendo in ferie e sono stati ospitali e disponibili a rispondere a tutte le nostre domande - racconta Starace - così come tutto il personale, in divisa e non, che ci ha accompagnato per il percorso. Il personale s'impegna con tutte le sue forze ma le nozze con i fichi secchi non si possono fare".
Problemi strutturali, quelli di un istituto penitenziario complesso, di primo livello ma con diversi circuiti penitenziari. E dove sono ospitati detenuti appartenenti a clan contrapposti, motivo per cui esistono due diverse sezioni per allocarli, sia per l'Alta che per la Media Sicurezza. "Gli spazi esterni dedicati alle attività comuni sono angusti e pericolosi ove si svolgano attività di carattere sportivo - racconta Starace.
Le sale dedicate ai colloqui con i familiari non sono dotate di condizionatori d'aria e l'aria pare irrespirabile. La detenzione può essere anche rieducazione, o addirittura educazione, ma per questo occorre che lo Stato impegni risorse umane e materiali per consentire alla società di ritrovare persone migliori rispetto al momento in cui hanno perso la libertà".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 ottobre 2019
La denuncia del Segretario provinciale del Sinappe. Cresce il sovraffollamento al carcere "La Dozza" di Bologna, in particolare alcune sezioni detentive, come il Reparto "Infermeria", che è a sua volta composto da quattro segmenti, dove sono sistemati detenuti appartenenti ai diversi circuiti penitenziari: "Nuovi giunti", segmento "H", sezione "Degenza" e "Grande sorveglianza".
A denunciarlo è Vitaliano Cinquegrana, il segretario provinciale del sindacato della polizia penitenziaria Sinappe. Ma il problema grava molto alla sezione "Infermeria", dove stazionano detenuti per troppo tempo, e comunque oltre il tempo necessario ad effettuare gli screening sanitari, proprio per la mancanza di posti disponibili nelle sezioni detentive giudiziarie e reclusione. Il Sinappe si rivolge direttamente alla direttrice del carcere e per conoscenza al provveditorato regionale, all'osservatorio carcere della camera penale di Bologna e al garante locale Antonio Aniello.
Quest'ultimo, oggi pomeriggio, presenterà la sua relazione annuale riguardante proprio il carcere in questione. Tra le varie criticità evidenziate, una è quella strutturale. Nel rapporto si legge che "sono notorie le criticità strutturali per quanto riguarda il profilo architettonico, anche risultando decisiva la congruità degli spazi per la piena attuazione del trattamento penitenziario e per i contenuti di umanizzazione della pena" e fa l'esempio dell'accentuata concezione claustrofilica dell'organizzazione degli spazi detentivi, alla carente presenza di ampi spazi dedicati alle attività trattamentali e alla mancanza di spazi dedicati ai refettori.
A questa criticità di base, va ad aggiungersi quella connessa "al logorio impiantistico e strutturale di un complesso penitenziario - si legge sempre nella relazione del garante Aniello - anche mal costruito che necessita di un programma di recupero per quanto riguarda in particolare il vetusto impianto idraulico soggetto a non infrequenti problemi alle tubature". Quindi, d'inverno, accade che le celle non si riscaldano.
Il Garante poi fa riferimento al trend in crescita delle presenze in carcere. La capienza regolamentare dell'istituto è fissata a 500 a fronte di 855 presenze (oggi aumentate ulteriormente), configurandosi una stabile condizione di sovraffollamento che comporta comunque un abbassamento complessivo della qualità della vita all'interno dell'istituto.
Per quanto riguarda la polizia penitenziaria, nonostante permangono singole interpretazioni del ruolo in chiave banalmente custodiale, il garante sottolinea che "si percepisce anche un diverso approccio culturale alla questione detentiva e al proprio lavoro, nella consapevolezza che possa esistere un'intima connessione fra la congruità delle condizioni detentive e dei percorsi trattamentali e le condizioni di lavoro degli operatori penitenziari".
di Laura De Benedetti
Il Giorno, 31 ottobre 2019
Potranno utilizzarlo per ottenere cure sanitarie, assistenza amministrativa e fiscale. Appello del difensore civico alla sindaca Casanova. "Chi è in carcere non perde i diritti civili: aprendo lo sportello del Garante dei detenuti anche nella Casa circondariale di Lodi, potremo aiutare le persone private della libertà ad ottenere cure sanitarie, svolgere pratiche amministrative e fiscali, ottenere i contributi spettanti.
