di Monica Guerzoni e Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 31 ottobre 2019
Il centrodestra si astiene. Salvini: “Non vogliamo bavagli e stato di polizia”. Standing ovation dell’aula alla senatrice prima firmataria della proposta. Il Senato batte un colpo contro l’intolleranza, il razzismo, l’antisemitismo, l’istigazione all’odio e alla violenza. Ma mentre dà il via all’istituzione della Commissione straordinaria, l’aula di Palazzo Madama non riesce a inviare al Paese un segnale di compattezza su tematiche drammaticamente attuali. La proposta di legge, prima firmataria Liliana Segre - senatrice a vita, testimone dell’orrore dei campi di sterminio e destinataria, ogni giorno, di qualcosa come 200 insulti al giorno a sfondo antisemita - è sì passata con 151 voti a favore, ma il numero che deve far riflettere è un altro: 98 astenuti, 98 senatori che hanno scelto di mettere le ragioni politiche della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia davanti alla memoria della Shoah e al destino, non soltanto culturale e civile, di un Paese intero. Salvini: “E’ censura” - Il segretario Matteo Salvini ha motivato in questo modo il “non voto” dei suoi: “Siamo contro razzismo, violenza, odio e antisemitismo senza se e senza ma. Tuttavia non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il `prima gli italiani´. Siamo al fianco di chi vuole combattere pacificamente idee fuori dal mondo, però non vogliamo bavagli e stato di polizia che ci riportano a Orwell”. Standing ovation per Segre - Subito dopo il voto tutti i senatori presenti si sono alzati in piedi e hanno rivolto un applauso alla senatrice a vita Liliana Segre e prima firmataria della mozione ma l’atteggiamento scelto dalle opposizioni è destinato a far discutere. “Al Senato è andata in scena la vergogna, inaccettabile, dell’astensione di tutto il centrodestra sulla proposta di Liliana Segre per istituire una commissione sui discorsi d’odio nel web, il comportamento del centro destra rimarrà una macchia indelebile per la nostra storia parlamentare. Su questi temi non sono accettabili pelosi distinguo e manovre politiche di basso conio! L’astensione di tutto il centrodestra è un’offesa al Paese e alla sua coscienza e alla Memoria. Vergogna”. Dissenso tra i parlamentari di Forza Italia: i deputati Osvaldo Napoli e Sandra Savino non condividono la scelta dei loro colleghi senatori. “La mia Forza Italia non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo” è invece il tweet di Mara Carfagna. FdI: “No alla commissione Boldrini” - Il senatore di Fratelli d’Italia Giovanbattista Fazzolari ha motivato invece l’astensione del suo gruppo con il fatto che la commissione fu a suo tempo proposta da Laura Boldrini. “Fratelli d’Italia - osserva Fazzolari - non ha votato a favore dell’istituzione della commissione perché non è una commissione sull’antisemitismo, come volevano far credere, ma una commissione volta alla censura politica. Purtroppo la mozione Segre è in realtà la mozione Boldrini, perché ricalca fedelmente la commistione `Jo Cox´ istituita dall’allora presidente della Camera, con la finalità di creare un gruppo di `saggi´ con il potere di censurare chi non rispetta i canoni del politicamente corretto”. Cos’è la proposta di Liliana Segre - Liliana Segre, sopravvissuta ai lager nazisti e destinataria ancora oggi di una media di 200 messaggi d’odio al giorno aveva proposto l’istituzione della commissione un anno fa: “Io che sono stata vittima dell’odio dell’Italia fascista sento che, dopo anni, sta ricrescendo una marea di razzismo e di intolleranza che va fermata in ogni modo” erano state le sue parole il giorno della presentazione del disegno di legge. Quest’ultimo è composto da tre articoli. Il primo istituisce la commissione bicamerale di indirizzo e controllo sui “fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo”, il secondo specifica i compiti della commissione, regola la raccolta dei dati e la loro periodica pubblicazione; il terzo riguarda il funzionamento della commissione.
di Teresa Lombardo
ilvaglio.it, 31 ottobre 2019
"Luci di cultura e legalità": il Sannio sul podio del 47esimo concorso nazionale dell'E.I.P. Italia (Ecole Instrument de Paix) che si è svolto a Roma alla Lumsa. Il primo prestigioso premio nazionale per i progetti innovativi e sperimentali nelle carceri italiane è stato assegnato al Liceo scientifico Rummo e alla Casa circondariale di Benevento per i progetti 'Saponette per terra' (videoclip, libro) e il libro 'Donne in Libertà'.
