telenord.it, 22 ottobre 2019
Era stato arrestato a luglio a Savona perché dopo l'ennesimo maltrattamento alla compagna aveva minacciato di darle fuoco: "Vado a prendere una tanica di benzina e ti brucio" aveva gridato alla donna. Ignazio Congiu, 53 anni, savonese di origine laziale, si è tolto la vita la scorsa notte in una cella della sesta sezione del carcere di Marassi, a Genova: a trovarlo senza vita un agente penitenziario.
Per uccidersi l'uomo si è stretto intorno al collo un lenzuolo appeso ad una finestra. Poi gli è bastato piegare le gambe e il cappio si è stretto. I poliziotti e i medici del presidio sanitario del carcere accorsi nella cella per alcuni minuti erano riusciti a rianimarlo, ma dopo poco il cuore dell'uomo si è fermato ancora, stavolta senza più riprendersi.
Congiu era in cella da solo perché i detenuti accusati di reati contro donne e bambini, come detta il regolamento non scritto che vige in carcere, rischiano ritorsioni da parte degli altri reclusi. Proprio perché solo è riuscito a mettere in atto il suo piano di morte. Si è svegliato in piena notte, ha formato una corda con lenzuola e si è impiccato.
L'uomo era in attesa di giudizio per i maltrattamenti anche psicofisici, e le minacce denunciate dalla compagna. La donna a luglio, esasperata, si era recata a sporgere denuncia in questura raccontando che continuava a ricevere minacce sul suo telefonino anche mentre era davanti all'investigatori della squadra mobile che stavano raccogliendo la sua testimonianza.
Congiu, invalido, residente in un alloggio di Villapiana, con diversi problemi alle spalle legati all'alcol, era già stato accusato in passato di tentato omicidio e lesioni gravissime per una storia di risse e bottigliate tra sbandati e clochard tra corso Mazzini e il Prolungamento. Pare che in quel caso Congiu si fosse intromesso in una rissa per difendere una donna.
La compagna, sua convivente, lo aveva allontanato dalla casa; lui però non aveva accettato la decisione, cercando di ritornare ad abitare con lei. La donna, esasperata per le ingiurie e le minacce, però aveva sporto denuncia e lo aveva fatto arrestare e finire in carcere.
Ai poliziotti la donna, molto attiva nel volontariato e nel sociale, poi aveva spiegato come l'aggressività dell'uomo sarebbe esplosa negli ultimi tempi anche per colpa di un mix di farmaci, assunti per curarsi dall'uomo, e alcol. Un'aggressività che ha portato Congiu, tornato ad abitare da solo, a scagliarsi contro la porta di casa dell'ex convivente chiedendole di poter rientrare in casa con lei. Richieste accompagnate da insulti e minacce sino a dirle: "Vado a prendere una tanica di benzina e brucio tutto" aveva minacciato.
La notizia della tragedia nella cella di Marassi stamane è stata resa nota dal Sappe, il Sindacato di polizia penitenziaria: "Marassi segna purtroppo il secondo suicidio dall'inizio dell'anno. Un dramma che nessuno deve ignorare. Non conosciamo le cause che hanno indotto al suicidio ma di fatto esiste un disinteresse alle condizioni di vita della popolazione detenuta a Marassi che è indiscutibile: ci sono 730 detenuti che devono convivere in spazi per 525 posti".
Secondo il Sappe "gli eventi critici sono ormai quotidiani: nel primo semestre 2019 ci sono stati quasi 100 atti di autolesionismo, un suicidio, 73 colluttazioni e 40 ferimenti, un decesso per cause naturali e continue aggressioni alla Polizia penitenziaria.
Poco più di un anno fa - continua la nota - la direzione di Marassi si è resa parte attiva con l'assessore regionale alla sanità di un protocollo sul rischio suicidario ma ancora nulla si sa, a distanza di quasi un anno dalla sua introduzione, sulle modalità attuative di tale protocollo. E allora le responsabilità di chi sono?".
di Maria Cristina Carratù
La Repubblica, 22 ottobre 2019
"Bisogna distinguere i reati minori per spaccio e detenzione di stupefacenti da quelli più gravi. Normativa ferma a 30 anni fa". Le carceri italiane scoppiano? Fra i tanti motivi del sovraffollamento c'è l'impropria presenza dietro le sbarre di persone incappate nelle maglie di una legislazione antidroga ideologica e antiquata, oltre che inefficace.
