di Cinzia Valente
gnewsonline.it, 6 dicembre 2019
La Casa Circondariale "Rocco D'Amato di Bologna" da oggi è dotata di una videoteca con oltre 700 dvd. Significativa l'intitolazione: un omaggio a Claudio Caligari, regista scomparso nel maggio del 2015, autore di Amore tossico (1983), L'odore della notte (1998) e Non essere cattivo (2015), fautore di un cinema che punta lo sguardo sugli emarginati delle periferie romane. Per celebrare la memoria di Claudio Caligari sono in corso a Bologna diversi eventi.
Oggi si terrà l'inaugurazione della "Videoteca Claudio Caligari" alla presenza di autorità e rappresentanti dell'Amministrazione penitenziaria, Rai Cinema, docenti Dams, Hera, Legacoop e Fondazione Del Monte. L'iniziativa è stata realizzata grazie al contributo di Rai Cinema che ha voluto donare all'Istituto 700 Dvd. Sono stati gli stessi detenuti a svolgere il lavoro di catalogazione, sulla base della metodologia prevista in ambito cinematografico. Lo hanno fatto dopo aver frequentato un corso ad hoc sotto la guida di docenti del settore che hanno insegnato loro ad utilizzare un programma specifico utilizzato nelle cineteche.
Tra i titoli presenti nel catalogo dell'istituto troviamo i grandi classici del cinema e anche uscite molto recenti, film italiani e stranieri, documentari che fanno parte del patrimonio filmico di Rai Cinema. Una collezione che verrà incrementata e costantemente aggiornata con le pellicole che verranno proiettate nelle sale.
Dopo l'inaugurazione della sala AtmospHera, nel penitenziario ci sarà quindi un altro spazio dedicato alla settima arte. "La videoteca risiede nel reparto penale dell'Istituto all'interno di cui c'è una piccola sala ricreativa con videoproiettore e una tv a schermo grande che potrà essere utilizzata dai detenuti del reparto stesso - afferma la direttrice Claudia Clementi -. L'idea poi, è di utilizzare i film per proiezioni nella sala cinema inaugurata a ottobre dotata di attrezzature all'avanguardia e meritevole di essere impiegata per altre iniziative. Una visione destinata ai detenuti, al personale e, con aperture programmate, al pubblico esterno".
di Claudio Bottan
sguardidiconfine.com, 6 dicembre 2019
Il documentario sulle carceri italiane dalla sentenza Torreggiani a oggi. "21×17 geometria della giustizia", il documentario diretto da Christian Letruria, che da qualche giorno è visibile a tutti, parte dalla rievocazione della famosa sentenza Torreggiani con la quale il sistema giustizia del nostro Paese è stato messo sotto accusa grazie al ricorso a Strasburgo di pochi detenuti.
Le testimonianze di chi c'era danno voce al silenzio di quelle celle e ci mostrano le difficoltà di ribellarsi alle ingiustizie all'interno di un'istituzione totale come il carcere.
Era l'8 gennaio 2013 e la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannava l'Italia ponendo l'attenzione sul sovraffollamento carcerario del nostro Paese, definito espressamente come "problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano". Eppure sarebbe bastato un foglio di block notes per capirlo.
La Corte Europea, con la sentenza pilota sul ricorso di Mino Torreggiani e altre sei persone detenute a Busto Arsizio e Piacenza, ha stabilito che le condizioni di detenzione dei ricorrenti era disumana e degradante: celle minuscole, sovraffollamento, violazione di diritti fondamentali.
È stata ravvisata la violazione dell'articolo 3 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Quindi tortura. Nei penitenziari italiani erano rinchiusi 66mila detenuti a fronte di 48mila posti di capienza regolamentare.
Persone ammassate con meno di tre metri quadrati di spazio vitale a disposizione per ciascuno. "Eppure non era complessa come operazione matematica" dice Roberta Cossia, magistrato di sorveglianza del tribunale di Milano, in "21×17 geometria della giustizia".
Il documentario diretto da Christian Letruria, che da qualche giorno è visibile a tutti, parte proprio dalla rievocazione della piccola grande storia di denuncia, la famosa sentenza Torreggiani, con la quale il sistema giustizia del nostro Paese è stato messo sotto accusa grazie al ricorso a Strasburgo di pochi detenuti.
Una ricerca di Oriana Blinik, con Roberto Cornelli e Annalisa Zamburlini, che ha raccolto le testimonianze di chi c'era. Parole che danno voce al silenzio di quelle celle e ci mostrano le difficoltà di ribellarsi alle ingiustizie all'interno di un'istituzione totale come il carcere, ma è anche l'occasione per interpellare direttori di carceri, magistrati di sorveglianza e altri operatori del settore per analizzare il cambiamento che questa sentenza ha imposto: sorveglianza dinamica, ampliamento delle misure alternative e introduzione della messa alla prova per adulti.
Le misure introdotte nel post-Torreggiani funzionano? La condannata Italia ha superato la sua messa alla prova?
Da allora sono stati compiuti alcuni passi in avanti grazie a interventi prevalentemente di carattere emergenziale, con una momentanea riduzione della popolazione carceraria, ma non è stato risolto in modo strutturale e definitivo il problema del sovraffollamento per ristabilire le condizioni essenziali dello Stato di diritto.
