di Giuseppe Abramo*
cn24tv.it, 1 dicembre 2019
Lunedì 18 novembre, presso il "Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Scienze Umane" di Reggio Calabria, si è tenuto un arricchente dibattito promosso dal Movimento universitario "Contaminiamo i Saperi" e patrocinato dall'Ordine degli psicologi della Calabria, dal titolo: "Il diritto alla speranza. L'ergastolo ostativo alla luce del 'caso Viola' e della sentenza della Corte costituzionale".
Era fondamentale, in qualità di aspiranti operatori del diritto, organizzare un incontro di approfondimento e di analisi riguardante l'evoluzione giurisprudenziale in materia di ergastolo ostativo; ed è ancora più significativo che questa preziosa occasione si sia svolta all'interno dell'Università, luogo emblematico per la formazione dei protagonisti del futuro.
A dare il via ai lavori è stato il Dir. del DiGiES, Prof. Massimiliano Ferrara, che ha accolto favorevolmente non solo l'iniziativa in corso d'opera ma soprattutto lo spirito d'intraprendenza degli studenti e dei vari gruppi associativi che animano la nostra realtà universitaria. Con una incoraggiante esortazione a prestare completo affidamento nel sostegno del Dipartimento per qualsiasi progetto di crescita culturale e professionale, ha poi annunciato l'apertura di un corso di diritto penitenziario per il prossimo anno accademico, che valorizzerà sensibilmente il corso di studi in riva allo stretto.
Il Prof. Arturo Capone, associato di procedura penale presso l'Università Mediterranea, ha delineato il quadro giuridico e normativo in cui collocare l'argomento in questione, illustrando il tortuoso percorso dottrinale e giurisprudenziale che è culminato con la sentenza Viola della Corte EDU e con la sentenza della Corte costituzionale di alcune settimane fa. Le due Corti supreme hanno sostanzialmente sollecitato lo Stato italiano a prevedere che, anche in assenza di collaborazione con la giustizia, il Tribunale di sorveglianza possa valutare la richiesta di accesso ai benefici penitenziari da parte dei condannati per i c.d. reati ostativi (tra cui l'associazione a delinquere di stampo mafioso), sempre alla luce dei percorsi trattamentali di rieducazione e di risocializzazione posti in essere dentro il carcere.
È stata poi colta la pregevole opportunità di conversare con la Dott.ssa Antonia Sergi, psicologa e psicoterapeuta presso gli Istituti penitenziari G. Panzera di Reggio Calabria, nonché esperta in criminologia e sistema penitenziario, che ha permesso di scoprire come opera in concreto un professionista negli ambienti carcerari. L' osservazione scientifica della personalità del reo, il concetto di revisione critica, le linee guida di valutazione in assenza di collaborazione del detenuto e poi l'approccio conoscitivo alla c.d. "psicologia mafiosa", considerata anche la riproposizione in carcere delle condotte tipiche dei boss. Di particolare interesse la delucidazione relativa al trattamento degli affiliati alle organizzazioni criminali, anche perché - aspetto confermato dalla stessa dott.ssa Sergi - il mafioso è nella quasi totalità dei casi un detenuto modello, che si contraddistingue per il rispetto ossequioso del regolamento carcerario, perfettamente in sintonia con una forma di deontologia criminale.
Il Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria, Avv. Agostino Siviglia, ha infine offerto degli efficaci spunti di riflessione critica, raccontando le numerose esperienze nelle carceri calabresi dove ha potuto, ad esempio, ammirare le opere di c.d. ingegneria carceraria, invenzioni e progettazioni di alcuni soggetti internati, utili e funzionali non solo per il trascorrere delle giornate in carcere ma soprattutto per conferire un barlume di umanità alla stessa detenzione. Dopo aver ripreso l'originale metafora proposta dal "Garante nazionale dei diritti dei detenuti" Mauro Palma, della dea della giustizia non bendata - appunto per soddisfare l'esigenza di guardare ogni singolo caso nella sua specificità, senza automatismi pregiudiziali -, ha citato l'esemplare gesto di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice palermitano, che ha chiesto di incontrare in carcere i fratelli Graviano (esecutori materiali dell'attentato di Via D'Amelio). Ha infine dichiarato che "deve essere lo Stato a nutrire il diritto alla speranza".
E questa affascinante attività di studio e di ricerca, indispensabile per la realizzazione della nostra tavola rotonda, ha generato delle stimolanti considerazioni che vengono riportate in questo umile contributo.
Come spiegato in precedenza dal Prof. Pugiotto, Docente ordinario di diritto costituzionale dell'Università di Ferrara, "la Corte di Strasburgo non ha affatto bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari, ma ha contestato l'equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il Legislatore italiano a prevedere anche per l'ergastolano non collaborante la necessità di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato prova del suo ravvedimento. [...] Ecco perché deve essere la magistratura di sorveglianza a valutare caso per caso, alla luce dell'intero percorso trattamentale del reo, se sia ancora socialmente pericoloso, indipendentemente dalla sua collaborazione con la giustizia. [...] Caduto l'automatismo ostativo, si ritornerà alla regola della valutazione giurisdizionale individuale. Si chiama riserva di giurisdizione, ed è prevista dalla Costituzione a garanzia di tutti i cittadini, detenuti compresi". Si tratterebbe quindi dell'imprescindibile restituzione alla magistratura di un potere di valutazione e di verificabilità, come costituzionalmente previsto nel nostro ordinamento.
