di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 24 ottobre 2019
L'aggiunto Prestipino e la sentenza della Cassazione: "Ora c'è un nuovo verdetto, ma la corruzione resta la vera emergenza criminale della Capitale". "Mafia capitale" non era mafia, ha stabilito la Corte di Cassazione, e la Procura di Roma ha perso la sua scommessa. Ma il procuratore aggiunto Michele Prestipino, che da maggio guida l'ufficio in qualità di capo "facente funzioni", rifugge da questa logica. "Non era una scommessa, e la nostra ricostruzione giuridica sull'associazione criminale di Massimo Carminati e Salvatore Buzzi è stata condivisa dalla Procura generale che ha presentato appello dopo la sentenza del tribunale e dalla Procura generale della Cassazione che ha chiesto la conferma delle condanne inflitte in secondo grado. E prima ancora c'erano stati il giudice che ha concesso gli arresti, il tribunale del Riesame e la stessa Cassazione che respinse i ricorsi cautelari".
Poi però è arrivata la bocciatura, senza nemmeno il rinvio a nuovi giudici. Dunque la vostra impostazione era un azzardo?
"Niente affatto. Anche perché la stessa Cassazione dal 2015 fino al marzo scorso ha ribadito con diverse pronunce l'esistenza delle "piccole mafie" slegate dal controllo del territorio. Ora c'è questo nuovo verdetto, e dalle motivazioni scopriremo se è stato messo in discussione quel principio giuridico oppure se, come ritengo più probabile, si è ritenuto che in questo caso specifico non ci fossero i presupposti per applicarlo".
Sta dicendo, nonostante la secca smentita, che non avete sbagliato niente?
"Sto dicendo che per scoprire se e dove abbiamo sbagliato dobbiamo leggere quello che scriverà la Cassazione. Dopodiché ci adegueremo e faremo le nostre valutazioni. Ma io rivendico il lavoro fatto, che grazie al prezioso sforzo investigativo dei carabinieri del Ros, ha comunque scoperto e smantellato un sistema criminale che, al di là della qualificazione giuridica, era penetrato in maniera importante in alcuni settori dell'amministrazione comunale di Roma".
Ma era corruzione, non mafia. Non è una differenza da poco.
"A parte il fatto che per noi il "mondo di mezzo" era un unicum non esportabile ad altre situazioni e realtà, vorrei fare due precisazioni a nome mio e dell'ufficio che rappresento. La prima: non ci rassegniamo all'idea che la corruzione, diffusa e capillare, venga considerata come un fattore fisiologico nelle dinamiche amministrative di questa città. Invece resta la vera emergenza criminale di Roma, una componente gravissima che ne inquina e compromette il tessuto sociale e le possibilità di sviluppo economico".
La seconda precisazione?
"Con questa sentenza la Cassazione non ha detto che a Roma non c'è la mafia o non ci sono mafiosi, ma solo che a quel particolare sodalizio non si può addebitare il metodo mafioso. Restano altri gruppi autoctoni, qualificati come mafiosi con sentenze a volte definitive e altre ancora provvisorie, dai Fasciani, agli Spada ai Casamonica e altre organizzazioni. E pure su questo fronte la Procura di Roma non si rassegna".
A che cosa?
"Al paradigma secondo cui per riconoscere il metodo mafioso si debba ricorrere al "criterio etnico": in presenza di siciliani, calabresi o campani c'è, altrimenti no".
Quindi continuerete con le "interpretazioni evolutive" in materia di mafia?
"Non interpretazioni evolutive, ma stretta e rigorosa applicazione di ciò che dice l'articolo 416 bis e che la Cassazione conferma da cinque anni. L'assoluta particolarità del Mondo di mezzo non era di essere una "piccola mafia", bensì l'ipotesi che l'intimidazione derivante dal vincolo associativo potesse avvenire anche con il controllo di un ambiente sociale, come alcuni settori dell'amministrazione comunale. Ora vedremo che cosa dirà, su questo punto, la Cassazione".
C'è chi dice che lei e il procuratore Pignatone, forti delle esperienze siciliane e calabresi, avete esagerato.
"Non capisco in che cosa. Il codice penale è sempre lo stesso, a Palermo come a Reggio Calabria e a Roma. Sono diverse le realtà locali, e sono diverse le mafie".