A quasi sette anni dalla condanna della Corte Europea, infatti, pare che nulla sia cambiato. Continua ad aumentare costantemente il numero dei detenuti presenti nelle carceri italiane: al 30 novembre 2019, secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia, sono 61.174 a fronte di 46mila posti.
Aumentano anche le detenute madri con figli al seguito, sono 52 con 56 bimbi (erano 49 con 52 bimbi un mese fa). Intanto si dirada il dibattito sulle pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, l'affidamento ai servizi sociali, la probation (o messa alla prova) ovviamente quando ci sono le condizioni previste. Peraltro, le statistiche sono a favore di tale prospettiva, e gli studiosi di diritto penale unanimemente considerano il carcere come l'extrema ratio e non come strumento per tranquillizzare la società o peggio per guadagnare consenso.
La conseguenza logica dell'atteggiamento securitario porta a rendere le prigioni una "discarica sociale" di coloro che sono già ai margini della società (come attesta il numero di tossicodipendenti e di migranti nelle carceri). Infatti, nonostante il numero dei reati sia in calo, offuscati dal mantra della "certezza della pena" non ci si accorge che in carcere le persone ci vanno per davvero, anche per piccolissimi reati.
Buttandoli in una cella non siamo in grado di intercettare la disperazione di quelli che non resistono: dall'inizio dell'anno sono 45 i casi di suicidio su un totale di 120 morti nelle patrie galere. "Partiamo da un presupposto: il carcere in generale, in quanto istituzione totale che tende ad annullare le individualità, le propensioni e le attitudini del singolo dando risposte uguali a problematiche diverse, è di per sé un'istigazione al suicidio" dice Rita Bernardini.
"Ma una cosa è per noi del Partito Radicale chiarissima: i responsabili di queste violazioni dei diritti umani fondamentali devono essere individuati e denunciati in ogni sede, confidando molto nelle giurisdizioni superiori, come è stato per la memorabile sentenza Torreggiani che, se ha umiliato il nostro Paese ritenuto responsabile di sistematici trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti, ha almeno restituito loro un po' di dignità e di sollievo umano e civile".
Un sistema costoso, sicuramente in termini sociali ma anche in termini strettamente economici. Sono quasi 2,9 miliardi di euro i fondi destinati all'Amministrazione Penitenziaria nel 2019. Ciascun detenuto costa ogni giorno circa 130 euro, la maggior parte dei quali, il 76,47% del totale, riguarda il personale, e in particolare quello di polizia penitenziaria (ben 68,03%).
Solo il 10% è destinato a misure di accoglienza e reinserimento sociale, tra le quali si contano le spese per il vitto, per l'istruzione, per retribuire i detenuti che lavorano. Le misure alternative alla detenzione, che tanto sono avversate negli ultimi tempi poiché confuse con una quasi totale libertà che minerebbe il principio della certezza della pena, costano notevolmente meno del carcere e dimostrano di essere assai più efficaci in termini di abbattimento della recidiva. E quale sarà attualmente la situazione a Busto Arsizio, uno dei due istituti da cui è scaturita la sentenza Torreggiani? Disarmante, e lascia aperti i margini perché la Corte di Strasburgo emetta nuove pesanti condanne contro l'Italia: 428 persone detenute a fronte di 240 posti.
Il documentario può essere visto a questo indirizzo: https://vimeo.com/210040450
tusciaweb.eu, 6 dicembre 2019
Si chiude oggi pomeriggio a Viterbo, con una festa finale, il progetto "Lo sport entra nelle carceri". L'iniziativa fa parte di "Coni & regione compagni di sport" che ha come obiettivo il recupero dei detenuti tramite il coordinamento di varie attività sportive messe in atto nelle strutture penitenziarie, per promuovere la salute e il benessere, grazie ai benefici che l'attività fisica può dare. Per questo appuntamento sono state organizzate due partite di calcio e un torneo di scacchi.
Avversari dei detenuti del carcere viterbese saranno gli arbitri della sezione Aia di Viterbo e una selezione di atleti di varie discipline sportive della Tuscia. Di quest'ultimo gruppo faranno parte tre giocatori di rugby, uno di nuoto, ex giocatori della Viterbese e alcuni tecnici di calcio di Viterbo e Civita Castellana che hanno aderito all'invito del Coni di Viterbo.
È previsto anche un torneo di scacchi seguito dagli istruttori della scuola scacchistica viterbese, Massimiliano Marini e Gianfranco Massetti. In questo periodo a Mammagialla i detenuti hanno effettuato anche dei corsi in palestra seguiti da Umberto Battistin.
"È una bella occasione per consentire ai ragazzi che sono all'interno dell'istituto di vivere una bella giornata di 'normalità' grazie agli sport - ha detto il presidente del Coni Lazio Riccardo Viola. Un particolare ringraziamento a tutte e le associazioni che, hanno contributo a formare le due squadre. Chi non potrà scendere in campo potrà cimentare con uno sport della mente".