Sono state anche avanzate critiche legate a un'eventuale sovraesposizione dei giudici di sorveglianza alle ritorsioni del potere mafioso. Ma sorgono spontanei alcuni interrogativi: il pubblico ministero che chiede la condanna all'ergastolo ostativo, non è invece soggetto a questi rischi? E soprattutto, il giudice che emana la sentenza di condanna all'ergastolo ostativo, non rappresenta forse il grado decisionale più elevato in tal senso? Si tratta di un pericolo connaturato alla funzione stessa del magistrato, e risulterebbe pertanto inutile qualsiasi catastrofismo al riguardo. D'altronde, come spiegato da Fabio Gianfilippi - magistrato di sorveglianza di Spoleto e componente del Tribunale di sorveglianza di Perugia, che peraltro ha sollevato il caso di legittimità costituzionale nei confronti dell'ergastolano ostativo Pietro Pavone -, "la magistratura di sorveglianza si occupa da molti anni di detenuti per reati gravissimi, anche di mafia, e già oggi valuta le loro richieste di differimento della pena per motivi di salute, le richieste di permesso per gravi motivi, oppure si occupa di valutare la concessione di benefici penitenziari nei confronti di quei detenuti per reati di mafia che non siano collaboratori, ma che abbiano avuto la valutazione di collaborazione impossibile con la giustizia.
Analizzando poi un punto di vista requirente, è interessante menzionare alcune osservazioni rilasciate da un altro operatore pratico del diritto, da anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, come il procuratore della DDA di Reggio Calabria Stefano Musolino. Afferma il p.m. reggino: "Nonostante la scarsità di investimenti e di attenzioni, il sistema penitenziario e la magistratura di sorveglianza hanno già dimostrato un'efficace capacità di gestione di queste dinamiche. Gli allarmismi sul punto sono, perciò, del tutto infondati. Piuttosto, mi inquieta il tentativo di aggressione culturale alla capacità discrezionale del giudice. È come se si brandisse il manganello mediatico per indurre la magistratura a chiedere nuove e deresponsabilizzanti presunzioni normative. Ma noi siamo un potere dello Stato, non funzionari addetti allo smaltimento di pratiche burocratiche e ogni persona, ogni situazione sottoposta al nostro giudizio merita un'attenzione speciale che ci impone valutazioni verificabili e discrezionali, perché tarate sul caso specifico sottoposto alla nostra attenzione". Significativa poi l'affermazione del magistrato antimafia: "direi che sia più accettabile (sul piano dei costi-benefici costituzionali) un errore, in buona fede, del giudice a favore di un detenuto immeritevole, anziché cento detenuti costretti a un generale regime deteriore che non tiene conto del loro percorso personale, per impedire che possa verificarsi il predetto errore".
Ma lo tsunami di polemiche sulla vicenda non si è per nulla limitato a valutazioni di natura tecnica, raggiungendo notevoli livelli di strumentalizzazione mediatica, attraverso ad esempio l'abuso del nome di Giovanni Falcone. Come spiegato dal Prof. Capone durante il nostro convegno, è vero che Giovanni Falcone - da Direttore generale degli Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia - aveva contribuito alla stesura del d.l. 152 del 1991, che introdusse per la prima volta l'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario; la prima versione, tuttavia, condizionava l'accesso ai benefici penitenziari all'esclusione di rapporti attuali con la criminalità organizzata. Solo dopo la strage di Capaci, sull'onda emergenziale, fu invece emanato il secondo decreto legge che introdusse l'attuale art. 4bis o.p., con l'ostatività della mancata collaborazione.
La stessa Corte EDU ha rilevato, nella pronuncia sull'ergastolano taurianovese, che "il sistema penitenziario italiano si fonda sul principio della progressione trattamentale, secondo il quale la partecipazione attiva al programma individuale di rieducazione e il passare del tempo possono produrre degli effetti positivi sul condannato e promuovere il suo pieno reinserimento nella società. Man mano che evolve la detenzione, ammesso che evolva, il detenuto si vede offrire dal sistema la possibilità di beneficiare di misure progressive (che vanno dal lavoro all'esterno alla liberazione condizionale), destinate ad accompagnarlo nel suo cammino verso l'uscita". E appare inoltre ancor più considerevole un dettaglio legato al procedimento dinnanzi alla Corte sovranazionale. L'art. 43 Cedu parla chiaro: "possono essere discusse alla Grande Camera soltanto le questioni che presentino seri dubbi interpretativi". Sembrerebbe evidente, quindi, la netta presa di posizione di Strasburgo sulla controversia, manifestata appunto con il rigetto del ricorso presentato dal Governo italiano contro la sentenza Viola, come a voler precisare che non esistesse alcun serio dubbio interpretativo tale da rimettere in discussione la pronuncia dello scorso giugno.
Grazie a una formidabile squadra di professionisti, il corpo studentesco dell'Università "Mediterranea" e la società civile reggina hanno potuto cogliere la rivoluzione copernicana avvenuta nel mondo del diritto penitenziario, abbattendo quel muro di paura, di incredulità e di indignazione costantemente fortificato dalla disinformazione dilagante. Risulta, quindi, inderogabile una esortazione nel pieno rispetto di qualsiasi opinione sulla tematica: corre l'obbligo (non solo il dovere) morale di riempire la parola "intelligenza" del suo significato etimologico, "intus"-"legere", "leggere dentro", non fermarsi all'apparenza, alla copertina di un libro, alla descrizione di un articolo di giornale. Al titolo di un post Facebook.
*Laureando DiGiES UniRC
pisatoday.it, 1 dicembre 2019
L'ex ministro e leader leghista è stato in carcere per il suo tour elettorale in vista delle elezioni regionali 2020. "Oggi sono andato al carcere di Pisa, non per trovare i detenuti, ma per incontrare gli agenti della Polizia Penitenziaria". Nel tardo pomeriggio di ieri, 29 novembre, l'ex ministro e leader della Lega Matteo Salvini ha visitato come annunciato il carcere Don Bosco di Pisa, sincerandosi delle condizioni difficili in cui versa la casa circondariale.
