di Ezio Menzione
Il Dubbio, 24 ottobre 2019
Il calvario dei legali rinchiusi nel famigerato carcere di Sliviri. Vado incontro al collega pistoiese Andrea Mitresi di ritorno, come mi racconta, da una Istanbul pavesata di bandiere turche non solo sui luoghi pubblici, ma che sventolano, enormi, anche dai grattacieli di periferia; dove i giocatori di calcio sul campo fanno il saluto militare; dove secondo i sondaggi l'80% dei turchi sarebbe d'accordo con l'aggressione alla Siria, e se si pensa che i curdi sono il 18% della popolazione, significa che tutti i turchi sarebbero consenzienti, per quanto valgono i sondaggi specie da quelle parti e con quel regime. Del resto 6 giorni fa tutto il parlamento ha ratificato l'iniziativa di Erdogan di scendere in guerra, lasciando all'opposizione solo il partito democratico curdo, l'Hdp (11%).
Mitresi, che è andato come Osservatore Internazionale dell'Ucpi, è ancora palesemente turbato da quanto ha visto e ascoltato nella missione, la prima per lui. I colleghi turchi e associazioni europee di avvocati avevano convocato un meeting a Istanbul per esaminare la situazione creatasi per la giustizia turca a seguito delle udienze e della sentenza del marzo scorso contro 18 avvocati, di cui 6 in carcere da quasi due anni. Di questo processo il Dubbio ha dato ampiamente conto con dovizia di particolari, raccapriccianti per chi ha a cuore le regole del processo e il diritto di difesa: è inutile raccontarlo di nuovo.
"Ma il momento cruciale della missione era la visita nel supercarcere di Silivri da parte degli avvocati stranieri ai colleghi detenuti. Si immagini un po': un complesso di 9 padiglioni per 23.000 detenuti in una zona ben lontana dalla città. Nel padiglione in cui stanno in isolamento i colleghi ci sono 5.000 detenuti. I colleghi sono in un'ala in cui ci sono gli isolati (su 6, tre in totale isolamento, ma 3 in un'altra cella assieme, ma senza contatti con gli altri detenuti)", racconta Mitresi, riportando le parole di Selgiuk Kosagacli, il presidente dell'associazione di avvocati Chd, che ha riportato più di 11 anni di pena in primo grado (altri sono arrivati a più di 18). Lo stesso Selgiuk, dopo tanta carcerazione sempre nelle stesse condizioni, ormai si lamenta: "È l'isolamento la tortura maggiore; le strutture carcerarie non sarebbero neanche male; mentre il personale è decisamente ostile nei nostri confronti. Del resto anche la nostra visita si è caratterizzata per un estenuante controllo: tre filtri, anche con analisi dell'iride e del viso, per accedere poi ad uno spazio angusto, dove a malapena sta un tavolo, e dove incontri non più di un detenuto, con le pareti tutte di vetro e le guardie al di là del vetro".
Ma l'incontro, svoltosi lunedì scorso, ha riservato a Mitresi anche una specie di colpo di teatro. Quando ha lasciato il collega detenuto Behic per incontrare Selgiuk, proprio in quel frangente, i militari (che fanno le veci delle guardie penitenziarie a Silivri), hanno notificato a Selgiuk l'esito dell'appello contro la sentenza del marzo scorso. Si aspettava la sentenza da almeno due mesi ed era dubbio se sarebbe stata emessa in pubblica udienza o in camera di consiglio.
Data l'importanza del caso e la corposità delle questioni sollevate, sembrava logico che si discutesse in pubblica udienza. Niente affatto. Decisione presa in udienza "camerale", senza nessuno, e di rigetto di ogni capo di appello con una motivazione di tre paginette che non elenca nemmeno i motivi di gravame, ma semplicemente conferma le condanne "perché prese conformemente alla legge". "Io ero allibito", ammette Mitresi "e sono sicuro che l'hanno notificata proprio in quel momento, di fronte anche a me e con altri colleghi stranieri nei paraggi apposta per jattanza, per ribadire che loro possono fare quello che vogliono, che si sentono legibus soluti.
