di Marco Belli
gnewsonline.it, 23 ottobre 2019
È stato rinnovato oggi il Protocollo di Intesa tra Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Soroptimist International d'Italia, finalizzato alla realizzazione, nell'ambito del Progetto "Si Sostiene", di percorsi di inclusione destinati alle detenute ristrette nelle sezioni e negli istituti femminili. L'intesa è stata sottoscritta presso la sede del Dap dal Capo del Dipartimento Francesco Basentini e dalla Presidente dell'Associazione Maria Coppola.
L'iniziativa progettuale, siglata per la prima volta due anni fa, conferma per una altro biennio la reciproca e fruttuosa collaborazione instaurata, che prevede la promozione di iniziative di sostegno della formazione professionale e dell'attività lavorativa delle donne detenute e ha portato all'attivazione di laboratori specifici, come quelli di gelateria, parrucchiere, sartoria e cucina.
Nei primi due anni di attuazione del Protocollo, infatti, il progetto "Si Sostiene" ha promosso 60 iniziative formative in una trentina di sezioni e istituti femminili, arrivando a coinvolgere 340 detenute. Sono stati realizzati corsi per parrucchiera, estetista, pasticciera, sarta, cake design, governante, per la manutenzione del verde e la coltivazione di orti, ed altri 20 stanno per essere avviati. Ventuno sono le detenute che, dopo aver seguito i corsi, hanno fruito di borse-lavoro retribuite.
Soroptimist International d'Italia è un'associazione no profit che opera per l'avanzamento della condizione femminile, la promozione dei diritti umani, l'accettazione delle diversità, lo sviluppo e la pace; è rappresentata presso la Commissione Parità del Ministero del Lavoro e presso la Commissione Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La sua capillare diffusione sul territorio nazionale conta di 144 club e più di 5.000 iscritte.
Già prima della stipula del Protocollo di due anni fa, Soroptimist aveva collaborato con il DAP offrendo un contributo fattivo al miglioramento della condizione delle detenute: presso la Casa di reclusione di Bollate aveva realizzato infatti, a titolo gratuito, una sala lettura al piano terra del reparto femminile, destinata a momenti di condivisione e formazione, ed elaborato il progetto dello spazio ludoteca per i bambini ospiti della sezione nido.
di Bruno Ferraro*
Libero, 23 ottobre 2019
Il sistema carcerario e la stessa funzione della pena in carcere sono tra gli argomenti più discussi, sia nell'immaginario collettivo sia nelle analisi di studiosi e giuristi. Sussistono pregiudizi di ogni genere in ordine ad un istituto vecchio come il mondo, per il quale la nostra Costituzione stabilisce il principio che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, preparandolo al ritorno nella società con caratteristiche diverse da quelle che lo hanno portato dietro le sbarre.
Alcune situazioni evidenziano il permanere di equivoci su cui è opportuno fare chiarezza. Custodia cautelare. Vigendo il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, le ordinanze restrittive del gip su conforme richiesta del pm dovrebbero costituire l'eccezione. La sensazione invece è che se ne faccia un uso eccessivo, con il paradosso della restituzione alla libertà a distanza di pochi giorni e spesso di poche ore, con una sostanziale delegittimazione delle Forze dell'Ordine.
Così non va: tocca al legislatore introdurre dei correttivi ed ai giudici di intervenire. Capienza carceraria. Il numero delle carceri in Italia è più che sufficiente. Al netto dei detenuti in custodia preventiva la percentuale di utilizzo sarebbe senz'altro adeguata e sarebbe evitato il fenomeno del sovraffollamento. Quando esistevano ancora le Preture (fino al 1999), ciascuna di esse era dotata di una o più celle destinate agli arrestati ed ai soggetti non pericolosi. Il problema da affrontare è invece quello dei contatti fra i detenuti, per evitare che le carceri si trasformino in scuole del crimine.
Minorenni detenuti. Gli Istituti di osservazione ed i reclusori per i minorenni sono sufficienti per numero e qualità del trattamento. I vari servizi vengono assicurati da personale in gran parte preparato e motivato. La permanenza in tali strutture di soggetti che hanno commesso reati prima dei 18 anni evita i rischi di promiscuità con i maggiorenni.
Madri detenute. Nel 2018 ha fatto molta impressione il caso di una mamma trentunenne di nazionalità tedesca che a Rebibbia ha scaraventato i due figli nella tromba delle scale provocandone la morte. Al di là del fatto che le madri detenute erano in Italia solo 52 (25 straniere) e che in genere godono di molte attenzioni, quale sarebbe l'alternativa: il diritto a rimanere libere o l'affidamento dei loro figli a famiglie di affidatari?
