di Luca Ricolfi
La Stampa, 2 dicembre 2019
Credo che, prima o poi, si arriverà a qualcosa che limiterà la circolazione gratuita e illimitata delle informazioni su internet. Potrebbe essere un "francobollo elettronico" sulla posta trasmessa via internet, o la nascita di un circuito parallelo a pagamento, e perciò stesso sostanzialmente impermeabile allo spam e alla violenza simbolica che infesta la rete.
In una società opulenta qual è diventata l'Italia sono certo che molti sarebbero ben felici di pagare un abbonamento, verosimilmente meno costoso di quelli del calcio, per proteggersi dal flusso di informazione indesiderata che ci tormenta 24 ore su 24.
È abbastanza incredibile che non sia ancora successo nulla, nonostante due fatti incontrovertibili: la circolazione illimitata di materiale sulla rete saccheggia la nostra riserva personale di tempo; la proliferazione dei messaggi di posta elettronica, attraverso l'iper-consumo di energia sui server, danneggia l'ambiente, che pure tutti diciamo di avere a cuore (un fatto noto da almeno un decennio, ma che, sorprendentemente, solo da poco sta ricevendo la dovuta attenzione).
Quando internet non sarà più una prateria unica, su cui tutti possono scorrazzare a piacimento senza regole e senza rispetto per gli altri, certi problemi che ora infiammano gli animi, come l'hate speech (i discorsi d'odio), finiranno per appassire.
Se mandare una mail o postare un messaggio avrà un costo, succederà quel che succede in tutti i campi in cui le risorse non sono illimitate: la scarsità delle risorse indurrà un loro uso più razionale, o semplicemente meno smodato. Ma nel frattempo? Nel frattempo come facciamo a difenderci dagli scocciatori e dagli odiatori?
Sugli scocciatori non ho idee. Temo che, come nella vita è quasi impossibile liberarsi di uno scocciatore, lo stesso valga per internet e più in generale per lo spazio pubblico (ad esempio gli stadi): lo spam, l'iper-comunicazione e il tifo sono quasi impossibili da schivare. Ma sugli odiatori, sui malati di aggressività e di cattiveria, una modesta proposta per difenderci ce l'avrei. Per illustrarla, però, devo partire da una triplice osservazione: primo, il grosso dell'odio si concentra su personaggi pubblici che, per una ragione o per l'altra, sono divenuti simboli di qualcosa; secondo, quando un personaggio pubblico è sotto attacco, i media danno un enorme risalto ai messaggi che lo riguardano; terzo, la diffusione sui media dei messaggi d'odio spinge altri odiatori a imitarli, entrando a loro volta in campo.
Ed eccomi alla proposta. Se vogliamo frenare la circolazione dell'odio, innanzitutto in rete ma non solo, la prima regola dei media dovrebbe essere: negare lo spazio. O, se preferite: non farsi strumentalizzare. Perché è un po' ipocrita indignarsi per la volgarità della comunicazione pubblica quando ci si presta quotidianamente a farle da megafono. È un circolo vizioso: i malati d'odio aspirano alla notorietà, ossia precisamente a ciò che gli autorevoli censori dei loro discorsi quotidianamente concedono loro.
Per un odiatore non è importante colpire il personaggio che odia, ma fare un salto di status grazie a un articolo su una quotidiano nazionale o a un servizio di un telegiornale. I media, spiace dirlo, sono i complici più utili degli odiatori.
Come i tossicodipendenti, che manipolano gli psicologi raccontando loro quel che questi ultimi si aspettano, così gli odiatori manipolano i media dando loro in pasto materiale che i media stessi - immancabilmente - non resistono alla tentazione di pubblicare e fare oggetto di "dibattito". Perché? Dovere di informare l'opinione pubblica? No.
Allo stato attuale non ci sono strumenti per stabilire in modo obiettivo dove stia andando il "fiume immondo" del web (così Massimo Cacciari nell'ultimo film di Elisabetta Sgarbi, Vaccini, nove lezioni di scienza). Tutto dipende dalle piattaforme che si monitorano, dalle parole-chiave che si utilizzano, dai periodi di tempo che si analizzano.
