gazzettadimilano.it, 22 ottobre 2019
Dal 7 al 15 novembre, il Palazzo Lombardia a Milano ospiterà la mostra fotografica "Valelapena. Storie di riscatto dal carcere d'Alba", che attraverso le immagini, racconta l'omonimo progetto di agricoltura sociale nato grazie alla collaborazione del Ministero della Giustizia, della Casa di Reclusione d'Alba, dell'Istituto "Umberto I" - Scuola Enologica di Alba, del Comune di Alba e di Syngenta.
Obiettivo del progetto è contribuire alla riabilitazione sociale e professionale dei detenuti, fornendo loro le competenze e l'esperienza necessarie per imparare un lavoro e trovare impiego presso le aziende del territorio, una volta scontata la pena. Dal 2006 infatti ogni anno un gruppo di detenuti del carcere di Alba è impegnato in un'attività di formazione specifica e nella cura del vigneto interno al carcere per la produzione dell'omonimo vino. Nel 2014 nacque l'idea di realizzare un libro fotografico, curato dal fotoreporter Armando Rotoletti, per raccontare attraverso la potenza delle immagini il ruolo fondamentale dell'agricoltura come occasione di riscatto umano, psicologico e sociale. Gli scatti della mostra approdano ora a Milano, in collaborazione con la Regione Lombardia, per raccontare, ancora una volta, come l'agricoltura possa rappresentare uno strumento non solo di valorizzazione territoriale ed economica, ma anche sociale. La mostra sarà aperta al pubblico gratuitamente da giovedì 7 a venerdì 15 novembre ed esposta presso: Palazzo Lombardia - spazio espositivo a piano terra N3 - Piazza Città di Lombardia, 1. Orari di apertura: 10:00 - 18:00.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 22 ottobre 2019
Il caso dell'Associazione degli avvocati progressisti: 18 legali condannati a pene pesantissime con l'accusa di favoreggiamento al terrorismo. A difenderli ora c'è una missione internazionale, a cui prendono parte anche avvocati italiani. La guerra che la Turchia ha scatenato contro la Siria del nord ha da anni ormai un suo versante interno. Rilanciata nel 2015 contro il sud-est a maggioranza curda, ha ripreso vigore l'anno successivo, dopo il fallito golpe del luglio 2016: è la guerra del governo di Ankara contro ogni forma reale o presunta di opposizione.
In stato di emergenza permanente, da oltre tre anni è impossibile in Turchia svolgere il proprio lavoro se questo è considerato minaccia alla politica di potenza del presidente Erdogan. La campagna di epurazioni, che ha investito il paese, gettando in mezzo alla strada o in prigione decine di migliaia di persone, ha colpito anche gli avvocati. Quelli che dovrebbero difendere giornalisti, attivisti, oppositori, scrittori dalla prigione. In cella ci finiscono anche loro, con le stesse accuse.
"Sono circa 600 gli avvocati detenuti in Turchia, a fronte di un'identificazione del legale con il protetto - ci spiega Roberto Giovene Di Girasole del Consiglio nazionale forense (Cnf), autore del libro appena pubblicato La difesa dei diritti umani, scritto con Barbara Spinelli per Nuova Editrice Universitaria - Un meccanismo chiaro: accusano di terrorismo curdi, oppositori, giornalisti e poi di conseguenza i legali, come compartecipi dell'ipotetico reato".
Tra quei 600 avvocati ci sono i legali di Chd (Çagdas Hukukçular Dernegi), l'Associazione avvocati progressisti. In 18 sono stati condannati lo scorso marzo a pene da tre anni e mezzo a 18 anni e nove mesi di carcere. Lunedì 14 ottobre hanno ricevuto la notifica della sentenza d'appello: pena confermata, senza motivazione né dibattimento pubblico.
"Chd è un'associazione di sinistra di avvocati turchi, sparsa in tutto il paese ma particolarmente forte a Istanbul e Ankara. Da anni si occupa di difendere oppositori al governo", ci racconta Fausto Giannelli di Giuristi democratici, insieme a Giovene parte di una missione di 15 avvocati europei che sta seguendo il caso.