Per la direzione della casa circondariale di Viterbo saranno presenti Natalina Fanti (responsabile dell'area educativa) che ha seguito il progetto del Coni e della regione Lazio fin dall'inizio, il comandante del reparto di polizia penitenziaria Daniele Bologna e il suo vice Tullio Volpi.
di Antonia Opipari
calabria7.it, 6 dicembre 2019
Sarebbe dovuta essere La partita con papà quella di oggi presso la Casa Circondariale di Catanzaro e invece, per colpa della pioggia, padri detenuti e i loro piccoli non sono potuti scendere in campo; hanno trascorso, però, lo stesso il pomeriggio insieme nel teatro del carcere: hanno giocato, chiacchierato e fatto merenda con le prelibatezze preparate per l'occasione dai "pasticceri" del laboratorio di dolci.
La partita con papà, comunque, è un'iniziativa dell'associazione Bambinisenzasbarre onlus e del Ministero della Giustizia Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, che si tiene su tutto il territorio nazionale ed è già alla sua quinta edizione; si tratta di una manifestazione nata con l'intento di sensibilizzare le istituzioni, i media e l'opinione pubblica sulla situazione dei 100 mila bambini in Italia (2,1 milioni in Europa) che vivono la separazione dal proprio genitore detenuto e che spesso e volentieri si trovano ad essere vittime inconsapevoli di pregiudizi altrui; "i figli dei detenuti pagano per un crimine che non hanno commesso" ha spiegato il direttore del carcere di Siano Angela Paravati.
"Un papà detenuto è solo un uomo che ha commesso un errore e lo sta scontando. Il suo ruolo genitoriale non si ferma alle mura del penitenziario e anzi, il più delle volte è la motivazione che spinge chi ha sbagliato una volta a non farlo mai più, fuori da qui".
di Andrea Lijoi
Milano Finanza, 6 dicembre 2019
Dopo la sentenza del 30 maggio 2018 con la quale la Corte di Cassazione ha ritenuto illecita la vendita di cannabis, anche quella light, si aspettava la chiusura immediata delle migliaia di canapa shop fioriti in tutta Italia. Anche Matteo Salvini, allora ministro dell'Interno del primo governo Conte, provò a eseguire la sentenza e proclamò "li chiuderò uno a uno". In realtà la sentenza, come osservarono in molti, è piuttosto ambigua e lascia ai giudici ordinari il compito di verificare caso per caso se i prodotti a base di cannabis, esposti nelle vetrine degli shop, sono idonei "a produrre in concreto un effetto drogante".
A conti fatti, i negozi con le classiche foglie verdi a forma di lancia per insegna continuano a esporre e a vendere biscotti, tisane, bustine di erba e altre decine di prodotti a base di cannabis sativa. Nei giorni scorsi a Milano si è anche tenuta la seconda edizione di Canapa Expo, la fiera internazionale dedicata al mondo della canapa e ai suoi prodotti, con centinaia di espositori e migliaia di visitatori, con decine di esperti giunti da tutta Europa che in tre giorni di workshop e dibattiti hanno insistito sulla necessità di fare finalmente chiarezza nel settore.
"Anche perché", sostengono i promotori, "è una risorsa incredibile e con la legalizzazione può fare molto per l'economia, il sociale, oltre ai già noti vantaggi dal punto di vista medico e ambientale". In effetti, l'uso terapeutico delle infiorescenze della canapa è già autorizzato e in uso da anni, prescritto legalmente dai medici per alleviare dolori cronici di varia origine. Ed è impensabile che la Finanza vada a chiudere farmacie e ospedali dove si somministrano farmaci a base di cannabis sativa, che comunque sono fuori dal perimetro indicato, anche se con confini non proprio netti, dalla sentenza della Cassazione.
Inoltre, questa marijuana terapeutica è prodotta nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, unico "spaccio" autorizzato per farmacie e ospedali a un prezzo per i pazienti fissato dal ministero della Salute. Il problema sorge per la cannabis light (cioè la canapa sativa con principio attivo The inferiore allo 0,6%) venduta proprio in quei negozi, spuntati all'improvviso dopo la legge n. 242 del 2016 che ha aperto lo spiraglio della regolamentazione, come avvenne per le botteghe del vaping quando scoppiò la moda delle sigarette elettroniche.
E proprio come per le e-cig, il problema della cannabis light è, al di là della legalizzazione, la regolamentazione da parte dello Stato di un fenomeno già in atto. Come? Attraverso le imposte. Se il tabacco e i suoi derivati pagano le accise, che fruttano ogni anno all'erario x miliardi di euro, e se anche le sigarette elettroniche pagano la loro quota di accise, perché mai la cannabis e i suoi derivati usati per motivi ricreativi non devono dare il loro contributo di imposte?
Che così debba essere ne sono convinti anche diversi parlamentari, in questi giorni alle prese tra l'altro con la manovra economica per far quadrare il bilancio pubblico. Uno di questi è Massimo Ungaro di Italia Viva, autore di un'interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio e ai ministri dell'Economia, dell'Interno, della Salute e della Giustizia, in cui pone un problema sociale (il libero accesso all'acquisto di cannabis light anche per i minorenni, non solo negli shop ma soprattutto nei canali online) e un problema erariale.