Costruiamo la libertà e dunque la legalità per realizzare il Futuro e innalzare il Tricolore della Libertà: è il leit motiv che ha animato il progetto 'Saponette per Terre' realizzato dagli studenti del Liceo scientifico Rummo: non soltanto teoria, ma simulazione, apprendimento sui diversi linguaggi comunicativi, confronto, interazione e visita presso la casa circondariale di Capodimonte (Bn) nel corso della quale gli alunni della III CC sono riusciti a comprendere come sia angusta la realtà carceraria e come sia necessario perseguire i veri valori.
Educare alla legalità attraverso progetti, visite negli istituti penitenziari - spiega la giornalista Teresa Lombardo che ha ideato, coordinato e diretto i progetti - credo sia un deterrente necessario affinché le nuove generazioni, come i giovani del Liceo scientifico Rummo, hanno appreso, comprendano che le sbarre sono sbarre; che lì dentro si sente il rumore dei cancelli e di quelle chiavi che scandiscono minuto dopo minuto la vita del detenuto e delle detenute; che lì dentro mancano gli affetti, manca la quotidianità, manca addirittura anche il rumore delle auto perché, dentro quelle mura - nonostante i tanti progetti volti al reinserimento del detenuto - anche il sole passa attraverso le sbarre.
Vite spezzate, storie pesanti che hanno fatto riflettere i giovani del Rummo e apprezzare la vita lì fuori a due passi da loro. Giovani la cui chiosa è stata: 'Vogliamo un mondo a colori. Quei colori che rispecchiano i nostri sentimenti senza aver paura di sentirci noi stessi e di esprimerci per quello che siamo. Non limitatevi al nero. Mirate all'arcobaleno'.
Il progetto realizzato in collaborazione con la casa circondariale di Benevento guidata dal direttore Gianfranco Marcello ha conquistato anche la menzione d'onore della giuria ministeriale. Hanno collaborato al progetto 'Saponette per terra' le docenti Giovanna Viespoli e Gina Della Torca, gli alunni Davide Pio Bove, Loris Catalano, Margherita Ciarleglio, Gianluigi Coletta, Costanzo Della Pietra, Marco Di Rubbo, Simone Forgione, Simone Frangiosa, Morena Ialeggio, Ilaria Iele, Giada Leone, Marco Mignone, Flavio Aldo Perlingieri, Matteo Quaglia, Pietro Sciancalepore, Daria Todino, Antonio Vicario, Alessandra Votino, Giorgio Zeolla, Flavio Zotti; per il carcere oltre al direttore Gianfranco Marcello anche il capo area trattamentale Patrizia Fucci e il funzionario giuridico pedagogico Cristina Ruccia.
di Caterina Malavenda
Corriere della Sera, 31 ottobre 2019
Il caso degli insulti che la senatrice Liliana Segre riceve via internet ripropone il problema dello sviluppo di una responsabile cultura del digitale. Luciano Violante, qualche giorno fa sul Corriere (sabato 26 ottobre), auspicando lo sviluppo di una responsabile cultura del digitale, ha scritto che nella rete oggi c'è libertà senza responsabilità. E un pubblico ministero, nel chiedere l'archiviazione di un procedimento per diffamazione a mezzo social, ha sostenuto che gli utenti di internet non danno alcun peso a quel che viene postato, termini scurrili o denigratori compresi, consapevoli che si tratta solo di un modo per sfogare rabbia e frustrazione senza alcun controllo. Se il Gip accoglierà la richiesta, ritenendo non lesivo il post incriminato, ci sarà una nuova causa di non punibilità non codificata, l'imbecillità dell'indagato; e l'uso dei social, che per il codice penale è un'aggravante, diventerà ancor più libero e irresponsabile.
