di Ranieri Razzante*
La Notizia, 25 ottobre 2019
Una brutta pagina della storia giudiziaria italiana. Bisogna trovare il coraggio di dirlo. Una sentenza che ci riporta indietro di decenni, confida apertamente qualche operatore della legge. Un organo costituzionale va rispettato, ma si può non condividere ciò che fa.
Non era obbligata, la Corte, ad uniformarsi alla Corte di Giustizia europea, che qualche giorno fa aveva improvvidamente deciso in senso analogo. Corre sempre l'obbligo dello studio della pronuncia. Pure quello di riconoscere - ci mancherebbe - diritto di difesa e condizioni carcerarie degne. Ma a tutto c'è un limite.
Basterebbe solo ricordare quando venne introdotta la misura "incostituzionale". Era il 1992. I giudici Falcone e Borsellino coinvolti in due attentati feroci. Lo Stato decideva allora di intervenire in maniera vigorosa, e tra diverse misure introduceva l'ergastolo ostativo. Nessun premio di buona condotta per i boss mafiosi, a meno che non collaborino con la giustizia.
Ora, invece, le cose cambieranno a seguito della declaratoria di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale. Tra i diritti delle vittime e quelle dei detenuti sono stati preferiti i secondi. È vero, diranno i garantisti, la pena non ha funzione retributiva nel nostro ordinamento. Ed è questo anche un punto forte dell'argomentazioni delle due Corti. Vale sempre porre al primo posto il rispetto della dignità umana.
Certo. Ma, il rispetto della dignità umana, sancito dall'art. 1 della Cedu, non può garantire solo una parte. Ci sono anche coloro che hanno subito perdite e violenze da quella "parte", che è in carcere proprio per quei motivi. Soprattutto, ciò che uno Stato dovrebbe assicurare è l'integrità psichica degli onesti, pure tutelata dalla Cedu all'art. 3.
E non dimentichiamoci, su tutti, di quella dei testimoni di giustizia. Per i collaboratori, poi, è a rischio anche l'integrità fisica. Sul piatto della bilancia pesano le vite di molte persone da "proteggere" dagli ergastolani mafiosi.
Il tanto (ab)usato - in questi casi - art. 3 della Costituzione sul principio di uguaglianza tra i cittadini sembra operare a senso unico. Con i permessi premio, infatti, è concessa la possibilità ai detenuti di tornare in libertà per un limitato periodo per "coltivare interessi affettivi, culturali e di lavoro". Un ritorno, quindi, anche alla realtà associativa dalla quale l'ergastolano ostativo non ha mai preso le distanze ed alla quale può riprendere a fornire istruzioni.
Che le argomentazioni a favore dell'abolizione del "fine pena mai" per i mafiosi non siano così pacifiche, come al contrario pontificano alcune associazioni, si evince dal vivace dibattito sollevato dalle decisioni in commento. Anche il mondo della magistratura è spaccato. La stessa Consulta ha esteso la sentenza con 7 giudici contrari contro 8 favorevoli. Uno scarto da nulla. Cosa dire dei rischi di intimidazioni ai magistrati per ottenere i premi ai detenuti?
O, nelle ipotesi "meno gravi", dei pericoli di episodi corruttivi? Ci sono già, ricordiamo, delle garanzie anche per i detenuti a pena perpetua ostativa: la grazia del Presidente della Repubblica e la sospensione dell'esecuzione per motivi di salute. Non solo. Gli ergastolani possono avere la possibilità di lavorare, attraverso l'inserimento in programmi mirati.
L'altra possibilità è ovviamente quella di diventare collaboratori (tema comunque insidioso); in questo caso viene de facto superata la presunzione di pericolosità sociale che impedisce la concessione di premi. I giudici dei Tribunali di sorveglianza dovranno valutare "caso per caso". Ma con quale criterio? E se concederanno un permesso a determinate condizioni, non creeranno un precedente potenzialmente pericoloso per casi simili?
Dalla pronuncia della Corte due effetti sono sicuri: disordine interpretativo e grossi pericoli per l'ordine pubblico. A seguire, non meno importanti, meno tutele per le vittime, più armi per gli avvocati difensori, speranze per i clan di mantenere la guida delle cosche. Francamente, non se ne sentiva il bisogno.
*Giurista esperto di terrorismo
di Lorenzo Tosa
generazioneantigone.it, 25 ottobre 2019
Da una parte la civiltà che faticosamente abbiamo costruito negli ultimi 150 anni; dall'altra il furore giustizialista che nell'ultimo decennio abbiamo accarezzato, agitato, sdoganato. Due mondi. Due visioni contrapposte che, mai come oggi, sono destinate a spaccarsi attorno all'ergastolo ostativo, ovvero una forma estrema di detenzione a vita che non prevede sconti di pena, né alcun genere di premialità e permessi. Il famigerato "Fine pena mai", per intenderci.
