di Maria Cristina Fraddosio
Il Manifesto, 1 dicembre 2019
Carcere e retorica. Nell'istituto penitenziario milanese i detenuti sfidano gli studenti a colpi di rap sui casi di cronaca. Stefania, la detenuta vincitrice: "Sono stata condannata prima dai giornali e poi da un giudice. Quando uscirò non sarò quella che sono diventata ma quella che sono stata".
Da Locke a Habermas, fino agli studi più recenti con l'avvento della rete, l'opinione pubblica è da secoli oggetto di riflessioni e critiche. Per un verso espressione intrinseca della società moderna e del sistema democratico, per l'altro tribunale insolente capace di violente manifestazioni d'odio. Chi sbaglia nella vita lo sa bene che potrebbe finire nel ciclone dei processi collettivi. E poco importa che li esercitino i propri familiari, poche centinaia di concittadini o irruenti leoni da tastiera. L'ostracismo che si innesca nuoce in egual misura.
Quale sia la sua reale essenza, se sale della democrazia o dominio del populismo, se lo sono chiesti i detenuti del carcere di San Vittore, a Milano, assieme agli studenti dell'Università Statale. Lo hanno fatto per mezzo di un duello di parole, utilizzando la retorica e il rap per sostenere prima una tesi e poi il suo esatto contrario. Il progetto, giunto alla sua quarta edizione, nasce da un'idea di Flavia Trupia e Andrea Granelli, rispettivamente presidente e vicepresidente dell'associazione "Per la retorica". "La retorica nasce in Sicilia nel V secolo a.C. ma, a differenza degli Stati Uniti, in Italia non viene insegnata come tecnica per imparare a comunicare meglio", spiega Flavia Trupia impegnata da tempo a riportarla al centro della vita sociale "come cosa viva".
A questo scopo, tra i "dimenticati" dal nostro Paese, ha individuato due categorie a cui destinare gli strumenti dell'arte del discorso: gli studenti e i detenuti. Così è nata "Guerra di parole", un'iniziativa sostenuta da Toyota Motor Corporation in partnership con la Crui, l'Unione camere penali, l'Osservatorio carceri Ucpi, la Federazione delle relazioni pubbliche italiana e alcune associazioni. Quattro lezioni preparatorie, con l'ausilio dell'attore Enrico Roccaforte e del rapper Amir Issaa, hanno preceduto l'evento svoltosi la scorsa settimana nell'istituto penitenziario milanese.
Nella parte centrale dell'edificio da cui si diramano i sei raggi, quelli storici dove - come hanno ricordato i partecipanti - furono rinchiusi anche Indro Montanelli e Mike Bongiorno, le due squadre hanno affrontato due round da venti minuti ciascuno attraverso l'uso sapiente delle parole e del rap. Dalla piattaforma Rousseau ai No Tav, da Stefano Cucchi alle proteste ad Hong Kong, passando per Alan Turing, Greta Thunberg e Dj Fabo, i partecipanti hanno scandagliato l'essenza dell'opinione pubblica esibendosi in una sorta di poetry slam.
"Guerra di parole" nel carcere di San Vittore Foto di Maria Cristina Fraddosio
Il realismo delle riflessioni, misto a comicità e acutezza, ha tenuto col fiato sospeso il pubblico per un'ora piena. "La libertà d'espressione libera la ragione", ha detto Manuel, uno dei detenuti, in apertura riferendosi al ruolo fondamentale dell'opinione pubblica nel caso Cucchi. E di contro Giorgio, studente universitario, gli ha risposto: "Non va dimenticato che i regimi totalitari si sono basati sulla manipolazione e che a volte è stata propria l'opinione pubblica a uccidere le persone". Dalle fila degli ospiti di San Vittore un altro ha ricordato: "Noi siamo liberi di poter dire quello che vogliamo, questo è ciò che conta". Eppure, secondo Alberto dell'Università Statale, "non siamo tutti uguali, se domattina Salvini dice che la cipolla è di sinistra, la casalinga di Voghera inizierà a fare il soffritto con l'aglio". Frasi brevi e incisive, talvolta ironiche e talvolta pregne di verità e consapevolezza.
"L'opinione pubblica - ha detto una detenuta - è quella che risolve tutto chiedendo di buttare la chiave delle nostre celle". "Può succedere che sia inquinata come l'aria, non per questo però si può smettere di respirare", le ha risposto la squadra avversaria rammentando come, anche nel caso di Liliana Segre, sia stata l'opinione pubblica, dopo le offese sui social, ad organizzare a Milano una manifestazione in favore della senatrice. "Certo - ha obiettato "San Vittore" - ma vogliamo parlare del potere che hanno i giornalisti di condizionarla? Loro sono i primi a manipolare la verità".
Attimi di verbosità concitata, silenzi e sospiri hanno animato l'atmosfera, proprio lì dove normalmente le giornate trascorrono tutte uguali, la luce non entra e il freddo è pungente. "Una grande occasione per incontrarsi, riflettere e imparare a utilizzare bene il tempo", l'ha definita il direttore dell'istituto penitenziario, Giacinto Siciliano. "I ragazzi - ha detto - erano carichissimi nei giorni scorsi, in tanti hanno chiesto di esserci al di là del risultato". Per la Camera penale di Milano "è importante che ci siano attività come queste di avvicinamento tra ciò che c'è dentro al carcere e ciò che c'è fuori, perché avvantaggiano tutta la collettività". In giuria, oltre all'amministratore delegato della multinazionale automobilistica giapponese Mauro Caruccio che ha sottolineato l'importanza in questo momento storico di "andare oltre il pregiudizio", c'erano Valeria Della Valle, Alessandra Carli, Maupal, Antonio Diodato e Fabio Novelli. Sono loro che hanno decretato i vincitori.