Le forze, però, sono poche: mi appello alla sindaca perché, tramite bando, istituisca il garante comunale dei detenuti". Lo ha detto ieri Carlo Lio, difensore civico regionale e, come tale, anche garante dei circa 8600 detenuti attuali nei 17 istituti di pena lombardi, sovraffollati con una media del +30%: dopo aver istituito lo sportello nelle maggiori carceri, tra cui le 3 del Pavese, ieri ha inaugurato il servizio nella casa circondariale di via Cagnola, che mancava ancora all'appello insieme a Bergamo, Varese (che saranno attivati nelle prossime settimane), Cremona, Mantova e Sondrio.
"Saremo a Lodi una volta al mese: testeremo un ufficio entro Natale - ha spiegato Lio -. I detenuti possono fare richiesta di incontro e potranno avere un colloquio non sorvegliato né audito. Ma il nostro ufficio è composto solo da 3 persone.
Ho scritto alla sindaca perché emetta velocemente un bando di avviso pubblico per istituire il Garante comunale, che in genere è un componente del mondo dell'associazionismo che riceve un rimborso spese o un gettone. Ci aiuterebbe a stare vicino alle persone più fragili, quelle che non hanno un grande avvocato alle spalle".
Il progetto, partito l'anno scorso dal carcere di Opera e che vede la collaborazione di Luigi Pagano, già Provveditore delle carceri lombarde, presente ieri a Lodi, ha fatto emergere molti bisogni: "Le terapie mediche, in carcere, non sempre sono velocissime - spiega Loi -. Ma c'è anche chi chiede, oltre al trasferimento vicino ai familiari o in carceri più ambiti, come Bollate, dove si lavora, anche solo come rinnovare la patente per quando ottiene di effettuare lavori esterni, oppure contributi previdenziali o di disoccupazione maturati, o ancora un aiuto amministrativo per pagare cartelle esattoriali in scadenza".
"Non abbiamo molti spazi, noi stessi operatori condividiamo gli ambienti, ma comunque siamo entusiasti e attrezzeremo una sala per gli incontri col garante - ha rimarcato Caterina Zurlo, che dirige l'istituto lodigiano da febbraio.
Qui, nel carcere di Lodi, che spicca per umanità, favorita dagli ambiti ristretti, abbiamo ad oggi 79 detenuti su una capienza massima di 90: più della metà sono tossicodipendenti, metà stranieri e quasi la metà condannati definitivamente anche se qui dovrebbero starci solo persone in attesa di giudizio. Gli agenti sono 42 su 45 previsti: ci ha aiutato molto l'arrivo di 7 agenti ad agosto. Una decina di detenuti sta seguendo un corso per imbianchino: vorrei, come già nel carcere di Piacenza, da cui provengo, colorare alcuni spazi, anche col supporto di artisti esterni". Dopo l'evasione "per amore", nel maggio 2018, di un giovane che era riuscito, nell'ora d'aria, a scavalcare il muro di cinta e sparire per un paio di giorni, Zurlo assicura che "le misure di sicurezza sono state rafforzate, i procedimenti sono ancora in corso".
"A Lodi si sta anche predisponendo un protocollo tra le istituzioni per favorire l'inclusione sociale delle persone con problemi di giustizia - ha aggiunto Grazia Grena di Los Carcere, una delle associazioni che aiutano detenuti e famiglie dentro e fuori dall'istituto.
Noi seguiamo un centinaio di persone tra carcere, arresti domiciliari, pene alternative: i problemi maggiori riguardano chi esce ed è solo rispetto a chi ha seguito un percorso graduale di fuoriuscita con misure alternative. Col protocollo, ciò che oggi viene portato avanti con dei singoli progetti, diverrebbe un servizio".
di Aurelia Parente
noidicalabria.it, 31 ottobre 2019
Ha già visitato nove istituti di detenzione a fronte dei dodici presenti in Calabria il garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale Agostino Siviglia, a Crotone oggi per la sua prima visita alla casa circondariale della città e al Cara di Sant'Anna.
