di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 4 dicembre 2019
"Il potere e la ribelle", di Nello Rossi e Livio Pepino per le Edizioni Gruppo Abele. Un dialogo intorno al rapporto insoluto tra legge e giustizia, tra il potere e la libertà individuale. La forma del dialogo consente di andare al cuore del problema, di procedere per argomenti e contro-argomenti, aiuta a svelare la debolezza o le contraddizioni profonde nelle altrui posizioni. Dunque molto bene hanno fatto Nello Rossi e Livio Pepino, entrambi per lungo tempo con funzioni interne alla giurisdizione ai più alti livelli, a utilizzare la struttura dialogica nel loro bellissimo libro "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (Edizioni Gruppo Abele). Il loro è un dialogo intorno al rapporto insoluto e insolubile tra legge e giustizia, tra il dovere di rispettare le leggi e la disobbedienza civile, tra il potere e la libertà individuale, tra la sovranità intangibile dello Stato e il rispetto universale della dignità umana, tra la legge illegittima e il dovere di resistenza.
Nello Rossi e Livio Pepino, immedesimandosi rispettivamente in Creonte (che nel nome della legge vieta la sepoltura del traditore Polinice) e Antigone (che rispondendo a una diversa sollecitazione di giustizia disobbedisce agli ordini di Creonte e offre sepoltura al fratello traditore fino a pagarne conseguenze estreme) dialogano serratamente su questioni di principio rinviando paradigmaticamente alla triste attualità.
Cosa accadrebbe in una società qualora ciascuno di noi si ritenesse legittimato a non rispettare la legge nel nome di una propria etica individuale? Può o deve la legge essere messa in discussione pubblicamente da chi si assume la responsabilità di violarla? Nella tragedia di Antigone il tema che ritorna più spesso è quello del conflitto. Sia nella versione di Sofocle che in quella di Jean Anouilh tutto si dipana intorno ai conflitti. Il conflitto tra Antigone e Creonte è sia reale che simbolico. È il conflitto tra il corpo della donna e la legge, tra la condizione femminile e quella di uomo, tra due antropologie. È anche un conflitto tra due opposte visioni etiche ma allo stesso tempo tra due opposte visioni politiche.
È il conflitto tra il governo degli uomini e il governo delle leggi, tra la nonviolenza e la violenza, tra la responsabilità sociale e l'egoismo individuale, tra l'immedesimazione e l'identità. Il conflitto tra Antigone e Creonte è una somma eterogenea di conflitti. Se dovessimo trovare un contenitore più ampio di conflitti che li riassume tutti, con la propria scelta di disobbedire Antigone solleva il grande conflitto tra la dignità umana e il diritto. È questo un conflitto che sta tutto dentro la legge positiva e non deve essere collocato fuori da essa.
La dignità umana non è qualcosa che sfugge al diritto essendo ben all'interno del sistema giuridico. Nonostante la sua origine sia non giuridica, la sua finalizzazione è nel diritto svelandone le lacune e le fallacie. La sua forza è nell'assenza di una definizione. La dignità umana aiuta il diritto a rigenerarsi e a non chiudersi nella sua roccaforte formale. Su questo sia Rossi che Pepino sono d'accordo. Nessuno dei due si colloca fuori da questa prospettiva. Il libro, nonostante la sua forma di dialogo, è un vero e proprio manuale del buon senso.
Un manuale di diritto ma anche un testo di deontologia professionale per chi si appresta a fare il giudice o l'avvocato. Alla fine della sua lettura chi ha sempre elogiato Antigone la ribelle comprenderà le ragioni di Creonte, il suo senso delle istituzioni, anche quando le istituzioni sono quelle giudiziarie. Dall'altra parte, chi ha sempre affermato che non si potesse dar torto a Creonte e alla supremazia della legge si troverà di fronte ad argomenti e storie che invece legittimano scelte di disobbedienza, purché si tratti di una disobbedienza rivendicata al punto da sopportarne le conseguenze legali. È questa la forza del libro, ossia la sua capacità di capovolgere le proprie originarie granitiche posizioni.
