Il Tirreno, 7 dicembre 2019
Si chiama "Ventosa" la nuova creazione dell'azienda Dampaì che da mesi ha aperto un laboratorio artigianale nell'istituto. Alla Two e alla Three, le due borse artigianali a mano/tracolla in gomma espansa e alla borsa in rete Lilly trasformabile in zaino, interamente realizzate all'intero dell'istituto penitenziario di Porto Azzurro, si aggiunge ora l'ultima nata, la Ventosa che sarà ufficialmente presentata la mattina del 14 dicembre a forte San Giacomo, nel carcere di Porto Azzurro.
Il marchio è quello di Dampaì, il brand specificatamente elbano nato nel 2011 e specializzato nel produrre bijoux, borse e accessori vari moda. Dal 2017 la ditta ha trasferito il suo magazzino all'interno della Casa di reclusione Pasquale De Santis, grazie alla collaborazione tra l'architetto Simona Giovannetti, creatrice del gruppo, e Francesco D'Anselmo, direttore della casa di reclusione elbana.
Dalla loro cooperazione è maturata l'idea di aprire un vero e proprio laboratorio di produzione artigianale. Due detenuti sono stati scelti sia per gestire il magazzino, sia per realizzare i nuovi accessori moda. Dampaì ha effettuato una formazione professionale specifica alle persone scelte, che sono state poi assunte e stipendiate dall'azienda di moda/design.
Il percorso si è sviluppato velocemente, con particolare attenzione agli aspetti gestionali e umani innescati dal processo produttivo che deve confrontarsi con le regole di un carcere. Il primo prezioso frutto di questo delicato lavoro di squadra è stato la messa in commercio, presso i Dampaì stores dell'isola d'Elba e presso alcuni rivenditori Dampaì in Italia, dei primi tre modelli di borse interamente confezionate all'interno del carcere: la Two e la Three, due borse a mano/tracolla in gomma espansa e la borsa Lilly.
Sabato prossimo sarà presentata Ventosa (di vento), la borsa in pelle realizzata a mano, con grandi cuciture anch'esse in pelle e in diversi colori che il cliente potrà scegliere, con l'aiuto di simulazioni computerizzate, tra più soluzioni. È il frutto del 'lavoro etico', l'impronta che ha voluto imprimere Francesco D'Anselmo all'iniziativa, che mira, attraverso questo progetto, alla riabilitazione dell'individuo e fornirlo di strumenti in base ai quali possa, una volta restituito al mondo civile, aspirare a una professione.
xforlitoday.it, 7 dicembre 2019
Il Sindaco Zattini: "Strumenti per un efficace reinserimento sociale". Il carcere di Forlì conta ad oggi circa 160 detenuti di cui 25 donne ed è fortemente impegnato in 4 laboratori produttivi.
Si è tenuto venerdì lo scambio di auguri di Natale tra i detenuti, coinvolti nei due laboratori produttivi interni alla Casa Circondariale di Forlì, e i numerosi ospiti tra cui istituzioni, imprese ed operatori. In particolare, oltre a diverse imprese del territorio sono intervenute numerose autorità tra cui i Consiglieri Regionali dell'Emilia Romagna Lia Montalti e Paolo Zoffoli, il sindaco del Comune di Forlì, Gian Luca Zattini con i due assessori comunali, Paola Casara e Rosaria Tassinari, il presidente della Provincia, Gabriele Fratto, l'assessore del Comune di Cesena, Carmelina Labruzzo, il presidente dell'Unione Rubicone e mare Luciana Garbuglia, gli assessori del Comune di Sarsina, Maria Vittoria Cesaretti ed Elsa Cangini.
Oltre 70 persone hanno partecipato allo scambio di auguri, ascoltando direttamente dalla voce dei protagonisti, detenuti, imprese ed operatori, l'andamento dei laboratori in questo anno di attività; l'occasione è stata, infatti, propizia per tirare le somme di fine anno, facendo un bilancio in termini economici, etici e sociali, delle due esperienze. I due laboratori, l'uno di assemblaggio e l'altro di cartiera, fiore all'occhiello del carcere mercuriale, sono coordinati dall'ente di formazione Techne che ne gestisce la regia e ne monitora quotidianamente le attività.
"Anche quest'anno abbiamo voluto rinnovare gli auguri ai 6 detenuti del laboratorio di assemblaggio Altremani ed ai 4 del laboratorio Manolibera - spiega Lia Benvenuti, direttore generale di Techne - per testimoniare che il lavoro è l'unico vero strumento di riscatto sociale, rieducazione alla legalità e alle regole della società civile". "È un piacere accogliere tanti ospiti per festeggiare con noi il Natale ed i risultati di fine anno per nulla scontati di questi laboratori - sottolinea Palma Mercurio, direttrice della Casa Circondariale di Forlì - ottenuti grazie al lavoro e alla collaborazione di una rete territoriale fatta di enti pubblici e privati nonché di preziosi collaboratori interni ed esterni al carcere".