Secondo uno studio dell'Università di Messina citato da Ungaro, applicando alla cannabis una tassazione simile a quella dei tabacchi, le entrate per lo Stato sarebbero pari a circa 5 miliardi di euro l'anno, oltre a una riduzione della spesa pubblica legata alla repressione dello spaccio illegale per 540 milioni di euro. "Un inquadramento di legge", afferma nell'interrogazione, "permetterebbe di sottrarre ingenti risorse alla criminalità organizzata, assicurando al contempo nuovi significativi introiti per lo Stato che rappresenterebbero, altresì, entrate certe, perché provenienti da una rete controllata e sicura".
Un tema ripreso anche in due proposte di emendamento alla legge di Bilancio in discussione al Senato, primi firmatari Francesco Mollame e Matteo Mantero del M5S, che mirano a sottoporre a imposta di fabbricazione la biomassa di canapa e a tassare la commercializzazione delle infiorescenze di canapa. Ma gli emendamenti, con grande disappunto dei presentatori, sono stati ritirati. "Vi chiedo scusa", ha postato sul suo profilo social Mantero, rivolto ai suoi elettori dopo aver scoperto che gli emendamenti erano stati ritirati dal suo gruppo in commissione bilancio. Ma poi assicura: "Non tutto è perduto, ripresenteremo l'emendamento alla Camera".
di Gloria Riva
L'Espresso, 6 dicembre 2019
Messaggi razzisti. Post omofobi. Insulti via twitter. "Nelle aree in cui è più ampia la forbice economica e in quelle dove è maggiore il timore di perdere il posto di lavoro si concentrano i fenomeni di odio virtuale" - Gli attacchi vigliacchi a Liliana Segre. La strafottenza digitale al medico Roberto Burioni. Gli insulti twittati a Elsa Fornero. Il cyberodio ha contagiato l'Italia e ogni angolo di mondo connesso. Di fronte allo sconcerto generale qualche nazione ha cercato di arginare gli insulti digitali con una legge, mentre in Italia, al dipartimento di Scienze Sociali del Gran Sasso Science Institute di L'Aquila, si è scoperta l'origine del fenomeno, il virus che ha provocato il contagio: la precarietà.
Le economiste Alessandra Faggian e Daria Denti hanno mappato l'Italia dell'odio digitale e l'hanno sovrapposta a quella della criminalità, della discriminazione razziale, della povertà, della violenza fisica, del disagio sociale. Hanno fatto centinaia di tentativi riscontrando zero connessioni fra un fenomeno e l'altro, come se i tweet aggressivi fossero totalmente scollegati dal contesto, dalla realtà in cui vivono gli odiatori del web. La soluzione è poi arrivata applicando gli indicatori di incertezza economica e disuguaglianza, che corrispondevano perfettamente all'odio online: "Nelle aree in cui è più ampia la forbice economica e in quelle dove è maggiore il timore di perdere il posto di lavoro si concentrano i fenomeni di odio virtuale", spiega la ricercatrice Denti.
Negro, zingaro, terrone, frocio, usuraio, rabbino, puttana sono le parole d'odio più utilizzate nei tweet. I bersagli? Le minoranze etniche nel 42 per cento di casi, le donne (41 per cento), i disabili, il mondo lgbtq. E sono in crescita, sia in volume, sia in diffusione tanto che negli ultimi tre anni i fenomeni di cyber hate sono praticamente raddoppiati. Si tratta dunque di una delle sfide più rilevanti poste dalle piattaforme online di social media se si considera che l'anno scorso Facebook ha rimosso 7,9 milioni di discorsi di odio in tutto il mondo, mentre YouTube cancella in media più di 15mila canali a trimestre.
Twitter ha ricevuto oltre 250mila segnalazioni di contenuti d'astio tra gennaio e giugno 2018, nella sola Germania. Un dato che è possibile conoscere perché soltanto i tedeschi hanno una legge sugli hate speech on line, per obbligare i principali social network, come Facebook e Twitter, a rispettare le severissime leggi di Berlino in materia di diffamazione, incitamento all'odio e minacce, in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale. In Germania, la mancata immediata rimozione di quei cinguettii fa scattare multe salate per i titolari dei social media. La commissione europea ha invece raggiunto un accordo con le piattaforme, che hanno l'obbligo di vigilare sui contenuti, lasciando però alla loro sensibilità la possibilità di cancellare o meno un commento.
Il dibattito negli Stati Uniti si è fermato di fronte all'inviolabile diritto alla libertà di parola, che in qualunque caso viene prima di tutto. Eppure Tarlach McGonagle, docente di Legge dell'Informazione all'Università di Amsterdam, sfruttando le analisi dei criminologi, ha scoperto che sebbene sia solo verbale, l'impatto di un tweet crudele è estremamente duraturo e ha effetti non peggiori rispetto a un gesto violento: "Attraverso l'hiyperlinking, i motori di ricerca e i contenuti condivisi dagli utenti, i messaggi di odio rimangono tracciabili e recuperabili, determinando un perdurare significativo del danno alla vittima e alla minoranza a cui essa appartiene", scrive il professor McGonagle.
In un'indagine di Eurobarometro, il 75 per cento degli intervistati ha affermato di aver assistito a discorsi di odio online su piattaforme sociali e i dati mostrano che gli odiatori virtuali non fanno parte di alcun gruppo di odio organizzato, ma sono persone comuni, normali. A favorire i comportamenti più aggressivi e radicali, spiega la criminologa Barbara Perry dell'International Network for Hate Studies, è la generale percezione di anonimato, l'illusione di non essere identificati per quanto detto online e di non doverne rispondere.