Sono questi tempi difficili, come si evince dalla lettura del libro di Rossi e Pepino. Tempi nei quali chi salva una vita è considerato un criminale. Il dialogo tra Antigone e Creonte non può prescindere dal dato storico. È vero che il conflitto tra legge e giustizia ha un valore astratto e universale, ma è anche vero che un conto è disobbedire a in una democrazia consolidata, altro in un regime illiberale.
di Andrea Casabona
ilsicilia.it, 4 dicembre 2019
"Ieri mattina, 3 dicembre, ho visitato il carcere dell'Ucciardone, accompagnato dal Comandante della Polizia Penitenziaria Aiello. La struttura, per ovvie ragioni, risente delle sue lontane origini, malgrado diverse sezioni sono state interessate da ristrutturazione e ammodernamento. Non vi è dubbio che il carcere, in questi anni, ha visto una gestione illuminata, tradotta in numerose attività, dove il personale tutto è stato partecipe al fine di migliorare le condizioni di vita del detenuto per quanto possibile". È quanto afferma Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia.
"L'attività teatrale del maestro Lollo Franco - prosegue Apprendi - la creazione di un orto da parte della cooperativa In e Out, la sartoria, il pastificio Giglio, il centro diurno per detenuti con disturbi psichiatrici "Il vaso di Pandora", tutte attività che oltre a dare lavoro ad alcuni detenuti ne hanno migliorato anche le condizioni psicologiche".
"Durante la mia visita di stamani, purtroppo, ho constatato che diverse attività sopra descritte sono in declino in quanto trascurate, ed in particolare l'orto completamente in stato di abbandono, in quanto è stato definitivamente chiuso il rapporto con la cooperativa che se ne occupava. Le attività del "Vaso di Pandora" risentono in maniera sensibile dell'assenza di alcune delle figure di riferimento che in passato si sono rivelate essenziali".
"La sartoria è totalmente inutilizzata, ed infine la spaccio alimentare, utile per alcuni generi alimentari e per l'igiene personale, è inspiegabilmente chiuso. C'è, evidentemente, un cambio di rotta al carcere Ucciardone. Mi auguro si tratti di una fase transitoria che presto possa ripristinare le attività suddette, utili alla qualità della vita dei detenuti".
di Franco Corleone*
Messaggero Veneto, 4 dicembre 2019
Francesco Mazzega si è ucciso dopo la conferma della condanna a trenta anni di reclusione per avere strangolato la fidanzata Nadia Orlando, uno dei troppi casi di violenza estrema contro le donne. Il suicidio dopo due anni dall'assassinio segna una sconfitta per tutti. Per la giustizia e per la società. Non darà neppure soddisfazione ai parenti della vittima e raddoppierà il dolore per i genitori del colpevole. Di fronte a un atto di distacco dalla vita, molte volte insondabile nelle motivazioni, il silenzio è d'obbligo e vale come un segno di rispetto.
Eppure una riflessione si impone. Non c'è mai giustificazione per la soppressione della vita umana, per un processo di civilizzazione in Italia gli omicidi sono notevolmente diminuiti anno dopo anno, ma contemporaneamente sono aumentate le uccisioni di donne da parte di mariti, fidanzati, amanti.
Uomini incapaci di sopportare la libertà e l'autonomia delle donne che scelgono la violenza e addirittura di dare la mone. Non è il primo caso di omicidi che si suicidano. E il peso della colpa o l'incapacità di sopportare una vita senza speranza o addirittura di non reggere l'espiazione?
Il senso della pena secondo la migliore interpretazione della Costituzione non è vendetta e neppure pura retribuzione, ma intende offrire 1 occasione di ripensare alla ferita infetta a un altro essere umano e a ricucire la lacerazione del tessuto sociale.
Proprio sabato nel carcere di Udine abbiamo ricordato il sogno di Maurizio Battistutta di un carcere diverso e ho sottolineato che nell'istituto d i via Spalato sono accadute tante tragedie e morti. In particolare due morti per suicidio nel 2012 e ancora nel 2018 due suicidi di una transessuale e di un giovane pachistano. In questi casi erano persone che non avrebbero neppure dovuto stare in carcere e hanno pagato la loro fragilità.
Per Mazzega il carcere sarebbe stato il luogo adatto? Qualcuno sicuramente pensa che di fronte a un delitto orribile sarebbe dovuto marcire in carcere. La sua uscita di scena lascia lo spazio solo alla pietà. La sua dichiarazione spontanea riportata dalla cronaca del processo sul non meritare il perdono e di non avere il coraggio neppure di chiederlo è sconvolgente. È il frutto di una retorica privatistica della giustizia e la manifestazione di una incapacità di assunzione di responsabilità.
Eppure qualche parola va detta anche rispetto alia sentenza. Una condanna a trenta anni con il rito abbreviato è davvero impressionante. La richiesta di inasprimento della custodia cautelare per il pericolo di fuga è rimasta insoddisfatta, ma lascia perplessi.