Poi, però, la politica d'improvviso si accorge dei numerosi insulti, che da tempo la senatrice Liliana Segre riceve via internet e, sull'onda dell'indignazione, il presidente del Consiglio dichiara di voler intraprendere una lotta senza quartiere, per contrastare il linguaggio dell'odio, che circola su quegli stessi social.
E così via a una nuova commissione parlamentare per il contrasto del razzismo, dell'intolleranza, dell'antisemitismo e per la lotta contro l'istigazione all'odio e alla violenza. Un programma vasto, come disse De Gaulle a chi gli proponeva di lanciare una campagna per eliminare i cretini.
Qui non si tratta, però, solo di cretini, né di persone che suscitano pena o di malati bisognosi di cure, come la senatrice li ha definiti pubblicamente, sulla scorta della sua terribile esperienza personale e della saggezza che anima ogni suo intervento, ma di un fenomeno da non sottovalutare. Colpisce, infatti, indiscriminatamente e solleva un'ondata così alta di improperi da intimidire e spesso annientare vittime deboli e indifese. Se ben orchestrata, una campagna d'odio può persino dissuadere chi scrive per mestiere, resistendo a cause milionarie e a minacce fisiche, a esporsi con tesi impopolari o posizioni dissonanti dal pensiero dominante, fino a indurli a chiedersi se valga la pena affrontarla o se non sia meglio tacere. Una sottile forma subliminare di censura, che potrebbe negli anni a venire orientare l'informazione, eliminando su base volontaria, però, le notizie scomode e, dunque, manipolando il consenso.
Oggi, intanto, i messaggi contrastanti, che la cronaca offre ogni giorno, finiscono per ringalluzzire i leoni da tastiera, tanto che, sempre più spesso, rinunciano all'anonimato, la loro originaria caratteristica peculiare, perché ormai certi dell'impunità, incoraggiati dalle difficoltà per identificarli con certezza, da un certo lassismo nel perseguirli e, soprattutto, aiutati dalla enorme mole di processi che bloccherebbero i tribunali, se si applicasse rigidamente il codice penale. Così la differenza finisce spesso per farla l'importanza o la visibilità della vittima, ma anche la mancanza di risorse umane e tecniche, la scarsa deterrenza delle sanzioni applicabili e la lunghezza dei processi, di tal che l'effetto non voluto è la sostanziale depenalizzazione di quelle condotte e l'eventuale incriminazione è come un terno al lotto.
Non di nuove norme c'è bisogno, dunque, ma di utilizzare meglio quelle vigenti perché, fatte sempre salve le opinioni, anche le più forti e dissacranti, spesso chi digita commette reati che vanno dalla diffamazione aggravata alla sostituzione di persona, dalle minacce alle molestie, dall'incitamento all'odio razziale allo stalking, almeno fino a che non verranno depenalizzati; ma la fa franca per mancanza di tempo, voglia, motivazione e risorse. E fa piacere sapere che la Procura di Milano avrebbe avviato già da un anno un'indagine, ancora contro ignoti però, sulle minacce e le molestie alla senatrice Segre, ma quante sono le denunce per minacce e molestie via internet rimaste nei cassetti?
È necessaria, dunque, una maggiore certezza del diritto: ogni persona deve poter valutare e prevedere le conseguenze giuridiche della propria condotta; e se una norma, quale che sia, viene violata, deve essere applicata la pena prevista. Non sarà la panacea di tutti i mali, ma se passasse chiaro e forte il messaggio che chi delinque sarà identificato - e ben vengano, se attuabili, tutte le proposte per farlo - processato e, se colpevole, condannato, quei leoni da tastiera potrebbero smettere di battere sui loro tasti e la libertà sulla rete, un bene da proteggere a ogni costo, potrebbe non esser più sinonimo di impunità.