"Mai prima d'ora si era pensato di connettere il cyberodio con l'economia e con i temi della disuguaglianza", spiega Alessandra Faggian, professore di Economia Applicata e vice rettore del Gran Sasso Institute. Che continua: "I risultati parlano di una relazione determinante forte, aprendo quindi la strada a una strategia di riduzione del fenomeno", che passa attraverso il tema dell'incertezza occupazionale e della diminuzione della disuguaglianza, più frequente nelle grandi città, dove il divario di ricchezza tra centro e periferia è sempre più accentuato, e nelle aree più colpite dalla crisi economica del 2009.
L'analisi utilizza 75mila tweet georeferenziati generati in Italia nel 2017, in parallelo con gli indicatori di Benessere economico sociale (Bes) realizzati dall'Istat per misurare l'agiatezza di un territorio al di là del reddito procapite. "Utilizzando i dati della percezione del lavoro, abbiamo scoperto che i tweet d'odio si concentrano nei territori in cui è maggiore il timore di perdere il proprio lavoro nei prossimi sei mesi e di non trovarne più uno simile. Dove è più alto il grado di instabilità percepita, maggiore è l'aggressività digitale. L'insicurezza economica è quindi una delle cause principali che muove l'astio e non ha nulla a che vedere con la paura dello straniero, con la criminalità, la marginalizzazione sociale", spiega Denti.
A questo si aggiunge il fenomeno dell'inuguaglianza economica, misurato calcolando l'indice di Gini sul reddito, che è un numero compreso tra zero e uno stimato di anno in anno su dati del dal ministero dell'Economia. Zero corrisponde alla perfetta redistribuzione, valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, al contrario, più il grado si alza, più la distribuzione del reddito diventa diseguale. "Abbiamo sovrapposto la mappa dell'odio con quella della disuguaglianza: i risultati mostrano come l'inuguaglianza economica si caratterizzi come una determinante del volume di hate tweet", conferma Denti.
Sorprendentemente è il Nord a essere più colpito dal mix di precarietà e disuguaglianza e quindi a produrre più cinguettii d'insulti: "Specialmente al Nord ci sono aree in cui, prima del 2009, c'era benessere, lavoro in abbondanza e nessuna preoccupazione rispetto al futuro occupazionale. La grande crisi ha provocato uno shock negli abitanti di quelle zone, per nulla preparati a gestire l'incertezza, la possibilità di perdere il proprio lavoro, l'urgenza di ricollocarsi. L'impatto è stato fortissimo e non si è sviluppato alcun modello alternativo, o di contenimento, per alleviare la tensione economica e sociale provocata dalla precarizzazione", dice Denti.
Ecco perché la massiccia presenza di tweet proveniente dalla bresciana e dal vicentino. La prima, pur restando un motore economico trainante del Paese, ha subito forti sconvolgimenti, mentre l'area di Vicenza è stata doppiamente colpita, prima da una crisi del manifatturiero, poi dal dramma finanziario della Popolare di Vicenza. Lo stesso dicasi per Genova, dove nell'ultimo decennio non solo la crisi ha colpito duramente, ma la politica non ha saputo trovare una risposta alternativa all'abbandono industriale e alla fragilità bancaria. Più in generale è il Veneto, seguito da Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna a evidenziare la maggior percentuale di tweet d'astio. "Sono il territorio in cui le persone sono rimaste scottate da un cambiamento del paradigma economico che non hanno saputo gestire. Da qui l'arrabbiatura e la tendenza a manifestare il proprio malessere sfruttando i social network", continua la ricercatrice.
Non c'è invece alcuna relazione con il livello d'istruzione: "Dall'operaio al manager, dal professore al commesso, la disuguaglianza sembra essere un fattore di "moderazione di capitale umano". Significa che, se c'è una grande disuguaglianza nel contesto in cui vivo, anche le persone istruite appaiono più propense a generare tweet di odio. Questo significa che la disuguaglianza rappresenta un fattore di rischio che colpisce il territorio in modo rilevante. E questa ricerca mostra esattamente quanto le persone soffrano per le difficoltà dovute al contesto socio-economico in cui si trovano. Penso che se riuscissimo a migliorare quelle condizioni gli hate speach si ridurrebbero molto", commenta Faggian.
Una dinamica analoga si riscontra anche in Inghilterra, che insieme a Italia e Grecia è la nazione più diseguale d'Europa secondo l'Ocse: "La ricerca inglese si basa sul bullismo nelle scuole superiori e dimostra come il fenomeno sia crescente nelle zone più diseguali. Sostituendo l'indice di disuguaglianza con quello di povertà non si ottiene lo stesso risultato. Significa che è l'ineguaglianza (e non la povertà) ad aumentare il bullismo". Nonostante i tweet siano spesso a fondo xenofobo, la componente razziale ha poco a che vedere con il fenomeno, mentre risulta essere centrale nel caso di violenza fisica, di atti vandalici veri e propri. "provocati da una percezione di minaccia all'identità socioculturale", spiega Denti.