Inserita nel nostro ordinamento con la legge 356 del 1992, si tratta di una misura eccezionale concepita nel pieno della stagione delle stragi per scoraggiare i detenuti accusati di mafia che rifiutavano di collaborare con la giustizia. Secondo molti, tra cui il pm Nino Di Matteo e il Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, l'ergastolo ostativo, associato al carcere duro previsto dal 41bis, si è rivelato uno strumento decisivo nella lotta alla mafia. Con un solo piccolo (trascurabile, di questi tempi) dettaglio: l'ergastolo ostativo viola i più elementari diritti umani della persona.
E non lo diciamo noi, ma due diverse sentenze emesse nel giro di quindici giorni. Il 9 ottobre scorso la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha chiesto ufficialmente all'Italia di rivedere le proprie norme in materia poiché in palese violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani, la quale vieta espressamente "trattamenti e punizioni inumane e degradanti". Dello stesso segno un'altra, storica, sentenza con cui ieri la Consulta ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo. Logica conseguenza dell'applicazione della Costituzione italiana, che all'articolo 27, comma 3, recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Si rassegnino i teorici della ragione superiore, i razzisti giudiziari secondo cui esistono detenuti di serie A e detenuti di serie B, se ne facciano una ragione i garantisti a targhe alterne, i costituzionalisti della domenica: non c'è nessun passaggio o codicillo che escluda i mafiosi dal resto dell'umanità, che li retroceda ad "animali", a bestie, come vorrebbe il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
In particolare, il passaggio chiave è contenuto nel finale dell'articolo 27 e fa riferimento allo scopo ultimo e lo spirito più alto di ogni forma di reclusione: la rieducazione del detenuto. Esclusa non solo dall'ergastolo ostativo ma anche dall'ergastolo semplice, che nega formalmente (anche se non materialmente, al netto di premi e permessi) qualsiasi percorso di riscatto, ravvedimento e reinserimento della persona all'interno della società.
Se dal punto di vista strettamente giuridico la questione è chiusa, restano da sciogliere tutti i nodi legati all'effettivo, e innegabile, ruolo decisivo che l'ergastolo ostativo ha avuto negli ultimi 25 anni nella lotta e nel contrasto alla mafia e alla criminalità organizzata. Ed è qui che entra in gioco la politica, chiamata ad abbandonare un approccio ideologico per trovare un punto di caduta in grado di contemperare la lotta alle mafie e la tutela dei più elementari principi di rispetto dell'essere umano, attorno a cui abbiamo eretto una società civile, illuminista e progressista.
È facile? No, per nulla. Ma è questo che fa la politica, quella alta: non strizza l'occhio agli istinti più bassi dell'opinione pubblica, lasciandosi trascinare dalla corrente. Non contesta le sentenze, le applica. E lavora per costruire un'alternativa che riunisca le esigenze della giustizia con i cardini del diritto. Senza slogan, né facile demagogia. Non porterà voti o consensi, ma si corre il rischio di fare finalmente qualcosa di buono per questo Paese.
di Vittorio Feltri
Libero, 25 ottobre 2019
Molti giornali hanno ferocemente criticato la Corte costituzionale perché ha accolto le obiezioni dell'Europa contro il cosiddetto ergastolo ostativo. In sostanza i giudici della Consulta sostengono che anche i mafiosi e i terroristi, dopo aver scontato un cospicuo numero di anni in galera per reati gravissimi, debbano godere dello stesso regime premiale riservato a detenuti comuni. Il che consiste in pochi privilegi, per esempio giorni di vacanza fuori dalla prigione e riduzioni di pena finalizzate ad abolire la morte civile.
Provvedimenti saggi e in sintonia con i princìpi sanciti dalla Carta. Dove è allora il problema? Secondo vari commentatori abituati ad applicare alla giustizia il criterio di un tanto al chilo, i condannati per reati mafiosi devono restare in gattabuia vita natural durante e trattati a calci nel culo come se non fossero esseri umani. Costoro meritano di subire leggi speciali in contrasto col concetto che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Mentre un detenuto per reato di sangue, che magari ha ucciso moglie e figli, merita di uscire di cella alcuni dì, nonostante il succitato ergastolo, chi invece si è macchiato di un crimine di mafia è costretto a marcire dietro le sbarre per sempre. Perfino un idiota capisce che è sbagliato dividere i delinquenti tra gente di serie A e gente di serie B. I carcerati non sono diversi l'uno dall'altro, ed è necessario siano valutati alla stessa stregua. Considerare gli appartenenti alla onorata società esseri inferiori e meritevoli di torture sistematiche è qualcosa di vergognoso che contrasta con lo spirito costituzionale.
