di Claudio Bovino
quotidianogiuridico.it, 25 ottobre 2019
Corte di giustizia UE, sentenza 15 ottobre 2019, causa C128/18. Al fine di valutare se esistano seri e comprovati motivi di ritenere che il detenuto correrà un rischio reale di essere sottoposto a un trattamento inumano o degradante, l'autorità giudiziaria dell'esecuzione di un Mandato d'arresto europeo (Mae), ove disponga di elementi oggettivi, attendibili, precisi, attestanti l'esistenza di carenze sistemiche o generalizzate delle condizioni di detenzione negli istituti penitenziari dello Stato membro emittente, deve tener conto dell'insieme degli aspetti materiali pertinenti delle condizioni di detenzione (ad esempio, lo spazio personale disponibile per detenuto in una cella tenendo conto dello spazio occupato dal mobilio, le condizioni sanitarie, l'ampiezza della libertà di movimento del detenuto).
Il principio è stato confermato dai giudici europei con la sentenza Dorobantu del 15 ottobre 2019 (C128/18) la quale precisato che non ci si deve limitare a controllare le insufficienze manifeste e che, ai fini di tale valutazione, l'autorità giudiziaria dell'esecuzione deve richiedere all'autorità giudiziaria emittente le informazioni che reputi necessarie e, in linea di principio, in mancanza di prove contrarie, dovrà fidarsi delle sue assicurazioni. Inoltre, l'autorità giudiziaria dell'esecuzione non può escludere l'esistenza di un rischio reale di trattamento inumano o degradante solo perché la persona interessata dispone, nello Stato membro emittente, di un mezzo di ricorso per contestare le condizioni della propria detenzione.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 25 ottobre 2019
Intervista a Eugenio Albamonte, magistrato e segretario di Area Dg: "Senza correttivi si rischia imbuto per i processi. Il sistema non riuscirà a sostenere stop a prescrizione e il carcere per chi evade".
"L'Apocalisse dal 1° gennaio 2020 non ci sarà per il semplice fatto che il regime della prescrizione sarà applicabile ai reati che saranno commessi a partire da quella data. È evidente che gli effetti si produrranno dopo".
Eugenio Albamonte, magistrato a Roma, segretario di Area democratica per la giustizia - l'associazione che riunisce i magistrati progressisti - risponde così alle parole pronunciate davanti alla commissione Giustizia della Camera dal ministro della Guardasigilli Alfonso Bonafede. L'inquietudine dei magistrati sul tema riguarda le ripercussioni che la riforma sulla prescrizione - così come l'introduzione del carcere per i grandi evasori - potrà avere sulla macchina della giustizia italiana. A meno che il legislatore non intervenga subito con dei correttivi.
Dottor Albamonte, nel mondo giuridico è in corso un importante dibattito sullo stop alla prescrizione. Qual è il timore dei magistrati?
Le conseguenze delle riforme - purtroppo soprattutto di quelle fatte male - sono destinate a durare a lungo. Il rischio che corriamo, se non si interviene subito, è che tra tre o quattro anni ci ritroveremo di fronte a problemi gravi per il funzionamento del sistema della giustizia.
Quali, ad esempio?
Senza correttivi, ci sarà un ingolfamento totale dei processi. Soprattutto in alcuni 'colli di bottiglia' del procedimento, come il passaggio tra il giudizio di primo grado e la Corte d'Appello. In quel frangente ad oggi confluiscono, come in una specie di area di stoccaggio, centinaia, migliaia di procedimenti che poi diventano difficili da smaltire. Senza cambiamenti, quell'imbuto è destinato a diventare una strozzatura di qui a qualche anno. O si agisce subito, oppure una volta che la norma sarà entrata in vigore sarà difficile arginarne le conseguenze.
E in che modo si potrebbe evitare che si creino questi imbuti, o meglio che se ne aggravino le condizioni?
Il pacchetto che Bonafede aveva portato in Consiglio dei ministri nel corso del governo precedente prevedeva misure troppo blande, che non andavano ad arginare quei rischi a cui facevo riferimento prima.
Cosa mancava in quel disegno?
Una depenalizzazione ulteriore, ad esempio. Uno dei problemi del processo penale è anche l'enorme carico di reati. Non tutti questi corrispondono a situazioni effettivamente meritevoli della sanzione penale. È la tendenza del legislatore, del resto: quando c'è un problema, un allarme sociale, si risponde con una norma penale. E questo stesso ragionamento è stato fatto anche con il decreto sull'evasione fiscale.
