di Giuseppe F. Mennella
ossigeno.info, 27 ottobre 2019
Ossigeno sulle cifre Istat dei procedimenti per diffamazione contro i giornalisti. Tra il 2011 e il 2017 raddoppiate le denunce. "In attesa che il Parlamento approvi la legge per abolire il carcere per i giornalisti (tentativo inutilmente in atto dal 2001), è molto istruttivo dare uno sguardo alle cifre ufficiali e inoppugnabili - elaborate dall'Istat - sulle querele presentate contro i giornalisti, le archiviazioni, le condanne subite da chi è giudicato colpevole di diffamazione a mezzo stampa aggravata dall'attribuzione di fatto determinato (articolo 13 della legge sulla stampa del 1948)".
di Davide Petrizzelli
torinotoday.it, 27 ottobre 2019
Un detenuto tunisino è stato trovato morto impiccato nella sua cella sabato 26 ottobre 2019, nel carcere delle Vallette. La polizia penitenziaria non ha potuto fare nulla per sventare il suicidio, avvenuto nella 12esima sezione del padiglione B. Poco dopo sul posto sono arrivati i sanitari del 118 che hanno constatato il decesso del detenuto.
di Salvo Toscano
livesicilia.it, 27 ottobre 2019
La procura di Agrigento indaga sulla prigione Petrusa. Ecco la relazione choc dei Radicali. La notizia dell'inchiesta aperta dalla procura di Agrigento sulle condizioni di vita all'interno del carcere "Di Lorenzo" in contrada Petrusa è arrivata sabato.
L'ha diffusa l'agenzia Ansa, precisando che si tratta di un fascicolo d'inchiesta al momento a carico di ignoti. Ed è solo l'ultimo passaggio di una vicenda costellata da una serie di denunce sulla situazione della casa circondariale agrigentina. Dopo l'ispezione nella struttura, quest'estate, della delegazione del partito Radicale guidata da
Rita Benardini che ha redatto una relazione, inviata al Dap e al Garante, anche il procuratore capo Luigi Patronaggio ha fatto, assieme ai carabinieri, una verifica all'interno dell'istituto. Sono stati realizzati video e foto.
La visita dei Radicali c'è stata il 17 agosto scorso ed è durata quasi dieci ore. E la relazione che ne è seguita metteva in evidenza una serie di gravi criticità. Le testimonianze dei detenuti erano scioccanti. Alcuni passaggi: "Qui ci tengono in condizioni vergognose, siamo trattati peggio degli animali", lamentano in tanti; "l'acqua esce gialla, e ci dicono che è potabile"; "nel bagno non c'è areazione, quando vado al gabinetto mi devo vergognare per la puzza che non se ne va"; "nei bagni non funzionano nemmeno gli scarichi"; "i materassi fanno schifo"; "guardate i cuscini: sono consunti".
C'è chi ha lamentato l'assenza o l'inadeguatezza delle cure mediche (soprattutto dentistiche) e la carenza di figure quali l'educatore, lo psicologo, l'assistente sociale. Un detenuto indossa soltanto un paio di mutande di carta e riferisce di essere stato vittima di presunte violenze da parte degli agenti e di aver tentato il suicidio: "Mi hanno lasciato nel passeggio una giornata e una nottata, senza mangiare e senza bere, mi hanno dato pedate e schiaffi, poi mi hanno messo in cella liscia (cioè dotata solo di letto e lenzuolo, ndr) per tre giorni, per tre giorni ho camminato senza ciabatte, poi ho mangiato due viti, è da 20 giorni che ho due viti nella pancia, ho anche provato ad impiccarmi".
Un altro detenuto citato nella relazione racconta: "Ho visto detenuti ammanettati e strisciati per terra; io da qui voglio andare via". Accuse ovviamente tutte da dimostrare e riscontrare, ma in generale si può dire che il quadro che emerge dal racconto dei reclusi e dalla testimonianza dei radicali è sconfortante. Si legge tra l'altro nella relazione: "Gli ambienti detentivi versano in stato di forte degrado, con muri sporchi, intonaci scrostati, umidità e infiltrazioni d'acqua; le camere detentive non sono dotate di doccia, in violazione del Regolamento penitenziario; non c'è acqua calda nelle celle e spesso anche nelle docce comuni è disponibile soltanto acqua fredda; i servizi igienici sono sprovvisti di finestra e di areazione; l'istituto è privo di riscaldamento funzionante".