Foto di Maria Cristina Fraddosio
Quando i detenuti si sono aggiudicati il podio nella sala ha riecheggiato un enorme giubilo. "Speriamo - hanno commentato entusiasti - di aver lasciato qualcosa a questi ragazzi. A noi loro hanno dato tanto". L'elmo come oratrice dell'anno è andato a Stefania. I giudici l'hanno scelta per la spontaneità, la sincerità e l'uso della lingua italiana. "Sono stata condannata prima dai giornali e poi da un giudice - ha detto - quando uscirò non sarò quella che sono diventata ma quella che sono stata". Giovane, laureanda in giurisprudenza e con una pena ancora lunga da scontare. Parole taglienti le sue che hanno reso manifesto il lato oscuro dell'opinione pubblica. Il timore dell'onta che non va via. Neanche dopo anni di reclusione. Preoccupazione peraltro ribadita, nel corso della "guerra di parole", anche da un altro detenuto: "La vostra opinione è la nostra esclusione". Ma questa volta, per fortuna, non è andata così.
ilsussidiario.net, 1 dicembre 2019
È allarme terrorismo: dopo i combattenti di al Qaeda, stanno uscendo dalle carceri o tornando in Europa quelli dello stato islamico.
C'è grande confusione e soprattutto allarme, come non accadeva da tempo, dopo l'episodio di terrorismo di marca jhadista accaduto a Londra. Ne fanno le spese i media, che forse dovrebbero distinguere meglio le notizie in questione rischiando di generare un clima di paura. La notizia diffusa nelle ultime ore per cui l'Italia sarebbe nel mirino del terrorismo jihadista insieme ad altri paesi europei, con allarme per possibili attentati a stazioni di rifornimento benzina e luoghi pubblici, ci spiega Stefano Piazza, esperto di terrorismo e sicurezza, in realtà è un comunicato risalente a qualche tempo fa e già verificato dalla nostra intelligence. In Italia non c'è un allarme terrorismo.
Ma è anche vero, ci dice, che siamo ancora in pieno clima di attacchi, nonostante si sia pensato che il peggio è passato. Cade anche la vecchia teoria dei "lupi solitari", personaggi spesso con disturbi mentali che subiscono la propaganda islamista e da soli si lanciano a fare stragi. Il protagonista di Londra infatti ha una lunga storia alle spalle e soprattutto faceva parte di una cellula con più componenti, spiega Stefano Piazza, nota alla polizia.
"Conosco Usman Khan, l'attentatore del London Bridge, è nel mio database di migliaia di possibili terroristi. Sospettato di far parte di gruppi islamisti radicali già nel 2010, era stato arrestato nel 2013 perché appartenente a una cellula di nove persone che stavano progettando piani importanti, come una attentato alla borsa di Londra, l'omicidio dell'allora sindaco di Londra Boris Johnson, far saltare in aria delle sinagoghe. A 17 anni era già nei radar dell'antiterrorismo. Una volta in carcere, come succede sempre, si era radicalizzato ancora di più e quindi è uscito dopo aver scontato solo metà della pena, pochi anni". Facciamo notare a Piazza che Khan aveva un braccialetto elettronico, dunque era monitorato dalla polizia, ma questo non gli ha impedito di tentare una strage: una falla dei servizi di sicurezza inglese? Anche Boris Johnson lo ha detto: "Il killer di London Bridge, Usman Khan, aveva scontato solo metà della sua pena, è chiaro che il sistema non funziona".
risponde Piazza che "è impossibile monitorare i loro spostamenti, i sospetti o i condannati come Khan in Inghilterra sono tantissimi, sono migliaia. Sono originari del Pakistan, dell'India, del Bangladesh. Per monitorare una persona 24 ore su 24 ci vogliono 20 agenti. Negli ultimi tempi la polizia inglese ha subito il taglio di almeno 20mila agenti per via della spending review, non sono in grado di controllarli tutti". Un'altra cosa drammatica, ci dice ancora, è che Usman Khan faceva parte della prima ondata di terrorismo islamico, quella ancora appartenente ad al Qaeda, non allo stato islamico. "Adesso faremo i conti con l'ondata dello stato islamico.
Sono usciti i primi condannati come Khan e considerando che le carceri sono una fabbrica di jihadisti, ben presto avremo in giro una secondo ondata di potenziali terroristi. È un quadro allarmante". L'Italia però ha dimostrato che è possibile reagire, ogni volta che un sospetto terrorista è stato arrestato, è stato espulso: "L'Italia infatti è all'avanguardia in Europa. Quando viene fermata una persona con la cosiddetta binazionalità, in questo caso un inglese con passaporto pachistano, viene immediatamente rimandato al suo paese d'origine.