Nel 2013 contro Chd si apre un primo processo: gli avvocati vengono accusati di favoreggiamento e collusione, ovvero di portare messaggi dentro e fuori dal carcere a favore degli imputati, spesso in isolamento. "Per quel processo la sentenza non è ancora arrivata, ci sono stati rinvii continui e i giudici stessi sono cambiati: due di loro sono stati arrestati nell'ambito della campagna di epurazione post-golpe - continua Giannelli - Intanto però 18 avvocati, di cui alcuni degli imputati di quel processo, hanno visto partire un secondo procedimento, stavolta davanti alla famigerata 37° sessione della Corte d'Assise di Istanbul, quella che ha condannato tra gli altri il co-leader dell'Hdp Demirtas e lo scrittore Ahmet Altan". Tutti arrestati e portati nel carcere di massima sicurezza di Silivri.
"Questo secondo processo è velocissimo: il 20 marzo 2019 arriva la sentenza di primo grado con pene pesantissime, fino a 18 anni e nove mesi". Tra i condannati anche il presidente di Chd, Selçuk Kozagacli, prende 11 anni. Un processo farsa con testimoni sentiti in videoconferenza con volto coperto e voce distorta, divieto per la difesa di controinterrogare e rifiuto del tribunale di sentire i teste della difesa. Il 14, mentre la missione europea sta incontrando gli avvocati condannati in prigione, arriva la sentenza di appello che conferma le pene. Ora si attende quella di terzo grado.
Solo allora la missione internazionale potrà rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell'uomo: "Il Chd ci ha nominati difensori. Per questo abbiamo potuto incontrare i legali detenuti a Silivri - aggiunge Giovene - Un enorme compound, caseggiati bassi, un carcere di massima sicurezza. Sono detenuti in isolamento in piccole celle da tre persone, non possono avere contatti con altri detenuti. Le celle hanno un soppalco con i letti e sotto un piccolo bagno e un fornello. Non hanno contatti con i familiari se non sporadicamente". "Il nostro obiettivo è difendere lo Stato di diritto: dopo il tentato golpe, la Turchia ha dichiarato lo stato di emergenza e sospeso la Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Dopo la campagna di epurazioni la magistratura non è più indipendente".
"La situazione è grave - conclude Giannelli - Un arresto di massa di avvocati, un'intera associazione decapitata, condanne abnormi, violazioni processuali tra cui la cacciata della difesa durante le ultime udienze. Continueremo a seguire il caso nell'ambito del progetto "Endangered lawyers", proteggere gli avvocati nel mondo, sostenuto anche dal Cnf e dall'Unione Camere penali".
Arrestato il sindaco di Diyarbakir - Era stato sospeso due mesi fa, ora è stato arrestato: il co-sindaco di Diyarbakir, Adnan Selçuk Mizrakli, è stato portato via dalla polizia turca ieri alle prime ore del giorno con l'accusa di legami con un'organizzazione considerata terroristica, il Pkk. Eletto lo scorso marzo con l'Hdp, il partito di sinistra pro-curdo, non è stato il solo a finire in manette ieri: arrestati all'alba anche i co-sindaci (tutti Hdp) di Kayapinar, Kezban Yilmaz, e di Bismil, Orhan Ayaz. I mandati di arresto, fanno sapere gli avvocati di Mizrakli, dicono poco: "inchiesta in corso", nulla di più, ma si immagina siano legati alle stesse accuse per cui il 19 agosto era stato sostituito da un commissario del governo turco, insieme ai co-sindaci delle città di Van e Mardin.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 22 ottobre 2019
Alcuni sono orfani, altri si trovano ancora in condizione di prigionia con le madri. Il rischio è che possano essere vittime di ulteriori ondate di radicalizzazione o possano finire reclutati dalle milizie jihadiste schierate al fianco delle truppe turche.
