di Antonio Maria Mira
Avvenire, 30 ottobre 2019
Viaggio tra le Caritas d'Italia, che fanno i conti con il boom di irregolari provocato dall'ultimo giro di vite. Tre le priorità: ripristino dell'umanitaria, registrazione anagrafica ai richiedenti asilo e ritorno allo Sprar.
Ripristinare il permesso di soggiorno per motivi umanitari o, almeno, uno analogo. Consentire la registrazione anagrafica anche ai richiedenti asilo. Riordinare il sistema di accoglienza attualmente devastato dai tagli e dalla riduzione dei servizi per l'integrazione. Sono le più urgenti modifiche del primo "decreto sicurezza" che chiedono le Caritas e le organizzazioni collegate, dal Nord al Sud.
Le chiedono al governo e in particolare al ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Altrimenti, denunciano, aumenteranno irregolari, abbandonati, sfruttati, anche a discapito della sicurezza. Un viaggio, l'ennesimo di Avvenire, tra chi nella prima linea dell'accoglienza non ha mai chiuso le porte.
Torino. "Va ripristinato il permesso di soggiorno per motivi umanitari - afferma con forza Sergio Durando, direttore della Pastorale Sociale dei Migranti della diocesi di Torino, che opera assieme alla Caritas. La sua abrogazione precarizza e rende molto più vulnerabili le condizioni degli immigrati". E le nuove, limitate, forme di permesso previste dal primo "decreto sicurezza", non sono sufficienti. "L'umanitaria poteva essere convertita in permesso di soggiorni per lavoro e studio, quelli nuovi no". Inoltre, aggiunge, "l'umanitaria favoriva anche attività culturali, di formazione e impegno sociale. Ora questo non c'è più e si vanificano impegni umani e economici dei territori buttando via risorse". C'è poi la questione della residenza. "Richiedenti asilo e ricorrenti non la possono più avere e questo preclude tutto il resto. Così aumentano le persone irregolari, senza diritti, il lavoro nero, lo sfruttamento, i problemi di salute". Per questo "il nostro è un grido di allarme, soprattutto per chi aveva fatto già un percorso e ora finisce sulla strada".
Milano. Anche la Caritas ambrosiana chiede che "sia previsto un nuovo permesso di soggiorno per chi aveva l'umanitaria e ora si trova senza protezione". Come denuncia il portavoce, Francesco Chiavarini, "sono le vittime del "decreto sicurezza", lo abbiamo toccato con mano. Stiamo accogliendo a nostre spese 77 persone che erano nostre ospiti e che avrebbero dovuto essere messe per strada". E la Caritas "continuerà ad ospitarli perché devono poter proseguire il loro percorso di integrazione. Ma tanti altri sono abbandonati e potrebbero diventare un problema di sicurezza". Per questo, aggiunge Chiavarini, "un'altra modifica assolutamente necessaria è ridare la possibilità anche ai richiedenti asilo di essere inseriti nel sistema Sprar, esclusa dal decreto ma fondamentale per un vero percorso di inclusione".
Roma. Lorenzo Chialastri, responsabile area immigrati della Caritas di Roma, torna a indicare il problema della residenza, in particolare per richiedenti asilo e ricorrenti. "Non avere l'iscrizione anagrafica impedisce tante cose, come partecipare a tirocini o iscrivere i figli all'asilo nido. Molti Municipi si stanno arrampicando sugli specchi per iscriverli, sforzi ai limiti della legge, ma è assolutamente necessario modificare il decreto". Così come è urgente intervenire sul sistema dell'accoglienza "che si sta sgretolando, spegnendo. È giusto controllare di più, ma anche chi lavora bene è in difficoltà. Molti non ce la fanno con 18-20 euro al giorno, non si può fare integrazione". Dunque, insiste, "va sostenuto il sistema Sprar ma anche la prima accoglienza nei Cas, prevedendo nuovamente i servizi di integrazione esclusi dal decreto. Altrimenti non bastano i 6 mesi nello Sprar. Ne escono senza essere davvero integrati. Li si rimanda al nulla".