C'è poi un altro aspetto: sarebbe necessario un più ampio ricorso ai riti alternativi, come l'abbreviato e il patteggiamento. Bisognerebbe incentivarli in modo che gli eventuali effetti negativi della sospensione della prescrizione dopo il primo grado siano compensati con un maggiore ricorso ai riti alternativi. Ma difficilmente si farà questo step: si tratterebbe, infatti, di una decisione in controtendenza rispetto alle decisione prese dal governo Lega M5s, nel corso del quale è stato introdotto un provvedimento che esclude il rito abbreviato per i reati per i quali è previsto l'ergastolo. Peraltro, anche questa norma determinerà un ulteriore rallentamento della macchina del processo. Sa, i procedimenti davanti alla Corte d'Assise sono lunghi e impegnativi. Ciò determinerà un assorbimento di risorse e il rischio di impasse.
A proposito del carcere per gli evasori, Bonafede ha parlato di svolta culturale. Lei come interpreta questo provvedimento?
Io credo che uno dei problemi principali sul tema sia quello relativo ai controlli. Se questi fossero efficaci, sarebbero sufficienti, almeno in alcuni casi. Ma, d'altro canto, noi abbiamo il sistema che indulge spesso con i condoni, che creano una sorta di aspettativa, della serie "quello che non pago oggi, nella peggiore delle ipotesi lo pagherò domani". Ecco, sono questi i temi culturali che dovrebbero essere affrontati in primis. Quanto alle sanzioni penali, io dico una sola cosa: una volta disposte per legge, bisognerà fare i le indagini, e poi i processi. Noi ci troviamo in una struttura che è quasi al collasso, che assolutamente non riuscirà a sostenere l'impatto del blocco della prescrizione dopo il primo grado, figuriamoci cosa può succedere se incrementiamo il carico con nuovi reati.
È per questo motivo che ha definito, in un recente intervento sul tema, il carcere agli evasori "una norma manifesto"?
Sì, perché se la misura viene messa all'ordine del giorno, anche con una certa enfasi, ma poi non ci sono i controlli su chi evade, è chiaro che diventa una norma manifesto. Il rischio è di trovarsi di fronte a una presa di posizione formale che però non si traduce in una maggiore severità del sistema nei confronti degli evasori, diventa una minaccia poco credibile.
Tra le proposte sul tavolo in tema di giustizia - anche alla luce dell'inchiesta sulle nomine della procura di Perugia - ce n'è una di cui si dibatte da mesi: quella della riforma elettorale del Csm. Bonafede sembra aver fatto un passo indietro rispetto al sorteggio. Ma, secondo lei, è necessario riformare il modo di eleggere i consiglieri? E in che modo?
La magistratura, nella sua quasi totalità, ha sempre sostenuto che il sorteggio fosse una scelta sbagliata. È una chiave di approccio al tema che non è condivisibile. Mi fa piacere che il ministro abbia cambiato idea. Detto ciò, bisogna ricordare che il sistema elettorale attuale del Csm è una dalle cause che ha prodotto i fatti che sono venuti alla luce a primavera (il caso Palamara, ndr). Come avviene in ogni sistema elettorale, quando va verso il maggioritario uninominale, il risultato è un rafforzamento del potere di chi propone le candidature. È successo in passato in politica, e nel passato più recente è accaduto in magistratura. Gli eletti venivano selezionati e nominati dalle correnti. Area aveva pensato al sistema compensativo delle primarie, altre correnti non hanno pensato a strumenti che potessero colmare il gap di rappresentatività che si era venuto a creare con il sistema elettorale. E così si è venuto a creare un meccanismo per cui gli eletti erano condizionabili dai soggetti che, all'interno delle correnti, avevano la capacità di gestire il consenso. Parte di quello che è successo è sicuramente conseguenza di questo sistema. Quindi, il sistema elettorale va rivisto.
Come?
Occorre avvicinare l'elettore all'eletto e consentire una maggiore possibilità di scelta agli elettori. Una delle caratteristi dell'attuale sistema è quello del collegio unico nazionale, che comporta, ad esempio, il fatto che un magistrato di Caltanissetta possa essere chiamato a votare per un magistrato di Milano che non ha mai sentito nominare in vita sua. Se dà la preferenza a quel nome, molto probabilmente lo fa perché il circuito della corrente cui appartiene glielo suggerisce. Diventa una scelta in bianco. Se noi sostituiamo il collegio unico nazionale con un sistema con più collegi elettorali avviciniamo il candidato all'elettore.
A proposito di eletti ed elettori. C'è un'altra questione che non si può più procrastinare, quella delle cosiddette porte girevoli tra politica e magistratura. Come si affronta?
