ansa.it, 26 ottobre 2019
Torna il progetto "Guerra di parole". Studenti e detenuti si lanceranno un guanto di sfida, ma la
loro unica arma in questo duello sarà la parola. L'iniziativa si chiama Guerra di Parole© e, giunta alla IV edizione, quest'anno arriva a Milano: a misurarsi saranno gli universitari della Statale e i detenuti del Carcere di San Vittore. La gara sta tutta nell'arte della retorica: a colpi di dialettica, prima sostenendo una posizione, poi il suo contrario, alla fine solo il più abile la spunterà. Nelle precedenti edizioni, a dominare sono stati i detenuti.
Riusciranno, questa volta, gli studenti a spuntarla? A riportare la notizia il portale Skuola.net. Il tema con cui si confronteranno i partecipanti sarà: "L'opinione pubblica è il sale della democrazia o il dominio del populismo?".
Per prepararsi, i due gruppi partecipano separatamente a un corso di formazione per apprendere le tecniche della retorica, del teatro e del rap. Le lezioni sono fissate per il 24 ottobre, 8, 13 e 21 novembre e sono tenute da Flavia Trupia, presidente dell'Associazione PerLaRe (Per La Retorica), dall'attore e regista Enrico Roccaforte e dal rapper Amir Issaa. La sfida finale si tiene il 23 novembre 2019 su un "ring" d'eccezione, il Carcere di San Vittore.
Si svolge in due round di 15 minuti, aperti e chiusi da un appello di 1 minuto in versione rap in cui le due squadre devono prima difendere un'idea e poi il suo contrario. Allo scadere, una Giuria di sette componenti decreta la squadra vincitrice in base ad alcuni criteri: il rispetto delle regole, la forza delle argomentazioni e l'utilizzo del linguaggio del corpo.
"Le prime tre edizioni della Guerra di Parole - ricorda Flavia Trupia, presidente dell'Associazione PerLaRe (Per la retorica) - sono state vinte dai detenuti, malgrado gli studenti abbiamo dimostrato di avere tecnica e determinazione. Nell'arte oratoria non conta solo la preparazione tradizionale, ma anche la capacità di gestire il corpo, di divertire e di comunicare con l'uditorio. Abilità che raramente vengono acquisite tra i banchi. Inoltre non è facile per gli studenti, a vent'anni, entrare in un carcere e sfidare degli adulti che si sono formati nell'università della vita. Ma quest'anno gli studenti potrebbero stupirci".
L'iniziativa è sostenuta da Toyota Motor Italia ed è organizzata da PerLaRe - Associazione Per La Retorica, Università degli Studi di Milano La Statale, Crui - Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, Casa Circondariale di Milano San Vittore, insieme a Unione Camere Penali Italiane - Osservatorio Carcere UCPI, Amici della Nave. Il progetto è supportato da Ferpi - Federazione Relazioni Pubbliche Italiana.
di Maria Rosa Tomasello
La Stampa, 26 ottobre 2019
Il Viminale cambia rotta. Se i decreti sicurezza firmati da Matteo Salvini restano legge, senza neppure che siano stati modificati come suggerito dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e come annunciato al suo esordio dalla nuova maggioranza, la guerra tra il ministero dell'Interno e le Ong può dichiararsi da ieri ufficialmente conclusa.
I rappresentati di Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms, Pilotes Volontaires, Sea Eye, Sea Watch e Sos Mediterranée, fino a pochi mesi fa considerati (senza alcuna evidenza giudiziaria) complici dei trafficanti, sono stati ricevuti dalla ministra Luciana Lamorgese. "È un primo passo per l'avvio dell'interlocuzione diretta tra le parti" ha fatto sapere il Viminale, che ha chiamato al tavolo anche il ministero degli Esteri e il Comando generale delle Capitanerie di porto.