Alcune vedove o spose dei foreign fighters sono già fuggite dai campi nel nord della Siria. Altre si stanno organizzando per tentare di tornare a casa. Ora che le forze curde perdono il controllo dei prigionieri dell'Isis, si ripropone un tema che fin qui l'Europa ha tentato di ignorare. A preoccupare le organizzazioni per i diritti umani come Save the Children, è il destino dei bambini nati da queste donne e dai miliziani dell'Isis. Alcuni sono orfani, altri si trovano ancora in condizione di prigionia con le madri. Il rischio è che, qualora dovessero rimanere in Siria, possano essere vittime di ulteriori ondate di radicalizzazione o possano finire reclutati dalle milizie jihadiste schierate al fianco delle truppe turche. Secondo il Guardian, la Gran Bretagna, dopo aver negato a questi cittadini il rientro, sta muovendo per rimpatriare i minori, almeno quelli rimasti senza genitori.
Qualche segnale in queste ore arriva anche da Parigi e da Bruxelles. Settimana scorsa il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian è volato a Bagdad a trattare la creazione di un tribunale congiunto con gli iracheni per giudicare le donne francesi che si sono unite all'Isis (il governo francese ha fin qui preferito pagare gli iracheni per la custodia dei foreign fighters). Da Berlino e da Bruxelles hanno invece tentato di sfruttare le 120 ore concesse ai curdi da Ankara per evacuare i loro "prigionieri". Insomma, come al solito, sul tema dei foreign fighters, nonostante gli appelli statunitensi e curdi, l'Europa procede in ordine sparso, cercando di mettere una toppa senza una linea comune.
Ora però lo scenario è decisamente mutato. I curdi hanno problemi ben più gravi da gestire mentre per i turchi la fuga di qualche centinaia di donne e bambini non rappresenta una priorità. Tuttavia non va dimenticato un dato: questi prigionieri potrebbero un giorno tornare in Europa. Che lo facciano al di fuori del controllo europeo non solo è lesivo dei loro diritti. È anche un pericolo per tutti noi..
di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 22 ottobre 2019
I migranti in fuga nei Balcani, cacciati dalla polizia croata e costretti a vivere in Bosnia su una discarica tossica, da ieri non hanno più nemmeno l'acqua. E l'Ue sta a guardare. Suhret Fazlic è stato di parola. Da ieri la città di cui è sindaco, Bihac, ha interrotto i pagamenti per l'erogazione dei servizi essenziali nel vicino campo profughi di Vucjak al confine tra Bosnia Erzegovina e Croazia. E quindi niente acqua, niente assistenza sanitaria, niente raccolta dei rifiuti. A Vucjak resterà solo la Croce rossa. L'organizzazione, che ha chiesto a più riprese la chiusura immediata del campo profughi, ha messo in piedi un programma di emergenza per garantire due pasti al giorno ai migranti che vivono nella tendopoli.
La stretta era stata annunciata la settimana scorsa dallo stesso Fazlic. Il sindaco della città di frontiera ha minacciato anche di non rinnovare i contratti, in scadenza il prossimo 15 novembre, alle organizzazioni internazionali che hanno preso in affitto i due centri temporanei di accoglienza nel comune di Bihac. I proprietari del Miral e del Bira, le due strutture che accolgono i profughi in città, potranno estendere i contratti di affitto solo se autorizzati dal governo cantonale.
Una decisione drastica presa in aperta polemica con le autorità federali e statali della Bosnia-Erzegovina. In particolare Fazlic ha accusato il ministro della Sicurezza Dragan Mektic di aver minimizzato la gravità della crisi e di aver fatto ricadere gli oneri della gestione dei migranti interamente sul cantone di Una-Sana, il più colpito dalla crisi dei migranti che attraversa il Paese da circa due anni. "Avevamo suggerito di ricollocare i migranti in altri centri già due anni fa, ha dichiarato il ministro degli Interni del cantone di Una-Sana Nermin Kljajic, ma le nostre controparti del Consiglio dei ministri (del governo bosniaco, ndr) non ci hanno sostenuto. Ad oggi non siamo in grado di trovare una sistemazione migliore".