Il carcere di Forlì conta ad oggi circa 160 detenuti di cui 25 donne ed è fortemente impegnato in 4 laboratori produttivi nati per dare lavoro ai detenuti ed insegnare loro un mestiere: oltre al laboratorio di assemblaggio Altremani e al laboratorio di cartiera artigianale Manolibera, ci sono il laboratorio di recupero apparecchiature elettriche ed elettroniche e il laboratorio di sartoria. Il carcere di Forlì, in tal senso, investe moltissimo affinché lo "spazio" della detenzione venga riempito di contenuti siano essi di istruzione, formazione e lavoro per permettere alla persona una vera e propria riabilitazione nella società.
"Realtà come quella del carcere di Forlì - evidenzia il sindaco Zattini - rappresentano una vera e propria comunità educante in cui l'aspetto sociale è strettamente connesso a quello produttivo, in grado di sostenersi grazie ad una rete territoriale di imprese e istituzioni che crede ed investe nelle attività lavorative in carcere quale strumento per un efficace reinserimento sociale".
Il laboratorio di assemblaggio Altremani, nato nel 2006, rappresenta un'iniziativa di grande successo, per nulla scontato all'interno di un carcere, sia in termini occupazionali che economici. Questa realtà tutta forlivese, infatti, rappresenta un'eccellenza nel panorama carcerario nazionale non solo per gli oltre 70 detenuti che in questi anni ha assunto, ma anche grazie all'indipendenza economica raggiunta, superando le difficoltà strutturali, logistiche, normative e relazionali caratterizzanti le attività in carcere che spesso ne compromettono la sostenibilità.
Tredici anni di successi grazie soprattutto alle due imprese virtuose del territorio forlivese e cesenate, Mareco Luce e Vossloh Schwabe che da anni forniscono le commesse grazie alle quali il Laboratorio si sostiene e sviluppa. A queste aziende "storiche", da un anno, si è aggiunta una nuova impresa committente, la Cepi Spa, che sta consolidando con il Laboratorio una proficua collaborazione. A questi protagonisti, si unisce la cooperativa Lavoro Con che si fa carico dell'assunzione dei detenuti, permettendo di raggiungere indici produttivi e qualitativi di ottimo livello.
Il laboratorio di cartiera Manolibera nasce nel 2011 dalla progettazione congiunta di Techne, Hera e Casa Circondariale, partenariato che si è ampliato nel tempo coinvolgendo la Cooperativa Cils, la legatoria Berti, l'Ispettorato Territoriale del Lavoro di Ravenna-Forlì-Cesena-sede di Forlì, la Provincia di Forlì Cesena, la Camera di Commercio della Romagna - Forlì-Cesena e Rimini, il Comune di Forlì, l'Unione dei Comuni Valle del Savio e l'Unione Rubicone e Mare.
Da scarti di legatoria, attraverso un'antica tecnica di lavorazione arabo-cinese, trovano nuova vita prodotti di carta eco-sostenibili, raffinati e interamente realizzati a mano. Tra i prodotti, manufatti preziosi, ricercati e personalizzabili, si possono trovare bomboniere e partecipazioni, album, quaderni, cornici, biglietti di auguri e carta da lettera. Il laboratorio impiega oggi quattro detenuti e, dal 2011, complessivamente sono state coinvolte oltre 40 persone, garantendo loro un'indennità economica.
di Emanuela Belcuore
pinklifemagazine.com, 7 dicembre 2019
Carmine Ucello è il Presidente dell'associazione Carcere Vi.Vo. Da ben 22 anni opera nelle case circondariali di tutta la Campania, con l'obiettivo di donare un sorriso a chi è sofferente. L'ascolto e l'accoglienza, i suoi strumenti. Si batte per le pene alternative, perché: "Un cane che morde non può essere scacciato ma deve essere rieducato". Il suo progetto a lungo termine: scrivere un libro per mettere nero su bianco tutto quello che le sue orecchie e i suoi occhi hanno sentito e visto. "Bisogna umanizzare il carcere".
Come è nata l'associazione Carcere Vi.Vo.?
"È nata sulle orme di San Vincenzo de Paoli che nel 600? incominciò a seguire i galeotti francesi, di poi, suor Vittoria, una vincenziana, iniziò ad entrare nel carcere e dopo di lei la giovane suor Anna nell'87 e nell'89 alcuni laici, attualmente impegnati tra le case circondariali di Poggioreale, Secondigliano e Pozzuoli. L'associazione apporta anche un aiuto morale, legale e grazie ad alcuni benefattori e ai vari spettacoli teatrali organizzati, anche economico alle famiglie dei detenuti".
Racconta un caso che ti ha deluso e uno che ha superato le tue aspettative...
"La storia di un detenuto che aveva 5 figli, con lo sfratto di casa esecutivo. La moglie mi contattava ogni giorno chiedendomi aiuto. Per lui mi sono speso tanto, aveva avuto l'affidamento al lavoro come gommista poi non mi ha cercato più. Era un caso pietoso, con un bimbo piccolo che giocava bene a pallone ma non parlava, abbiamo aiutato anche lui durante l'incontro con le famiglie, presso via Andrea d'Isernia, dove c'è il centro ascolto, dove facciamo riunioni, attività ricreative e tanto altro. Un caso positivo, invece, è quello di un detenuto greco, arrestato per droga; dopo ben sette anni è uscito, ora lavora e si è ben integrato. Bisogna sconfiggere i pregiudizi e il preconcetto".