Il ministro ha ribadito la volontà di coniugare "umanità e legalità", ma anche la necessità che i salvataggi avvengano nel rispetto delle regole, a partire da quelle definite nel Codice di condotta adottato ai tempi di Marco Minniti e sottoscritto da quasi tutte le Organizzazioni non governative. Proteste da parte di Salvini e Meloni "Non contenta di aver triplicato gli sbarchi di immigrati in meno di due mesi, il ministro invita al Viminale le Ong protagoniste di questi arrivi. Non ho parole. Io sto sempre dalla parte delle forze dell'ordine che difendono i confini" ha commentato Salvini.
Parole di fuoco anche dalla leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: "Penso che sia abbastanza scandaloso che il ministro che dovrebbe far rispettare le leggi italiane, sia lì a fare accordi, come se nulla fosse, con gente che viola le leggi italiane sistematicamente". Nonostante l'incertezza sulla sorte della O cean Viking, da quattro giorni in mare con 104 persone a bordo, per le Ong è un giorno buono.
Le loro richieste: stop alla criminalizzazione dei soccorsi e rilascio immediato delle navi umanitarie sotto sequestro; ripristinare un sistema di soccorso efficace, contenendo morti e sofferenze; rimettere al centro l'obbligo del soccorso da parte degli Stati; porre fine alle intercettazioni da parte della Guardia costiera libica, "che riporta le persone in Libia in violazione del diritto internazionale"; definire con il coinvolgimento europeo un sistema preordinato di sbarco sicuro. "È ora di superare una volta per tutte la triste pagina che ha trasformato il Mediterraneo in una fossa comune tornando a rispettare i diritti umani e il diritto internazionale".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 ottobre 2019
Altro che la "zona sicura", il presunto scopo "umanitario" dell'invasione turca nel nord-est della Turchia: concordata nell'accordo di Soci, quella zona - beninteso, dopo aver costretto i curdi ad abbandonarla - sarebbe destinata a far rientrare in condizioni di sicurezza i rifugiati siriani. Una nuova ricerca di Amnesty International, diffusa oggi, ha rivelato che nei mesi che hanno preceduto la sua incursione militare nel nordest della Siria e ben prima del tentativo di creare quella cosiddetta "zona sicura" oltre i suoi confini, la Turchia ha rimpatriato rifugiati siriani contro la loro volontà.
Nella provincia di Idlib, ossia esattamente in mezzo alla guerra. In assenza di dati ufficiali, stimare il numero delle persone rimpatriate a forza è difficile. Ma sulla base di decine di interviste realizzate tra luglio e ottobre del 2019, Amnesty International ritiene che negli ultimi pochi mesi i rimpatri siano stati centinaia.
La certezza si limita al momento ad almeno 20 casi di rimpatrio forzato di persone caricate su autobus però già stracolmi di persone ammanettate coi lacci di plastica, che a loro volta potrebbero essere state vittime di rimpatrio forzato. Nella stragrande maggioranza dei casi, i rifugiati rimpatriati sono uomini adulti. Vengono fatti salire sugli autobus nella provincia turca di Hatay e fatti scendere oltre il valico di Bab al-Hawa, nella provincia siriana di Idlib.
Alcuni dei rimpatriati hanno riferito ad Amnesty International di essere stati picchiati o minacciati di violenza affinché firmassero la dichiarazione sul rimpatrio volontario. Altri sono stati ingannati: gli è stato detto che ciò che dovevano firmare era un modulo di registrazione della propria presenza, l'attestazione di aver ricevuto una coperta dalla direzione di un centro di detenzione o una dichiarazione sull'intenzione di rimanere in Turchia. Una delle tante storie contenute nella ricerca di Amnesty International è quella di un siriano di religione cristiana che era stato bloccato dalla guardia costiera turca mentre cercava di raggiungere la Grecia. Dopo essere stato minacciato dai funzionari dell'immigrazione ("Se ti rivolgi a un avvocato, ti terremo qui sei o sette mesi e ti faremo male") è stato obbligato a firmare la dichiarazione sulla volontarietà del rimpatrio.
