zonalocale.it, 26 ottobre 2019
Saranno detenuti e internati della Casa Lavoro di Vasto ad occuparsi della segnaletica stradale in città. Lo stabilisce l'accordo firmato questa mattina in Municipio tra il sindaco Francesco Menna e la direttrice della Casa Lavoro, Giuseppina Ruggero, alla presenza del magistrato di sorveglianza di Pescara, Marta D'Eramo, dei funzioari giuridico-pedagogici e della polizia penitenziaria.
"Questo progetto - ha spiegato l'assessore Luigi Marcello - nasce da una chiacchierata informale di qualche mese fa. Ci abbiamo lavorato assieme al comandante della polizia locale, Giuseppe Del Moro, del funzionario giuridico-pedagogico Lucio Di Blasio e alle rispettive amministrazioni, ed oggi possiamo stipulare questa convenzione che, inizialmente, sarà per due anni.Avremo 5 persone che, gratuitamente, per sei giorni alla settimana e almeno 4 ore al giorno, si occuperanno della segnaletica orizzontale.
Non saranno in sostituzione alle ditte che normalmente lavorano per il rifacimento della segnaletica ma le affiancheranno permettendoci così di curare meglio la città. Il Comune dovrà occuparsi solo del loro trasporto e dell'assicurazione oltre, naturalmente, a mettere a disposizione strumenti e attrezzature. Crediamo molto in questa iniziativa - ha sottolineato Marcello - lavorando in sinergia si riescono ad ottenere dei buoni risultati".
Con una squadra "aggiuntiva" si potrà così far fronte ad una grande carenza di segnaletica orizzontale in città e che spesso, per mancanza di risorse economiche, viene trascurata. Sarà il comandante della polizia locale Giuseppe Del Moro a coordinare le attività. "Sono davvero orgoglioso di questo progetto - ha spiegato Del Moro. Credo sia un'iniziativa che porta vantaggio sia al Comune che all'istituto penitenziario".
La direttrice Giuseppina Ruggero ha espresso la sua soddisfazione spiegando che "questa è una ulteriore implementazione del rapporto con il Comune. Ci sono già le collaborazioni positive con il progetto Marina Mia e quella con il tribunale a cui detenuti e internati hanno risposto positivamente. Il fatto che non venga loro garantito un compenso potrebbe evocare aspetti negativi di sfruttamento dei detenuti.
Ma non è così. Alla direzione è chiesto di sperimentare il loro ruolo nel territorio per poi riferirlo al magistrato di sorveglianza che deve valutare la loro situazione. Con questi progetti noi possiamo fornire dei dati oggettivi. Nella mia esperienza mi sono sempre più convinta che dare fiducia genera risposte positive. E possiamo dire che, questa modalità di impiego, è anche una forma di riparazione del danno che, con i loro comportamenti passati, hanno causato alla società. Per chi è nella loro condizione sapere di doversi alzare, non poltrire, garantire un risultato non è scontato".
È della stessa opinione anche Marta D'Eramo, magistrato di sorveglianza di Pescara. "È un'iniziativa positiva e, il fatto che interessi una Casa Lavoro, ha una risonanza maggiore perché si tratta di soggetti che spesso sono emarginati. A noi magistrati spetta esaminare la loro situazione in base ad elementi concreti. Qui si sta creando un ponte che collega il dentro con il fuori. L'idea che loro possano sperimentarsi all'esterno, che faccia dire loro posso essere utile alla società, ci permette di avere uno strumento per dire ha dato prova di sé così da poter graduare la misura".
Il funzionario giuridico-pedagogico Lucio Di Blasio ha spiegato che "abbiamo tante attività ma non sono mai sufficienti. Il nostro obiettivo è quello di rispondere all'articolo 27 che ci dice che il detenuto e l'internato devono esser risocializzati. Grazie alla direzione, al Comune di Vasto, al tribunale di sorveglianza e al tribunale di Vasto per il loro spirito di collaborazione".
Antonella Tonti, responsabile dei funzionari giuridico-pedagogici ha ricordato come "la richiesta di applicazione e impegno è fondamentale. Siamo ben lieti che ci sia un ampliamento dell'offerta di opportunità. Quella della Casa Lavoro è un'utenza problematica, spero che questo progetto porti buon frutto".
Ora che la convenzione è stata firmata inizierà una fase di addestramento per le cinque persone coinvolte. Poi si inizierà con la realizzazione della segnaletica stradale, "magari iniziando da strade secondarie, con meno traffico, per far prendere loro dimestichezza - ha aggiunto Marcello - per poi estendere le attività a tutta la città".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 ottobre 2019
Sezioni unite Penali. Non ha effetti espansivi la decisione europea sul concorso esterno. Non ha portata espansiva la sentenza Contrada della Corte dei diritti dell'uomo sul concorso esterno in associazione mafiosa. Lo hanno deciso le Sezioni unite penali della Corte di cassazione con una sentenza le cui motivazioni sono state anticipate ieri da un'informazione provvisoria.
È così escluso che altri condannati per il medesimo reato e nello stesso arco temporale, è il caso di Marcello Dell'Utri, possano ottenere la revisione del processo già approdato a sanzione definitiva utilizzando il verdetto della Cedu. Quest'ultimo, infatti, nella lettura delle Sezioni unite non ha le caratteristiche di una sentenza pilota e non è espressione di una giurisprudenza europea consolidata.