La vostra inchiesta creò un terremoto politico per via dell'ipotesi mafiosa, che ora è caduta.
"Credo che questa Procura abbia dimostrato di svolgere indagini senza preoccuparsi delle ricadute politiche e di chi avrebbero coinvolto. Noi verifichiamo notizie di reato, a volte chiediamo di fare i processi e molte altre volte archiviamo; poi nei processi i giudici molte volte ci danno ragione e a volte no, anche nello stesso procedimento, come in questo caso. È il nostro lavoro, che di certo non ha finalità politiche".
di La. A.
Il Sole 24 Ore, 24 ottobre 2019
I delitti omissivi, come per i versamenti di ritenute ed Iva, hanno natura di reato istantaneo e si perfezionano alla scadenza del termine previsto. Sotto il profilo dell'elemento soggettivo non occorre il fine di evasione poiché sono punibili per dolo generico, ossia per la consapevolezza di non versare all'erario le imposte dichiarate e dovute alle previste scadenze.
Spesso, l'omissione è la conseguenza di una crisi di liquidità dell'azienda. Secondo la Suprema Corte, può escludersi la responsabilità, solo dimostrando l'assoluta impossibilità di adempiere al pagamento del dovuto e, a tal fine, occorre provare la non imputabilità all'imprenditore della crisi economica e di non aver potuto fronteggiare la crisi attraverso altre misure (finanziamenti ed esposizione anche personali, crediti, eccetera).
Va data prova che non sia stato altrimenti possibile reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a consentire il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il patrimonio personale dell'imprenditore.
Non è sufficiente, a tal fine, sostenere che, con il mancato versamento del dovuto, è stato evitato il fallimento, ossia un dissesto anche maggiore, poiché i pagamenti a taluni creditori secondo un programma per la salvaguardia dell'azienda, palesano l'esistenza di disponibilità finanziarie destinate in violazione di precisi obblighi di legge (tra le ultime Cassazione penale 42856/2019, 36378/2019).
Da evidenziare, in ogni caso, che il reato di omesso versamento di ritenute non è punibile se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il debito tributario, comprese sanzioni e interessi, è estinto mediante integrale pagamento del dovuto, anche attraverso conciliazione, adesione o ravvedimento operoso.
Ricorre, quindi, la non punibilità se il contribuente: corrisponde le somme dovute beneficiando del ravvedimento operoso; esegue il pagamento a seguito dell'avviso bonario dell'agenzia delle Entrate; esegue il pagamento a seguito della ricezione della cartella da parte di Equitalia/agenzia delle Entrate-Riscossione. Ove l'interessato abbia avviato un piano di rateazione, ai fini della non punibilità occorre l'integrale pagamento entro la dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Se all'apertura del dibattimento di primo grado il debito tributario è in corso di rateazione, è concesso un termine di tre mesi per eseguire i residui versamenti. Il Giudice ha poi la facoltà di prorogare tale termine di ulteriori tre mesi.
lavocedigenova.it, 24 ottobre 2019
Il Consigliere regionale di Linea Condivisa: "Liguria ultima, chiediamo che la discussione sia portata in consiglio regionale". La proposta di legge per l'istituzione anche in Liguria (ultima regione italiana) del Garante dei Detenuti continua a restare ferma in Prima Commissione, nonostante siano stati votati con parere favorevole tutti gli articoli, mentre resta in sospeso quanto disposto in merito alla copertura finanziaria.
"È la prima volta che un fatto simile accade in questa legislatura. Anzi, sembra addirittura trattarsi di una prima volta in assoluto, nella storia dell'Assemblea Legislativa della Liguria - dichiara il capogruppo di Linea Condivisa Gianni Pastorino, primo proponente della proposta di legge in oggetto -. Abbiamo inviato una lettera di sollecito 8 giorni fa. Eppure non si è aperta un'ulteriore interlocuzione sulla questione del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive.
I tempi di questa giunta sono lunghissimi, quando si tratta di materie che non le interessano. Nel frattempo la situazione negli istituti correzionali purtroppo peggiora: è solo di 2 giorni fa la notizia di un suicidio nel carcere di Marassi - spiega Pastorino -. Detenuti e guardie carcerarie vivono una condizione di forte difficoltà, nell'unica regione italiana che ancora non ha istituito questa fondamentale figura di garanzia. Di cui, evidentemente, c'è bisogno".