Già lo scorso giugno c'era stato un incontro a Bruxelles con i rappresentanti della città e del cantone di Una-Sana per cercare una soluzione per i migranti, ma - a detta del sindaco - quegli impegni sono rimasti lettera morta. Da qui l'ennesima mossa disperata di Fazlic per spingere le autorità bosniache e l'Europa a farsi carico di una situazione che rischia di andare fuori controllo soprattutto con l'arrivo dell'inverno. Da quando la crisi dei migranti ha colpito la Bosnia-Erzegovina, nell'area intorno a Bihac e Velika Kladusa si sono riversati migliaia di migranti che sperano di proseguire il cammino verso l'Europa. Con l'inizio dell'offensiva turca in Siria c'è poi il rischio fondato che il flusso dei profughi possa aumentare a un ritmo insostenibile per il Paese.
D'altra parte i respingimenti sistematici e collettivi della polizia di frontiera croata hanno avuto l'effetto di trasformare la Bosnia nord occidentale in un immenso hotspot per migranti. Allo stato attuale, ha ricordato Fazlic, ci sarebbero almeno 6-7mila profughi nel cantone di Una-Sana, il 90% dei quali a Bihac e il 9% a Velika Kladusa. Eppure la decisione del sindaco di interrompere i servizi nel campo di Vucjak rischia di provocare una catastrofe umanitaria, soprattutto ora che nella tendopoli sono stipati più di duemila migranti.
"Ovviamente il numero dei migranti che entra in Bosnia è aumentato. I profughi hanno difficoltà a lasciare il Paese così molti di loro restano nel Paese senza alcuna supervisione o controllo" ha spiegato il vice ministro della Sicurezza Mijo Kresic che respinge le accuse del sindaco di Bihac ed esprime preoccupazione riguardo alla situazione dei migranti a Vucjak e al rischio di una crisi umanitaria.
La tendopoli allestita alla bell'e meglio proprio dal comune di Bihac dopo le proteste della comunità locale, era stata già in passato oggetto di critiche. Il campo profughi sorge su un'ex discarica situata nei pressi di un'area minata, senza contare che nella tendopoli manca di tutto, dall'elettricità ai servizi igienici all'acqua corrente.
Le agenzie delle Nazioni Unite, l'Ue e le ong che operano in Bosnia ne avevano denunciato l'inadeguatezza e la pericolosità e ora tornano a chiedere che i migranti siano ricollocati negli altri centri di accoglienza in Bosnia, quelli a Deljias, Solakovac e Usivak. In particolare Bruxelles si è offerta di finanziare un altro centro di accoglienza in cambio di un immediato trasferimento dei migranti. Quel che sembra stare a cuore dell'Europa però è tenere i migranti il più lontano possibile dalle sue frontiere esterne, più che le condizioni in cui versano i profughi o le difficoltà oggettive di un Paese come la Bosnia già profondamente destabilizzato al proprio interno. Val la pena di ricordare che a un anno dalle elezioni Sarajevo è ancora senza governo. Difficile con queste premesse che la Bosnia-Erzegovina possa in effetti far fronte a una crisi di questa dimensione. Una crisi senza fine che l'Europa ha dimostrato di non sapere o volere affrontare.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 22 ottobre 2019
Niente iscrizione sull'atto di nascita per l'altra madre. La Corte: quesito inammissibile. Non sarà la Consulta (per adesso) a decidere se Giulia e Denise potranno essere iscritte, insieme, sul certificato di nascita di Paolo, il bimbo partorito da Denise, ma figlio di un progetto comune di amore e di vita.
La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato "inammissibile per difetto di motivazione" la questione sollevata dal Tribunale di Pisa. Ossia la costituzionalità o meno di quegli "impedimenti" insiti in diverse norme del codice civile, che impedirebbero la formazione di un atto di nascita con due mamme.
