di Federica Cravero
La Repubblica, 21 ottobre 2019
L'epopea a Torino di un richiedente asilo: respinto da quattro filiali di banca. Voleva solo aprire un conto corrente Alou Bakayoko. Le banche, in teoria, dovrebbero essere solo contente di avere un nuovo cliente, ma non è così se allo sportello si presenta un giovane nato in Mali 27 anni fa, arrivato nel 2014 in Italia con un disperato viaggio attraverso il Mediterraneo, che ha un permesso di soggiorno come richiedente asilo.
Quattro filiali lo hanno respinto e solo ieri, dopo settimane di peripezie, Alou è riuscito a ottenere finalmente un conto corrente e una carta di credito. Un traguardo raggiunto solo perché nel suo girovagare è riuscito a ritrovare la bancaria che cinque anni fa si era occupata della sua pratica quando Alou riceveva il pocket money dell'accoglienza: lei si è ricordata di lui, si è fatta in quattro e ha superato gli ostacoli della burocrazia. Ma per tanti altri un conto resta un miraggio.
Non è sempre stato così complicato in realtà per un migrante mettere del denaro in banca e avere un bancomat o una carta di credito. Le cose si sono fatte difficili quando è stato emanato il decreto sicurezza, che impedisce ai richiedenti asilo di essere iscritti alle anagrafi e avere una carta d'identità, salvo sporadici Comuni dissidenti. In ogni caso - aveva promesso l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini - i migranti potranno sottoscrivere contratti di qualunque tipo presentando solo il permesso di soggiorno.
Ma il caso di Alou dimostra che la realtà è molto diversa. Già mesi fa l'Asgi, l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, aveva evidenziato il problema all'Abi, l'associazione bancaria italiana. Quest'ultima aveva emanato una circolare per chiarire a tutti gli istituti di credito che il solo permesso di soggiorno e addirittura solo la ricevuta di presentazione della pratica, erano sufficienti per aprire un nuovo conto. "Ma io sono andato in quattro banche diverse e me l'hanno negato, in modi più o meno educati. Un impiegato mi ha chiesto non solo la carta d'identità ma anche tre buste paga. Un altro si è scusato e mi ha detto che avrebbe voluto aiutarmi ma il sistema informatico non è in grado di inserire il permesso di soggiorno tra i dati personali", racconta il giovane, che sul conto vorrebbe accreditare lo stipendio del tirocinio che è riuscito a ottenere attraverso l'associazione Eco dalle città, dove è entrato nel gruppo degli Ecomori e si occupa della raccolta differenziata e del recupero di frutta e verdura invenduti a Porta Palazzo. "La cosa assurda è che io una volta avevo la carta di identità perché la legge era diversa. Avevo anche il conto in banca dove ricevevo i soldi dell'accoglienza - racconta il migrante - Poi però ho perso il portafoglio con tutti i documenti". E proprio in quel frangente la legge è cambiata ed è arrivato il decreto sicurezza. "Non mi hanno più rifatto la carta d'identità e non sono più riuscito a riattivare il conto corrente", spiega. Solo ieri è riuscito a ritrovare l'impiegata che lo seguiva allo sportello anni fa e che si era trasferita all'Intesa Sanpaolo di piazza Rebaudengo: si è presa a cuore la pratica ed è riuscita nell'impresa. "Segno che è possibile fare le cose, ma manca la volontà", denuncia Paolo Hutter, fondatore degli Ecomori.
di Nino Sergi*
Vita, 21 ottobre 2019
La Farnesina ospiterà il 21 e 22 ottobre una conferenza sui diritti umani e l'aiuto umanitario in Libia. Secondo quanto appreso da Agenzia Nova, i lavori "al livello di alti funzionari" saranno aperti dalla viceministra degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Emanuela Del Re, e verteranno in particolare sul coordinamento degli aiuti umanitari e sul rispetto del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani.
L'incontro di natura "tecnica" è co-organizzato dalla Farnesina e dalla Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario della Commissione europea (Echo).