Ma Selgiuk ha sorriso e non ha fatto una piega perché, dice, se l'aspettava ed anche il fatto che non motivino sarà elemento che rafforzerà la nostra posizione in Cassazione. Certo, questo significa un'attesa di un altro annetto in carcere". In carcere, lo si è detto, ci sono 6 colleghi su 18, ma ora rischiano un mandato di carcerazione anche gli altri 12, poiché il merito è definitivo.
Soprattutto è definitivo per chi ha preso una condanna inferiore ai 5 anni e, per legge, non può accedere al Supremo Collegio. Ma qui si situa un secondo colpo di scena: il parlamento turco, proprio due giorni fa, ha varato un "pacchetto giustizia" che, per quanto riguarda il penale, consente anche a chi ha riportato condanna inferiore ai 5 anni di ricorrere in Cassazione. "Così vanno le cose in questa Turchia, quando si crede di toccare il fondo, ma proprio il fondo, ecco che un nuovo provvedimento ti dà una boccata di ossigeno", osserva Mitresi.
"Abbiamo incontrato anche il Presidente del Consiglio dell'Ordine di Istanbul (Istanbul Barosu) tutto impettito e incravattato" racconta Mitresi, "e sapendo che è assai vicino alla maggioranza governativa, non mi aspettavo grandi discorsi di solidarietà. Invece, attorno a questo caso anche lui è rimasto assai indignato. "Non mi esprimo e non potrei farlo nel merito della vicenda, ma ciò che è accaduto dal punto di vista processuale e del diritto di difesa, è stato scandaloso.
Peccato che i media non abbiano colto questo dato, perché è stato un vero e proprio terremoto per tutta la categoria dei difensori. Meno male che c'è la Cassazione". Un terremoto, ha proprio detto il Presidente degli avvocati della capitale morale, che non sembrerebbe così sensibile ai problemi di democazia". Ma, come mi conferma Mitresi, per averglielo detto molti colleghi turchi, la guerra in corso serve - come tutte le guerre - per ricompattare il consenso al governo e non far pensare ai problemi di economia o democrazia interni. Almeno per un po'.
di Francesco Collina
giornalettismo.com, 23 ottobre 2019
La Corte costituzionale deciderà oggi sulla costituzionalità o meno dell'ergastolo ostativo. Secondo la Corte di Strasburgo la pena si configura come un "trattamento inumano e degradante". Per l'avvocatura dello Stato si tratta di una legge che ha sempre funzionato per combattere efficacemente la mafia e il terrorismo.
di Alberto Cisterna*
Guida al Diritto - Sole 24 Ore, 23 ottobre 2019
Per Alberto Cisterna la sentenza Viola contro Italia non punta a scardinare il sistema delle preclusioni sui benefici penitenziari e a favorire la scarcerazione dei boss, impone solo una personalizzazione del trattamento penitenziario che sia rispondente alle effettive ed evidenti esigenze di prevenzione che giustificano le deroghe al principio di rieducazione e proporzionalità della pena nel tempo.
di Fabio Fiorentin*
Guida al Diritto - Sole 24 Ore, 23 ottobre 2019
Strasburgo ha confermato l'accertamento della violazione da parte dell'Italia dell'articolo 3 della Cedu sotto il profilo della pena dell'ergastolo "ostativo" italiana: l'unica possibilità prevista per gli ergastolani di accedere ai benefici penitenziari, rappresentata dalla collaborazione con la giustizia, non costituisce un correttivo sufficiente.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 23 ottobre 2019
Atteso per oggi il pronunciamento sull'incostituzionalità dell'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario. "Più di 300 degli ergastolani ostativi che collaborano con la giustizia sono ancora detenuti, a riprova che non ci sono benefici penitenziari automatici per chi decide di parlare e di aiutare gli investigatori".