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 31 ottobre 2019
Di Maio annuncia "miglioramenti" sui lager, ma decide il governo. Il Pd pasticcia in aula. L'appello: l'Italia sospenda il supporto alla Guardia costiera e alla gestione dei centri di detenzione. Si apra un negoziato su un piano di evacuazione umanitaria. Il governo "sta lavorando per modificare in meglio il Memorandum d'intesa tra Libia e Italia", "in particolare nella parte riguardante le condizioni dei Centri di detenzione". Risponde così il ministro degli esteri Luigi Di Maio al question time della Camera. E così pensa di aver replicato a tutte le obiezioni che in queste ore crescono nella stessa maggioranza, fin dentro al suo partito, almeno nell'area di Roberto Fico (almeno a parole).
A presentare l'interrogazione è il Pd. Inizia Laura Boldrini, fresca di passaggio al gruppo dei dem a nome del quale chiede "profonde modifiche all'accordo" perché "rapporti Onu e inchieste giornalistiche hanno documentato come i centri di detenzione si siano trasformati in luoghi di violenza e tortura. Questi rapporti ci dicono anche che componenti della guardia costiera libica sono collusi con i trafficanti di esseri umani". È molto, ma c'è molto di più, come ha spiegato da ultima Emma Bonino su Repubblica: i nostri interlocutori, dice, "non sono le quasi inesistenti 'autorità libiche' ma poteri e personaggi di provato rango criminale", una sorta di "trattativa Stato-mafia libica".
Il ministro risponde e annuncia l'ennesimo topolino partorito dal governo. Ma stavolta il topolino è un mostro. Ci saranno "modifiche". Verranno concordate nella "la Commissione congiunta italo-libica" convocata "per lavorare all'intesa e coinvolgere le organizzazioni internazionali". Di Maio vanta l'Italia "l'unico partner effettivo delle autorità libiche nella lotta al traffico di esseri umani: una riduzione dell'assistenza italiana potrebbe tradursi in una sospensione dell'attività della Guardia costiera libica". Sospensione auspicabile, visto il trattamento che riserva ai naufraghi in fuga dai lager. Invece il ministro elogia i (presunti) buoni effetti di quegli accordi, snocciola i numeri diminuiti degli sbarchi in Italia, in una chiara rivendicazione anche dei decreti Salvini, che infatti sono ancora in vigore, con buona pace degli annunci dell'alleato dem.
Per l'alleato dem replica Lia Quartapelle, sostenitrice di quegli accordi dall'inizio (durante il governo Gentiloni, ministro Minniti) teorica della necessità che l'Italia non si sottragga alla collaborazione con i carcerieri libici. La stessa linea del resto del segretario Zingaretti, che chiede modifiche "profonde" al memorandum ma, aggiunge, "io non ho mai creduto al disimpegno unilaterale, la soluzione non è scappare dagli scenari di crisi". Così in aula Quartapelle chiede di "voltare pagina rispetto a 14 mesi di indifferenza e propaganda" e elenca le richieste del Pd: "i corridoi umanitari, lo svuotamento dei campi, la presenza delle organizzazioni internazionali nei campi e la protezione dei diritti umani in quel Paese".
Il Pd vorrebbe apparire come la forza politica che incalza l'alleato ma rischia di diventarne la spalla. In molti, anche fra i dem, hanno chiesto una discussione parlamentare, ma né il ministro né le interroganti se ne ricordano. La decisione sul memorandum resterà del governo e dell'improbabile commissione congiunta con i rappresentanti di un paese in guerra civile. "È un'enorme ipocrisia", è il commento amaro di Riccardo Magi, "questo accordo serve a bloccare le persone e a farle riportare indietro da questi personaggi".
Mentre va in aula si svolge il dialogo sceneggiato fra alleati, le organizzazioni che si occupano dei migranti si appellano al presidente Conte per stracciare quegli accordi. Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea, punta il dito contro il "codice di condotta" per le Ong emesso dalla Guardia Costiera libica: "Siamo arrivati alla pazzia che le cosiddette autorità libiche emettano un codice di condotta per le Ong: loro che tutti i giorni catturano nel Mediterraneo e riportano agli stupri e alle bombe centinaia di persone impongono regole che mettono a gravissimo rischio anche la sicurezza dei nostri equipaggi, composti da donne e uomini della società civile italiana ed europea. Ma i libici si sentono in diritto di farlo proprio perché i crimini che commettono sono finanziati e sostenuti dall'Italia e dagli altri paesi dell'Unione".