Anche in Toscana, dove reti sociali più virtuose farebbero pensare ad un fenomeno attenuato. A renderlo evidente è il nuovo Rapporto promosso dal Garante regionale dei diritti dei detenuti in collaborazione con la Fondazione Giovanni Michelucci, il contributo di studiosi ed esperti di università e Camere penali, e il supporto delle amministrazioni penitenziarie di Firenze, Prato, Pisa, Massa e Livorno.
I dati, sottolinea il Garante Franco Corleone, sono chiari: alla fine del 2018, più di un terzo dei detenuti toscani (il 33,8%, di cui il 62,39% stranieri) è in carcere per violazioni della legge antidroga. In particolare, dell'articolo 73 del Dpr 309 del 1990, la cosiddetta Iervolino-Vassalli, che introduce la distinzione fra droghe pesanti e droghe leggere, e il concetto di "lieve entità". Abolita nel 2006, con la modifica dell'articolo 73, dalla legge Fini-Giovanardi, a sua volta dichiarata anticostituzionale nel 2014 dalla Suprema Corte, la distinzione fra pesanti eleggere è quindi tornata, ma non per la "lieve entità".
Una previsione che di fatto ha penalizzato moltissimo i responsabili di fattispecie minori, comprese la semplice detenzione o la cessione gratuita. L'imputazione generica per l'articolo 73, infatti, sottolinea Corleone, "permette comunque l'arresto e la custodia cautelare, in attesa che la "lieve entità" prevista al comma 5 venga eventualmente verificata durante il processo". Così, le persone finiscono in carcere. Insomma: le distinzioni introdotte dal legislatore "appaiono appiattite nella concreta applicazione", col risultato che "si arriva di fatto all'arresto anche per imputazioni che di norma non lo richiederebbero".
Soprattutto, e non a caso, per quanto riguarda gli stranieri, privi di adeguate reti sociali e con minori strumenti difensivi. Il tutto mentre la perdurante "opacità dei dati", raccolti senza adeguati criteri, "rende arduo e spesso impossibile farsi un'idea esatta del fenomeno". Il quadro che ne emerge, sottolinea Corleone, è che "se la tendenza internazionale è di distinguere i reati minori di droga da quelli più gravi, riservando ai primi sanzioni non carcerarie", in Italia siamo fermi a una legge di 30 anni fa, "quando società, stili di vita, consumo di droghe, erano ben diversi".
Da qui la richiesta che "la politica riprenda il proprio ruolo e proceda a scelte strategiche", riformando una legge obsoleta, in particolare scorporando il comma 5 e facendolo diventare un articolo 73bis, da poter applicare con chiarezza, e ripensando i servizi (vedi i Sert) e le misure alternative alle luce di nuove esigenze. E il Rapporto, adesso, consegna alla Regione Toscana "elementi per un dibattito sulle droghe fondato sui fatti, non su miti".
di Maria Cristina Carratù
La Repubblica, 22 ottobre 2019
Saranno trasferiti in altri Istituti, così da rendere più vivibile il penitenziario che sarà interamente destinato ai reclusi in regime di massima sicurezza. Ci sono volute rivolte, proteste, incidenti, fino al recente pestaggio di un giovane detenuto tunisino da parte di alcune guardie carcerarie (su cui la Procura di Siena ha aperto un'inchiesta per minacce, lesioni aggravate, falso ideologico nonché, per la prima volta a carico di pubblici ufficiali, per tortura, con l'immediata sospensione di quattro agenti da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria).
Ma adesso per la Casa di reclusione Renza di San Gimignano si profila una novità che potrebbe trasformarlo in carcere dal volto (un po' più) umano, o almeno si spera. Il provveditore reggente dell'amministrazione regionale penitenziaria, Antonio Fullone, ha avviato il trasferimento ("in realtà deciso da tempo") da San Gimignano ad altre carceri, toscane e del resto d'Italia, di circa 100 detenuti del settore media sicurezza (cui apparteneva anche il ragazzo tunisino).
Nel giro di qualche settimana il Renza sarà così interamente destinato ai detenuti in regime di alta sicurezza (circa 250, il livello massimo di capienza del carcere). Una svolta, nella storia infelice della struttura, inaugurata alla fine degli anni 90 in mezzo alla campagna, senza né una strada adeguata, né un servizio di trasporto pubblico (oggi c'è un bus navetta ma solo in alcuni giorni), e dove tuttora non arriva l'acquedotto comunale (l'acqua viene da pozzi spesso secchi o inquinati).
Il tutto mentre l'aumento dei detenuti, soprattutto nell'alta sicurezza, l'altissimo turn over del personale e le frequenti vacatio di ruoli (direttori e comandanti compresi: l'attuale, reggente, è anche direttore del carcere di Arezzo) hanno messo a rischio gestione e sicurezza. Il trasferimento dei 100, insomma, potrebbe segnare una svolta, mentre a breve dovrebbe partire il bando per un nuovo direttore titolare.