La denuncia dei radicali è stata oggetto di una interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti (Italia Viva) presentata il 16 ottobre. E di qualche giorno fa è la notizia, riportata dai media locali, di oltre cento richieste di trasferimento in poche settimane, una provocazione lanciata dagli agenti di polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale agrigentina che lamentano il permanente stato di criticità organizzativa, soprattutto legato all'esiguo numero di poliziotti in servizio.
"Purtroppo - dice Pino Apprendi dell'associazione Antigone - sugli avvenimenti negativi prevale l'omertà. Trapelano pochissime notizie, per paura di ritorsioni o per convenienza. Le ultime notizie che sono riuscite ad abbattere il muro del silenzio, ci giungono da Monza, San Gimignano, Agrigento e ci incoraggiano per andare avanti per denunciare i casi di violenza e i soprusi".
Secondo Antigone, le carceri italiane sono le più sovraffollate dell'Unione europea. E Antonino Nicosia, direttore dell'Osservatorio internazionale dei diritti umani (Oidu), auspica per Agrigento un tempestivo intervento del ministro e dei vertici del Dap, mentre il sindacato Osapp chiede di tutelare il personale dell'amministrazione penitenziaria. Intanto, il lavoro della magistratura inquirente fa il suo corso.
Il Centro, 27 ottobre 2019
La riabilitazione dei detenuti e degli internati della Casa lavoro di Vasto passa attraverso i lavori di pubblica utilità, come il rifacimento della segnaletica orizzontale. È quanto stabilito dal protocollo d'intesa firmato ieri mattina dal sindaco Francesco Menna e dalla direttrice dell'istituto penitenziario, Giuseppina Ruggero, alla presenza del magistrato di sorveglianza Marta D'Eramo e di una rappresentanza del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
L'accordo consentirà a cinque internati della Casa lavoro di essere impegnati cinque giorni a settimana, quattro ore al giorno, nel rifacimento della segnaletica orizzontale, cioè strisce pedonali e altre scritte presenti sulla pavimentazione stradale con la funzione di regolamentare la circolazione. Trattandosi di lavori socialmente utili non è prevista una retribuzione: il Comune si farà carico della copertura assicurativa, oltre a mettere a disposizione strumenti ed attrezzature. Questo nuovo progetto fa il paio con altre attività in atto da anni, come "Marina mia" che vede impegnati internati e detenuti nei lavori di pulizia della riserva naturale di Punta Aderci ed ha anche la finalità di implementare le attività occupazionali in favore dei reclusi che, nella Casa lavoro di Vasto, scarseggiano.
"L'iniziativa si concretizza oggi con la stipula di un protocollo d'intesa tra le parti, che hanno manifestato da subito la propria disponibilità a collaborare in sinergia per sviluppare iniziative di reintegrazione sociale dei detenuti", spiega l'assessore alla polizia municipale, Luigi Marcello, "il protocollo, che ha la validità di 24 mesi ma non escludiamo possa essere rinnovato", per poi illustrare che: "Il personale debitamente formato sarà coordinato da un tutor nominato dall'amministrazione comunale e farà riferimento al comandante Giuseppe del Moro, deputato alla pianificazione delle attività.
Siamo certi che tale iniziativa potrà rappresentare un ottimo programma di recupero per cui non escludiamo sin da ora la possibilità di poter confermare alla scadenza il rinnovo della convenzione". Molto soddisfatte la direttrice Giuseppina Ruggero e il magistrato di sorveglianza D'Eramo.
ternitoday.it, 27 ottobre 2019
Ai boss è vietato "lo scambio di oggetti di qualunque genere", boss detenuto a Sabbione fa ricorso. I giudici sollevano la questione di "legittimità costituzionale". Le regole del 41bis, il carcere duro per i mafiosi, parlano chiaro: contatti limitati con altri detenuti sottoposti allo stesso regime, spazi di "libertà" all'interno del carcere contingentati e divieto di "scambio di oggetti di qualunque genere, quand'anche realizzato tra detenuti appartenenti al medesimo gruppo di socialità".