Dopo essere stato portato in Siria, è stato trattenuto per una settimana, nella città di Idlib, da Jabhat al Nusra, un gruppo armato islamista legato ad al-Qaeda. Ha dichiarato ad Amnesty International di "esserne uscito vivo per miracolo". Certo, dal 2011 la Turchia ha accolto tre milioni e 600.000 rifugiati siriani: un onere riconosciuto e apprezzato a livello internazionale. Ma usarlo ora come giustificazione per violare il diritto internazionale non è accettabile. Le autorità turche parlano di un totale di 315.000 persone sin qui tornate in Siria in modo del tutto volontario. Ma davvero tutte queste persone hanno deciso di tornare in un paese distrutto dalla guerra?
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 26 ottobre 2019
Dopo più di un anno dalla morte Jamal Khashoggi, imprenditori, finanzieri, capi di grandi gruppi corrono a Riad che chiede investimenti a lungo termine, offre opportunità, apre al turismo. È trascorso un anno abbondante da quando di Jamal Khashoggi è scomparso mentre era all'interno del consolato saudita a Istanbul. Una sparizione che ha suscitato dune di sdegno, spazzate via però dal vento della realpolitik. La Turchia ha usato il dramma come pungolo ma le sue priorità sono altre: i curdi, la Siria, i missili. La diplomazia occidentale ha mandato qualche segnale. Più di facciata che di sostanza. Forse ha fatto di più a livello formale il Congresso statunitense, ma forse perché ha impiegato il dramma in chiave anti-Trump. E lui, The Donald, non ha perso tempo in ipocrisie, lo ha detto apertamente: non rischio dei posti di lavoro compromettendo le relazioni con chi compra valanghe di armi e prodotti made in Usa.
Certo, il regno è uscito ammaccato. Il re ha cambiato due volte il ministro degli Esteri, ha affiancato con qualche consigliere il figlio - l'ambizioso e impetuoso principe Mohamed - ha messo mano al settore petrolifero. Il paese, nonostante le spese miliardarie per la difesa, è parso fragile davanti ai bombardamenti che hanno danneggiato i siti petroliferi, così come deve districarsi nel conflitto yemenita tra raid pesanti e ricerca di soluzioni negoziabili. Proprio le debolezze hanno finito per ispirare cautela nella condanna. La Casa Bianca vorrebbe che la Nato facesse la sua parte nel tutelare uno stato-chiave. Intanto imprenditori, finanzieri, capi di grandi gruppi corrono a Riad che chiede investimenti a lungo termine, offre opportunità, apre al turismo. Varchi sfruttati anche da Putin, tenero nelle reazioni all'eliminazione di Khashoggi, veloce nel firmare una serie di intese con una storica visita nel paese. La morale è semplice: lo show va avanti, gli affari pure.
di Giampaolo Coriani*
possibile.com, 25 ottobre 2019
Ieri la Corte Costituzionale si è pronunciata sul cosiddetto ergastolo ostativo, dichiarandone la parziale incostituzionalità. Vale la pena, per non sbagliare, partire dal comunicato stampa della Corte stessa: "La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia sulla legittimità dell'articolo 4bis, comma 1, dell'Ordinamento penitenziario là dove impedisce che per i reati in esso indicati siano concessi permessi premio ai condannati che non collaborano con la giustizia".
In entrambi i casi, si trattava di due persone condannate all'ergastolo per delitti di mafia. In attesa del deposito della sentenza, l'Ufficio stampa della Corte fa sapere che a conclusione della discussione le questioni sono state accolte nei seguenti termini. La Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis, comma 1, dell'Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo.
In questo caso, la Corte - pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti - ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo "ostativo" (secondo cui i condannati per i reati previsti dall'articolo 4bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall'Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti). In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di "pericolosità sociale" del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica.
La decisione segue la recente pronunzia della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) la quale aveva rigettato il ricorso dell'Italia contro una sua sentenza, di condanna del nostro Paese, resa nel giugno scorso, nella quale affermava che l'ergastolo ostativo si poneva in contrasto con l'art. 3 della Convenzione che vieta la tortura, le punizioni degradanti e disumane, con ciò negando di fatto la possibilità per il detenuto di intraprendere un percorso rieducativo.