"La situazione nelle carceri calabresi è estremamente complessa - ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa che si è svolta nella sala Giunta del Comune - perché è complesso il mondo dell'esecuzione penale. Ci sono problematiche per quello che riguarda l'assistenza sanitaria, l'effettività del trattamento rieducativo della pena e la possibilità del reinserimento socio lavorativo una volta scontata la pena detentiva".
La situazione dell'istituto penitenziario di Crotone non presenta problemi diversi da quelli che si registrano nel resto della Calabria: "C'è carenza di personale di polizia penitenziaria, difficoltà nel potere svolgere lavori volontari e gratuiti a favore della collettività da parte dei detenuti, nell'ottica di una giustizia ripartiva, e questo è anche molto significativo sia per una revisione critica del proprio comportamento, sia per restituire alla società in una logica di riparazione. Queste - continua l'avvocato Siviglia - sono problematiche che vanno affrontate e risolte, ma è fondamentale l'apporto della comunità esterna, quindi coinvolgere le associazioni di categoria e gli imprenditori, che sulla scorta dell'esempio di Callipo a Vibo, che da quattro anni assume detenuti, possano assumere persone che si trovano dentro il carcere, proprio per consentire a questi di professionalizzarsi, di avere una possibilità di reinserimento sociale e allo stesso tempo è vantaggioso perché ci sono abbattimenti, come sgravi fiscali e contributivi per chi assume detenuti o ex detenuti".
Il garante regionale è competente anche per i luoghi di privazione e limitazione della libertà personale, come i centri di prima accoglienza per rifugiati, quindi "è mia intenzione avere uno screening complessivo di tutti gli ambiti e i luoghi di isolamento e privazione della libertà e poi di coinvolgere direttamente tutti gli stakeholder, i portatori di interessi comuni e le istituzioni e amministrazioni interessate, in modo da poter intervenire in maniera coesa e trasversale".
Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Federico Ferraro, e l'assessore comunale ai Servizi sociali, Ines Mercurio.
foggiacittaaperta.it, 31 ottobre 2019
Il lavoro come strumento di riabilitazione in rapporto alla comunità di riferimento; le difficoltà nel definire i percorsi di inclusione sociale e il valore della promozione della cultura della legalità. Questi alcuni dei temi affrontati nel corso del workshop "Il lavoro ri-abilita. La comunità ri-accoglie? Germogli di opportunità in Capitanata per soggetti in conflitto con la legge", organizzato dall'Uiepe, Ufficio locale di Esecuzione Penale esterna di Foggia, in collaborazione con il Csv Foggia e con il sostegno della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia.
Un'iniziativa importante e formativa che ha avuto luogo nella giornata di ieri, 29 ottobre, e che ha posto l'attenzione sui modelli di ri-abilitazione dei progetti "Riscatto Sociale" di Aranea e "Ciascuno cresce solo se sognato" di Pietra di Scarto. Dopo i saluti di Roberto Lavanna, membro del CdA della Fondazione, è intervenuto Pietro Fragasso, presidente della coop. Pietra di Scarto di Cerignola, che ha raccontato, anche attraverso la testimonianza di Franco, Gianluca e Giovanni, il progetto di filiera equa e solidale del pomodoro. A seguire, Vincenzo Pacentra del Consorzio Aranea, insieme con Loredana, Giovanni e Oronzo, ha illustrato il percorso di crescita di "Riscatti sociali - lotterai, l´otterrai, lo terrai".
Al centro del dibattito, la speranza per i soggetti che sono entrati in conflitto con la legge di guardare al futuro, di credere nella possibilità di rifarsi una vita dopo la conclusione della pena. La scommessa - da quanto è emerso dai lavori - è dare a ogni ristretto ed ex detenuto un ruolo, una prospettiva; costruire un percorso di reinserimento nella società.
La strada? Una sola: il lavoro. "In alcuni Istituti Penitenziari si realizzano prodotti di qualità a costi contenuti: dobbiamo costruire percorsi simili anche in Capitanata. Ogni detenuto che vuole lavorare deve poterlo fare, perché solo così si fa vera prevenzione, solo così si costruisce una società più sicura", ha evidenziato il procuratore Vaccaro, intervenuto durante l'incontro.