Norme rigidissime che hanno registrato una stretta ancora più ferrea alla fine del 2017, quando i margini di "manovra" dei boss mafiosi sono stati ristretti ancora di più. Norme contro le quali Carmelo Giambò, detenuto proprio in regime di 41bis presso il carcere di Terni, ha presentato ricorso arrivando fino ai giudici della Corte di cassazione e dando il via alla "guerra" del caffè.
Tutto nasce da un ordine di servizio emanato dalla direzione dell'istituto penitenziario della casa circondariale di vocabolo Sabbione che, a decorrere dal 15 gennaio 2018, vietava - appunto - "lo scambio di oggetti di qualunque genere, quand'anche realizzato tra detenuti appartenenti al medesimo gruppo di socialità".
Nel primo ricorso, Giambò - finito in cella nell'ambito dell'operazione Gotha 6 che nel 2016 decapitò la famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) ritenuta responsabile, tra il 1993 e il 2012, dell'uccisione di 14 persone e del tentato omicidio di una quindicesima - quell'ordine di servizio "avrebbe applicato il divieto di scambio di oggetti anche dai generi alimentari provenienti dai consueti canali (pacco famiglia, acquisti effettuati attraverso il circuito interno dell'istituto penitenziario) benché tale categoria di oggetti fosse destinataria di una disciplina specifica da parte del regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario; e benché da tale scambio non potesse derivare alcun rischio per le finalità previste dall'articolo 41-bis, considerato che i detenuti interessati, appartenendo al medesimo gruppo, erano già stati ammessi a fruire in comune la cosiddetta socialità".
Per questa ragione, Giambò aveva chiesto di essere ammesso, come già in passato, "a scambiare, con i ristretti appartenenti al suo gruppo di socialità, generi alimentari e oggetti destinati all'igiene personale (saponette, bagno schiuma ecc.) o alla pulizia della stanza detentiva (detergenti), ovvero casalinghi (tovaglioli ecc.)".
In realtà, il divieto di scambio di oggetti trae radice dal rischio che, attraverso questo meccanismo, i detenuti avrebbero potuto manifestare "posizioni di supremazia". Sembra infatti che gli oggetti possano in qualche modo manifestare la disponibilità economica dei detenuti, possano essere usati in segno di riverenza e possano essere - in qualche modo - strumento di comunicazione all'interno del carcere con messaggi che poi vengono veicolati all'esterno. Tutto questo, nonostante i detenuti possano incontrarsi per due ore al giorno, condividendo l'uscita all'aperto e una apposita saletta, seppure "senza possibilità di ascolto dei loro contatti da parte dell'amministrazione penitenziaria".
Tesi che però viene smontata da Giambò secondo il quale "nessun pericolo per l'ordine e la sicurezza sarebbe potuto derivare dallo scambio di siffatti oggetti". Il primo ricorso ottenne l'approvazione del magistrato di sorveglianza, ma ora la questione arriva fino all'attenzione della Suprema corte.
Che ora giudica "rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 41bis nella parte in cui prevede che siano adottate tutte le necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di scambiare oggetti per i detenuti in regime differenziato appartenenti al medesimo gruppo di socialità, addirittura, di generi alimentari".
di Giancarlo De Luca
qdpnews.it, 27 ottobre 2019
Entrare in un carcere non è mai un'esperienza banale, nemmeno se vissuta da giornalista per un reportage. Quando l'agente di turno fa girare la chiave nella toppa, il rumore metallico è proprio quello delle tante scene di carcere dei film e un groppo allo stomaco è quasi inevitabile.