Non c'è alcun valore aggiunto, non c'è alcuna vera notizia, solo la stessa immota verità: sul web operano impunemente "legioni di imbecilli" (così li chiamava Umberto Eco). E allora perché pubblichiamo e dibattiamo di tutto? La realtà, temo, è che l'unica vera bussola del mondo dei media è suscitare emozioni, possibilmente quelle che favoriscono la propria parte politica. È questo che rende irrefrenabile l'impulso a pubblicare di tutto, anche se il pubblicarlo alimenta il male che si finge di voler combattere.
Ed è per questo la mia modesta proposta - tacere - non potrà essere ascoltata. Con questo non voglio dire che il silenzio, il rifiuto di dare visibilità alla miseria umana, sia l'unica via per combattere odio, disprezzo, volgarità. C'è almeno un caso in cui l'informazione, la discussione, anche l'indignazione, sono legittime, se non doverose.
Questo caso è quello in cui un personaggio pubblico, che ha fama, visibilità, potere, responsabilità, viola le regole minime del vivere civile, che sono fatte di rispetto, sensibilità, capacità di ascolto. In questi casi è bene parlare, perché l'odio o il disprezzo manifestato da chi ha più potere o più voce degli altri non sono neutralizzabili semplicemente ignorandoli, ma richiedono una risposta ferma.
Il punto delicato è solo questo: dobbiamo dare una risposta, ma dobbiamo darla a 360 gradi. Non si può trovare inaccettabili le cadute di stile dei nostri avversari, e sorvolare su quelle dei nostri amici, qualsiasi cosa ciascuno di noi intenda per avversari e per amici. Per quanto mi riguarda sono stato profondamente colpito da gesti come quello di Matteo Salvini, quando ha tenuto un comizio esponendo una bambola gonfiabile che rappresentava Laura Boldrini, o quando ha commentato la sentenza di condanna degli uccisori di Stefano Cucchi con la frase "la droga fa male".
Ma altrettanto mi ha turbato la campagna di odio di alcuni media e di alcuni intellettuali verso Salvini, dipinto ora come non-uomo, ora addirittura come "bestia". E ancor più mi ha sconcertato che un sedicente "artista" non abbia trovato di meglio che esporre un'opera d'arte (?) che raffigura Salvini stesso mentre spara a due immigrati-zombie, quasi che questa fosse la proposta politica della Lega in materia di immigrazione.
Finché non capiremo questo, e cioè che chi ha responsabilità pubbliche non può cavalcare la disumanizzazione dell'altro, ogni speranza di neutralizzare l'odio che circola in rete non potrà che andare delusa. Perché è la nostra faziosità che ci fa vedere il "fiume immondo" di internet non come qualcosa che possiamo sconfiggere ignorandolo, ma come una riserva infinita di strali con cui colpire i nostri avversari.
La Provincia Pavese, 2 dicembre 2019
Per il quarto anno Voghera si prepara al Natale con la rassegna dei presepi in sala Pagano: l'inaugurazione sabato 14 dicembre alle 17. Ancora una volta il clima natalizio sarà arricchito dalla possibilità di donare giocattoli usati e libri per i bimbi meno fortunati e dall'esposizione di un presepe realizzato dai detenuti del carcere.
L'evento è stato presentato in municipio: alla conferenza stampa hanno partecipato il sindaco Carlo Barbieri e il presidente del consiglio comunale, Nicola Affronti, la presidente della Consulta del volontariato, Costantina Marzano, l'educatrice Fortunata Di Tullio, la direttrice del carcere Stefania Mussio e il comandante del reparto di polizia penitenziaria Michela Morello; c'era anche il consigliere Claudio Zuffi con il volontario Giacomo Alloni.
"Continua questa bella tradizione, arricchita dal rinnovarsi della collaborazione con la casa circondariale", ha sottolineato il sindaco. I detenuti hanno realizzato una grande rappresentazione della Natività, di 15 metri quadrati di superficie. "Voghera apre sempre di più al suo carcere, è una svolta importante - ha detto Mussio. Il carcere è una realtà sociale e per farlo crescere è necessario l'aiuto del volontariato e delle istituzioni. Il presepe è stato realizzato quasi esclusivamente con materiale di riciclo". I presepi saranno visitabili (con ingresso gratuito), ogni giorno, dal 14 dicembre, dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 2 dicembre 2019
Michael Vella, 81 anni, padre di Daphne Caruana Galizia: "È cresciuta col pallino della verità". "Dafne è sempre stata di carattere forte. La prima dei miei figli, funzionava da apripista. Sin da bambina, se si metteva in testa un progetto doveva portarlo a termine. Aveva l'urgenza di dire la verità. Il suo assassinio è stato un trauma gravissimo per tutti noi. Ma forse servirà a cambiare Malta. Grazie al salvagente rappresentato dall'Unione Europea, probabilmente potremo creare una nuova democrazia, più pulita, più credibile".