Infine, la richiesta di una misura di sicurezza di tre anni dopo la fine della pena carceraria mi trova assolutamente contrario: significa fare ricorso a uno strumento di archeologia criminale che dovrebbe essere cancellato.
Sarebbe bene che anche i giudici ricordassero le parole che Aldo Moro rivolgeva ai suoi studenti dell'Università nel 1976 sul carattere della pena giusta: "L'idea della proporzionalità dice che la pena deve essere commisurata al reato, adeguata al reato. Quindi la pena non dev'essere, se il reato è grave, troppo leggera, cioè sproporzionata, inadeguata a far vivere quel rimprovero sociale dal quale ci attendiamo la restaurazione dell'ordine giuridico.
Non deve essere, però, neppure quantitativamente troppo pesante si da rappresentare un carico che per la sua eccessività diventa per ciò stesso, esso pure, crudele e disumano e, quindi non dà alla pena quella risposta pacata, giusta, appassionata che è propria della pena.
Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell'ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta". Un richiamo alle ragioni dell'umanità della giustizia.
*Ex sottosegretario atta Giustizia e Garante per i diritti dei detenuti
di Mariachiara Giacosa
La Repubblica, 4 dicembre 2019
La Lega fa marcia indietro, sfuma la nomina dell'investigatore privato di Verbania. La Lega fa marcia indietro e sceglie di confermare Bruno Mellano come garante dei detenuti del Piemonte. La decisione è stata ufficializzata dal voto unanime del Consiglio regionale, arrivato dopo una settimana di braccio di ferro all'interno del gruppo del Carroccio. La scelta iniziale del centrodestra infatti era caduta su un uomo della Lega Massimo Colombo 52 anni investigatore privato di Cannobio.
La prima votazione, la scorsa settimana, non ha però ottenuto il quorum dei due terzi dei consiglieri regionali, e nel centrodestra ha cominciato a organizzarsi una fronda favorevole alla riconferma dell'esponente dei radicali che è stato garante negli ultimi 10 anni. Alla fine il capogruppo Alberto Preioni, che aveva sponsorizzato la nomina di Colombo - "perché ha il curriculum: è un criminologo ed è adatto a questo incarico" - ha ripetuto più volte - ha optato per una scelta meno divisiva venendo incontro alle richieste della minoranza nel suo partito, degli alleati di Forza Italia e Fratelli d'Italia che si sono schierati per la riconferma di Mellano e soprattutto del centrosinistra che non vedeva con favore la nomina di una figura senza esperienza in ambito carcerario.
Anche le associazioni Antigone e Asgi, e i garanti comunali piemontesi, si erano schierati contro la scelta di Colombo chiedendo al consiglio regionale una valutazione accurata dei profili e delle competenze dei candidati. Alla fine così è stato. Ieri la riunione del gruppo della Lega prima e dei capigruppo del centrodestra poi, non avevano sciolto il nodo, la soluzione è arrivata questa mattina e oggi il consiglio regionale con voto unanime ha confermato Bruno Mellano come garante dei detenuti del Piemonte.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 4 dicembre 2019
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 3 dicembre 2019 n. 49154. Alla banca "in buona fede" - di regola - non può essere negata la prededucibilità dei propri crediti, derivanti dalle "scoperture" nei rapporti di conto corrente con il soggetto sottoposto alla confisca dell'intero complesso aziendale nell'ambito del procedimento di prevenzione antimafia. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 49154 di ieri, ha accolto il ricorso della banca che sosteneva come la tutelabilità dei propri crediti derivasse direttamente dall'autorizzazione del giudice delegato al subentro degli amministratori giudiziari nei contratti di conto corrente e di apertura di linee di credito stipulati col soggetto "proposto".
Il giudizio di rinvio - In sede di rinvio, secondo la sentenza di annullamento della Cassazione, si dovrà accertare se il giudice delegato avesse specificatamente valutato ed effettivamente provato la sussistenza della buona fede da parte della banca al momento di autorizzare l'operazione di "ristrutturazione e riscadenzamento" dei debiti pregressi. Non è quindi scontato che l'atto autorizzatorio in sé garantisca la buona fede del creditore con la conseguente inopponibilità della confisca.