"Gli uomini e le donne in divisa - ha detto - spesso vengono trattati peggio dei carcerati. Non sono torturatori, non sono delinquenti. Da ministro ha lavorato al loro fianco e contro presto di tornare al loro fianco per migliorare la qualità della vita delle donne e degli uomini della penitenziaria. Perché io sto sempre con le guardie e non con i ladri".
Nella visita Salvini è stato accompagnato dal sindaco di Pisa Michele Conti, il deputato Edoardo Ziello e l'europarlamentare Susanna Ceccardi, con poi presenti altri membri della giunta pisana e consiglieri comunali. "La Toscana ha bisogno di fatti - ha proseguito Salvini - Pisa ne è la dimostrazione".
Un riferimento poi all'evento di Firenze, dove al Tuscany Hall avrebbe poi incontrato i sindaci del centrodestra della Toscana, insieme a trovare le "Sardine" in piazza: "Ognuno è libero di fare quello che vuole, per noi avere 1.200 persone con cui ragionare del futuro di Firenze e della Toscana è fondamentale". Nel dettaglio, sulla contestazione il leader leghista ha risposto "parliamo di vita reale. Qual è la loro proposta per la Toscana? Io ce l'ho. La protesta non è che costruisca molto. Tutti vanno ascoltati, prima o poi le incontrerò".
Sulle elezioni regionali: "Il nome - del candidato ndr - arriva alla fine. Prima ci sono programma e progetto. Stiamo lavorando a un progetto diverso da quello della sinistra degli ultimi anni. Si parla di sanità, di liste d'attesa, case popolari, sostegno alle imprese, alle famiglie, alle aziende agricole. Poi il nome del candidato arriva alla fine".
"Ho accompagnato Matteo Salvini in visita al carcere Don Bosco per ascoltare, direttamente dalla voce delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria, i problemi e le criticità della struttura. L'ho ringraziato per l'attenzione verso la casa circondariale della nostra città. Spero che le sue proposte per migliorare la condizione dei lavoratori siano accolte dal Governo", ha commentato il sindaco di Pisa Michele Conti.
rietilife.com, 1 dicembre 2019
Prosegue l'attività prevista dal Progetto Limen-Oltre il Limite, proposto dalla Associazione Comunità Emmanuel di Rieti all'interno della Casa Circondariale di Rieti, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento Pari Opportunità, per progetti di contrasto alla violenza sulle donne.
Il progetto, iniziato nel Novembre del 2018, prevede attività laboratoriali di arte, nonché colloqui individuali ed incontri di gruppo. L'arte, la scrittura, la creatività sono inevitabilmente connesse ai processi psichici di ciascuna persona e al rapporto con la propria dimensione emotiva e con le capacità empatiche.
Alla soddisfazione delle psicologhe, dottoresse Chiaia e Mazzetti, si accompagna quella della popolazione carceraria interessata dal progetto che, nel complesso, mostra una progressiva e costante alfabetizzazione al linguaggio psicologico. "Abbiamo l'idea che si stia portando un poco di luce in un ambito penale che reca su di sé lo stigma di delitti che sconvolgono - queste le parole delle due psicologhe che ci fanno ben sperare sulla possibilità che individui con quelle fragilità possano divenire, nuovamente, membri produttivi di questa società.
Questo può essere considerato un intervento progettuale come tanti altri già svolti? - Non abbiamo mai ritenuto, fin dall'elaborazione del progetto, che si sarebbe potuto trattare di un progetto come altri ne abbiamo e stiamo svolgendo - risponde la dottoressa Chiaia - C'è bisogno di particolare concentrazione ed attenzione nell'approcciarsi a questi detenuti, proprio per la tipologia di reati commessi. Ma non perdiamo mai di vista che anche loro sono persone con particolari sofferenze e disagi interiori".
"Non possiamo negare che il percorso di riabilitazione sia lungo e che vada ben oltre i limiti di tempo dati dal Progetto - aggiunge la dottoressa Mazzetti - ma crediamo di star dando l'avvio per quel processo. Gli obiettivi fin adesso raggiunti riguardano la creazione di un clima di accoglienza e supporto all'interno del quale i partecipanti possano sentirsi liberi di contattare, esprimere e imparare a gestire le proprie emozioni. Già, adesso, stiamo riscontrando maggiori capacità relazionali e comunicative". Ci sarà ancora del tempo da poter investire con la prosecuzione del Progetto Limen-Oltre il limite, e per questo diamo appuntamento alle operatrici della Comunità Emmanuel per un altro incontro per poter avere ancora notizie che, come queste avute, possano confortare l'opinione pubblica.
La Sicilia, 1 dicembre 2019
La missiva inviata tramite il legale dell'ergastolano al quotidiano La Sicilia, al sito LiveSicilia e all'Ansa. La lettera, come decine e decine di altre ogni giorno, è arrivata in redazione via mail. Ma questa non è una lettera qualsiasi.
Arriva, per il tramite di un avvocato, Salvatore Leotta del Foro di Catania, dal carcere di Spoleto. A scriverla, con caratteri a stampatello, un uomo che si è macchiato dei delitti più efferati, un uomo che ha ucciso e fatto uccidere, un mafioso, un boss. Si chiama Sebastiano Lo Giudice, è ritenuto il capo spietato del clan catanese dei "Carateddi".
L'avvocato Leotta ha trasmesso la lettera del suo assistito a noi e ad altri due mezzi d'informazione. Lo Giudice è un detenuto sottoposto al 41bis, il regime detentivo più restrittivo, esemplificativo della pericolosità del soggetto. Abbiamo deciso di pubblicare il testo della lettera, con il conforto delle autorità competenti cui abbiamo sottoposto preventivamente lo scritto, perché Lo Giudice, da mafioso, ammette di avere bruciato la propria vita e invita i "giovani dei quartieri" a non fare altrettanto.