"La Libia non ha ratificato la convenzione di Ginevra sui rifugiati e richiedenti asilo: non può quindi essere obbligata a prendersene cura. In Libia i richiedenti protezione e asilo sono degli illegali e in quanto tali sono internati nelle carceri e nei centri di detenzione secondo le leggi di questo stato sovrano". Tante volte abbiamo letto o sentito queste o simili affermazioni. Sono parole che sono state assimilate perfino dalla cosiddetta comunità internazionale, cioè noi, l'Italia, l'Europa, i Paesi democratici, rimasti quindi impotenti e immobili. Gli Stati si sono limitati a guardare, talvolta a denunciare, nascondendo la propria inadeguatezza e pusillanimità dietro a questa ipocrita giustificazione.
È vero, la Libia non ha mai preso in considerazione la convenzione di Ginevra sui rifugiati con gli obblighi derivanti dal riconoscimento del loro status. Ha firmato invece una convenzione regionale africana sullo status di rifugiato e, per il momento, considera come aventi diritto solo quelli di sette nazionalità: siriani, iracheni, palestinesi, somali, eritrei, etiopi Oromo e sudanesi del Darfur, alcune delle quali sono state e sono presenti nei centri di detenzione. La Libia ha però aderito a vari altri trattati e convenzioni, con pari valore umano ed etico e con obblighi altrettanto vincolanti.
Indubbiamente, lo stato di conflitto permanente, di instabilità e di caos politico che l'insensato intervento militare internazionale del 2011 ha provocato in Libia, indebolisce l'effettiva attuazione di tali obbligazioni; ma almeno non ci si nasconda dietro il rigetto libico della convenzione di Ginevra per giustificare l'inazione a cui abbiamo assistito negli anni e a cui continuiamo ad assistere.
I centri di detenzione in Libia devono essere chiusi. Le condizioni dei rifugiati e migranti ivi detenuti sono infatti una vergogna per tutta l'umanità che assiste paralizzata alle torture ed alle altre crudeli, disumani, degradanti pene che colpiscono ripetutamente uomini, donne, bambini. È la credibilità della "comunità" internazionale che è ormai messa in gioco.
È stata ammessa l'apertura di una !struttura di transito e partenza" gestita dall'Unhcr a Tripoli per chi ha bisogno di protezione internazionale, ma l'agibilità nei centri di detenzione rimane molto limitata, così come nei punti di sbarco dove vengono riportate le persone intercettare in mare alle quali l'Unhcr offre assistenza medica, registrando chi è idoneo al riconoscimento dello status di rifugiato. Chi non lo è invece seguito dall'Oim che, sempre con molte limitazioni e difficoltà, provvede al trasferimento volontario e assistito in altri paesi.
Un maggiore interesse e impegno dei governi che possono avere peso sulla Libia potrebbe ottenere molto di più e la Commissione africana dell'UA sui diritti dell'uomo e dei popoli potrebbe svolgere una seria indagine sulle gravi violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici. Sulla base della Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, ratificata da tutti gli Stati africani ad eccezione del Marocco, alla Commissione sono infatti attribuite le funzioni di promuovere e proteggere i diritti umani e dei popoli.
È sorprendente l'elenco delle ratifiche e adesioni della Libia a convenzioni e trattati internazionali tuttora validi e impegnativi. Se con la ratifica la Libia è legalmente vincolata a un trattato, con l'adesione accetta di diventare parte di un trattato e l'effetto giuridico che ne deriva è pari a quello della ratifica (Alto Commissariato per i diritti umani, Ohchr). C'è quindi molta materia per potere agire sulla Liba al fine della chiusura dei centri di detenzione inumani e disumani. Si tratta di impegni internazionali che sono stati quasi dimenticati sia dai libici che dalla comunità internazionale. È bene ricordarli.
La Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, ratificata dalla Libia il 19 luglio 1986, sancisce che "Ogni persona ha diritto al godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti e garantiti nella presente Carta senza alcuna distinzione, in particolare senza distinzione di razza, sesso, etnia, colore, lingua, religione, opinione politica o qualsiasi altra opinione, di origine nazionale o sociale, di fortuna, di nascita o di qualsiasi altra situazione" (art. 2). "La persona umana è inviolabile. Ogni essere umano ha diritto al rispetto della sua vita e all'integrità fisica e morale della sua persona. Nessuno può essere arbitrariamente privato di questo diritto" (art. 4). "Qualsiasi forma di sfruttamento e di svilimento dell'uomo, specialmente la schiavitù, la tratta delle persone, la tortura fisica o morale, e le pene o i trattamenti crudeli, inumani o degradanti sono interdetti" (art. 5).