Ci sono due linee guida che, a mio parere, andrebbero seguite. Sono quelle delineate già da tempo dall'Anm: la prima è che non si possono porre limiti alla libertà del magistrato di candidarsi. È suo diritto farlo, come per ogni cittadino. Tema diverso è, invece, cosa fare quando il mandato politico finisce. Area ritiene che una volta compiuto un incarico politico, la toga non possa continuare a fare il magistrato, ma che possa essere destinato a funzioni diverse, amministrative. Il legislatore dovrà decidere se questa destinazione debba essere temporanea oppure a tempo indeterminato. Certamente è necessario un distacco.
Riforma del processo e del Csm a parte, c'è un altro disegno che in questo momento è in discussione Parlamento e riguarda i magistrati. Mi riferisco alla proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, lanciata dalle Camere penali e sostenuta in primis da Forza Italia. Cosa ne pensa?
Come la stragrande maggioranza dei magistrati italiani sono contrario alla separazione delle carriere. Credo che la figura del pm, per come è stata disegnata in Costituzione e nel codice di procedura penale, sia una figura di garanzia. Non vedo perché dovremmo privarci di un sistema che presuppone un pubblico ministero terzo e imparziale. Detto ciò, vorrei ricordare che questa proposta introdurrebbe una serie di modifiche che poi inciderebbero sull'indipendenza di tutti i magistrati, anche dei giudicanti. Mi riferisco, ad esempio, alla creazione di due Csm che sarebbero composti dallo stesso numero di togati e laici. Se vogliamo guardare a tutto tondo le vicende di maggio, non possiamo non ricordare che a quelle riunioni partecipavano anche i politici. La politica, nelle sue articolazioni meno nobili, ha sempre coltivato l'idea di normalizzare la magistratura, di esercitare un controllo sulle toghe. Se passasse questo progetto, tale disegno riuscirebbe a trovare concretezza.
La proposta è in commissione. Il Pd, almeno per quanto riguarda la separazione delle carriere, non ha mostrato particolari resistenze. Un atteggiamento che stupisce?
Che il Pd abbia avuto una posizione blanda su questi temi è stato per me una sorpresa. Anche perché non mi sembra che all'interno del partito ci sia stato un dibattito che l'abbia condotto da una posizione a quella diametralmente opposta. Questa tesi della separazione delle carriere era un cavallo di battaglia del centro destra. Ora, improvvisamente, è diventato un tema comune. E questo lascia perplessi.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 25 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 24 ottobre 2019 n. 43534.Scatta il reato di trattamento illecito di dati personali per chi - anche solo in un breve lasso di tempo - posta su siti porno fotomontaggi realizzati a partire da foto di sue conoscenti, prelevate da Facebook. E non costituisce valida difesa sostenere che si tratti solo di "una bravata". La Cassazione con la sentenza n. 43534 di oggi ha così confermato la condanna a sei mesi per il reato lesivo della privacy di ben 17 ragazze, nonostante avessero tutte rimesso la querela per diffamazione a seguito di uno spontaneo risarcimento di 1.300 euro ciascuna da parte del ricorrente. La difesa sosteneva si fosse trattato solo di una provocazione senza alcun intento di nuocere, vista la brevità della diffusione, la pregressa conoscenza con le vittime, il non aver diffuso altri dati in grado di farne rilevare l'effettiva identità e l'aver realizzato una tale condotta solo per la prima volta. Ma per i giudici è stato rilevante - ai fini della prova del dolo specifico nella commissione del reato - anche il fatto che il ricorrente abbia incitato gli utenti a commentare le foto.
Elementi del reato - Il ricorrente lamentava un'applicazione formalistica alla sua condotta della fattispecie di reato poiché mancava prova di quanti utenti avessero visionato il materiale da lui realizzato e della misura del turbamento patito dalle vittime. La Cassazione risponde affermando che l'indiscutibile attentato all'onorabilità delle persone inconsapevolmente interessate dal fotomontaggio e l'assenza del loro consenso all'utilizzo della propria immagine sono alla base del reato previsto dall'articolo 167 del Codice Privacy. Infine, ricorda la Cassazione che l'offensività del comportamento, e quindi il danno alle vittime, è direttamente connesso alla diffusione in rete anche se fosse esiguo il numero di utenti che visionano il materiale incriminato. Il carattere pornografico del sito non può far escludere il danno all'onorabilità delle giovani donne e rende irrilevante l'azione riparatoria di aver cancellato dai siti hot in tempi brevi i fotomontaggi. Esclusa quindi la causa di non punibilità per tenuità del fatto, il ricorrente ha comunque usufruito in termini di pena delle riduzioni dovute al rito abbreviato e all'avvenuta riparazione del danno subito dalle vittime.
di Rosa Guttilla
Il Sicilia, 25 ottobre 2019
All'interno del progetto "L'Arte della Libertà", iniziato lo scorso febbraio all'interno della Casa di Reclusione Calogero di Bona - Ucciardone di Palermo con l'artista Loredana Longo, si è svolta, a Palazzo Branciforte, la giornata di studio "Tra le righe. Esercizi di libertà in carcere". L'incontro, sostenuto da Fondazione Sicilia, a cura di Acrobazie, con Elisa Fulco e Antonio Leone, curatori dell'interno progetto, è stato un'occasione di confronto tra esperienze condivise nell'interpretare attivamente l'articolo 27 della Costituzione.