Foggia. Torna sul tema della residenza l'avvocato Stefano Campese, coordinatore pugliese del progetto Presidio della Caritas. "Il cosiddetto "decreto sicurezza" sta creando molte difficoltà per l'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. Ci sono state delle decisioni della magistratura sul fatto che sia sufficiente il modello C3, che viene rilasciato al momento della richiesta di protezione internazionale. Ma si tratta di interpretazioni. A Foggia, ad esempio, non si applica e vengono rimandati indietro". È dunque necessario modificare il decreto anche perché, denuncia, "la residenza è necessaria per modificare il vecchio permesso di soggiorno in quello per motivi di lavoro. E non pochi imprenditori non fanno un contratto regolare con la scusa che non hanno la carta d'identità".
Campania. Sono univoche le richieste che vengono dalle Caritas di Aversa, Capua, Caserta e Teggiano Policastro che abbiamo raccolto nell'incontro che hanno avuto a Castel Volturno. "Bisogna assolutamente ripristinare il permesso di soggiorno per motivi umanitari. E intervenire sul problema della residenza. Altrimenti si incentiva l'illegalità". L'impossibilità di convertire la vecchia umanitaria in permesso per lavoro, denunciano, "farà aumentare gli irregolari anche se c'è richiesta di lavoro. E senza lavoro tante famiglie rischiano di finire per strada. Bisogna ridare a queste famiglie l'umanitaria". E c'è molta preoccupazione per i minori non accompagnati. "Avevano il permesso di soggiorno ma ora al 18mo anno si vedono respinta la domanda".
Reggio Calabria. Le richieste non cambiano in Calabria. "Il divieto di iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo oltre che ingiusto sta creando gravissimi problemi" dice Giovanni Fortugno, referente immigrazione della Comunità Papa Giovanni XIII, che opera assieme alla Caritas di Reggio Calabria. "Bisogna cambiare la norma, perché, malgrado varie sentenze, il divieto viene applicato in modo diverso. Il comune di Reggio Calabria non lo applica, altri comuni vicini sì". C'è poi il sistema dell'accoglienza. "C'è una gran confusione, manca una vera regolamentazione. Tanti vengono a chiedere aiuto. Stanno aumentando situazioni di povertà e irregolarità, soprattutto per l'impossibilità di rinnovare l'umanitaria". E allora, è la richiesta, "chiamatela pure in un altro modo ma qualcosa va fatto, altrimenti di qui a un anno la situazione sarà irreversibile. Anche perché gli sbarchi dalla rotta dell'Est aumentano, uno a settimana sulle coste joniche".
Ragusa. Le emergenze create dal cosiddetto "decreto sicurezza" e le modifiche necessarie non cambiano in Sicilia. "Bisogna ritornare al permesso di soggiorno per motivi umanitari o almeno rendere convertibili quelli speciali, introdotti dal decreto, in permessi per lavoro o studio. Ora impossibile", denuncia Domenico Leggio, direttore della Caritas di Ragusa. "La non convertibilità e la restrizione genera senza fissa dimora e esclusi". E torna anche qui la questione della residenza. "L'impossibilità per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe è un'aberrazione perché impedisce di usufruire di tutti i servizi territoriali". Inoltre, accusa, "l'impossibilità di accedere alla seconda accoglienza, lo Sprar, è ancora più grave. Dove vanno? Per strada".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 30 ottobre 2019
Il giro di vite emanato dal governo fa capo ad al Serraj: "Salvataggi solo su autorizzazione della guardia costiera". Sabato intanto se Palazzo Chigi non lo ferma si rinnova il "memorandum" di aiuti alla Libia. Un colpo di mortaio lunedì notte vicino all'aeroporto di Mitiga, a Tripoli, è suonato come un avvertimento in vista della riapertura, ieri, dello scalo. Questo è il paese senza stato, in guerra civile, con cui l'Italia dovrebbe rinnovare il memorandum sottoscritto nel 2017. In assenza di atti ufficiali, l'accordo si intenderà sottoscritto a partire dal prossimo sabato e la collaborazione con la Guardia costiera di Tripoli per appaltare a loro i respingimenti di migranti proseguirà.