L'art. 4bis dell'Ordinamento Penitenziario prevedeva (prima dell'intervento in oggetto) che "L'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI, esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per i seguenti delitti solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell'articolo 58 ter della presente legge (...)" (segue l'elenco dei delitti, fra cui principalmente, ma non solo, quelli di mafia e terrorismo).
Da ieri, non è più necessaria la collaborazione, non esiste più l'automatismo, ma il magistrato di sorveglianza valuterà caso per caso ogni richiesta e potrà accoglierla ma solo, vale la pena ripeterlo, "se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo".
Personalmente condivido la pronunzia della Corte, anche perché credo che non sussista alcun pericolo reale circa la paventata uscita dal carcere di pericolosi mafiosi. I requisiti sono stringenti, ci sarà una valutazione della magistratura di sorveglianza, e si elimina solo un automatismo e nessuno mancherà per questo di rispetto a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e agli altri magistrati che hanno dato la vita per combattere la mafia.
Un mafioso, come qualsiasi altro reo, prima deve distaccarsi dall'organizzazione alla quale apparteneva, dandone prova con elementi concreti, dimostrando anche che non sussiste pericolo di rientro nella medesima, e partecipando a un percorso rieducativo. Poi, e solo in queste condizioni potrà ottenere i benefici, senza necessariamente diventare collaboratore di giustizia.
Questa la questione in diritto, e tutte le opinioni, sempre in diritto, sono legittime, purché siano attinenti al tema e siano motivate. Poi ci sono le opinioni politiche, quelle di solito più strumentali, quelle che per uno scopo di solito banalmente elettorale aggiungono conseguenze inesistenti, ma molto evocative, per parlare al proprio elettorato, in particolare alla sua pancia.
Ad esempio Matteo Salvini (che discetta di tutto meno che dei famosi 49 milioni e del caso Savoini) ha dichiarato in una diretta Facebook con la consueta finezza: "Un permesso premio a chi ha massacrato, a mafiosi che hanno massacrato? Ma col ca... che gli do il permesso. Non vedo l'ora di tornare al governo per sistemare un po' di cose", come se il governo (quanto meno nell'attuale assetto democratico) potesse influire sulle sentenze della Corte Costituzionale.
Sulla stessa lunghezza d'onda l'ex socio Luigi Di Maio: "Rispetto la sentenza, ma il Movimento 5 stelle non è d'accordo e faremo il possibile affinché quelli che erano in carcere con regime di ergastolo ostativo ci rimangano finché non si prendono altri mafiosi" (e qui non si capisce bene il senso, come se fosse necessario un numero minimo di mafiosi in carcere) "Si dice che quel regime violi alcuni diritti fondamentali della persona, ma quelle non sono persone, sono animali che hanno ucciso e sciolto nell'acido bambini".
Non vale la pena commentare, vista la padronanza assoluta dei nostri principi costituzionali. Ma, diciamo la verità, nessuno si stupisce di queste dichiarazioni, nessuno si aspetta neppure che questi personaggi conoscano, o almeno leggano, la normativa di cui parlano. Invece, quando ho sentito al Gr1 delle 8 di stamattina Nicola Zingaretti (il nuovo socio di governo) affermare che, pur rispettandola, la sentenza gli sembrava "stravagante" sinceramente non me l'aspettavo. Se avessi avuto il suo numero, l'avrei chiamato: "Ma come stravagante? In quale aspetto esattamente? Procedimentale? Sostanziale?".
Perché nella vita si possono avere opinioni diverse, e, come a scuola, non si può pretendere che chi ogni giorno fa a pugni con l'italiano, o con il russo e l'aritmetica, possa esprimere un giudizio compiuto su una questione giuridica complessa. Ma il segretario del Partito Democratico non può usare una terminologia del genere. Spiegaci, Nicola, con parole tue, perché la sentenza dell'organo cardine del nostro sistema democratico sarebbe "stravagante", possibilmente in diritto.
Perché tu ne hai la possibilità, i congiuntivi non li sbagli, nel tuo partito ci sono giuristi e costituzionalisti. Perché così, caro Nicola, sembra solo una lisciata di pelo all'elettorato che insorge, quando invece all'elettorato che insorge le cose andrebbero semplicemente spiegate. Perché poi se nessuno spiega, e insorge davvero, mica viene da te, ma va dagli altri due.
