di Ugo Intini
Il Dubbio, 22 ottobre 2019
A dieci anni dalla scomparsa, il ricordo dello studioso e politico socialista il suo "pragmatismo rassegnato". Ricorre il decennale della morte di Giuliano Vassalli, uno dei più grandi penalisti e giuristi del secolo scorso. Generazioni di cronisti hanno seguito i clamorosi processi di cui è stato protagonista.
Generazioni di giovani hanno studiato sui suoi testi e seguito le sue lezioni nelle tante università dove è stato cattedratico. Lo ricordo per un omaggio doveroso, ma anche perché la sua storia personale aiuta a capire un'epoca.
È stato uno straordinario professionista, ma anche un eroe della Resistenza, dirigente di partito e uomo di Stato. Oggi si usa contrapporre la "società civile" alla "classe" o "casta politica". Tuttavia per Vassalli, come per tanti altri, non solo la contrapposizione, ma anche la distinzione non esisteva: è infatti difficile dire se fosse un professore prestato alla politica o viceversa.
Certamente, nella vita di Vassalli, gli ideali politici sono venuti prima (anche temporalmente) e lo hanno condotto nella Roma occupata dai nazisti del 1943 - 1944 a avventure leggendarie. Socialista, a 28 anni era il comandante delle Brigate Matteotti nella zona centro.
Quando il vice segretario del partito Pertini e Saragat vennero arrestati, Nenni era angosciato. I tedeschi non li conoscevano, ma prima o poi li avrebbero individuati come dei capi e uccisi. Chiamò Vassalli e gli chiese di liberarli. Con complicità all'interno del carcere e con documenti falsi, si riuscì a organizzare la loro fuga rocambolesca da Regina Coeli.
Ma poco dopo anche Vassalli fu catturato e portato nella centrale delle SS di via Tasso. Lo torturarono e massacrarono di botte al punto tale che veniva spostato avvolto con una coperta, perché il suo aspetto faceva orrore. Fu liberato per l'intervento personale di Pio XII sul comandante delle SS in Italia generale Wolff, che trattava segretamente con il Vaticano tramite Virginia Agnelli (la madre di Gianni): una nobildonna legata alla Resistenza (come la mamma di Carlo Ripa di Meana, Fulvia Schanzer). Il cugino di Giuliano, Fabrizio, fu invece fucilato al forte di Bravetta.
Vassalli, nell'Italia liberata, ha sempre fatto, oltre che il professore e l'avvocato, l'uomo politico. Ha seguito Saragat nella scissione a palazzo Barberini del 1947. È ritornato al partito socialista nel 1956, dopo la rottura con Mosca causata dalla repressione in Ungheria. Poi ha seguito prima Nenni e poi Craxi: sempre un socialista "autonomista", dunque.
A quei tempi, si votava e si sceglieva davvero liberamente: per essere eletti, bisognava avere i voti. Voti che non si conquistavano né per titoli accademici, né per volontà dei capi partito. Per Vassalli è stata dura. Ha trovato con fatica le preferenze per essere eletto consigliere comunale a Roma (1962- 66). Ce l'ha fatta a essere eletto deputato (1968- 72), ma una volta sola. Nel 1983, Craxi lo ha piazzato in un collegio sicuro del Lazio: è stato così eletto senatore e capogruppo al Senato (sino al 1987). Poi non è più riuscito.
Subito dopo la mancata elezione, il presidente della Repubblica Cossiga voleva nominarlo alla Corte Costituzionale (della quale sarebbe diventato presidente nel 1999). Ma Craxi gli chiese di aspettare, perché voleva tenerlo disponibile per il ministero della Giustizia, dove infatti lo portò nel 1989. Lì Vassalli fece il nuovo codice di procedura penale, aiutato dal suo grande amico Gian Domenico Pisapia (repubblicano, cattedratico a Milano, il più grande esperto della materia, padre del futuro sindaco Giuliano).
Non avrebbe mai immaginato che molti magistrati avrebbero interpretato il suo codice a modo loro e che il pool di Mani Pulite avrebbe usato il carcere preventivo come strumento per estorcere confessioni. Lo amareggiarono anche le polemiche furibonde per la legge che fece approvare nel 1990 contro l'uso della droga.
Fu dipinto (proprio lui!) come forcaiolo e repressivo. A distanza di tanti anni, non saprei giudicare nel merito. Ma certamente la volontà era allora quella di dare un segnale chiaro sul fatto che la droga rappresenta una minaccia mortale, da combattere senza ambiguità e distinguo. Ricordo che se ne discusse molto anche con Craxi e che il punto di partenza fu un incontro a New York con il giovane prosecutor Rudolph Giuliani.
Ci descrisse a lungo cosa succedeva per la droga in America e come lui la stesse combattendo con quella "tolleranza zero" che lo avrebbe reso popolare e portato a diventare sindaco. Giuliani è invecchiato male (come si vede dalle sue avventure con Trump), ma allora ci impressionò, così come ci colpirono le esperienze terribili che ci raccontava Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità di San Patrignano.
Nel 1978, durante la prigionia di Moro, Vassalli fu l'unico tra i "grandi vecchi" ad appoggiare apertamente gli sforzi di Craxi per aprire una via di trattativa con i brigatisti e per liberarlo. Pur con grande rispetto, diceva che i nostri capi storici, per età e formazione, erano "giacobini": vedevano cioè la politica e lo Stato come un fine ultimo (il più elevato).