Stranieri detenuti. Costituiscono un problema, sia per il loro numero complessivo, sia per l'entità di coloro che sono in attesa di giudizio (quindi non estradatili), sia per la varietà legislativa dei Paesi di loro provenienza. La permanenza in carcere crea il paradosso di un onere economico a carico dello Stato. Per i condannati la soluzione c'è ed è quella del trasferimento dell'espiazione nei loro Paesi e non nelle nostre carceri, generalmente più generose ed accoglienti. È questo il compito cui dovrebbe attendere il Ministero della Giustizia.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 23 ottobre 2019
Parla il ministro della Giustizia: "Dagli alleati non temo trappole". "È una svolta epocale" ripete soddisfatto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a proposito del decreto che prevede il carcere per i grandi evasori.
"Epocale" è un termine che aveva usato anche per la riforma del processo penale che dovevate approvare insieme alla Lega, e s'è visto com'è andata...
"La differenza è evidente, la Lega ha bloccato la riforma, questo governo invece fa norme coraggiose. Io rivendico che dal punto di vista anche solo culturale la norma che prevede pene da 4 a 8 anni per chi evade cifre superiori ai 100.000 euro rappresenti un grande cambiamento. La soglia minima di quattro anni fa sì che non si acceda automaticamente a misure alternative alla detenzione, anche se poi toccherà sempre ai magistrati valutare i singoli casi e decidere".
Il carcere una svolta culturale?
"Sì, perché questa riforma è uno dei tasselli della lotta all'evasione fiscale, fra i più importanti. I cittadini devono sapere che lo Stato fa pagare il dovuto a tutti, e ciò consentirà a tutti di pagare meno. I grandi evasori sono parassiti che camminano sulla testa dei cittadini onesti, un fenomeno che non può rimanere impunito. Governo e maggioranza compatti hanno dato un segnale chiarissimo e netto".
Ci sono magistrati che i Cinque Stelle hanno sempre guardato con rispetto e simpatia, come Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, che ritengono la riforma sostanzialmente inutile: rischia di ingolfare i tribunali con migliaia di nuove inchieste e processi, senza risultati concreti...
"Rispetto l'opinione di tutti, ma non condivido questa preoccupazione. Si parla di una soglia minima di 100.000 euro, non di tutte le evasioni fiscali. Secondo l'Agenzia delle Entrate, coloro che evadono oltre quel limite rappresentano l'82,3 per cento delle somme evase nel totale: di fronte a questa situazione è inaccettabile che lo Stato rinunci all'azione penale. Il problema dell'ingolfamento dei tribunali ci sarebbe stato senza la soglia minima, ma così mi pare che non si ponga".
Però, replica Davigo, l'entità dell'evasione si scopre alla fine del procedimento penale, non prima, quindi va fatto comunque...
"Ripeto che non si può rinunciare a misure drastiche. E poi ho sentito dire che sarebbe più utile la confisca di fronte alla sproporzione tra redditi dichiarati e beni posseduti; vorrei ricordare che questa misura è contenuta nel decreto: applicheremo la confisca, anche qui, sopra la soglia dei 100.000 euro. È un altro modo per cercare di recuperare le somme sottratte all'erario. Come fa la norma che allarga le responsabilità anche alle società: è paradossale che paghino per tanti illeciti ma non per i più gravi reati tributari di cui si avvantaggiano".
Lei parla di maggioranza compatta, ma avete dovuto superare ostacoli e resistenze politiche, soprattutto da parte del nuovo partito di Renzi. Non teme che possano riproporsi in Parlamento durante la conversione del decreto?
"Il decreto è stato votato nei suoi contenuti dopo un'attenta interlocuzione con tutte le forze politiche che sostengono il governo. Ho fatto parlare e ho ascoltato tutti, anche i rappresentanti di Italia viva, e alla fine questo è il testo concordato. È il risultato di un lavoro di squadra, perciò non mi aspetto ripensamenti né trappole in Parlamento".
Ma le divergenze c'erano oppure no?
"In materia di giustizia penale è normale che esistano sensibilità diverse, ma poi s'è trovato il punto d'incontro. In ogni caso abbiamo fatto slittare l'entrata in vigore a dopo la conversione in legge, per evitare problemi in caso di modifiche in Parlamento".
Che dunque possono arrivare?
"Io penso di no, l'impianto è quello e resterà intatto".
E le tensioni nella maggioranza? I veti incrociati e gli aut aut di Renzi e del Pd nei vostri confronti, e viceversa? Tutto normale?
"Se devo giudicare dall'atmosfera che c'era ieri nel vertice di maggioranza e poi in Consiglio dei ministri, le confermo che questa è una maggioranza nella quale si discute e ci si confronta, ma che poi al momento di prendere decisioni anche coraggiose, come quella contenuta nel mio pacchetto, si trova un accordo e si va avanti".
Nel dualismo interno al vostro mondo, tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, lei con chi si schiera?
"Non esiste dualismo, ci sono solo momenti di maggiore o minore convergenza su singoli punti che si risolvono nel giro di 24 ore".