L'esecutivo continua a non fare chiarezza. Infatti del decreto emesso il 15 settembre dal Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico si è avuta notizia in Italia solo grazie all'Ufficio immigrazione dell'Arci, che l'ha tradotto e pubblicato. L'Arci l'ha definito "il codice Minniti libico" perché ricalca quello dell'ex ministro dem.
In base alle disposizione del governo che fa capo a Fayez al Serraj, le organizzazioni non governative che intendono svolgere attività di Ricerca e soccorso nelle acque libiche devono chiedere l'autorizzazione a Tripoli e rispettarne le norme: le navi che non lo fanno saranno sequestrate. Le ong sono tenute a "fornire tutte le informazioni necessarie, anche tecniche, al Centro di coordinamento libico per il salvataggio"; a non bloccare le operazioni della Guardia costiera locale e a "lasciarle la precedenza d'intervento"; a informare preventivamente il Centro di coordinamento libico di iniziative autonome, anche se urgenti. I naufraghi salvati dalle Ong "non vengono rimandati in Libia tranne in casi eccezionali". Il personale libico "è autorizzato a salire a bordo per tutto il tempo valutato necessario, per motivi legali e di sicurezza". Le ong s'impegnano a "non mandare nessuna comunicazione o segnale per facilitare l'arrivo d'imbarcazioni clandestine".
L'Arci, con Filippo Miraglia, denuncia: "Il "codice Minniti libico", come quello dell'ex ministro italiano, punta a ostacolare e criminalizzare i salvataggi. È per di più illegittimo perché emanato non da uno stato sovrano, ma da una delle parti in causa nella guerra civile in atto. Il decreto viene utilizzato per dare credibilità alla cosiddetta Guardia costiera libica. I rapporti dell'Onu hanno dimostrato come quest'ultima sia un miscuglio di milizie e trafficanti".
Stamattina a Roma il Tavolo Asilo presenta la lettera aperta che invierà al governo italiano per chiedere di non rinnovare il memorandum. "Molte inchieste hanno svelato la totale inefficienza del Centro di coordinamento libico - conclude Miraglia. Non hanno a disposizione strumentazione e protocolli per le attività di Ricerca e soccorso, alle richieste telefoniche non rispondono mai prontamente. Nel 2019 hanno riportato più di 7mila persone nei lager libici".
Una conferma involontaria a quanto sostenuto dall'Arci è arrivata da Mohamed Sakr, funzionario della Guardia costiera di Tripoli interpellato ieri dall'Agenzia Nova: "Non abbiamo ricevuto dal ministro dell'Interno del Governo di accordo nazionale alcun mandato di cattura per Bija" cioè Abd al Rahman al Milad, l'ufficiale accusato di violenza e traffico di esseri umani, direttore della Guardia costiera a Zawiya.
Sakr ha aggiunto di essere in contatto con il primo ministro al Sarraj "per rimuovere Bija dall'elenco delle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu dal momento che è uno dei principali leader coinvolti nella difesa di Tripoli. Le accuse si basano su voci diffuse per danneggiare la nostra Guardia costiera". Bija è stato sanzionato dall'Onu per complicità nella tratta di migranti, la sua attività era già nota nel 2017 quando il governo italiano lo accolse per una serie di incontri ufficiali.
Anche Oxfam, con Paolo Pezzati, chiede di bloccare il memorandum: "L'accordo non è mai stato ratificato dal parlamento, contrariamente a quanto previsto in Costituzione. Nei centri di detenzione sono rinchiuse oltre 4.500 persone.
In quelli non ufficiali, gestiti da criminali, ne sono stimati a decine di migliaia. I governi italiani hanno continuato a finanziare i libici per un costo di oltre 150milioni di euro dal 2017 al 2019". Da Mediterranea l'invito a mobilitarsi: "Fino a sabato riempiamo le strade e le piazze per affermare il nostro dissenso".