Lui pensava invece (e con lui i cattolici come Baget Bozzo) che lo Stato fosse un mezzo. E infatti ha osservato: "Moro scriveva dal carcere quegli argomenti che, se libero, avrebbe cercato di far valere a favore di altri. In tutto il suo pensiero domina infatti l'idea del carattere subordinato dello Stato alla realtà dell'uomo. La persona nella sua singolarità rappresenta il principio e il fine dell'esperienza giuridica".
Vassalli mal sopportava la cosiddetta "interpretazione evolutiva" delle leggi. L'idea cioè che l'interpretazione delle norme potesse essere forzata per adattarle alla evoluzione della società e agli obiettivi da raggiungere. Non amava i magistrati che si fanno paladini di battaglie (anche nobili). Citando un famoso esponente della Corte Suprema americana, diceva: "I magistrati non perseguono cause, i magistrati giudicano cause".
Anche con questo spirito, Craxi e i socialisti si contrapposero al protagonismo e al giustizialismo di una parte della magistratura. Ma questo scontro ha radici molto più antiche. Lo stesso Nenni scriveva cose che sembrano adattarsi perfettamente alle polemiche di oggi (pensiamo allo scandalo del Csm).
Annotava nel 1964: "L'indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest'ultima il solo vero potere, un potere insindacabile, incontrollabile e a volte irresponsabile". E nel 1974 aggiungeva: "L'abbiamo voluto indipendente e ha finito per abusare del potere che esercita. Per di più, è divisa in gruppi e gruppetti peggio dei partiti".
Invecchiando, Vassalli non era diventato cinico, ma manifestava quello che si potrebbe definire un "pragmatismo rassegnato".
Faceva quello che poteva e doveva, ma "rassegnato" - appunto - ad accettare che i risultati sarebbero stati inferiori alle necessità. Avevo una venerazione per lui e lui l'aveva per l'Avanti! del quale ero direttore. Raccontava che in quel terribile 1943- 44, a Roma, i compagni lo diffondevano clandestinamente. Vezio Crisafulli, che sarebbe diventato un famoso costituzionalista e giudice dell'Alta Corte, portava gli articoli da stampare in una tipografia nascosta a Monte Mario.
Direttore era Saragat. Capo redattore era Eugenio Colorni, che con Altiero Spinelli scrisse il "Manifesto" europeista di Ventotene e che sarebbe diventato famoso come lui se non fosse morto troppo presto: riconosciuto in strada da una pattuglia di fascisti, fu falciato con una raffica di mitra pochi giorni prima dell'arrivo a Roma della Quinta Armata. Se gli chiedevo un articolo, Vassalli me lo mandava immediatamente, chiamandomi "direttore".
Su di lui, ho nella memoria quattro flash. Primo. Quando nel 1983 fui candidato capolista per la Camera in Liguria (al posto di Pertini) mi preoccupavo per i voti di preferenza e Vassalli venne in mio soccorso a Genova, dove aveva insegnato per anni. Era ancora ricordato come un mitico cattedratico di diritto penale e in città esisteva una cordata di professori socialisti: Mario Bessone (che sarebbe diventato membro del Csm), Fernanda Contri (giudice costituzionale), Beppe Pericu (futuro sindaco), Guido Alpa. Lo vedo ancora oggi mentre mi presentava ai suoi allievi diventati famosi e influenti.
Secondo flash. Craxi lo considerava un mito (forse influenzato dal papà Vittorio, come lui avvocato e esponente della Resistenza). Tentò perciò due volte di farlo eleggere presidente della Repubblica: nel 1978 (quando riuscì Pertini) e nel 1992 (invece di Scalfaro). Nel, 1978 ce l'avrebbe fatta se non si fossero opposti i comunisti, che non gli perdonavano la posizione "trattativista" nel caso Moro. Craxi ripiegò su Pertini e fummo felici ugualmente.
E qui viene il flash. Come direttore dell'Avanti!, cercavo quel giorno un fondo autorevole al volo. Ci volle coraggio per telefonare a Vassalli, che poche ore prima sembrava il candidato vincente. Ma mi disse subito di sì. In un lungo articolo, scrisse tra l'altro: "Per noi giovani socialisti di allora, l'elezione del nostro Sandro è come il coronamento di un sogno. Dal primo giorno in cui ci incontrammo, nell'agosto del 1943, a Roma, dove Sandro era arrivato dal confino, egli fu per noi giovani il nostro uomo, il nostro capo naturale".
Ed ecco il terzo flash. Nel novembre 2007, nel palazzo della Provincia, in piazza Venezia, andammo insieme a visitare una mostra su Nenni. Camminava piano, sorreggendosi con un bastone. Davanti alla vetrina con i documenti sulla guerra di Spagna, rimase inchiodato con le lacrime agli occhi. Fissava una vecchia foto di Mario Angeloni, volontario repubblicano morto in combattimento. "Era il fratello di mia mamma - mi disse - ed è per la sua morte che sono diventato un militante antifascista".