Mentre lei esulta per le manette ai grandi evasori gli avvocati sono in sciopero per l'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado che entrerà in vigore a gennaio. Perché non concede un nuovo rinvio, in attesa della riforma che dovrebbe snellire i processi?
"Perché i cittadini ci chiedono di fare le riforme, non di prendere tempo o rinviarle. Ora si tratta di fare quelle necessarie per dimezzare i tempi dei processi, che la Lega ha bloccato nel precedente governo. Del resto gli effetti del blocco della prescrizione si vedranno non prima del 2024, e riguardano una minima parte dei processi".
Allora mantenere quella data è solo un'impuntatura?
"Non è un'impuntatura, è giusto non tornare indietro sulle cose fatte e impegnarsi per farne altre".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 23 ottobre 2019
Leggere "è custodia dell'interiorità, è un ascolto silenzioso, è fare esperienza del tempo, contro la dissipazione, la distrazione, la spettacolarizzazione". Sono parole del critico letterario Antonio Lo Prete scelte dagli organizzatori di "Fiato ai libri" per introdurre la XIV edizione del Festival Teatrolettura, in corso a Bergamo dal 5 settembre al 5 novembre 2019. Per il secondo anno la manifestazione, voluta dal Sistema Bibliotecario Provinciale, è entrata nella casa circondariale organizzando una lettura attoriale dei "Promessi Sposi".
Il valore della lettura come mezzo di crescita individuale e cambiamento è al centro di altre iniziative organizzate nel mese di ottobre all'interno di istituti penitenziari. Come #ioleggoperché#, settimana nazionale dedicata alla promozione della lettura (sabato 19 - domenica 27 ottobre) che, nelle tante sedi in cui si svolge, ha inserito il carcere di Piazza Armerina contribuendo alla riapertura della biblioteca. La dotazione di libri è stata arricchita, infatti, di 400 nuovi testi di narrativa, saggistica e lingua straniera, donati da privati e associazioni che hanno aderito alla campagna per l'incremento dei volumi.
Una volta terminata la ristrutturazione di alcuni ambienti della struttura, anche la biblioteca sarà ospitata in un nuovo e più ampio locale cui i detenuti potranno accedere per consultare i libri da chiedere in prestito. "Come sa bene chi ama leggere - dice la giornalista Pierelisa Rizzo, volontaria e promotrice dell'iniziativa - un libro va guardato, toccato, sfogliato e solo dopo comprato o preso in prestito".
Potranno consultare libri in ambienti adeguati e accoglienti anche tutti detenuti della casa circondariale di Bari dove domani, 23 ottobre, si inaugurano la biblioteca della Sezione Prima dedicata alla memoria di suor Vincenzina Minenna, volontaria "storica" dell'istituto, scomparsa qualche anno fa, e quella destinata ai ricoverati nell'annesso centro clinico.
Si completa così nell'istituto barese quello che è, a tutti gli effetti, un articolato sistema costituito da biblioteche per ogni sezione, scelta che rende più semplice la fruizione dello spazio da parte degli utenti. Il sistema, curato dall'associazione Liberos, sarà presto collegato al catalogo di volumi del dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia e Comunicazione dell'Università di Bari.
camerepenali.it, 23 ottobre 2019
Prescrizione, con la riforma meno garanzie per le vittime di errori giudiziari. Ogni anno, in Italia, circa 1000 innocenti finiscono in carcere. Ciascuno di loro avrà da questa esperienza danni incalcolabili che si protrarranno per anni, se non per sempre: sulla vita privata, gli affetti, la famiglia, il lavoro, la reputazione.
Perché spesso le loro vicende processuali si trascinano incredibilmente a lungo, prima di risolversi. Un solo esempio, tra i tantissimi che si potrebbero fare: Vittorio Gallo, arrestato per rapina, 12 mesi di ingiusta detenzione, assolto per non aver commesso il fatto dopo ben 13 anni.
Gli errori giudiziari sono insiti in qualunque sistema processuale, è vero. E non saranno mai del tutto eliminabili. Ma i numeri dell'ingiusta detenzione in Italia non sono affatto fisiologici, ma piuttosto il sintomo chiaro di una patologia.
Non solo. Oggi i tempi già infinitamente lunghi della nostra giustizia si apprestano a subire un ulteriore allungamento: dal primo gennaio 2020 entrerà in vigore la riforma della prescrizione che vedrà la sostanziale abolizione dell'istituto rendendo, di fatto, i reati imprescrittibili dopo la sentenza di primo grado, tanto di condanna quanto di assoluzione.
Nell'assoluta mancanza, nel nostro ordinamento, di istituti che regolino la durata del processo, la prescrizione ha sempre rappresentato uno strumento di civiltà giuridica, in quanto ponendo un limite alla potestà punitiva dello Stato consente di pervenire ad una sentenza in tempi ragionevoli.