di Franco Corleone
Il Manifesto, 23 ottobre 2019
Ieri è stata discussa a Firenze una ricerca sugli effetti della legislazione antidroga sul carcere, condotta in cinque Istituti della Toscana. Dieci anni fa, la Fondazione Michelucci e l'associazione Forum Droghe condussero con il patrocinio della Regione Toscana una ricerca nelle carceri toscane per conoscere più a fondo il peso della legislazione antidroga, e in particolare il peso dei reati minori di droga (l'art. 73 sulla detenzione e il piccolo spaccio), pubblicata con il titolo "Lotta alla droga. I danno collaterali".
di Cristina Obber
letteradonna.it, 23 ottobre 2019
Dovrebbe essere un luogo di rieducazione ma nella realtà è un deposito, che troppo spesso non riabilita. Lo dimostra il caso di Mohamed Safi, che, condannato a 12 anni per un femminicidio, ha tentato di commetterne un altro. Mohamed Safi, 36 anni, a Torino ha cercato di uccidere la fidanzata sgozzandola con il vetro di una bottiglia rotta. L'ha salvata la sciarpa, che ha attutito il taglio.
Poco ci importa di come si sono conosciuti e come è scoccata la scintilla, come riporta un giornalismo che si potrebbe definire "noioso" se non stessimo parlando di femminicidio. Ci importa sapere che Safi - che dopo l'aggressione ha tentato il suicidio - stava scontando presso il carcere Le Molinette di Torino una pena di 12 anni per aver ucciso nel 2008 a Bergamo Alessandra Mainolfi, 21 anni, la fidanzata dell'epoca, e che nonostante ciò aveva il permesso di lavorare all'esterno del carcere come cameriere, occupazione che aveva da due anni.
Quando lo ha scoperto la sua attuale compagna voleva lasciarlo e per questo lui ha cercato di ucciderla, di compiere un altro femminicidio. Perché questo fanno gli uomini violenti, picchiano, sottomettono, uccidono. Un caso, quello di Torino, che ci ricorda Angelo Izzo, che uccise due donne mentre godeva del regime di semilibertà.
E non è il carcere a cambiarli. Soprattutto se ci torni solo a dormire, come una pensione a mezza stella, mentre ti costruisci una vita esterna che ti permette di allacciare nuove relazioni omettendo di raccontare chi sei.
Un carcere che secondo la Costituzione dovrebbe essere un luogo di rieducazione ma che nella realtà è un deposito, un "freezer" come lo definisce il criminologo Paolo Giulini del Cipm di Milano che sperimenta da dieci anni trattamenti riparativi in carcere con gli uomini maltrattanti (qui l'intervista che gli avevamo fatto nel 2017).
Un freezer che ci restituisce gli uomini violenti così come sono entrati, se non di più, incattiviti da donne che li hanno denunciati o che, secondo la loro visione vittimistica, sono la causa della loro detenzione. La recidiva, ovvero la reiterazione del medesimo reato, è il grande problema che riguarda i femminicidi, i pedofili, gli stupratori, gli autori di violenza domestica.
"Mai un atteggiamento aggressivo", leggiamo di Mohamed Safi. Lo sappiamo. Gli uomini che agiscono violenza contro le donne spesso sono affabili nelle loro relazioni amicali e professionali, e per questo ancor meno riconoscibili. Quando nel 2012, con il Cipm, ho potuto entrare nel carcere di Bollate (MI) per incontrarne alcuni, mi aveva stupito proprio l'aspetto ordinario, l'atteggiamento mite di alcuni di loro.
I femminicidi sono sempre insospettabili, 'brave persone', 'stimati professionisti'; gli stupratori dei 'bravi ragazzi'. In carcere si distinguono per buona condotta, in attesa di un permesso premio.
Non abbiamo bisogno di un Codice rosso che stabilisce sei mesi in più di condanna se poi questa condanna, già ridotta a tempi ben più brevi, non serve al criminale per comprendere la gravità di quello che ha fatto, non protegge le sue potenziali vittime future, che in questo caso Mohamed Safi ha potuto incontrare ancor prima di aver scontato la pena.