Quali sono le criticità del carcere di Poggioreale?
"La struttura è del secolo scorso, con la venuta del Papa nel 2015 si è fatta una pulizia generale ma le celle sono piccole e spesso gironzolano i ratti, la socialità diventa solo un momento di confusione. Il carcere dovrebbe essere più aperto ai volontari. Il padiglione Napoli è veramente complicato da gestire, ci sono detenuti che entrano ed escono dal carcere; il Torino per i reati commessi non ha troppi contatti con gli altri; il padiglione Roma ha un edificio a parte, ci sono i tossicodipendenti e gli accusati di violenza sessuale; il Salerno ospita i trans dove vado a fare la catechesi; il padiglione Milano, invece, ospita gli stranieri e i reati comuni".
Che ne pensi della legge che vorrebbe dare più potere ai comandanti della polizia penitenziaria rispetto ai direttori?
"Il carcere deve essere rieducativo per cui se gli oneri rimangono in mano ai direttori c'è più possibilità di fare progetti e far entrare i volontari; il comandante ha un'impostazione mentale diversa, quella militare, quindi dovrebbe occuparsi di altro come ha sempre fatto, garantendo la sicurezza ma lasciando poteri decisionali all'area educativa-trattamentale e ai direttori".
di Maria Teresa Santaguida
agi.it, 7 dicembre 2019
Intervista al direttore di San Vittore, Giacinto Siciliano, che vuole trasformare il penitenziario milanese in un "quartiere della città". Dove sta scritto che il carcere debba essere considerato un luogo perdente per definizione? Che innovare sia impossibile? Che anche un luogo "brutto" non possa essere un'eccellenza nella città che ne vanta tante, Milano? E soprattutto dove sta scritto che chi ha sbagliato non possa imparare di nuovo a seguire e perfino amare le regole?
Non sta scritto da nessuna parte e infatti Giacinto Siciliano queste domande le pone agli altri in modo provocatorio, mentre a sé stesso ha smesso di farle, perché ha deciso che a scrivere i nuovi paradigmi vuole essere lui: 53 anni, molti dei quali a Milano, nonostante la spiccata inflessione meridionale, è l'uomo che trasforma i penitenziari più difficili d'Italia in luoghi di sperimentazione.
Dopo la rivoluzione di Opera, ora tocca a San Vittore, che vuole trasformare "non in un hotel di lusso, ma in un quartiere della città, con le sue bellezze". Tutta una vita, la sua, passata 'in carcerè: "Fra le mura ci sono nato e cresciuto, perché mio nonno era comandante degli agenti di custodia, mio padre direttore, e come tutti aveva l'obbligo di alloggiare 'dentro'. Io ero convinto che non lo avrei mai fatto: volevo essere un tranquillo professore universitario, oppure un notaio, per fare tanti soldi e lavorare poco. Poi tentai il concorso con una collega: lei fu scartata, io vinsi. Ho sbagliato tutto? Non so, ma sono qua, dopo 26 anni".
San Vittore è stato per lui una sfida e un modo "per non ripetersi", dopo i risultati positivi del precedente incarico. Quando ha accettato però era consapevole delle difficoltà di dirigere una casa circondariale: "Qui arrivano gli arrestati, a volte anche 30 in una notte: restano poco ed è per questo che si concentrano la marginalità e il disagio più disperati".
Su 1.070 detenuti circa 800 sono stranieri, e non restano per più di 90 giorni: "Il tempo per lavorare sul recupero è poco, ma non ci si può fermare alla gestione dell'ordinario, altrimenti ci si livella tutti verso il basso. San Vittore è la porta d'ingresso: ma da luogo di sfollamento può diventare centro di accoglienza e orientamento verso altri istituti, con un percorso già iniziato"
Fin qui parole le dà direttore, i progetti, la visione. Ma è la riflessione e l'umanità dell'uomo che emerge sotto la volontà di raggiungere gli obiettivi: "Non devo trattare il carcere da carcere, altrimenti qui dentro diventiamo tutti carcerati e carcerieri". ??
E cosa deve essere allora San Vittore, per Lei?
"Uno spazio di cultura e di bellezza. Nessuno parla di mondanità, però io da direttore ho la necessità che sul carcere ci sia attenzione vera, quindi devo attirare figure, intelligenze, istituzioni, chiunque possa aiutarci. Accanto ai bisogni quotidiani, come i vestiti e le sigarette, devo incidere sul contesto. San Vittore ha un fascino - che hanno cantato anche i grandi come Jannacci - maggiore di Opera o Bollate. Lo vediamo ogni anno alla Prima della Scala: molti preferiscono venire qui ormai, che andare a Teatro. Se ogni mese offriremo uno spettacolo culturale di alto livello si attiverà un processo di osmosi tra dentro e fuori: il risultato sarà la percezione di questo come un quartiere della città esattamente come gli altri.