Ma l'emozione inizia ancora prima, fuori del grande cancello d'ingresso della casa circondariale di "Santa Bona" di Treviso. A colpirci sul subito è il colore azzurro della struttura, voluto dallo storico direttore, Francesco Massimo, che ha unito il desiderio di dare allo stabile un colore vivace con la passione calcistica per il Napoli.
Superato il controllo di sicurezza veniamo ricevuti dal direttore Alberto Quagliotto e dal comandante della polizia penitenziaria Massimo Carollo. Prima di cominciare la visita, sottoponiamo il direttore a un "fuoco di fila" di domande nel suo ufficio e lui amabilmente risponde a tutte. Il carcere ospita attualmente 220 detenuti a fronte di una a capienza di 140; un buon tasso di sovraffollamento che è comune a tutti gli istituti penitenziari del nord Italia. Di questi detenuti 114 (poco meno del 50%) sono italiani, gli altri sono di diverse nazionalità, dal Nord Africa all'Est Europa con qualche new entry da Afghanistan e Pakistan.
I reati commessi? Tutti i reati comuni, cioè i reati previsti dal codice penale esclusi i reati associativi di stampo mafioso e i reati a particolare riprovazione sociale, come ad esempio i reati legati alla pedofilia, alla pedopornografica e quelli consumati ai danni di donne e minori. Rientrano pertanto i reati legati alla sfera patrimoniale e contro la persona (dall'omicidio, al furto, alla rapina fino allo spaccio di droga). Ergastolani? Attualmente Santa Bona ne ospita uno. Il discorso si è poi spostato sul reinserimento sociale dei detenuti. Per loro la scuola è il primo step di ripensamento del proprio vissuto: secondo il direttore il reinserimento parte "dall'essere più che dal fare".
I dentuti hanno poi la possibilità di imparare una professione, altro cardine per un futuro reingresso nella società. Si parte da attività elementari, volte a far acquisire una dimensione del lavoro come impegno, a cominciare dal rispetto dell'orario e delle tempistiche. Poi c'è un' evoluzione che porta il detenuto ad acquisire specialità più professionalizzanti. Gli agenti carcerari sono 140, con una leggera carenza, ma in numero sufficiente per garantire la sicurezza dell'istituto. Chiediamo se sono più le reiterazioni di reato o i ravvedimenti. Il direttore ci spiega che alcuni detenuti che aveva visto 25 anni fa ai suoi inizi li ritrova, ma fortunatamente tante persone non le ha più riviste. Fondamentale per il ravvedimento è una famiglia che riaccolga il detenuto al ritorno in libertà e un lavoro.
Evasioni? Questa è la domanda che per scaramanzia non si dovrebbe mai fare. L'ultima evasione dal carcere di Treviso fu quella di Prospero Gallinari nel 1977, prima della legge Gozzini. Nel 2019 i modi per evadere sono i mancati rientri dai permessi premio e dalle misure alternative, eventi che fanno scalpore. Secondo il direttore, il rapporto tra accesso alle misure alternative ed evasioni è minimale; un "rischio d'impresa" che la legislazione si è presa per rispondere all'articolo 27 della costituzione secondo il quale la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e al suo reinserimento nella società.
Dopo questa lunga chiacchierata inizia la nostra "vera" visita all'interno della casa circondariale. Chiave dopo chiave, cancello dopo cancello entriamo nel cuore del carcere, nelle aree adibite ai detenuti. Lungo il nostro percorso ci imbattiamo in un campo di calcio di grandezza regolamentare: ci dicono che anni or sono una rappresentativa con qualche giocatore del Milan abbia calcato il terreno di gioco del "Santa Bona". Seguiamo la traccia del direttore e visto che il "reinserimento sociale dei detenuti" comincia dalla scuola, andiamo a visitare le aule. L'educatore con qualifica di funzionario giuridico pedagogico è il dottor Siro Simonetto. Gli studenti sono circa 130.
L'amministrazione penitenziaria dà a tutti i detenuti che la richiedono la possibilità di seguire a rotazione un corso educativo. Altre porte si aprono ed entriamo in un luogo di culto, una chiesa cristiana.