L'Osservatore Romano, 30 ottobre 2019
Cappellani al fianco dei prigionieri nelle zone di guerra. "Sensibilizzare l'opinione pubblica alla sorte dei detenuti e a una migliore protezione della dignità della persona umana, della sua libertà e dei suoi diritti inalienabili, nel contesto dei conflitti armati": è questo uno degli obiettivi dichiarati che si propone il quinto corso per la formazione dei cappellani militari cattolici al diritto internazionale umanitario, promosso dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, in collaborazione con le Congregazioni per i vescovi e per l'evangelizzazione dei popoli.
Lo ha sottolineato il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero organizzatore, inaugurando i lavori a Roma il 29 ottobre, nel ricordo del suo predecessore, il venerabile Francois-Xavier Nguyèn Van Thuàn che ha vissuto ben 13 anni in carcere in Vietnam. Soffermandosi sul tema del corso, cui partecipano anche diversi ordinari militari, il porporato ha evidenziato come esso intenda "considerare un aspetto particolare della dura realtà dei conflitti armati, cioè la privazione della libertà per le persone che sono interessate da questo dramma e che si trovano pertanto in situazione di vulnerabilità": a cominciare dai detenuti, che possono essere "combattenti caduti nella mani delle forze nemiche", oppure "civili che non di rado sono oggetto di rapimenti, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziarie"; per non tacere poi "dei trattamenti disumani che talvolta colpiscono le minoranze etniche, linguistiche, politiche, culturali e religiose" nelle zone di guerra.
Il pensiero del cardinale Turkson è andato quindi ai luoghi di reclusione, sovente disumani e lesivi "della dignità della persona, in particolare delle donne, dei bambini e degli anziani, che talora sono arrestati sulla base di semplici sospetti", costretti "a condividere uno spazio insufficiente senza badare alle condizioni fisiche, sanitarie e culturali", spesso detenuti a "lungo, senza processo né alcuna assistenza di tipo giuridico o spirituale".
Da qui il richiamo del relatore alla necessità di attuare le Convenzioni - come quelle del 12 agosto 1949, di cui ricorre il settantesimo anniversario - che, "raggiunte con grande sforzo e a caro prezzo, si prefiggono di alleviare le sofferenze causate dall'atrocità della guerra", e la conseguente esortazione rivolta ai cappellani destinatari del corso (che si concluderà giovedì 31) affinché testimonino "con le parole e la vita la sollecitudine della Chiesa e l'amore misericordioso di Dio che non esclude nessuno".
Mons. Olivera: "Condizioni di detenzione umane alla base del diritto alla giustizia"
"Assicurare condizioni di detenzione umane è una base del diritto alla giustizia. Perché le carceri non diventino mondi di mezzo e scuole di violenza". Lo ha detto mons. Santiago Olivera, ordinario militare in Argentina, intervenendo oggi a Roma al 5° corso internazionale di formazione per cappellani militari cattolici al diritto internazionale umanitario, promosso dallo Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale e dalle Congregazioni per i vescovi e per l'evangelizzazione dei popoli. Il vescovo ha indicato i casi di detenzione dei militari in Argentina dopo la dittatura in contrasto con i diritti umani.
"Un ufficiale di marina di 82 anni è stato arrestato nel 2011. Mentre era in carcere è stato insultato e ha sofferto molte privazioni. È stato assolto dopo 8 anni. Un altro è stato arrestato a 65 anni, ha trascorso 6 anni in prigione e poi è stato assolto. Era stato ricoverato anche in una clinica psichiatrica da detenuto. Un miliare è stato arrestato nel 2009 a 81 anni per una presunta partecipazione a una rivolta illegale. È morto in carcere senza essere stato giudicato".
Episodi che, secondo l'ordinario, fanno riflettere sul tempo medio della custodia cautelare. "Nel mio Paese in media è di sei anni. E quando arriva a essere di 10 anni, la detenzione preventiva è una condanna vera e propria". "Il degrado delle persone si verifica spesso perché l'aumento della popolazione carceraria non va di pari passo con l'aumento delle risorse umane ed economiche, ma si poggia su strutture e risorse insufficienti. Si tratta di un grave problema umanitario che condiziona la vita delle persone in carcere".