Come molti anziani parla lento, Michael Vella. Ma la sua voce è ferma, lucida, lo sguardo diritto. Lui e la moglie Rose-Marie, entrambi 81enni, sono stati in piedi, silenziosi, dignitosi di una dignità che commuove, per le due ore della grande manifestazione ieri nel tardo pomeriggio nella cittadella de La Valletta.
La folla li rispetta, qualcuno va ad abbracciarli, i fotografi evitano di essere invadenti. Sono i genitori di Daphne Caruana Galizia, assassinata a 53 anni nell'ottobre 2017 perché dava fastidio a troppi potenti con le sue inchieste sui legami tra criminalità e politica. Le immagini della giornalista sono dovunque. "Mafia, mafia, mafia. Giustizia, giustizia. Il primo ministro Joseph Muscat e gli altri corrotti devono dimettersi subito", gridano in migliaia alle loro spalle. Alla fine, mentre la folla si disperde promettendo di rinnovare le proteste domani (oggi per chi legge), Michael Vella accetta di parlarci su di una panchina a lato della piazza.
Cosa le suggeriscono queste persone che inneggiano a sua figlia? Come si sente?
"Vedo che per la prima vota i maltesi parlano con una voce sola. Non colgo le solite divisioni di partito. Qui ci sono elettori laburisti e della destra conservatrice. Ma tutti chiedono la stessa cosa: la fine della corruzione, le dimissioni di questi politici prezzolati e l'avvio di inchieste serie contro i criminali, senza protezioni, senza collusioni con il potere del palazzo".
La morte di Daphne è vendicata?
"Non lo so. Dobbiamo andare avanti, insistere affinché il sistema giudiziario faccia il proprio dovere senza condizionamenti di sorta. I fatti sono gravissimi. È stato incriminato persino Keith Schembri, il braccio destro di Muscat. Ormai nessuno ha dubbi sull'evidenza che i massimi esponenti di questo governo hanno coperto, se non attivamente voluto, l'assassinio di mia figlia".
Un assassinio di Stato?
"Assolutamente sì. Ecco il motivo per cui occorre insistere. Le manifestazioni devono continuare. Quando Daphne fu uccisa noi restammo traumatizzati, ma non sorpresi. Poteva accadere, lo sapevamo. E ciò è inammissibile. Dobbiamo rifondare Malta".
I laburisti fanno quadrato attorno al premier. Che però proprio ieri in tv ha annunciato le dimissioni per il 12 gennaio...
"Alla manifestazione si è parlato di disobbedienza civile per ottenere i nostri obbiettivi e le dimissioni. Occorre passare dalle parole ai fatti".
Il ruolo dell'Europa?
"È il nostro salvagente. Se non ci fossero state le pressioni europee, la stampa europea, qui tutto sarebbe rimasto come prima. Io devo personalmente ringraziare l'ex presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, che subito dopo l'assassinio ci ha sostenuto, spingendo per l'inchiesta di polizia sorvegliata dalle commissioni di Bruxelles. Ha anche voluto intitolare a mia figlia la sala stampa dell'Unione Europea a Strasburgo".
rainews.it, 2 dicembre 2019
Dopo la polemica sul rilascio dal carcere dell'attentatore il Ministero della Giustizia ha cominciato ad esaminare almeno 70 casi su input del primo ministro Boris Johnson. Il ministero della Giustizia britannico ha iniziato nella notte una revisione urgente dei casi di benefici e permessi, come la semilibertà, a detenuti potenzialmente pericolosi, esaminando almeno 70 casi, su input del primo ministro Boris Johnson. Lo scrivono alcuni media britannici, fra cui la Bbc e il Daily Mail.