"Tutto rimane fermo per volontà del governo regionale a trazione leghista che, indispettito dal sostegno alla PdL di una parte del centrodestra, si appiglia a uno specioso cavillo circa la copertura finanziaria del provvedimento - puntualizza Pastorino -. E allora facciamo due conti: il governo regionale cavilla per un incarico che costerebbe 1/3 della retribuzione annua di un solo consigliere regionale. Peraltro, questa è la giunta che non ha voluto ridurre gli emolumenti proprio dei consiglieri regionali, bocciando l'unica proposta, la nostra, presentata in proposito".
"Tutte le altre regioni italiane, invece, hanno provveduto. Comprendendo che il Garante dei Detenuti sia una figura necessaria, che assicura un alto livello di intervento e capacità di mediazione fra istituti di pena, detenuti, polizia penitenziaria e associazioni che svolgono attività volontarie nelle carceri. Un'azione che varrebbe molto più di quanto costi - conclude Pastorino -. La giunta di centrodestra tiene un atteggiamento sbagliato e inopportuno, che ancora una volta conferma l'approccio negativo, in particolare della Lega, su determinate tematiche. A questo punto chiediamo che la discussione sia portata in consiglio regionale, senza se e senza ma, affrontando a viso aperto il voto con la stessa chiarezza e trasparenza che ha caratterizzato tutti gli altri provvedimenti".
democraziasolidale.it, 24 ottobre 2019
Promuovere azioni per il reinserimento sociale dei detenuti significa sicurezza per la società e integrazione per le persone. Su questa base comune di lavoro si è svolto il primo incontro tra Carmelo Cantone, nuovo Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise e Paolo Ciani, capogruppo di Democrazia Solidale alla Regione Lazio.
Un confronto nel quale sono stati trattati i temi centrali su cui Regione e Provveditorato lavorano quotidianamente in una realtà amministrativa e detentiva complessa come quella del Lazio: 14 istituti penitenziari presenti sul territorio, 2 reparti ospedalieri per detenuti, 5residenzeper l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), oltre 6500 persone detenute che rappresentano il 10% del totale in Italia (quasi 61 mila al 30 settembre 2019).
Nell'incontro sono stati affrontati molti temi: la necessità di armonizzare le procedure con le Asl del territorio in cui si trovano gli istituti penitenziari, la salute mentale di un numero crescente di detenuti, le condizioni di operatività del personale di Polizia penitenziaria e dell'area civile, l'idea di creare una rete tra le varie competenze della Regione in materia di formazione, lavoro e scuola insieme all'amministrazione penitenziaria.
Il confronto ha messo al centro alcuni punti nevralgici della situazione delle carceri, grazie anche alle specifiche competenze dei due rappresentanti di Regione e Provveditorato. Paolo Ciani, già volontario nelle carceri del Lazio per lunghi anni, come vicepresidente della Commissione Sanità e Affari Sociali della Regione ha proposto diversi emendamenti che sono stati inseriti nel Piano sociale regionale, riguardanti l'attivazione dell'Osservatorio salute in carcere, il potenziamento di progetti su giustizia riparativa e mediazione penale. Carmelo Cantone è stato direttore in diversi istituti italiani, tra i quali Rebibbia Nuovo Complesso a Roma, poi Provveditore regionale in Toscana e in Puglia-Basilicata.
Dallo scorso anno, Ciani sta conducendo una serie di visite in alcune carceri del Lazio (Viterbo, Latina, Rebibbia Nuovo Complesso, Rebibbia Femminile e Regina Coeli) e nelle Rems di Palombara Sabina e Ceccano. L'incontro con il rappresentante del provveditorato è un passo importante per una collaborazione sinergica tra le due amministrazioni.
di Andrea Magagnoli
Il Sole 24 Ore, 24 ottobre 2019
Corte di Cassazione - Sezione V - Sentenza 12 settembre 2019 n. 37848. La corte di cassazione con la sentenza n.37848/2019 pone il principio di diritto per il quale in ogni caso di reato di bancarotta fraudolenta si sia in presenza di una responsabilità dell' amministratore di diritto. Il caso di specie trae origine dalla sentenza di condanna della corte di appello, a carico dell'imputata per il reato di bancarotta fraudolenta, contestato nel corso di un fallimento a seguito dell' accertamento di alcune condotte fraudolente sulle scritture contabili dell' impresa. Il reato era stato contestato sulla base dell' inerzia e dell' omesso controllo in ordine a condotte che avevano avuto ad oggetto le scritture contabili dell' impresa, le quali erano state fatte oggetto di alterazione da parte di coloro che effettivamente gestivano l' attività aziendale.