Di qui l'impegno della Chiesa. "I luoghi di detenzione sono specchio della società e la Chiesa non deve essere estranea da questo mondo. Abbiamo la responsabilità di aiutare i nostri fratelli e sorelle a vivere meglio alla luce del Vangelo. Abbiamo bisogno di ponti che permettano il ripristino dei diritti. La base di uno Stato non deve essere l'odio".
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 30 ottobre 2019
Partono dalla Turchia, trasportano migranti economici. La rotta che conduce al litorale ionico si è riaperta nell'estate di tre anni fa. Un tempo era la via delle sigarette di contrabbando. Gli scafisti sono quelli biondi e con gli occhi azzurri. Anche venerdì scorso i carabinieri di Reggio Calabria sono andati a colpo sicuro. Una barca a vela abbandonata in mare, cinquanta immigrati pachistani, un gommone sulla spiaggia poco distante. Una pattuglia ha incrociato due uomini che camminavano a piedi sulla statale, muniti di quegli inconfondibili segni particolari. Documenti prego. Entrambi ucraini, naturalmente. Con visto di ingresso in Turchia sul passaporto, ma non quello d'uscita. Come tutti gli altri che li hanno preceduti.
La rotta e i flussi - Non è facile tenere una contabilità aggiornata. Le maglie della rete sono larghe. La rotta che dalle coste greche e turche conduce al litorale ionico si è riaperta nell'estate di tre anni fa. Era la via classica delle sigarette di contrabbando. Dalle ordinanze della procura di Crotone, la più interessata da questo tipo di sbarchi. "A mero titolo esemplificativo, tra il 2016 e il 2017 le organizzazioni criminali e transnazionali hanno allestito circa 26 imbarcazioni tra velieri e yacht dirette verso il territorio calabrese, e nel medesimo periodo questa polizia giudiziaria ha sottoposto a provvedimenti restrittivi della libertà personale più di quaranta scafisti di nazionalità ucraina". Nel 2018 gli sbarchi sul litorale crotonese sono stati 18, nel resto della Calabria ionica sono stati 18, dodici quelli avvenuti sulle coste del Salento. Quest'anno i numeri vanno aggiornati al rialzo. Nel mese di settembre, 15 arrivi tra il reggino e Crotone. Mai meno di trenta migranti, mai più di sessanta. Al tim0ne sempre scafisti dell'Est. Circa ottanta arresti in totale. Tutti ucraini, tranne due lettoni.
"Immigrazione di prima classe" - Gli addetti ai lavori la chiamano "immigrazione di prima classe", definizione che compare ormai anche in qualche informativa delle forze dell'ordine. Non è cinismo. È solo per distinguerla da quella ancora più disperata che dall'Africa punta alla Sicilia. "Sono due fenomeni completamente diversi" conferma il procuratore capo di Crotone, Giuseppe Capoccia. "Qui parliamo di immigrati curdi, pachistani, spesso del Sud Est asiatico, quasi tutti diretti in Germania, migranti economici, dotati di una certa scolarizzazione, interi nuclei familiari che dispongono di informazioni e consapevolezza. Pagano tanto, vengono fatti viaggiare in condizioni quasi accettabili, tanto che spesso non riusciamo a contestare il trattamento inumano e degradante agli scafisti".
Niente a che vedere con la Libia - La parola "yacht" è una esagerazione forse dovuta alla necessità di sintesi giudiziaria. Ma è vero che si tratta di imbarcazioni da 10-12 metri, alcune a vela, neppure paragonabili ai barconi che giungono sulle coste siciliane. E ogni volta, questa anomalia degli scafisti ucraini. Così vistosa, così fuori contesto. "Nazionalità eccentrica rispetti ai clandestini trasportati", scrive un giudice per le indagini preliminari. Sui loro telefonini viene ritrovato ogni volta "un messaggio ricevuto dalla Turchia comunicante coordinate geografiche coincidenti con quelle dell'avvenuto sbarco". Alcuni sono stati arrestati in albergo. Avevano prenotato una stanza, si stavano cambiando d'abito dopo la doccia. Altri mentre si allontanavano senza fretta.