Nel frattempo, nel carcere è stata istituita una sezione Universitaria, anche se, ha già fatto notare il garante regionale dei detenuti Franco Corleone, "da completare con locali idonei", mentre "continua a mancare un polo scolastico ben organizzato" per la scuola media superiore. E novità ci sono anche per altre carceri toscane.
A Volterra, dove da anni lavora con i detenuti la Compagnia teatrale diretta da Armando Punzo, il Provveditorato alle opere pubbliche ha dato l'ok all'avvio alle indagini archeologiche necessarie alla realizzazione di un vero e proprio teatro interno. A Pistoia i Frati minori Cappuccini hanno offerto in comodato l'uso di un'ala del loro Convento per la sezione dei detenuti in semilibertà (una ventina), finora costretti, la sera, a tornare in carcere (i primi arrivi entro l'anno).
Buone notizie anche da Grosseto, dove la consegna della Caserma Barbetti da parte del demanio militare sbloccherà l'iter esecutivo per la realizzazione del nuovo carcere. Brutte, invece, da Massa, dove i lavori per bloccare le infiltrazioni d'acqua nella sezione sanitaria e nell'infermeria non hanno risolto problemi come l'automazione delle porte, il distacco delle mattonelle nei bagni, le infiltrazioni dagli infissi, ed è in atto un contenzioso con l'appaltatore.
Quanto a Firenze, il provveditore regionale ha proposto di destinare alle donne (oggi a Sollicciano) la Casa circondariale Gozzini per la custodia attenuata di detenuti a bassa pericolosità, finora tutta maschile.
Nessuna novità invece, né per la Casa per i detenuti in semilibertà a San Salvi, né (per le difficoltà burocratiche legate all'eventuale accoglienza anche di detenute di altre carceri italiane) per il progetto di una Casa delle mamme detenute con bambini, nonostante l'accordo fra Madonnina del Grappa, Regione, e Dap, risalga al 2010.
Corriere di Bologna, 22 ottobre 2019
Alla Dozza da giovedì le proiezioni aperte al pubblico: ingresso gratuito per tutti. Un nuovo schermo, un impianto audio rinnovato e poltroncine per 150 posti come al cinema: la sala AtmospHera del carcere Dozza è pronta ad aprire le porte al pubblico. Per motivi logistici ci saranno solo proiezioni mattutine e pomeridiane. Il carcere avrà a disposizione una videoteca di 700 titoli donati da Rai Cinema. Primo appuntamento in programma giovedì alle 9:30 del mattino con Ammore e malavita dei Manetti Bros, alla presenza dei registi.
Una nuova sala cinematografica a Bologna, per rispondere all'emorragia delle troppe sale chiuse negli ultimi anni. La particolarità risiede nel fatto che la Sala AtmospHera, come è stata ribattezzata, è allestita all'interno della Casa circondariale della Dozza. Con i suoi 150 posti debutterà giovedì mattina alle 9.30 con Ammore e malavita, pluripremiato film dei Manetti Bros che per l'occasione saranno presenti.
Alla base dell'esperienza pionieristica in Italia, anche se in primavera potrebbe arrivare un esperimento simile pure nel carcere di Bollate, nel Milanese, stanno le due edizioni del festival "Cinevasioni", il gruppo costituito attorno ai registi Filippo Vendemmiati e Angelita Fiore e i corsi formativi in ambito cinematografico sostenuti dalla Fondazione del Monte. Dopo mesi di lavori è arrivato un autentico salto di qualità, con lo spazio polivalente della Dozza trasformato con tutti i crismi in una sala di prim'ordine grazie al sostegno del Gruppo Hera. Con un nuovo schermo, pannelli rossi fonoassorbenti, un impianto audio di tutto rispetto e poltrone in velluto verde mescolate alle confermate sedie bianche.
Una sala che l'associazione Cinevasioni, costituita un anno fa, metterà a disposizione anche delle tante altre realtà associative che operano dentro la Dozza. Le proiezioni gratuite, una al mese come cadenza, vedranno insieme detenuti e pubblico proveniente dall'esterno, con particolare attenzione rivolta a studenti di scuole e università e richiesta da inviare utilizzando il modulo predisposto sul sito internet www.cinevasioni.it.