La Convenzione UA regolante gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, ratificata il 25 aprile 1981, stabilisce che "La concessione dell'asilo ai rifugiati è un atto pacifico e umanitario e non deve essere considerata un atto ostile da nessuno Stato membro" (art. 2). Gli Stati membri collaboreranno con l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Questa Convenzione sarà l'efficace complemento regionale alla Convenzione delle Nazioni Unite sullo status dei rifugiati per l'Africa del 1951 (art. 7, c. 1 e 2).
Invocare la non ratifica della Convenzione di Ginevra sui rifugiati non esonera la Libia dal rispetto dei diritti umani, fino alla definitiva chiusura di tali centri criminali, e non esonera la comunità internazionale dall'esigerne la chiusura, nel rispetto di tali diritti, prevedendo strutture alternative gestite dalle organizzazioni internazionali umanitarie e stabilendo accordi compensativi. È giunto il momento di agire.
*Presidente emerito di Intersos e policy Advisor di Link 2007
di Eugenio Occorsio
La Repubblica, 21 ottobre 2019
Cinque persone uccise nell'incendio di una fabbrica saccheggiata, altre due nell'incendio di un magazzino, due in quello di un supermercato ed una persona e morta a Santiago. Lo stato di emergenza esteso ad altre città oltre alla capitale. Cinque persone sono morte nell'incendio di una fabbrica di vestiti saccheggiata dai manifestanti a nord di Santiago. Sono quindi dieci i morti dall'inizio degli scontri di piazza che stanno scuotendo il Cile.
"Cinque corpi sono stati trovati all'interno della fabbrica, la morte è dovuta all'incendio", ha detto ai media locali il comandante dei pompieri di Santiago Diego Velasquez. Altri due corpi erano stati ritrovati in un supermercato nel comune di San Bernardo anch'esso saccheggiato e dato alle fiamme ed altri due, invece, secondo il giornale Bio Bio, in un grande magazzino di materiali per l'edilizia e il bricolage a La Pintana andato a fuoco durante il saccheggio. Una persona invece sarebbe stata uccisa dalla polizia a Santiago.
"Siamo in guerra contro un nemico potente", ha detto il presidente Sebastian Sebastian Piñera."un nemico implacabile - ha aggiunto - che non rispetta niente e nessuno e che è pronto a fare uso della violenza e della delinquenza senza alcun limite".
Il ministro dell'Interno cileno Andrés Chadwick, da parte sua, ha parlato di un bilancio di sette morti nelle proteste di piazza contro l'aumento delle tariffe, annunciando di avere esteso lo stato di emergenza, in atto da due giorni nella capitale, ad altre città del Paese. E mentre Santiago si appresta a vivere la sua seconda notte di coprifuoco, il governo fa sapere che finora sono state arrestate 152 persone per violenze, 40 per saccheggi e 70 per gravi aggressioni. Chadwick ha parlato alla Moneda, e non ha lasciato spazio alle domande dei giornalisti.
Il ministro non ha fatto menzione, invece di un cittadino ecuadoriano morto durante alcuni incidenti fuori da un centro commerciale vicino a Santiago, colpito al torace, probabilmente da un agente. Proseguono intanto gli scontri e i saccheggi in tutto il Paese: "Siamo di fronte a una vera escalation che è indubbiamente organizzata per causare gravi danni al nostro Paese e alla vita dei cittadini", ha detto Chadwick, aggiungendo: "Noi che oggi in Cile siamo contro la violenza, dobbiamo agire insieme ed esigere che coloro che purtroppo non la condannano o la avallano o sono deboli per affrontarla si facciano sentire".
Le proteste erano iniziate a causa di una aumento del costo dei biglietti dei trasporti pubblici ma, nonostante il ritiro del provvedimento da parte del governo di Sebastián Piñera, la protesta non si è fermata ed anzi si è allargata nonostante il coprifuoco decretato nel fine settimana.