È quanto è stato inserito nel secondo decreto sicurezza e che paesi come Belgio, Germania e Olanda ci stanno copiando. È l'unico modo per difendersi". Concludendo l'episodio di Londra ha colpito la reazione dei cittadini inglesi, che hanno fermato e disarmato il terrorista prima dell'arrivo della polizia: "La gente ne ha abbastanza, è stufa di essere minacciata e aggredita, stufa di vivere in un clima di terrore. Anche rischiando la vita, la gente comincia a reagire".
di Alex Zanotelli
Il Manifesto, 1 dicembre 2019
Le parole di Bergoglio e le bombe nucleari. Le parole del papa risvegliano i laici dal "sonno della ragione" e i cristiani dal tradimento del Vangelo: ci siamo arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l'egida Nato. "Desidero ribadire che l'uso dell'energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine. L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso tempo è immorale il possesso delle armi atomiche. Saremo giudicati per questo. Come possiamo proporre pace se usiamo continuamente l'intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?".
Sono le parole profetiche pronunciate pochi giorni fa a Hiroshima e Nagasaki da Papa Francesco. Parole che vengono a risvegliare i laici dal "sonno della ragione" e i cristiani dal tradimento del Vangelo.
Infatti ci siamo tutti arresi alla necessità di una difesa atomica sotto l'egida della Nato. Il governo gialloverde ha dato il suo beneplacito alle nuove bombe atomiche, le micidiali B61-12 che l'anno prossimo rimpiazzeranno la settantina di vecchie bombe atomiche B61 a Ghedi e ad Aviano. Altrettanto l'Italia, come membro Nato, ha approvato la decisione di Trump di cancellare il Trattato Inf del 1987, che aveva permesso di smantellare tutti i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra, come quelli piazzati a Comiso, per intenderci. E lo scorso anno l'Italia ha approvato altresì che gli Usa possono collocare nel nostro paese i nuovi missili nucleari.
Il governo gialloverde (5S e Lega) poi si è rifiutato di firmare il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. (Eppure durante la campagna elettorale sia Di Maio che Fico avevano firmato l'Ican Parlamentary Pledge). Non solo, ma il governo gialloverde ha deciso di continuare con l'acquisto e la produzione degli aerei F-35 attrezzati per portare proprio le nuove bombe atomiche in arrivo in Italia: le B61-12. (Eppure i Cinque Stelle li avevano definiti "strumenti di morte"!) Siamo prigionieri di un sistema di difesa basato sulla Bomba atomica che per Papa Francesco è "immorale e criminale".
"Nella società odierna la base della violenza è data dalla nostra intenzione di utilizzare l'arma nucleare - afferma il noto teologo Usa, R. McSorley - ma una volta accettato questo, qualsiasi altro male è un male minore. Fin quando non ci poniamo di fronte al nostro consenso all'utilizzo delle armi atomiche, ogni speranza di un miglioramento generalizzato della moralità pubblica è condannata al fallimento". Questo Papa Francesco, con quei discorsi a Hiroshima e Nagasaki, l'ha sbattuto in faccia sia alla chiesa che ai popoli del mondo. Davanti a una presa di posizione così netta sulla Bomba Atomica da parte di un Papa, i vescovi italiani (Cei) e le comunità cristiane non possono rimanere in silenzio.
Quando avremo da parte dei vescovi una presa di posizione sulle Bombe presenti nel nostro territorio, sull'arrivo dei missili nucleari, sulle basi Nato, su Sigonella (Sicilia) capitale mondiale dei droni? (L'abbattimento di un drone italiano nei cieli della Libia conferma che l'Italia è coinvolta in azioni belliche in quel paese). È mai possibile che i nostri vescovi non abbiano nulla da dire sulle politiche sempre più militariste dei nostri governi? È mai possibile che tutto questo non ci ripugni più, né come cittadini, la cui Costituzione "ripudia la guerra", né come cristiani, per i quali la guerra dovrebbe essere in orrore? Il governo gialloverde ha approvato: le missioni militari all'estero per un costo di 1.100 milioni, mentre ha stanziato solo 100 milioni per la cooperazione (altro che aiutiamoli a casa loro!); 50 accordi di cooperazione militare bilaterale incluso il Niger e la Corea (aggirando così la legge 185); l'aumento della spesa in difesa, dall'attuale 1,2% al 2% del bilancio, come Trump chiede(così spenderemo 100 milioni di euro al giorno in armi!); il mantenimento della nostra presenza militare in quella guerra ingiusta in Afghanistan; la vendita di armi a paesi in guerra e nei quali sono violati i diritti umani(in barba alla Legge 185!), come in Arabia Saudita.
Sappiamo che la Lega ha uno storico e costante legame con la lobby italiana delle armi, ma mi meraviglia la disinvoltura con cui i pentastellati hanno ripudiato quello che avevano promesso in campagna elettorale. Ora i pentastellati pensano perfino di modificare la Legge 185 (vedi la proposta del senatore G. Ferrara), una legge che invece ha bisogno solo di un decreto attuativo. Inoltre i 5S hanno lasciato cadere il Disegno di Legge (2013) firmato dalla Montevecchi e da tanti illustri senatori 5S per l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse con il commercio delle armi, soprattutto nel governo e nei partiti.
Un disegno di legge questo, quanto mai opportuno oggi che si sta parlando dell'approccio "governo a governo" ossia la trasformazione del ministero della Difesa nell'autorità proposta a stipulare direttamente controlli per la fornitura di tecnologia militare con paesi terzi!