Il governo, incalzato anche dall'opposizione Labour di Jeremy Corbyn, che lo accusa di aver stretto i cordoni della borsa con la polizia per motivi di austerità, è stato investito dalla bufera dopo l'attentato di venerdì a London Bridge. L'accoltellatore 28enne Usman Khan, che ha ucciso due persone e ne ha ferite gravemente altre 3, è infatti risultato essere stato scarcerato in anticipo, malgrado avesse scontato solo 6 dei 16 anni della condanna inflittagli per terrorismo nel2012. Ieri Johnson, che si è recato sul luogo dell'attacco, ha promesso "certezza della pena" per i soggetti pericolosi.
Parlando dopo l'attentato e prima della riunione d'emergenza della sicurezza britannica, Johnson aveva detto: "Ho sostenuto a lungo che è un errore permettere ai criminali gravi e violenti di uscire di prigione in anticipo". "È molto importante - ha aggiunto il premier - uscire da questa abitudine e far rispettare le pene appropriate per i criminali pericolosi, specialmente per i terroristi, che penso che l'opinione pubblica vorrà vedere".
L'Isis rivendica l'attacco - Ieri, il sito di monitoraggio della galassia jihadista, ha reso noto che l'Isis ha rivendicato l'attacco spiegando che l'aggressore del London Bridge un suo "combattente".
Ferma la campagna elettorale - Sospesi diversi appuntamenti della campagna elettorale, sia dai conservatori di Johnson, sia dai laburisti di Jeremy Corbyn, così come dai liberaldemocratici di Jo Swinson, in vista del voto del 12 dicembre prossimo, voto al quale il partito del premier si avvicina con il netto favore dei pronostici dei sondaggi, con un ulteriore possibile vantaggio legato ora al fatto che il programma dei conservatori richiama la sicurezza nelle strade come uno dei suoi cavalli di battaglia.
Ex capo terrorismo: colpa del sistema giudiziario - "Stiamo giocando alla roulette russa con la vita delle persone, lasciando noti, condannati criminali radicalizzati liberi in circolazione nelle nostre strade". Così l'ex capo dell'ufficio anti terrorismo britannico, Chris Phillips, si è sfogato contro "un sistema giudiziario che deve fare i conti con se stesso".
"Facciamo uscire le persone dal carcere, prima le condanniamo per crimini molto, molto gravi e poi le rilasciamo quando sono ancora radicalizzati - ha aggiunto Phillips, secondo il sito della Bbc - così come diavolo possiamo chiedere ai nostri poliziotti e servizi di sicurezza di mantenerci al sicuro?".
Una zanna di narvalo e un estintore per fermare i killer - Un nuovo video pubblicato sul sito del Daily Mail mostra quanto accaduto prima che il killer fosse atterrato e disarmato da un gruppo di passanti e poi ucciso dalla polizia. Nelle immagini il 28enne Usman Khan viene inseguito da due persone che gli sbarrano la strada. Uno usa contro di lui un estintore e l'altro brandisce una zanna di "narvalo", un cetaceo di mari artici. Riescono così a bloccarlo e farlo cadere. Senza di loro, il bilancio dell'attacco, due vittime e diversi feriti, sarebbe probabilmente stato più pesante.
Una vittima lavorava per la riabilitazione dei detenuti - Una delle due vittime dell'attentato a Londra era il 25enne Jack Merritt, laureato a Cambridge. Lavorava per Learning Togheter, l'iniziativa per la riabilitazione per i detenuti che aveva organizzato la conferenza alla Fishmongers' Hall dove è iniziato l'attacco.
In una serie di tweet, David Merritt, il padre di Jack dichiara di non volere che la morte del figlio serva da pretesto per un inasprimento delle pene. "Mio figlio Jack, che è stato ucciso in questo attacco, non avrebbe voluto che la sua morte fosse usata come pretesto per sentenze draconiane o per trattenere le persone in carcere senza necessità - ha scritto il padre - riposa in pace Jack, eri una bella persona che stava a fianco dei perdenti".
Il poliziotto coraggioso - Era un funzionario in borghese della British Transport Police l'uomo che è stato ripreso da un video mentre portava via il coltello sottratto al killer di London Bridge, Usman Khan, dopo aver aiutato alcuni civili a placcarlo. Lo ha rivelato oggi il suo comandante. "Stamattina ho parlato con questo coraggioso funzionario che ieri ha sfidato il pericolo, facendo qualcosa di rimarchevole", ha detto Paul Crowther, chief constable della British Transport Police. "Egli, come altri cittadini, devono essere estremamente fieri di aver fermato quell'uomo sul London Bridge", ha aggiunto, senza svelarne per ora l'identità.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 2 dicembre 2019
Operativa l'intesa della Ue: 8 su 10 redistribuiti nei Paesi del patto. Applicato in tre casi il patto di Malta: le destinazioni Ue si decidono prima dell'attracco. Richieste congiunte di "ricollocazione" dei migranti presentate all'Unione Europea.