La gente è obbligata a restare in casa e non potrà uscire dalle 9 di sera alle 7 del mattino. Chi sarà costretto a farlo dovrà avere una autorizzazione speciale. Le strade e le piazze della capitale sono già presidiate dai carri armati e dai blindati dei militari che controllano il rispetto della misura. Si tratta di un provvedimento eccezionale, tipico dei paesi dell'America Latina.
La Repubblica, 21 ottobre 2019
I combattenti curdi hanno lasciato la città siriana assediata dalle forze turche, ritiro che dovrebbe accelerare la loro partenza da un'area di 32 chilometri di distanza dal confine con la Turchia, che era la principale condizione della tregua negoziata da Washington. "Come parte dell'accordo per sospendere le operazioni militari con la Turchia con la mediazione americana, oggi abbiamo evacuato dalla città di Ras al-Ain tutti i combattenti delle Forze democratiche siriane (Sdf). Non abbiamo più combattenti in città". Lo ha riferito il comandante curdo Kino Gabriel, secondo quanto riferito dal portavoce delle Sdf, Mustafa Bali. Oggi, un convoglio che trasportava feriti, resti e combattenti delle forze siro-democratiche siriane (Fds) dominate dallo Ypg ha lasciato Ras al-Ain. L'Fds e la Turchia hanno confermato il ritiro totale dei combattenti curdi dalla città. Più di 50 veicoli, comprese le ambulanze, hanno lasciato la città che fungeva da linea di demarcazione.
Il ritiro dovrebbe accelerare la loro partenza da un'area di 32 chilometri di distanza dal confine con la Turchia, che era la principale condizione della tregua negoziata da Washington.
Siria, la tregua regge. Curdi: "Completato ritiro da Ras al-Ain"
Annunciato giovedì, l'accordo prevede la sospensione per 120 ore dell'offensiva lanciata il 9 ottobre dalla Turchia per consentire il ritiro dei combattenti curdi dalle zone di confine nel nord della Siria. Oltre a questo ritiro, l'accordo prevede la creazione di una "zona di sicurezza" profonda 32 chilometri per separare la Turchia dai territori detenuti dalla milizia curda delle Unità di protezione del popolo (Ypg). La lunghezza di questa striscia, che il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan vuole che sia di circa 450 chilometri, resta da definire.
L'Osservatorio siriano per i diritti umani aveva precedentemente riferito che i resti di 28 combattenti Fds e 13 civili si trovavano in ospedale o in cimiteri temporanei. "Un convoglio di circa 55 veicoli è entrato in Ras al-Ain e un convoglio di 86 veicoli è partito per Tal Tamr", ha detto il ministero della Difesa turco. Il convoglio è arrivato a Tal Tamr, più a sud, dove i residenti li hanno accolti con slogan a sostegno dell'Fds.
Erdogan ha ribadito che l'offensiva riprenderà se le forze curde non si ritireranno completamente dalle zone di confine e ha dichiarato che la Turchia "garantirà la protezione della zona di sicurezza" che egli intende istituire per oltre 444 chilometri. Ha anche esortato gli Stati Uniti a "mantenere le sue promesse". Il presidente americano Donald Trump ha detto che "il cessate il fuoco sta reggendo molto bene" in un tweet che cita il suo ministro della Difesa, Mark Esper. "Ci sono stati piccoli scontri rapidamente conclusi. I curdi si stanno trasferendo in nuove aree", ha detto Esper.
Nella zona di Tal Abyad, a ovest, secondo il ministero della difesa turco, un soldato turco è stato ucciso e un altro ferito. L'offensiva turca è stata lanciata dopo il ritiro dei soldati americani dalle zone di confine il 7 ottobre. E il 13 ottobre, gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di circa militari i americani dispiegati nel nord e nell'est della Siria.