"I risultati dopo mesi di lavoro - ci ha detto Antonio Leone - sono tangibili e testimoniano come una costante attività integrativa migliori il clima generale legato alla permanenza dentro luoghi di reclusione".
Dare i numeri per fornire indicatori chiari dei benefici generati dall'investimento in cultura e raccontare le più significative case history che utilizzano i linguaggi artistici all'interno delle istituzioni penitenziarie: sono stati questi i temi centrali dell'incontro, che ha fatto emergere il valore della riabilitazione come momento di formazione e di crescita dei detenuti, mantenendo aperto lo scambio tra il dentro e il fuori.
All'interno dell'Ucciardone al momento partecipano trenta persone, tra detenuti, operatori socio sanitari e operatori museali e, per la prima volta in Italia, coinvolge anche la polizia penitenziaria, utilizzando la formula del workshop con l'artista come dispositivo relazionale in grado di migliorare il clima interno e attivare percorsi di cambiamento.
Persone provenienti da mondi diversi, sotto la guida dell'artista Loredana Longo e la supervisione scientifica dello psichiatra Sergio Paderi dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo (ASP), da qualche mese si ritrovano per discutere di arte contemporanea e di libertà, sperimentando differenti linguaggi artistici per dare vita a una nuova rappresentazione del carcere dal volto umano: un racconto corale, una sorta di grande rete in cui mettere in scena con parole, immagini, fotografie e performance l'ambiguità insita nel concetto di libertà.
Il workshop, la cui frase manifesto è "Volare per una farfalla non è una scelta", è il primo step del progetto, che andrà avanti fino a febbraio 2020.
L'obiettivo è di costruire ponti tra il dentro e il fuori, come ci dice nella video intervista Leone, attraverso differenti azioni che scaturiscono dalla fiducia nel credere che riqualificando esteticamente gli spazi di detenzione e offrendo occasioni di produzione e di fruizione culturale al gruppo di lavoro, sia possibile migliorare la qualità dei rapporti e trasmettere all'esterno un'immagine positiva del carcere.
Oltre al workshop, diversi saranno gli interventi messi in campo in questi mesi: dalla creazione di un nuovo spazio laboratoriale, alla realizzazione di un'opera d'arte site specific di Loredana Longo all'interno del carcere; dalla costruzione di un ricco palinsesto di attività per garantire una formazione continua ai detenuti, introducendo in carcere lezioni di arte contemporanea, invitando esponenti del mondo culturale e sociale a raccontare e far sperimentare la loro pratica. Tra questi Letizia Battaglia, Stefania Galegati, Marco Mirabile, Ignazio Mortellaro, Giulia Ingarao e Marco Stabile.
Per arrivare alle visite guidate nei principali luoghi culturali cittadini che coinvolgeranno la Galleria d'Arte Moderna, Palazzo Branciforte e Palazzo Butera. A chiusura del progetto verrà allestita una mostra presso la Galleria d'Arte Moderna e Palazzo Branciforte, in cui saranno raccolte le opere e le installazioni prodotte: un racconto polifonico di immagini e parole emerse nel corso del progetto che darà spazio a voci diverse che difficilmente dialogano tra loro, per veicolare il tema della libertà.
sardiniapost.it, 25 ottobre 2019
Dopo aver vinto la battaglia per curarsi fuori dal carcere, la sua "casa" per 41 anni, Mario Trudu, 69 anni di Arzana, in cella all'ergastolo ostativo, è morto all'ospedale di Oristano. Ne ha dato notizia su Facebook la sua avvocata Monica Murru del Foro di Nuoro. Trudu aveva ottenuto di recente il differimento pena per motivi di salute ma dopo il ricovero non era riuscito a tornare a casa. Da tempo la difesa aveva chiesto i domiciliari.