Il quarto e ultimo flash riguarda il suo tramonto. È morto a 94 anni: sempre lucido, ma depresso. Viveva da solo con un vecchio cameriere nella bella villa liberty di famiglia, in un giardino sul Lungotevere dei Vallati, a cento metri dal ministero della Giustizia di via Arenula. Stava nella penombra con le persiane chiuse.
Aveva parlato e scritto troppo, non se la sentiva più nemmeno di fare interviste. Ma vedeva ancora volentieri i vecchi compagni come me. Che chiamava esattamente così: "Compagni". Come fanno i militanti della sinistra ancora oggi in tutto il mondo. Secondo una tradizione il cui significato emotivo profondo era stato spiegato ai primi del 900 con un articolo ancora sull'Avanti! da un "compagno" che di emozioni si intendeva: Edmondo De Amicis.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 22 ottobre 2019
Nel decreto varato dal governo le pene passeranno da 6 a 8 anni. Ma i renziani puntano i piedi. Confindustria: distrazione di massa. Non sarà sulle manette agli evasori fiscali che cadrà il governo giallo-rosso.
Nonostante i mal di pancia e le resistenze dei renziani, una giornata di vertici a palazzo Chigi ha ribadito il punto di fondo, ossia abbassamento delle soglie di punibilità a 100mila euro di evasione e aumento delle pene da 6 a 8 anni, che restano nel decreto fiscale, le cui bozze erano state approvate in consiglio dei ministri.
Poi, certo, in ambito penale i dettagli fanno la differenza. Innalzare le pene edittali oltre certe soglie, ad esempio, apre alle procure la possibilità di intercettare i presunti evasori, il che non piace ai garantisti. Oppure, per questioni di metodo costituzionale, c'è chi critica la scelta di inserire modifiche al codice penale in un decreto, quale il fiscale.
È quanto dice, ad esempio, Gennaro Migliore, di Italia Viva, ex sottosegretario alla Giustizia. E quindi fino all'ultimo si è discusso se inserire il pacchetto elaborato dal ministro Alfonso Bonafede nel decreto oppure farne un testo da far procedere in parallelo. Da una parte i grillini, testardi, che volevano portare a casa il risultato, per loro identitario.
Dall'altra tutti gli altri. Politicamente parlando, il via libera c'è. Nicola Zingaretti ne aveva parlato già durante la sua intervista televisiva di domenica sera: "I grandi evasori rubano soldi a chi ha bisogno. Bisogna arrivare a sanzioni o al carcere. Non ho paura a sostenerlo". Musica per le orecchie di Luigi Di Maio o del ministro Bonafede.
Di Maio ha avuto gioco facile, su questa che era una delle sue tre richieste "irrinunciabili", anche nell'incontro con Giuseppe Conte. Il premier è sempre stato convinto della necessità di ritoccare le pene per gli evasori, manovrando sulle soglie di punibilità oltre che sugli anni di pena. E per chi recalcitrava, vedi i dubbi espressi nei giorni scorsi a mezza voce dai renziani, è arrivata la classica randellata.
"Noi - ha detto il vice ministro alle Infrastrutture, Giancarlo Cancelleri, M5S - vogliamo il carcere per i grandi evasori. Chi non lo vuole, si sta schierando con Berlusconi. Anche se sta dentro il governo". Si è smosso perfino Romano Prodi a benedire l'accordo: "C'è bisogno di una durissima lotta all'evasione fiscale", spiegava a Rete 4.
Discorso rivolto innanzitutto a quell'uscita improvvida di Maria Elena Boschi, ripresa dal suo stesso partito. Stessa posizione per LeU, uno dei partner della coalizione. Parlava il senatore Federico Fornaro, capogruppo: "Nessuna retromarcia rispetto alla scelta di fare della lotta all'evasione fiscale uno degli assi portanti della manovra. Erodere la montagna di 110 miliardi di evasione fiscale e contributiva è fondamentale per recuperare risorse per la crescita e la lotta alle diseguaglianze".
È evidente che il governo vuole innalzare sul serio le sanzioni per i reati fiscali e rendere più ficcanti le norme. Tanto da far tremare le associazioni datoriali, che si sentono nel mirino. Protesta Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria: "Speriamo in una politica economica coerente che non metta ansia alle imprese, a partire da questo dibattito di distrazione di massa sulla questione evasione che vede le manette prima ancora delle sentenze".
Anche i vertici della Confederazione nazionale artigiani, il presidente Daniele Vaccarino e il segretario generale Sergio Silvestrini, incontrando il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, hanno accennato obliquamente ai "messaggi" che arrivano dalla politica in merito alla lotta all'evasione fiscale: "Rischiano di esemplificare e generalizzare alimentando luoghi comuni".
di Marco Esposito
Il Mattino, 22 ottobre 2019
In Germania e Gran Bretagna non c'è una soglia minima per il reato penale. In Francia si evita la prigione se la somma nascosta è solo il 10% del reddito dichiarato.
In Germania evadere non è reato. Avete letto bene. Però l'evasione consentita dal codice penale non è quella fiscale bensì l'evasione dal carcere. Si rispetta il principio che ogni essere umano ha un incomprimibile anelito verso la libertà e non può essere punito se riesce a fuggire, ma solo riacciuffato e ricondotto in cella. Invece l'evasione fiscale, quella sì, in Germania è reato penale, perché chi si sottrae ai doveri fiscali sta rubando scuole, strade e ospedali ai propri concittadini.