Sotto la spinta del peggior populismo penale, con la riforma della prescrizione si rompe il patto di civiltà tra Stato e cittadino in nome di una richiesta sempre più pressante di giustizia ad ogni costo. Ma fermatevi un attimo a riflettere: cosa accadrebbe se domani foste voi quegli innocenti che vengono svegliati nel cuore della notte per essere ingiustamente arrestati? Vorreste un processo lungo 30-40 anni per accertare la vostra innocenza o preferireste, piuttosto, un processo che si esaurisca in tempi brevi e vi consenta di riprendere al più presto, e per quanto possibile, la vostra vita familiare e lavorativa?
L'errore in cui incorriamo è quello di credere che il processo penale sia qualcosa riservato ai soli delinquenti e che noi, persone oneste, non potremo mai rimanerne invischiati. I dati ci dimostrano, invece, che tutti possiamo essere coinvolti, da innocenti, in un processo penale e, solo quando ci troviamo tra color che son sospesi ci rendiamo conto, con irrimediabile ritardo, che le garanzie processuali non sono inutili ammennicoli e che il processo deve consentire di pervenire in tempi brevi all'accertamento della verità.
Le garanzie processuali e la prescrizione, come già ci insegnava Francesco Carrara, sono una tutela per gli onesti, prima ancora che per i colpevoli, perché li proteggono proprio dal cadere vittima di possibili errori giudiziari o, laddove ciò sventuratamente dovesse accadere, consentono loro di vedere riconosciuta la propria innocenza in tempi ragionevoli.
Il garantismo, accolto dalla nostra Costituzione nell'art. 111, delineato nel paradigma del giusto processo e della sua ragionevole durata, oggi demonizzato in ragione di una non meglio specificata esigenza di "certezza della condanna" (o variamente, della pena) non è una "mossa" per assicurare ad alcuni l'impunità, ma fonda le sue radici fin dall'epoca illuminista.
Anche solo il rischio di vedere condannato un innocente dovrebbe, quindi, spingere il legislatore al progressivo miglioramento degli istituti processuali e del diritto probatorio, al fine di impedire che un innocente possa restare vittima di un errore giudiziario e vi resti invischiato per decenni, in attesa di riuscire a dimostrare la sua innocenza.
La nuova normativa sulla prescrizione, senza una strutturale e organica riforma della giustizia e dei tempi del processo, farà sì che i processi si concluderanno a distanza di decenni dai fatti. Quando ormai il colpevole sarà un'altra persona, la vittima non avrà più interesse alla decisione e l'innocente avrà irrimediabilmente visto cadere in frantumi tutta la sua vita.
I Responsabili dell'Osservatorio sull'errore giudiziario Ucpi
Avv. Alessandra Palma, Dott. Valentino Maimone
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 23 ottobre 2019
Ogni magistrato si interroga sul senso della pena: che la chieda o che irroghi. Gherardo Colombo, ex pm del pool di Mani Pulite, si risponde così: "Da giovane giudice credevo nella funzione educativa del carcere, della punizione. Oggi, dopo aver conosciuto le prigioni e anche molti che vi sono finiti, conosco la distanza immensa tra quanto scritto in Costituzione e la realtà delle cose. E non credo il carcere sia uno strumento giusto".
Eppure in Italia far tintinnare le manette è sempre stata una cifra del legislatore...
In alcuni periodi sono stati presi provvedimenti in direzione diversa. Di solito a causa di eventi esterni, però. Penso alla sentenza Torregiani, con la quale la Cedu ci condannò pesantemente per la condizione delle nostre carceri e dunque si presero provvedimenti per prevenire il sovraffollamento. Nel giro di qualche anno, tuttavia, siamo tornati quasi agli stessi numeri.
Come mai è così impensabile invertire la rotta?
Anche per timori elettorali. Pensi alla riforma dell'ordinamento penitenziario a cui lavorò il ministro Orlando: gli Stati generali dell'esecuzione penale e le tre commissioni di riforma erano arrivate a stendere anche l'articolato, finì tutto praticamente in nulla.
Invece le leggi che inaspriscono le pene vengono approvate a furor di popolo, come nel caso del reato di evasione fiscale...
E' vero, ma io credo che la fede salvifica nelle manette non tenga conto della relazione tra lo strumento e le conseguenze che esso produce. Le faccio l'esempio della corruzione: sono anni che si aumentano le pene, ma il fenomeno corruttivo sostanzialmente rimane invariato. E dunque perchè si continuano ad aumentare le pene, se i fatti dimostrano che non serve? Perchè è la strada più semplice, e permette di guadagnare il consenso dell'opinione pubblica. Quel che però non si ottiene, purtroppo, è di mettere a fuoco il problema.
Perchè il giustizialismo paga, elettoralmente parlando?