Come non pensare ad Angelo Izzo, che mentre scontava un ergastolo per un crimine atroce come il massacro del Circeo (nel 1975 con due amici stuprò e torturò per due giorni Rosaria Lopez e Donatella Colasanti; la prima morì mentre la seconda si salvò fingendosi morta) si vide concedere il regime di semilibertà.
Dopo soli sei mesi uccise la moglie e la figlia di un compagno di carcere, la ragazza aveva solo 14 anni e fu trovata nuda, con le mani legate dietro la schiena, lo scotch sulla bocca. Entrambe le donne morirono per asfissia dentro due sacchi di plastica. Un altro crimine disumano per un detenuto che qualcuno, concedendogli dei benefici, avrà definito meritevole di fiducia.
Morti che pesano sulla coscienza di un Paese intero, di un sistema giustizia che non considera la violenza contro le donne per ciò che è, un crimine dalle radici culturali profonde, che come tale va affrontato.
In un recente incontro alla Casa dei diritti di Milano proprio il dottor Giulini (per il quale il Codice rosso "sembra avere meno incidenza pratica di quanto invece sia una suggestione mediatica) ha sottolineato come sia necessario agire "con una concezione clinica criminologica di intervento, con la consapevolezza che non si argina la potenzialità distruttuva di un uomo - con problematiche che non sono di tipo psico-patologico, ma di tipo multifattoriale e culturale -, con qualche colloquio con lo psicologo".
"Ci vuole una scossa", ha detto, "e la scossa la dà un contesto operativo che si muove con un sistema, ed è questo sistema operativo che va costruito". Ha ricordato che il modello milanese di presidio criminologico territoriale è unico in Europa e la sua efficacia è comprovata dalla bassissima recidiva.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 23 ottobre 2019
È stato rinnovato oggi il Protocollo di Intesa tra Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Soroptimist International d'Italia, finalizzato alla realizzazione, nell'ambito del Progetto "Si Sostiene", di percorsi di inclusione destinati alle detenute ristrette nelle sezioni e negli istituti femminili. L'intesa è stata sottoscritta presso la sede del Dap dal Capo del Dipartimento Francesco Basentini e dalla Presidente dell'Associazione Maria Coppola.
L'iniziativa progettuale, siglata per la prima volta due anni fa, conferma per una altro biennio la reciproca e fruttuosa collaborazione instaurata, che prevede la promozione di iniziative di sostegno della formazione professionale e dell'attività lavorativa delle donne detenute e ha portato all'attivazione di laboratori specifici, come quelli di gelateria, parrucchiere, sartoria e cucina.
Nei primi due anni di attuazione del Protocollo, infatti, il progetto "Si Sostiene" ha promosso 60 iniziative formative in una trentina di sezioni e istituti femminili, arrivando a coinvolgere 340 detenute. Sono stati realizzati corsi per parrucchiera, estetista, pasticciera, sarta, cake design, governante, per la manutenzione del verde e la coltivazione di orti, ed altri 20 stanno per essere avviati. Ventuno sono le detenute che, dopo aver seguito i corsi, hanno fruito di borse-lavoro retribuite.
Soroptimist International d'Italia è un'associazione no profit che opera per l'avanzamento della condizione femminile, la promozione dei diritti umani, l'accettazione delle diversità, lo sviluppo e la pace; è rappresentata presso la Commissione Parità del Ministero del Lavoro e presso la Commissione Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La sua capillare diffusione sul territorio nazionale conta di 144 club e più di 5.000 iscritte.
Già prima della stipula del Protocollo di due anni fa, Soroptimist aveva collaborato con il DAP offrendo un contributo fattivo al miglioramento della condizione delle detenute: presso la Casa di reclusione di Bollate aveva realizzato infatti, a titolo gratuito, una sala lettura al piano terra del reparto femminile, destinata a momenti di condivisione e formazione, ed elaborato il progetto dello spazio ludoteca per i bambini ospiti della sezione nido.
di Bruno Ferraro*
Libero, 23 ottobre 2019
Il sistema carcerario e la stessa funzione della pena in carcere sono tra gli argomenti più discussi, sia nell'immaginario collettivo sia nelle analisi di studiosi e giuristi. Sussistono pregiudizi di ogni genere in ordine ad un istituto vecchio come il mondo, per il quale la nostra Costituzione stabilisce il principio che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, preparandolo al ritorno nella società con caratteristiche diverse da quelle che lo hanno portato dietro le sbarre.