Inoltre, la procedura ablativa si è evoluta nel senso dinamico e non statico. Cioè, la gestione dei beni in sequestro garantisce dove possibile l'operatività dei complessi aziendali sotto procedura. Dal complesso dei diritti privatistici e delle finalità pubblicistiche coinvolti e da coordinare in questo tipo di vicende deriva il riconoscimento dei crediti sorti durante l'amministrazione giudiziaria, ossia la loro prededucibilità, prima dell'acquisto a titolo originario da parte dello Stato dei beni confiscati.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 4 dicembre 2019
Il Tribunale civile di Roma accoglie il ricorso presentato da 14 profughi eritrei. Il migrante respinto illegalmente ha diritto a rientrare in Italia e presentare richiesta di asilo. A stabilirlo è stato il Tribunale civile di Roma accogliendo il ricorso presentato da 14 cittadini eritrei che nel 2009 vennero bloccati in mare insieme ad altri profughi dalle autorità italiane e consegnati alle motovedette libiche.
Una sentenza "storica" per la sezione italiana di Amnesty International e Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, che hanno assistito il gruppo di profughi nel ricorso, destinata probabilmente ad avere ripercussioni anche su quanto accade oggi: "Ci sono molte forme di respingimento illegale", spiega infatti l'avvocato Salvatore Fachile dell'Asgi, autore del ricorso con la collega Cristina Laura Cecchini. "Se arrivo a Lampedusa e non mi viene consentito di presentare domanda di protezione internazionale mi trovo di fronte a un respingimento illegittimo. Così come accade in alcuni casi negli aeroporti".
La vicenda ha inizio dieci anni fa quando ministro dell'Interno era il leghista Roberto Maroni e l'Italia aveva firmato il Trattato di amicizia con la Libia che prevedeva anche la possibilità di rimandare nel Paese nordafricano i migranti intercettati in mare. Cosa che accade nel giugno 2009 quando due barche con a bordo in tutto una novantina di persone - la maggior parte dei quali di origine eritrea - vengono intercettate, spiega Amnesty, "dalla Marina militare".
"I profughi vengono fatti salire a bordo e rassicurati che sarebbero stati portati in Italia", ricostruisce Fachile. Invece la nave inverte la rotta e punta verso la Libia fino a incontrare le motovedette del Paese nordafricano. Quando i migranti capiscono quanto sta per accadere loro, mettono in atto un inutile quanto vano tentano di ribellione. "Con la forza vengono costretti a trasferirsi sulle motovedette libiche", prosegue Fachile secondo il quale violenze subite dai migranti sono documentate da una serie di fotografie scattate dalle forze dell'ordine e che l'Asgi è riuscita ad avere.
Una volta in Libia i migranti vengono rinchiusi in una prigione dalla quale alcuni riescono ad uscire dopo aver pagato un riscatto alle milizie. Una volta liberi alcuni riescono a imbarcarsi nuovamente e a raggiungere l'Europa. Altri, invece, falliti i tentativi di attraversare il Mediterraneo, si dirigono verso Israele dove ottengono un permesso di soggiorno rinnovabile ogni tre mesi. Ed è qui che Amnesty International li incontra e li mette in contatto con i legali dell'Asgi. "Siamo andati a Tel Aviv e abbiamo raccolto le procure per avviare una causa che all'inizio ci sembrava difficile da vincere", ammette Fachile.
L'Italia è già stata condannata per i respingimenti dalla Corte europea per i diritti dell'uomo con la cosiddetta sentenza Hirsi Jamaa, ma nell'accogliere il ricorso i giudici del Tribunale civile di Roma, spiega una nota di Amnesty, "si sono riferiti a quanto previsto dall'articolo 10 comma 3 della nostra Costituzione che riconosce allo straniero il diritto di asilo e che deve ritenersi applicabile anche quando questi di trovi fuori dal territorio dello Stato per cause a esso non imputabili".
La sentenza, prosegue Amnesty, "è estremamente rilevante e innovativa perché laddove riconosce la necessità di 'espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall'autorità italiana si trovi nell'impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente sul territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l'ingresso, all'esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della carta dei diritti dell'Unione europea".
I giudici hanno quindi condannato l'Italia a consentire l'ingresso nel Paese dei 14 profughi che hanno presentato il ricorso in modo da permettere loro di fare richiesta di asilo, stabilendo inoltre un risarcimento di 15 mila euro per ciascuno di loro.
Che conseguenze può avere adesso la decisione dei giudici? Al di là degli allarmi leghisti (il senatore Roberto Calderoli ha già definito la sentenza "un precedente pericoloso e inquietante" che "rischia di essere l'apri pista per l'arrivo di decine di migliaia di immigrati") effetti si potrebbero avere sul Memorandum firmato con Tripoli dall'ex premier Paolo Gentiloni e confermato di recente dal governo giallo rosso.