Nel corridoio principale abbiamo cominciato con una mostra fotografica: di recente è stata la volta di Andrea Bianconi con le sue frecce: si intitolava 'Come creare una direzione', un monito che qui assume una valenza particolare per la vita dei detenuti".
Sembra assurdo pensare a questo come un luogo di bellezza, Le hanno mai detto che ha idee bizzarre?
"Tutt'altro. Se io, da detenuto, sono nemico delle istituzioni per definizione, e tu, come Stato, mi tieni in un posto brutto che motivo ho di migliorare? Se invece lo Stato cerca di far capire che c'è, che si impegna, con tutti i suoi limiti a trasformarsi, il risultato è diverso. Perché in ogni cosa o persona brutta c'è comunque del bello su cui lavorare. Al detenuto arriva un messaggio: "Lamentati quanto vuoi dell'Istituzione che ti sta tenendo dentro, ma intanto questa Istituzione c'è". Mentre dal canto nostro si crea l'attenzione, alla persona, allo spazio, ai contenuti di quello spazio. E si crea cultura: da quando abbiamo le mostre nei corridoi non ci sono più cicche per terra, è già un risultato".
Siamo il mensile di strada e sappiamo che fra coloro che vivono "fuori" ci sono anche i pochi cosiddetti irriducibili. Le è mai capitato di incontrare gli occhi di un detenuto di cui ha pensato che fosse "un irriducibile" del crimine?
"Mi è capitato di pensarlo, sì, ma mi è capitato anche di essere smentito. Esistono i cosiddetti 'delinquenti professionali', sia fra i criminali comuni che fra i mafiosi, ad esempio. Ma sono convinto che di assolutamente irriducibile non ci sia nessuno: se si ha molta attenzione alla persona prima o poi si fa breccia, perché tutti hanno dei bisogni. E se l'unica volta in cui quel bisogno è emerso l'istituzione l'ha capito ed è intervenuta, una breccia si aprirà sicuramente. Certo, è molto faticoso: è più semplice dire 'ci stai o non ci stai', che andare a cercare le persone e aiutarle".
Dopo tanti anni di lavoro immagino si sia posto una domanda: il carcere è necessario?
"C'è un'ultima cosa, ed è la più importante: piaccia o non ci piaccia, questo è l'unico posto dove tanti hanno un'attenzione e una cura che fuori non avrebbero: a volte qui c'è il primo aggancio col sistema sanitario, soprattutto per gli stranieri. In questo momento, ad esempio, abbiamo una serie di ospiti sono stati già scarcerati, ma rimangono perché non potrebbero vivere in strada, dove sarebbero un pericolo per sé e per gli altri. Ecco, viviamo un paradosso: il carcere diventa il posto dove c'è una risposta per tutti".
Come vede San Vittore quando sarà trasformato anche esteticamente?
"Grazie alla collaborazione con la Triennale abbiamo deciso di portare qui dentro la bellezza. Abbiamo cominciato con l'imbiancare le pareti: sappiamo che non basta, ma è un segno. Gli architetti che ruotano attorno al presidente Stefano Boeri, verranno qui e ascolteranno le esigenze dei detenuti, vivranno con loro e penseranno a come ristrutturare, anche con pochi fondi. Vogliamo produrre 10 progetti e poi cercare dei finanziatori. Ormai va molto di moda nel privato l'analisi del contesto e coinvolgimento delle persone nel progetto. Dove sta scritto che non si possa fare anche nel pubblico e che non troveremo qualcuno che voglia far parte del grande progetto e contribuire alla sua realizzazione?".
La Nuova Sardegna, 7 dicembre 2019
Sventato il suicidio di un detenuto. Sale la tensione dopo lo spostamento del capo degli agenti. Nuovo campanello d'allarme nel carcere di Bancali: ieri gli agenti della polizia penitenziaria hanno sventato il tentativo di suicidio di un detenuto.
A denunciare l'ennesima tragedia sfiorata è stato il delegato nazionale del Sappe Antonio Cannas. E a Bancali la situazione continua a essere particolarmente critica per la mancanza di un comandante della polizia penitenziaria e di un direttore in pianta stabile (attualmente la reggenza è affidata alla direttrice del carcere di Alghero che deve coprire anche Tempio). Sull'argomento è intervenuto Francesco Laura, responsabile del coordinamento dell'Uspp (Unione sindacati di polizia penitenziaria) per esprimere dissenso rispetto alla decisione del Dap di revocare l'assegnazione provvisoria del comandante di reparto.
"L'istituto di Bancali, per la complessità della struttura e la peculiarità dei detenuti presenti (quasi 100 41bis e AS2) non può essere lasciato senza un commissario comandante. Al di là delle motivazioni riconducibili ad un episodio verificatosi durante un'operazione di servizio piuttosto delicata, che avrebbero potuto indirizzare verso altre soluzioni, anche raccogliendo nell'immediatezza le testimonianze del personale di polizia penitenziaria operante - sostiene Laura - quel che stupisce è che finora non erano emersi problemi di alcun genere circa l'operato del comandante. Perché improvvisamente è stato ritenuto non più in grado di svolgere le funzioni assegnategli fino a quel momento?"