In Italia è un po' l'opposto. La fuga dal carcere è considerata un'offesa al sistema giudiziario e punita con una pena da uno a tre anni, aggiuntivi, di reclusione. Invece l'evasione fiscale è come un peccatuccio veniale ("kavaliersdelikt", un delitto da gentiluomini, direbbero i tedeschi), una marachella perdonata dall'erario con gli immancabili condoni tributari.
Ecco perché in Italia si discute con tanto fervore del carcere agli evasori fiscali, mentre nel resto d'Europa è del tutto ovvio che chi froda intenzionalmente il fisco commetta un reato che può portare in prigione. In Germania, come del resto in Gran Bretagna, non c'è neppure una soglia minima per il carcere, anche se l'obiettivo non è ovviamente chiudere in cella tutti gli evasori ma solo spaventarli a sufficienza affinché si autodenuncino e paghino le sanzioni.
In Germania per chi chiede di mettersi in regola prima di essere scoperto dalla Finanza, la sanzione è limitata al 5% dell'importo dovuto, più gli interessi legali. Inoltre c'è una sorta di prescrizione, per cui non si può essere perseguiti per frodi fiscali più vecchie di dieci anni. Eppure il carcere come deterrente serve, eccome.
Fece scalpore nel 2007 l'arresto dell'amministratore delegato di Deutsche Post, Klaus Zumwinkel, che aveva nascosto in modo illecito i soldi in Liechtenstein. Fu scoperto perché il governo tedesco comprò un file riservato con i nomi dei clienti di una banca locale. Il capo delle Poste tedesche fu condannato a due anni di reclusione, con pena sospesa, e multato per un milione di euro.
Al processo il giudice affermò che il manager aveva "consapevolmente, meticolosamente e durevolmente" aggirato il fisco, mentre Zumwinkel si difese confessando tutto e dicendo alla corte di aver commesso "il più grande errore" della sua vita.
Da allora sono fioccate le autodenunce, a decine di migliaia, di furbetti tedeschi con i conti nascosti in Svizzera o in altri paradisi bancari. Ed è proseguita la repressione, con centinaia di anni di carcere comminati ogni anno. In Germania la reclusione prevista per gli evasori va da uno a cinque anni, aumentabili a dieci in casi gravi, mentre in Gran Bretagna si arriva a sette anni, anche se il reato di solito viene punito con una multa fino al 100% dell'importo evaso.
In genere però c'è una soglia oltre la quale scatta la punibilità penale dell'evasione fiscale. In Francia c'è un sistema che ricorda quello dei limiti di velocità e cioè una tolleranza pari al 10% del reddito dichiarato. Quindi un contribuente che dichiara 30mila euro e riceve un accertamento dal fisco che corregge la dichiarazione a 33mila euro, sui 3.000 in più deve solo versare una sanzione bonaria. Mentre se l'evasione supera il 10% scatta il codice penale e il carcere fino a cinque anni, che possono salire a sette per "circostanze gravi".
In Francia un condannato eccellente per frode fiscale è Jéróme Cahuzac, ex ministro delle Finanze sotto la presidenza di Frangois Hollande, finito nei guai dopo che un'inchiesta dalla procura di Parigi aveva scoperto i conti bancari segreti in Svizzera, nell'isola di Man e a Singapore per un valore complessivo di 3,5 milioni di euro. Cahuzac nel 2018 è stato condannato a quattro anni di prigione, di cui due con la condizionale, ma è riuscito tra il malumore dei parigini a evitare la prigione: deve rispettare una restrizione delle ore di uscita e sarà controllato con il braccialetto elettronico.
In Spagna, invece, la soglia per le violazioni penali è fissa e scatta se l'evasione supera i 120 mila euro. In tale caso il processo per frode fiscale può concludersi con una reclusione da uno a cinque anni e una sanzione fino a sei volte la somma nascosta all'erario. Inoltre l'evasore, etichettato come contribuente inaffidabile, per un periodo da tre a sei anni perde il diritto a ottenere crediti o aiuti statali oppure di usufruire di incentivi fiscali o contributivi. Un evasore eccellente pizzicato da Madrid è l'ex allenatore del Manchester United, José Mourinho, portoghese, accusato in Spagna di non aver dichiarato i proventi derivanti dai suoi diritti di immagine nel periodo in cui allenava il Real Madrid, tra il 2011 e il 2012, per un danno al fisco spagnolo di oltre 3 milioni di euro. Mourinho è riuscito a evitare i dodici mesi di carcere patteggiando una multa aggiuntiva di 172.800 euro. Un buon prezzo per un anno di libertà.
di William Beccaro
estremeconseguenze.it, 22 ottobre 2019
Ilaria Cucchi ha un indiscutibile merito, la sua battaglia, ci ha educati, ha fatto sì che fossero più forti gli anticorpi che presidiano i valori costituzionali nelle nostre carceri, nelle caserme e nelle questure. Ha reso più netta la differenza tra il grano e loglio, le eroiche donne e uomini in uniforme da chi quelle stesse uniformi infanga. E non è affatto poco.