Siria, la tregua regge. Curdi: "Completato ritiro da Ras al-Ain"
Oggi, più di 70 veicoli corazzati con bandiera americana e attrezzature militari hanno attraversato Tal Tamr, scortati da elicotteri. Secondo l'Osservatorio, il convoglio si è ritirato dalla base vicino alla città di Kobane e si è diretto verso la provincia di Hassakè più a est. "Questa è la più grande base militare americana nel nord e la quarta partenza delle forze americane da una base in Siria", ha detto il direttore dell'Osdh Rami Abdel Rahmane. D'ora in poi, tutte le basi Usa nelle province di Raqa e Aleppo "sono vuote di qualsiasi presenza militare americana", ha detto Abdel Rahmane. Gli Stati Uniti occupano ancora posizioni nelle province di Deir Ezzor e Hassakè.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 21 ottobre 2019
Le ragazze incinte possono sì fare gli esami ma devono "stare alla larga dalla scuola perché non sono in grado di imparare" e "possono influenzare negativamente le compagne di classe a svolgere attività sessuali e a rimanere a loro volta incinte". Sono le parole del ministro dell'Istruzione della Sierra Leone, contenute in una circolare diramata il 15 ottobre per chiarire, una volta per tutte, la questione della frequenza scolastica delle minorenni incinte: in sintesi, prima partoriscano, poi torneranno a scuola.
Naturalmente, il ministro non ha saputo fornire alcuna prova a sostegno del cattivo esempio che le ragazze incinte costituirebbero nei confronti delle compagne di classe. La Sierra Leone ha tassi molto elevati di gravidanze precoci. Ma invece di impartire lezioni di educazione sessuale nelle scuole e sradicare la violenza contro le donne e le ragazze, le autorità del paese africano preferiscono la stigmatizzazione popolare e la sanzione esemplare: niente istruzione.
A giugno, Equality Now, Wawes e Amnesty International hanno presentato un ricorso alla Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell'Africa occidentale, chiedendole di pronunciarsi contro un divieto del tutto ingiustificato e discriminatorio. La Corte deve ancora pronunciarsi.
Ristretti Orizzonti, 20 ottobre 2019
Con l'attiva collaborazione del Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per il Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, anche a seguito di recenti gravissimi fatti di cronaca, si sono tenute tre giornate di lavoro (16, 17, 18 ottobre u.s.), presso i penitenziari di Trento, Rovigo ed Udine.
di Guglielmo Starace*
Gazzetta del Mezzogiorno, 20 ottobre 2019
Se non interviene una generale presa di coscienza della gravità della situazione, dal primo gennaio 2020 entrerà in vigore una norma secondo cui dopo l'impugnazione di una sentenza di primo grado, anche di assoluzione, la durata del processo non avrà più alcun limite perché il tempo necessario alla prescrizione del reato sarà fermato.
di Marcello Bortolato*
questionegiustizia.it, 20 ottobre 2019
(Testo dell'intervento al Convegno "Eppur si muove. Carcere, costituzione, speranza", Reggio Calabria - 4 ottobre 2019). Nell'opinione pubblica, anche qualificata, continua a essere diffusa l'idea che l'ergastolo sia una pena riducibile e che il "fine pena mai" non esista.
di Samuele Ciambriello
linkabile.it, 20 ottobre 2019
Non si può morire di carcere e in carcere. Cicatrici detentive. La prima è il ricordo a distanza di un anno della morte di Ciro Rigotti, il detenuto terminale. Aveva chiesto di morire a casa sua, tra l'affetto dei suoi cari. Nell'ultimo suo appello, nelle mie denunce pubbliche come Garante, nella solidarietà di tanti eravamo stati tutti interdetti da una giustizia reale, disgregativa e disumana.
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 20 ottobre 2019
La denuncia - 18 ottobre - proviene da Amnesty International. Nel suo rapporto A.I. accusa l'esercito turco e i suoi alleati (o meglio: i suoi "ascari") di aver commesso molteplici crimini di guerra nel corso dell'offensiva in atto (una vera e propria invasione della Siria). In particolare, esecuzioni sommarie e attacchi indiscriminati contro i civili. A cui bisognerebbe aggiungere l'utilizzo di armi proibite dalla Convenzione di Ginevra. La Ong riporta le testimonianze di 17 persone (operatori sanitari, giornalisti, sfollati, esponenti di organizzazioni umanitarie...) che hanno appunto visto - e documentato - di persona quanto stava avvenendo.