"Mi hanno appena avvisato che Mario Trudu non ce l'ha fatta - scrive l'avvocata sul social - è morto stasera nel reparto di terapia intensiva, senza essere potuto tornare a casa, neppure una manciata di ore. Ho davanti il suo viso, le sue braccia fatte di muscoli lunghi di uomo di campagna, come se avesse sempre zappato la terra anziché stare in carcere per quarant'anni, il suo sorriso ironico.... e mi sento addosso il peso pesante di un lavoro inutile, di un risultato arrivato troppo tardi".
Una morte che arriva il giorno dopo la pronuncia della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo. "Una fine sopraggiunta proprio adesso che la Corte Europea dei diritti umani e la Consulta hanno appena sancito una svolta verso una giustizia giusta e umana - commenta la legale - verso una pietà che Mario non ha potuto sperimentare. Stanotte la mia toga è pesante e fredda come una coperta sarda. Una burra di orbace capace di schiacciarti ma non di scaldarti".
Mario Trudu, da due anni detenuto a Masama, era in carcere dal 1979 quando era stato condannato per un sequestro che sosteneva di non aver commesso, quello del tecnico della Ferrari Giancarlo Bussi rapito nel 1978 a Villasimius, e poi condannato all'ergastolo per il sequestro dell'imprenditore Emilio Gazzotti nel 1987, che mori nel conflitto a fuoco durante le fasi della sua liberazione. 41 anni di carcere se si eccettuano dieci mesi di latitanza tra il 1986 e il 1987 quando scappò da Ustica dove era al confino in attesa della sentenza di Cassazione per il sequestro Bussi. Il 10 gennaio scorso aveva ottenuto la possibilità di uscire dal carcere di Massama per partecipare al funerale del cognato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
La lettera denuncia di alcuni dei circa 150 detenuti della Terza e Quinta Sezione. "Siamo quasi tutti in 3 in una cella di soli 7 metri quadrati, le doccia sprovviste di soffioni e l'acqua è colma di calcare, tanto che se si riempiono le bottiglie dopo due giorni l'acqua diventa verde. Le porte delle docce sono talmente arrugginite, con il rischio di tagliarsi e prendere infezioni, le celle della quinta e della sesta sezione piene di muffa e per tutto l'inverno quando piove penetra l'acqua, è davvero invivibile!".
Si tratta di un passaggio di una lettera di denuncia che è stata inviata agli organi di informazione - tra i quali Il Dubbio per dare massima diffusione al grido di aiuto da parte di alcuni detenuti reclusi nel carcere di Lecce, precisamente del blocco C2.
"Spesso e volentieri - si legge sempre nella lettera -, senza preavviso tolgono l'acqua allo scarico del water ed è un'impresa usufruire di quest'ultima usando i secchi. Le ripetute richieste di poter sistemare lo scarico, in comune nella terza e quinta sezione, sono sempre stati ignorate, anche il lavandino del passeggio non è funzionante. Quindi immaginate due sezioni che comprendono circa 150 detenuti che hanno diritto al passeggio, hanno diritto di prendere un po' d'aria fresca e socializzare tra loro a farlo in un contesto in cui prevede sporcizia e odore sgradevole, è davvero ingiusto che queste ore ci fanno solo venire da vomitar".
Nella lettera viene denunciato lo scarso numero di assistenti sociali, 15 su 200 detenuti, con il risultato che diventa "un miraggio vederli". I detenuti ne sottolineano l'importanza: "Chi è in attesa di consiglio o chi vuole usufruire di qualche beneficio che gli può giustamente spettare, se lo può solamente scordare! Nel nostro blocco, oltre la scuola non c'è altro, né volontariato né corsi, niente di niente, sempre costretti a stare nel corridoio o nelle celle e diventa tutto una monotonia".
I detenuti parlano anche di abusi psicologici. "Tutti sappiamo di aver sbagliato in passato e di dover espiare le nostre colpe - spiegano sempre nella lettera - ma bisogna farlo nel modo giusto, senza abusi psicologici perché magari molti vorrebbero cambiare vita e reinserirsi nella vita comune e sociale ma ciò non è possibile, viste le mancanze! E per quanto riguarda chi ha figli ed ha bisogno di chiamate straordinarie perché nulla è più importante della famiglia e dei bambini che hanno bisogno di crescere bene".
I reclusi del carcere leccese denunciano la situazione, a detta loro carente, dell'assistenza sanitaria. "Ci sono detenuti - si legge nella lettera - che hanno patologie e altre malattie che lievi o gravi che siano vanno prevenute e curate, ma non fanno altro che riempirci di Novalgina e Tachipirina!". Concludono spiegando che non sono dei mostri, ma esseri umani che sono disposti a pagare per i propri errori, ma ciò "non deve diventare un luogo di sofferenza".