Da dieci anni sono il giornalista del Caso Cucchi. A chiamarmi, di solito, sono le scuole, a volte i colleghi giornalisti, soprattutto quelli giovani che dieci anni fa ancora frequentavano licei o università, ultimamente qualche studente che ha una tesi da scrivere. Lo scorso anno c'è stata un'impennata di chiamate per via del bel film, "Sulla mia pelle" di Alessio Cremonini, che di Stefano racconta le ultime ore.
Nel film giustamente, io non ci sono e neppure il buon Daniele De Luca che mi faceva da vice in CnrMedia, la testata che il caso fece scoppiare pubblicando le ormai stranote foto dell'autopsia del giovane massacrato di botte. Giustamente non siamo nel film perché l'eroe del Caso Cucchi è la sorella Ilaria.
È lei, con il supporto del buon avvocato Fabio Anselmo, che ha bussato a ogni porta per vedere riconosciuto il dramma che stava vivendo e per chiedere verità. Noi eravamo una delle porte cui ha bussato e abbiamo aperto. Punto. Non lo scrivo per una pudica modestia. I fatti sono questi. CnrMedia pubblicò le foto che altri non pubblicarono, poi Beppe Grillo e il suo blog rilanciarono le nostre pagine web e furono milioni di click e Ilaria iniziò il suo percorso verso la verità.
A questo proposito fatemi sottolineare che il Caso Cucchi non è accaduto 10 anni fa, ma sta durando da 10 anni. Nel senso che non è finita e la verità sulla morte di Stefano e soprattutto su tutti gli odiosi depistaggi istituzionali sono ben al di là di essere svelati.
Il Caso Cucchi è nei fatti uno dei misteri italiani e solo il disvelamento di insabbiamenti e coperture lo consegnerà alla storia, alla brutta storia del nostro Paese. Insabbiamenti e coperture che devono trovare nomi e cognomi, che si andranno ad aggiungere a quelli degli inqualificabili politici che di Stefano e Ilaria dissero e dicono le peggio cose.
10 anni fa nessuno sapeva chi fosse Stefano Cucchi, oggi si. Ed è importante sia così perché segna un'evoluzione nel sentire pubblico. Oggi un nuovo Caso Cucchi è più improbabile e non perché non ci possano essere pestaggi da parte di una qualche uniforme marcia, bensì perché l'opinione pubblica non è più incredula. Non è più impermeabile.
Ilaria Cucchi ha un indiscutibile merito, la sua battaglia, ci ha educati, ha fatto sì che fossero più forti gli anticorpi che presidiano i valori costituzionali nelle nostre carceri, nelle caserme e nelle questure. Ha reso più netta la differenza tra il grano e loglio, le eroiche donne e uomini in uniforme da chi quelle stesse uniformi infanga. E non è affatto poco.
di Roberto Bertoni
articolo21.org, 22 ottobre 2019
Molte cose sono cambiate negli ultimi dieci anni, ahinoi quasi tutte in peggio. Fatto sta che la tragica vicenda di Stefano Cucchi, il trentunenne geometra romano trovato in possesso di alcuni grammi di hashish e cocaina e per questo portato in caserma e lì pestato a sangue da alcuni agenti, causandogli danni che in pochi giorni lo hanno condotto alla morte, ha risvegliato le coscienze assopite della maggior parte di noi circa il tema dei diritti umani.
Dieci anni e ne abbiamo sentiti di insulti, farneticazioni e affermazioni vergognose da parte di alcuni esponenti politici, per non parlare di certi colleghi, di quella frangia della destra che su Cucchi ha rivelato la sua vera natura. Una natura che, purtroppo per il nostro Paese, ha poco a che vedere con la tradizione liberale e diversi punti in comune, invece, con paesi in cui, di fatto, non esiste l'habeas corpus e i diritti umani non sono tenuti in nessuna considerazione.
Il caso Cucchi, come ben sa la sorella Ilaria, verso cui nutro sentimenti di profonda stima e sincera amicizia, ha avuto il merito di fare chiarezza su numerosi aspetti del nostro vivere civile. Il che mi induce a dire che la morte straziante di un ragazzo che mai sarebbe dovuto finire in carcere e, meno che mai, avrebbe dovuto subire lo scempio che ha subito, per fortuna, non è stata vana. Si è aperto, infatti, in Italia un dibattito sul ruolo e sulla funzione delle carceri e di chi vi lavora, sul senso di determinate pene detentive e sull'ingiustizia di molte di esse.
Ci si è scontrati sul punto cruciale della prigione intesa da alcuni, i soliti, i già menzionati campioni del sovranismo all'amatriciana, alla stregua di una discarica sociale dove gettare gli scarti, i deboli, gli ultimi, coloro che non ce la fanno e per questo, secondo la vulgata corrente, sapientemente alimentata, non avrebbero diritto né alla redenzione né alla giustizia nel senso letterale del termine.
Non c'è dubbio che Stefano Cucchi, nel corso della sua breve vita, abbia commesso degli errori, che abbia incontrato il gorgo pericoloso della droga e della dipendenza e che non sia riuscito a uscirne. Tuttavia, non c'è dubbio che è proprio per persone così che è necessario prevedere misure alternative al carcere, finanziando adeguatamente le comunità di recupero e restituendo alla piena cittadinanza chi ha commesso degli sbagli ma non per questo merita di essere abbandonato a se stesso o colpito in eterno da un marchio di infamia.