Un esponente della Croce Rossa curda racconta di aver recuperato i cadaveri lasciati sul terreno - in prossimità di una scuola - dall'attacco turco del 12 ottobre sulla cittadina di Salhyé. Qui avevano trovato rifugio alcuni sfollati. Spiega di "non poter nemmeno dire se i bambini uccisi erano maschi o femmine perché i loro corpi erano completamente anneriti, carbonizzati".
Emergono intanto altri particolari sulla sequenza di menzogne, una trappola vera e propria in cui i curdi si sono cacciati - forse ingenuamente - per essersi fidati di un "alleato" senza scrupoli, gli Stati Uniti. Innanzitutto gli USA avevano convinto le YPG (genericamente definite "curde", in realtà una coalizione multietnica composta da combattenti di varie etnie e religioni presenti nei territori del nord-ovest siriano, oltre che dai volontari internazionalisti) a distruggere i tunnel difensivi alla frontiera con la Turchia. Garantendo che Washington avrebbe comunque impedito ad Ankara di invadere il Rojava. Nell'accordo, un ulteriore malcelato inganno: consentire a USA e Turchia di sorvolare l'area per controllare l'effettiva distruzione di tunnel e postazioni difensive. In realtà questo ha permesso ai turchi di conoscere in anticipo quali fossero i principali ostacoli e possibili punti di resistenza al momento dell'attacco.
Con l'invasione del Rojava - mentre si percepiva quanto sarebbe stata brutale e indiscriminata - forse Trump ha temuto di rimetterci sul piano elettorale. Ha quindi inviato al suo omologo turco una risibile lettera in cui gli spiegava che comunque avrebbero dovuto trovare un accordo e soprattutto di "non fare l'idiota" (testuale). Concludendo che comunque si sarebbero risentiti. Ovviamente Erdogan non l'ha neanche presa in considerazione proseguendo imperterrito. Nel suo programma, una radicale pulizia etnica della "zona di sicurezza", profonda 30 chilometri e sostanzialmente svuotata di ogni presenza curda. Da sostituire con 2-3 milioni di rifugiati siriani fedeli a Erdogan e al momento ospitati in Turchia.
Già con i primi bombardamenti sulle città e sui villaggi curdi si creavano lunghe colonne di profughi (circa 300mila) in fuga. In avanscoperta, le milizie - sospettate di simpatie jihadiste - dell'Esercito nazionale siriano (in precedenza denominato Esercito siriano libero) che da subito cominciavano a saccheggiare e giustiziare indiscriminatamente. Suscita scalpore l'efferata uccisione il 12 ottobre di Hevrin Khalaf (35 anni, segretaria generale del Partito del futuro siriano), presumibilmente stuprata e lapidata. Tale assassinio di una nota pacifista viene festeggiato dai media turchi come una "vittoria contro il terrorismo".
Intanto la Turchia si preoccupava di rimettere in circolazione le milizie di Daesh (più affidabili del raffazzonato ENS) ancora detenute nelle prigioni controllate dai curdi (a volte semplici palestre, oltretutto controllate da civili). Cominciando quindi a bombardare i muri e i cancelli dei campi di detenzione per consentire la fuga di centinaia di miliziani e loro familiari (solo una parte dei circa 80mila catturati dalle YPG).
Una parentesi. Esponenti della destra dichiarata, diversi rosso-bruni e qualche "antimperialista" di sinistra (in genere filo-Assad e filo iraniani) hanno accusato i curdi, oltre che di collaborazionismo con l'imperialismo statunitense, di aver praticato forme di "pulizia etnica" in Rojava. Demenziale. Anche trascurando i 40mila yazidi salvati dai combattenti curdi nel Sinjar (e i cristiani, anche un villaggio turcomanno...), basti pensare che nemmeno i peggiori miliziani islamisti (e tantomeno le loro famiglie) sono stati eliminati fisicamente dopo la cattura. Come invece, sotto-sotto, auspicavano Stati Uniti e paesi europei poco propensi a riprendersi i loro cittadini - i foreign figthters - divenuti miliziani dello Stato islamico.