Che il carcere di Lecce sia problematico non è una novità. La denuncia proviene anche dal sindacato della polizia penitenziaria Ossap. Recentemente, tramite il delegato del segretario regionale Leo Beneduci, il vice segretario regionale della Puglia Ruggiero Damato e il segretario provinciale Giuseppe Morittu, hanno ribadito la drammatica situazione di carenza di organici nelle file della polizia penitenziaria e in particolare nel ruolo agenti/ assistenti, cosa che sottopone i poliziotti a espletare turni di servizio che superano le 8/ 10/ 12 ore, ben oltre quelle consentite dalle vigenti norme contrattuali.
Scarsi i sistemi di allarme e di video-sorveglianza e inesistenti i corsi di aggiornamento professionali e di autodifesa. Inadeguate le esercitazioni al poligono di tiro. Insufficienti anche i controlli sullo stato psicofisico dei poliziotti che sono perennemente sottoposti a stress da lavoro. Per non parlare poi dei mezzi di trasporto: il 90% di essi è fermo per mancanza di fondi necessari alla manutenzione.
L'Osapp si è soffermata sulla mancata fornitura di uniformi e altri capi di vestiario da quasi 8 anni; cosa che non consente di ottemperare al decreto legislativo del 2017 che prevede l'inserimento di nuovi fregi e gradi che le altre tre forze di polizia hanno già visto. Si è discusso anche del mancato pagamento del Fesi (i fondi di efficienza istituzionale) che le altre forze dell'ordine hanno già avuto elargiti nel scorso mese di giugno e la polizia penitenziaria intascherà solo nel mese di ottobre dopo vari interventi sindacali.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 25 ottobre 2019
Camorra sempre meno centrale nel dibattito pubblico, ma sempre più infiltrata nell'economia pulita e nel mondo delle professioni. Carceri dove si spaccia droga, grazie all'uso di cellulari; carceri fuori controllo, sotto il dominio di clan e strutture criminali.
Sono solo alcuni dei punti emersi dall'intervento del procuratore di Napoli Gianni Melillo, nel corso dell'audizione in commissione parlamentare antimafia. Dopo due anni dal suo insediamento nella Procura più numerosa d'Italia, il capo dei pm partenopei parla anche di organici, di stese, paranze e scarcerazioni.
Ha spiegato ieri il procuratore Melillo: "Alcune carceri sono fuori controllo, vi dominano le associazioni mafiose. I cellulari vi entrano quotidianamente e non li sequestriamo neanche più tanti ormai sono". E ancora: "In alcune carceri vi sono autentiche piazze di spaccio", ha proseguito. Poi, riferendosi allo scenario generale emerso negli ultimi due anni, ha insistito: "La pressione mafiosa su alcune amministrazioni comunali è assolutamente grave sia su figure politiche che tecniche".
Cala il numero di omicidi rispetto a una decina di anni fa, ma esiste una contrapposizione a bassa intensità tra i Mazzarella e l'Alleanza di Secondigliano. "Da anni nella camorra prevalgono le spinte alla composizione delle tensioni, alla mediazione dei conflitti violenti che sono relegati in aree marginali dove si lascia che si sprigionano scontri armati a bassa intensità. Sono fenomeni marginali.
Anche gli omicidi recenti appartengono alla dimensione delle epurazioni per la tutela di equilibri criminali consolidati che vanno protetti". Più in particolare, "con le "stese" si esprime una sfida alla capacità di controllo dell'ordine pubblico da parte dello Stato e anche un esercizio di violenza retto da logiche di controllo, sono esercizi militari a bassa intensità che segnano l'andamento sismico nelle zone di confine tra i grandi cartelli. Per questo, nell'area orientale c'è il maggior numero di stese, così anche nel centro città. È fenomeno sconosciuto in gran parte della provincia".
Altro termine sdoganato negli ultimi anni al grande pubblico è quello delle paranze. Di che si tratta? "Le paranze le consideriamo gruppi di fuoco del vertice delle organizzazioni, fenomeno diverso è il fenomeno delle bande - ha spiegato Melillo - abbiamo costituito uno specifico gruppo di lavoro e questo sforzo sta iniziando a dare i primi risultati anche grazie al lavoro congiunto con il Tribunale dei minori.
Il fenomeno della devianza giovanile è in gran parte estraneo al fenomeno camorristico, c'è la presenza di minori ma è assolutamente residuale". Ma cosa sta accadendo a Napoli? Nel giorno in cui la Procura partenopea ha ottenuto oltre trenta arresti (racket in via Marina e pizzo a Torre Annunziata) e a distanza di poche ore dopo l'ultima "stesa" consumata nella zona della Sanità, il procuratore spiega ai commissari antimafia i nuovi fenomeni criminali cittadini: "Una fuorviante narrazione vorrebbe ricondurre la camorra a violenza urbana sprigionata dalla contrapposizione di bande in continua trasformazione, ovviamente esiste anche questa dimensione a Napoli ma è una dimensione parziale", ha poi spiegato il procuratore.