Chiuso il question time il ministro crede di aver chiuso la questione. Non è così. Sono venti i parlamentari che firmano un appello per sospendere gli accordi con la Libia e favorire la chiusura dei lager e l'evacuazione dei detenuti. "L'Italia non può far finta di non sapere", scrivono. Sono deputati e senatori di Pd, Leu, Italia viva e gruppo misto (Palazzotto, Muroni, Fratoianni, Orfini, Magi, Migliore, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Pastorino, Fassina, Occhionero, Ungaro, Fusacchia, Gribaudo; De Petris, Faraone, De Falco, Verducci, La Forgia, La Mura, Nugnes) e tre eurodeputati Pd (Bartolo, Majorino, Smeriglio). Promettono di non fermarsi. A gennaio ci sarà un altro appuntamento con il rifinanziamento delle missioni italiane.
di Maria Rosa Tomasello
La Stampa, 31 ottobre 2019
"Dannoso eliminare il Memorandum". Restano gli accordi firmati nel 2017 da Gentiloni, le organizzazioni umanitarie accusano Di Maio. Un accordo "illegale" perché sottoscritto "in violazione dell'articolo 80 della Costituzione, che prevede "la ratifica dei trattati internazionali di natura politica con oneri a carico dello Stato".
Un accordo "criminale" perché nei centri di detenzione libici i migranti vengono sottoposti a violenze, stupri e torture "da parte dei funzionari statali e dalle milizie che li gestiscono", né è sufficiente la presenza di organizzazioni internazionali come Unhcr e Oim per garantire il rispetto dei diritti umani.
Non basta al governo il duro atto d'accusa delle decine di associazioni (da Arci ad Amnesty) riunite nel Tavolo Asilo, che chiedono di annullare il Memorandum sottoscritto nel 2017 da Paolo Gentiloni e di evacuare circa 5 mila persone rinchiuse nei lager. A 72 ore dalla scadenza del 2 novembre, data del rinnovo automatico del patto, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio annuncia che l'intesa resterà in vigore per altri tre anni.
Secondo Oxfam Italia, formazione di personale locale nei centri di detenzione e fornitura di mezzi terresti e navali sono già costati al nostro Paese 150 milioni di euro. Il governo lavora per modificare il testo, spiega il ministro, "in particolare nella parte riguardante le condizioni dei centri di detenzione", ma non ci sarà alcuno stop.
"L'accordo può essere migliorato - dichiara alla Camera -ma è innegabile come abbia contribuito attraverso il rafforzamento delle capacità operative libiche a ridurre in maniera rilevante l'arrivo dei migranti, da 107.212 del 2017 a 2.722 dell'ottobre 2019, e conseguentemente le morti in mare nel Mediterraneo centrale".
L'Italia "è l'unico partner effettivo delle autorità libiche nella lotta al traffico di esseri umani, una riduzione dell'assistenza potrebbe tradursi in una sospensione dell'attività della Guardia costiera libica" sostiene Di Maio, annunciando la convocazione della Commissione congiunta italo-libica e ricordando più tardi l'impegno anche sul fronte dei rimpatri, con un fondo alimentato con 20-25 milioni.
"Il Memorandum deve cambiare radicalmente" dice al mattino il segretario Pd Nicola Zingaretti. "Bisogna voltare pagina rispetto a 14 mesi di indifferenza e propaganda" sottolinea in aula replicando a Di Maio Lia Quartapelle, capogruppo dem in commissione Esteri, chiedendo che le modifiche riguardino "i corridoi umanitari, lo svuotamento dei campi, la presenza delle organizzazioni internazionali e la protezione dei diritti umani".
"E una questione di scelte politiche" osserva il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che sul Memorandum riferirà alla Camera mercoledì, spiegando inoltre che, entro fine anno, i decreti sicurezza saranno modificati "in prima battuta per renderli conformi alle osservazioni del Quirinale". Ma l'annuncio di Di Maio semina scontento nella maggioranza, evidenziando sull'immigrazione differenze difficili da sanare.