A suo modo, e pur con le necessarie e scontate cautele del caso perché tra le righe potrebbe anche nascondersi altro, può comunque essere un messaggio importante per quei tanti, troppi ragazzi a rischio delle nostre città, lasciati dalla società "perbene" ai margini di una vita normale e quindi facilmente reclutabili dalle cosche. Questo, allora, deve restare della lettera che pubblichiamo in maniera testuale, errori compresi, per come ci è stata inviata: una vita da criminali, da mafiosi, non è vita.
La lettera - "Mi chiamo Lo Giudice Sebastiano e mi trovo recluso nel carcere di Spoleto a regime di 41 bis da quasi 10 anni, oggi mi trovo a scrivere a questo giornale al fine di poter dare sfogo ai miei pensieri. Faccio presente che ho maturato la consapevolezza di prendere le distanze da tutto e tutti e rispettare le sentenze che mi sono state inflitte senza dare più la possibilità a venditori di menzogne di speculare sul mio nome.
Mi rivolgo pure ai giovani che crescono nei quartieri come dove sono cresciuto io, di non prendere come esempio persone come me che si sono rovinati la vita, perché crescendo capirete che non c'è niente di vero e non gli si dà il giusto valore alla vita e quando ve ne renderete conto sarà troppo tardi e le sofferenze rimangono solo a voi e alle vostre famiglie che pagheranno conseguenze non loro; abbandonate la droga e l'alcool e godetevi la vita lavorando onestamente e con dignità e non dovete mai avere la paura di chi bussa alla vostra porta.
Istruitevi, aprite gli occhi e lasciate perdere i falsi miti perché prima vi chiameranno amore e dopo vi addosseranno anche le loro responsabilità e potrete gridare quanto volete perché nessuno vi sentirà e nessuno vi crederà.
Io ho perso la mia bella gioventù, ho perso l'amore dei miei figli e delle persone che mi amano veramente, per cui se avrò la possibilità mi voglio godere solo i miei nipotini, altrimenti accetterò di morire in carcere come la giustizia a deciso ma vorrei solo essere curato e scontare la mia con la mia dignità senza avere più problemi.
Ho visto tanti bravi ragazzi perdersi senza capirne la motivazione e sono certo che se potrebbero tornare indietro non rifarebbero più gli stessi errori, per cui abbiate la forza di dare una svolta alla vostra vita e non date adito alle millanterie dei quartieri perché prive di fondamento e fine a se stessi".
lanuovacalabria.it, 1 dicembre 2019
Il prossimo martedì 3 dicembre, a partire dalle ore 9:30, nella Sala "Federica Monteleone" di Palazzo Campanella, avrà luogo la prima Conferenza regionale dal titolo "Stati generali dell'esecuzione penale in Calabria - oltre i confini del carcere: un corale focus operativo per una nuova governance della pena".
L'iniziativa, promossa dal Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Agostino Siviglia, d'intesa con il Provveditorato regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, ha registrato la piena condivisione da parte del Presidente del Consiglio regionale, Nicola Irto che, in occasione della conferenza di presentazione delle Linee Guida dell'attività istituzionale del Garante, aveva auspicato un momento di riflessione sinergico sul delicato tema della detenzione in Calabria.
Saranno riuniti, per la prima volta, in tre diversi tavoli tematici, i vertici dell'amministrazione penitenziaria, della giustizia, della sanità e del welfare, oltre al variegato mondo del terzo settore e del volontariato sociale di tutto il territorio calabrese. L'obiettivo è quello di focalizzare l'attenzione sulle principali problematiche dell'esecuzione penale e del cosiddetto "pianeta carcere", al fine di costruire e consolidare una piattaforma culturale e operativa in grado di favorire il recupero, la rieducazione e il reinserimento sociale di chi ha delinquito.
Saranno presenti, tra gli altri, il Presidente del Consiglio regionale, Nicola Irto, il Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, Liberato Guerriero, il sub commissario alla sanità Maria Crocco, oltre a magistrati, docenti universitari, dirigenti penitenziari, sanitari, regionali, esperti e rappresentanti del mondo delle professioni e del terzo settore, che porteranno il loro contributo qualificato, durante l'arco della giornata di lavori. Sono previsti, inoltre, interventi programmati di figure che interagiscono quotidianamente con le problematiche della detenzione ed uno spazio di dibattito.
di Massimiliano Panarari
La Stampa, 1 dicembre 2019
E piovvero pietre. Dopo le rivelazioni di don Antonio Mazzi sul matrimonio di Erika De Nardo, i social media si sono prontamente riempiti di insulti e di un moto di ribollente "indignazione". E hanno così riconfermato la loro discutibile vocazione di combinato disposto di tribuna e "tribunale del popolo".
Poco meno di vent'anni fa, la ragazza massacrò a coltellate, con la complicità del fidanzato, la madre e il fratellino. Un evento raccapricciante, che trasformò in un teatro dell'orrore la casa familiare di Novi Ligure in quel maledettissimo 21 febbraio del 2001. Un abominio - lo diciamo a scanso di equivoci - di cui abbiamo sentito e letto in tanti rimanendone spettatori attoniti.
Che è precisamente la condizione che ci accomuna tutti di fronte a quella tragedia, compresi coloro che in queste ore si ergono invece a soloni e quelli che si comportano da leoni da tastiera infiammando la canea internettiana. Tutti quanti nulla più che osservatori, ai quali meglio risulterebbero confacenti il silenzio e il riserbo.