Alcune situazioni evidenziano il permanere di equivoci su cui è opportuno fare chiarezza. Custodia cautelare. Vigendo il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, le ordinanze restrittive del gip su conforme richiesta del pm dovrebbero costituire l'eccezione. La sensazione invece è che se ne faccia un uso eccessivo, con il paradosso della restituzione alla libertà a distanza di pochi giorni e spesso di poche ore, con una sostanziale delegittimazione delle Forze dell'Ordine.
Così non va: tocca al legislatore introdurre dei correttivi ed ai giudici di intervenire. Capienza carceraria. Il numero delle carceri in Italia è più che sufficiente. Al netto dei detenuti in custodia preventiva la percentuale di utilizzo sarebbe senz'altro adeguata e sarebbe evitato il fenomeno del sovraffollamento. Quando esistevano ancora le Preture (fino al 1999), ciascuna di esse era dotata di una o più celle destinate agli arrestati ed ai soggetti non pericolosi. Il problema da affrontare è invece quello dei contatti fra i detenuti, per evitare che le carceri si trasformino in scuole del crimine.
Minorenni detenuti. Gli Istituti di osservazione ed i reclusori per i minorenni sono sufficienti per numero e qualità del trattamento. I vari servizi vengono assicurati da personale in gran parte preparato e motivato. La permanenza in tali strutture di soggetti che hanno commesso reati prima dei 18 anni evita i rischi di promiscuità con i maggiorenni.
Madri detenute. Nel 2018 ha fatto molta impressione il caso di una mamma trentunenne di nazionalità tedesca che a Rebibbia ha scaraventato i due figli nella tromba delle scale provocandone la morte. Al di là del fatto che le madri detenute erano in Italia solo 52 (25 straniere) e che in genere godono di molte attenzioni, quale sarebbe l'alternativa: il diritto a rimanere libere o l'affidamento dei loro figli a famiglie di affidatari?
Stranieri detenuti. Costituiscono un problema, sia per il loro numero complessivo, sia per l'entità di coloro che sono in attesa di giudizio (quindi non estradatili), sia per la varietà legislativa dei Paesi di loro provenienza. La permanenza in carcere crea il paradosso di un onere economico a carico dello Stato. Per i condannati la soluzione c'è ed è quella del trasferimento dell'espiazione nei loro Paesi e non nelle nostre carceri, generalmente più generose ed accoglienti. È questo il compito cui dovrebbe attendere il Ministero della Giustizia.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 23 ottobre 2019
Parla il ministro della Giustizia: "Dagli alleati non temo trappole". "È una svolta epocale" ripete soddisfatto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a proposito del decreto che prevede il carcere per i grandi evasori.
"Epocale" è un termine che aveva usato anche per la riforma del processo penale che dovevate approvare insieme alla Lega, e s'è visto com'è andata...
"La differenza è evidente, la Lega ha bloccato la riforma, questo governo invece fa norme coraggiose. Io rivendico che dal punto di vista anche solo culturale la norma che prevede pene da 4 a 8 anni per chi evade cifre superiori ai 100.000 euro rappresenti un grande cambiamento. La soglia minima di quattro anni fa sì che non si acceda automaticamente a misure alternative alla detenzione, anche se poi toccherà sempre ai magistrati valutare i singoli casi e decidere".
Il carcere una svolta culturale?
"Sì, perché questa riforma è uno dei tasselli della lotta all'evasione fiscale, fra i più importanti. I cittadini devono sapere che lo Stato fa pagare il dovuto a tutti, e ciò consentirà a tutti di pagare meno. I grandi evasori sono parassiti che camminano sulla testa dei cittadini onesti, un fenomeno che non può rimanere impunito. Governo e maggioranza compatti hanno dato un segnale chiarissimo e netto".