È vero che una condanna è una punizione, ma è altrettanto vero che essa deve puntare alla riabilitazione del recluso. Pertanto nessuno di quelli che sono dietro le sbarre può essere massacrato bensì posto in condizione di riabilitarsi. Mafioso o criminale comune che sia. Altrimenti la giustizia non è più tale, ma diventa una forma di vendetta sociale che non si concilia con la esigenza di recuperare gli uomini e le donne che hanno sbagliato.
di Beppe Lumia
antimafiaduemila.com, 25 ottobre 2019
Dalla "pericolosità assoluta" dei boss mafiosi si passa alla "pericolosità relativa" da valutare di volta in volta... Si apre una falla nella lotta alle mafie. Dopo la condanna della Corte di Strasburgo nei confronti dell'Italia che prevede nel suo ordinamento questa severa misura anche la Corte Costituzionale del nostro Paese ha emesso una sentenza di incostituzionalità dell'art 4bis comma 1 dell'Ordinamento Penitenziario nella parte in cui esclude dai vari benefici penitenziari, come i "permessi premio", i mafiosi condannati all'ergastolo che non hanno fatto la scelta di collaborare con lo Stato.
Si valuterà adesso caso per caso il loro comportamento in carcere e la presa reale di distanza dei mafiosi dall'organizzazione. Non lasciamoci fuorviare dall'antico dibattito tra garantisti e giustizialisti, semmai chiediamoci perché non sarà per niente semplice la nuova gestione dei benefici penitenziari? Perché era importante mantenere attivo l'ergastolo ostativo? L'esperienza di questi anni ci aiuta a capire meglio.
Vediamo un po':
1) Le Mafie sono una minaccia vitale per le nostre democrazie. Se non vengono fermate è la fine, perdiamo tutto compresi i diritti fondamentali e la libertà. Tale minaccia permane anche quando i mafiosi sono reclusi in carcere tanto che è necessario tenere in piedi sia il 4bis sia applicare l'altra misura rigorosa del 41bis che non lede nessun diritto umano ma è indispensabile per impedire ai mafiosi di comandare anche mentre sono detenuti e di comunicare con l'esterno per trasferire ordini, ad esempio su quale appalto truccare, chi punire, chi sottoporre ad estorsione e perché no quale politico votare...
2) L'appartenenza all'organizzazione mafiosa è da considerare pressoché "totalizzante". Una volta che si è "punciuti" non si può più lasciare l'organizzazione. Tranne che sei espulso, nel loro linguaggio "posato", oppure quando muori o perché ucciso o per decesso naturale. Ecco perché è necessario incentivare la rottura radicale attraverso la collaborazione con lo Stato, che è l'unico vero percorso per prendere sul serio le distanze dalle mafie...
3) I mafiosi inoltre utilizzano un codice comunicativo ambiguo, particolare ed unico: bugie fuori e verità solo dentro l'organizzazione mafiosa. Per cui prendere le distanze a parole e con falsi comportamenti gli viene facile visto che addirittura a cominciare da Riina e Provenzano ne hanno sempre negato addirittura l'esistenza. Così si spiega perché non si è preso in considerazione a differenza del terrorismo l'istituto della "dissociazione", proprio per evitare di essere facilmente raggirati con scelte farlocche di rottura da parte dei mafiosi...
4) I detenuti di mafia dentro le carceri non perdono mai il loro status di capi mafia. Anzi, utilizzano il carcere per continuare a dirigere le organizzazioni. Pensate che i boss condannati e reclusi vengono sostituiti all'esterno da reggenti perché il boss anche se bloccato in carcere rimane se capo nel suo ruolo apicale. La loro "buona condotta" non ha lo stesso valore dei detenuti comuni. Tant' è vero che appena escono ritornano immediatamente nella loro funzione di boss operativi...
5) I boss hanno sempre messo in testa alle loro priorità l'eliminazione di istituti normativi come l'ergastolo ostativo, il 41bis, il sequestro e la confisca dei beni e così via... Il carcere di per sé non ha mai messo paura ai mafiosi, queste norme invece li fanno impazzire di rabbia e per eliminarli sono pronti a tutto, per capire basta leggere la sentenza, ancora di primo grado, del Processo sulla Trattativa Stato-Mafia...
6) Le mafie sono in sostanza "un vero male radicale" di cui ci dobbiamo democraticamente liberare. Sono una vera e propria minaccia e sfida che la legislazione italiana del "Doppio Binario" avviata dal Pool Antimafia guidato da Caponetto e portata avanti da Falcone, e a cui ho dedicato tutto il mio impegno parlamentare completato oggi nel Codice Antimafia, deve essere difesa e mantenuta in vita senza aprire dei varchi pericolosi, anzi va promossa per orientare nella stessa direzione la legislazione e la giustizia europea.