Tali condotte era state tali da determinare una modificazione illegittima delle scritture contabili, così da non potere consentire la comprensione degli affari dell' impresa.
L' imputata era stata condannata da parte dei giudici di merito per la sua funzione di amministratrice di diritto dell' impresa della quale era stato dichiarato il fallimento, pertanto deducendo un evidente illegittimità della decisione dei giudici di merito, ricorreva in cassazione chiedendo la riforma della sentenza.
Il legale dell'imputata infatti rappresentava nell' atto introduttivo del giudizio di legittimità, il difetto di uno dei presupposti per la configurazione del reato, insisteva infatti il difensore che nel caso di specie difettasse in maniera evidente la condotta prevista dalla normativa per la configurazione del reato di bancarotta fraudolenta, non potendosi ad ogni modo inferire in via automatica una responsabilità penale dalla semplice posizione di amministratore di diritto dell' impresa fallita.
Il procedimento dopo aver compiuto il proprio corso veniva deciso da parte dei giudici della corte suprema di cassazione con la sentenza qui in commento.
La decisione si presenta come piuttosto interessante, in relazione alla delicata questione dell' applicabilità del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale sotto il punto di vista della diverse posizioni soggettive, ed in particolare in relazione al valore della stessa in relazione alla configurabilità della responsabilità penale.
In altri termini a quali posizioni soggettive sarà applicabile il reato di bancarotta fraudolenta, ed in particolare essa potrà venire applicata alla figura dell' amministratore di diritto che di fatto non compie alcun atto di gestione della realtà aziendale.
I giudici della corte suprema di cassazione con la sentenza n.37848/2019 giungono ad una soluzione che vede un ampliamento della responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta.
I giudici della corte suprema di cassazione osservano nella motivazione della sentenza come dalla semplice posizione di amministratore di diritto di un impresa derivino conseguenza giuridiche ben precise in ordine ad eventuali responsabilità penali.
In particolare, osservano gli ermellini, all'amministratore di diritto in ogni caso compete una responsabilità per la corretta gestione della contabilità dell' azienda, il cui esercizio deve sempre essere oggetto di rigoroso controllo da parte dell'amministratore di diritto dell'impresa indipendentemente dal fatto che l' attività aziendale venga di fatto gestita da altri soggetti.
Nel caso in cui l'amministratore di diritto non osservi con rigore tale obbligo, impedendo o comunque limitando le condotte illecite poste in essere nei confronti delle scritture contabili dell' impresa, quest' ultimo sarà ad ogni modo responsabile per le alterazioni poste in essere anche da parte di altri soggetti che abbiano effettuato azioni di falsificazione della documentazione dell' azienda oggetto del fallimento.
La condanna dell'imputata pertanto si presentava come del tutto legittima, dato che i giudici di merito avevano correttamente applicava il dettato normativo vigente ed in particolare il reato di bancarotta fraudolenta.
altarezianews.it, 24 ottobre 2019
In merito al bando emesso dal Comune di Sondrio per la selezione di un "Garante per il diritti delle persone limitate nella libertà personale", andato a vuoto per la terza volta, Rita Bernardini, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito ha rilasciato la seguente dichiarazione:
"Per la terza volta consecutiva è andato deserto il bando comunale per l'elezione del locale Garante dei detenuti. Conosco a Sondrio sicuramente una persona che ben potrebbe svolgere questo importantissimo ruolo a tutela delle persone private della libertà, ma che non può nemmeno presentare la candidatura perché fra i requisiti è richiesta la laurea... che lui non ha. Si tratta di Giuliano Ghilotti che per dedizione e impegno sul fronte dei diritti umani certamente sarebbe la persona giusta al posto giusto. Tanto più che il titolo di laurea non è previsto nemmeno per l'elezione del Garante Nazionale.