Più in particolare, il magistrato ha parlato della "espansione di una gigantesca rete di imprese che condiziona pesantemente i mercati dove trasferisce una offerta straordinaria di offerte illegali, o legali ma a condizioni illegali", quasi a dispetto dello scarso peso che il fenomeno criminale partenopeo incassa rispetto all'opinione pubblica nazionale.
Il procuratore ha infatti sottolineato la "dimensione periferica della camorra nel dibattito pubblico. La camorra è un veicolo di trasformazione della violenza in ricchezza, in forza economica, in condizionamento dei processi decisionali che regolano la spesa pubblica. La leadership dei cartelli criminali coincide con la leadership delle reti di impresa che racchiudono fenomeni gravissimi di asservimento del mondo delle professioni all'economia illegale. In non pochi casi si assiste alla completa immedesimazione tra le amministrazioni locali e queste reti". Poi ci sono le dolenti note. "Gli organici delle forze di polizia sono molto ridotti rispetto al passato e con il pensionamento forzato si perdono molte forze, sta scomparendo una generazione di eccezionali investigatori. La squadra mobile di Napoli oggi è formata da 360 unità, pochi anni fa erano 450 unità: questo fa la differenza".
Solo nel 2019, le ordinanze di custodia sono state per oltre 600 persone con una discreta qualità degli esiti investigativi. E ancora forte l'alleanza di Secondigliano "che pure vede i capi detenuti, ma abbiamo scontato un ritardo. Preoccupa la scarcerazione di Domenico Pirozzi, uno dei pochi in grado di assicurare continuità all'organizzazione".
di Davide Lanzillo
livornotoday.it, 25 ottobre 2019
Avviato l'iter per il rilancio dell'isola: "Il carcere tornerà ad essere un modello di riferimento". Il progetto, che prevede lo smantellamento del macello e l'inaugurazione di attività ecocompatibili, ha ricevuto il benestare del ministero della Giustizia. De Peppo: "L'isola diventerà un laboratorio ambientale ed etico".
Smantellamento del macello ed inaugurazione di attività rieducative ecocompatibili e con gli animali. Questo il progetto per la casa di reclusione di Gorgona, con il via libera al piano dato dal ministero della Giustizia sotto impulso del sottosegretario Vittorio Ferraresi. Un percorso che permetterà all'isola di diventare un vero e proprio luogo di sperimentazione ambientale ed etica, ripristinando così lo storico ruolo del suo carcere, a lungo modello di riferimento unico nel panorama italiano.
"Tutto ha avuto inizio con una storia particolare - spiega il garante dei detenuti Giovanni De Peppo. Anni fa alcuni detenuti chiesero di poter dare un'attenzione particolare a quegli animali che vedevano nascere per poi finire al macello. Ne nacque una riflessione più approfondita, in cui molti si chiesero quale influenza potesse avere un elemento violento quale è quello del macello all'interno di un carcere. Alla questione si interessò anche l'università Bicocca di Milano, con la storia che arrivò anche a molti bambini e ai loro genitori".
"L'idea di dismettere il macello si fermò quando Carlo Mazzerbo lasciò la direzione del carcere. Con il suo rientro - prosegue De Peppo - ci siamo chiesti se fosse possibile riprendere l'iniziativa, ponendo la questione al sottosegretario Ferraresi. Nel frattempo, il numero degli animali da produzione sull'isola è enormemente aumentato, rappresentando un problema anche per la tenuta ambientale dell'isola. La nostra idea è quindi quella di unire istanze ambientali ad istanze sociali, trasformando la Gorgona in un vero e proprio laboratorio ambientale ed etico".
"Un ruolo da protagonisti, in questo, spetterà ai detenuti: toccherà a loro - conclude De Peppo - trasformare i progetti, quali quelli legati a coltivazioni biologiche, pet therapy e fattorie scolastiche, in atti pratici. È stato stilato un cronoprogramma che, nel giro di qualche settimana o qualche mese, prevede lo smantellamento del macello per poi arrivare alla creazione di attività alternative. Ci sono già molte realtà interessate a dare il loro contributo, come ad esempio il CNR e la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, oltre che, ovviamente, il Parco nazionale dell'arcipelago toscano".