Adesso? Non possiamo disconoscere che le mafie segnano un colpo a loro favore. Bisogna naturalmente rispettare la Sentenza della Corte Costituzionale e disciplinare e verificare con il massimo rigore, prima di riconoscere ai boss i benefici penitenziari, la loro certa e costante presa di distanza dall'organizzazione mafiosa.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
Maggioranza e opposizione uniti: niente benefici ai boss. Le critiche agli ermellini arrivano anche da Don Ciotti: "i primi ad avere una buona condotta in carcere sono i mafiosi. allora credo che dei paletti bisogna pur metterli".
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 25 ottobre 2019
Si scrive carcere e si legge inferno in terra. Le parole pronunciate ieri dal procuratore della Repubblica di Napoli Giovanni Melillo davanti alla Commissione parlamentare antimafia sulla situazione carceraria italiana fotografano perfettamente una situazione drammatica e esplosiva.
E se poi si puntano i riflettori su realtà come quella napoletana, allora si comprendono i motivi per i quali il nostro Paese continua a restare nel mirino della Corte europea dei diritti dell'uomo. Partiamo dunque dai numeri: i detenuti presenti nelle carceri italiane - il dato ufficiale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è aggiornato allo scorso settembre - sono 60.881. Con queste cifre ci si riempirebbe l'intero Stadio Olimpico di Roma.
Il tasso di affollamento ufficiale sfiora ormai un incremento del 120 per cento Sebbene siano calati i reati, nelle strutture carcerarie nazionali si registra qualcosa come diecimila reclusi in più. Il paradosso è che a fronte di una generalizzata diminuzione dei reati su tutto il territorio nazionale, le celle dei penitenziari continuano a gonfiarsi.
Sovraffollate, talvolta ai limiti del disumano e fatiscenti: questo è lo stato delle 231 carceri (divise in case di reclusione, circondariali, di sicurezza e mandamentali). I dati dello sfascio sono ben noti a tutti dal ministero della Giustizia ai vari osservatori per i diritti dei detenuti. In queste condizioni la convivenza tra detenuti crea non pochi problemi interni: non a caso sono in aumento le risse, gli scontri tra interi gruppi di provenienza geografica (e criminale), ma anchei suicidi. A dover fronteggiare queste quotidiane emergenze ci sono gli agenti della Polizia penitenziaria, spesso sotto organico e con un personale che ha un'età media di 40-50 anni.
In termini numerici la regione che conta più detenuti è la Lombardia (8.610), seguita a ruota da Campania (7.844), Lazio (6.528) e Sicilia (6.509). Mentre quella dove il tasso di affollamento è maggiore è la Puglia (160,5%), seguita dalla Lombardia (138,9%). Le uniche regioni virtuose sono la Sardegna e le Marche.
A far crescere esponenzialenete il numero dei reclusi ci pensano gli stranieri. La componente di nuovi detenuti non italiani è pari a circa il 35 per cento del totale. Ma i numeri, mai come in questi casi, vanno letti con attenzione e soprattutto contestualizzati realtà per realtà. Altrimenti non si spiegherebbe come la casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, continua a detenere il triste primato del sovraffollamento. E allora diamo uno sguardo ai "posti letto": a Poggioreale sono alloggiati in media dai 500 agli 800 detenuti in più di quelli che l'istituto potrebbe contenere (dipende dai periodi); e non va meglio anche nella seconda struttura partenopea, il penitenziario di Secondigliano, dove pure si segnalano presenze in esubero rispetto alla capienza ordinaria che sfiorano le 400-500 unità.
E allora restiamo su Napoli. Recentemente si sono verificati alcuni casi gravi, che denotano tra l'altro anche quanto complessa sia la macchina dell'organizzazione interna e delicato il lavoro della Penitenziaria. All'inizio di ottobre una quarantina di reclusi - in maggioranza napoletani - rifiutarono di tornare in cella dopo l'ora d'aria, barricandosi in un cortile per protestare contro la qualità del vitto e dell'assenza di segnale della pay tv che viene loro offerta dalla Curia di Napoli.
La protesta duò oltre un'ora. Qualche settimana prima accadde anche di peggio: due gruppi di reclusi, il primo composto da algerini e il secondo da italiani, tentò di scatenare una violentissima rissa (con tanto di spranghe e oggetti contundenti) evitata per un soffio solo grazie all'immediato intervento dei "baschi blu". Clamorosa fu poi l'evasione da Poggioreale - avvenuta l'ultima domenica di agosto - di Robert Lisowski, un 37enne polacco detenuto dal cinque dicembre in una cella del padiglione "Milano" in attesa di giudizio.