Nell'ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite, la Sesta sezione penale sottolineava che la dottrina ritiene che il verdetto Cedu su Contrada abbia irrigidito i criteri di valutazione del concorso esterno. Mentre sarebbe meglio lasciare ai giudici italiani "un margine di apprezzamento per valutare come applicare "erga alios" la nozione di prevedibilità della legge penale". Bruno Contrada fu condannato in via definitiva nel 2007 a io anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, reato al quale si è sempre detto estraneo.
Nell'aprile 2015 la Corte dei diritti dell'uomo condannò l'Italia a un risarcimento, per averlo sanzionato Contrada nonostante il concorso esterno in associazione mafiosa, all'epoca in cui si erano svolti i fatti in questione (1979-i988), non fosse previsto dalle leggi italiane. La Cedu aveva stabilito che, sino al1994, quando la stessa Cassazione, a Sezioni unite, con la sentenza Demitry, aveva dato pieno ingresso al reato nell'ordinamento giuridico italiano, la giurisprudenza non si fosse consolidata.
Il Governo italiano aveva sostenuto il contrario, sottolineando che, sin dalla fine degli anni Sessanta, si era sviluppata una giurisprudenza precisa; tesi, però, contestata dai giudici europei che misero in luce come quelle sentenze attestavano sì l'esistenza di un'attenzione dei giudici al concorso esterno, ma non in associazione mafiosa, quanto piuttosto alla cospirazione politica e all'associazione a essa finalizzata.
Nel 2017 la Cassazione, quando però Contrada aveva già terminato di scontare la pena, decretò, sulla base di quel giudizio europeo, la revoca della condanna. "Rispettiamo la decisione della Suprema Corte- puntualizza Stefano Giordano, il legale del condannato per concorso esterno la cui vicenda è approdata alle Sezioni unite - ma riteniamo che essa violi il più elementare diritto dei cittadini, quello all'uguaglianza e alla parità di trattamento: questioni identiche, infatti, sono state decise dal giudice italiano in maniera differente. La questione della natura consolidata della giurisprudenza europea è stata ormai superata sia dalla nostra Corte Costituzionale, sia dalla Corte Europea in più pronunce".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 ottobre 2019
Da esaminare due casi di illegittimità sollevati dalla Cassazione. La Consulta dovrà decidere sulla questione di illegittimità costituzionale del 41bis, relativamente alla parte del comma secondo quater, lett. f), secondo periodo, che impone all'Amministrazione penitenziaria di adottare tutte le misure di sicurezza volte ad assicurare l'assoluta impossibilità per i detenuti di scambiare oggetti tra loro, anche se appartengono al medesimo gruppo di socialità. A sollevare la questione è stata la Cassazione.
Tutto ha avuto inizio grazie al reclamo proposto dall'avvocata Barbara Amicarella del foro de L'Aquila, in seguito al cui accoglimento, dinanzi al magistrato di sorveglianza di Spoleto, l'Avvocatura di Stato aveva proposto reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Perugia: il ricorso veniva respinto, ma l'Avvocatura di Stato proponeva ricorso per Cassazione e in quella sede la Corte ha trasmesso gli atti alla Consulta, come del resto aveva sin dall'inizio auspicato l'avvocata Barbara Amicarella. Nel frattempo si è aggiunto un altro caso simile seguito questa volta dall'avvocata Piera Farina e, sempre la Cassazione, ha dichiarato fondata la questione di illegittimità costituzionale.
Entrando bene nella questione, bisogna riportare ciò che dice la lettera f) dell'articolo 41bis, ovvero dove prevede l'adozione di "tutte le necessarie misure di sicurezza, anche attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione, volte a garantire che sia assicurata l'assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti e cuocere cibi".
Tutto si basa sull'interpretazione data dall'inserimento del segno di interpunzione della virgola fra le parole 'socialità' e 'scambiare'. Non è una questione da poco, perché si potrebbe evincere che tale la disposizione avrebbe contemplato "l'assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità" e pertanto "l'assoluta impossibilità" deve ritenersi riferito alle comunicazioni fra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, con l'ovvia conseguenza che non è richiesto di impedire in modo così radicale lo scambio degli oggetti. Da ricordare che il divieto di "cuocere cibi", invece, è decaduto grazie alla sentenza 26 settembre 2018, n. 186 della Corte costituzionale.
Il tribunale di sorveglianza di Perugia, come detto, aveva accolto il reclamo, disapplicando le determinazioni assunte dall'Amministrazione penitenziaria ordinandole di emettere un Ordine di Servizio volto a consentire il passaggio di oggetti e di generi alimentari tra i detenuti facenti parte del medesimo gruppo di socialità, soprattutto perché essendo lo scambio di oggetti comunque limitato a quelli di "modico valore" - con conseguente impossibilità di configurare alcuna "posizione di supremazia" tra i detenuti - il divieto di scambio tra soggetti del medesimo gruppo di socialità non poteva essere giustificato da ragioni di sicurezza.
Il concetto è semplice. Nel medesimo gruppo di socialità, i detenuti al 41bis possono parlare tra di loro e non si comprende il fatto perché non sia consentito lo scambio di oggetti e il cibo, visto che non fa vanificare lo scopo primario del 41bis: ovvero quello di recidere i collegamenti tra il detenuto e l'associazione criminale di appartenenza.