Che continua: "Dove c'è più fiducia nelle istituzioni e maggiore integrazione delle minoranze etniche si riscontrano meno fenomeni di odio reale. L'elevata presenza di stranieri in un territorio non provoca di riflesso eccessi d'astio, se questi fanno parte della comunità locale, mentre la questione è più problematica dove esistono centri di accoglienza per rifugiati che non si integrano con la realtà locale". In quest'ultimo caso la loro presenza viene percepita come qualcosa di lontano, diverso, soprattutto perché i cittadini non sono stati coinvolti in quella decisione.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 6 dicembre 2019
Eroina osservata speciale: in crescita la percentuale dei giovani fra 15 e 19 anni che l'hanno provata almeno una volta. In leggero calo il consumo di cocaina, ma raddoppia il principio attivo.
L'utilizzo di droghe, in Italia, miete quasi una vittima al giorno: 334 nel 2018, 38 in più dell'anno precedente. In media, una ogni 26 ore. Fra i più giovani, sono 660mila gli studenti che hanno fatto uso, nell'ultimo anno, di almeno una sostanza illegale: cannabis in testa (25,6%), ma seguita dalle Nps, le nuove (e micidiali) sostanze psicoattive come il Fentanyl, col 7%. In generale, il costo annuo per la cura e il trattamento delle tossicodipendenze è quantificabile in poco meno di "due miliardi di euro", in base a "una stima sicuramente in difetto", perché non tiene conto delle patologie correlate ai comportamenti a rischio legati al consumo, come le malattie infettive (Epatite B e C, Hiv e Aids).
Sono alcuni dei dati, non certo rassicuranti, contenuti nella Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze per il 2019, realizzata dal Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del consiglio. Lo scorso 29 ottobre, il testo è stato trasmesso alla Camera dei deputati dal ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D'Incà e potrebbe essere diffuso in queste ore. Ieri Avvenire ha potuto visionarlo: in 283 pagine, suddivise in sei capitoli, contiene la fotografia più aggiornata (basata su dati consolidati relativi al 2018) del consumo di sostanze, del trattamento sanitario, del contrasto giudiziario e delle attività di prevenzione nel nostro Paese.
Cannabis, regina del mercato - Nel 2018, le operazioni antidroga sono state 25.596. E fra i 123.186 chilogrammi di droghe sequestrate, la cannabis resta la sostanza più diffusa, con una "spesa stimata intorno ai 4,4 miliardi di euro l'anno" e "una percentuale di purezza alta" (12% per la marijuana, 17% per l'hashish). Dosi o carichi di "erba" o di "fumo" vengono scoperti nel 58% delle operazioni antidroga e assommano al 96% del totale di sequestrati. Inoltre, l'80% delle segnalazioni di consumo (illecito amministrativo ai sensi del noto articolo 75 del Dpr 309/1990) e il 48% delle denunce alle autorità giudiziarie sono relative ai cannabinoidi (marijuana, hashish e piante di cannabis). Un terzo degli studenti delle superiori ha "fumato" almeno una volta, con una "iniziazione" spesso intorno ai 15-16 anni. Inoltre, sono circa 150mila gli studenti tra i 15 e i 19 anni che potrebbero necessitare di un sostegno clinico.
Nps, la nuova minaccia online - Attraverso il web, iniziano ad arrivare in Italia "nuove sostanze psicoattive": cannabinoidi, catinoni e oppioidi sintetici (come il famigerato Fentanyl, responsabile quest'anno negli Usa di 72mila decessi), in genere ordinati su Internet e ricevuti per posta. Sono "oltre 400", si legge a pagine 246, i "siti/forum/account social molto usati soprattutto dai giovani", come "piattaforme di vendita online", per i quali sono state "avanzate al ministero della Salute, 17 proposte di oscuramento di siti". Le indagini hanno "portato al sequestro di quasi 80 kg e 27mila dosi di sostanze sintetiche". E nel solo 2018, 5 decreti del ministero della Salute hanno inserito 49 nuove droghe nelle tabelle delle sostanze illegali. E il "Sistema nazionale d'allerta precoce" (Snap) "permette di identificare in tempi sempre più ridotti nuove sostanze in circolazione": 39 nuove molecole scoperte nel 2018 (soprattutto catinoni sintetici e triptamine), in 15 casi con esami su persone "giunte in pronto soccorso per intossicazioni acute".
Coca e incidenti stradali - Il mercato della "neve" è stabile ma fiorente, con una spesa stimata di "6,5 miliardi". Dopo la cannabis resta "la sostanza maggiormente consumata dai poliutilizzatori" e uno "dei pericoli sociali di maggiore rilevanza", per gli incidenti stradali dovuti al suo abuso. Quella in circolazione adesso è più pura: dal 33% di principio attivo del 2016 è passata al 68% nell'ultimo biennio, con ricoveri e casi di decesso cresciuti rispettivamente del 38% e 21%.
Eroina per quindicenni - Sul fronte degli oppiacei, i dati mostrano una crescita: nel 2018, una tonnellata di eroina è stata sequestrata dalle forze dell'ordine; il principio attivo è del 18%, più alto che in passato; sale il prezzo di spaccio e raddoppiano le denunce per traffico. Ne fanno uso 6 persone ogni mille. Soprattutto, ed è l'aspetto più allarmante, "l'aumento della disponibilità di eroina" si accompagna alla crescita della percentuale dei giovani fra 15 e 19 anni, che l'hanno provata almeno una volta: "Dall'1,1 all'1,5%".