Il responsabile dell'Uspp auspica che "il Provveditore incaricato possa procedere all'accertamento dei fatti e concludere in fretta la sua inchiesta amministrativa affinché venga stabilita la verità e le preoccupazioni di organismi esterni al carcere vengano superate e il comandante possa tornare al suo posto".
di Francesco Maselli
Il Foglio, 7 dicembre 2019
Di Maio non crede alla presenza dei russi vicino a Tripoli e ci dice che la strategia è attendere (il disastro) Roma. L'analisi ufficiale del governo italiano su quanto accade in Libia, ripetuta dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio in un colloquio concesso al Foglio e ad altri quotidiani italiani è che "non esiste una soluzione militare alla crisi libica".
È un'analisi che non considera un fatto rilevante: lo strumento militare è ormai centrale per definire i rapporti di forza al tavolo dei negoziati, e ignorarlo non aiuta a difendere gli interessi nazionali italiani. L'Italia ha una notevole presenza sul terreno, in particolare l'ambasciata a Tripoli e un ospedale militare difeso da 300 soldati a Misurata, ma è passiva. E se la guerra degenera, per tutto il paese è un problema. Le milizie del generale Khalifa Haftar, che assediano a Tripoli il governo riconosciuto dall'Onu e sostenuto dall'Italia dallo scorso aprile, hanno da poco ricevuto un aiuto cospicuo da mercenari russi (a seconda delle fonti i numeri variano da poche centinaia a duemila), e appaiono sempre più vicine all'obiettivo.
Tanto che, secondo quanto riportato da Repubblica, l'Italia starebbe preparando un piano per l'evacuazione del premier libico Fayez al Serraj. La presenza russa sul terreno non è riconosciuta dalle autorità italiane, come ha spiegato il ministro durante il colloquio che si è svolto a margine dell'incontro bilaterale con il suo omologo russo Sergei Lavrov: "Dobbiamo ancora verificare le informazioni che danno i libici o gli americani, noi chiediamo soltanto che nessuno interferisca. Io e Lavrov non abbiamo parlato di questo, abbiamo parlato in generale del fatto che la Russia è uno stato importante per arrivare al cessate il fuoco", ha detto Di Maio.
È tuttavia molto difficile credere che l'Italia, in Tripolitania tra le nazioni più informate su quanto accade sul terreno grazie al lavoro congiunto di diplomazia e servizi, non sappia da chi sono composte le forze che assediano da mesi il governo riconosciuto dall'Onu. Ai piani alti della Farnesina sostengono che Khalifa Haftar "si illude" di entrare a Tripoli per conquistarla, perché questo semplicemente sposterebbe la guerra civile all'interno della capitale.
Se però questa eventualità è concreta, ci spiega un diplomatico italiano, lo scenario che si profila sarebbe catastrofico, e Roma farebbe bene a essere molto preoccupata: "L'ingresso farebbe degenerare i termini del confronto, è difficile che Haftar possa conquistare e controllare Tripoli, ma potrebbe generare la caduta del governo legittimo e aprire la strada a ulteriori violenze".
Intorno a Tripoli resiste una sorta di cordone difensivo alzato dalle milizie del Gna aiutate dalla Turchia: se dovesse cedere si arriverebbe a combattimenti casa per casa, che darebbero un notevole impulso alle partenze di profughi verso i paesi confinanti via terra (Tunisia e Algeria) e via mare Alla domanda del Foglio, che ha chiesto al ministro se sono previste delle azioni concrete dell'Italia volte a evitare che il generale Haftar entri a Tripoli, magari con sanzioni dirette ai suoi padrini, la risposta è chiara: "C'è una tale escalation in Libia che l'atteggiamento da parte dell'Italia deve andare verso il cessate il fuoco.
Eventuali reazioni non farebbero che peggiorare la situazione". In altre parole il governo italiano non intende spendere capitale politico per cercare di fermare Haftar, pur condannando la sua offensiva. Roma ripone la sua piena fiducia nell'eventuale conferenza di Berlino sulla Libia, che per adesso consiste in continue riunioni tecniche (questa settimana la decima), pochissimi passi avanti, e nessuna data.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 7 dicembre 2019
Presentata nella Casa di reclusione di Rebibbia la raccolta degli scritti dei detenuti. L'uomo contemporaneo è molto meno capace di sopportare la solitudine in una società che lo rende paradossalmente più solo. Figuriamoci in carcere, dove gli "affetti" rappresentano il legame mentale ed emotivo che unisce una persona alle altre e sono anche ciò che tiene assieme diverse parti e aspetti della persona dotandola di coerenza e di senso. Il tema della solitudine fa da sfondo alla raccolta degli scritti degli ospiti della Casa di reclusione di Rebibbia intitolata "Non siamo soli".