Alla fine, con il ricorso dell'avvocatura di Stato, si è giunti in Cassazione. Il sostituto Procuratore generale della Repubblica, con requisitoria scritta, condividendo l'Ordinanza impugnata per aver interpretato la norma restrittiva in maniera rispettosa dei fondamentali principi costituzionali, ha chiesto il rigetto dei ricorsi proposti dal ministero della Giustizia.
La prima sezione penale della Cassazione, con riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 41bis, comma 2- quater della lettera f), disponendo la immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale e sospendendo il giudizio in corso.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 26 ottobre 2019
La battaglia della famiglia Cucchi non è finita. E alla vigilia ormai del terzo processo che si aprirà il 12 novembre agli otto tra ufficiali e sottufficiali dell'Arma imputati a diverso titolo per i depistaggi che, nel 2009 e nel 2015, impedirono di arrivare tempestivamente alla verità sull'omicidio di Stefano e sui suoi responsabili, Ilaria e i suoi genitori Rita e Giovanni (e con loro tutte le parti civili private che si sono sin qui costituite, dunque anche gli agenti di polizia penitenziaria ingiustamente processati nel primo giudizio di merito), chiedono formalmente, con un'istanza che è stata depositata al presidente del Tribunale di Roma, che il giudice monocratico assegnato a quel dibattimento si astenga "per gravi ragioni di convenienza".
Il magistrato si chiama Federico Bona Galvagno e, fino alla primavera scorsa, è stato giudice a Temi. Ma, quel che conta, per la parti civili del processo per il depistaggio degli ufficiali dei carabinieri, è stato ed è "troppo vicino" all'Arma. E in particolare a uno dei suoi ex comandanti generali, Tullio Del Sette, per altro attualmente imputato proprio a Roma per violazione del segreto di ufficio nell'inchiesta Consip.
"Da un casuale accesso a fonti aperte - si legge infatti nell'istanza depositata in tribunale - è emerso che il giudice Bona Galvagno ha partecipato, quale magistrato appartenente al Tribunale di Terni, a una serie di eventi (convegni, inaugurazioni, conferenze) tenutisi tra il 2016 e il 2018 che, sia per l'oggetto, sia per i partecipanti (tra gli altri, alti appartenenti all'Arma dei carabinieri), hanno attirato l'attenzione degli scriventi".
In particolare, l'istanza ne elenca due: L'incontro dell'8 maggio 2018, dal titolo "Sicurezza e Carabinieri: l'Arma oggi tra le forze dell'ordine" alla presenza dell'allora comandante generale Tullio Del Sette. E quello del successivo 22 novembre dello stesso anno - "Il ruolo dei Carabinieri nell'attuale mutamento socio-culturale", sempre alla presenza del generale Del Sette. Troppo - a giudizio dei Cucchi per scacciare il dubbio che quel magistrato coltivi un'istintiva e consolidata vicinanza o, comunque, una non sufficiente serenità, per sedersi da giudice monocratico nell'aula dove si dipanerà il filo del più importante forse dei tre processi celebrati per la morte di Stefano. Quello sui depistaggi, appunto.
Dove per altro il generale Del Sette, quale ex comandante generale dell'Arma negli anni in cui uno dei due depistaggi si consumò, verrà chiamato a deporre. E dove, inevitabilmente, uno dei nodi cruciali sarà comprendere per quale motivo un'intera catena gerarchica (quella dei carabinieri di Roma) cospirò per il silenzio lasciando che venissero accusati degli innocenti (tre agenti della polizia penitenziaria).
E, soprattutto, se di quel silenzio fu o meno complice il vertice stesso dell'Arma (due i comandanti generali che si sono avvicendati tra il 2009 e il 2015, Gallitelli e Del Sette). "La situazione di fatto che si è venuta a creare - si legge così nell'istanza di astensione - può concretare quelle gravi ragioni di convenienza che i difensori delle parti civili ritengono sussistenti in relazione allo specifico tema del processo.
Inoltre, dato il clima di forte sospetto dell'opinione pubblica sul tema oggetto del processo, la divulgazione mediatici delle informazioni sopra riportate, potrebbero far nascere speculazioni che finirebbero per influire sul clima di sereno giudizio necessario al corretto svolgersi del dibattimento". Si vedrà quale sarà la decisione del tribunale.
Certo, questo incipit aiuta a comprendere quale sia la partita che andrà a cominciare tra due settimane (appena due giorni prima della sentenza che deciderà sui tre carabinieri imputati per l'omicidio di Stefano). Un processo dove l'Arma, per altro, sarà a sua volta parte civile e dunque accusa privata contro i suoi otto ufficiali.
di Don Alberto De Nadai e Stevan Stergar
La Voce Isontina, 26 ottobre 2019
Tre detenuti nel carcere in permesso premio al 27° Convegno del "Balducci". Il permesso premio concesso a tre detenuti del carcere di Gorizia, è servito come esperimento sociale volto a ripensare il concetto di "sicurezza", conferendogli un nuovo spesso e valore: il prendersi cura, il curarsi, l'avere cura di sè.
Per gentile concessione del Magistrato di sorveglianza, i tre detenuti hanno potuto trascorrere un'intera giornata in uno dei più suggestivi luoghi del Friuli Venezia Giulia, coinvolgendosi nella terza giornata del 27° Convegno sulla "Sicurezza" promosso dal Centro Balducci di Zugliano (Ud) svoltosi a Mezzo Canale - Barcis (Pn) nella Casa di don Giacomo Tolloi e al Vajont.