Una considerazione che andrebbe applicata a ogni fattispecie complessa della vita associata, evitando che il "pensiero" corra alla velocità di un clic e si riduca a qualche riga schiumante rabbia od odio e consegnata a un post o un tweet. Altri sono i protagonisti, e dunque i soggetti titolati a esprimere un giudizio informato e consapevole a proposito di questa come di altre vicende.
Sono i magistrati, che hanno pronunciato la sentenza, e gli apparati sociali e giudiziari, che hanno supervisionato il comportamento della ragazza successivamente all'omicidio. Sono don Mazzi, che l'aveva presa in carico per il percorso di riabilitazione e il padre, evocato nelle parole del fondatore della comunità Exodus come figura centrale nell'iter di recupero e ravvedimento.
Quella che è stata una giovane matricida è degna di poter ricominciare un'esistenza? O deve rimanere identificata per sempre con quel gesto disumano? Non spetta appunto a noi stabilirlo, ma alle figure tecniche e specialistiche a cui la società e le istituzioni - prima di venire messe costantemente sotto attacco dall'isterismo dell'"uno vale uno" - hanno attribuito nel corso del tempo questo compito delicato.
La civiltà giuridica dell'Occidente ha archiviato da qualche secolo la legge del taglione, e lo Stato di diritto contempla la funzione rieducativa della pena insieme alla possibilità del recupero del colpevole. Malauguratamente, invece, un certo spirito dei tempi sembra avere riesumato il "codice di Hammurabi", e lo sta veicolando proprio via Internet. Il premoderno e il postmoderno si trovano, dunque, ancora una volta a braccetto, alleati in questo caso contro Cesare Beccaria e la riscrittura illuministica dei meccanismi di valutazione e riparazione "dei delitti e delle pene".
Nello scomposto assedio al principio di competenza e nell'esaltazione narcisistica del soggettivismo oggi ci risvegliamo così anche tutti giudici e inquirenti, essendo già stati, a seconda delle volte, ingegneri strutturisti (come in occasione del crollo del ponte Morandi), costituzionalisti, epidemiologi, allenatori della Nazionale di qualsivoglia sport, editorialisti (e chi più ne ha più ne metta) in servizio permanente effettivo.
È l'opinionismo integrale - e integralista - come malattia non infantile, ma gravissima del totalitarismo social (e del suo modello di comunicazione istantanea). Il web non riconosce il diritto all'oblio, e non tollera il dovere del silenzio.
Ma facendo in questo modo finiamo tutti condannati a una deriva inarrestabile verso quello che Geert Lovink ha chiamato il "nichilismo digitale". Un ecosistema mediale dove la vendetta celebra la sua rancorosa vittoria ai danni della giustizia, e rischia di mettere sotto scacco la stessa convivenza civile. Come, infatti, già accade abbondantemente nello sfogatoio social.
recensione di Alessandro Fulloni
Corriere della Sera, 1 dicembre 2019
Il libro del giornalista Marco Gatti "Un padre da galera. La strada, il carcere, mio figlio" è la storia di un ex carcerato. La voglia di riscatto di un detenuto durante i suoi vent'anni in cella. "Io un sugnu nu cane malatu", non sono un cane malato.
È lo sfogo ripetuto da Ture, un ex galeotto (origini calabresi e sempre vissuto a Milano) di 46 anni, venti dei quali trascorsi in carcere per spaccio e rapine, al giornalista Marco Gatti che ha ascoltato la sua storia nella sala colloqui del penitenziario di Como, il Bassone. Circa 20 ore di registrazione, in diversi periodi sino alla scarcerazione, riversata in un libro - "Un padre da galera. La strada, il carcere, mio figlio", Europa Edizioni - di 114 pagine durissime e toccanti. Qui non c'è happy end, c'è semmai un sentiero strettissimo costituito dalla speranza che Ture coltiva di diventare un buon padre per suo figlio, un bimbo che oggi ha 11 anni. E che l'ex detenuto non ha visto il giorno della nascita "perché la sera prima ero stato arrestato".
Poi è riuscito a stargli accanto per alcuni mesi, "quando le ho provate tutte per cercare un lavoro così come aveva fatto mio padre che, una volta uscito dal carcere, fu capace di dare un taglio netto al suo passato". Per Ture è stato diverso. Rifiutato a ogni supplica di lavoro - appunto: come "nu cane malatu" - "e senza un centesimo per latte e pannolini, sono tornato a vendere droga e fare rapine e furti".
Ma poi è stato ancora arrestato: "Beccandomi 12 anni per cumuli di pena vari". Dentro però si comporta bene, e spesso ha dei permessi premio per vedere il figlio - intanto all'asilo - a casa. Ma le domande del piccolo sono devastanti: "Papà perché mi hai lasciato? Dimmelo quando sparisci". Gli incontri in carcere ricordano il film "La vita è bella".
Ture per un paio d'anni gli fa credere di lavorare nel penitenziario - quello di Opera, a Milano - con il compito di guidare il trattore in mostra dopo l'entrata della porta carraia. Un giorno però il bimbo "si presentò con un'affermazione che mi chiuse lo stomaco: "Papi, tu non sei al lavoro, tu stai in carcere. Cosa hai fatto? Hai rubato? Hai ammazzato qualcuno?".
Parole che spingono Ture a cambiare vita. Si mette a studiare, ottiene licenza media e diploma secondario. Al Bassone, dove viene trasferito, gli diagnosticano, e curano, il disturbo bipolare che in passato lo aveva reso irascibile e violento. Frequenta un percorso sulla genitorialità che lo riavvicina al figlio. "Da poco Ture è fuori ma la strada resta in salita", racconta Gatti che lavora al "Settimanale della Diocesi" di Como. Il bimbo però è testardo e sa quello che vuole: tanto che si è sempre rifiutato di andare in bici, dice il giornalista, "perché sognava che fosse Ture a insegnargli a pedalare".
di Maria Cristina Fraddosio
Il Manifesto, 1 dicembre 2019
Carcere e retorica. Nell'istituto penitenziario milanese i detenuti sfidano gli studenti a colpi di rap sui casi di cronaca. Stefania, la detenuta vincitrice: "Sono stata condannata prima dai giornali e poi da un giudice. Quando uscirò non sarò quella che sono diventata ma quella che sono stata".