I detenuti di altre fedi religiose sono liberi di professare il loro credo nelle celle. Arriviamo nei locali dove i detenuti possono imparare una professione. A guidarci in quest'area è Marco Toffoli, presidente di "Alternativa Ambiente", la cooperativa che opera a Santa Bona da trent'anni, con il fine di creare opportunità di inserimento lavorativo per i detenuti. Questi ultimi per accedere ai vari percorsi vengono selezionati e solo successivamente assunti, dopo aver superato un colloquio di lavoro. I detenuti percepiscono per il loro lavoro una retribuzione come qualsiasi altro lavoratore.
Si va da alcune semplici mansione, come d esempio l'etichettatura di bottiglie di vino, a lavori più complessi legati all'elettronica, il tutto in collaborazione con aziende leader del territorio. Alcuni detenuti si occupano della digitalizzazione dei documenti dell'amministrazione penitenziaria. Si tratta di un progetto pilota, finanziato dal Ministero di Giustizia. Nel perimetro del carcere esiste anche una fungaia e un piccolo allevamenti di quaglie. Parliamo anche con il medico dell'Ulss 2 Marcon Matteo, che opera con i detenuti come un qualsiasi altro medico di base.
Da lì ci accompagnano nell'area che ospita i detenuti in isolamento. Con il termine isolamento si intende la separazione di un detenuto dal resto della popolazione carceraria. Sicuramente è un luogo che ci colpisce e che un po' ci intristisce anche se, grazie al progetto "abilmente" realizzato dalla cooperativa "Alternativa Ambiente" attingendo a un finanziamento della Regione Veneto, si è cercato di dare "vita" allo spazio dove questi detenuti stanno nell'ora d'aria, addobbandolo per creare un clima migliore.
Arriviamo al parlatorio del carcere. Nessun vetro o barriera, ma anzi pareti disegnate con alberi e fiori. Tanto colore e sgabelli di differenti altezze; è chiara l'attenzione a rendere "caldi" i luoghi dove i carcerati possono incontrare i familiari. Lo si nota anche nel giardino esterno, dotato di giochi per bimbi. Altri spazi sono dedicati ai colloqui dei detenuti con i loro avvocati e con le autorità giudiziarie. Poi ci sono i lavori "domestici", effettuati dai detenuti assunti direttamente dall'amministrazione penitenziaria.
Rientrano in questa fascia le pulizie, la lavanderia e la cucina: in questo caso si predilige il criterio della rotazione. Prosciutto cotto, wurstel e fette biscottate con marmellata a pranzo e una cena a base spaghetti aglio olio e peperoncino sono il menù del giorno. La nostra visita si conclude nell'atrio di ingresso, dove ci restituiscono i documenti e gli oggetti personali che avevamo lasciato in deposito. Ce ne adiamo con la sensazione che il carcere di Santa Bona sia una struttura molto vecchia, in parte obsoleta, che l'amministrazione penitenziaria ha cercato di rendere il più possibile umana, con la speranza che per chi ha sbagliato e sta saldando il proprio debito, possa diventare il luogo dove gettare le basi per il reinserimento nella società.
di Alessandra Ballerini
La Repubblica, 27 ottobre 2019
Così recita il logo delle magliette create dalle persone che sono detenute nel carcere di Marassi. Hanno ragione loro. Dentro c'è molto di più. Ma molto per forza di cose, resta fuori. Ed altro, poi, manca senza ragione apparente e senza necessità. Manca la libertà, ovviamente.
E tutti i suoi indispensabili accessori e le sue conseguenze. Mancano gli affetti, il lavoro (se non poco e per pochi), le relazioni, il cibo decente. Manca il mare, lo sport. Manca l'intimità della solitudine e la possibilità di scegliere con chi condividere gli spazi, peraltro angusti, come possono essere quelli di una cella in cui vivono altre 5 persone sconosciute.
Manca l'aria e la luce. Mancano molti suoni e la possibilità di insonorizzarne altri. Manca un orizzonte nel quale fare spaziare occhi e anima. Manca la possibilità di amare fisicamente. Ma "dentro" c'è comunque "molto di più" di queste (e molte altre ) mancanze.