Dare visibilità ed efficacia alle misure alternative alla detenzione o ai benefici, è stato il tema affrontato nel Corso formativo tenutosi in carcere per la preparazione all'evento: ciò significa creare una cultura che alleggerisce la pesantezza del carcere dove, molto spesso, è difficile attivare una rete di comunicazione e percorsi di risocializzazione dati i limiti strutturali, logistici e di personale.
Diviene così essenziale creare delle opportunità capaci di comprendere la formazione alla vita sociale, alla scoperta del proprio io e alla partecipazione collettiva per realizzare progetti comuni e alleanze con soggetti diversi.
Gli organizzatori della terza giornata del Convegno erano stati informati della partecipazione dei tre detenuti che, accompagnati dai volontari don Alberto De Nadai e Stevan Stergar, con il compito di aiutare l'organizzazione, si sono messi a completa disposizione e sono stati responsabilizzati nella distribuzione del pranzo a più di duecento persone partecipanti al Convegno.
Nota essenziale da dover comunicare: la spontanea volontà di celare la loro attuale condizione, evitando possibili atteggiamenti penosi e/o giudicanti, etichette che si sono volute evitare a priori. Il non presentarsi come detenuti ha concesso, infatti, una maggiore relazione frontale e sincera con i presenti.
La giornata di "permesso" è stata sentita dai tre soggetti come esperimento sociale volto a constatare l'atteggiamento volenteroso dimostrato già nel corso di formazione e nei momenti di riflessione sulle battaglie umanitarie della storia che stiamo vivendo "Si-cura l'umanità e la terra".
I tre detenuti hanno avuto occasione di conoscere sia personalità impegnate quotidianamente in ambito sociale e culturale, come don Luigi Ciotti, don Pierluigi di Piazza, lo scultore pordenonese Dirindin e altri, sia episodi e luoghi della storia del territorio: la Valcellina, la tragedia del Vajont di 56 anni fa, la diga di Andreis, il lago di Barcis.
Così l'esperienza si porta all'esterno del sistema penitenziario per incrociare le politiche sociali da attivare, Domenica 29 settembre 2019 è da considerarsi come evento educativo fondamentale per i processi di inclusione dei tre detenuti; esperienza che ben si sposa con il percorso formativo avviato e che non terminerà di certo, si spera. I soggetti vanno allora considerati esempi di responsabilità per il gruppo lavoro che si sta via via formando all'interno del carcere. Forse altri riusciranno ad accedere a percorsi educativi di tal genere, dimostrando uno spirito volenteroso di responsabilità reciproca e collettiva fondata sul principio "diritto-dovere".
Possiamo concludere con annotazioni e riscontri positivi: si riconosce l'efficacia di esperienze educative di questo tipo per far notare ai detenuti una dimostrazione di fiducia indispensabile per poter parlare correttamente di processo di rieducazione sociale ed individuale. È il momento di dire grazie dell'attenzione che i detenuti hanno dimostrato verso tutti. Questa iniziativa ha sottolineato ancora di più la validità di "prendersi cura" di chi, in alcuni momenti della propria vita, si è trovato in difficoltà.
lavorolazio.com, 26 ottobre 2019
Risultati particolarmente positivi per i progetti di lavori di pubblica utilità attivi nella Capitale, grazie agli accordi congiunti fra Roma Capitale e il Ministero della Giustizia e Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Le iniziative attive, che vedono il coinvolgimento dei detenuti del carcere di Rebibbia, al momento prevedono la cura del verde, in collaborazione con il Servizio Giardini di Roma Capitale, e il rifacimento della segnaletica orizzontale e pulitura di caditoie stradali, con la società Autostrade per l'Italia Spa.
Nel 2019, con dati aggiornati al 30 giugno, sono 68 le persone che si sono dedicate al ripristino del decoro del verde urbano, con relativi attestati di qualifica rilasciati dal Servizio Giardini di Roma Capitale, per un totale di 12452 ore, calcolando 4 ore di lavoro giornaliere, donate alla città. Per quanto concerne il progetto Mi Riscatto per Roma, realizzato con Autostrade per l'Italia, attualmente sono 15 le persone coinvolte, sempre con relativi attestati al termine, con un totale di 2712ore di lavoro gratuito per le strade di Roma.
Nel prossimo mese altri 30 detenuti, terminato il corso per la manutenzione delle strade, potranno lavorare attivamente. 20 inizieranno, invece, il corso del Servizio Giardini. Questi progetti si fondano su attività di lavoro volontario, tenendo conto delle specifiche professionalità e attitudini lavorative, promuovendo un percorso di sensibilizzazione al rispetto del bene comune, alla legalità, all'osservanza delle regole e delle norme, come elementi imprescindibili per il percorso di reintegrazione del reo.
Tramite la pratica lavorativa, inoltre, si diminuisce nettamente la possibilità di recidiva, come dimostrato sempre dai numeri: sono 7 le persone che hanno partecipato alle varie iniziative e che, non appena uscite dal regime di detenzione, hanno trovato un impiego proprio negli ambiti di applicazione dei progetti che li hanno visti coinvolti.