L'uomo riuscì a eludere tutti i controlli sgattaiolando sui tetti da un fibnestrone, subito dopo la messa celebrata nella chiesa interna alla struttura. Lisowski usè il più tradizionale dei metodi: annodò alcune lenzuola, che poi utilizzò per calarsi lungo l'alto muraglione di cnta del carcere. Venne catturato due giorni dopo, perché nella discesa si fratturò la caviglia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
L'ultimo caso a Brescia: "tagliati" oltre 2.000 fascicoli. Nella riforma del processo non dovrebbero esserci cenni di depenalizzazione. È una materia rimasta vergine, anche nel corso dell'intenso confronto svolto, con il guardasigilli Alfonso Bonafede, da avvocati e magistrati. Eppure l'ordine giudiziario, nel terreno di frontiera che è l'amministrazione quotidiana della macchina processuale, opta ormai da tempo per una depenalizzazione di fatto, preferita all'ipocrita megalomania della giustizia onnivora.
L'ultimo esempio viene dal distretto di Brescia, dove i vertici degli uffici hanno convenuto di dare assoluta priorità ad alcuni procedimenti. Innanzitutto a quelli per i quali la legge già prevede meccanismi accelerativi e, immediatamente dopo, ai giudizi penali relativi a illeciti di forte impatto per lo specifico contesto lombardo, legati dunque all'economia. Si è deciso, perciò, di considerare come "perdita inevitabile" la mancata definizione di altri procedimenti, destinati a finire prescritti nei successivi 24 mesi.
A darne notizia è stato il Corriere della Sera dieci giorni fa. E la notizia è di quelle destinate a far scalpore. Perché il contenuto implicito di simili linee guida è evidente: addio all'ipocrisia dell'azione penale obbligatoria. Addio al miraggio efficientista dei fascicoli messi tutti - fino a quello più bagatellare - sull'illusorio binario della definizione. Accettazione serena, e condivisa da pm e giudici, di una prescrizione che estingue una parte non piccola di procedimenti: circa 2.000 su 6.500 istruiti dai pm, nel caso specifico.
Ci sono due piani di lettura. Primo: la scelta compiuta negli uffici giudiziari della Corte d'appello di Brescia (di cui fanno parte anche i Tribunali di Bergamo, Cremona e Mantova) è solo la versione codificata di una prassi diffusissima. Nella gran parte dei grandi distretti già si assiste a una "selezione naturale indotta", per così dire: vengono lasciati sul binario morto della prescrizione tutti quei fascicoli che non sarebbe possibile trattare fruttuosamente. Inutile pretendere che la giustizia sia una catena di montaggio all'americana.
"La giurisdizione deve assicurare qualità, non un vuoto produttivismo", nella visione di Claudio Castelli, presidente della Corte d'appello di Brescia e tra i principali fautori delle linee guida insieme con Vittorio Masia, che presiede il Tribunale del capoluogo. Prima ancora che arrivi la riforma, è già arrivata la giurisdizione in carne e ossa. Superare l'ipocrisia dell'azione penale obbligatoria è oltretutto uno degli obiettivi dell'Unione Camere penali, che nel ddl costituzionale per il quale ha raccolto 72mila firme, e che ora è all'esame di Montecitorio, aveva previsto un'indicazione per via legislativa, cioè parlamentare, delle priorità nell'azione penale.
Il tema ha finito per essere il punto di caduta di molti dibattiti organizzati nel corso di questa settimana dalle Camere penali territoriali, in coincidenza con i cinque giorni di astensione dalle udienze proclamati dall'Ucpi. Incontri che hanno di nuovo visto avvocati e magistrati condividere le stesse analisi, innanzitutto sul rischio che lo stop alla prescrizione tenda ad aggravare quel sovraccarico a cui opzioni drastiche come quella adottata a Brescia tenderebbero a rispondere.
Manifestazioni si sino tenute per tutta la settimana a Torino come a Benevento, a Bari, come a Frosinone e a Milano e ancora se ne terranno oggi. Come a Bologna, dalla cui Camera penale arriva una testimonianza di particolare significato: l'adesione di realtà associative dell'avvocatura anche esterne al campo dei penalisti, dalla Camera civile alle sezioni locali di amministrativisti e tributaristi, fino all'Aiga e con la piena condivsione, sul piano locale come su quello nazionale, dell'Ocf.
"È segno", nota il presidente della Camera penale bolognese Ettore Grenci, "che fa comprendere come sulla riforma della prescrizione vi sia una diffusa preoccupazione che ha toccato la sensibilità non solo deipenalisti, ma di tutto il mondo forense".