Prima facie sembra strano, considerando che a fronte di una maggior richiesta di sicurezza, i reati in Italia continuano a diminuire. E questo, pur con un processo penale disastrato, anche per quel che riguarda l'esecuzione.
Lei come se lo spiega?
Il carcere rassicura. Da un lato, logicamente, si pensa che le persone in carcere non possono commettere reati (ma si dimentica che la gran parte delle pene è temporanea), e chi ha subito una detenzione non conforme ai principi costituzionali, quando esce torna facilmente a delinquere: la recidiva in Italia è molto alta. Dall'altro, pensare che i colpevoli stanno in carcere ci fa sentire tutti innocenti. Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci giusti, e per farlo la strada più semplice consiste nel guardare alle carceri: se i colpevoli stanno in prigione, noi, che stiamo fuori, siamo innocenti.
Il problema dunque è trovare un diverso deterrente alla commissione del reato. Quale altro strumento si potrebbe adottare?
Prendiamo l'evasione fiscale. Perché gli italiani paghino le tasse, bisognerebbe convincerli che, con quel denaro, le istituzioni garantiscono i loro diritti: l'istruzione, la salute, la libertà personale e così via: non possono esistere diritti se non esistono le risorse per renderli effettivi. Per dire, il diritto all'istruzione esiste solo se esistono i soldi per pagare gli stipendi agli insegnanti. Poi il denaro pubblico andrebbe speso con maggiore oculatezza: in questo modo si toglierebbe un alibi a chi non paga le tasse e si giustifica sostenendo che i suoi soldi vengono sperperati.
Questo però non può valere per tutti i reati...
Mi limito a una considerazione: nonostante l'impegno e i mezzi messi nelle indagini di Mani pulite, la corruzione è ancora qui. Nonostante l'impegno rilevantissimo nella lotta alla mafia, anche con misure che, a mio parere, talvolta travalicano il dettato della Costituzione come l'ergastolo ostativo, la mafia esiste ancora e sta progressivamente conquistando regioni che ne erano indenni. Allora mi chiedo: vogliamo osservare questi dati di realtà, per tentare una riflessione?
La voce della magistratura, invece, rimane ancora molto orientata al carcere...
È il loro lavoro, del resto: difficile pensare che chi manda in prigione la gente pensi che non sia utile. Però la invito a considerare che le voci che si fanno sentire di più nel sostenere la necessità del carcere sono poche, ripetitive, spesso di pm, raramente di giudici.
Anche lei, quando entrò in magistratura, la pensava così?
A diciotto anni mi iscrissi a giurisprudenza per diventare giudice penale (e non pubblico ministero), perché ritenevo che l'inflizione della pena fosse educativa e mi fidavo che quanto si legge nella Costituzione: che le pene non dovessero essere contrarie al senso di umanità, dovessero tendere alla rieducazione, che fosse vietata qualsiasi forma di violenza fisica o psicologica sulle persone recluse. Non solo, entrai in magistratura con la voglia e l'intenzione di contribuire al lavoro della Corte costituzionale (che decide su impulso del giudice) e, conseguentemente, del legislatore per l'adeguamento del nostro sistema penale alla Carta.
E poi?
Entrai in magistratura nel 1974 e, nei primi tre anni, feci il giudice in dibattimento in una sezione specializzata nei reati di sequestro di persona, che allora erano molto diffusi e nella quale si infliggevano pene spesso non inferiori ai 20 anni. Nonostante credessi che la pena dovesse essere strumento educativo, mi accorsi che facevo molta fatica a infliggere pene. Così chiesi di passare all'ufficio istruzione.
Cosa ha imparato in tanti anni e tanti processi?
Come le dicevo, credevo che la pena, circondata dalle garanzie costituzionali, fosse educativa. Notavo però che in carcere ci andava quasi esclusivamente la povera gente, quasi mai i ' colletti bianchi'. Pensavo che si dovesse riequilibrare la situazione applicando il carcere anche a questi, quando colpevoli. Progressivamente, tramite la lettura, l'approfondimento, la conoscenza delle condizioni concrete del carcere, rendendomi sempre più conto della distanza tra ciò che sta scritto nella Costituzione e quel che succede nella realtà, i dubbi sono diventati sempre più consistenti, ho iniziato a farmi domande per culminare con quella decisiva: è giusto il carcere, è efficace? Specie quando si incomincia a riconoscere come persone coloro che commettono reati.
Si diventa garantisti solo quando si viene toccati in prima persona dal sistema penale?
La parola non mi piace, come non mi piace giustizialista. Io credo che si diventi "garantisti" quando si iniziano a considerare coloro che hanno commesso un reato esseri umani. Purtroppo la nostra società vive in un equivoco formidabile: la Costituzione è una legge di inclusione sociale, la cultura sta dalla parte dell'esclusione. Quando regola e cultura confliggono, a vincere è quest'ultima. Tanto che, alla fine, il legislatore finisce con il produrre leggi in sintonia con la cultura dominante e quindi in contraddizione con lo spirito della Carta.