Come recita il logo delle magliette create dalle persone detenute nel carcere di Marassi e vendute dalla bottega equo solidale. Molto di più di quanto ci si immagina. Molto di più di quanto l'insano sistema carcerario tenti di sottrarre a chi dentro è costretto a vivere o ci lavora. Dentro, nonostante il sovraffollamento endemico, nonostante il disagio strutturale e la sofferenza ineludibile, persiste in qualche forma la speranza, a volte, ma non necessariamente, sostenuta dalla fede. Speranza di uscire, ovviamente, prima o poi, ma molto meglio prima.
Di lavorare. Di ricevere una visita o una lettera. Di essere ricordati, perdonati e attesi. Speranza in nuove leggi o anche solo nel rispetto delle norme già esistenti ed in particolare dei precetti costituzionali e convenzionali che proteggono la dignità umana come bene primario e inviolabile, che vietano le pene inumane e impongono la rieducazione come finalità della detenzione. Speranza nel cambio di giro della ruota della fortuna.
Di essere creduti o almeno ascoltati. Dentro ci sono le storie, tutte straordinarie, di persone normali che sono inciampate spesso solo perché non hanno trovato un sostegno adeguato, che hanno perso l'equilibrio e che sono, infine, cadute.
Dentro, tra i 728 uomini che affollano il nostro carcere cittadino (con una capienza di 456 persone) puoi incontrare cinque signori un po' agèe, costretti sulla sedia a rotelle, e guardandoli non riesci ad immaginare pena peggiore di questa doppia privazione della libertà, di questo vivere in un corpo che è già una gabbia rinchiuso a sua volta in un'altra gabbia, che ti costringe per qualsiasi bisogno a dipendere da altri che non ti sei scelto.
Dentro ci sono oltre trecento persone che hanno problemi di dipendenza. Tantissimi che soffrono di varie forme di disagio psichico. Dentro c'è la nostra gioventù: moltissimi ragazzini di 18 e 19, con gli sguardi ancora puliti e spersi.
di Eva Cantarella
Corriere della Sera, 27 ottobre 2019
Umberto Curi riflette in un testo, edito da Bollati Boringhieri, sugli scopi del diritto penale e sulla necessità di adottare un approccio innovativo. Perché punire? Quali possono essere le ragioni per le quali uno Stato può infliggere ai cittadini un male, qual è ovviamente la pena, in tutte le sue possibili forme e gradazioni? Come sempre, a chiederselo per primi sono stati i Greci, ai quali dobbiamo le risposte iniziali a un problema che non cessa di riproporsi, e a cui Umberto Curi ha dedicato un importante e ricchissimo libro, "Il colore dell'inferno" (Bollati Boringhieri).
Perché punire, dunque? Protagora, nell'omonimo dialogo platonico, sostiene che la pena ha funzione riabilitativa: "Nessuno punisce chi commette ingiustizia perché la ha commessa, a meno che non si abbandoni a un'irrazionale vendetta, come una belva. Chi punisce secondo ragione lo fa in previsione del futuro, perché chi viene punito non commetta più ingiustizia, né la commettano altri, che vedono costui punito".
A nostra conoscenza, Protagora è il primo critico delle teorie retributive e il più lontano precursore di quelle riabilitative, che a distanza di secoli torneranno in autori come Cesare Beccaria o Jeremy Bentham.
Ma il rapporto tra vendetta e pena non è che il primo dei temi affrontati da Curi, che al termine di una lunga analisi delle "immagini della giustizia" affronta il problema delle origini e della funzione della pena, a partire dal significato del termine greco poiné, che in Omero indicava una compensazione data all'offeso dall'offensore.
E poiché la misura della poiné era commisurata alla gravità dell'offesa, ne consegue la coincidenza della pena originaria con un castigo (al quale, considerando che procurava sofferenza all'offensore senza alleviare il dolore della vittima, era affidata anche una funzione di purificazione e di riscatto).