Da Locke a Habermas, fino agli studi più recenti con l'avvento della rete, l'opinione pubblica è da secoli oggetto di riflessioni e critiche. Per un verso espressione intrinseca della società moderna e del sistema democratico, per l'altro tribunale insolente capace di violente manifestazioni d'odio. Chi sbaglia nella vita lo sa bene che potrebbe finire nel ciclone dei processi collettivi. E poco importa che li esercitino i propri familiari, poche centinaia di concittadini o irruenti leoni da tastiera. L'ostracismo che si innesca nuoce in egual misura.
Quale sia la sua reale essenza, se sale della democrazia o dominio del populismo, se lo sono chiesti i detenuti del carcere di San Vittore, a Milano, assieme agli studenti dell'Università Statale. Lo hanno fatto per mezzo di un duello di parole, utilizzando la retorica e il rap per sostenere prima una tesi e poi il suo esatto contrario. Il progetto, giunto alla sua quarta edizione, nasce da un'idea di Flavia Trupia e Andrea Granelli, rispettivamente presidente e vicepresidente dell'associazione "Per la retorica". "La retorica nasce in Sicilia nel V secolo a.C. ma, a differenza degli Stati Uniti, in Italia non viene insegnata come tecnica per imparare a comunicare meglio", spiega Flavia Trupia impegnata da tempo a riportarla al centro della vita sociale "come cosa viva".
A questo scopo, tra i "dimenticati" dal nostro Paese, ha individuato due categorie a cui destinare gli strumenti dell'arte del discorso: gli studenti e i detenuti. Così è nata "Guerra di parole", un'iniziativa sostenuta da Toyota Motor Corporation in partnership con la Crui, l'Unione camere penali, l'Osservatorio carceri Ucpi, la Federazione delle relazioni pubbliche italiana e alcune associazioni. Quattro lezioni preparatorie, con l'ausilio dell'attore Enrico Roccaforte e del rapper Amir Issaa, hanno preceduto l'evento svoltosi la scorsa settimana nell'istituto penitenziario milanese.
Nella parte centrale dell'edificio da cui si diramano i sei raggi, quelli storici dove - come hanno ricordato i partecipanti - furono rinchiusi anche Indro Montanelli e Mike Bongiorno, le due squadre hanno affrontato due round da venti minuti ciascuno attraverso l'uso sapiente delle parole e del rap. Dalla piattaforma Rousseau ai No Tav, da Stefano Cucchi alle proteste ad Hong Kong, passando per Alan Turing, Greta Thunberg e Dj Fabo, i partecipanti hanno scandagliato l'essenza dell'opinione pubblica esibendosi in una sorta di poetry slam.
"Guerra di parole" nel carcere di San Vittore Foto di Maria Cristina Fraddosio
Il realismo delle riflessioni, misto a comicità e acutezza, ha tenuto col fiato sospeso il pubblico per un'ora piena. "La libertà d'espressione libera la ragione", ha detto Manuel, uno dei detenuti, in apertura riferendosi al ruolo fondamentale dell'opinione pubblica nel caso Cucchi. E di contro Giorgio, studente universitario, gli ha risposto: "Non va dimenticato che i regimi totalitari si sono basati sulla manipolazione e che a volte è stata propria l'opinione pubblica a uccidere le persone". Dalle fila degli ospiti di San Vittore un altro ha ricordato: "Noi siamo liberi di poter dire quello che vogliamo, questo è ciò che conta". Eppure, secondo Alberto dell'Università Statale, "non siamo tutti uguali, se domattina Salvini dice che la cipolla è di sinistra, la casalinga di Voghera inizierà a fare il soffritto con l'aglio". Frasi brevi e incisive, talvolta ironiche e talvolta pregne di verità e consapevolezza.
"L'opinione pubblica - ha detto una detenuta - è quella che risolve tutto chiedendo di buttare la chiave delle nostre celle". "Può succedere che sia inquinata come l'aria, non per questo però si può smettere di respirare", le ha risposto la squadra avversaria rammentando come, anche nel caso di Liliana Segre, sia stata l'opinione pubblica, dopo le offese sui social, ad organizzare a Milano una manifestazione in favore della senatrice. "Certo - ha obiettato "San Vittore" - ma vogliamo parlare del potere che hanno i giornalisti di condizionarla? Loro sono i primi a manipolare la verità".
Attimi di verbosità concitata, silenzi e sospiri hanno animato l'atmosfera, proprio lì dove normalmente le giornate trascorrono tutte uguali, la luce non entra e il freddo è pungente. "Una grande occasione per incontrarsi, riflettere e imparare a utilizzare bene il tempo", l'ha definita il direttore dell'istituto penitenziario, Giacinto Siciliano. "I ragazzi - ha detto - erano carichissimi nei giorni scorsi, in tanti hanno chiesto di esserci al di là del risultato". Per la Camera penale di Milano "è importante che ci siano attività come queste di avvicinamento tra ciò che c'è dentro al carcere e ciò che c'è fuori, perché avvantaggiano tutta la collettività". In giuria, oltre all'amministratore delegato della multinazionale automobilistica giapponese Mauro Caruccio che ha sottolineato l'importanza in questo momento storico di "andare oltre il pregiudizio", c'erano Valeria Della Valle, Alessandra Carli, Maupal, Antonio Diodato e Fabio Novelli. Sono loro che hanno decretato i vincitori.