Con questo nuovo meccanismo, quanto andrà ai partiti al governo in tangenti alle armi? Quand'ero direttore di Nigrizia negli anni Ottanta, sapevo da fonti sicure che, ai partiti al governo, andava dal 10 al 15%. Davanti a tutto questo mi stupisce il silenzio della cittadinanza attiva che è sempre stata molto efficace in Italia. Poche anche le azioni provocatorie al riguardo tranne quelle dei lavoratori portuali di Genova e Cagliari per essersi rifiutati di caricare armi su navi dell'Arabia Saudita! Mentre esplode tra i giovani la mobilitazione per salvare il pianeta (e le armi pesano nel disastro ambientale), noi rimaniamo quasi in silenzio. Mi meraviglia ancora di più il silenzio dei vescovi italiani e delle comunità cristiane dove il tema della pace (il cuore del Vangelo!) sembra sia sparito.
Come fa la Chiesa italiana a stare zitta davanti a politiche governative sempre più fiorenti sia in armi pesanti che leggere che producono sempre più guerre e come conseguenza sempre più profughi? "Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi- sottolinea Papa Francesco- in cerca di speranze, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell'Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti. Questa ipocrisia è peccato". Diamoci tutti da fare perché vinca la Vita.
Il Centro, 1 dicembre 2019
A Palazzo Fibbioni la presentazione di "Parole di vita nuova" del giornalista Orazio La Rocca. Martedì 3 dicembre, alle 17.30, a Palazzo Fibbioni, presentazione del volume "Parole di vita nuova", curato dal giornalista Orazio La Rocca (Marcianum di Venezia), con prefazione di don Luigi Ciotti. Un libro dedicato agli elaborati - tesi di laurea, racconti, poesie, disegni - proposti alla II edizione del Premio nazionale Sulle Ali della Libertà, promosso dall'Isola Solidale e svolto tra gli istituti di pena italiani, che ha ottenuto la medaglia di rappresentanza dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Gli elaborati sono stati valutati da una commissione di esponenti del mondo della cultura, del giornalismo e del sociale presieduta da monsignor Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena, e da Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio. L'iniziativa è stata patrocinata dal Miur, dai ministeri della Giustizia, Interni, Lavoro, Regione Lazio, dell'VIII Municipio di Roma Capitale, dalla Comunità ebraica di Roma, Acli Roma, Coordinamento nazionale degli Operatori per la Salute nelle carceri italiane, Fondazione Ozanam, Associazione Antigone e Fidu (Federazione italiana diritti umani).
La presentazione è promossa da Roccaraso Futura, in collaborazione con Isola Solidale e l'agenzia giornalistica Comunicatio. Intervengono, tra gli altri, il sindaco Pierluigi Biondi, il vice presidente vicario del consiglio comunale, Ersilia Lancia, Gianmarco Cifaldi, docente dell'Università D'Annunzio Chieti-Pescara e Garante dei detenuti della Regione Abruzzo; Barbara Lenzini, direttrice della Casa circondariale dell'Aquila; don Renzo D'Ascenzo, già cappellano del carcere dell'Aquila, Orazio La Rocca, autore del libro; Fabiana Gubitoso, dell'Osservatorio sul carcere della Camera penale dell'Aquila; Alessandro Amicone, presidente Roccaraso Futura, Alessandro Pinna, presidente Isola Solidale.
italiaatavola.net, 1 dicembre 2019
Sono sempre più numerose le esperienze all'interno degli istituti di pena, che mirano al reintegro dei detenuti. A Milano un punto vendita solidale con le eccellenze provenienti da tutta Italia. Dal panettone al cioccolato, dai taralli pugliesi alla passata di pomodoro, tanti prodotti sono biologici e artigianali. Il panettone Giotto sfornato dalla pasticceria "più ricercata" d'Italia oppure quello, pure lui rigorosamente artigianale, preparato nel laboratorio di Dolci sogni liberi. E poi i cookies al cioccolato o i baci di dama al farro o all'avena e cacao della Banda Biscotti. E poi gli ovetti, il torrone al cioccolato, i croccantini alla mandorla e la crema di nocciola di Sprigioniamo i sapori. Sono solo alcuni dei molti prodotti "made in carcere" dedicati al Natale e che popolano gli scaffali del Consorzio Viale dei Mille di Milano, luogo di incontro delle cooperative sociali e delle imprese che lavorano negli istituti di pena italiani.
Si tratta di un negozio in cui si può trovare tutto quanto viene realizzato da detenuti e detenute nell'ambito di progetti di recupero che puntano ad abbattere la recidiva offrendo l'opportunità di imparare una professione anche per il "dopo" e cioè quando, a pena espiata, si ritorna liberi. In Italia i detenuti sono oltre 60mila; di questi circa duemila quelli che lavorano in coop e aziende esterne e interne tra i quali anche nel settore food.
Ecco, quindi, che dietro il punto vendita milanese c'è un'iniziativa sociale che riguarda l'Italia intera: promuovere l'economia carceraria con l'obiettivo di aumentare la percentuale di coloro che lavorano dietro le sbarre dando così maggior respiro non a una speculazione finanziaria ma a un business virtuoso, pulito e solidale, nella convinzione che chi ha imparato un lavoro e lavora ha meno probabilità, una volta uscito di prigione, di ritornare a delinquere.
Così il Consorzio, tra le altre cose, riserva ampio spazio al mondo del food, prodotti bio e artigianali, realizzati da uomini e donne detenuti o in semi libertà. Prodotti che in questo periodo possono essere una buona idea per Christmas Box, cesti natalizi disponibili già confezionati e in diverse taglie o che si possono comporre a piacere con una selezione delle eccellenze gastronomiche realizzate all'interno di alcune carceri italiane.