Decessi e ricoveri d'urgenza - Di droga si muore di più di prima: "Si è verificato un incremento dei decessi direttamente droga-correlati", passati "dai 296 casi del 2017 a 334 nel 2018". Una vittima ogni 26 ore, per intendersi. Con un inquietante raddoppio ("+92%") dei decessi fra "le donne over 40". In generale, s'incrementa il numero delle persone "in trattamento" per l'uso di stupefacenti (con un 14% di "nuovi utenti") per un totale di 133.060 (88% uomini, dipendenti soprattutto da eroina e coca). Ma se i 568 servizi pubblici per le dipendenze e le 839 strutture socio-riabilitative censite (su 908 presenti) notano un "invecchiamento della propria utenza", sono i dati sui ricoveri a indicare come molti assuntori non siano consapevoli dei rischi. In un anno, infatti, sono state 7.452 persone finite in ospedale, più di 20 al giorno. E "più della metà di tali diagnosi fa riferimento a sostanze miste o non conosciute", col sospetto che sia la punta dell'iceberg di una "popolazione insorgente di utilizzatori di sostanze sintetiche e Nps, in maggioranza giovani".
Il dramma delle carceri - Secondo la relazione, sale la cifra dei "soggetti segnalati per detenzione di sostanze per uso personale" (cannabis in 8 casi su 10). Resta invece stabile il numero dei denunciati alla magistratura per traffico, spaccio e altri reati; 35.745 persone, con aumento degli over 35 e delle donne. Il narcomercato genera "conseguenze nell'ambito penitenziario": la popolazione carceraria "è costituita per un terzo da detenuti" per reati collegati alle droghe e "per un quarto da soggetti tossicodipendenti" in cura.
Prevenzione nelle scuole - Il Dipartimento politiche antidroga ha siglato un accordo con la direzione generale per lo studente del Miur e ha promosso progetti e convenzioni (circa 70) con università ed enti non profit. "Gli interventi di prevenzione - osservano gli esperti del Dpa - rivestono un ruolo fondamentale, in particolar modo in ambito scolastico" per "identificare tempestivamente i comportamenti a rischio e le condizioni di vulnerabilità" dei ragazzi.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 dicembre 2019
Il 28 novembre il Tribunale civile di Roma si è pronunciato sulla causa - appoggiata da Amnesty International Italia e Associazione studi giuridici sull'immigrazione - presentata da 14 richiedenti asilo respinti in mare verso la Libia nel 2009. Una sentenza estremamente importante, della quale tuttavia molti commentatori non hanno colto l'aspetto centrale. Non si tratta, come pure si è detto e letto, che il Tribunale di Roma abbia stabilito che i respingimenti sono illegali. Fosse questo il punto, la causa e la sentenza sarebbero state superflue. Che i respingimenti siano illegali lo dicono già le norme italiane e internazionali, a tal punto che il divieto di respingimento fa ormai parte del diritto internazionale consuetudinario.
Peraltro, già nel 2012 l'Italia era stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani, nella nota sentenza Hirsi Jamaa e altri contro l'Italia. Questo, tra l'altro, spiega perché da allora il nostro paese abbia cercato a tutti i costi un partner cui affidare questo "lavoro sporco", trovandolo alla fine nella Libia e nella sua guardia costiera. L'aspetto innovativo e fondamentale della sentenza del Tribunale di Roma è un altro: il respingimento dei 14 ricorrenti ha impedito loro la possibilità di presentare domanda d'asilo e che ora è dovere dello stato italiano, oltre al risarcimento economico del danno, consentire a quelle persone di entrare in Italia per chiedere protezione internazionale. In altre parole, la sentenza riconosce che le persone in questione possano esercitare il diritto che gli è stato negato.
E c'è di più. Riporto la parte della sentenza che riconosce la necessità di "Espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall'autorità italiana si trovi nell'impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente nel territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l'ingresso, all'esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della Carta dei diritti dell'Unione europea". La sentenza farà precedente: potrà essere applicabile a tutti i casi di respingimento non solo nel mar Mediterraneo centrale ma anche nell'Egeo così come a quelli - tanti e poco conosciuti - di respingimento dagli aeroporti.
di Sebastiano Maffettone
Corriere della Sera, 6 dicembre 2019
Molto di ciò che era ritenuto privato non è più tale e viceversa. Così ora alcuni filosofi e giuristi parlano di specifiche forme di tutela di singoli spazi di vita.
Tik Tok è una app cinese. Pare che la vedano circa un miliardo di persone. I video propinati dall'app in questione durano 15 secondi. Il loro contenuto, dal punto di vista intellettuale, è di media deprimente. Ma, come è naturale, ci sono eccezioni. Di recente, i giornali hanno dato giusto risalto a quel video di Tik Tok in cui una ragazza parla dei lager in cui sono tenuti gli Uiguri (una minoranza musulmana) in Cina, mentre placidamente si rifà il trucco. Un caso classico di eterogenesi: uno strumento tipicamente privato come il make up viene adoperato per un fine decisamente pubblico come lo è una denuncia politica. Fatto è che i nuovi media rendono sempre più difficile distinguere tra pubblico e privato. E l'idea stessa di privatezza - o se preferite privacy - è a rischio. Cosa questa che impone una riflessione seria. La privatezza - difficile negarlo - è un valore non rinunciabile, uno spazio protetto che serve psicologicamente a costruire noi stessi e socialmente ad avere buone relazioni con gli altri. Ma se cerchiamo di definirlo, questo valore, ci rendiamo conto di quanto sia impalpabile e vago.