"In quel documento - conclude infatti Fachile - non sono previsti i respingimenti, ma l'Italia fornisce ai libici mezzi navali e apparecchiature radar, nonché li informa su dove si trovano le barche con i migranti. A noi non sembra molto diverso dal riconsegnarli alle autorità di Tripoli".
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 4 dicembre 2019
"Si crede che i negazionisti esprimano un'opinione: essi perpetuano il crimine. E pretendendo d'essere liberi pensatori, apostoli del dubbio e del sospetto, completano l'opera di morte. Occorre una legge contro il negazionismo, perché esso è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio".
Tredici anni fa, proprio sul Corriere, Bernard-Henri Lévy spiegò come meglio non si poteva perché certe parole, come quelle scritte sulla sua pagina facebook da Emanuele Castrucci siano così immonde da essere indifendibili e men che meno "assolte" appellandosi, come ha fatto il professore di filosofia dell'università di Siena alla libertà di pensiero o addirittura alla Costituzione. Nata proprio dalla democrazia riconquistata dopo la guerra a Benito Mussolini e al suo sodale Adolf Hitler che oggi il docente nero difende.
Quelle schifezze scritte da Castrucci schierandosi dalla parte del Führer ("Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo", cioè gli ebrei) possono però fare ribrezzo, ma non stupire. Sono anni, infatti, che pezzi della destra rivendicano il "diritto" di dire tutto ciò che passa loro per la testa. E hanno sempre trovato qualcuno che la buttava in cagnara.
O addirittura difendeva il revisionismo. Basti rileggere quello che diceva Roberto Castelli ai tempi in cui era addirittura ministro della Giustizia, contro l'idea di una legge europea contro razzismo e xenofobia: "La definizione che si sta dando a livello europeo del reato di razzismo e xenofobia ha tratti secondo me illiberali e incostituzionali. È un mostro giuridico definire questo reato il convincimento di essere superiore ad un'altra persona perché questa appartiene ad un'altra razza". Ansa 10 aprile 2002.
Di più: "Siamo molto preoccupati, perché qui si entra nel terreno minato della libertà di pensiero". L'antisemitismo? "Va contrastato innanzitutto sul piano culturale e non con direttive quadro, come quella sul razzismo e la xenofobia, che presenta il pericolo di coartare la libertà di opinione". Di più ancora: "In democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchezze più grandi che crede". E ci stupiamo che poi un professore rivendichi pubblicamente il "diritto" di dire cose spaventose completando, come scrisse Bernard-Henri Lévy, "l'opera di morte"?
etrurianews.it, 4 dicembre 2019
Venerdì 29 novembre, in concomitanza con gli altri istituti penitenziari del Lazio, si è concluso anche a Civitavecchia con una grande festa finale, il progetto "Lo sport entra nelle carceri" che rientra in una più ampia progettazione "Coni e Regione, compagni di sport" presente in tutte le sue variabili grazie all'intervento del presidente del comitato regionale Coni Lazio Riccardo Viola e alla collaborazione del fiduciario Stefania Di Iorio. Il progetto è stato subito accolto con entusiasmo dalla direttrice degli istituti di Civitavecchia Patrizia Bravetti.
L'obiettivo principale del progetto ha come fulcro centrale il recupero dei detenuti tramite il coordinamento di varie attività sportive promosse presso le strutture penitenziarie cittadine per promuovere salute e benessere grazie ai benefici che l'attività fisica detiene collaborando ad un processo di rieducazione attraverso le discipline sportive proposte
Tanti sono stati i detenuti dei tre istituti civitavecchiesi (reclusione, circondariale maschile e femminile) che durante l'anno sono stati coinvolti dai tecnici delle Federazioni sportive di riferimento nella pratica continuativa di alcune discipline sportive, e tanti sono stati i tecnici che si sono alternati nelle varie fasi del progetto: i Mister Paolo, Roberto, Marino, Carmine per il Calcio, Elia per gli scacchi, Marco per il tennis, Marzia e Marianna per la sezione femminile, hanno proposto le attività sportive nel corso del 2019 a tutti i detenuti che hanno voluto aderire al progetto. Le attività sono state proposte, pensate ed organizzate in modo da essere "strumento educativo" quale mezzo attraverso il quale lavorare sulle relazioni, sulle regole, sui valori come la legalità e la cooperazione, sul significato della sconfitta e della vittoria e sulla "gestione delle frustrazioni".