Oltre il pluripremiato panettone Giotto e ai dolcetti preparati dalla Banda Biscotti dell'Istituto di Verbania, tante le specialità regionali: i taralli pugliesi Campo dei Miracoli realizzati a Trani o il caffè Hue Hue o Alte terre confezionato nella casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino e gli amaretti siciliani morbidi, i dolci alla pasta di mandorle, lo sciroppo di carrube Dolci Evasioni, marchio dell'istituto di pena di Siracusa. Delle donne detenute alle Lazzarelle di Pozzuoli (Napoli) ci sono invece le confezioni di tisane alla camomilla o alla liquirizia, mentre da Cremona arrivano le conserve Rigenera, dalla semplice passata di pomodoro, ai sughi per condire la pasta ai peperoni, alle melanzane o al soffritto, fino alla giardiniera.
Dalla collaborazione tra la Cooperativa Sociale Ippogrifo e la Casa Circondariale di Sondrio è nata la pasta fresca o secca gluten free di mais e riso e pure trafilata al bronzo ed essiccata lentamente che fa il paio con quella di semola di grano duro o integrale prodotta all'Ucciardone di Palermo. Infine, tra i molti prodotti esposti negli scaffali, vanno citati le birre 'Vale la pena' di Rebibbia e la 'Malnatt' di Opera (Milano) e i vini e le grappe della Coop agricola Il Gabbiano che in Valtellina si dedica anche al recupero dei detenuti.
corrierepl.it, 1 dicembre 2019
L'appello di padre Zerai. Nei centri di detenzione libici le condizioni di vita di centinaia di africani sono disumane. Molte vite sono a rischio, mentre in Libia si continua a combattere, se non vi sarà un piano o un intervento internazionale per salvare i detenuti, poveri e inermi. Lo conferma all'Agenzia Fides abba Mussie Zerai, sacerdote eritreo da anni impegnato nel sostegno agli immigrati.
Il sacerdote ha raccolto alcune testimonianze dal campo di Zawiya, dove "circa 650 persone, donne e uomini di diverse nazionalità di cui 400 eritrei ed etiopi vivono costantemente nella paura. Si avvertono spari nelle vicinanze ma i detenuti sono chiusi lì, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco, rischiano la vita". Afferma padre Mussie: "Lanciamo un appello a tutte le istituzioni europee e delle agenzie per i diritti umani. Si mobilitino per mettere in atto un piano straordinario di evacuazione di questi fratelli e sorelle che oggi si trovano in queste condizioni. Ogni rinvio mette in pericolo la vita di centinaia di vite umane".
Le condizioni di vita nei centri di detenzione libici, rileva, sono al limite dell'umano. Nelle testimonianze raccolte da don Zerai a condivise con l'Agenzia Fides, i detenuti affermano: "Sono mesi che non riceviamo nulla per l'igiene personale, siamo costretti a bere acqua salata della quale non sappiamo la provenienza. Problemi di salute sono all'ordine del giorno, i più gravi sono i malati di Tubercolosi: circa 40 persone, di cui 10 non hanno mai avuto nessuna assistenza, tre sono in condizione gravissime, con il grave rischio di trasmettere a tutti noi la malattia".
Le organizzazioni internazionali sembrano disinteressarsi di questi migranti africani interni, che raccontano: "Operatori della Ong Medici senza Frontiere si sono presentati un mese fa, poi non li abbiamo più visti. I membri di Acnur (Alto Commissariato Onu per i rifugiati) sono passati alcuni giorni fa, si sono limitati a prelevare le impronte digitali di 34 persone, ignorando le persone malate da tempo, cosi come le persone che sono in attesa di reinsediamento dal febbraio del 2018".
Spiega padre Zerai che i migranti si sentono abbandonati, molti sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendere la via del mare, in preda alla disperazione. "Si registrano sette casi di tentato suicidio tra coloro che sono nel campo da un anno e più, costretti a spostarsi da un lager a un altro, senza vedere uno spiraglio per il loro futuro. Poche settimane fa una donna nigeriana malata che non ha trovato le cure è morta. Anche una bambina di tre anni ha perso la vita dopo una caduta, per la mancanza di un tempestivo soccorso".
In questa situazione e in uno scenario segnato dalla persistente conflittualità interna, conclude don Zerai, "è quanto mai urgente un serio impegno e un intervento dei governi europei e delle istituzioni internazionali per cambiare le sorti e ridare una speranza concreta a questi fratelli".
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 1 dicembre 2019
Gli immigrati si possono trovare e mandare via, mettere in regola o aspettare che diventino fantasmi. Ma i fantasmi disperati possono costituire un pericolo. Qualche numero, poi ragioniamo. Sono circa 81.000 i migranti e rifugiati arrivati in Europa attraverso il Mediterraneo da gennaio a ottobre 2019. Dato in diminuzione, ma aumenta la percentuale dei morti/dispersi: da 1 ogni 40 nel 2016 a 1 ogni 18 nel 2019. E in Italia, quest'anno? A fine ottobre, 9.648 sbarchi, e 5.526 persone arrivate in Friuli-Venezia Giulia, provenienti dai Balcani.