Alle 10 di stamattina tutta l'avvocatura del capoluogo emilano si ritroverà per un sit in davanti al Tribunale "con la toga addosso". Un "fatto storico" per Grenci. E la riprova che l'efficienza della giustizia penale sta a cuore non solo a chi, con i paradossi dell'obbligatorietà e della prescrizione, fa i conti ogni giorno.
di Isaia Sales
Il Mattino, 25 ottobre 2019
C'è stato un tempo in cui si diceva che la mafia non esisteva, e che era solo un'espressione del carattere "bollente" dei siciliani, un comportamento e non un'organizzazione. Giuseppe Pitrè nel libro "Usi, costumi, usanze e pregiudizi del popolo siciliano" sostenne che "la mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti.
Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino. La mafia è la coscienza del proprio essere, l'esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto di interessi e di idee; donde la insofferenza della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui".
Anche lo scrittore Luigi Capuana la pensava allo stesso modo. Così come i rappresentanti della Chiesa cattolica. Il cardinale di Palermo Ernesto Ruffini scrisse a Paolo VI (preoccupato del silenzio della Chiesa siciliana sull'eccidio di Ciaculli del 1963 in cui saltarono in aria per una bomba sette rappresentanti delle forze dell'ordine) che la mafia non esisteva come organizzazione, e che il risalto che se ne dava era opera dei comunisti per colpire i democristiani. Il negazionismo, o la nobilitazione della mafia, coinvolgerà anche la stragrande parte dei magistrati siciliani.
Nel 1955, il primo presidente della Corte di Cassazione, Guido lo Schiavo, scriverà questo sconcertante commento sulla morte di Calogero Vizzini, allora capo di "Cosa nostra": "Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l'opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi ed ai fuorilegge ha affiancato addirittura le forze dell'ordine".
La storia della lotta alla mafia è stata costellata di pregiudizi che ci hanno impedito finora di comprenderne le reali caratteristiche. Si può, ad esempio, legare un reato ad una appartenenza territoriale? Nel caso della mafia ciò è avvenuto. Ed è forse questo il più incredibile caso di "diritto penale a caratterizzazione etnica" (mai codificato ma di fatto spesso così interpretato). Come se non fosse possibile essere mafiosi oltre certe latitudini. Il primo pregiudizio ha avuto a che fare, appunto, con il convincimento che fosse la Sicilia il luogo esclusivo di produzione mafiosa. Ci sono voluti decenni per assimilare alla mafia siciliana altre forme di violenza presenti in altri territori.
L'indubbia originalità di "Cosa nostra" si confondeva con la sua (ritenuta) esclusività. Questo convincimento aveva influenzato anche la prima legislazione antimafia varata dopo l'uccisione di Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa, così come i lavori della prima Commissione parlamentare antimafia, che si era occupata quasi esclusivamente della criminalità siciliana, non ritenendo la camorra e la 'ndrangheta degne di attenzione.
C'è voluto del tempo perché maturasse un nuovo orientamento: anche in Campania, in Calabria e poi in Puglia, operavano forme criminali similari alla mafia. Si incrinava così il convincimento che il fenomeno mafioso fosse una connotazione esclusivamente siciliana. Che tale modello di violenza si era affermato in Sicilia prima che in altre parti era un dato storico, non etnico; e che esso si potesse presentare in altri contesti diversi dalle proprie origini era una previsione fin troppo facile da formulare.
Ma l'indubbio passo in avanti compiuto con l'allargamento del concetto di mafia ad altre organizzazioni criminali si è scontrato nel tempo con un altro pregiudizio: mafioso può essere solo un meridionale. La Lega di Bossi diede corpo e forza politica a questo diffuso pregiudizio nel Nord: mafia è un fenomeno di arretratezza culturale, civile ed economica, e per questi motivi non poteva che manifestarsi esclusivamente nel Sud dell'Italia.
Ma fu proprio questo pregiudizio, cavalcato per ragioni politiche, a fungere da ostacolo alla comprensione di qualcosa di nuovo che stava avvenendo nel Centro-Nord: un progressivo insediamento di mafie nei territori più ricchi e "civili" con una produzione autonoma di "violenza di relazione e di potere" non dovuta solo a campani, siciliani, pugliesi o calabresi.
L'omicidio del giudice Bruno Caccia a Torino avvenne ne11983 e in quegli stessi anni a Roma operava con metodo mafioso la banda della Magliana. Ed ecco manifestarsi un analogo fenomeno di negazionismo.
Al di là delle strumentalizzazioni politiche della Lega, era indubbiamente difficile capire cosa stava succedendo usando le categorie interpretative della mentalità e della arretratezza, perché si stavano riproducendo fenomeni mafiosi in contesti economici non arretrati e laddove i rapporti sociali erano caratterizzati da una diversa "mentalità", da una più ampia partecipazione democratica e da maggiore interesse alla "cosa pubblica".