Stando a quanto è emerso durante la giornata, appare netta la convinzione che non è corretto pensare che il detenuto debba passare il tempo solo aspettando la libertà. "La detenzione - si legge nel comunicato inviato - rappresenta un periodo della vita da utilizzare per crescere, uno sviluppo a cui tutti devono contribuire, ciascuno per la propria parte. Questo l'impegno assunto dai presenti".
di Luigina Ambrogio
La Fedeltà, 31 ottobre 2019
Il carcere di Fossano ha ospitato il Progetto Sicomoro che punta alla riabilitazione attraverso il riconoscimento della colpa, la riconciliazione e l'impegno al cambiamento. "Ho provato emozioni che non avevo mai provato, emozioni che dovrebbero provare tutti, non solo i detenuti". Questo il commento di uno dei partecipanti al Progetto Sicomoro concluso nei giorni scorsi nel carcere di Fossano: otto incontri fra detenuti e vittime alla presenza di un'equipe di "facilitatori". Lo scopo è quello di sanare le ferite e spezzare le catene che legano sia chi ha commesso il crimine che chi ha subito le conseguenze di un reato.
Giovedì scorso i partecipanti hanno comunicato le emozioni vissute nel corso di un incontro tenuto nel salone del Santa Caterina. Presenti, insieme alla popolazione carceraria, la direttrice della casa di pena Assuntina di Rienzo, il comandante della Polizia penitenziaria, le educatrici e il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, Bruno Mellano.
Uno dei volontari che ha coordinato il gruppo ha spiegato la filosofia del progetto e le modalità con cui si realizza.
"Si parte dal riconoscimento della colpa - ha detto - lasciando per un momento da parte le ragioni che possono aver portato il detenuto a compiere il reato. Con l'aiuto delle testimonianze dei famigliari delle vittime ci concentriamo sulle conseguenze di un reato, che non sono mai circoscritte alla vittima ma coinvolgono molte persone, a volte comunità intere. Interrompono sogni di ragazzi e giovani, segnano a vita chi aveva legami affettivi con la vittima".
"Se avessi potuto incontrare chi ha rovinato la mia famiglia"
"Questa fase del percorso fa bene ai detenuti, che spesso ammettono di non aver mai riflettuto sulle conseguenze dei loro atti, ma fa bene soprattutto ai famigliari delle vittime, che nel processo sono messe da parte" - hanno spiegato i volontari dell'associazione Prison Fellowship, ideatrice del progetto -. Molte persone, dopo aver partecipato a questi gruppi, ci hanno detto: 'Se avessi potuto incontrare chi ha rovinato la mia famiglia e avessi potuto ascoltare le sue ragioni come è avvenuto oggi, sarei riuscita a guarire prima.
"Non voglio più tornare in galera"
Il percorso prosegue con un cammino di riabilitazione basato sul desiderio di riconciliazione e di "riparazione" attraverso una restituzione concreta o simbolica del danno arrecato.
Dalle testimonianze dei detenuti si comprende come questa fase sia importante. "Chiedere perdono a una vittima mi ha fatto sentire molto libero - ha detto uno dei partecipanti -; mi ha liberato dai miei pesi".
"Ho capito che la mia anima sa fare spazio, capire, sostenere" - ha detto un altro.
L'ultima tappa del percorso è dedicata al cambiamento. Un impegno non scontato e a cui si arriva con intensità diverse.
"Io avevo desiderio di cambiare - confida un detenuto al termine del percorso - ma non ne avevo la forza. Questo progetto dà la forza per fare un passo che da solo non ti senti di fare".