La festa finale ha avuto come fulcro una partita di calcio dove i detenuti che hanno partecipato alle varie attività sportive si sono fusi con una rappresentativa di tecnici e atleti coinvolti nel progetto ed hanno dato vita ad un triangolare molto interessante. I detenuti sono stati poi premiati con coppe e medaglie che verranno conservati dagli educatori.
Affiancati alle figure istituzionali interne all'istituto penitenziario rappresentato dalla vice direttrice e dal comandante della Polizia Penitenziaria, erano presenti anche alcune istituzioni del territorio: L'onorevole Alessandro Battilocchio che è rimasto favorevolmente colpito dal progetto ed ha affermato come per lui è un onore partecipare a iniziative così rilevanti sul territorio.
"Questo dello sport nelle carceri è un ottimo esempio di come l'attività sportiva può rappresentare un elemento positivo per contribuire non solo al mantenimento di uno stato soddisfacente della salute psico-fisica, ma anche per migliorare la convivenza all'interno dell'Istituto, contribuendo ad abbassare il livello di tensioni e di conflitti. Un plauso alla direttrice sempre propensa all'introduzione di progetti educativi nell'istituto".
L'Assessore alle politiche sociali di Civitavecchia, Alessandra Riccetti che ha sottolineato come "lo sport e il sociale possono raggiungere insieme grandi obiettivi. Civitavecchia deve ringraziare il presidente del Coni Comitato Regionale Lazio, la Regione e l'istituto di pena per credere in progettualità così strutturate che servono ai territorio per crescere e trasmettere i corretti valori educativi propri dello sport".
Il consigliere e vicepresidente commissione sport Matteo Iacomelli sempre presente alle varie iniziative sportive proposte al territorio. "Porto i saluti del sindaco Ernesto Tedesco e di tutta la commissione sport. Siamo molto contenti che il Coni comitato regionale Lazio sia presente sul territorio con questi progetti realizzati con professionalità e speriamo che già da gennaio 2020 si possano programmare anche per la prossima annualità altri progetti aventi finalità sportive così importanti".
di Lorenzo Gottardo
Libero, 4 dicembre 2019
La piccola, 40 giorni di vita, aveva la febbre e non respirava più: l'agente penitenziario l'ha portata di corsa all'ospedale. Una bambina di appena un mese, figlia di una detenuta dell'Icam, sarebbe morta se non fosse stato per Rinaldo Ruggiano, l'assistente capo della polizia penitenziaria. Quando la situazione si è aggravata, ha preso la bimba morente fra le braccia e l'ha portata di corsa all'ospedale, salvandole la vita.
Se non fosse stato per la sua prontezza di riflessi quella bambina di appena un mese non sarebbe sopravvissuta. Sarebbe probabilmente morta tra le braccia della sua mamma in attesa di un supporto medico che a quell'ora è assente presso l'Icam (Istituto a custodia attenuata per detenute madri) di via Macedonio Melloni.
E invece la piccola è ancora viva perché l'assistente capo della polizia penitenziaria Rinaldo Ruggiano l'ha presa con sé e si è messo a correre verso il pronto soccorso del vicino ospedale Melloni permettendo al personale sanitario di salvarle la vita.
Oggi Rinaldo, 46enne originario di Sant'Agata Dei Goti, provincia di Benevento, viene considerato come un eroe dai propri superiori e rappresentanti sindacali. La sua storia, poco a poco, si è fatta strada fino a raggiungere il ministro Alfonso Bonafede che, a fine novembre, Io ha chiamato al telefono per fargli i complimenti di persona. Poche parole, ma cariche di significato e apprezzamento: "Complimenti è stato bravissimo a comportarsi così".
Eppure, quando lo scorso 11 ottobre Rinaldo Ruggiano si è trovato davanti una situazione disperata, ha dovuto mettere da parte il regolamento e agire d'istinto per trovare una soluzione. Quel venerdì sera l'assistente capo 46enne era di turno presso la portineria dell'Icam, quando, verso le 21 circa, è arrivata una chiamata d'emergenza per segnalare come la temperatura corporea di una bambina di soli 40 giorni, figlia di una detenuta straniera di 35 anni, si fosse pericolosamente alzata a causa della febbre.
La situazione avrebbe richiesto un supporto sanitario che però, all'interno della struttura, non è più disponibile nelle ore pomeridiane. La situazione però si è aggravata in fretta: Rinaldo Ruggiano ha visto la detenuta correre verso di lui urlando disperata con la bambina in braccio che non respirava più e, anzi, iniziava ad avere le labbra di un colore violaceo. L'assistente capo, capita la gravità di ciò che sta accadendo, ha agito con decisione.