È chiaro che la presenza fisica di mafiosi di per sé non può essere motivo sufficiente per il loro successo in nuovi territori. C'è bisogno di una domanda che ne richieda i servizi. Nel Centro-Nord c'è stato un incontro di interessi tra operatori economici e portatori di violenza (e di capitali). I casi di imprenditori in affari con le mafie per ragioni di competitività delle loro aziende sono tanti che non possono più rientrare nella definizione di "accidente" ma in quello di "sostanza".
Ci sono sempre "buone cause" per relazionarsi con le mafie. In definitiva, non esistono territori o settori immuni alle mafie in presenza di una impressionante domanda di servizi e di prestazioni illegali. Oggi nel campo delle mafie c'è un'ulteriore forma di negazionismo. Si sostiene che indubbiamente è vero che le organizzazioni mafiose si riproducono anche in ambienti lontani dai loro territori di insediamento storico, ma sempre siciliani, campani e calabresi ne sono i componenti.
I "richiedenti" di servizi mafiosi sono spesso settentrionali ma la composizione dei clan è fatta quasi esclusivamente di meridionali. Vedremo quali saranno gli sviluppi futuri nel Centro- Nord di questo "tenera relazione" tra affari e violenza. Sta di fatto che a Roma sono già state condannate per mafia organizzazioni criminali di cui non fanno parte né siciliani, né calabresi o tanto meno campani. Ciò non vuol dire affatto che ogni forma criminale presente a Roma sia necessariamente di tipo mafioso. O che ogni forma criminale che si organizza al Nord debba sempre essere sanzionata con il 416 bis.
Ma ormai il nesso tra appartenenza territoriale (meridionale) e mafiosità è spezzato da tempo. E la corruzione svolgerà sempre più la funzione di raccordo tra due mondi che oggi possono sembrare distinti. Perché non sono le mafie a causare la crescita della corruzione, esse arrivano dove già c'è. Il nuovo radicamento extraregionale delle mafie è legittimato proprio dall'impressionante estensione della corruzione e da un'economia che si muove sempre di più fuori da ogni rispetto delle leggi. Al di là di ogni valutazione giuridica, il caso di Roma lo prova ampiamente.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 ottobre 2019
Anche la nomenclatura delle leggi penali può avere la memoria corta. Soprattutto se inclina alla corrività. È il caso delle "manette agli evasori", ma anche della "spazzacorrotti". Perché, nel campo del penale tributario, sinora, la proverbiale "manette agli evasori" è considerata la legge n. 516 del 1982. Quella che, tra l'altro, oltre a prevedere un generale inasprimento delle pene, attrasse nell'area penale un'ampia casistica di violazioni sino ad allora considerate solo formali e cancellò la pregiudiziale amministrativa, la necessità, cioè, che prima dell'avvio del procedimento penale si fosse completato quello amministrativo. E già allora si introducevano alcune soglie come i 25 o i 100 milioni di lire (di imponibile) per l'omessa dichiarazione, equivalenti a circa 45mila e 180mila euro o come il 2% per gli omessi corrispettivi.
E già allora emerse con una certa evidenza il rischio di un'applicazione viziata da distorsioni. Per esempio, a Torino nel 1985 in due riprese - la prima dedicata a imprenditori e commercianti, la seconda a professionisti - la Guardia di Finanza si presentò, armata (il che all'epoca sollevò un vespaio di polemiche), in case, studi, aziende, negozi, per notificare a 646 persone un decreto di perquisizione che ipotizzava il reato di dichiarazione infedele. E a Milano in procura piovvero 60mila denunce solo per omesso versamento delle ritenute, reato per il quale di soglie non ne erano state previste.
Subito si accesero le polemiche sugli incroci di natura statistica tratti dalle dichiarazioni dei redditi e sul loro discutibile utilizzo sul piano penale, meno legittimo rispetto al piano amministrativo. E a una parziale correzione di tiro si arrivò solo nel 2000 con il decreto legislativo n. 74, che tuttora rappresenta il punto di riferimento del penale tributario, con la rideterminazione delle soglie di rilevanza penale e l'esclusione di infrazioni solo formali dalla sfera di applicabilità della sanzione penale.
Negli ultimi anni sui reati tributari si sono poi esercitati un po' tutti i Governi, da Monti a Renzi, a conferma dell'irresistibile tentazione a mettere le mani su un campo del diritto penale dell'economia ancora più bisognoso di altri di un minimo di certezza, manovrando soprattutto sul meccanismo delle soglie e con filosofie di intervento diverse. Il Governo Monti nel 2011 mise in campo una decisa stretta, abbassando i limiti di rilevanza per reati come la dichiarazione fraudolenta, cancellando ipotesi attenuate, riducendo gli effetti della sospensione condizionale della pena e i benefici del pagamento del debito tributario; innalzò infine i limiti di prescrizione.