"Se non incontri persone come queste non capisci" - spiega un altro detenuto. Qui, partecipando alle attività del carcere, avevo già fatto tanti progressi, ma ora, grazie a questi volontari, ho capito molte cose che prima non avevo chiare. Non voglio più tornare in galera"
"Prima di partecipare a questo corso ero refrattario a qualsiasi proposta - ha confessato un altro -: non mi interessava imparare un mestiere; io volevo semplicemente organizzarmi per continuare, una volta fuori, a spacciare. Ho ascoltato con attenzione le storie delle vittime di spacciatori come me e non voglio più essere io a infliggere quel dolore. Non posso chiedere perdono a tutte le persone a cui ho fatto del male vendendo la droga, ma se, una volta uscito, mi si presentasse qualcuno a propormi di continuare a spacciare direi: 'No, non vendo più droga'. Posso trovare da vivere senza spacciare. Dopo questo percorso per la prima volta ho accettato un lavoro proposto dal carcere".
"Chi ha fatto questo percorso è cambiato"
La direttrice del Santa Caterina, intervenendo giovedì mattina, ha spiegato di aver sperimentato positivamente il progetto Sicomoro nel carcere di Ivrea dove ha operato prima di arrivare a Fossano. "Credo molto in questo percorso - ha detto - ho potuto constatare che chi vi ha partecipato è cambiato; è diventato più autocritico.
Anche la responsabile dell'Area trattamentale, Antonlla Aragno, ha sottolineato la positività del percorso: "Il contatto con le vittime è molto importante per l'elaborazione del proprio vissuto, soprattutto per chi fatica a fare questo passaggio".
Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti, ha detto: "In questi giorni si discute molto sul senso della pena, ma poi si delega tutto all'Amministrazione penitenziaria mentre il carcere non può essere l'unica risposta. Là dove si realizza un incontro fra esperienze si realizza molto di più in termini di riabilitazione: ce lo dicono le parole che abbiamo ascoltato ma soprattutto gli abbracci che abbiamo visto sul palco".
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 31 ottobre 2019
La società italiana è talmente incrostata di cattiveria da rendere irrilevante la ricerca di elementi di umanità nelle esistenze mostruose. Il fatto più terribile è che gli elementi di umanità sono più difficili da reperire fra le vite angeliche che in quelle demoniache: il bene rinuncia alla comprensione del male, si auto riflette e vive in una rappresentazione dell'umanità. Chi sta nel giusto tifa, a ragione, per la distruzione del male. Ma chi sta nel giusto? Qualcuno se lo è chiesto mai come davvero si dovrebbe essere? E un riparo, o almeno un contenimento del male, si può ottenere? La verità è che migliaia e migliaia di ragazzi nati male riempiranno celle buie o bare strette.
La verità è che la marginalità produce devianza, nel Sud dell'Italia, nella periferia delle città, nei margini del mondo. E la marginalità, in posti periferici in cui si è lasciato che le controculture criminali diventassero dominanti, è una bomba atomica che lascerà scampo a pochi e gli effetti radioattivi si approprieranno del futuro. La verità è che migliaia e migliaia di ragazzi meridionali finiranno male, dopo aver fatto danni irreparabili a migliaia e migliaia di innocenti. Avranno la sorte dei loro fratelli delle generazioni che li hanno preceduti. E a nessuno frega nulla. Pensare ai cattivi è un tifo perdente, in un conformismo cinico imperante.
Il tifo è facile da un comodo divano con gli hippy hippy urrà di fianco a giustizieri implacabili. Bisogna esserci nati nei posti della marginalità, per aver coscienza della umanità che vi nasce, di quella che vi sopravvive e di quanta necessità ci sia di non lasciare alla deriva questi sentimenti. L'abbandono e il bastone sono le risoluzioni scelte. Non servono profeti per vedere il futuro che continuerà a essere quello: ragazzi che saranno tonnellate di carne da galera e innocenti che pagheranno per quelle scelte. E spesso anche da chi vuol comprendere arrivano al massimo carezze, le carezze che si concedono ai bambini, piccoli ancora per capire.
E quello sono i nati male: un popolo di bambini molestati che ha invertito le responsabilità, e si attribuisce le colpe delle violenze altrui.
Li hanno messo sul banco degli imputati e loro ci stanno su afflitti, pronti a confessare qualunque misfatto. Se parlano di loro stessi lo debbono sempre e solo fare parlando in termini di riscatto, ambire al perdono. Ma quale riscatto, e rispetto a quali colpe? Vivono schiavi, al servizio, e salgono sopra qualunque convoglio, ovunque li spediscano, a curare i beni altrui.