"Come Amministrazione le attività volte a sviluppare percorsi di reintegrazione lavorativa per le persone in regime detentivo sono un obiettivo di primaria importanza. I numeri lo dimostrano: abbiamo avviato due progetti per ripristinare il decoro urbano sia sotto il profilo del verde che della manutenzione stradale, entrambi con successo. Non ci fermiamo e proseguiamo su questa linea grazie alla fattiva collaborazione con il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia. Questa prima fase del progetto ha infatti messo in luce come queste attività rappresentino un mezzo più che valido per coniugare le esigenze di Roma Capitale di cura del territorio con il reinserimento sociale dei detenuti", dichiara la Sindaca di Roma Virginia Raggi.
"Seguo personalmente, di concerto con la dottoressa Stramaccioni, il progetto fin dalle sue origini, quando nel dicembre del 2017 firmammo la prima Lettera d'Intenti. L'iniziativa ha riscosso subito grande approvazione, dalla cittadinanza che ha accolto con calore i detenuti in strada fino alle istituzioni, che hanno potuto vedere e apprezzare i risultati tangibili ottenuti. I numeri sono incoraggianti, testimoniano la validità del progetto, cercheremo, però, di incrementarne la mole nei prossimi mesi. Posso affermare, infatti, che a breve firmeremo un nuovo Protocollo di Intesa con il Ministero e il Dap - mi preme ringraziare per la disponibilità il dott. Basentini a tal proposito - per allargare i progetti anche in altri ambiti, ad esempio presso le aziende agricole di Roma Capitale, e coinvolgendo altri istituti penitenziari. Ringrazio infine il Tribunale di Sorveglianza, le varie istituzioni e società coinvolte nei singoli progetti e gli agenti della Polizia Penitenziaria per l'impegno e l'apprezzamento dimostrato finora", afferma l'Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Daniele Frongia.
"Numeri positivi e che ci fanno ben pensare, il nostro obiettivo sarà quello di analizzare i dati e fare in modo di incrementare tali iniziative, per i detenuti poter imparare un mestiere che permetterà loro di avere delle possibilità lavorative una volta estinto il proprio debito con la società è di fondamentale importanza. Solo attraverso la rieducazione del reo potremo avere, infatti, una riduzione della piccola criminalità, il mio obiettivo in qualità di Garante è proprio quello di dar vita a delle situazioni di miglioramento delle condizioni delle persone in carcere, i progetti che prevedono i lavori di pubblica utilità sono il mezzo migliore per arrivare a tale scopo", afferma il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Gabriella Stramaccioni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 ottobre 2019
Alla fine non ce l'ha fatta, nemmeno per poche ore ha potuto riabbracciare i familiari a casa. Mario Trudu, ergastolano ostativo recluso da 41 anni, è morto all'ospedale di Oristano per complicanze polmonari dopo aver vinto la sua lunga battaglia per curarsi fuori dal carcere di Massama e riabilitarsi fisicamente stando ai domiciliari.
Questo è il fine pena mai che vige in Italia e pochissimi altri Paesi. Questo è l'ergastolo ostativo quando non si collabora con la giustizia: si può uscire dal carcere solamente tramite una bara. Mario Trudu muore proprio quando due sentenze, quella della Cedu e poi della Consulta, aprono una breccia nel muro di cinta del fine pena mai.
Trudu avrebbe avuto tutte le carte in tavola per poter uscire da uomo libero, riabilitato, pronto per ricominciare a vivere, come prevede la nostra Costituzione scritta da chi ha conosciuto la ferocia dello Stato etico durante il fascismo. Non a caso, sulla nostra carta costituzionale non viene menzionato l'ergastolo così come il carcere. La svolta culturale, la più alta e illuminante, fu proprio quella.
Però Mario Trudu non ha potuto, nessun permesso premio, nessuna libertà condizionale e nemmeno, fino a venti giorni fa, la possibilità di curarsi adeguatamente fuori dal carcere. C'è la sua avvocata Monica Murru, la quale da anni si è battuta per lui, che giovedì sera ne ha dato la triste notizia. "Mi hanno appena avvisato che Trudu non ce l'ha fatta - scrive Murru - è morto stasera nel reparto di terapia intensiva, senza essere potuto tornare a casa neppure una manciata di ore. Ho davanti il suo viso, le sue braccia fatte di muscoli lunghi di uomo di campagna, come se avesse sempre zappato la terra anziché stare 40 anni in carcere, il suo sorriso ironico. E mi sento addosso il peso pesante di un lavoro inutile, di un risultato arrivato troppo tardi".
E infine aggiunge: "Una sopraggiunta proprio adesso che la Corte Europea dei diritti umani e la Consulta hanno sancito una svolta verso una giustizia umana, verso una pietà che Mario non ha potuto sperimentare. Stanotte la mia toga è pesante e fredda come una coperta sarda. Una burra di orbace capace di schiacciarti, ma non di scaldarti".
Trudu faceva il pastore, ma ha anche fatto parte della famosa Anonima sequestri. Infatti venne condannato per due sequestri di persona. Del primo si dichiarava da sempre innocente, e tramite il suo libro edito da Stampa Libera "Totu sa beridadi, tutta la verità, storia di un sequestro" - teneva molto a sottolineare che se non fosse stato per quella prima ingiusta condanna (30 anni, ha scritto, sono davvero troppi per un reato non commesso) non avrebbe architettato il rapimento poi compiuto fuggendo da Ustica, dove era al confino in attesa della sentenza di Cassazione. Non per giustificarsi, aveva sottolineato, ma per spiegare quali sono stati i meccanismi dell'odio e della rabbia.
Era in carcere, come detto, da 41 anni, destinato a morirvi perché, assumendosi in pieno la responsabilità del sequestro dell'ingegner Gazzotti (morto in uno scontro a fuoco poco prima che venisse rilasciato), non ha mai fatto i nomi dei suoi complici.