Foto di Maria Cristina Fraddosio
Quando i detenuti si sono aggiudicati il podio nella sala ha riecheggiato un enorme giubilo. "Speriamo - hanno commentato entusiasti - di aver lasciato qualcosa a questi ragazzi. A noi loro hanno dato tanto". L'elmo come oratrice dell'anno è andato a Stefania. I giudici l'hanno scelta per la spontaneità, la sincerità e l'uso della lingua italiana. "Sono stata condannata prima dai giornali e poi da un giudice - ha detto - quando uscirò non sarò quella che sono diventata ma quella che sono stata". Giovane, laureanda in giurisprudenza e con una pena ancora lunga da scontare. Parole taglienti le sue che hanno reso manifesto il lato oscuro dell'opinione pubblica. Il timore dell'onta che non va via. Neanche dopo anni di reclusione. Preoccupazione peraltro ribadita, nel corso della "guerra di parole", anche da un altro detenuto: "La vostra opinione è la nostra esclusione". Ma questa volta, per fortuna, non è andata così.
ilsussidiario.net, 1 dicembre 2019
È allarme terrorismo: dopo i combattenti di al Qaeda, stanno uscendo dalle carceri o tornando in Europa quelli dello stato islamico.
C'è grande confusione e soprattutto allarme, come non accadeva da tempo, dopo l'episodio di terrorismo di marca jhadista accaduto a Londra. Ne fanno le spese i media, che forse dovrebbero distinguere meglio le notizie in questione rischiando di generare un clima di paura. La notizia diffusa nelle ultime ore per cui l'Italia sarebbe nel mirino del terrorismo jihadista insieme ad altri paesi europei, con allarme per possibili attentati a stazioni di rifornimento benzina e luoghi pubblici, ci spiega Stefano Piazza, esperto di terrorismo e sicurezza, in realtà è un comunicato risalente a qualche tempo fa e già verificato dalla nostra intelligence. In Italia non c'è un allarme terrorismo.
Ma è anche vero, ci dice, che siamo ancora in pieno clima di attacchi, nonostante si sia pensato che il peggio è passato. Cade anche la vecchia teoria dei "lupi solitari", personaggi spesso con disturbi mentali che subiscono la propaganda islamista e da soli si lanciano a fare stragi. Il protagonista di Londra infatti ha una lunga storia alle spalle e soprattutto faceva parte di una cellula con più componenti, spiega Stefano Piazza, nota alla polizia.
"Conosco Usman Khan, l'attentatore del London Bridge, è nel mio database di migliaia di possibili terroristi. Sospettato di far parte di gruppi islamisti radicali già nel 2010, era stato arrestato nel 2013 perché appartenente a una cellula di nove persone che stavano progettando piani importanti, come una attentato alla borsa di Londra, l'omicidio dell'allora sindaco di Londra Boris Johnson, far saltare in aria delle sinagoghe. A 17 anni era già nei radar dell'antiterrorismo. Una volta in carcere, come succede sempre, si era radicalizzato ancora di più e quindi è uscito dopo aver scontato solo metà della pena, pochi anni". Facciamo notare a Piazza che Khan aveva un braccialetto elettronico, dunque era monitorato dalla polizia, ma questo non gli ha impedito di tentare una strage: una falla dei servizi di sicurezza inglese? Anche Boris Johnson lo ha detto: "Il killer di London Bridge, Usman Khan, aveva scontato solo metà della sua pena, è chiaro che il sistema non funziona".
risponde Piazza che "è impossibile monitorare i loro spostamenti, i sospetti o i condannati come Khan in Inghilterra sono tantissimi, sono migliaia. Sono originari del Pakistan, dell'India, del Bangladesh. Per monitorare una persona 24 ore su 24 ci vogliono 20 agenti. Negli ultimi tempi la polizia inglese ha subito il taglio di almeno 20mila agenti per via della spending review, non sono in grado di controllarli tutti". Un'altra cosa drammatica, ci dice ancora, è che Usman Khan faceva parte della prima ondata di terrorismo islamico, quella ancora appartenente ad al Qaeda, non allo stato islamico. "Adesso faremo i conti con l'ondata dello stato islamico.
Sono usciti i primi condannati come Khan e considerando che le carceri sono una fabbrica di jihadisti, ben presto avremo in giro una secondo ondata di potenziali terroristi. È un quadro allarmante". L'Italia però ha dimostrato che è possibile reagire, ogni volta che un sospetto terrorista è stato arrestato, è stato espulso: "L'Italia infatti è all'avanguardia in Europa. Quando viene fermata una persona con la cosiddetta binazionalità, in questo caso un inglese con passaporto pachistano, viene immediatamente rimandato al suo paese d'origine.
È quanto è stato inserito nel secondo decreto sicurezza e che paesi come Belgio, Germania e Olanda ci stanno copiando. È l'unico modo per difendersi". Concludendo l'episodio di Londra ha colpito la reazione dei cittadini inglesi, che hanno fermato e disarmato il terrorista prima dell'arrivo della polizia: "La gente ne ha abbastanza, è stufa di essere minacciata e aggredita, stufa di vivere in un clima di terrore. Anche rischiando la vita, la gente comincia a reagire".
di Alex Zanotelli
Il Manifesto, 1 dicembre 2019
Le parole di Bergoglio e le bombe nucleari. Le parole del papa risvegliano i laici dal "sonno della ragione" e i cristiani dal tradimento del Vangelo: ci siamo arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l'egida Nato. "Desidero ribadire che l'uso dell'energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine. L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso tempo è immorale il possesso delle armi atomiche. Saremo giudicati per questo. Come possiamo proporre pace se usiamo continuamente l'intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?".