Ci sono magistrati che i Cinque Stelle hanno sempre guardato con rispetto e simpatia, come Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, che ritengono la riforma sostanzialmente inutile: rischia di ingolfare i tribunali con migliaia di nuove inchieste e processi, senza risultati concreti...
"Rispetto l'opinione di tutti, ma non condivido questa preoccupazione. Si parla di una soglia minima di 100.000 euro, non di tutte le evasioni fiscali. Secondo l'Agenzia delle Entrate, coloro che evadono oltre quel limite rappresentano l'82,3 per cento delle somme evase nel totale: di fronte a questa situazione è inaccettabile che lo Stato rinunci all'azione penale. Il problema dell'ingolfamento dei tribunali ci sarebbe stato senza la soglia minima, ma così mi pare che non si ponga".
Però, replica Davigo, l'entità dell'evasione si scopre alla fine del procedimento penale, non prima, quindi va fatto comunque...
"Ripeto che non si può rinunciare a misure drastiche. E poi ho sentito dire che sarebbe più utile la confisca di fronte alla sproporzione tra redditi dichiarati e beni posseduti; vorrei ricordare che questa misura è contenuta nel decreto: applicheremo la confisca, anche qui, sopra la soglia dei 100.000 euro. È un altro modo per cercare di recuperare le somme sottratte all'erario. Come fa la norma che allarga le responsabilità anche alle società: è paradossale che paghino per tanti illeciti ma non per i più gravi reati tributari di cui si avvantaggiano".
Lei parla di maggioranza compatta, ma avete dovuto superare ostacoli e resistenze politiche, soprattutto da parte del nuovo partito di Renzi. Non teme che possano riproporsi in Parlamento durante la conversione del decreto?
"Il decreto è stato votato nei suoi contenuti dopo un'attenta interlocuzione con tutte le forze politiche che sostengono il governo. Ho fatto parlare e ho ascoltato tutti, anche i rappresentanti di Italia viva, e alla fine questo è il testo concordato. È il risultato di un lavoro di squadra, perciò non mi aspetto ripensamenti né trappole in Parlamento".
Ma le divergenze c'erano oppure no?
"In materia di giustizia penale è normale che esistano sensibilità diverse, ma poi s'è trovato il punto d'incontro. In ogni caso abbiamo fatto slittare l'entrata in vigore a dopo la conversione in legge, per evitare problemi in caso di modifiche in Parlamento".
Che dunque possono arrivare?
"Io penso di no, l'impianto è quello e resterà intatto".
E le tensioni nella maggioranza? I veti incrociati e gli aut aut di Renzi e del Pd nei vostri confronti, e viceversa? Tutto normale?
"Se devo giudicare dall'atmosfera che c'era ieri nel vertice di maggioranza e poi in Consiglio dei ministri, le confermo che questa è una maggioranza nella quale si discute e ci si confronta, ma che poi al momento di prendere decisioni anche coraggiose, come quella contenuta nel mio pacchetto, si trova un accordo e si va avanti".
Nel dualismo interno al vostro mondo, tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, lei con chi si schiera?
"Non esiste dualismo, ci sono solo momenti di maggiore o minore convergenza su singoli punti che si risolvono nel giro di 24 ore".
Mentre lei esulta per le manette ai grandi evasori gli avvocati sono in sciopero per l'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado che entrerà in vigore a gennaio. Perché non concede un nuovo rinvio, in attesa della riforma che dovrebbe snellire i processi?
"Perché i cittadini ci chiedono di fare le riforme, non di prendere tempo o rinviarle. Ora si tratta di fare quelle necessarie per dimezzare i tempi dei processi, che la Lega ha bloccato nel precedente governo. Del resto gli effetti del blocco della prescrizione si vedranno non prima del 2024, e riguardano una minima parte dei processi".
Allora mantenere quella data è solo un'impuntatura?
"Non è un'impuntatura, è giusto non tornare indietro sulle cose fatte e impegnarsi per farne altre".
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