Ha preso tra le braccia la piccola, ha dato disposizioni a un collega di turno, affinché i cancelli dell'Icam restassero chiusi per impedire la possibile fuga di altre detenute, e poi si è immediatamente diretto verso il pronto soccorso del Melloni, arrivando appena in tempo per permettere ai medici di salvare con l'iperventilazione ossigenata la bambina. I primi a complimentarsi con Rinaldo sono stati i medici stessi quando lo hanno informato che, grazie al suo intervento, la piccola era ormai fuori pericolo.
Poi è giunto il tempo dei colleghi e delle note ufficiali sugli organi d'informazione della polizia penitenziaria. Infine, la chiamata del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. L'assistente capo Ruggiano è stato definito da molti come "un eroe, uno di quelli sempre pronti ad affrontare problemi e situazioni difficili".
Lui però è rimasto umile, consapevole di ciò che ha fatto e di un'altra importante verità spesso dimenticata. "Gli eroi sono quei colleghi che lavorano ogni giorno con il massimo della professionalità in realtà anche difficili e pericolose, ma sempre conservando quell'umanità di cui la polizia penitenziaria non può fare a meno".
di Antonio Salvati
globalist.it, 4 dicembre 2019
Tre libri inquadrano la forte ingiustizia del sistema carcerario, chi finisce dietro le sbarre e le possibilità di cambiare. Contro chi predica odio e vendetta. Non sono pochi i libri che trattano diffusamente la "centralità" della questione carceraria, relativamente alla consapevolezza dello strettissimo rapporto che lega la condizione delle carceri alla qualità civile di una società. L'indifferenza (o l'ingiustizia) nelle carceri significa anche indifferenza (ingiustizia) della società verso la persona umana, sostiene Vincenzo Paglia nel volume scritto insieme a Raffaele Cantone, "La coscienza e la legge" (Laterza 2019, pp. 169, € 16.00).
Malgrado il sovraffollamento continui a provocare situazioni di profondo degrado della vita e della dignità dei detenuti, siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente. Eppure i padri costituenti tracciarono con estrema chiarezza che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 Cost.)", definendo, inoltre, la proporzionalità della pena con il crimine compiuto. E, infine, che la pena del carcere deve esaurirsi nella privazione della libertà personale del detenuto, senza l'imposizione, come spesso accade, di misure aggiuntive, come l'assenza di qualsiasi privacy, le gravi condizioni sanitarie, la mancanza di lavoro, la privazione dell'affettività, etc.
Paglia: detenuti dimenticati e abbandonati
Occorre rispettare tali indicazioni per restituire al carcere quel "senso di umanità" di cui, appunto, parla esplicitamente la Costituzione e che permette - osserva giustamente Paglia - "di salvare sia la dignità per i detenuti sia la speranza di una loro futura redenzione". Tanti detenuti - ricorda Paglia - sono per lo più dimenticati durante la loro detenzione e soprattutto sono abbandonati a loro stessi una volta usciti dal carcere. È illusorio pensare che l'inasprimento delle pene, oppure la costruzione di nuove carceri, favoriscano l'affermarsi della giustizia.
È opportuno il richiamo di Paglia alla nota affermazione evangelica: "Ero carcerato e siete venuti a visitarmi" (Matteo 25,36). Sono poche parole che hanno segnato in profondità milioni di credenti, di carcerati ed anche la stessa storia civile. Sono le parole con cui Gesù in certo modo chiuse la sua stessa vicenda terrena. Gesù - seguendo la narrazione dei Vangeli - visse in prima persona le esperienze dei perseguitati dalla "giustizia" umana, fino alla condanna a morte pur essendo innocente, come lo stesso Pilato riconobbe pubblicamente. Ricorda Paglia: "Gesù fece esperienza della rappresaglia e dell'arresto, provò l'angoscia sino a sudare sangue, subì l'arresto, la detenzione, il processo, le false testimonianze, le false accuse, le derisioni dei carcerieri, e infine il supplizio della morte in croce. Al culmine del suo dramma seppe trovare anche le parole giuste per confortare uno dei suoi due compagni di croce".
Pazé: patrie galere per gli emarginati, meno per bancarottieri, evasori e corrotti
Da anni, le carceri sono piene di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari, oltre che - s'intende - di qualche omicida, stupratore, mafioso o camorrista. In realtà, bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori con le patrie galere hanno poco a che fare. Ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l'eccezione: per essi l'unica sanzione è la parcella dell'avvocato.