L'annuncio - "Lo scorso marzo ho messo un annuncio su un giornale ucraino, chiedendo un lavoro ben pagato per le mie qualità di marinaio e di ex militare dell'esercito. Pochi giorni dopo sono stato contattato telefonicamente da una persona. Mi ha proposto, per una paga di 2.600 euro, di effettuare un viaggio in barca, senza entrare in altri particolari". Nel luglio di quest'anno Y.K., 29 anni, accetta di parlare agli inquirenti. "Sono partito insieme a un equipaggio di due persone da una città fluviale dell'Ucraina, dove una persona mi ha fornito i documenti e la chiave della barca. Dal fiume abbiamo raggiunto il mare e poi la Turchia, facendo sosta nei porti di Canakkale e Babakale. Qui abbiamo fatto salire a bordo le persone. Abbiamo navigato per cinque giorni. Mi è stato chiesto di non accettare nessuna somma dai migranti".
Barche rubate - Alcune barche risultano rubate in Bielorussia. La maggioranza di quelle usate per la traversata vengono noleggiate nei porti di partenza. I migranti dichiarano di aver pagato cifre che si aggirano sempre intorno ai diecimila euro a trafficanti di nazionalità turca. "Gli scafisti erano muniti di cibo per tutti e di attrezzatura per sfuggire ai controlli" mette a verbale Zeeshan Tubassum, agronomo pachistano. "Dopo aver ricevuto un messaggio, scendevano sottocoperta per prendere da un mobiletto le bandiere che issavano ogni qualvolta, credo, giungevamo in acque territoriali di uno Stato. Siamo partiti con la bandiera turca, poi siamo passati a quella greca e infine alla bandiera italiana".
Gli arresti e il racket - Alcuni scafisti hanno fatto più viaggi. Uno degli ultimi arresti nel crotonese riguarda un marinaio ucraino ricercato anche dalla procura di Lecce per due sbarchi avvenuti l'anno scorso. "L'esistenza di un racket criminale e transnazionale sembra ormai provata" scrivono i magistrati. Infatti ora indaga la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Sono già partite due rogatorie in Grecia e in Turchia. Il mistero degli scafisti ucraini non è una nota a margine nel dramma dell'immigrazione. Nel silenzio, la rotta dell'Est che attraversa l'Egeo e finisce nel mar Ionio rappresenta ormai la principale via di ingresso per l'Italia. Ed è anche la più redditizia, per i trafficanti che la sfruttano.
agensir.it
"Le condizioni in cui le persone detenute scontano la loro pena non favoriscono sempre il rispetto della loro dignità. Spesso le prigioni diventano addirittura teatro di nuovi crimini. L'ambiente degli istituti di pena offre tuttavia un terreno per dimostrare la sollecitudine cristiana da un punto di vista sociale".
Lo ha detto il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, aprendo oggi il 5° corso internazionale di formazione per cappellani militari cattolici al diritto internazionale umanitario, promosso dallo stesso dicastero e dalle Congregazioni per i vescovi e per l'evangelizzazione dei popoli.
L'occasione è la ricorrenza del 70° anniversario delle quattro convenzioni di Ginevra su feriti e prigionieri in guerra. Soffermandosi sulla missione dei cappellani militari, il porporato la considera "un tema di grande attualità in un tempo di grandi conflitti".
A proposito della "dura realtà dei conflitti armati", il cardinale ha evidenziato come tra le persone detenute vi siano "sia combattenti caduti nelle mani di forze nemiche sia civili rapiti, per non parlare dei trattamenti disumani che colpiscono le minoranze etniche, linguistiche, politiche, culturali e religiose". "I luoghi in cui queste persone sono detenute destano non poca preoccupazione sotto il profilo delle condizioni di detenzione disumane".