Vengono in mente parole come intimità, confidenzialità, anonimità, solitudine, esclusione, domesticità e così via. Non è chiaro però come mettere in relazione l'atmosfera che tali termini determinano con prerogative forti o diritti. Insomma, non sappiamo come collegare tutto ciò ches so io al diritto di una persona famosa a non far sapere che ha il cancro o una relazione amorosa segreta, oppure a quello di un impiegato alla riservatezza sulla sua salute nei confronti del datore di lavoro. Proprio per questo motivo, non sono mancati filosofi e giuristi che hanno dubitato della possibilità di definire con chiarezza un generale diritto alla privacy, preferendo parlare di specifiche forme di tutela di singoli spazi di vita.
La cosa, già di per sé non semplice, è complicata dall'avvento delle Ict (Information Communication Technologies) e del web. Quanto rilevato da Edward Snowden, e più di recente la scoperta di Cambridge Analytica, sembrano mostrare che le invasioni delle sfere protette degli individui sono reali con conseguenze assai pericolose. Le capacità tecnologiche di raccogliere, collezionare e usare per fini propri enormi quantità di dati personali sono aumentate a dismisura e adoperate per fini commerciali e politici. Big Tech (Google, Amazon, Facebook, Microsoft, Apple) ha costruito un sistema basato sullo sfruttamento dei dati personali che Shoshana Zuboff ha battezzato "capitalismo della sorveglianza".
Se una volta era il personaggio famoso la cui vita era sotto la luce dei riflettori, ora siamo tutti e sempre osservati, spiati, manipolati. Molti, perciò, lamentano il fatto che il web sta erodendo la spazio del privato. Se, mettendo per un attimo da parte i big data, guardiamo fenomeni micro abbastanza comuni come il sexting (scambio di comunicazioni sessuali esplicite tra adolescenti) o il revenge porn (dove l'amante lasciato si vendica postando foto esplicite di rapporti sessuali precedenti) si capisce bene che eventi prima ritenuti del tutto privati ora non sono più tali. Con i pericoli del caso.
Ma non si tratta solo di erosione dello spazio privato. Accade infatti anche l'inverso. Basta pensare ai post di propaganda di Salvini, in cui biopoliticamente il suo corpo privato gioca un ruolo pubblico, per comprenderlo. Per non parlare del suo seguace leghista Di Muro che fa domanda di matrimonio in Parlamento. In ultima analisi, molto di quello che era ritenuto privato ora è pubblico, e viceversa aspetti tipici del pubblico diventano privati. Questo perché il web cambia le nostre attitudini nel profondo. Naturalmente, altra cosa è descrivere per sommi capi i sintomi di una fenomenologia dal valutarla positivamente.
Più chiaramente: non è detto che tutto ciò sia un bene. Può mettere a rischio un valore fondamentale come quello della privacy. Nel qual caso, bisognerebbe cercare rimedi. Pensare a una sorta di auto-riforma che porti a minore invasività dei network è utopico. Trasformare i diritti alla privacy in diritti reali, dando loro una tutela più forte come quella che protegge la proprietà dal furto, è legalmente complesso. Forse, la strada migliore consiste, sulla scia di quanto pensava Stefano Rodotà, nel creare un diritto costituzionale all'autonomia della persona. Che sarebbe poi la possibilità di "essere lasciati soli" quando lo desideriamo, come scrissero poeticamente due giudici famosi (Warren e Brandeis).
ansa.it, 6 dicembre 2019
Le torture della Cia attraverso gli occhi del torturato: dal "waterboarding" che induce il senso della morte imminente per soffocamento, al confinamento forzato in una gabbia dove nessun movimento è possibile. Una serie di disegni pubblicati per la prima volta in uno studio della Seton Hall University gettano una luce raccapricciante sulle maniere "forti" usate dall'agenzia di intelligence dopo le stragi dell'11 settembre.
Autore dei disegni e vittima allo stesso tempo è Abu Zubaydah, un palestinese tuttora detenuto a Guantánamo senza essere mai stato incriminato, Zubaydah fu il primo jihadista sottoposto ai "metodi di interrogatorio rafforzati" adottati con l'imprimatur del presidente George W. Bush dopo le stragi di al Qaida. I disegni del prigioniero sono un macabro diario per immagini di quanto accade in un "sito nero" della Cia in Tailandia nell'agosto 2002.
- Algeria. Fine della campagna elettorale segnata dalla repressione
- Libia. Padre Zerai: "un piano internazionale per salvare gli immigrati"
- "Hanno paura di me". Un prigioniero politico di 85 anni nelle galere ucraine
- Consulta. Nessuna preclusione per gli autori di sequestri di persona aggravati
- La Consulta: "Ecco perché il 4bis è contro la Costituzione"