E lo Stato, nel caso di non collaborazione, è feroce, spietato, senza concedere alcuna possibilità. Trudu in occasione di un'udienza per chiedere di curarsi disse: "Non vi sto chiedendo di farmi uscire, ma di farmi curare". Non è uscito dall'ergastolo ostativo, perché I magistrati ritenevano che la sua collaborazione potrebbe in astratto essere ancora possibile.
L'avvocata Murru aveva presentato una miriade di istanze di permesso, anche legate a progetti, ma non era mai riuscita a ottenere nulla. Con la sentenza della Consulta avrebbe avuto finalmente la possibilità. Ma troppo tardi. Ora Trudu non c'è più.
Sdr: morte Mario Trudu monito per le istituzioni
La scomparsa di Mario Trudu non può essere una notizia di cronaca da mandare in archivio dopo qualche giorno. È una morte che reclama giustizia per quanto è accaduto e per ciò che attende chi vive la condizione di perdita della libertà e lo fa in condizioni di salute precaria. Lo hanno compreso bene i detenuti della Casa di Reclusione di Oristano-Massama che, con una raccolta di fondi hanno voluto salutare l'uomo di Arzana con una corona di fiori, come ha testimoniato il Cappellano don Gabriele ai familiari. Quella di Mario Trudu è una testimonianza importante e significativa per chi nutre ancora fiducia nelle Istituzioni e nello Stato di diritto. Ciascuna di esse ha il dovere di interrogarsi e conservare nella memoria la battaglia civile che un uomo ha condotto in 41 anni di detenzione, condannato al carcere ostativo in seguito alla applicazione retroattiva di una norma, oggi peraltro ufficialmente incostituzionale, Nessun riscatto per lui. Nessuna possibilità di essere riammesso al consorzio civile, neppure con una grave malattia invalidante che infine lo ha costretto a cedere.
Mario Trudu insomma è un testimone esemplare, per molti forse ancora scomodo, delle contraddizioni, violazioni dei diritti umani e storture del sistema penitenziario in generale e di quello sanitario in particolare, specialmente negli ultimi tre anni della sua tormentata vita detentiva. Una persona che, raggiunta la totale consapevolezza degli errori commessi, vinta la sua intima battaglia contro l'odio e il desiderio di vendetta, ha più volte richiamato l'attenzione sulla illegalità della norma contrapposta alla Costituzione (il 4bis che applicato all'ergastolo ha reso questa pena senza fine e senza scopo).
È lui che ha chiesto in più occasioni di essere fucilato in piazza, pubblicamente dunque, per rendere palese la "forza" di uno Stato che, in barba ai principi costituzionali sintetizzati dall'art.27 della pena finalizzata al recupero sociale, applica la legge della vendetta, l'attesa della morte come liberazione. E questo risentimento che appare ispirato dall'odio per l'incapacità di garantire una giustizia giusta a chi ha subito il torto e a chi lo ha fatto, sembra riverberarsi nel diritto alla salute, altro valore imprescindibile per i Padri costituzionalisti.
Trudu aspettava da un anno troppo tempo di essere curato per la sclerodermia, una malattia polmonare che se trascurata non lascia scampo. Tanti appelli rimasti senza risposta, oltre alle sollecitazioni di specialisti. La tappa successiva è stato il tumore alla prostata. Perfino raggiungere l'ospedale San Martino di Oristano da Massama, secondo tempi adeguati, è stato un terno al lotto. Non è facile accettare la fine della vita come naturale compimento di un percorso di esistenza, ma diventa impossibile quando si cumulano ritardi, dubbi, ripetute richieste inevase. Quando subentra la disperazione e il cuore lacrima sangue. Mario Trudu è morto libero ma la sua storia non deve finire così, ha aperto una strada alla riflessione, ai tanti punti oscuri di un sistema che ha bisogno di una radicale ristrutturazione affinché sia davvero extrema ratio.
di Alice Facchini
redattoresociale.it, 26 ottobre 2019
Nella Casa circondariale bolognese arriva la prima proiezione nella sala cinematografica AtmospHera, prima in Italia aperta al pubblico dentro a un carcere: sullo schermo "Ammore e malavita", seguito dall'incontro con i registi Manetti Bros. Fiore: "Vogliamo rendere straordinario quello che per noi è ordinario: andare al cinema e guardare un film"
Foto di Alessio Cremonini Sala Atmosphera, carcere Dozza, un momento della proiezione
"Quanto è costato il film?". "In quante lingue è stato tradotto?". "La protagonista è marocchina?". "A Napoli la vita è ancora così?". "In futuro vi piacerebbe girare un film anche qui nel penitenziario?". Sono tante le domande che arrivano ai registi Manetti Bros dalla curiosissima platea di AtmospHera, il nuovo cinema di Bologna nato all'interno della casa circondariale Rocco D'Amato, primo in Italia aperto al pubblico dentro a un carcere. È appena finita la proiezione di "Ammore e malavita", la prima della nuova sala finanziata dal Gruppo Hera, e seduti sulle poltroncine ci sono un centinaio di detenuti, insieme alle autorità, ai giornalisti e ai volontari delle associazioni che lavorano nell'istituto penitenziario. "La cosa bella è che nelle scene d'azione, nei momenti di suspense, arriva la battuta comica: il film è stato stupendo, ci siamo divertiti", ringraziano i detenuti.