La legge nazionale istitutiva di questa fondamentale figura istituzionale, infatti, prevede genericamente che egli (il Garante) sia scelto tra persone non dipendenti delle pubbliche amministrazioni, che assicurino indipendenza e competenza nelle discipline afferenti la tutela dei diritti umani. Basterebbe una piccola modifica del "Regolamento sul Garante" per sciogliere una situazione impantanata da tempo. Lo "sblocco" potrebbe magari anche invogliare altri, finora silenti, a entrare in corsa insieme a Ghilotti."
Sulla vicenda Giuliano Ghilotti, ha dichiarato: "Appare, a questo punto, opportuno un intervento di modifica dell'art. 3 del Regolamento per il Garante" da parte del Consiglio Comunale, al fine di allargare la platea dei candidati ai possessori di diploma, anziché necessariamente di laurea, per un incarico delicato e impegnativo da svolgere a titolo completamente gratuito. Al verificarsi dell'eventuale modifica regolamentare avanzerei la mia candidatura anche al fine di favorirne di altre e migliori della mia".
di Milena Castigli
interris.it, 24 ottobre 2019
Progetto "Legalità" della Caritas; si occupano di pulizia, giardinaggio, manutenzione. Cinque detenuti del carcere di contrada Cavadonna lavoreranno in due licei siracusani. L'intesa sarà siglata questa mattina giovedì 24 ottobre, alle ore 10, al liceo classico "Tommaso Gargallo" di via Luigi Monti a Siracusa. Attività di lavoro di pubblica utilità che vedrà impegnati i detenuti al liceo scientifico "Einaudi" e al liceo classico "Gargallo". I detenuti si occuperanno di pulizia, giardinaggio, piccoli lavori di manutenzione. L'accordo rientra nell'ambito del progetto "Legalità" promosso dalla Caritas diocesana. Alla firma presenziano il direttore del carcere, Aldo Tiralongo, il direttore dell'Ufficio esenzione penale esterna, Stefano Papa, il direttore della Caritas, don Marco Tarascio e le dirigenti scolastiche, Maria Grazia Ficara e Teresella Celesti, che spiegheranno ai giornalisti le finalità del progetto.
di Cristian Casali
cronacabianca.eu, 24 ottobre 2019
Un progetto realizzato all'interno della Casa circondariale "Dozza" di Bologna, anche grazie alla collaborazione dell'ufficio del Garante regionale dei detenuti. Un confronto sulle religioni tra i detenuti della Dozza, anche per individuare strumenti utili al successo del percorso rieducativo: Religioni per la cittadinanza è un progetto sul dialogo multiculturale rivolto agli studenti del Centro per l'istruzione degli adulti metropolitano di Bologna (Cpia), realizzato nel biennio 2018-2019 con la collaborazione dell'ufficio del Garante regionale dei detenuti e della direzione del carcere. Al programma hanno partecipato 34 detenuti (italiani, tunisini, marocchini, pakistani, romeni, algerini, bosniaci, colombiani, ghanesi, nigeriani e portoghesi), che si sono confrontati con esperti di religione, costituzionalisti, sociologi, antropologi e psicologi sociali.
Il report di questa esperienza (edito dalla Regione Emilia-Romagna) verrà presentato venerdì mattina 25 ottobre nella sala Poggioli di viale della Fiera 8 a Bologna (l'incontro è programmato dalle 9.30 alle 13.30). Durante la giornata verranno anche proiettati estratti del docufilm Nel bene nel male. Dio in carcere, realizzato dal documentarista Lorenzo K. Stanzani, che racconta le esperienze della classe coinvolta nel progetto.
"Questo progetto - ha spiegato il Garante regionale delle persone private della libertà personale Marcello Marighelli- rivela come l'interrogarsi insieme sulle contraddizioni del rapporto con l'altro in una comunità plurale di fedi e di culture sia il modo migliore per cercare la cooperazione delle persone a un'esperienza educativa, che aiuti a superare la rottura con la legalità e l'adesione a comportamenti criminali".
Obiettivo dell'iniziativa è anche quello di comprendere il ruolo delle religioni all'interno delle strutture carcerarie, in particolare nella casa circondariale Rocco D'Amato di Bologna. L'importanza di intervenire in questo campo è segnalata dalle cifre: da un censimento del 2018 si rileva che sul totale dei circa 58mila detenuti nelle strutture italiane quasi 20mila sono stranieri, di cui più di 12mila provengono da paesi tradizionalmente di religione musulmana, di questi almeno 7mila sarebbero praticanti.