"Avevamo preso l'impegno, prima della crisi di Governo, di rivoluzionare le attività della Casa di reclusione di Gorgona - spiega in una nota il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi - e voglio comunicare con orgoglio che il nostro impegno si sta concretizzando. Proprio in questi giorni il capo del Dap, sotto mio impulso, ha proceduto alla conferma del cronoprogramma richiesto alla direzione di Gorgona per lo smantellamento del macello presente sull'isola, in modo che si ponga fine ad attività assolutamente inopportune per i detenuti, e si rilancino, invece, attività sostenibili, grazie alla collaborazione della direzione e di tutti i soggetti che hanno dato la disponibilità a contribuire a questa rivoluzione. È iniziato un nuovo percorso che porterà ad un cambio di visione delle attività sull'isola, anche in ottica di esempio per altre realtà, e potrà, inoltre, portare un minore impatto ambientale ed un risparmio per lo Stato".
linkoristano.it, 25 ottobre 2019
Il progetto di arte relazionale che quest'anno ha coinvolto diciotto detenuti del Carcere di Oristano diventa un libro, che raccoglie passo per passo ciò che hanno vissuto e prodotto gli ospiti della casa circondariale di Massama. Il libro, scritto da Arianna Callegaro e Gian Vito di Stefano, sarà presentato sabato 26 ottobre, alle 18, nella Biblioteca Comunale. L'esposizione del progetto sarà invece allestita negli spazi della Pinacoteca Comunale. L'iniziativa rientra nel calendario di Oristanottobreventi.
Ideato nel 2007 da Arianna Callegaro e da allora riproposto in molte occasioni, Airswap coinvolge artisti contemporanei e pubblico in un reciproco scambio, proponendo il concetto di dono come filo conduttore per una riflessione sulla pratica artistica. Ogni capo d'abbigliamento donato diventa, tra le mani degli artisti che lo modificano, ciascuno secondo la propria tecnica e sensibilità, un'opera d'arte. A quest'opera, i detenuti del carcere di Oristano hanno aggiunto un livello ulteriore, completandola con una parola scritta su una menda di tessuto poi cucita sul capo. Ne sono nate inaspettate connessioni tra gli artisti e i detenuti, testimoniate anche da scritti e corrispondenze. Un dialogo capace di trasformare tanto gli artisti quanto i detenuti, che attraverso questa esperienza hanno potuto superare la linea che separa lo spazio carcerario da quello della comunità.
Il libro, curato da Luca Mazza e Arianna Callegaro, prodotto attualmente in tre esemplari, documenta e raccoglie i materiali relativi al progetto, dal concept iniziale alla sua realizzazione. Contiene le schede di spiegazione delle singole opere accompagnate dalla biografia dell'artista, quindi la parola scelta dal detenuto per completare il capo. Un oggetto che diventa, per artisti e detenuti, la metafora della relazione instaurata.
Vita, 25 ottobre 2019
Il dialogo con il detenuto straniero come strumento per una presa di coscienza della propria cultura di provenienza e come chiave per un recupero della persona attraverso la pena. Questo è uno dei tanti significati di "Leila della tempesta", spettacolo di Alessandro Berti, prodotto da Casavuota, in programma sabato 26 ottobre, alle ore 21, al Refettorio Ambrosiano di piazza Greco a Milano.
Tratto dall'omonimo libro di Ignazio De Francesco, "Leila della tempesta" è il resoconto di quattro anni di incontri avvenuti all'interno del carcere di Bologna con detenuti e detenute di lingua araba. Tra le numerose storie e i diversi personaggi emerge la figura di una ragazza tunisina, Leila, interpretata da Sara Cianfriglia, con la quale nascono spunti di riflessione particolarmente interessanti come: la fede religiosa, il rapporto tra la Sharia e la legge costituzionale, sia italiana sia tunisina e l'importanza della detenzione quando quest'ultima si propone come momento di analisi interiore piuttosto che come un intermezzo di noia sedata.
Spettacolo di Alessandro Berti, con Sara Cianfriglia e Alessandro Berti
una produzione Casavuota con la collaborazione di Unedi Roma, Associazione Ca'Rossa Bologna, I teatri del sacro Roma, Edizioni Zikkaron Reggio Emilia e l'aiuto di Caterina Bombarda e Maurizio Sangirardi. Lo spettacolo viene proposto in occasione della XVIII Giornata del dialogo cristiano-islamico, programmata per domenica 27 ottobre. La partecipazione alla serata è a ingresso libero sino a esaurimento posti. È consigliato iscriversi all'incontro inviando una mail all'indirizzo
- Roma. Da Sordi ai detenuti-attori di Rebibbia: il carcere è (anche) set cinematografico
- Paliano (Fr). Il segno della Croce dei detenuti
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