In questo caso poi un atto di nascita dove il bambino Paolo, 4 anni (nome di fantasia) pur essendo nato in Italia è di nazionalità straniera, perché Denise Rinehart, la "madre gestazionale" è americana, mentre Giulia Garofalo Geymonat, sua moglie, è italiana. Denise e Giulia si sono sposate a Chicago e per la legge dell'Illinois Paolo sarebbe figlio di entrambe. Ma la Consulta ha rigettato il quesito del tribunale di Pisa, perché i giudici avrebbero formulato in modo non chiaro il quesito. "Il Tribunale ha riferito il proprio dubbio di costituzionalità a una norma interna, ma non ha individuato con chiarezza la disposizione contestata".
Dunque tutto torna al tribunale di Pisa. Paolo, per lo stato italiano continua ad avere una sola madre, Denise, mentre nella realtà ne ha due, Denise e Giulia. Ma Giulia Garofalo Geymonat resta invece, per la burocrazia, una delle tante "mamme fantasma" di figli di coppie omogenitoriali, cui la legge vita di essere iscritte nel certificato di nascita di quei bambini di cui sono mamme dal primo istante di vita. Ma l'avvocato di Denise e Giulia Alexander Schuster, dà invece una lettura un po' diversa.
"La sentenza pare di fatto smentire la tesi del Tribunale di Pisa per cui vi sarebbe un ostacolo a formare un atto di nascita con due madri in Italia. Nessuna disposizione in Italia vieta di formare un atto di nascita con due madri nel caso di figlio nato da fecondazione assistita. Le regole per stabilire chi è genitore in caso di procreazione assistita, infatti, sono diverse da quelle di una procreazione tramite rapporto sessuale, situazione nella quale è del tutto ovvio che non vi potrà che essere un padre ed una madre.
Se dunque nemmeno la Consulta vede quale sarebbe la norma ostativa, questo vuole dire che "tale principio non può certo essere rinvenuto nelle norme del codice civile". Conclude Schuster: "Spero che la sentenza faccia chiarezza sulla validità dei tanti atti di nascita di bambini già iscritti all'anagrafe con due mamme in moltissimi comuni italiani".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 22 ottobre 2019
"Il prossimo 20 novembre ricorrono i 30 anni dall'approvazione della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, il trattato sui diritti umani maggiormente ratificato al mondo. Chiediamo a tutti che il Trentennale della Convenzione non sia solo un momento celebrativo, ma che vengano presi impegni concreti - anche a partire dalla prossima legge di Bilancio - per realizzare i diritti di tutti i bambini e tutte le bambine".
Sono queste le parole del presidente dell'Unicef Italia Francesco Samengo che è intervenuto oggi a Roma, a Palazzo Giustiniani al Convegno "Diritti dell'infanzia e dell'adolescenza a 30 anni della Convenzione dell'Onu: Soluzioni e prospettive", promosso su iniziativa della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e delle Province Autonome.
Le nuove sfide - "La Convenzione in questi 30 anni è stata determinante nel migliorare la vita di bambini, bambine e adolescenti. In questi 30 anni, la vita dei bambini è cambiata: si sono ridotte di oltre il 50% le morti dei bambini sotto i 5 anni; la percentuale dei bambini denutriti è quasi dimezzata; 2,6 miliardi di persone in più hanno oggi acqua potabile più pulita.
Ma sono ancora molte le sfide da affrontare: 262 milioni di bambini e adolescenti sono fuori dalla scuola; 650 milioni di bambine e ragazze si sono sposate prima dei 18 anni; 1 bambino su 4 vive in aree in cui le risorse idriche saranno estremamente limitate entro il 2040", ha proseguito il presidente Samengo.
Rischio povertà in Italia - "In Italia vivono circa 10 milioni di bambini e ragazzi sotto i 18 anni di età: sono la popolazione a maggior rischio di povertà: circa il 12,1% dei minorenni vive in povertà assoluta. La povertà minorile in Italia non è solo privazione materiale. È povertà di protezione sociale, di istruzione, di cure sanitarie adeguate, di cibo sano, di alloggi salubri, ma anche di giochi, di sport e di vacanze, È povertà di vita. Inoltre, l'andamento della povertà minorile si caratterizza - come molti altri indicatori di benessere nel Paese - per una forte disparità a livello regionale. La sfida che ha davanti il nostro Paese è quella di dare continuità ad investimenti e politiche efficaci capaci di fare la differenza nella vita di bambini e adolescenti. Vogliamo che il nostro Paese diventi sempre più a misura di bambini e adolescenti", ha concluso il Presidente.