Religioni per la cittadinanza nasce come naturale continuazione e sviluppo della precedente edizione "Diritti, doveri, solidarietà", un progetto di dialogo tra culture e costituzioni realizzato nel triennio 2014-2016, che, grazie alla pubblicazione di due report (editi sempre dalla Regione Emilia-Romagna) e del docufilm Dustur di Marco Santarelli, ha fatto conoscere in Italia e all'estero un efficace modello d'intervento educativo, fondato sull'approccio interculturale.
Il programma dell'evento:
Alle 9.30 sono previsti gli interventi introduttivi della presidente dell'Assemblea legislativa regionale Simonetta Saliera, del cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, del provveditore dell'Amministrazione penitenziaria della regione Emilia-Romagna e delle Marche Gloria Manzelli, del direttore dell'Ufficio scolastico regionale Stefano Versari e della direttrice della casa circondariale di Bologna Claudia Clementi.
Seguiranno, alle 10.00, gli interventi a presentazione del progetto dei coordinatori Ignazio De Francesco (ideatore del laboratorio, che esporrà i dati e premesse teoriche) e Maria Caterina Bombarda (che traccerà un bilancio della realizzazione).
Alle ore 11.00, per approfondire la complessità dei temi emersi, interverranno Yassine Lafram (presidente nazionale dell'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche), Piero Stefani, Marcello Matté, Massimo Ziccone e Maria Inglese. Alle 13.00 la giornata si concluderà con i contributi del dirigente scolastico del Cpia metropolitano Bologna Emilio Porcaro e del garante regionale delle persone private della libertà personale Marcello Marighelli.
di Paolo G. Brera
La Repubblica, 24 ottobre 2019
"Bravo dottor Filippo Rigano", gli stringono la mano e l'abbracciano. Tesi di laurea in Diritto costituzionale, "Sopra la Costituzione... l'ergastolo ostativo: per chi ha sete di diritti", e giù 139 pagine d'accusa per la "condanna infame" che gli ha tolto il sonno e cancellato il futuro.
Bravo Filippo l'ergastolano: da ieri l'uomo del clan con la seconda elementare, a 63 anni, è dottore in Giurisprudenza con "110 e lode"".
Cin cin! con l'aranciata, in carcere niente bollicine. Poche ore prima che arrivasse la notizia che l'ergastolo ostativo inizia a scricchiolare, nella sala del teatro di Rebibbia l'ex mafioso del clan Santapaola entrato in cella 26 anni fa - e mai un piede fuori se non al capezzale della mamma - era circondato dai chiarissimi professori dell'università di Tor Vergata e dai compagni di sventura dell'Alta sicurezza, dalla moglie Giuseppina "che da 26 anni aspetta il mio ritorno a casa" e dalle figlie "Venera e Cristina, la mia forza per andare avanti".
Lo ha detto mille volte, alle tutor Cristina Gobbi e Marta Mengozzi che gli hanno portato l'università dietro le sbarre, che avrebbe fatto volentieri "un'altra vita, se non fossi nato in un contesto in cui non c'erano molte alternative". Filippo lavora duro, dietro le sbarre. Fa l'imbianchino, ha ridipinto mezza Rebibbia, e studia "con grandissimo impegno e ottimi risultati".
"Ora speriamo che la Corte costituzionale consegni alla Storia la brutta pagina dell'ergastolo ostativo e dia anche a lui la possibilità di essere valutato per il reinserimento sociale", dice il Garante dei detenuti del Lazío, Stefano Anastasia. Lui li ha contati, i giorni e i minuti trascorsi in cella. Avrebbe potuto accorciarli ma non si è "pentito": "Collaborare in alcuni contesti equivale a mettere a rischio la vita propria e dei propri cari", scrive nella tesi.
Li ha contati: "324 mesi, 851.472.000 secondi. Avrei potuto pensare 851 milioni di volte di suicidarmi, ma non l'ho fatto". Ha scelto invece "di scrivere questa tesi sulle pene ostative perché vivo tutti i giorni sulla mia pelle la tragedia insita in questa pena. Benvenuti nel "regno del diavolo". Quando la pena e il penare sono eterni, evocare l'inferno non è esagerato".