Si tratta della quinta pubblicazione curata da suor Emma Zordan, religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo e volontaria nel carcere romano, ed evidenzia la difficoltà di sopravvivenza e il desiderio di amore di tanti ragazzi che ogni giorno lei stessa assiste e accompagna nel difficile cammino di redenzione e di reinserimento nel tessuto sociale. Una pubblicazione intimista che pone l'accento su un problema di grande attualità, non soltanto per chi vive dietro le sbarre.
"La solitudine è un vissuto complesso" ha detto il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila, rivolgendosi agli autori della pubblicazione che si sono ritrovati nel teatro del carcere per l'occasione. "Non bisogna identificare la solitudine fuori con la solitudine dentro. Si può essere soli fuori per circostanze particolari per cui vengono a mancare i contatti, ma dentro si ha la certezza di essere accompagnati, di essere vicini ad altri.
C'è la consapevolezza che la propria sorte è condivisa e questa è una consapevolezza fondamentale", ha spiegato il porporato, aggiungendo che "il problema è quando si è soli dentro anche quando non si è soli fuori. La solitudine dunque non è legata al regime detentivo e va sconfitta perché è una forma di asfissia. Si supera solo con la mobilitazione di tutti. Dobbiamo riscoprire l'arte di vivere insieme". Esiste dunque il pericolo che la solitudine possa diventare (e in alcuni casi lo diventa) una patologia che presenta persone che non riescono più a emozionarsi, ad avere passioni. E per passioni intendiamo soprattutto attaccamento a un'idea, un progetto, un gruppo di appartenenza e, non ultimo, alla propria personalità.
Una sorta di "depersonalizzazione" con la conseguente perdita di contatto con il quotidiano. Patologia che ha un evidente riscontro anche nella realtà "fuori" con la tossicodipendenza, la violenza, l'insopportabilità per i limiti, la delinquenza.
"La cosa più dura è entrare in carcere, o uscire, senza mai nessuno che dica: Ciao, come stai?", ripetono spesso gli ospiti che abbiamo incontrato. Proprio perché cresce sempre più l'isolamento a causa dell'abbandono di parenti e amici. Suor Emma conosce i sentimenti di chi vive in questo moderno lazzaretto e interpreta il ruolo del volontario partendo da una diversa angolatura.
"Questi ragazzi hanno dimostrato di sapersi aprire, hanno scritto cose che non avrebbero mai detto. Gran parte dell'opinione pubblica ritiene che il carcere abbrutisca. Invece io penso che esperienze come queste gratificano. Continuo a misurami con loro ogni giorno e, devo confessare, che mi rendono più buona, capace di accogliere e di relazionarmi meglio anche in comunità". Suor Emma sa bene che il suo lavoro quotidiano è cambiato negli anni e che l'attenzione si è spostata su difficoltà personali che derivano dal contesto sociale di provenienza.
E le sue iniziative diventano il luogo nel quale la persona può ritrovare quelle lacune che si porta dietro sin dall'infanzia. È un lavoro difficile e complesso che tende a rivalutare l'uomo o la donna che ha sbagliato anche attraverso un riavvicinamento alla cultura e, nello specifico, alla scrittura.
Secondo la direttrice della casa di reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo, "È un veicolo importante, è un modo per far uscire fuori tanti sentimenti, tante riflessioni che in carcere a volte assumono un valore diverso ed è fondamentale che ci sia una proposizione all'esterno di questi scritti perché non solo serve come forma epurativa per i nostri detenuti, ma serve anche a far conoscere quanto di bene all'interno c'è".
Per la direttrice "mettere su un foglio bianco determinate parole è terapeutico, è una forma utile a chi vive ristretto della libertà personale". L'obiettivo è dunque ambizioso: far conoscere a tutti le sfumature della sofferenza per dire che esiste un disagio che punge il cuore del detenuto, la solitudine appunto, e che questo disagio va superato facendo rete, coinvolgendo chi è fuori, aprendo a un progetto di community care.
Ovvero a un tipo di assistenza che non sia solo tecnico funzionale, ma concorra a risolvere la solitudine esistenziale e sociale, offrendo sostegno psicologico e consentendo un ampio margine di autonomia a chi è stato privato della libertà. Non facendo leva solo sulla rete formale (istituzioni), ma anche su quella informale, che si avvale del supporto particolare del volontariato e integri la famiglia o la sostituisca quando è scomparsa.
Per monsignor Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere delle Pontificie Accademie delle scienze, che ha introdotto la giornata con una riflessione sulla preghiera del Padre nostro, "in una casa di reclusione, imparando a farsi carico l'uno dei pesi dell'altro, l'uno i peccati e i reati dell'altro, si intraprende la grammatica del perdono e proprio per questo si è in grado di aprire il cuore all'amore misericordioso del Padre".