La svolta sulla distribuzione di chi sbarca in Italia arrivata dieci giorni fa - quando Germania, Francia e Malta hanno indicato a Bruxelles la cifra di stranieri che avrebbero accolto - è ormai operativa per tutti gli approdi delle navi. Vuol dire che nel momento in cui da bordo viene chiesto il via libera all'attracco nei porti, scatta la divisione per quote tra i governi.
Una ripartizione preventiva che evita le estenuanti trattative condotte nei mesi scorsi quando il braccio di ferro con l'ex ministro Matteo Salvini le costringeva a stare per giorni in mezzo al mare. Risultato, esclusi minori e donne incinte: l'82 per cento di chi è già stato registrato andrà via. L'accordo - rimasto finora riservato anche per evitare l'ostruzionismo degli altri Stati Ue in attesa dell'insediamento della Commissione guidata da Ursula von der Leyen - è dunque "a regime".
Agevolato certamente dal calo degli arrivi che in un anno sono più che dimezzati: dai 23.370 del 2018 si è passati ai 10.882 del 2019. Sono in aumento gli sbarchi autonomi, un fenomeno che rimane preoccupante anche perché le partenze sono dalla Libia, ma anche dalla Tunisia, però la cifra complessiva è al minimo rispetto agli ultimi quattro anni. E questo sta spingendo altri Paesi ad offrire la propria collaborazione, compresa la Spagna.
I tre sbarchi Ong - Dopo il patto siglato a La Valletta a settembre, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese ha continuato a tessere la tele dei rapporti bilaterali con i partner europei per renderlo stabile, ma soprattutto per far passare il principio che la distribuzione diventasse "automatica e preventiva".
Una richiesta accolta con freddezza da numerosi Stati del Nord Europa e definita "irricevibile" da quelli del blocco di Visegrad (Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovacchia). Al fianco dell'Italia si sono invece schierati diversi Paesi e ciò ha consentito di raggiungere l'obiettivo per gli ultimi tre sbarchi delle navi delle Ong che hanno così ottenuto subito il Pos per entrare in porto e sono approdate. Il 24 novembre è giunta a Messina la Ocean Viking con 212 migranti, due giorni dopo la Open Arms ha portato a Taranto 62 stranieri (11 erano stati prelevati prima) e sempre il 26 novembre la Aita Mari ha attraccato a Pozzallo con 78 persone. In tutti i tre casi è stato applicato l'articolo 80 del Trattato di fondazione dell'Unione che sancisce il principio di "solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri". Ed è scattata la divisione: la Germania ha accettato 69 richiedenti asilo, mentre 90 andranno in Francia. A loro si sono aggiunti la Spagna con 25 stranieri, il Portogallo 20 e l'Irlanda 6. Il percorso è avviato e adesso si sta trattando con Cipro, Lussemburgo e Grecia, ma anche con la Romania per ampliare la rosa di chi accoglie.
Via 57 persone al mese - Secondo i dati forniti dal Viminale "nel 2019 sono stati trasferiti con ricollocamenti 262 migranti, 172 di quali dopo il 5 settembre", dunque dopo l'insediamento del governo Conte 2 e l'uscita di Matteo Salvini dal Viminale.
Negli ultimi tre mesi "i trasferimenti con ricollocamento sono stati 172 (57 al mese) che comprendono anche le quote offerte precedentemente dai Paesi Ue". Una media molto più alta di quella registrata tra giugno 2018 e agosto 2019 quando "i migranti trasferiti con ricollocamento sono stati 238 (16 al mese)".
Le cifre danno conto della situazione e soprattutto dei problemi da affrontare. Dopo la cifra record di 119.369 sbarchi nel 2017, il 2018 ha mostrato un drastico calo con 23.370 arrivi che si sono ridotti ulteriormente quest'anno con 10.882 stranieri registrati. Rimane però sempre alto il numero di chi arriva a bordo di gommoni e barchini direttamente sulle spiagge o nei porti. Se nel 2018 erano stati 5.999, negli ultimi undici mesi siamo già a 7.926 migranti.