Nella tesi, passato e vittime non compaiono. C'è l'incubo del presente: "Questa pena mi costringe tutti i giorni a pensare che cosa ne sarà di me? Come finirà la mia vita? Morirò qui dentro? Mi perseguita". "In tutti questi anni mi sono dato da fare per ricostruirmi. Mi sono messo in gioco per dimostrare che ero in grado di fare cose buone".
Gli studi, il lavoro, "ho maturato l'idea di guardare al futuro da un punto di vista che doveva tenere conto dei miei errori del passato, delle mie condotte illecite. Non sono più un ragazzino. Per la lunga detenzione non ho potuto crescere le mie due figlie, allevate da mia moglie". La laurea, il riscatto. Il diritto, dove c'era solo violenza. Il futuro, forse.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 24 ottobre 2019
"Fortezza", spettacolo teatrale ispirato al "Deserto dei Tartari" di Dino Buzzati, realizzato con i detenuti della casa di reclusione di Civitavecchia "è divenuto un film perché - spiega la regista Ludovica Andò - sentivo forte la frustrazione di non poter raccontare all'esterno quel miracoloso processo di trasformazione interiore che spesso ho visto attivarsi negli uomini che ho incontrato nei miei laboratori".
Ludovica Andò lavora da molti anni come regista e autrice in contesti di disagio sociale e da dieci negli Istituti penitenziari di Civitavecchia. A dirigere con lei la versione cinematografica di "Fortezza", proiettata in anteprima oggi nella casa di reclusione di Civitavecchia e in programma il 25 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, Emiliano Aiello, regista, ricercatore e autore sensibile alle tante variabili della diversità (è autore Sogno di Omero, viaggio nei sogni dei ciechi dalla nascita).
"Ma, in realtà - precisa la regista - coautori sono anche i detenuti perché lo hanno arricchito con i loro contributi. In genere, se si affrontano testi classici in carcere, si cerca un coinvolgimento dei detenuti su argomenti in cui si riconoscono. Quando ho cominciato a lavorare per lo spettacolo teatrale, ho iniziato a portare i grandi temi del libro, come il tempo, l'abitudine, gli spazi. Temevo che il testo fosse un po' ostico, invece ho riscontrato subito una grande adesione".
Nella scrittura della sceneggiatura sono stati coinvolti tutti gli ottanta detenuti presenti nell'istituto mentre dieci sono gli interpreti. Protagonista del capolavoro di Buzzati, Drago è interpretato da tre personaggi, ognuno con un percorso proprio: la prospettiva del nemico, l'ostacolo della burocrazia, il disagio mentale. Quanto alla location, la casa di reclusione di Civitavecchia, con i suoi passaggi, i cortili e i camminamenti, racchiusi tra imponenti mura ottocentesche che si affacciano sull'area portuale è stata l'interprete ideale della Fortezza Bastiani.
Il tempo è uno dei temi più sentiti nel film: "un tempo che da vuoto può acquisire un senso" come dice Marco, uno dei protagonisti, nel monologo che chiude lo spettacolo e che, non a caso, è stato scelto per iniziare il film: "Qui il tempo non corre. Qui il tempo è spazio per te stesso, per guardarti dentro...".
"Un altro tema interessante emerso è quello della recidiva - aggiunge Ludovica Andò - C'è un momento del libro di Buzzati in cui Drago va in licenza ma si sente ormai estraneo alla sua vita precedente e torna prima alla Fortezza perché attratto dai suoi ritmi immutabili. È un episodio assimilato alla storia vera di un detenuto che racconta le difficoltà del riadattamento a un contesto esterno e l'attrazione per un'istituzione protettiva con le sue regole e abitudini radicate".
Prodotto da Compagnia Addentro/Associazione Sangue Giusto in collaborazione con CPA - Uniroma 3 e il supporto della Regione Lazio, il film è stato realizzato grazie a una virtuosa collaborazione tra i vari partner, ognuno dei quali ha messo a disposizione, a seconda dei propri mezzi, risorse umane, tecniche o economiche. "Tra i vari sostenitori - sottolinea Ludovica Andò - l'ASL 4 che ha così riconosciuto il ruolo importante in termini di prevenzione e trattamento del disagio svolto dalla nostra associazione con progetti destinati a detenuti in osservazione psichiatrica".
- Lanciano (Ch). La coppa Disciplina alla squadra dei detenuti
- "Sociologia del carcere", di Francesca Vianello
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- Turchia. La tortura dell'isolamento per gli avvocati invisi al regime
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