"La magìa del cinema non riempirà più solo Piazza Maggiore - commenta l'assessore comunale alla Cultura Matteo Lepore - ma anche questa sala. Era un progetto che aveva bisogno di luce e della speranza di guardare laddove di solito nessuno guarda. È un compito che ci affida la Costituzione, le persone che vivono dentro alla Dozza sono cittadini a tutti gli effetti, esattamente come chi ci lavora".
Una sala per accorciare la distanza che separa il carcere dalla città, aggiunge Giusella Finocchiaro, presidente della Fondazione del Monte: "Un modo per costruire un legame che non c'è sempre perché la città spesso preferisce non vedere. Ma il carcere è un luogo della città, anche se è una realtà che passa inosservata. Il nostro è un investimento, non un contributo, per dare sostanza al principio per cui la pena deve avere una funzione rieducativa. Una modalità efficace solo se serve a ricostruire, anche se non è semplice, un futuro".
Le proiezioni sono previste nella fascia mattutina o in quella pomeridiana. Non di sera, per la difficoltà di gestire una sala così atipica, come ricorda la direttrice Claudia Clementi: "Ogni persona che entra qui dentro è un procedimento amministrativo da avviare, che richiede un lavoro lungo che non sempre viene considerato.
Ora abbiamo un vero cinema ma non è importante solo far vedere un bel film, perché ci interessa anche creare percorsi di reinserimento per i detenuti, perché possano uscire con una prospettiva. Altrimenti il rischio è di tornare qui dentro".
L'idea, sostenuta anche da Legacoop, è nata durante i percorsi di formazione, quando alcuni detenuti avevano chiesto ai docenti impegnati nei corsi di raccontare loro i film nuovi che erano in sala e che non potevano vedere. "Quello che ci hanno chiesto sottolinea Angelita Fiore, presidente di Cinevasioni - è di non vedere film deprimenti. Per questo pensavamo di proporre commedie e film che facciano comunque riflettere. Facciamo un appello anche ai distributori, perché ci diano produzioni nuove da proiettare ad AtmospHera, anche rischiando, come pure è già accaduto per il festival".
Oltre alle future proiezioni, nel frattempo sta continuando il corso "Cinevasioni Scuola", mentre alle porte c'è anche l'apertura della prima videoteca della Dozza grazie alla donazione di settecento film in dvd da parte di Rai Cinema.
di Sandra Matuella
ladigetto.it, 22 ottobre 2019
L'importanza dell'attività lavorativa in carcere: "Quando i detenuti scoprono il lavoro, la recidiva crolla del 70 percento" - Dalla "cella in piazza" alle cooperative che producono in carcere, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili "Fa' la cosa giusta!" di Trento ha dedicato uno spazio speciale all'economia carceraria, inclusa una tavola rotonda intitolata: "Fare impresa in carcere. Il lavoro dei detenuti conviene a tutti".
Coordinata dal giornalista Francesco Terreri, questa tavola voleva costituire una opportunità di incontro tra il mondo imprenditoriale trentino e le realtà che fanno impresa in carcere, alcune delle quali presenti in fiera con i loro prodotti come la "Banda Biscotti", "Caffè Lazzarelle", "Dolci evasioni" e "Made in carcere".
"Il lavoro ha un impatto trasformativo sulla vita dei carcerati, aiuta a far nascere il desiderio di una vita regolare e serena, e con i corsi scolastici serali che ho frequentato, ho scoperto che si può vivere in maniera diversa, coltivando i rapporti affettivi e la legalità" - ha spiegato un giovane ex detenuto nella sua accorata testimonianza.
Dall'incontro è emersa un'idea di carcere ben precisa, che non deve essere inteso come una entità fisicamente lontana, ma territorio che dia possibilità di ricostruire un progetto di vita e che favorisca l'inclusione sociale, e che preveda sconti di pena ulteriori per chi partecipa a lavori di pubblica utilità all'interno della struttura.
In tal senso, una commissione lavora per definire una graduatoria di accesso ai lavori, relativa alla casa circondariale di Spini di Gardolo, dove ci sono 330 persone ristrette, di cui una trentina sono donne. Il lavoro individuato come trattamento rieducativo, in Trentino ha però dei problemi che riguardano il numero di posti disponibili, sia che si tratti di lavori alle dipendenze di cooperative che di lavori professionalizzanti come cuochi e relativi alla manutenzione, che garantiscono continuità nel tempo e per questo sono particolarmente ambiti dalle persone ristrette.
Antonia Menghni la Garante dei diritti dei detenuti della Provincia di Trento, ha spiegato che i dati inerenti alla recidiva si abbattono quando una persona può accedere a una attività lavorativa, ed è per questo che il carcere di Spini sta studiando le modalità di lavoro offerte da un carcere spagnolo di Barcellona, in cui il 50% delle persone ristrette sono occupate a tempo pieno.