*Coordinatore di "Possibile"
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
La sentenza della Corte costituzionale tocca esclusivamente l'articolo 4bis, comma 1, dell'Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Riguarda esclusivamente gli ergastolani ostativi.
di Domenico Cacopardo
Italia Oggi, 25 ottobre 2019
Dopo la Corte europea dei diritti dell'uomo, è toccato alla Corte costituzionale affrontare la questione dell'ergastolo ostativo, introdotto nell'ordinamento da un decreto-legge (Martelli-Scotti) adottato a seguito dell'assassinio di Falcone e Borsellino e delle loro scorte. La norma, che ha modificato l'art. 4 della legge penitenziaria, è la seguente: "3bis. L'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione... non possono essere concessi ai detenuti ed internati per delitti dolosi quando il Procuratore nazionale antimafia o il procuratore distrettuale comunica, d'iniziativa o su segnalazione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica competente in relazione al luogo di detenzione o internamento, l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata".
di Susanna Marietti*
ilfattoquotidiano.it, 25 ottobre 2019
Sbaglia o è in malafede chi dice che i mafiosi usciranno. A poche settimane dalla pronuncia della Corte Europea dei Diritti Umani sullo stesso tema (ma si tratta solo di una coincidenza temporale), ieri anche la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza che riguarda l'ergastolo ostativo, vale a dire quella modalità di pena perpetua che osta alla concessione di ogni beneficio di legge se non nel caso in cui il condannato collabori con i magistrati. La decisione di ieri riguardava in particolare la possibilità di concedere permessi premio, ovvero qualche ora o qualche giorno fuori dal carcere per poi farvi subito ritorno, a ergastolani ostativi non collaboratori di giustizia.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
Le prossime 48 ore saranno il rush finale per le regionali in Umbria, dove Walter Verini è commissario per il Pd e ha seguito l'intera campagna elettorale. Tuttavia, da membro della commissione Giustizia e della commissione Antimafia, non si sottrae al dibattito sulla sentenza della Corte costituzionale sul carcere ostativo.
Nicola Zingaretti ha definito "stravagante" la decisione dei giudici, ma la levata di scudi è stata unanime...
Alcuni effetti della sentenza possono destare perplessità. Dunque capisco le reazioni, compresa quella di Zingaretti e dei molti esponenti della magistratura che hanno fatto della lotta alle mafie una ragione di vita, come Gian Carlo Caselli.
Lei cosa pensa?
La mia opinione personale è simile a quella di Armando Spataro: un paese civile deve far sì che la pena sia certa ma al tempo stesso deve tutelare il principio secondo cui essa deve essere riabilitativa e soprattutto finalizzata al reinserimento sociale. Penso che la sentenza della Consulta sia coerente con l'articolo 27 della Costituzione, tuttavia capisco che il limite della sua applicabilità stia nella capacità del sistema di verificare caso per caso il livello di pericolosità sociale del detenuto e la sua idoneità a ottenere il beneficio.
Dunque fa parte della stretta minoranza d'accordo con i giudici costituzionali...
L'altro ieri sono stato in visita al carcere di Spoleto, dove sono detenute decine di ergastolani ostativi, e ho incontrato anche alcuni dirigenti della Polizia penitenziaria. Uno di loro mi ha detto: "Tra gli ostativi ci sono persone in carcere anche quarant'anni e oggi sono uomini radicalmente diversi da quelli che commisero i reati efferati per cui scontano la pena. Che senso ha non dare loro un minimo di speranza, una chance di poter vivere gli ultimi anni di vita fuori, se non hanno più pericolosità sociale?". Le ripeto, me lo ha detto un poliziotto, non un detenuto.
Come spiega la contrarietà della quasi totalità della magistratura?