Il cinema si trova proprio all'interno di un braccio del carcere della Dozza, a cui si accede superando una serie di cancelli e due cortili interni. Oltrepassata la barriera che porta nel quinto sbarramento, spunta il primo cartello: un semplice foglio A4, con una freccia a destra e la scritta "Sala AtmospHera". Percorriamo un lungo corridoio dal soffitto basso, intervallato da grosse telecamere di sicurezza: dritto, destra, sinistra. Le finestre strette con le sbarre verniciate di un blu acceso non fanno entrare abbastanza luce e le lampade al neon sono accese per illuminare l'ambiente. Superiamo il locale della lavanderia e finalmente ci siamo: appena entrati nel cinema, i detenuti già seduti in platea si voltano a guardare chi sarà con loro a vedere il film.
La platea è piena, tanto che gli agenti devono portare delle sedie in più. Uno schermo fisso è appeso al centro, le finestre sono coperte da tende oscuranti e sulle pareti sono incollati rossi pannelli fonoassorbenti, per migliorare l'acustica. "Da oggi a Bologna c'è una nuova sala cinematografica - afferma Angelita Fiore, presidente dell'associazione Cinevasioni, introducendo la proiezione -. Vogliamo rendere straordinario quello che per noi è ordinario: andare al cinema e guardare un film". E aggiunge Filippo Vendemmiati, che nel 2015 ha ideato il primo progetto di cinema in carcere: "Il nostro obiettivo non è portare le star qui dentro, ma creare sistemi di relazione nel carcere attraverso il cinema: noi siamo solo il proiettore, il film siete voi".
Dopo i saluti della direttrice della casa circondariale Claudia Clementi e del critico cinematografico Davide Turrini, alle 10.20 si spengono le luci. Nel buio si sente ancora una ricetrasmittente della polizia penitenziaria gracchiare, poi il silenzio. Lo schermo si illumina. La prima scena è un piano sequenza di Napoli dall'alto, le strade, i monumenti, una chiesa. Già dopo pochi minuti il film prende il via: sparatorie, pallottole scampate e criminali in fuga. Le scene d'azione vengono alternate a canzoni, a metà tra il musical e la sceneggiata napoletana, e quando a cantare sono quattro giovani agli arresti domiciliari a Scampia scoppiano le risate e gli applausi. Nelle due ore successive tutti in sala sono ugualmente catturati dalla trama, detenuti e agenti: quando i due protagonisti rischiano di essere uccisi, nel pubblico i volti illuminati dalla luce dello schermo si fanno tesi. Poi lo scioglimento: l'amore trionfa, i protagonisti scappano in un paradiso tropicale e i criminali finiscono (guarda un po') in una cella a Poggioreale. La proiezione termina con lunghi applausi e fischi dalla platea.
"Per questa prima visione, il film è stato scelto dagli studenti del corso di catalogazione cinematografica di Cinevasioni - racconta Irene Sapone, una delle organizzatrici -. Abbiamo oltre 700 dvd donati da Rai Cinema: i ragazzi stanno imparando come catalogarli e archiviarli in vista dell'apertura della prima videoteca nel carcere. Quando hanno avuto per le mani 'Ammore e Malavita' si sono incuriositi: non amano i film drammatici, per loro sono troppo deprimenti. Preferiscono le commedie, i film d'azione o i grandi classici: amano Totò, Monicelli e tutti i cult visti e rivisti in televisione. Il cinema è un modo per trascorrere in modo diverso, divertente, il tempo qui dentro".
di Lorenzo Rosoli
Avvenire, 26 ottobre 2019
Il Segretario generale della Cei e alcuni leader musulmani ieri nello storico carcere milanese. Il Papa ci ha invitati a dare segni concreti. Ecco perché come Chiesa italiana abbiamo scelto di celebrare la Giornata dell'amicizia islamo-cristiana in un carcere.
È un segno che offriamo - anche alla società civile - per dire che anche in un luogo di convivenza forzata è possibile vivere incontri positivi, all'insegna della fratellanza, della pace, del dialogo tra persone di culture e di fedi diverse".
Così il vescovo Stefano Russo, segretario generale della Cei, spiega il significato dell'incontro avvenuto ieri pomeriggio a Milano, all'interno della storica casa circondariale di San Vittore. Con lui hanno varcato la soglia del carcere autorevoli esponenti dell'islam nazionale e milanese, tutti invitati ad assistere - assieme ai detenuti - ad uno spettacolo teatrale, "Leila della tempesta", scritto e interpretato da Alessandro Berti con Sara Cianfiglia.
"Un'opera che nasce dalla straordinaria esperienza di dialogo vissuta in carcere da Ignazio De Francesco, monaco della Piccola Famiglia dell'Annunziata, in particolare con una donna detenuta. Da quell'esperienza - riprende Russo - è nato un libro, e dal libro una pièce, che permette di toccare temi come la religione, la cittadinanza, il rapporto uomo-donna e altri ancora, calati nel concreto della vita. Portare quest'opera in un carcere ci dice che l'uomo può cercare il bene ovunque".
Offrire segni concreti. Partire dalla vita. Ecco di cosa ha bisogno il dialogo islamo-cristiano per diventare amicizia generatrice di bene comune. "L'incontro di vertice, fra leader, non basta. Il dialogo autentico deve abitare la quotidianità, per farsi incontro, conoscenza e riconoscimento reciproco", scandisce Yassine Lafram, presidente nazionale dell'Ucoii (Unione delle comunità islamiche d'Italia). "Dobbiamo educare alla cultura del dialogo - riprende Lafram.