Si può sciogliere, questo equivoco?
Il problema è che alla fin fine si tratta di fede. Parlare di giustizia oggi è come mettere a confronto due tifoserie di calcio, dominate dalla passione ma non propense al dialogo. Questo rende molto difficile lavorare nella direzione giusta.
Se dovesse ipotizzare una strada?
Le parlavo dei miei anni ad occuparmi di sequestri di persona a scopo di riscatto. Oggi il fenomeno è praticamente scomparso. Non credo che ciò sia dovuto all'aumento delle pene, ma all'introduzione del blocco dei beni, del divieto di pagare il riscatto. Il reato è diventato infruttifero, quindi si è smesso di commetterlo.
di Alfredo Bazoli (Deputato del Pd)
Il Foglio, 23 ottobre 2019
Perché chiedo al mio partito (e al governo) di combattere contro l'abolizione della prescrizione Il ministro Bonafede ha più. volte richiamato alla necessità di affrontare con coraggio le riforme della giustizia necessarie a velocizzare e snellire i processi. Sono d'accordo con lui, e come lui credo che questa debba essere una priorità del nuovo governo.
Non solo, ritengo anche che nei disegni di legge di riforma del processo penale e del processo civile in corso di elaborazione vi siano spunti molto interessanti in quella direzione. Sono pertanto ottimista sul fatto che il nuovo governo possa fare un buon lavoro, e raggiungere risultati significativi nella direzione auspicata.
Occorrerà tuttavia fare uno sforzo di sintesi che tenga conto delle diverse sensibilità su tutto il pacchetto di riforme che riguardano la giustizia. E' ben noto che vi sono nodi sui quali quella sintesi è ancora in costruzione, altri ove è ancora lontana. Mi riferisco alla riforma delle intercettazioni e del Csm, sui quali l'interlocuzione mi sembra avviata in modo positivo, alla separazione delle carriere, su cui non è ancora iniziato un confronto, e alla riforma della prescrizione, su cui invece le posizioni sono ancora decisamente distanti.
Sotto quest'ultimo profilo la posizione della Partito democratico è nota. Bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, come Lega e M5s hanno previsto a far data dal 1.1.2020, astrattamente sembra una buona idea, perché appare ingiusto che, una volta iniziato, un processo si estingua per il decorso del tempo, prima che sia stato raggiunto un verdetto definitivo.
Ma applicarla nel sistema attuale comporterebbe la conseguenza pressoché certa di allungare ulteriormente la durata già oggi insopportabile dei processi, con grave danno per gli imputati, che si vedrebbero sottoposti al rischio di un processo a vita, e delle vittime, che dovrebbero anch'esse aspettare per un tempo inaccettabile prima di avere giustizia. Questi rischi sono stati denunciati non solo dal Partito democratico ma anche, e direi soprattutto, dall'intero mondo universitario (150 professori di diritto penale hanno scritto un appello al presidente della Repubblica ), dal Csm, dall'Associazione nazionale magistrati, dal procuratore generale presso la Cassazione, dagli avvocati. Insomma da tutto il mondo che ruota attorno alla giurisdizione. Il ministro obietta che quelle critiche non tengono conto delle riforme allo studio, che modificheranno radicalmente la durata dei processi, risolvendo alla radice il problema. Ma perché non aspettare allora che la riforma produca i suoi effetti, prima di fare entrare in vigore una norma così contestata?
Spesso poi si ricorda che il nostro è l'unico sistema dove la prescrizione decorre per tutta la durata del processo. Ma si omette sempre di sottolineare che negli altri sistemi giudiziari paragonabili al nostro, ove la prescrizione si blocca quando inizia un procedimento giudiziario, vi sono rimedi e accorgimenti che nemmeno la riforma della giustizia studiata dal ministro prevede, dalla discrezionalità dell'azione penale, che riduce enormemente il carico di lavoro dei tribunali, come in Francia, allo sconto di pena come risarcimento per la durata eccessiva del processo, come in Germania.
Allora io credo che per favorire il tempestivo raggiungimento degli obiettivi di governo, e altresì per evitare incidenti di percorso sulla strada della riforma della giustizia, occorra fare un passo in avanti anche su temi come la prescrizione che oggi vedono profonde divisioni interne alla maggioranza (ma una riflessione andrebbe avviata anche sulla separazione delle carriere), studiando e concordando fin da subito i correttivi che possano mettere al riparo dai rischi sopra ricordati. Non si tratta di chiedere a nessuno abiure rispetto ai propri convincimenti, ma di prendere atto del cambio del quadro politico, e di affrontare in modo intelligente e politicamente efficace l'avvio di un nuovo, ambizioso e promettente percorso di riforme.
di Iuri Maria Prado
Il Dubbio, 23 ottobre 2019
L'altro giorno, alla presentazione del "Bilancio di responsabilità sociale 2018 degli uffici giudiziari milanesi", il capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Greco, ha detto che il suo ufficio è impegnato a combattere il" circolo vizioso" determinato dalla corruzione internazionale, una pratica "che ha sostenuto regimi corrotti e dittatoriali" e "che incide direttamente o indirettamente sulla popolazione dei Paesi coinvolti".