Ventiquattro tra parlamentari ed eurodeputati di Pd, Sinistra Italiana, Italia Viva, Radicali e M5s, a cui si aggiunge l'ex grillino Gregorio De Falco, parlano di risposte "insufficienti" e chiedono "la sospensione immediata" del Memorandum, "all'origine di una sistematica violazione dei diritti umani delle persone che tentano di fuggire da un inferno".
Il segretario di +Europa Benedetto Della Vedova mette in guardia: "Rischia di essere un accordo Stato-mafia". Esprime "preoccupazione" anche Magistratura democratica, confermando il quadro di violenze "riscontrabile" dai magistrati durante le audizioni dei richiedenti asilo: "I finanziamenti - avvertono - non sono serviti a migliorare le condizioni di vita nei centri".
di Mattia Feltri
Vanity Fair, 31 ottobre 2019
Gli abitudinari delle cronache, dei libri e delle fiction di denuncia, arte diffusa in un tempo di martiri e di eroi a scialo (quando c'è inflazione di registi, scrittori e giornalisti marmorei nelle schiene diritte, e non ci piegherete, e non ci intimidite eccetera, significa che non corrono alcun rischio: nella Russia di Stalin, per dire, o nella Germania di Hitler, i pochi con la schiena diritta si guardavano bene dallo sbandierarlo), si saranno fatti l'idea di una Roma riemersa dagli abissi degli inferi: sparatorie, violenza quotidiana, reti criminali a cielo aperto, i famosi tentacoli della mafia avvinghiati al Campidoglio, le gerarchie politiche ed ecclesiastiche strette negli affari e nei malaffari, specie notturni e d'alcova. Un bordellificio e uno sgozzificio.
Poi la Cassazione s'è incaricata di ristabilire che l'amministrazione comunale non era agli ordini delle cupole (Mafia capitale: l'affascinante definizione del nulla), e le statistiche (oggetto di disturbo per gli analisti al metro dello stomaco) che Roma non è il far west, secondo la sciatta e pigra titolazione a ogni morto ammazzato.
Roma è lercia e disordinata e governata da una specie di baby gang a cinque stelle, ma poche capitali del mondo sono altrettanto sicure: lo scorso anno gli omicidi sono stati dieci, in costante calo da un paio di decenni almeno, mentre a Londra sono regolarmente oltre i cento e a Berlino quasi, senza andare a contabilizzare le macellerie delle città del Nord e del Sud America.
Di quanto abbiamo letto, c'è di vero soltanto che quasi sempre gli omicidi sono la conseguenza estrema dello spaccio e del consumo di droga. Luca Sacchi, fatto fuori con un colpo in testa pochi giorni fa, il carabiniere Mario Cerciello Rega, assassinato a settembre, Desirée Mariottini, morta a fine 2018: in ognuna di queste storie c'entra la droga. E succede perché l'Italia e l'Europa intera sono posti in cui la gente usa droga.
Nel 2016 (ultimo dato dell'Osservatorio europeo) ottantotto milioni di persone, oltre un quinto della popolazione continentale, hanno dichiarato di aver provato droga almeno una volta nella vita (poi ci sono quelli che lo fanno ma non lo dichiarano). Sempre un quinto (20,7 per cento) sono i giovani italiani che hanno consumato droga nell'anno precedente: nel 2011 erano il 15 per cento. Il settantacinque per cento delle attività illegali traggono profitti dalla droga, e solo in Italia muovono una ventina di miliardi di curo all'anno.
Il grosso viene dalle droghe leggere, hashish e marijuana. I ragazzi di venti o trent'anni hanno buone probabilità di essere figli di genitori con familiarità con la droga, quantomeno con le canne. Ci sono famiglie in cui i figli fumano coi genitori, che accettano per desacrali77are il brivido del proibito, ma soprattutto perché non hanno la percezione di fare qualcosa di socialmente riprovevole, addirittura ai limiti dell'illegale. È la normalità.
L'unico tabù, oggi, è parlare di liberalizzazione o legalizzazione delle droghe, pure di quelle leggere, e nonostante dove è successo, come in Olanda, il consumo non aumenti più che altrove, forse meno, e intanto si evita di riempire le carceri di piccoli spacciatori, e si aggiungono entrate tributarie.