Col senno di poi (e pensando ai civili assassinati da questi tagliagole una volta tornati in libertà) verrebbe da pensare che 'sti curdi sono stati fin troppo buoni.
Già che c'era, forse ritenendo che gli statunitensi se la stavano prendendo troppo comoda nel ritirarsi da Kobane, l'esercito turco sparava anche su un avamposto a stelle e strisce. La cosa funziona e il giorno successivo Trump annuncia un ritiro completo e definitivo. Prima di andarsene gli statunitensi si auto-bombardano. Rendendo inagibili i loro avamposti e basi mentre quelli rimasti in piedi verranno occupati dalla Russia. L'impressione è comunque di un piano concordato (o sottinteso) tra Usa, Turchia, Russia (forse anche Teheran e Damasco) ai danni dei curdi. Sempre scomodi, se non superflui, ai piani strategici di stati e affini.
Scontato il rifiuto - sia di Washington che di Mosca - della richiesta di "interdizione aerea" avanzata dai curdi. I quali, ovviamente, non dispongono di contraerea.
Nonostante i tentativi statunitensi per impedirlo (temendo che con i siriani arrivino anche i detestati pasdaran iraniani o gli hezbollah libanesi: l'ossessione ricorrente del "ponte sciita"), le truppe di Assad entrano in Manbij.
Tergiversando ed entrando in contraddizione con quanto finora dichiarato, gli Stati Uniti annunciano che in realtà potrebbero anche restare, almeno per proteggere Kobane (e soprattutto i campi petroliferi di Deir ez-Zor). Un bel casino!
Mentre Trump comincia - o continua - letteralmente a delirare (vedi le affermazioni sui curdi che non avrebbero "aiutato gli stati Uniti al momento dello sbarco in Normandia"), il Congresso americano impone blande sanzioni alla Turchia per convincerla a sospendere l'invasione.
I curdi comunque resistono e contrattaccano riconquistando, almeno provvisoriamente, la città di Sere Kaniye che era caduta nelle mani dell'Esercito nazionale siriano e dei turchi. La situazione è tale che a un certo punto Ankara si vede costretta a chiudere i varchi del muro di frontiera - ora alle sue spalle - per impedire ai miliziani jihadisti di fuggire in Turchia. Inoltre, temendo di venir respinto, l'esercito turco comincia a fare uso sui campi di battaglia di sostanze chimiche proibite.
Trump invia allora da Erdogan il vicepresidente Pence per concordare un generico "cessate-il-fuoco". Ma senza concordarlo, almeno in un primo tempo, direttamente anche con i curdi, la Russia e Damasco. Di nuovo, un gran casino!
Ai curdi viene "offerta" una via d'uscita: sostanzialmente battere in ritirata per una profondità di trenta chilometri dalla frontiera (la solita "zona di sicurezza") nel giro di cinque giorni. In pratica, una "pulizia etnica" ottenuta dalla Turchia volontariamente e senza incontrare resistenza. Solo successivamente, toccherebbe alla Turchia di lasciare il suolo siriano, Afrin (nord-est della Siria, già invasa all'inizio del 2018) compresa. Per il giornalista Ferda Cetin, esperto di Medio Oriente, tale accordo Usa-Turchia non sarebbe altro che "una legalizzazione dell'occupazione del Rojava da parte dell'Isis e di Ankara". Alquanto probabile, direi.
Del resto già il 17 ottobre, alla faccia del cessate-il-fuoco, altre decine e decine di pullman carichi di miliziani dell'Esercito nazionale siriano partivano da Kilis in direzione di Gaziantep per dare ulteriore man forte alle truppe turche. Staremo a vedere.
E i curdi? Per loro si profila un probabile destino di "profughi interni" in Siria. Così come per altri componenti della coalizione multietnica (arabi, circassi, assiri, armeni, siriaci...) che vivevano - e spesso combattevano - insieme ai curdi nel nord della Siria. E alquanto incerto appare il destino dei volontari internazionali (pensiamo in particolare ai comunisti turchi) che si erano integrati nella resistenza curda. Manca solo che Erdogan ne richieda l'estradizione!
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