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2019
Domani Ahmed Mansoor compirà 50 anni e, per la terza volta, trascorrerà il compleanno in carcere. Per la precisione, nella prigione di al-Sadr, negli Emirati Arabi Uniti: un paese dove occuparsi di diritti umani è un reato. Mansoor, insignito nel 2015 del premio Martin Ennals per i difensori dei diritti umani, ha a lungo collaborato col Centro per i diritti umani del Golfo e Human Rights Watch. Arrestato il 20 marzo 2017 e detenuto per sei mesi in isolamento senza poter contattare un avvocato, il 29 maggio 2018 è stato giudicato colpevole di "offesa allo status e al prestigio degli Emirati Arabi Uniti e dei suoi simboli, compresi i suoi leader", "pubblicazione di notizie false per screditare la reputazione degli Emirati Arabi Uniti all'estero" e per aver descritto lo stato come "una terra senza legge".
La condanna, confermata in appello sette mesi dopo, è stata pesante: 10 anni di carcere seguiti da tre anni di libertà vigilata, oltre a una multa di un milione di dirham (circa 250.000 euro). Quest'anno, a maggio e a settembre, ha intrapreso scioperi della fame per protestare contro le condizioni detentive. La seconda volta l'hanno picchiato duramente. Resta in isolamento, in una cella priva di acqua corrente e di un letto, da cui può uscire solo in occasione delle visite familiari. Di questa storia, così come delle leggi liberticide degli Emirati Arabi Uniti e del ruolo di primo piano di questo stato nel conflitto dello Yemen, la comunità internazionale si disinteressa. Gli Emirati Arabi Uniti sono un generoso acquirente di armi, un vantaggioso partner per investimenti economici e uno scintillante esempio di modernità e globalità: tanto che ospiteranno addirittura Expo 2020. Con Mansoor, probabilmente e purtroppo, ancora in carcere.
di Davide Galliani*
Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2019
L'ergastolo ostativo è equivalente al traino dei battelli controcorrente imposto nel 1778 dall'imperatore austriaco in seguito all'abolizione della pena di morte. Ecco perché. L'imperatore austriaco, nel 1778, abolisce la pena di morte. Per tenere alta la deterrenza, introduce: la detenzione, da trenta a cento anni, con cerchio di ferro al torace, ferri ai piedi, letto di assi, nutrimento a pane e acqua, isolamento; l'incatenazione, con totale impossibilità di movimento, che, una volta all'anno, per pubblico esempio, comprende anche delle bastonate; il traino dei battelli controcorrente sul Danubio.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 21 ottobre 2019
Domani la Corte Costituzionale deciderà sull'ergastolo ostativo, che a mafiosi e terroristi impedisce anche solo di chiedere misure alternative. C'è di nuovo chi - come e quasi più di Berlusconi nel suo ventennio - sta sfiduciando i magistrati, vuole legare le mani ai giudici, e pretende di azzerarne la discrezionalità imprigionandola nelle gabbie di inderogabili automatismi dettati da rigide presunzioni legali di immutabilità: solo che quel "qualcuno" non è più il leader politico di turno, insofferente al controllo di legalità, ma paradossalmente sono proprio i magistrati.
di Marco Pelissero*
Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2019
Non è facile comprendere le dinamiche che sorreggono il diritto penale, specie quando si tratta di fatti lesivi di diritti fondamentali delle persone e dell'intera comunità associata; soprattutto, non è facile trasmettere le ragioni che stanno alla base di decisioni che appaiono, a prima vista, un'inaccettabile concessione in favore di chi ha commesso un reato, specie se efferato. Il fatto è che siamo tendenzialmente propensi ad identificarci con chi è vittima del reato e mai con chi ne è l'autore (salvo che l'autore sia colui che si difende da un'aggressione ingiusta, ed allora il discorso cambia completamente).
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