Capite il non senso? Chi strilla contro l'allarme sicurezza, specialmente gente della politica, trascura che la criminalità Ingrassa quasi esclusivamente con la droga, gliene lascia il monopolio, e rifiuta di regolarizzare quello che è già la regola.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 31 ottobre 2019
L'ultima grande democristiana europea, Angela Merkel, il suo partito e l'alleato conservatore, Csu, stanno prendendo in seria considerazione il progetto di legalizzare produzione, distribuzione e consumo dei derivati della cannabis (hashish e marijuana).
Questo mentre il primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, fa della legalizzazione di quelle sostanze uno dei punti principali del suo programma di governo. E mentre si prevede che, entro il 2024, nella metà degli stati americani il consumo a scopo ricreativo di hashish e marijuana non sarà più reato. E negli stati dove già vige la legalizzazione, il numero degli adolescenti che fa uso di cannabis si riduce costantemente.
E in Italia? In Italia tutto tace, a parte la sacrosanta pervicacia e la saggia follia dei radicali. Oggi, nel nostro Paese, i derivati della cannabis, gestiti dalla criminalità si trovano in un regime di liberalizzazione perfetta. È questa, secondo i parametri dell'economia classica, la condizione del mercato: una molteplicità di esercizi commerciali, aperti giorno e notte, in un numero elevatissimo di strade e piazze di tutte le città, dove è possibile acquistare ogni tipo di sostanza da una rete articolata di fornitori.
In altre parole, un mercato totalmente libero, ancorché illegale. L'antiproibizionismo vuole l'esatto opposto. Ovvero un sistema di regolamentazione pubblica di produzione, distribuzione e commercio della cannabis, sottoposto a un meccanismo di controlli, divieti e imposte, che sottragga l'attuale mercato al comando della criminalità organizzata. Si tratterebbe di un regime del tutto simile a quello applicato all'alcol e al tabacco.
Nessuno, infatti, ha dato ancora risposta a una domanda semplice: perché alcol e tabacco sono legali e regolarmente acquistatili e perché, invece, i derivati della cannabis sono fuorilegge? Tutto ciò partendo da un assunto: nessuno, ma proprio nessuno, degli antiproibizionisti ha mai affermato che la cannabis non fa male. Il suo abuso, particolarmente in età adolescenziale, può produrre danni significativi, seppure inferiori a quelli determinati dalle altre due sostanze.
E se, dunque, si chiede la legalizzazione della cannabis, è perché si ritiene che la condizione di clandestinità ne incrementi la pericolosità. Per due ragioni. Perché costringe un numero esteso di persone a frequentare ambienti criminali, a entrare in rapporto con associazioni criminali, e a compiere atti criminali.
E perché impedisce di controllare la composizione della sostanza e la percentuale di principio attivo. Si tratta di considerazioni razionali e di evidenze scientifiche, condivise da tossicologi e sociologi, da operatori della sicurezza e dell'ordine pubblico, da farmacologi e medici. La più autorevole conferma è venuta dall'allora capo della Procura nazionale antimafia, Franco Roberti, che, in due successivi rapporti annuali, invitò il legislatore ad affrontare il tema della legalizzazione. Ma, nonostante la crescita del numero e del prestigio di quanti si dichiarano favorevoli, i decisori pubblici esitano, traccheggiano, recalcitrano.
E l'orientamento prevalente nell'attuale Parlamento sembra essere decisamente ostile. Questo rende ancora più importante la volontà espressa dalla Cdu tedesca e dalla sua leader. E, tuttavia, la cosa sorprende fino a un certo punto. Di fronte a un fenomeno che coinvolge così tanti cittadini e che corrisponde, come diceva Marco Pannella, "all'esercizio di una facoltà umana praticata a livello di massa", si sceglie la via di un ponderato pragmatismo.
Troppo ampio, quel fenomeno, e troppo connaturato all'indole umana per risolverlo con la repressione. Qui interviene, forse, anche un elemento religioso: l'ispirazione luterana dell'educazione e della cultura di Merkel e di molta politica tedesca non determina esclusivamente, come si ritiene con superficialità, un atteggiamento intransigente.