E infine loro, i protagonisti che non hanno fatto mancare la loro testimonianza, rinnovando l'impegno per una sesta edizione già in cantiere. "Suor Emma ci ha dato l'opportunità di manifestare quelli che sono i nostri pensieri, gli umori che ci accompagno in questi anni di detenzione. È un esercizio che ci fa bene perché rinnova in noi sensazioni che non siamo più abituati a provare e ci ridà speranza", ha detto Danilo. In un'epoca in cui si sono annullate le distanze geografiche con la velocità della tecnologia, si sono ampliate quelle "umane". Leggere raccolte di scritti come queste è un po' fare compagnia a chi li ha composti facendoli sentire meno soli.
viveremarche.it, 7 dicembre 2019
Mercoledì 11 dicembre sarà un giorno diverso dagli altri, per gli ospiti della Casa di Reclusione di Fossombrone: è in programma il conseguimento della prima laurea di un detenuto studente del Polo Universitario attivato dall'Università di Urbino. Un'iniziativa nata nel 2015 e operativa dal 2016, che vede a oggi iscritti 20 studenti a 10 corsi di laurea differenti. Il primo di loro conclude il percorso triennale e raggiunge il traguardo della laurea: conseguirà il titolo in Scienze e Tecniche Psicologiche ed è già ammesso a proseguire il suo percorso di studi alla laurea Magistrale in Psicologia Clinica. Partner dell'iniziativa sono l'Università di Urbino, il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria dell'Emilia-Romagna e Marche e il Garante dei diritti dei detenuti della Regione Marche.
La commissione di laurea sarà presieduta dal Magnifico Rettore, Prof. Vilberto Stocchi, e dalle docenti del corso di laurea, Daniela Pajardi, Elena Acquarini, Manuela Berlingeri, Alessandra D'Agostino. Lo studente discuterà una tesi con la prof.ssa Pajardi sulla devianza, letta secondo le teorie sociali e le nuove prospettive delle neuroscienze. Il Polo Universitario rappresenta una realtà complessa dal punto di vista organizzativo e fa riferimento al Prof. Fabio Musso come pro-rettore alla Terza Missione, alla Prof.ssa Daniela Pajardi come coordinatore, a due tutor, Dott.ssa Vittoria Terni de Gregory e Dott.ssa Silvia Lecce e a diverse collaboratrici nel supporto allo studio degli studenti detenuti.
"Si tratta di un'iniziativa volta a promuovere e sostenere sia l'attività di studio che il contatto con il mondo esterno" spiega la professoressa Pajardi "sia con professori che con studenti dell'Ateneo con i quali vengono organizzati diversi incontri durante l'anno. Sono stati coinvolti in questi anni oltre 70 docenti a svolgere lezioni e attività seminariali oltre all'espletamento degli esami. È anche stato attivato un progetto per l'insegnamento della lingua inglese trasversale a tutti i corsi di laurea, gestito dal Prof. Roberto Salvucci e dalla Prof.ssa Rowena Coles.La realtà dei Poli Universitari in carcere è una realtà diffusa in alcuni atenei e Urbino partecipa al Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari, attivata presso la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui).
Urbino ha un particolare rilievo nel panorama nazionale; è un Polo di media numerosità ma con la caratteristica di un'ampia offerta di corsi universitari e una grande attenzione all'attività di tutoraggio e di supporto allo studio. L'iniziativa permette di coniugare sia un'attività didattica che un'attività di promozione sociale e di inclusione a favore della popolazione detenuta, di contatto per studenti e docenti con una realtà così lontana da loro, ma è importante" sottolinea e conclude Pajardi "dal punto di vista etico, sociale e umano, che venga conosciuta in modo diretto e non solo dall'immagine che ne viene data dal senso comune e dai mass media".
oggicronaca.it, 7 dicembre 2019
Partito venerdì 6 dicembre, ad Alessandria, il Festival delle Arti Recluse. Il Festival, organizzato da Ics Onlus, con l'Istituto Penitenziario "Cantiello e Gaeta", nasce con l'intento di presentare alla città le opere e le esperienze in campo artistico realizzate dai detenuti nelle carceri di Alessandria nell'ambito dei vari laboratori artistici, teatrali e culturali, che vedono la collaborazione di artisti e volontari del territorio.
L'iniziativa, quest'anno alla seconda edizione, presenta un programma fittissimo di eventi che avranno come centro nevralgico Palazzo Cuttica. Le associazioni del territorio con le quali gli organizzatori sono riusciti a fare rete sono Uepe di Alessandria, Il Cantastorie, Coompany & Coperativa Sociale, Odv Betel, Libreria Libraccio, Isses SocialWood, Unione Induista Italiana, Il Grappolo di Libri, Passodopopasso, APS Paper Street con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Comune di Brescia, Csva Asti Alessandria.
Fondamentale è la partecipazione attiva della scuola con il protocollo d'intesa firmato dall'Istituto Penitenziario "Cantiello e Gaeta" con ICS Onlus e l'Ufficio Scolastico Regionale ambito di Alessandria e Asti, grazie al quale moltissimi giovani del triennio finale della provincia visiteranno il carcere come percorso di educazione alla legalità e alla cittadinanza, come ribadito durante la riunione della commissione dalla Direttrice del Carcere Elena Lombardi Vallauri che tiene molto a queste iniziative, anche per l'impatto positivo sulla motivazione e lì'impegno dei detenuti.