Ed eccoci a uno snodo importante: di fronte a problemi quali l'insoddisfazione per gli esiti della pena detentiva, la perdita di legittimazione delle funzioni rieducative del carcere e il disconoscimento da parte del sistema giudiziario dei diritti delle vittime, Curi volge la sua attenzione e le sue speranze alla recente "giustizia riparativa".
Diversa sia da quella "riabilitativa" sia da quella "retributiva", questa giustizia, che esclude che gli interessi dell'autore del crimine e delle vittime siano diametralmente opposti, ha chiesto e in molti casi ottenuto che alle vittime venisse dato il ruolo di attori nel processo, così che questo potesse finalmente riparare i diversi mali provocati a tutti coloro che erano stati coinvolti dal crimine.
Sarà in grado questa giustizia, che non pone più al centro dell'approccio alla pena la sua proporzione con la colpa, ma il rapporto tra le parti, di configurare una terza via, alternativa sia alla concezione retributiva che a quella rieducativa? Potrà umanizzare e razionalizzare il sistema penale in modo che, al di là dei progressi fatti nei secoli, la pena smetta di avere quello che Simone Weil definisce il "colore dell'inferno" che dà il titolo al libro?
Lasciandoci con questa domanda Curi conferma la sua straordinaria capacità di percorrere con competenza e passione la lunga strada che dall'antichità conduce a noi. E una volta di più non possiamo che essergliene grati.
lattacco.it, 27 ottobre 2019
Non solo detenute: madri, figlie, mogli lontane dagli affetti, con ferite nascoste dai colori scuri dei tatuaggi e dagli sguardi freddi. Storie vere di donne, liberate attraverso lo strumento della narrazione: dalla realtà degli istituti penitenziari, esito di un lavoro sul campo di lunga esperienza, nasce "Solo Mia" (Edizioni la Meridiana, 2019), il nuovo libro di Annalisa Graziano.
Dopo Colpevoli, che affrontava in forma di reportage le vicende dei detenuti, l'autrice e giornalista torna nei luoghi di detenzione ma lo fa attraverso il dispositivo del romanzo, allo scopo di indagare il demone ricorrente dell'universo femminile: la violenza. Mercoledì 25 settembre, alle ore 18.30, nello spazio live della libreria Ubik di Foggia, Annalisa Graziano ritrova il pubblico della sua città per l'anteprima assoluta della presentazione del suo nuovo libro, evento d'apertura della XIII edizione della Festa del Volontariato, in programma il 28 e 29 settembre.
"Solo Mia" raccoglie storie di donne dal carcere e non, racconti reali riportati all'interno di una cornice di fantasia che mettono al centro storie incredibili, fatte di violenza subita e a volte taciuta, attese tradite, affetti soffocati e speranze.
Storie di dolore ma anche di svolte e di rinascita, che affrontano temi delicati come la maternità, il rapporto con i familiari, la detenzione, l'abuso: a trionfare, però, è l'importanza dei legami, del riconnettersi alla società e alle relazioni, nonostante i traumi vissuti. Il libro di Annalisa Graziano, va sottolineato, è stato inserito dall'Istituto Penitenziario di Foggia in un percorso incentrato sulla prevenzione del femminicidio.
di Liana Milella
La Repubblica, 27 ottobre 2019
Si possono conoscere tutti i tossicodipendenti di un territorio? "Si devono conoscere perché un tossicomane conosciuto è pericoloso per sé e per gli altri e uno sconosciuto lo è doppiamente. Si possono conoscere, e non è neanche difficile, se si entra in quel territorio e se ogni persona che viene intercettata può avere accesso facile alle terapie. Perché chi fa uso di droghe è malato e va portato in comunità e non in galera dove entra tossicodipendente ed esce spacciatore".
La prima ricetta per curare la Roma delle trenta piazze di spaccio terra di nessuno è quella di un medico. Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini, agenzia nazionale per le tossicodipendenze della Croce Rossa, lancia anche in Italia la pre-arrest deflection, la strategia con la quale negli Stati Uniti stanno affrontando l'emergenza dei 70 mila morti per overdose degli ultimi tre anni.