Nelle teologie e nelle dottrine morali delle chiese cristiane (e specie in quella cattolica) si trova la teoria del male minore. L'idea, cioè, che se il male non può essere bandito dal consorzio umano, compito del cristiano e del politico cristiano è quello di ridurre i danni che può produrre. E questa considerazione si aggiunge alle altre di natura sociale, giuridica e criminologica, che rendono la proposta della legalizzazione ragionevolissima e concretissima.
In ogni caso, come vuole qualsiasi approccio serio e scientifico, da sperimentare. Non così in Italia, dove la situazione sembra addirittura peggiorata rispetto al passato. Un quarto di secolo fa, il futuro presidente del Senato, Marcello Pera, scriveva con me appassionati articoli per la legalizzazione sul Sole 24 Ore; e Franco Debenedetti condivideva con altri intellettuali e parlamentari liberali (in primo luogo Antonio Martino) la medesima opzione.
All'interno delle formazioni di sinistra, la componente antiproibizionista otteneva notevoli consensi. Oggi, tutte quelle posizioni sembrano aver perso vitalità e vivacità. Una volta constatato il fallimento di tutte le strategie proibizioniste e repressive, cosa si aspetta ancora per proporre con forza una svolta radicale? Cosa aspettano i liberali e i libertari, la sinistra e le sinistre (qualsiasi significato si attribuisca a quella categoria), i garantisti, gli uomini e le donne di fede e quelli di scienza e tutte le persone di buona volontà?
agenzianova.com, 31 ottobre 2019
Almeno 150 persone hanno perso la vita nell'arco di sei mesi all'interno dei campi di detenzione operati dalla Cina nella regione dello Xinjiang. Lo riferisce una "fonte ufficiale" citata dalla stampa internazionale. A confermare il dato è stato un ufficiale del dipartimento di Polizia nella contea di Kuchar, secondo cui le 150 morti sono avvenute presso uno solo dei quattro centri di detenzione di massa attivi nel paese, il n. 1, nel distretto di Yengisher, a circa 10 chilometri dal centro di Kuchar. Le morti sono avvenute tra giugno e dicembre 2018, quando il funzionario di polizia era assegnato alla struttura; la fonte non ha saputo riferire quante persone abbiano perso la vita nel centro di detenzione prima o dopo quel periodo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 31 ottobre 2019
Il thangyat è una delle più antiche forme tradizionali di arte di Myannar: unisce poesia, commedia e musica ed è molto diffusa soprattutto durante i festival dell'acqua e in altre occasioni festive. Gli spettacoli di thangyat erano stati messi al bando nel 1989 dalla giunta militare ed erano stati ripristinati nel 2013. Per quelli di quest'anno, il governo aveva subordinato il permesso all'approvazione di un apposito comitato: un modo inaccettabile di tenere sotto controllo l'arte vietando tutti i contenuti critici nei confronti del governo.
Kay Khine Tun, Zayar Lwin, Paing Pyo Min, Paing Ye Thu e Zaw Lin Htut, cinque artisti del gruppo satirico "Generazione Pavone", hanno sfidato la norma. Ieri sono stati condannati a un anno di carcere per uno spettacolo di thangyat messo in scena ad aprile, nel quale si erano esibiti in uniformi militari e avevano preso in giro le autorità. Il loro "reato" è di aver diffuso notizie con l'intento di spingere membri delle forze armate a disertare o a venir meno in altro modo al loro dovere. Per aver trasmesso in diretta Facebook lo spettacolo rischiano un'ulteriore condanna, fino a due anni, per "diffamazione online".
di Annalisa Appignanesi
centropagina.it, 30 ottobre 2019
Il pronunciamento delle Corte Costituzionale annulla in parte il 4bis e assegna ai magistrati di sorveglianza il compito di valutare caso per caso. Ma l'opinione pubblica è divisa. Il Garante dei detenuti delle Marche Andrea Nobili: "Tutelano i diritti, ma la pena esiste per una criminalità molto significativa".
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