Il fatto che il dottore Greco abbia avuto cura di precisare che in questo impegno combattente la Procura si esercita "nell'ambito delle proprie competenze" non cambia il significato profondo delle sue dichiarazioni: ancora una volta, l'idea che al magistrato stia il compito di rimediare alle ingiustizie sociali. Pericolosissima idea, anche se coltivata in buona fede. Perché non sta in nessun modo al magistrato di rimettere in riga le società corrotte, mentre proprio questo intendimento, l'intendimento di far "giustizia sociale", significativamente determina l'uso di quel verbo incongruo: "combattere".
Il netturbino che meritoriamente pulisce le strade di una periferia degradata non pensa di combattere l'ingiustizia sociale perché garantisce anche ai poveri il decoro assicurato ai ricchi: e non lo pensa perché non si intesta una missione che non ha. Se lo pensasse, potrebbe peraltro ritenere che per ricondurre a equità la faccenda potrebbe smettere di pulire le vie dei benestanti. E peggio per chi non capisce come l'esempio sia adattissimo a illustrare i pericoli implicati nella convinzione che un processo sia il luogo in cui si celebrano i riti del miglioramento sociale. Il netturbino non "è" pulizia: pulisce, bene o male.
E il magistrato non "è" giustizia: la amministra, bene o male. Ma come può amministrarla male, come può accettare di star soggetto alla vigilanza critica di quelli in nome dei quali emette i suoi provvedimenti (cioè i cittadini), come può riconoscere il proprio errore se il suo ruolo è quello di un "combattente", per soprammercato contro cosucce come i "regimi dittatoriali" e in favore di "intere popolazioni mantenute a livello di povertà"?
E per lo stesso tratto si segnalano le dichiarazioni del Procuratore Greco sulle imprese che preferirebbero investire in tangenti anziché in innovazione. Il desiderio che le imprese facciano innovazione è ottimo, ma è un progetto di governo. E torniamo al punto: che fa il magistrato? Combatte l'arretratezza tecnologica?
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 23 ottobre 2019
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 22 ottobre 2019 n. 43262. Non scatta lo spaccio se si tenta di sottrarsi al controllo di polizia con addosso un quantitativo di droga eccedente quella riconosciuto dalla legge come destinato a uso personale. La Cassazione ritorna sulla questione del possesso di droga e la presunzione della destinazione ai fini di spaccio, ribadendo che i giudici di merito non possono ritenerla sussistente in base a uno solo degli elementi sintomatici della "destinazione commerciale" dello stupefacente, come il dato quantitativo. Infatti, con la sentenza n. 43262 depositata ieri la Cassazione spiega che la detenzione di sostanza stupefacente in quantità superiori al parametro ministeriale che individua l'uso personale non basta di per sé a invertire l'onere della prova a carico dell'imputato. Cioè la detenzione di droga oltre la soglia di legge che individua l'uso personale non fa venir meno l'onere del giudice di valutare "globalmente" la ricorrenza dei dati di fatto che l'articolo 73 del Testo unico sulla droga che portano a escludere la destinazione all'uso personale.
Il caso concreto - Nell'accogliere le ragioni del ricorrente - che era stato condannato per il reato di spaccio in base alla quantità e alla tentata fuga al momento del controllo di polizia - la Cassazione ribadisce che il giudice non poteva considerare univocamente dirimente l'atteggiamento assunto dall'imputato alla vista degli agenti. Nel caso concreto restavano infatti esclusi tutti gli altri "sintomi" del reato cioè il possesso di banconote di piccolo taglio, la strumentazione per porzionare la droga e soprattutto il possesso della stessa già suddiviso in dosi. Infine, la Cassazione - nel ribadire l'applicazione di tale orientamento rigoroso e di puntuale riscontro dei diversi indizi di un attività di spaccio - fa rilevare che comunque se non è provato il reato la persona che detiene (importa, esporta o acquista) sostanze stupefacenti per consumo personale soggiace comunque a tutto un apparato sanzionatorio di carattere amministrativo, che comporta "grave e inevitabile nocumento per la libertà e per l'onore". E conclude sottolineando che proprio tale nocumento ha condotto a ritenere applicabile la specifica causa di non punibilità dell'articolo 384 del Codice penale all'acquirente di droga, che venga chiamato a testimoniare.