E proprio il carcere può essere il luogo di questo dialogo della vita, dove nella convivenza con persone di fede diversa, mentre impariamo a conoscere e rispettare gli altri, riscopriamo la nostra fede".
Ed è questa la via per affrontare i rischi di radicalizzazione che a volte insidiano i detenuti di fede musulmana. "Un problema sovradimensionato ma reale, che si verifica perché non è garantito il diritto costituzionale ad avere assistenza spirituale in carcere - sottolinea il presidente dell'Ucoii. Quando per anni non entra un imam, accade che si formino gruppi di detenuti e, al loro interno, imam autoproclamati, col rischio di dare "copertura" religiosa ai sentimenti di rabbia e rivalsa così diffusi in carcere. Serve un accordo fra Stato e comunità islamiche per individuare imam e guide che possano dare assistenza spirituale in carcere, alternativa alla religione "fai da te".
Guide che possono anche essere donne, come le due che a nome dell'Ucoii prestano servizio a Bollate". La Giornata dell'amicizia islamo-cristiana ricorda lo storico incontro interreligioso di preghiera per la pace convocato da san Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986 e ha trovato nuovo slancio dal Documento sulla fratellanza umana firmato lo scorso febbraio ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar.
Un primo frutto di questo cammino, la visita di monsignor Russo e l'incontro sul documento di Abu Dhabi dello scorso 29 giugno alla Grande Moschea di Roma. Ieri, l'incontro di Milano. Nella Rotonda di San Vittore, al fianco di Russo, fra gli altri, il vicario generale della diocesi di Milano, vescovo Franco Agnesi, e don Giuliano Savina, direttore dell'Ufficio nazionale per l'Ecumenismo e il dialogo interreligioso. Fra il pubblico il costituzionalista Valerio Onida, coinvolto - con De Francesco - in incontri con i detenuti in preparazione all'evento.
"A San Vittore, ogni giorno, arrivano persone dalla strada, dalla povertà, dalla marginalità più grave. Persone che non si scelgono ma che qui devono imparare a convivere - ricorda il direttore del carcere, Giacinto Siciliano. Per questo promuoviamo molteplici iniziative, soprattutto nella formazione. Ed è bello che un luogo di convivenza forzata come il nostro possa mostrare anche a chi sta fuori che il rispetto e l'incontro fra persone di cultura e fede diversa è possibile".
albanianews.it, 26 ottobre 2019
Il ddl, che ora passerà in parlamento per il via libera definitivo, stabilisce 24 categorie di detenuti condannabili a regime d'isolamento. Il consiglio dei ministri albanese ha approvato due giorni fa un nuovo disegno di legge sulle carceri, che ora passerà in parlamento per il via libera definitivo, riporta Shqiptarja.com.
Il ddl stabilisce nel dettaglio i diritti e il trattamento dei detenuti, l'organizzazione del sistema così come le competenze e i doveri degli organi statali competenti. Tra le altre cose, prosegue Shqiptarja.com, il nuovo ddl prevede un'implementazione più completa del regime speciale - meglio noto come 41bis - per le categorie pericolose di prigionieri, con lo scopo di intraprendere misure per reprimere la criminalità nelle carceri. La proposta legale del governo, infatti, definisce 24 categorie di detenuti che, in casi particolari, saranno soggetti a un totale isolamento impedendo loro qualsiasi contatto con il mondo esterno. Nello specifico, il ddl definisce 23 reati gravi a cui è stata aggiunta un'ulteriore categoria ad alto rischio che include i detenuti con legami con la criminalità organizzata accusati o condannati per omicidio di funzionari pubblici o forze di polizia. Le altre categorie includono i detenuti per tutti i reati connessi al terrorismo previsti dal codice penale e i detenuti condannati per partecipazione e/o creazione, organizzazione, gestione di bande armate, così come di organizzazioni criminali che gestiscono la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti.
Secondo il disegno di legge, la durata del regime di isolamento nel carcere di massima sicurezza sarà di un anno ma può estendersi per ulteriori anni a seconda della valutazione del rischio.
Come viene presa la decisione La decisione di porre un detenuto in regime d'isolamento nel carcere di massima sicurezza è presa dal ministro della giustizia, su richiesta giustificata della Procura Speciale. Nel prendere questa decisione, il ministro della giustizia si avvale di una consultazione con il ministro degli interni, con il direttore generale delle carceri, con gli organi specializzati nella lotta contro il crimine organizzato e il terrorismo e dei dati e delle informazioni del direttore generale della polizia di stato. Il regime d'isolamento viene imposto per impedire contatti con le organizzazioni criminali di cui i detenuti fanno parte o con cui collaborano.
Il regime d'isolamento - Ai detenuti che andranno incontro a regime d'isolamento sarà concesso un solo incontro al mese con i propri famigliari. Per coloro che non avranno incontri con i famigliari, sarà concessa una conversazione telefonica al mese della durata massima di 10 minuti e che verrà registrata. Per i detenuti in isolamento, inoltre, è vietato l'uso di denaro o altri oggetti che in regime normale è possibile ottenere dall'esterno, così come verrà ridotto il tempo trascorso all'aria aperta: massimo due ore al giorno, ma non meno di un'ora.
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