"Ci vogliono poliziotti di quartiere che possono avviare i tossicodipendenti al circuito terapeutico. Oggi se una mamma va a chiedere aiuto rischia che il proprio figlio diventi un fascicolo o che finisca in galera. Sa quante persone abbiamo salvato da overdose con il nostro camper per strada? 2.500 in 20 anni. Non arrivavano vivi in ospedale. Ecco, ci vorrebbero 30 unità di contatto nelle 30 piazze dello spaccio".
Piazze in cui, però, al momento entrare è un'impresa. Figuriamoci riuscire ad elaborare una seria strategia di contrasto che metta insieme repressione e prevenzione e che riesca a sottrarre ai clan quell'enorme fetta di città in cui la droga arriva, si taglia, si confeziona, si spaccia, si consuma.
Alfonso Sabella è tornato a fare il magistrato ma la sua esperienza da assessore alla legalità a Roma nella giunta di Ignazio Marino dopo Mafia Capitale gli fa dire: "Qui tocca prendere atto che le piazze di spaccio sono pezzi di città sottratti alle istituzioni, protetti da sentinelle, pitbull, cancelli blindati, telecamere, in cui non si entra.
Ragazzi spiantati diventano "turnisti" come fosse un posto di lavoro, 100-200-300 euro alla settimana senza neanche capire cosa rischiano. È lì che tocca intervenire: ci vuole la scuola, ci vogliono i servizi, ci vuole l'illuminazione, il decoro urbano. Il decreto Minniti diceva più decoro più sicurezza. E così è. E indagini a lungo periodo perché prendere pesci piccoli non serve proprio a nulla. E i grandi soldi oggi continuano a farsi con la droga, gli appalti, i rifiuti al confronto sono bazzecole".
L'esercito per strada non lo vuole nessuno. Roma non sarà Gotham City, come dice il capo della polizia Franco Gabrielli, ma certo l'attività di repressione non riesce ad arginare un fenomeno che ormai da anni è uscito dall'agenda politica e che riemerge solo quando fatti di sangue come quelli che si sono ripetuti negli ultimi mesi a Roma rivelano il loro denominatore comune proprio nello spaccio di droga.
"Di pusher ne individuiamo e arrestiamo a decine, ma per venti che ne prendi altrettanti ne spuntano il giorno dopo - è l'analisi di un investigatore della polizia impegnato in prima linea nel contrasto al traffico di stupefacenti a Roma - Quelli che hanno sparato a Manuel Bortuzzo erano di Acilia, quelli che hanno sparato a Luca Sacchi di San Basino.
Sono tutti ragazzi cresciuti a pane e malavita, hanno la stessa età delle loro vittime ma vittime finiscono per essere anche loro. Nascono in un contesto criminale, guadagnano facile e comprano vestiti griffati, il più delle volte sono tossicodipendenti che si procurano così qualche centinaio di euro e le dosi per loro. Noi lavoriamo per individuare i capi-piazza ma l'unico modo per incidere veramente è la prevenzione".
A questi giovani e ai tanti come loro arruolati nelle piazze dello spaccio Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare Antimafia, vuole offrire scuola, cultura e bellezza per ritrovare la loro capacità di cambiare il mondo. "Sì, da insegnante ma anche da presidente dell'Antimafia lancio un invito all'educazione alla bellezza come ha fatto Peppino Impastato e la continua attenzione alle scuole di Falcone e Borsellino. I giovani sono coloro che dovrebbero avere un pensiero strategico per cambiare le cose e invece cercano soddisfazione buttandosi a capofitto nel buco nero delle droghe ma anche dell'alcol. Ed è davvero allarmante questa devastante moda tra gli adolescenti del cicchetto a un euro".
E poi c'è la politica. Che tace. Solo i radicali rilanciano la storica battaglia per la liberalizzazione della cannabis. "Bisogna guardare in faccia la realtà - dice Riccardo Magi di +Europa - è il fallimento del proibizionismo. La politica trovi il coraggio di assumersi le sue responsabilità: nei Paesi in cui è stato fatto legalizzata la cannabis ha diminuito i consumi e spezzato la filiera dello spaccio".
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