Le domande d'asilo? Su circa 72.500 domande esaminate nel 2019, 80% sono state respinte, 11% hanno ottenuto lo status di rifugiato, 7% la protezione sussidiaria, l'1,5% la protezione umanitaria. 71.000 nuovi immigrati sono scivolati nella irregolarità fra giugno 2018 e giugno 2019, anche a causa del Decreto Sicurezza. Il numero degli irregolari in Italia è oggi stimabile in 620mila persone.
I dati sono stati diffusi venerdì dalla Fondazione Migrantes. Il numero che mi ha colpito di più? I morti annegati, cui ci stiamo abituando, come se una famiglia scomparsa in mare fosse una nuvola di passaggio nel cielo. E il totale dei clandestini: 620mila, uno ogni cento abitanti. Un altro istituto serio - Ismu, Iniziative e Studi sulla Multietnicità - parlava di 533mila persone (al 1° gennaio 2018).
A questo punto, una domanda al tonitruante Matteo lombardo (anche il Matteo toscano produce un certo fracasso, ultimamente: ma su altre questioni). Senatore Salvini, il governo in cui lei era ministro dell'Interno non doveva risolvere il problema? Il contratto di governo Lega-M5S parlava di "circa 500mila migranti irregolari sul territorio". Li espelleremo tutti!, aveva assicurato. Poi, in primavera, ha cominciato a dire che i clandestini erano solo 90mila (forse gli sbarchi tra gennaio 2015 e aprile 2019?). Evidentemente suonava meglio.
Che dite, proviamo a essere seri? Tra gli irregolari in Italia non ci sono solo i migranti del mare cui è stato rifiutato l'asilo o la protezione, ma anche stranieri con visti turistici scaduti e altri rimasti senza permesso di soggiorno. Con queste 600mila persone si possono fare tre cose: trovarle e mandarle via (come?), metterle in regola o aspettare che diventino fantasmi. Ma i fantasmi disperati - criminalità e terrorismo insegnano - possono diventare pericolosi. È un rischio che vogliamo correre?
di Marco Belli
gnewsonline.it, 1 dicembre 2019
Sono 20, per lo più giovani adulti. In carcere stanno scontando pene brevi per crimini non gravi. E sono stati scelti proprio per questo motivo, oltre che per le loro attitudini lavorative e la buona condotta. Sono i 20 detenuti del Centro penitenziario "Ceresova" di Città del Messico, selezionati per sperimentare il progetto di lavori di pubblica utilità che le autorità statali, su impulso del locale Ufficio delle Nazioni Unite per la Lotta alla droga e al crimine, hanno voluto implementare nel sistema penitenziario messicano ritagliandolo sul modello italiano "Mi riscatto per...".
Qui tutti li conoscono come "la primera brigada", una denominazione che ricorda una certa cinematografia di ambientazione bellica. Ma che tuttavia vuole sottolineare, fin dal nome, l'importanza e la responsabilità che pende su questi ragazzi. Saranno loro infatti a realizzare la prima uscita in assoluto a Città del Messico di detenuti ammessi ai lavori di pubblica utilità.
In questi ultimi due mesi sono stati adeguatamente formati professionalmente alla cura e alla manutenzione di giardini e orti e fra meno di un mese usciranno dal carcere, accompagnati da una pattuglia di poliziotti, per occuparsi di alcune aree verdi della capitale messicana. Sarà la prima volta che con il loro lavoro totalmente gratuito e volontario, come previsto dal modello italiano di riferimento, restituiranno qualcosa alla collettività in termini di impegno sociale.
La delegazione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, che in questi giorni si trova nuovamente in Messico per offrire il proprio contributo alla fase esecutiva di realizzazione del progetto, li ha incontrati ieri nel Centro penitenziario "Ceresova".
Agli ospiti hanno voluto mostrare il bellissimo orto urbano da loro realizzato e curato con maniacale attenzione; altri erano impegnati a perfezionarsi nello sfalcio e nella rasatura dell'erba. Tutti sfoggiavano le loro divise verdi, sulle quali campeggiava, nella parte posteriore e all'altezza delle spalle, la scritta "Empleos de Pùblica Utilidad". Una scritta che in poco più di sei mesi è passata dall'essere soltanto una ambiziosa idea, al farsi importantissima realtà del sistema penitenziario messicano.
I venti de "la primera brigada" hanno concluso la fase formativa e sono pressoché pronti a uscire per le strade di Città del Messico. Le autorità carcerarie stanno soltanto aspettando che i giudici della magistratura messicana sottoscrivano le linee guida per la definizione dei requisiti giuridici per la selezione dei detenuti da immettere nel progetto a pieno regime, una volta superata la fase sperimentale. Non appena saranno consegnate al sistema penitenziario statale della capitale messicana, le porte di "Ceresova" si apriranno e "la Primera Brigada" potrà finalmente uscire per lavorare sul territorio.
di Mauro Spignesi
caffe.ch, 1 dicembre 2019
Il "nonno" delle prigioni ticinesi ha 72 anni. È il detenuto più anziano fra i 234 che in media occupano giornalmente le strutture carcerarie cantonali. Negli altri 66 istituti di detenzione a livello nazionale ci sono in tutto 44 anziani over 70. Ma in particolare ci sono 325 reclusi, condannati o in attesa di giudizio, che hanno oltre 60 anni. Perché la popolazione carceraria invecchia rapidamente. Un fenomeno che tuttavia non è legato a un incremento della criminalità che vede responsabili persone di questa fascia di età ma piuttosto da sentenze particolarmente dure e dalle difficoltà di ottenere la libertà condizionale o trattamenti alternativi, soprattutto per chi è recidivo. Una tendenza riportata in uno studio condotto a livello nazionale dal Centro svizzero di competenze in materia d'esecuzione di sanzioni penali e realizzato da due criminologi, Holger Stroezel e Christoph Urwyler, che hanno cercato di mettere insieme una istantanea per capire come si evolverà la situazione per questi detenuti.