Hanno un'unica e immensa responsabilità: di non aver lottato fino in fondo per la loro libertà. Hanno colpa di non prendere a calci quelli che fra loro li tradiscono. Rispetto a questo sono colpevoli, senza alcun alibi. Ma rispetto ad altre società che si sentono perfette in confronto a loro, e li utilizzano in chiave consolatoria, non hanno riscatti o colpe da pagare. Non hanno bisogno del perdono. E devono scrollare la cenere dal capo e scendere dal banco degli imputati.
di Monica Guerzoni e Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 31 ottobre 2019
Il centrodestra si astiene. Salvini: “Non vogliamo bavagli e stato di polizia”. Standing ovation dell’aula alla senatrice prima firmataria della proposta. Il Senato batte un colpo contro l’intolleranza, il razzismo, l’antisemitismo, l’istigazione all’odio e alla violenza. Ma mentre dà il via all’istituzione della Commissione straordinaria, l’aula di Palazzo Madama non riesce a inviare al Paese un segnale di compattezza su tematiche drammaticamente attuali. La proposta di legge, prima firmataria Liliana Segre - senatrice a vita, testimone dell’orrore dei campi di sterminio e destinataria, ogni giorno, di qualcosa come 200 insulti al giorno a sfondo antisemita - è sì passata con 151 voti a favore, ma il numero che deve far riflettere è un altro: 98 astenuti, 98 senatori che hanno scelto di mettere le ragioni politiche della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia davanti alla memoria della Shoah e al destino, non soltanto culturale e civile, di un Paese intero. Salvini: “E’ censura” - Il segretario Matteo Salvini ha motivato in questo modo il “non voto” dei suoi: “Siamo contro razzismo, violenza, odio e antisemitismo senza se e senza ma. Tuttavia non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il `prima gli italiani´. Siamo al fianco di chi vuole combattere pacificamente idee fuori dal mondo, però non vogliamo bavagli e stato di polizia che ci riportano a Orwell”. Standing ovation per Segre - Subito dopo il voto tutti i senatori presenti si sono alzati in piedi e hanno rivolto un applauso alla senatrice a vita Liliana Segre e prima firmataria della mozione ma l’atteggiamento scelto dalle opposizioni è destinato a far discutere. “Al Senato è andata in scena la vergogna, inaccettabile, dell’astensione di tutto il centrodestra sulla proposta di Liliana Segre per istituire una commissione sui discorsi d’odio nel web, il comportamento del centro destra rimarrà una macchia indelebile per la nostra storia parlamentare. Su questi temi non sono accettabili pelosi distinguo e manovre politiche di basso conio! L’astensione di tutto il centrodestra è un’offesa al Paese e alla sua coscienza e alla Memoria. Vergogna”. Dissenso tra i parlamentari di Forza Italia: i deputati Osvaldo Napoli e Sandra Savino non condividono la scelta dei loro colleghi senatori. “La mia Forza Italia non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo” è invece il tweet di Mara Carfagna. FdI: “No alla commissione Boldrini” - Il senatore di Fratelli d’Italia Giovanbattista Fazzolari ha motivato invece l’astensione del suo gruppo con il fatto che la commissione fu a suo tempo proposta da Laura Boldrini. “Fratelli d’Italia - osserva Fazzolari - non ha votato a favore dell’istituzione della commissione perché non è una commissione sull’antisemitismo, come volevano far credere, ma una commissione volta alla censura politica. Purtroppo la mozione Segre è in realtà la mozione Boldrini, perché ricalca fedelmente la commistione `Jo Cox´ istituita dall’allora presidente della Camera, con la finalità di creare un gruppo di `saggi´ con il potere di censurare chi non rispetta i canoni del politicamente corretto”. Cos’è la proposta di Liliana Segre - Liliana Segre, sopravvissuta ai lager nazisti e destinataria ancora oggi di una media di 200 messaggi d’odio al giorno aveva proposto l’istituzione della commissione un anno fa: “Io che sono stata vittima dell’odio dell’Italia fascista sento che, dopo anni, sta ricrescendo una marea di razzismo e di intolleranza che va fermata in ogni modo” erano state le sue parole il giorno della presentazione del disegno di legge. Quest’ultimo è composto da tre articoli. Il primo istituisce la commissione bicamerale di indirizzo e controllo sui “fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo”, il secondo specifica i compiti della commissione, regola la raccolta dei dati e la loro periodica pubblicazione; il terzo riguarda il funzionamento della commissione.