Guardi, il tema è delicatissimo e capisco la levata di scudi. Di più, credo che si debba riflettere con serietà sulle parole di chi si è espresso contro la pronuncia. Caselli sostiene che un mafioso si comporta bene in carcere non perché è assorbito da un percorso riabilitativo ma perché segue le regole del codice mafioso, e mette in guardia sul rischio che i giudici di sorveglianza non abbiano tutti gli strumenti per valutare. Io capisco i suoi timori e dico che sarà necessario individuare un modo perché queste valutazioni avvengano nel modo più accurato possibile. Aggiungo però che è necessario contemperare alla pena e alla necessità di sicurezza pubblica i principi di umanità e civiltà. È difficile, ma dobbiamo farlo: lo Stato non può mai essere vendicativo.
Tra i passaggi criticati, c'è quello di concedere i benefici anche ai detenuti che non collaborano...
Anche questo è comprensibile, perché ci si chiede: se dopo trent'anni il detenuto è un uomo cambiato, perché continua a non collaborare? Significa che il percorso riabilitativo non è completato. Anche su questo, però, non si può dividere il mondo in buoni e cattivi. Io mi chiedo: forse chi continua a non collaborare lo fa non perché rimane fedele all'organizzazione mafiosa, ma perché teme ritorsioni verso i familiari, per esempio. Bisogna lavorare perché il giudice che decide sul beneficio abbia tutti gli elementi per valutare. Non mi fraintenda: non giustifico nulla e capisco le perplessità di persone di cultura
democratica che sollevano obiezioni. Però difendo il fatto che la sentenza esprime un principio civile. Il carcere, secondo decreto fiscale, è il luogo dove far finire anche gli evasori. Lei è d'accordo con la norma voluta da Bonafede?
L'evasione fiscale è il vero problema del nostro Paese. Chi evade, commette un furto aggravatissimo ai danni dei cittadini, perché con la fiscalità generale si finanziano scuole, ospedali e servizi pubblici. Per combatterlo, la prima arma è la prevenzione con strumenti come la moneta elettronica, la tracciabilità e l'abbassamento della soglia del contante. Poi bisogna aggredire i patrimoni e lavorare sul contrasto di interessi: il cittadino deve trarre beneficio nel chiedere la fattura, perché scaricandola risparmia. Solo come ultimo anello della catena deve esserci il carcere agli evasori.
Quindi condivide la norma?
Non sono contrario in linea di principio, ma non credo che l'aumento delle pene sia il deterrente principale, anche se mediaticamente risulta il più eclatante. Guai a semplificare con la battuta "manette agli evasori", dimenticando che le vere armi sono l'educazione alla legalità e la prevenzione. La conseguenza, infine, deve essere che i soldi recuperati servano ad abbassare le tasse, a partire dalle fasce più deboli e dalle imprese. Lei è commissario in Umbria. È un test nazionale? In Italia siamo abituati a vedere riflessi sul governo anche con le elezioni di condominio. Abbiamo costruito questa alleanza senza avere in testa esperimenti in chiave nazionale: l'accordo si basa su un programma concreto per la regione, non sulla somma di sigle alleate a livello nazionale. È Salvini a considerarlo un test contro il governo, per noi il voto riguarda il benessere degli umbri.
Pronostici?
La partita è aperta. Partivamo da una situazione complicata ma abbiamo dimostrato di aver capito i nostri errori, di voler cambiare e di esserci aperti alla società civile, che ha risposto. Abbiamo rinnovato le liste e dato segnali di cambiamento: è vero che siamo in rincorsa secondo i sondaggi, ma le prossime 48 ore possono essere determinanti.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 25 ottobre 2019
Il consigliere del Csm si appella alla politica affinché intervenga per vanificare la sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo. È il segnale di un'ostilità profonda (e pericolosa) ai principi cardine del nostro assetto democratico.
- Stop all'ergastolo ostativo, il regalo alle mafie che va sanato
- O i diritti valgono per tutti (anche i mafiosi) o non valgono per nessuno
- Polemiche sull'ergastolo. Idiota chi fa distinzioni perfino tra i criminali
- Ergastolo "ostativo": non sarà semplice farne a meno per impedire il ritorno dei boss
- Tutti contro la Consulta: "il carcere duro non si tocca"