Oltretutto, la tragedia di Cucchi ci ha permesso di conoscere una donna, Ilaria per l'appunto, che non ha mai elevato il fratello a eroe moderno né gli ha lesinato critiche, anche severe e immagino per lei quanto dolorose, preferendo, al contrario, farne un simbolo di lotta collettiva per una certa idea di società.
Una società, quella per cui si batte Ilaria, e noi al suo fianco, nella quale nessuno sia lasciato indietro, nella quale un cittadino nelle mani dello Stato venga rispettato quanto e più degli altri, nella quale la giustizia sia giustizia e non faida medievale, nella quale il carcere abbia la funzione costituzionale di luogo di rieducazione e non di buco nero senza via d'uscita, nella quale la logica della vendetta che si è impadronita del nostro vivere civile venga contrastata con la massima fermezza e, infine, sconfitta.
E ci ha consentito di conoscere anche un uomo, l'avvocato Fabio Anselmo, che della passione per la lotta di Ilaria ne ha fatto una ragione di vita, riportando l'umanità e la dignità indispensabili nelle aule di un tribunale in cui, in precedenza, si era discusso in termini burocratici e lesivi della memoria di un ragazzo assassinato per la sola colpa di non essere nessuno.
Dieci anni dopo dobbiamo dire grazie a Ilaria per aver reso qualcuno tanti altri nessuno come suo fratello, per averli fatti sentire meno soli, per aver ricordato a tutti noi il ruolo costituzionale della politica e della magistratura, per aver fatto uscire dal silenzio il grido di rivalsa di quanti hanno subito per anni ogni sorta di angheria, per aver scelto di vincere sempre e comunque nella legalità, senza populismo, senza vittimismo, senza autocommiserazione, credendo nelle istituzioni e affidandosi a un iter che ha favorito la scoperta dei responsabili e dei depistatori e aperto una discussione sui corpi dello Stato che non si vedeva dai tempi del G8 di Genova. Ilaria ha vinto perché non ha mai cercato di strumentalizzare il dramma del fratello. E Stefano oggi può riposare se non in pace, quanto meno con un minimo di serenità.
balarm.it, 22 ottobre 2019
Si tiene a Palermo, giovedì 24 ottobre dalle 14.30 alle 18.30 presso Palazzo Branciforte, la giornata di studio dal titolo "Tra le righe. Esercizi di libertà in carcere", sostenuta da Fondazione Sicilia, a cura di Acrobazie, Elisa Fulco e Antonio Leone. L'appuntamento, inserito nel progetto "L'Arte della Libertà", in corso all'interno della Casa di Reclusione Calogero di Bona - Ucciardone di Palermo con l'artista Loredana Longo, vuole essere un'occasione di confronto tra esperienze accomunate dall'interpretare attivamente l'articolo 27 della Costituzione.
Un modo per dare i numeri per fornire indicatori chiari dei benefici generati dall'investimento in cultura e raccontare le più significative case history che utilizzano i linguaggi artistici all'interno delle istituzioni penitenziarie, sono i temi centrali dell'incontro, che intende la riabilitazione come momento di formazione e di crescita dei detenuti, mantenendo aperto lo scambio tra il dentro e il fuori. Durante la giornata si riflette sugli impatti generati dall'investimento in cultura come fattore di "sicurezza" e di recidiva.
Si parla di unicità e di replicabilità dei modelli che funzionano e del ruolo della creatività nell'avviare percorsi duraturi di cambiamento, con la testimonianza di Armando Punzo. Per l'occasione, il regista e drammaturgo, fondatore e direttore artistico della Compagnia della Fortezza di Volterra, racconta la sua esperienza trentennale.
Elisa Fulco e Antonio Leone, raccontano insieme all'artista Loredana Longo e a Sergio Paderi, psichiatria dell'ASP, con la testimonianza dei detenuti, la metodologia adottata per generare condivisone tra il carcere e le istituzioni cittadine; Filippo Giordano, professore di Economia aziendale alla Lumsa di Roma e di Imprenditoria sociale alla Bocconi, presenta i dati dell'investimento in cultura; Armando Punzo dialoga con Daniela Mangiacavallo, regista teatrale all'interno del carcere Pagliarelli di Palermo, sul fare teatro nei luoghi di reclusione e sul perché il teatro renda liberi.
Carlo Mazzerbo, direttore del carcere di Livorno e di Gorgona, si confronta con Stefano Simonetta, docente di Storia della filosofia medievale presso la Statale di Milano e Referente di Ateneo per il sostegno allo studio universitario delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
La giornata si apre con i saluti istituzionali di Raffale Bonsignore (Presidente Fondazione Sicilia), Leoluca Orlando (Sindaco di Palermo), Salvatore Di Vitale (Presidente Tribunale di Palermo), Luisa Leone (Magistrato Tribunale di Sorveglianza di Palermo), Giovanni Fiandaca (Garante detenuti Sicilia), Giovanna Re (Direttore Reggente Casa di Reclusione Calogero di Bona - Ucciardone), Antonella Purpura (Direttrice Galleria d'Arte Moderna), Daniela Faraoni (Direttore Asp Palermo) e Francesca Vazzana (Direttore Carcere Pagliarelli Lo Russo di Palermo).
di Carlo Forte
Italia Oggi, 22 ottobre 2019
La condanna definitiva della Corte di cassazione. Cosa si rischia e perché con la colpa generica e specifica. Un mese di reclusione con sospensione della pena e obbligo di risarcire il danno. E la pena inflitta a una dirigente scolastica e al responsabile del servizio prevenzione e protezione (Rspp) per non avere dato disposizioni per prevenire un grave infortunio accaduto ad un alunno precipitato al piano inferiore a seguito della rottura di un lucernaio.