di Teresa Lombardo
ilvaglio.it, 31 ottobre 2019
"Luci di cultura e legalità": il Sannio sul podio del 47esimo concorso nazionale dell'E.I.P. Italia (Ecole Instrument de Paix) che si è svolto a Roma alla Lumsa. Il primo prestigioso premio nazionale per i progetti innovativi e sperimentali nelle carceri italiane è stato assegnato al Liceo scientifico Rummo e alla Casa circondariale di Benevento per i progetti 'Saponette per terra' (videoclip, libro) e il libro 'Donne in Libertà'.
Costruiamo la libertà e dunque la legalità per realizzare il Futuro e innalzare il Tricolore della Libertà: è il leit motiv che ha animato il progetto 'Saponette per Terre' realizzato dagli studenti del Liceo scientifico Rummo: non soltanto teoria, ma simulazione, apprendimento sui diversi linguaggi comunicativi, confronto, interazione e visita presso la casa circondariale di Capodimonte (Bn) nel corso della quale gli alunni della III CC sono riusciti a comprendere come sia angusta la realtà carceraria e come sia necessario perseguire i veri valori.
Educare alla legalità attraverso progetti, visite negli istituti penitenziari - spiega la giornalista Teresa Lombardo che ha ideato, coordinato e diretto i progetti - credo sia un deterrente necessario affinché le nuove generazioni, come i giovani del Liceo scientifico Rummo, hanno appreso, comprendano che le sbarre sono sbarre; che lì dentro si sente il rumore dei cancelli e di quelle chiavi che scandiscono minuto dopo minuto la vita del detenuto e delle detenute; che lì dentro mancano gli affetti, manca la quotidianità, manca addirittura anche il rumore delle auto perché, dentro quelle mura - nonostante i tanti progetti volti al reinserimento del detenuto - anche il sole passa attraverso le sbarre.
Vite spezzate, storie pesanti che hanno fatto riflettere i giovani del Rummo e apprezzare la vita lì fuori a due passi da loro. Giovani la cui chiosa è stata: 'Vogliamo un mondo a colori. Quei colori che rispecchiano i nostri sentimenti senza aver paura di sentirci noi stessi e di esprimerci per quello che siamo. Non limitatevi al nero. Mirate all'arcobaleno'.
Il progetto realizzato in collaborazione con la casa circondariale di Benevento guidata dal direttore Gianfranco Marcello ha conquistato anche la menzione d'onore della giuria ministeriale. Hanno collaborato al progetto 'Saponette per terra' le docenti Giovanna Viespoli e Gina Della Torca, gli alunni Davide Pio Bove, Loris Catalano, Margherita Ciarleglio, Gianluigi Coletta, Costanzo Della Pietra, Marco Di Rubbo, Simone Forgione, Simone Frangiosa, Morena Ialeggio, Ilaria Iele, Giada Leone, Marco Mignone, Flavio Aldo Perlingieri, Matteo Quaglia, Pietro Sciancalepore, Daria Todino, Antonio Vicario, Alessandra Votino, Giorgio Zeolla, Flavio Zotti; per il carcere oltre al direttore Gianfranco Marcello anche il capo area trattamentale Patrizia Fucci e il funzionario giuridico pedagogico Cristina Ruccia.
di Caterina Malavenda
Corriere della Sera, 31 ottobre 2019
Il caso degli insulti che la senatrice Liliana Segre riceve via internet ripropone il problema dello sviluppo di una responsabile cultura del digitale. Luciano Violante, qualche giorno fa sul Corriere (sabato 26 ottobre), auspicando lo sviluppo di una responsabile cultura del digitale, ha scritto che nella rete oggi c'è libertà senza responsabilità. E un pubblico ministero, nel chiedere l'archiviazione di un procedimento per diffamazione a mezzo social, ha sostenuto che gli utenti di internet non danno alcun peso a quel che viene postato, termini scurrili o denigratori compresi, consapevoli che si tratta solo di un modo per sfogare rabbia e frustrazione senza alcun controllo. Se il Gip accoglierà la richiesta, ritenendo non lesivo il post incriminato, ci sarà una nuova causa di non punibilità non codificata, l'imbecillità dell'indagato; e l'uso dei social, che per il codice penale è un'aggravante, diventerà ancor più libero e irresponsabile.