La Repubblica, 23 ottobre 2019
Imminente l'apertura di un nuovo padiglione. I tanti interrogativi e le incertezze che ruotano attorno al carcere di Parma hanno nuovamente occupato il Consiglio comunale di Parma.
Il presidente Alessandro Tassi Carboni ha evidenziato le criticità in atto: dall'imminente apertura di un nuovo padiglione che ospiterà 200 detenuti in più (attualmente sono 600), la direzione temporanea e l'ulteriore "segnale di incertezza" a seguito di un bando emanato dall'amministrazione carceraria per la ricerca di un nuovo direttore, segnale implicito che ci sarà un nuovo cambio alla guida a pochi mesi dall'insediamento di Tazio Bianchi.
E ancora i disagi espressi più volte dagli agenti di polizia penitenziaria, il cui numero permane inferiore al necessario, le incognite sulla tipologia di detenuti che occuperanno il nuovo padiglione, la mancata previsione di un innalzamento dei fondi statali a favore del penitenziario nonostante l'aumento della popolazione carceraria, la difficoltà a fare partire progetti di lavoro interni come nel caso della lavanderia a cui si erano interessati anche soggetti privati di Parma.
"Occorre una direzione stabile e il riconoscimento all'istituto di via Burla di una classificazione superiore, solo in questo modo verrebbero garantite una programmazione e una gestione stabili. Con l'aumento di 200 posti, Parma diventerebbe il primo carcere in regione ma senza con una direzione di livello inferiore rispetto a Bologna".
Le preoccupazioni espresse da Tassi Carboni sono state condivise dai consiglieri comunali. Lorenzo Lavagetto, capogruppo Pd: "Aggiungere oggi altri duecento detenuti (ed in questo senso sottolineo che la qualità della popolazione accolta nel nuovo braccio non è affatto secondaria), raggiungendo così la ragguardevole cifra di circa 800 persone presso il nostro istituto, implica aumentare il rischio di ricadute sul territorio visti i dati statistici. Il carcere attualmente ha in custodia già 200 detenuti in più dei posti per i quali è stato progettato, quindi è già oggi sovraffollato. Conosciamo oggi la propensione di certe forze politiche a voler strumentalizzare il tema sicurezza focalizzandosi sul singolo episodio, senza guardare il sistema generale. È un modo di fare politica che non risolve i problemi, ma probabilmente li aggrava se si considera che poi, la soluzione proposta è spesso solo quella del carcere".
Laura Cavandoli, deputata della Lega, ha detto che il decreto ministeriale di nomina non prevede un passagio "di classe" della struttura a un livello superiore. "Presenterò una interpellanza urgente al ministro Bonafede per affrontare tutte le problematiche. In particolare i 200 detenuti in arrivo, a differenza di quanto era stato annunciato, andranno inseriti come media sicurezza quando il nuovo padiglione era stato previsto per reati più gravi. L'apertura è prevista entro il 31 dicembre".
La funzione pubblica Cgil: "Finalmente anche da parte degli enti locali e non solo emergono voci allarmanti sul tema. Una situazione difficilissima anche in forza all'assenza di un dirigente di nomina stabile da anni e di una nuova eventuale sostituzione della figura attuale; a ciò va aggiunto anche la carenza di figure dirigenziali rispetto al previsto.
Quello parmigiano è un istituto che ospita detenuti assai complessi, sicuramente unico nella regione, che non risulta istituto di primo livello superiore; in più il carcere ducale ha una carenza di commissari e sottoufficiali elevatissima, manca poco meno del 90% per questi ultimi; la carenza investe anche l'area trattamentale che è di circa il 50%.
Tutto ciò preoccupa non poco questa organizzazione sindacale in previsione dell'arrivo di 200 nuovi detenuti, a fronte di quella odierna di oltre 600, rispetto ad una capienza attuale di circa 450 posti letto. È un dato che deve far riflettere per due motivi.
Il primo è di sicurezza interna, perché le criticità all'interno dell'Istituto aumenteranno notevolmente, anche in previsione di risorse ridottissime da destinare a progetti per il 2020, e perché tante problematiche e criticità si sono verificate già nel corso di questo 2019 senza i nuovi 200 detenuti. Il secondo motivo è per le ricadute che si avranno sul territorio.
La Fp Cgil chiede che quel padiglione non si apra o che si apra solo quando l'Amministrazione avrà saputo colmare il gap di personale e di risorse che oggi mancano. Non c'è bisogno di incrementare il numero di detenuti, anzi quello attuale necessita di provvedimenti deflattivi per poter lavorare e garantire gli obiettivi che la legge ci chiede. Il personale deve poter lavorare non in emergenza, ma bensì seguendo i binari di una seria programmazione che oggi è assente, grazie alla quale sarebbe possibile garantire il vero benessere a chi opera in condizioni difficilissime".
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