L'attenzione è rivolta in particolare a donne, bambini e anziani, "talora arrestati e detenuti in base solo a sospetti". "Non di rado si trovano a condividere spazi insufficienti per non parlare delle condizioni fisiche e sanitare - ha aggiunto il card. Turkson -. In alcuni casi essi rimangono per un lungo periodo di detenzione senza processo e senza assistenza di tipo giuridico o spirituale". Di fronte a tutte queste persone in situazione di vulnerabilità "il cappellano è chiamato a testimoniare con le parole e con la vita la sollecitudine della Chiesa e l'amore misericordioso di Dio che non esclude nessuno". L'impegno auspicato è quello a "cercare nuove vie per migliorare le condizioni di detenzione e per un'applicazione del diritto più consona con la dignità della persona nei conflitti armati non internazionali".
di Ciro Marco Musella
elledecor.com, 30 ottobre 2019
Come si progetta una prigione nel 2019? C'è posto per loro nelle città? L'architettura può contribuire alla rieducazione? Le domande, e le risposte, di Studio Lan sono tutte in questo progetto. É finalmente stato completato il carcere di Nanterre firmato Lan, che unendo per la prima volta due sistemi di minima detenzione penitenziaria, si afferma come un nuovo postulato nella definizione tipologica del carcere. In un momento storico nel quale il dibattito sulle forme penitenziarie è quanto mai attuale, sono numerosi i tentativi di riportare lo scopo del carcere alla rieducazione del detenuto e non sulla detenzione passiva, postulato assunto dalla cultura illuminista e sancito dalle Costituzioni occidentali.
Il mondo delle Arti è sempre più motivato nell'avvicinare i carcerati alla società civile e la stessa architettura si è lungamente interrogata sulla definizione del tipo architettonico per le carceri. Indubbiamente però, il distanziamento dell'istituzione carceraria non è un fatto recente: le prigioni sono oggetti non urbani anche se costruite nel tessuto della città: se già nel progetto della città ideale immaginato da Ledoux non c'era posto per la prigione, quando queste sono collocate all'interno delle città ne risultano completamente distanziate ed isolate dalle invalicabili mura che le cingono.
É in questo contesto che la prigione di Nanterre diventa è una vera e propria dichiarazione politica assunta dallo studio Lan. Il progetto si pone innanzitutto come risoluzione urbana e, insediato nel quartiere di Chemin-de-l'Île dove in modo eterogeneo si trovano condomini, case singole ed architetture industriali, i progettisti hanno compiuto una scelta di un lessico inusuale: una facciata e non più una parete e uno spazio di transizione flessibile tra interno ed esterno. La specificità del progetto è inoltre nel riunire al suo interno due programmi: il Spip, servizio di integrazione in libertà vigilata, assicura il monitoraggio delle persone poste in sorveglianza, mentre il Csl, il sistema di semi-libertà permettendo al detenuto di uscire dall'edificio per svolgere delle mansioni utili al suo reinserimento nella società.
Non è un caso se un progetto di una tale rilevanza sia stato vinto da uno studio che ha fatto delle architetture-manifesto il suo caposaldo. Lo studio Lan, il cui acronimo indica Local Architecture Network, è stato fondato a Parigi nel 2002 dal francese Benoît Jallon e dall'italiano Umberto Napolitano, e dal suo esordio si è distinto per le accurate risposte nella definizione di architetture dalla forte identità unitaria. Tra le oltre trenta architetture costruite, vanno indubbiamente ricordate il Centro degli Archivi della Edf, maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, la palestra di Chelles e il grande cantiere per il rinnovo del Grand Palais di Parigi, il cui completamento è previsto per il 2023. Tra le più significative realtà di architettura europee, il duo di architetti, oltre ai numerosi premi ricevuti, ha avuto l'onore di essere insignito come Cavaliere dell'Ordine delle Arti e delle Lettere, una delle più alte onorificenze istituzionali francesi.