"Proveremo a replicare questa soluzione spagnola perché il lavoro è la chiave della sicurezza sociale, e offrire un lavoro alle persone detenute è un'occasione, una opzione di cambiamento che la comunità deve offrire, perché la persona non se la può creare da sé".
Tra i progetti del carcere di Spini c'è il corso di avvicinamento all'imprenditoria che ha coinvolto 8 persone ristrette, mentre le politiche per il reinserimento sociale degli ex detenuti individuano le linee di indirizzo per il reinserimento lavorativo sia interno che esterno al carcere, e per individuare i profili delle competenze dei singoli detenuti, in modo da favorire la formazione professionale in accordo con le reali esigenze del mercato.
Tra le linee di reinserimento ci saranno, quindi, percorsi individualizzati in modo da far emergere le potenzialità e le risorse di ciascuno, ed anche un incontro con l'Agenzia del lavoro volto al riconoscimento del fatto che "le persone ex detenute siano delle persone svantaggiate e sarà pertanto, necessario incrementare le opportunità lavorative, promuovendo mediazioni con le aziende profit e non profit".
di Licia Baldi
tenews.it, 22 ottobre 2019
Vorrei rendere noto il gesto di generosità di alcune persone detenute nella Casa di reclusione di Porto Azzurro, che hanno raccolto e donato all'Associazione di Volontariato Dialogo una somma, provento di un loro lavoro eseguito nei laboratori penitenziari, con la quale si sono acquistati un materasso matrimoniale ed una cucina a gas per la Casa d'accoglienza che, in Portoferraio, ospita familiari di detenuti in visita ai loro cari e gli stessi quando usufruiscono di un permesso premio. Grazie di cuore da parte dell'Associazione e personalmente dalla sottoscritta Licia Baldi.
di Vittorio Fiorenza
biancavillaoggi.it, 22 ottobre 2019
L'Opera Cenacolo Cristo Re di Biancavilla ha promosso e ospitato il convegno "Rems in Sicily". Un'occasione di valutazione, tra vantaggi e criticità, dei primi cinque anni della legge 81/2014 di chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e di attivazione delle Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza). Il convegno è stato voluto e organizzato dalla comunità terapeutica assistita che opera da anni nel territorio etneo. La tematica della salute mentale è stata affrontata da cinque punti di vista: psichiatrico, giuridico, psicologico, sociologico, neurobiologico.
Dopo i saluti del direttore Generale dell'Opera, dott. Giosuè Greco, del sindaco, Antonio Bonanno, del direttore sanitario dell'Asp di Catania, dott. Antonello Rapisarda, e del direttore sanitario della C.T.A. dott. Gaetano Interlandi, sono intervenuti, nella sessione mattutina, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Catania, dott. Carmelo Giongrandi, che ha illustrato i fattori di criticità e miglioramento della legge 81/2014; il dott. Giuseppe Ortano, psichiatra responsabile della Commissione ex Opg e carceri della S.I.P.D. e Direttore della Rems di Mondragone, che ha illustrato le proposte di "Psichiatria Democratica"; la dott.ssa Deborah De Felice, Docente di Sociologia della devianza all'Università di Catania, che ha evidenziato il ruolo del Territorio e della Comunità nella funzionalità delle Rems; il dott. Carmelo Florio, direttore Modulo Dipartimento Salute mentale CT Sud, che ha presentato la realtà attuale nella provincia di Catania; il dott. Salvatore Aprile, Direttore di due Rems di Caltagirone, che ha portato concretamente l'esperienza di Caltagirone attraverso gli interventi di cinque persone attualmente ricoverate; la dott.ssa Vera Trassari, dirigente psichiatra SerD Adrano-Paternò, ha affrontato il problema del trattamento residenziale dei pazienti psichiatrici giudiziari nelle Comunità per Tossicodipendenti.
Nella sessione successiva è stato trattato il ruolo delle strutture residenziali nel trattamento terapeutico dei pazienti psichiatrici giudiziari: l'Avv. Michele Sciuto, Amministratore della Cta "Belvedere" di Zafferana Etnea, ha illustrato il ruolo delle Comunità Terapeutiche Assistite, e invece, il dott. Luca Interlandi, responsabile della Cooperativa Sociale "Alisea" di Caltagirone, il ruolo delle Comunità Alloggio o Case Famiglia.