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 2 dicembre 2019
Per stipulare un contratto di telefonia mobile (e per navigare) non basta più presentare la propria carta d'identità, occorre fornire la scansione del proprio viso. Per aprire un contratto di telefono mobile da oggi in Cina non basta più presentare la propria carta d'identità, è obbligatorio anche sottoporsi al riconoscimento facciale, fornendo alle aziende di telefonia la scansione del proprio viso. Il ministero dell'industria e tecnologia ha spiegato in una nota che gli operatori Telecom debbono utilizzare programmi di intelligenza artificiale per verificare l'identità dei nuovi utenti. In Cina lo smartphone è la porta d'accesso a Internet.
Novecento milioni di cittadini navigano sul web attraverso il telefonino, per ogni attività quotidiana, dai pagamenti all'acquisto di biglietti di aereo e treno. E l'obbligo di riconoscimento facciale, dicono le autorità, serve a ridurre il rischio di abusi e truffe ai danni degli utenti. Continua la nota: "Incrementeremo la supervisione e l'ispezione per promuovere un sano e ordinato sviluppo di Internet, proteggere la sicurezza dello Stato e l'interesse del pubblico".
Gli ultimi dati propagandati da Pechino sostengono che il sistema di riconoscimento facciale (videosorveglianza accoppiata a intelligenza artificiale) è così perfezionato che ora si identifica il 98,1 per cento dei volti in 8 decimi di secondo. La stampa ha citato decine e decine di arresti, con i ricercati scoperti dalle telecamere a circuito chiuso durante concerti, partite di calcio, negli aeroporti e in piazza.
Le aziende hi-tech cinesi nel settore sono le più avanzate al mondo e propongono anche servizi spettacolari, come nelle lounge Vip del nuovo aeroporto di Pechino dove hostess dotate di occhiali a realtà aumentata riconoscono i passeggeri ("schedati" in precedenza) e li informano sul loro volo. Ma il riconoscimento facciale per avere il numero di telefono non è una questione di comodità. Si controlla chi accede al web e ai social network. L'innovazione ha aperto un dibattito: "È il progresso", "No, è troppo", "Di che cosa ha paura il governo?" si leggeva ieri sui microblog.
di Chiara Spagnolo
La Repubblica, 1 dicembre 2019
I penalisti: "Il nuovo servizio doveva partire a ottobre, ma finora è tutto fermo". Battista (Anm): "Utilissimi in caso di stalking". "Dispone gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Vista la penuria di tali strumenti, però, in attesa di utilizzare gli apparecchi che andranno a liberarsi, il detenuto resta in carcere".
di Marina Caneva
gnewsonline.it, 1 dicembre 2019
Si è svolto a Mestre il convegno "La complessità del sistema penitenziario: occuparsi degli uomini che agiscono violenza di genere", un momento di riflessione sulla violenza di genere nato dalla collaborazione tra il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per il Triveneto, l'Ufficio del Garante dei diritti della persona della Regione del Veneto e la Ulss 3 Serenissima.
Il Tirreno, 1 dicembre 2019
L'ex Ministro dell'Interno: "Il reato di tortura non ha senso, è un cappio intorno al collo e un'arma in più per i detenuti che impedisce alla Polizia penitenziaria di fare il proprio lavoro". Tappa pisana per Matteo Salvini prima di raggiungere Firenze e partecipare alla cena dei militanti della Lega. La visita lampo nella città della Torre si è concentrata sulla Casa circondariale di Don Bosco che l'ex ministro dell'interno ha definito come "il peggiore mai visitato".
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 1 dicembre 2019
Al momento, "c'è un piccolo cortocircuito nel dibattito". Lo chiama così, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, lo stallo politico in cui si dibatte la maggioranza rispetto all'imminente entrata in vigore della riforma dell'istituto della prescrizione, che fermerà il decorso dei termini dopo la sentenza del processo di primo grado. Una modifica voluta fortemente da M5S, ma che non vede concordi Pd, Italia Viva e Leu, che continuano a invocare correttivi affinché la durata dei processi penali non venga prolungata in eccesso.
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