Nel caso di Nanterre quindi, un volume con un impianto ad L si racconta volutamente a chi lo osserva, presentandosi come un grande parallelepipedo le cui mura vengono abdicate per la scelta di una massiccia facciata in corten, interrotta da una sola grande apertura che diventa una vera e propria finestra da e sulla città. La compenetrazione dei due sistemi penitenziari si realizza con la definizione del lato lungo dell'isolato e del fronte costruito, dedicato al Spip, mentre il lato corto è destinato al Csl, che si articola anche nelle stecche interne alla corte. L'organizzazione delle diverse aree del carcere è controllata da un punto di accesso protetto che, sulla scorta delle lezioni del Panopticon di Jeremy Bentham, permette una vista diretta sul cortile. L'edificio, che si sviluppa su quattro piani, ospiterà a breve i 92 dipendenti nelle 89 celle. Quest'ultime, di 12 mq ciascuna, restano delle tipiche celle con porte blindate e barriere alle finestre. Nessuna delle finestre affaccia sull'esterno, così come tutte le aree destinate alle attività. Infatti la biblioteca, la palestra, il refettorio, e tutte le altre attività, affacciano unicamente sul cortile interno, adibito a campo di basket, i cui colori ricordano inevitabilmente quello nel quartiere di Pigalle a Parigi.
di Alessandro Pirina
La Nuova Sardegna, 29 ottobre 2019
La morte di Mario Trudu è arrivata a poche ore dalla sentenza della Consulta che - per la prima volta - ha definito incostituzionale l'ergastolo ostativo. Una pronuncia che, nei fatti, ha dato legittimità a quanto l'ex sequestratore di Arzana, un solo permesso di due ore in 41 anni in carcere e gravemente malato, chiedeva da tempo, ovvero potersi curare in maniera adeguata fuori dalla cella. Un appello che si scontrava con le ferree regole del codice penale, accolto solo una ventina di giorni fa, quando ormai le condizioni dell'uomo, 69 anni, erano disperate.
di Maurizio De Zordo
perunaltracitta.org, 29 ottobre 2019
La Corte costituzionale, con una recente sentenza, si è pronunciata su alcuni aspetti del cosiddetto ergastolo ostativo, in linea peraltro con una altrettanto recente pronunciamento della Corte europea per i diritti dell'uomo. Cominciamo con qualche precisazione, necessaria stando al coro di sdegno che si è levato: i boss mafiosi usciranno tutti di galera, è la morte dell'antimafia, e via andare.
di Flavia Zarba
huffingtonpost.it, 29 ottobre 2019
"Potrà perdere la libertà, per un tempo anche lungo, ma non deve perdere la dignità e la speranza". La speranza so cos'è anche se qui ci sta a fatica ma che cos'è la dignità non sono sicuro, ce l'ho anch'io la dignità? Io, Turi d'a moto? Se dice che non la devo perdere vuol dire che ce l'ho già adesso, io Salvatore ho la dignità, anche se ci ho l'ergastolo addosso.
di Massimo Gramellini
Corriere della Sera, 29 ottobre 2019
La verità non ha fretta, ma noi sì. Siamo diventati curiosi a tempo determinato. Appena irrompe uno scandalo, o un fattaccio di cronaca, smaniamo dalla voglia che ci dicano come è andata, purché ce lo dicano subito. Altrimenti non ci interessa più.
L'ultimo caso è il ragazzo ucciso a Roma con un colpo di pistola alla testa. La notizia ci ha trovati con lo smartphone innescato, pronti a rilasciare patenti istantanee di cattiveria e di bontà. Ma la fidanzata della vittima ha complicato le cose.
Nelle prime ore Anastasiya era buona, buonissima: una specie di statua della Pietà che solleva da terra la testa sanguinante del suo uomo. Poi si è saputo che forse era lì per comperare la droga. E poi ancora che forse non stava accanto a lui quando gli hanno sparato.
Così, con la stessa rapidità, è montata l'onda emotiva contraria. La santa si è trasformata in balorda e poco ci è mancato che la sua fama negativa oscurasse quella dell'assassino. Bisognerebbe sospendere il giudizio fino al processo, quando il quadro sarà più chiaro, o comunque accertato.
Ma è un auspicio patetico, perché già tra qualche giorno la finestra dell'attenzione si chiuderà e di Anastasiya non importerà più niente a nessuno. Ho nostalgia di quei vecchi articoli dove si scriveva: "Gli inquirenti brancolano nel buio". Adesso ogni cosa deve essere illuminata fin dal suo apparire. E pazienza se la luce è quella di un fuoco d'artificio che abbaglia e fa rumore solo per un attimo.