Una fascia ritenuta particolarmente fragile in un ambiente difficile, in particolare sotto il profilo dell'assistenza sanitaria, visto che a loro si dedicano in media circa 20 minuti al giorno. O meglio, nel dettaglio, in quasi un terzo dei casi monitorati dallo studio si arriva sino a 40 minuti per i prigionieri più anziani. I responsabili degli istituti, peraltro, hanno affermato che ciò non implica "ulteriori oneri amministrativi". Una parte, ma solo una parte, di questa fascia della popolazione carceraria può svolgere attività sportive, lavorare e avere pasti personalizzati.
"Da noi ci sono persone anziane detenute, ma bisogna dire che non hanno mai dato problemi e noi peraltro riusciamo agevolmente a garantire loro tutta l'assistenza necessaria", spiega il direttore delle Strutture carcerarie cantonali, Stefano Laffranchini. In Ticino ci sono attualmente sei detenuti che hanno un'età compresa fra i 60 e i 65 anni, altrettanti che hanno fra i 65 e 70 anni, e appunto uno solo che ha 72 anni.
A livello nazionale la situazione è più variegata. Al momento dello studio erano 369 le persone di oltre 60 anni in carcere. Per loro non sono previsti trattamenti particolari, come celle singole. Ci sono poi i reclusi che hanno bisogno di assistenza medica e sono 530. Sono ospitati soprattutto in ospedali, cliniche psichiatriche o altre strutture protette. "Si tratta - spiega Laffranchini - in particolare di detenuti affetti da patologie particolarmente gravi, come ad esempio quelli che soffrono di Alzheimer, che hanno quindi bisogno di una cura attenta e costante che difficilmente si può garantire in un istituto penitenziario". Sono invece parecchi i reclusi nelle 66 strutture prese in considerazione dallo studio che hanno bisogno di cure continue. Inoltre, a livello nazionale è stato accertato che quasi un istituto su due dispone di attrezzature tecniche per l'assistenza ai reclusi over 60 e riesce a mettere in campo misure per prendersi cura di loro. Infine, la tendenza, secondo i ricercatori, è un invecchiamento della popolazione carceraria. Insomma, il "nonno" della Stampa sarà una normalità.
di Marta Musso
La Repubblica, 1 dicembre 2019
A dieci anni dall'introduzione della cannabis a uso medico in Italia, un riassunto in dieci punti su tutto quello che c'è da sapere sulla sostanza. Per fugare dubbi ed evitare disinformazione.
In Italia la cannabis terapeutica viene prescritta per curare e gestire i sintomi di molte patologie, tra cui il dolore nella sclerosi multipla o nelle lesioni del midollo spinale, il dolore cronico di origine neuropatica o oncologica, per il glaucoma e per la sindrome di Tourette. E ancora: per nausea causata da chemioterapia, radioterapia, terapie per l'Hiv, anoressia.
Eppure, sebbene siano passati dieci anni dalla sua introduzione, ci sono ancora molte difficoltà per l'accesso al farmaco, dalla prescrizione da parte del medico alla possibilità di reperirla in farmacia. Se ne è parlato al 39esimo Congresso nazionale della Società italiana di farmacologia (Sif), tenuto nei giorni scorsi a Firenze, durante il quale è emerso come permanga ancora oggi una alta variabilità tra le farmacie, anche della stessa Regione, nella preparazione galenica del prodotto finale.
Sebbene infatti esistano linee guida ministeriali, infatti, quello che ancora manca è uno standard di produzione per cui il rapporto tra i due componenti principali, ossia il Thc e il Cbd, sia sempre lo stesso. Ma chi può prescrivere la cannabis terapeutica e dove può essere reperita? E ancora: come si assume? Per fare un po' più di chiarezza su queste e altre domande, ecco un vademecum con tutte le informazioni da sapere, stilato con l'aiuto di Alfredo Vannacci, professore associato di Farmacologia e Tossicologia dell'Università di Firenze e membro della Società italiana di farmacologia.
1. Per il trattamento di quali patologie è stata autorizzata?
"I derivati della cannabis non sono allo stato attuale una vera e propria terapia farmacologica, non hanno uno specifico bersaglio molecolare e non curano una malattia, nel senso in cui generalmente si intende l'azione di un farmaco convenzionale", racconta Vannacci. "Sono invece a tutti gli effetti prodotti fitoterapici ad azione sintomatica potenzialmente utili in diversi quadri patologici". In particolare, prosegue l'esperto, il loro utilizzo è autorizzato per il trattamento del dolore cronico (oncologico, neuropatico o associato a spasmi muscolari in patologie neurologiche), per il controllo di nausea e vomito da chemioterapici, per la cachessia e l'anoressia causate da tumori o HIV, per il controllo dei movimenti muscolari involontari in alcune patologie neurologiche e per la riduzione della pressione endooculare nel glaucoma. "In tutti questi casi - avverte l'esperto - non deve essere utilizzata come prima scelta, ma solo in caso di fallimento (o eccessivi effetti avversi) della terapia farmacologica standard".