Sono le parole profetiche pronunciate pochi giorni fa a Hiroshima e Nagasaki da Papa Francesco. Parole che vengono a risvegliare i laici dal "sonno della ragione" e i cristiani dal tradimento del Vangelo.
Infatti ci siamo tutti arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l'egida della Nato. Il governo gialloverde ha dato il suo beneplacito alle nuove bombe atomiche, le micidiali B61-12 che l'anno prossimo rimpiazzeranno la settantina di vecchie bombe atomiche B61 a Ghedi e ad Aviano. Altrettanto l'Italia, come membro Nato, ha approvato la decisione di Trump di cancellare il Trattato Inf del 1987, che aveva permesso di smantellare tutti i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra, come quelli piazzati a Comiso, per intenderci. E lo scorso anno l'Italia ha approvato altresì che gli Usa possono collocare nel nostro paese i nuovi missili nucleari.
Il governo gialloverde (5S e Lega) poi si è rifiutato di firmare il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. (Eppure durante la campagna elettorale sia Di Maio che Fico avevano firmato l'Ican Parlamentary Pledge). Non solo, ma il governo gialloverde ha deciso di continuare con l'acquisto e la produzione degli aerei F-35 attrezzati per portare proprio le nuove bombe atomiche in arrivo in Italia: le B61-12. (Eppure i Cinque Stelle li avevano definiti "strumenti di morte"!) Siamo prigionieri di un sistema di difesa basato sulla Bomba atomica che per Papa Francesco è "immorale e criminale".
"Nella società odierna la base della violenza è data dalla nostra intenzione di utilizzare l'arma nucleare - afferma il noto teologo Usa, R. McSorley - ma una volta accettato questo, qualsiasi altro male è un male minore. Fin quando non ci poniamo di fronte al nostro consenso all'utilizzo delle armi atomiche, ogni speranza di un miglioramento generalizzato della moralità pubblica è condannata al fallimento". Questo Papa Francesco, con quei discorsi a Hiroshima e Nagasaki, l'ha sbattuto in faccia sia alla chiesa che ai popoli del mondo. Davanti a una presa di posizione così netta sulla Bomba Atomica da parte di un Papa, i vescovi italiani (Cei) e le comunità cristiane non possono rimanere in silenzio.
Quando avremo da parte dei vescovi una presa di posizione sulle Bombe presenti nel nostro territorio, sull'arrivo dei missili nucleari, sulle basi Nato, su Sigonella (Sicilia) capitale mondiale dei droni? (L'abbattimento di un drone italiano nei cieli della Libia conferma che l'Italia è coinvolta in azioni belliche in quel paese). È mai possibile che i nostri vescovi non abbiano nulla da dire sulle politiche sempre più militariste dei nostri governi? È mai possibile che tutto questo non ci ripugni più, né come cittadini, la cui Costituzione "ripudia la guerra", né come cristiani, per i quali la guerra dovrebbe essere in orrore? Il governo gialloverde ha approvato: le missioni militari all'estero per un costo di 1.100 milioni, mentre ha stanziato solo 100 milioni per la cooperazione (altro che aiutiamoli a casa loro!); 50 accordi di cooperazione militare bilaterale incluso il Niger e la Corea (aggirando così la legge 185); l'aumento della spesa in difesa, dall'attuale 1,2% al 2% del bilancio, come Trump chiede(così spenderemo 100 milioni di euro al giorno in armi!); il mantenimento della nostra presenza militare in quella guerra ingiusta in Afghanistan; la vendita di armi a paesi in guerra e nei quali sono violati i diritti umani(in barba alla Legge 185!), come in Arabia Saudita.
Sappiamo che la Lega ha uno storico e costante legame con la lobby italiana delle armi, ma mi meraviglia la disinvoltura con cui i pentastellati hanno ripudiato quello che avevano promesso in campagna elettorale. Ora i pentastellati pensano perfino di modificare la Legge 185 (vedi la proposta del senatore G. Ferrara), una legge che invece ha bisogno solo di un decreto attuativo. Inoltre i 5S hanno lasciato cadere il Disegno di Legge (2013) firmato dalla Montevecchi e da tanti illustri senatori 5S per l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse con il commercio delle armi, soprattutto nel governo e nei partiti.
Un disegno di legge questo, quanto mai opportuno oggi che si sta parlando dell'approccio "governo a governo" ossia la trasformazione del ministero della Difesa nell'autorità proposta a stipulare direttamente controlli per la fornitura di tecnologia militare con paesi terzi!
Con questo nuovo meccanismo, quanto andrà ai partiti al governo in tangenti alle armi? Quand'ero direttore di Nigrizia negli anni Ottanta, sapevo da fonti sicure che, ai partiti al governo, andava dal 10 al 15%. Davanti a tutto questo mi stupisce il silenzio della cittadinanza attiva che è sempre stata molto efficace in Italia. Poche anche le azioni provocatorie al riguardo tranne quelle dei lavoratori portuali di Genova e Cagliari per essersi rifiutati di caricare armi su navi dell'Arabia Saudita! Mentre esplode tra i giovani la mobilitazione per salvare il pianeta (e le armi pesano nel disastro ambientale), noi rimaniamo quasi in silenzio. Mi meraviglia ancora di più il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane dove il tema della pace (il cuore del Vangelo!) sembra sia sparito.
Come fa la Chiesa italiana a stare zitta davanti a politiche governative sempre più fiorenti sia in armi pesanti che leggere che producono sempre più guerre e come conseguenza sempre più profughi? "Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi- sottolinea Papa Francesco- in cerca di speranze, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell'Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti. Questa ipocrisia è peccato". Diamoci tutti da fare perché vinca la Vita.
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