Successivamente è stato affrontato il tema dei disturbi antisociali dal punto di vista neurobiologico e ambientale dal dott. Renato Scifo dell'ospedale di Acireale e dal punto di vista psicodinamico, dott. Angelo Garigliano, psicologo-psicoanalista del "Cenacolo Cristo Re" di Biancavilla. La dott.ssa Marina Intelisano, Sociologa ASP 3 CT, ha presentato il lavoro di Prevenzione Primaria dei comportamenti antisociali svolto in alcune scuole dall'Ufficio di Educazione alla Salute dell'Asp 3 di Catania.
Il Convegno si è concluso con la Tavola rotonda e il dibattito sullo stato di attuazione a livello regionale dei Protocolli Operativi del Consiglio Superiore della Magistratura, con l'intervento preordinato del dott. Livio Forturello, dirigente Psichiatra del SPDC, Ospedale di Paternò.
In merito all'entità del fenomeno, allo stato attuale, è emerso che in provincia di Catania, nelle Comunità Terapeutiche Assistite, circa il 35% dei Posti Letto (110 su 320) è occupato dai pazienti psichiatrici giudiziari, mentre nelle Case Famiglia e Gruppi Appartamento dei Distretti sanitari di Caltagirone e Acireale, l'occupazione dei Posti Letto riguarda circa il 30% (100 su 340).
Il totale dei pazienti giudiziari ricoverati solo nelle Comunità psichiatriche del catanese, escluse le due Rems di Caltagirone, sono in numero di 210. In merito alle liste di attesa di ricovero presso le tre Rems siciliane, secondo i dati del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, risultano 180 persone in attesa; ma tale dato non è reale perché nel frattempo circa due terzi delle persone in lista d'attesa, hanno trovano collocazione presso le altre comunità residenziali della Regione.
Il convegno, che ha avuto una grande affluenza di pubblico, segna l'inizio di un dialogo multidisciplinare nella comprensione e trattamento delle persone con malattia mentale autori di reato. Sono state evidenziate oltre alle positività anche delle criticità, dovute al fatto che la legge è ancora ai primi passi nella sua attuazione e quindi tutto il complesso sistema, Sanità-Giustizia-Società, che ha sostituito l'Ospedale Psichiatrico Giudiziario, è in evoluzione e necessità del rafforzamento nell'integrazione tra le diverse istituzioni coinvolte.
ravennanotizie.it, 22 ottobre 2019
Nel pomeriggio di sabato 19 ottobre i cancelli di via Port'Aurea 57 si sono riaperti alla città per l'ottava edizione dello spettacolo teatrale dei "Dante in carcere" dal titolo "Oltre il muro" per la regia di Eugenio Sideri di Lady Godiva teatro, coordinatore del laboratorio teatrale "Sezione Aurea", parte del Coordinamento Teatro Carcere dell'Emilia Romagna, con la collaborazione di Carlo Garavini.
Prosegue il viaggio nelle cantiche dantesche, alla ricerca di maestri e modelli che ci accompagnino verso la "retta via", ieri come oggi. Un viaggio in cui il punto di vista è "oltre il muro". Allo spettacolo hanno preso parte, come per gli anni precedenti, gli studenti del Liceo Classico Dante Alighieri, il coro Ludus Vocalis VB di Elisabetta Agostini. La serata ha visto anche la partecipazione del fotoreporter Giampiero Corelli che ha condotto all'interno del carcere un laboratorio fotografico i cui scatti più belli e significativi sono diventati oggetto della mostra fotografica che gli ospiti della serata hanno potuto ammirare.
Anche quest'anno lo spettacolo è stato di grande intensità ed ha emozionato il numeroso pubblico presente. È intervenuta l'Assessora alla Cultura Elsa Signorina che ha espresso parole di grande apprezzamento dando appuntamento al prossimo anno. La serata è stata dedicata a "Giuseppe" il detenuto tragicamente scomparso nel mese di settembre. Al termine dello spettacolo è stato offerto a tutti i presenti un ricco apericena.
Il progetto è stato reso possibile grazie al sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, Bper Banca, Bambini Ravenna, Valeria e Roberto Ridolfi, Cooperativa sociale La Pieve, Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, Pro Loco Marina di Ravenna, Proloco Lido Adriano, Comitato Pro Detenuti e famiglie, Arcidiocesi di Ravenna- Cervia.
recensione di Saverio Ferrari
Il Manifesto, 22 ottobre 2019
Come si arrivò alla "prova generale" della strage di Stato. La "strategia della tensione" non ebbe inizio con la bomba di piazza Fontana. La strage fu cercata ben prima. Alla fine del 1969 si contarono ben 145 attentati, dodici al mese, uno ogni tre giorni.