Basta scorrere le statistiche giudiziarie per vedere la realtà impietosa del meccanismo repressivo. La legislazione recente ha giocato un ruolo importante. Infatti, a godere di tutela rafforzata sono i patrimoni individuali e ad essere conseguentemente perseguiti con particolare rigore sono i reati "di strada", abitualmente commessi da chi vive ai margini e non ha nulla da perdere: furti, scippi, rapine. Mentre - denuncia Elisa Pazé nel suo volume "Giustizia. Roba da ricchi" (Laterza, 2017, pp. 144, € 14.), in cui elenca le modalità con cui sono state e sono perseguite le condotte 'antisociali' dei poveri - "debole e non adeguato è invece il presidio di quei beni - aria, acqua, suolo - che sono patrimonio comune, come se ciò che è di tutti non fosse in realtà di nessuno".
Quando vanno in galera i poveri "nessuno si chiede se le intercettazioni abbiano leso la riservatezza, se sia stato violato il segreto investigativo o se la carcerazione preventiva sia giustificata, quando si sfiora qualche personaggio eccellente fioccano le polemiche contro lo straripare della magistratura, la "giustizia ad orologeria", la politicizzazione e il protagonismo di certe procure. Il colpevole diventa un perseguitato e a suscitare sdegno non è il reato commesso, ma il fatto che la televisione e i giornali ne diano notizia".
Savasta: cambiare è possibile anche in carcere
Sull'umanità dolente del carcere, si sofferma il bel libro di Ezio Savasta "Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere" (Infinito Edizioni, 2019, pp. 180, € 14,00). Savasta descrive le grandi e piccole contraddizioni delle giornate nelle nostre carceri, smontando gli innumerevoli luoghi comuni che gravitano sul mondo dei detenuti. Attraverso il racconto di numerose vicende che spesso hanno dell'incredibile, l'autore conduce il lettore ad appassionarsi con le tante storie con le quali si imbattuto dopo una frequentazione ultradecennale nelle carceri, soprattutto quelle romane "Regina Coeli" e "Rebibbia", realtà tutte inserite nel tessuto urbano della Capitale, seppur, come sempre accade con gli istituti penitenziari, mondi isolati, di cui tutti cercano di dimenticarsi.
Non potevo non leggere il libro di Ezio con il quale, insieme ad altri amici della Comunità di Sant'Egidio, abbiamo condiviso tante storie e vicissitudini penitenziarie, a partire dagli inizi degli anni novanta. Ma Liberi dentro non è solo il volume di un amico. Potremmo dire che è un libro sull'amicizia, sulle amicizie di alcune delle persone detenute, quasi tutte straniere, vissute con l'autore che viene "dalla libertà". Amicizie che attestano che, dentro le mura del carcere, c'è un enorme potenzialità umana, con una sua dignità, che aspetta di essere compresa, voluta bene, per rimettersi in gioco, per tirare fuori il meglio di sé (emblematici gli esempi di detenuti che desiderano contribuire ai progetti di solidarietà di Sant'Egidio all'esterno del carcere).
In tal senso, il libro di Savasta non è un libro "tecnico", per addetti ai lavori, anzi. È veramente un libro per tutti, anche per coloro che non hanno mai avuto nessun contatto con il carcere. Se ne sentiva il bisogno di questo libro. Servono narrazioni dense di humana pietas. Soprattutto in un tempo in cui prevale una mentalità vendicatrice verso i colpevoli.
La conseguenza logica di questo atteggiamento porta a rendere le carceri una "discarica sociale" di coloro che sono già ai margini della società (come attestano i numeri di tossicodipendenti e di migranti nelle carceri). Un tempo in cui si dirada il dibattito sulle pene alternative al carcere, come la detenzione domiciliare, l'affidamento ai servizi sociali, la semilibertà ed anche la liberazione anticipata, quando ci sono ovviamente le condizioni previste. Peraltro, le statistiche sono a favore di tale prospettiva. Eppure gli studiosi di diritto penale unanimemente considerano il carcere come l'extrema ratio e non come strumento per tranquillizzare la società o peggio per guadagnare consenso. Don Mazzolari, grande credente del secolo scorso, scrisse che Gesù entrava in paradiso assieme al buon ladrone, al cattivo ladrone e anche a Giuda. E, con qualche compiacimento, commentava: "Che corteo!".
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