Un utilizzo della leva penale nella lotta all'evasione che però venne in larga parte mitigata dal Governo Renzi che, nel 2015, intervenne a sua volta per alzare le soglie in maniera assai significativa per alcuni reati, dalla dichiarazione infedele, con una tollerabilità passata da 50mila a 150mila euro di imposta evasa - ora potrebbe attestarsi a 100mila -, all'omessa dichiarazione portata a un limite di 50mila euro, dai precedenti 30mila. Ma anche l'omesso versamento di Iva e ritenute vedeva una nuova soglia attestata a 250mila euro dai precedenti 50mila.
Questi sono i limiti ancora in vigore, e tali resteranno fino al debutto del nuovo pacchetto antievasione, prudentemente spostato a una data successiva a quella della legge di conversione. Ora anche questo settore del penale, come tutti naturalmente, ma più di altri per l'impatto a più livelli che può avere sul sistema impresa, va maneggiato con attenzione. E con chiarezza sugli obiettivi dove - al di là del rischio reputazionale cui si espongono le imprese quando si apre un'indagine penale destinata magari a chiudersi con proscioglimenti dopo anni di indagini e processi (da Dolce e Gabbana a Roberto Cavalli, per restare al comparto moda) - anche sull'assai più vasta platea di piccoli artigiani, commercianti e professionisti bisognerebbe avere nitida la direzione politico-sociale che si intende perseguire. Cercando di evitare segnali contraddittori. Per cui se ci si erge a paladini di questo mondo, sollecitando cautela sui nuovi limiti all'uso del contante, poi è tutto da valutare l'impatto di una norma penale che più che raddoppia i minimi della sanzione detentiva, avallando una politica che con la mano destra promuove il carcere per chi con la sinistra si vuole tenere indenne da modalità di pagamento indigeste.
di Marco Conti
Il Messaggero, 25 ottobre 2019
Albamonte: norma-manifesto che rischia di intasare i tribunali. Nessun veto del Colle al testo. Se l'urgenza del governo è combattere l'evasione fiscale non si vede perché Sergio Mattarella non debba firmare il decreto fiscale che abbassa l'asticella per il carcere agli evasori, come invece ieri sostenevano esponenti della maggioranza. Sull'efficacia della norma il Quirinale ovviamente non entra e, anche se il decreto fiscale non è ancora arrivato, dal Colle più alto fanno sapere che il Presidente della Repubblica "non ha obiezioni sostanziali" ed è quindi pronto a dare "disco verde" quando il testo arriverà.
Il decreto era atteso per ieri, ma le convulsioni nella maggioranza hanno rallentato l'iter. Le nuove norme prevedono che la pena massima passi da 6 a 8 anni in caso di dichiarazione fraudolenta, quando la somma evasa superi i 100 mila euro. Ma a sollevare dubbi, anche da parte dell'opposizione - che ha inviato una lettera al Quirinale primo firmatario Enrico Costa - è l'entrata in vigore che viene differita al contrario dello spirito di un decreto che invece entra immediatamente in vigore.
Oggetto del contendere nella maggioranza è invece la soglia dei cento mila euro ritenuta troppo bassa anche perché, come ha fatto notare il magistrato Piercamillo Davigo, l'ammontare dell'evasione viene determinata alla fine dei tre gradi di processo. Alle resistenze di parte della maggioranza - renziani in testa - che promette battaglia in aula, si sono aggiunte le riflessioni (affidate all'Huffington Post) anche di un altro magistrato come Eugenio Albamonte che punta il dito sull'affollamento che rischiano i tribunali e sul fatto che si possa trattare di una "norma manifesto" se non si predispongono i controlli.
Lunedì la manovra di Bilancio dovrebbe approdare al Senato mentre il decreto fiscale inizierà il suo iter alla Camera. Da quel momento inizierà ad abbattersi sui due provvedimenti una valanga di emendamenti. I temi più controversi sono la stretta penale per gli evasori, Quota100, la sugar tax, la plastic tax e la cedolare secca, che passa dal 10% al 12,5%.
In attesa del voto in Umbria, nella maggioranza è in vigore una sorta di tregua, ma dalla prossima settimana si inizierà a ballare - soprattutto al Senato - e i tempi a disposizione sono ridotti anche per i ritardi del governo nell'inviare i testi. Ieri a palazzo Chigi, per incontrare il premier Conte, è salita una delegazione di Italia Viva, composta dai presidenti Bellanova e Rosato e dai capigruppo Boschi e Faraone.
"Incontro cordiale e di metodo", spiegano i renziani, ma su alcuni passaggi della manovra le posizioni restano distanti. Il Senato dovrebbe concludere l'iter della manovra entro novembre, o la prima settimana di dicembre, per poi passare la legge di Bilancio alla Camera dove sarà difficile evitare il voto di fiducia se si vuole scongiurare l'esercizio provvisorio.
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