2. Da dove proviene?
I derivati della cannabis disponibili in Italia provengono sia dall'estero che da una produzione nel nostro Paese. "La materia prima di provenienza estera è stata la prima ad essere disponibile in Italia, e si tratta attualmente di prodotti provenienti soprattutto dall'Olanda, con proporzioni diverse di principi attivi", spiega Vannacci. "Più recentemente è stata introdotta la materia prima italiana, realizzata ad opera dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze e nota con la sigla FM2".
3. Chi la può prescrivere e dove si recepisce?
Le preparazioni a base di cannabis possono essere prescritte da qualsiasi medico abilitato, mediante prescrizione magistrale non ripetibile (Rnr). Tuttavia, se vengono prescritte a carico del Ssn, a seconda della Regione in cui si è residenti, è possibile che solamente alcuni medici o alcune strutture siano abilitati a prescriverla. "C'è da dire che nella nostra esperienza il loro utilizzo avviene soprattutto in ambiente ospedaliero da parte di reumatologi e terapisti del dolore, specialmente anestesisti e rianimatori", spiega Vannacci. "Una volta ricevuta la prescrizione, la preparazione magistrale può essere fatta preparare in qualsiasi farmacia dotata di un laboratorio di galenica".
4. Come si prepara e come si ottiene dal farmacista?
Le farmacie, prosegue l'esperto, non possono distribuire la cannabis direttamente nei flaconi originali ottenuti dai produttori. Il farmacista, quindi, può dispensare la cannabis al paziente solo dopo averla ripartita nelle dosi indicate in ricetta. "Non è possibile dare più cannabis di quella prescritta dal medico e non è possibile ripartire la cannabis in dosi diverse da quelle indicate in ricetta", sottolinea Vannacci.
5. Come si assume?
"Le preparazioni possibili sono molte, ma allo stato attuale quelle principalmente utilizzate sono le cartine per decozione in tisana e le cartine per vaporizzazione mediante vaporizzatori", spiega l'esperto. Di recente, alcuni medici preferiscono prescrivere l'estratto di cannabis in olio di oliva, in modo che possa essere assunto in gocce, ma, riferisce Vannacci, la sua azione è al momento discussa.
6. Quali sono i livelli di Thc e Cbd raccomandati?
I rapporti tra Thc e Cbd cambiano a seconda della materia prima di partenza: esistono prodotti con rapporto Thc : Cbd 1:1, altri con rapporto 20:1 a favore del Thc e altri con rapporto 1:9 a favore del Cbd. "Ovviamente gli effetti terapeutici sono differenti", continua l'esperto, "ma la attuale ricerca sulle prove di efficacia non è ancora in grado di stabilire se esista effettivamente un rapporto ideale per le diverse indicazioni".
7. Quali sono i suoi principali effetti?
L'effetto principale è quello analgesico, unito a un effetto miorilassante. Inoltre, sembra essere piuttosto rilevante anche l'effetto ansiolitico, che sarebbe soprattutto a carico della componente Cbd. "Oggi non esistono piani terapeutici basati sulle prove di efficacia per le varie patologie, anche se appare plausibile che indicazioni diverse possano giovarsi di preparazioni con una proporzione differente dei principi attivi", spiega Vannacci. In linea generale, suggerisce l'esperto, indicazioni quali anoressia e nausea/vomito necessitano di dosi più basse (soprattutto di Thc), dosi maggiori per gli spasmi muscolari e dosi ancora più alte, ma variabili da persona a persona, per la terapia del dolore. "Non è poi da sottovalutare il fatto che le concentrazioni di principi attivi sono molto variabili e risentono anche della preparazione, del tempo di infusione, della temperatura e delle modalità di assunzione", spiega Vannacci.
8. Ci sono limiti di età?
Per l'assunzione della cannabis terapeutica non ci sono limiti di età definiti. "Ma ovviamente l'utilizzo nei pazienti pediatrici e negli adolescenti deve essere condotto con estrema cautela", spiega Vannacci. Come ricorda l'esperto, inoltre, di recente un farmaco a base di Cbd è stato approvato proprio per l'utilizzo in alcune forme di epilessia infantile e dovrebbe a breve essere disponibile anche in Italia. "I derivati della cannabis - avverte Vannucci - non dovrebbero essere usati in gravidanza e allattamento, dal momento che ci sono dimostrazioni del passaggio dei principi attivi attraverso la placenta e nel latte materno".
9. Quali sono gli effetti collaterali?
Una dose eccessiva di Cannabis può causare uno stato depressivo o ansioso e può provocare attacchi di panico o psicosi. "Nella nostra esperienza gli effetti avversi non sono molto frequenti e sono generalmente lievi, tuttavia possono manifestarsi disturbi soprattutto a carico del sistema nervoso (disturbi dell'umore, stordimento, stato soporoso), allergie o reazioni gastrointestinali", spiega Vannacci.
10. Può dare dipendenza?
"Come è noto, la cannabis stimola il sistema cerebrale di gratificazione, per cui il rischio che possa indurre un abuso è sempre presente", spiega Vannacci. Tuttavia, se viene utilizzata con le modalità e le dosi previste, in genere non si verificano problemi. "Sicuramente - conclude l'esperto - i preparati a base di Cannabis sono controindicati in pazienti con disturbi psichiatrici e in individui con una storia pregressa di tossicodipendenza e/o abuso di sostanze psicotrope e/o alcol".
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