Poi, però, la politica d'improvviso si accorge dei numerosi insulti, che da tempo la senatrice Liliana Segre riceve via internet e, sull'onda dell'indignazione, il presidente del Consiglio dichiara di voler intraprendere una lotta senza quartiere, per contrastare il linguaggio dell'odio, che circola su quegli stessi social.
E così via a una nuova commissione parlamentare per il contrasto del razzismo, dell'intolleranza, dell'antisemitismo e per la lotta contro l'istigazione all'odio e alla violenza. Un programma vasto, come disse De Gaulle a chi gli proponeva di lanciare una campagna per eliminare i cretini.
Qui non si tratta, però, solo di cretini, né di persone che suscitano pena o di malati bisognosi di cure, come la senatrice li ha definiti pubblicamente, sulla scorta della sua terribile esperienza personale e della saggezza che anima ogni suo intervento, ma di un fenomeno da non sottovalutare. Colpisce, infatti, indiscriminatamente e solleva un'ondata così alta di improperi da intimidire e spesso annientare vittime deboli e indifese. Se ben orchestrata, una campagna d'odio può persino dissuadere chi scrive per mestiere, resistendo a cause milionarie e a minacce fisiche, a esporsi con tesi impopolari o posizioni dissonanti dal pensiero dominante, fino a indurli a chiedersi se valga la pena affrontarla o se non sia meglio tacere. Una sottile forma subliminare di censura, che potrebbe negli anni a venire orientare l'informazione, eliminando su base volontaria, però, le notizie scomode e, dunque, manipolando il consenso.
Oggi, intanto, i messaggi contrastanti, che la cronaca offre ogni giorno, finiscono per ringalluzzire i leoni da tastiera, tanto che, sempre più spesso, rinunciano all'anonimato, la loro originaria caratteristica peculiare, perché ormai certi dell'impunità, incoraggiati dalle difficoltà per identificarli con certezza, da un certo lassismo nel perseguirli e, soprattutto, aiutati dalla enorme mole di processi che bloccherebbero i tribunali, se si applicasse rigidamente il codice penale. Così la differenza finisce spesso per farla l'importanza o la visibilità della vittima, ma anche la mancanza di risorse umane e tecniche, la scarsa deterrenza delle sanzioni applicabili e la lunghezza dei processi, di tal che l'effetto non voluto è la sostanziale depenalizzazione di quelle condotte e l'eventuale incriminazione è come un terno al lotto.
Non di nuove norme c'è bisogno, dunque, ma di utilizzare meglio quelle vigenti perché, fatte sempre salve le opinioni, anche le più forti e dissacranti, spesso chi digita commette reati che vanno dalla diffamazione aggravata alla sostituzione di persona, dalle minacce alle molestie, dall'incitamento all'odio razziale allo stalking, almeno fino a che non verranno depenalizzati; ma la fa franca per mancanza di tempo, voglia, motivazione e risorse. E fa piacere sapere che la Procura di Milano avrebbe avviato già da un anno un'indagine, ancora contro ignoti però, sulle minacce e le molestie alla senatrice Segre, ma quante sono le denunce per minacce e molestie via internet rimaste nei cassetti?
È necessaria, dunque, una maggiore certezza del diritto: ogni persona deve poter valutare e prevedere le conseguenze giuridiche della propria condotta; e se una norma, quale che sia, viene violata, deve essere applicata la pena prevista. Non sarà la panacea di tutti i mali, ma se passasse chiaro e forte il messaggio che chi delinque sarà identificato - e ben vengano, se attuabili, tutte le proposte per farlo - processato e, se colpevole, condannato, quei leoni da tastiera potrebbero smettere di battere sui loro tasti e la libertà sulla rete, un bene da proteggere a ogni costo, potrebbe non esser più sinonimo di impunità.
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