Per quanto la maggior parte degli attentati di quell'anno fossero di marca neofascista stante gli obiettivi (sedi dei partiti di sinistra, monumenti partigiani, sinagoghe) o perché erano stati identificati gli autori, gli anarchici furono messi sul banco degli accusati. Si sviluppò una campagna virulenta nei loro confronti, in particolare dopo l'arresto di alcuni militanti per le bombe milanesi del 25 aprile.
La ricostruzione minuziosa e accurata di questa vicenda la dobbiamo a Paolo Morando (Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Laterza, pp. 369, euro 20), che anche sulla base degli atti giudiziari (dodici faldoni messi a sua disposizione dalla Casa della Memoria di Brescia), è riuscito a riportare alla luce una pagina fondamentale della "strategia della tensione".
La Questura di Milano, tramite l'Ufficio politico, guidato da Antonino Allegra, cercò con ogni mezzo di costruire dei "mostri" da sbattere "in prima pagina". A questo scopo, passo dopo passo, furono artefatti i verbali d'interrogatorio, estorte confessioni con autentiche torture, condotti arresti illegali, manipolate le perizie e subornati i testi, come nel caso di una figura, Rosemma Zublema, che si rivelò comunque una calunniatrice seriale. In prima fila si distinsero il commissario Luigi Calabresi e i brigadieri Vito Panessa e Pietro Mucilli, protagonisti di innegabili violenze ai danni degli imputati verso cui dispensarono botte e minacce di morte. Gli stessi tre che si ritrovarono nel dicembre successivo a interrogare in questura Giuseppe Pinelli, nella notte fra il 15 e il 16 in cui l'anarchico si ritrovò defenestrato. Dietro al gruppo di anarchici si cercò di incolpare come presunta "mente" l'editore di sinistra Giangiacomo Feltrinelli, uno degli obiettivi politici principali dell'"operazione", per cui già da anni si stava lavorando con una martellante campagna diffamatoria orchestrata dall'Ufficio affari riservati.
Il processo si rivelò un boomerang. Le accuse franarono miseramente e il castello di falsità, costruito con testimoni tanto manipolati quanto inattendibili, crollò al punto che fu lo stesso pm, Antonino Scopelliti, a chiedere l'assoluzione di tutti gli imputati per gli attentati del 25 aprile. La sentenza si uniformerà a queste richieste, come successivamente l'Appello e la Cassazione.
Nel frattempo i sei imputati si erano fatti chi un anno e mezzo e chi due anni di carcere. Pietro Valpreda, dal canto suo, nel corso temporale del processo, iniziato nel marzo 1971, era ormai detenuto da sedici mesi con l'accusa di essere l'autore della strage di piazza Fontana, proprio quando, di lì a poche settimane, il 9 aprile, si incardinerà ufficialmente la cosiddetta "pista nera" per le bombe del 12 dicembre con i mandati di cattura per i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura. La verità cominciava a venire a galla.
Con gli attentati del 25 aprile 1969, questi i fatti, si sperimentò da parte dei registi della "strategia della tensione", l'Ufficio affari riservati in testa con l'Ufficio politico della Questura di Milano, la trama che avrebbe dovuto incastrare gli anarchici. "Una prova generale", prima del 12 dicembre.
recensione di Piergiacomo Oderda
vocepinerolese.it, 22 ottobre 2019
"Adesso prendo tutti questi tuoi pensieri, li nascondo nella mia borsa e li porto fuori di qua. Li faccio diventare liberi. Possono correre e realizzarsi". "I loro bigliettini usciranno insieme a me dal carcere e saranno depositati presso l'altare dei poveri si che si trova nella piccola chiesa di Sant'Egidio. Le loro intenzioni saranno così accolte in una preghiera più ampia".
Ezio Savasta pubblica per Infinito Edizioni, "Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere" (2019). Professore di elettronica, si dedica "con tutto il cuore e con tutta l'anima", come direbbe un pio ebreo (2 Re 23,3), al volontariato in carcere. Inanella una serie di storie narrate con la passione di chi è convinto che "ricevere una visita, fare un colloquio, è un modo di riallacciare dei legami che sono fili di speranza e anticipi di libertà".
Al contempo, Savasta racconta l'esperienza della comunità di Sant'Egidio che organizza anche distribuzioni di generi di prima necessità, sempre con l'obiettivo di allargare la conoscenza. "Anche se la distribuzione è necessariamente veloce, ci teniamo che ognuno possa essere salutato personalmente e che a sua volta abbia la possibilità di individuarci, per potersi mettere in contatto e chiedere aiuto anche in seguito".