La pena era stata applicata dalla Corte d'appello di Potenza, che aveva confermato un'analoga pronuncia di I grado (cosiddetta doppia conforme). E adesso è stata confermata anche dalla quarta sezione penale della Corte di cassazione con una sentenza emessa il 12 settembre 2019, n. 37766. Ecco come si sono svolti i fatti.
Uno studente che aveva terminato l'ultimo anno del liceo classico, sostenendo pochi giorni prima l'esame di maturità, si era recato a scuola per assistere all'esame orale dei compagni. L'esame si teneva in un'aula al secondo piano dell'edificio, alla quale si accedeva da un corridoio quadrangolare che delimitava, all'interno, un solaio-lucernaio sul quale si aprivano dei cupolini. La cui finalità era fare entrare luce al piano sottostante, il primo, adibito ad attività scolastiche.
I cupolini erano costruiti in materiale plastico (plexiglass) sottile pochi millimetri e non in grado di sostenere pesi superiori a 50 kg. né urti e non erano protetti da grate o da altri sistemi. L'unico accesso al solaio-lucernaio era costituito da una porta-finestra con telaio in alluminio che si apriva nel corridoio percorribile a chi si trovasse nella scuola. Porta-finestra che era antistante proprio l'aula nella quale quel giorno si sostenevano le prove di maturità.
La porta in questione normalmente era chiusa con un lucchetto di piccole dimensioni. E le chiavi del lucchettino erano normalmente riposte in una bacheca a disposizione di tutti i collaboratori scolastici. Quel giorno, però, come era accaduto anche in altre occasioni in cui faceva molto caldo, per fare passare aria nel corridoio la porta in alluminio era stata aperta da una collaboratrice scolastica.
Lo studente, mentre si recava nell'aula, era inciampato in una sporgenza della porta (la battuta a terra) ed era caduto in avanti sfondando con il suo peso il fragile cupolino che era posto a soli 70 centimetri dalla base della porta. Ed era caduto al piano di sotto precipitando per più di sette metri, riportando gravi lesioni, plurime fratture, sfregio permanente del viso ed indebolimento permanente della teca cranica.
A causa di questi fatti il dirigente scolastico e il Rspp sono stati ritenuti responsabili dell'infortunio, per colpa, sia generica che specifica, sotto vari profili. Ciò per avere omesso di valutare il rischio di caduta dall'alto nell'elaborazione del documento di valutazione dei rischi della scuola; per avere omesso di interdire in maniera idonea l'accesso al luogo pericoloso ovvero per avere omesso di segnalare in maniera adeguata la situazione di pericolo relativa a tale accesso.
E per avere omesso, inoltre, di informare specificamente e di addestrare i collaboratori scolastici e i lavoratori della scuola con riguardo alle modalità di apertura e di chiusura della porta di accesso e per avere omesso di disciplinare adeguatamente la gestione delle chiavi di chiusura della porta finestra che dava accesso al lastrico.
E infine, per avere omesso di segnalare il pericolo di caduta dall'alto attraverso i fragili cupolini sulla copertura in questione alla provincia ente tenuto per legge alla manutenzione dell'istituto scolastico, e anche per avere omesso di richiedere alla provincia interventi di manutenzione idonei a migliorare la situazione della sicurezza quanto, appunto, al rischio di caduta dall'alto.
triesteallnews.it, 22 ottobre 2019
"Nella stanza di pernotto, in carcere, la forbice consentita per tagliare la carta e lo spago è quella della Chicco", spiega il manifesto che introduce chi guarda nell'atmosfera della mostra. "Puoi portare carta, stoviglie di plastica, colla stick e scotch".
Alla presenza di Piervalerio Reinotti, presidente del tribunale di Trieste che ha ospitato la parte più visibile dell'iniziativa, di Giovanni Maria Pavarin, presidente del tribunale di sorveglianza, Alessandro Cuccagna, presidente degli ordine avvocati, e Laura Famulari, dirigente amministrativo, si è avviata la settimana scorsa alla sua conclusione la mostra "Barcoliamo... a vele spiegate", organizzata dalla Casa Circondariale di Trieste assieme al Garante comunale dei diritti dei detenuti, Elisabetta Burla, che è rimasta allestita dal 7 al 19 ottobre 2019.
L'iniziativa è partita dall'idea di coinvolgere anche la popolazione privata della libertà nello spirito di "Barcolana 51": niente è più libero del mare, e l'occasione di avvicinare il mondo di fuori a quello di dentro ha permesso di spaziare nella creatività e nella fantasia.