L'I.S.S. Saluzzo Plana, inoltre, grazie al Dirigente Roberto Grenna, supporta attivamente il Festival e ospita diversi eventi, come quello attesissimo del 13 dicembre, durante il quale Mario Calabresi presenterà il suo libro "La mattina dopo" agli studenti e al pomeriggio ai collaboratori di Giustizia presso la Casa di Reclusione di San Michele. Non mancano eventi di formazione specifica per i docenti all'interno del Festival gestiti dal Cesp con la presenza della Referente nazionale Anna Grazia Stammati.
Artiviamoci evoca l'arte, come volano per il futuro e collegamento tra la città il carcere e le istituzioni culturali. Grazie al fondamentale contributo dell'Azienda Culturale Costruire Insieme e di Cristina Antoni le opere realizzate durante i laboratori che si tengono in carcere saranno esposte presso il "Salotto di Alessandria" ovvero Palazzo Cuttica, con l'inaugurazione il 6 dicembre alle ore 11. Interverranno le autorità cittadine e i partner del Festival che si ritroveranno nell'adiacente Auditorium del Conservatorio "A. Vivaldi".
I laboratori artistici nascono con una finalità risocializzante e con il sogno di poter aprire anche eventuali prospettive lavorative. Il Festival segnala committenze quali l'Ospedale Infantile e Marco Bagliano, giovane imprenditore che ha deciso di arricchire la sua Sala Funeraria di Alessandria proprio con una di queste opere, diventando a pieno titolo "main sponsor" del Festival.
"Consideriamo le due case di reclusione come quartieri di Alessandria ed è per questo che vorremmo portare l'arte ai cittadini e viceversa con questo Festival che vedrà anche la partecipazione di almeno cento persone "esterne" alla serata teatrale e musicale che si terrà il 6 dicembre presso la Casa di Reclusione di San Michele" ha affermato il Vicepresidente Ics Onlus Giovanni Mercurio. Infine, di particolare rilievo sarà anche il convegno "Il dialogo e le sue interpretazioni" che si terrà presso l'Università di Alessandria l'11 dicembre alle 11,00 e che ha per tema proprio la realizzazione concreta di esecuzione pene alternative per i detenuti in articolo 21 al fine di un percorso altamente risocializzante.
Il Festival delle Arti Recluse, Artiviamoci, che vede la collaborazione di oltre 80 persone a titolo completamente volontario, inizia con un pre festival il 29 novembre presso la libreria Il Libraccio con la lettura di racconti scritti dai detenuti e poi l'inaugurazione della mostra di ritratti, realizzati a quattro mani da Massimo Orsi con i detenuti, presso il pub Di Noi Tre.
Si concluderà con una cena conviviale presso la Ristorazione Sociale il 13 dicembre alle 20,00 con musica del duo M.I.L.F. alla quale si invita la cittadinanza a partecipare, prenotandosi al numero 3292329806. Oltre al presidente Carmine Passalacqua e ai consiglieri, erano presenti alla Commissione il referente del Progetto Artiviamoci di ICS Onlus Pietro Rodolfo Sacchi, il vicepresidente iCS Onlus Giovanni Mercurio, docente I.S.S. Saluzzo Plana, la direttrice dell'Istituto Penitenziario di Alessandria, Elena Lombardi Vallauri, Cristina Antoni per l'Azienda Culturale Costruire Insieme, Paola Debernardi, volontaria del progetto Collaboratori di Giustizia e lo sponsor Marco Bagliano della Casa Funeraria di Alessandria oltre a Valentina Piacentini, responsabile per la comunicazione ICS Onlus e docente dell'I.S.S. Saluzzo Plana.
Associated Press, 7 dicembre 2019
Sarebbero almeno 7 mila le persone arrestate in Iran durante le violente manifestazioni delle scorse settimane contro il rincaro della benzina. Lo denuncia l'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet. Bachelet ha precisato di aver ottenuto "video verificati" in cui le forze di sicurezza della Repubblica islamica sparano contro i manifestanti, con apparente intento di uccidere. Denunciando "serie violazioni dei diritti umani" nella repressione delle proteste, Bachelet ha confermato il bilancio di "almeno 208 morti" accertati diffuso nei giorni scorsi da Amnesty International, secondo cui il numero reale potrebbe essere molto più alto.
L'Alto commissario delle Nazioni Unite ha precisato dal canto suo che ci sono notizie di un numero di vittime che sarebbe "il doppio", ma il suo ufficio non è riuscito finora a verificarle. Secondo gli Usa i morti potrebbero essere stati "oltre mille". Le cifre erano state respinte come "menzogne assolute" da Teheran, che però non ha fornito un bilancio chiaro al riguardo. Il numero degli arresti indicato oggi dall'Onu è più alto dei circa 2 mila riconosciuti dalle autorità locali, ma coincide con il dato riferito da un deputato iraniano. Molti dei detenuti non avrebbero avuto accesso a un legale e sarebbero tenuti in centri di detenzione "sovraffollati e in condizioni dure", ha aggiunto Bachelet, chiedendo alle "autorità di rilasciare immediatamente tutti i manifestanti che sono stati privati arbitrariamente della loro libertà".