Nel dipanarsi degli eventi, in cui alle procedure per ottenere l'autorizzazione alla visita (trasferimenti improvvisi obbligano a contattare diverse istituzioni carcerarie) si alternano lunghe camminate nei corridoi che separano i cancelli, Savasta si costruisce un'invidiabile conoscenza del mondo carcerario. Sa dove trovare indicazioni delle celle, come approcciarsi agli agenti di custodia, talvolta tenendo testa ai pregiudizi con cui infieriscono sui detenuti (cronaca di questi giorni, proprio a Torino).
Parlando del diciottenne Mihai, ricorda come "attualmente il 70 per cento dei detenuti che scontano l'intera pena reclusi tornano a commettere reati" con buona pace dell'art. 27 Cost. "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Emozionante il racconto dell'organizzazione sempre curata da Sant'Egidio del pranzo di Natale a cui partecipano le autorità giudiziarie, gli educatori ("per un giorno si è tutti uguali e si mangia tutti allo stesso tavolo". Hassan, egiziano, assiste ai preparativi e pensa: "Mamma mia, oggi a Regina Coeli deve venire un pezzo grosso" per poi scoprire di essere lui il pezzo grosso invitato al pranzo.
Said cerca Savasta per ringraziare dell'azione di mediazione svolta nel 1994 dalla comunità di Sant'Egidio tra i leader dei maggiori politici algerini che non si vedevano da anni. Un momento difficile nella storia dell'amicizia con lui è il giorno della liberazione. "Attendo Said fuori dalla porta "carraia" di Rebibbia. Ha un saccone nero, quelli che si usano per la spazzatura, che contiene tutti i suoi averi".
All'uscita dal carcere, c'è chi chiede di essere sostenuto anche solo nell'attraversare la strada ma le difficoltà principali consistono nel trovare una sistemazione, un'occupazione. Dopo qualche tempo, Said viene recuperato su indicazione di Giuseppe, un anziano barbone: "me sa' che dorme ar Tevere, sotto ponte Principe Amedeo". Patrick chiede una Bibbia, "settimana dopo settimana è sempre più consumata, piena di sottolineature e contrassegnata da segnalibri, realizzati con pezzetti di carta, su cui scrive brevi appunti".
Insieme ai suoi amici usano una traduzione del libro "La Parola di Dio ogni giorno" del card. Vincenzo Paglia. "Si sistemano in un angolo dello spazio dedicato all'ora d'aria, lui legge il brano del giorno, poi assieme ascoltano il commento, infine concludono con la recita del Padre Nostro". Altra preghiera viene animata con Petru nella stanza dove si fa scuola, Savasta distribuisce dei foglietti "dove scrivere i nomi dei familiari o dei malati che vogliono ricordare nella preghiera".
Una chiave di lettura presentata nella premessa è il "kintsugi", la pratica giapponese di ricomporre oggetti di ceramica andati in frantumi, utilizzando oro o argento per saldare i frammenti. Si ottiene un vaso originale, unico, più prezioso del precedente. "Non bisogna vergognarsi delle ferite, ognuna di esse, come ogni dolore e ciascuna imperfezione, possono, se affrontate, trasformarci in persone nuove, migliori, più sagge".
Firma l'introduzione Mario Marazziti, presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati (XVII legislatura). "Il carcere, per definizione, è luogo separato. Luoghi invisibili. Umanità invisibili. La vita scorre e quelle mura alla fine risultano rassicuranti. "Tutto il male dentro e il bene fuori".
Per Savasta, "il volontario in carcere è portatore di un'altra cultura, di una pacificazione sociale, promuovendo un processo di riconciliazione tra la società e gli uomini che l'hanno ferita con i loro reati". Ancora Marazziti ricorda Giovanni XXIII nella "rotonda" di Regina Coeli, Paolo VI nel 1964, san Giovanni Paolo II nel 2000, Benedetto XVI nel 2011.
Di Papa Francesco cominciano ad apparire le immagini anche nelle celle, le sue parole nel Giubileo della misericordia (6 novembre 2016) sono state: "Perché loro e non io? Tutti abbiamo la possibilità di sbagliare: tutti. E l'ipocrisia fa sì che non si pensi alla possibilità di cambiare vita: c'è poca fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento della società".
- Milano: "Valelapena", storie dal carcere di Alba in mostra dal 7 novembre
- Turchia. La giustizia secondo Erdogan: in carcere gli avvocati
- I "bambini dell'Isis" in Siria: l'Europa è distratta
- Migranti. Rotta balcanica, i maledetti di Vucjak
- La Consulta gela le mamme gay: "Sui figli non tocca a noi decidere"