La mostra, i collaboratori della quale sono stati coordinati dalla sua curatrice, Gianna Zago, grafologa, e che ha visto la partecipazione dei fotografi Andrea Carloni e Giuliana Raspar che hanno unito il loro lavoro a quello dei detenuti, è stata accreditata all'interno delle iniziative collegate alla regata triestina, e ai primi di settembre le idee, raccolte assieme ai detenuti della Casa Circondariale di Trieste hanno iniziato a prendere, letteralmente, una forma: quella di una installazione temporanea di grandi dimensioni, grazie alla disponibilità manifestata dal presidente Reinotti rinnovata anche per occasioni future, sistemata all'interno del Palazzo di Giustizia.
Non facile, per i volontari e per il personale che ha coadiuvato l'opera creativa dei detenuti, trovare un modo per far avere loro, nel rispetto delle normative di sicurezza, i materiali giusti e gli attrezzi necessari all'esecuzione del lavoro manuale e alla realizzazione dell'installazione.
Il piccolo miracolo, utilizzando tutto ciò che si poteva trovare e soprattutto portare all'interno, si è realizzato e concretizzato attraverso laboratori al lunedì e martedì nella sezione femminile del carcere di Trieste e al giovedì e venerdì in quella maschile. In tutto, poco meno di una trentina, con una maggioranza maschile così come la stessa popolazione del carcere, i detenuti e le detenute che hanno partecipato alla creazione dell'installazione artistica.
Corriere della Sera, 22 ottobre 2019
Don Gino Rigoldi, lo storico cappellano del carcere minorile di Milano, compie 80 anni. Per celebrare e ricordare l'impegno per i tanti ragazzi che ha aiutato, i suoi collaboratori hanno organizzato insieme a Buone Notizie un evento che si tiene il 30 ottobre, giorno del compleanno, in Triennale.
Sarà un'occasione per ripercorrere le tappe della storia cominciata nel 1972, anno in cui don Rigoldi chiede e ottiene di diventare prete dell'Istituto penale Cesare Beccaria, incarico che tuttora esercita. Nello stesso anno, don Gino comincia a ospitare a casa sua minori che escono dal carcere senza casa e famiglia, coinvolgendo i servizi sociali perché nascano risposte concrete a favore dei giovani abbandonati. Quando entra nel carcere, gli è subito chiaro che da solo non riuscirà a dare un aiuto concreto.
Così organizza un gruppo di volontari per realizzare progetti dentro e fuori le sbarre, dando poi vita alle associazioni Comunità Nuova, Bir e oggi alla Fondazione che prende il suo nome. La costante opera di sensibilizzazione della società civile, degli enti e delle istituzioni nei confronti delle ragazze e dei ragazzi a rischio di emarginazione è stata fondamentale per raccogliere le risorse e le competenze che da oltre 40 anni sono dedicate alle giovani generazioni.
Durante l'evento si alterneranno sul palco persone legate a tappe significative della sua storia, ciascuna per un ambito d'azione specifico: giovani, educazione, sport, cultura e musica. Intervengono tra gli altri Stefano Boeri, Beppe Sala, don Ciotti, don Mazzi, Gustavo Pietropolli Charmet, Luigi Pagano, Maria Carla Gatto, Giuseppe Guzzetti, Umberto Ambrosoli, Maurizio Beretta, e campioni dello sport come Dino Meneghin, Demetrio Albertini e Javier Zanetti.
agensir.it, 22 ottobre 2019
Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale segue "con attenzione" l'inchiesta della Procura di Torino su casi di maltrattamento nel carcere "Lorusso-Cutugno" di Torino.
Lo si legge in una nota diffusa oggi. La situazione inizialmente riportata dalla Garante del Comune di Torino era stata oggetto di due visite all'Istituto da parte del Collegio del Garante nazionale. A queste aveva fatto seguito un incontro con il procuratore capo di Torino e la presentazione di un esposto alla Procura. "Insieme alla garante comunale, continuiamo a seguire gli sviluppi dell'indagine, nel rispetto del lavoro degli inquirenti", prosegue la nota del garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.
"Il garante nazionale ribadisce ancora una volta il proprio apprezzamento per il lavoro svolto quotidianamente dalla Polizia penitenziaria e anche per la capacità dimostrata di sapere andare fino in fondo nel portare avanti indagini su persone appartenenti allo stesso corpo di Polizia. Individuare, isolare e sanzionare chi, all'interno della Polizia penitenziaria, compie azioni illecite o commette reati è il modo migliore per tutelare tutti quei lavoratori che fedelmente svolgono il loro difficile compito", osserva il garante.
Ciò premesso, come meccanismo nazionale di prevenzione della tortura in ambito Onu, il garante nazionale esprime "preoccupazione per l'emergere di situazioni di abusi da parte di chi, al contrario, dovrebbe garantire la sicurezza di tutti" e ricorda che "nel 2017 fu la Corte europea dei diritti dell'uomo a condannare l'Italia per l'assenza di possibile effettiva reazione a violazioni del divieto di tortura, a seguito di episodi accertati nel carcere di Asti. Nello stesso anno l'Italia ha finalmente previsto nel proprio codice penale tale reato e suscita allarme che in almeno due casi, finora emersi, tale fattispecie sia ravvisabile".
Il garante nazionale, infine, riconferma "la propria disponibilità a cooperare con l'Amministrazione per esaminare le radici di un fenomeno che, al di là delle qualificazioni giuridiche, è espressione di un problema e impone la necessità di investire in modo sostanziale sull'analisi dei modelli culturali e sulla formazione del personale".
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