di Chiara Clausi
Il Giornale, 1 dicembre 2019
Gnawi condannato per una hit contro la violenza della polizia. Già 16 milioni di ascolti. E il governo teme l'effetto boomerang. L'atmosfera è grigia, triste, le voci arrabbiate, dolenti, le parole forti di chi è senza scampo. E il video della canzone del rapper Gnawi, 31 anni, vero nome Mohammed Mounir, condannato ad un anno di prigione per aver insultato la polizia. Il pubblico marocchino ha reagito all'arresto con un atto di amore e indignazione.
Ha scaricato in massa la canzone considerata offensiva nei confronti delle forze dell'ordine, "Aasha chaab", cioè "Viva il popolo". La hit ha raggiunto i 16 milioni di ascolti, un record in Marocco. Ma oltre la musica, c'è la politica. E questo preoccupa le autorità del Regno. Gnawi, interpreta la rabbia delle regioni più povere, il Sud che si rifà alle tonalità musicali africane, e il Rif berbero, aspro e indomabile.
Il processo è diventato così un atto di accusa contro il potere. "Sono un artista, il mio compito è difendere i miei diritti e i diritti delle persone - si è difeso in aula Gnawi. Questa non è la prima volta che mi umilia la polizia. Da quando sono nato, ho continuato a subire umiliazioni". La sua hit è anche un messaggio rivolto ai giovani marocchini disillusi.
"Dimmi, staremo davvero zitti per questa umiliazione?", è l'attacco di un testo che denuncia torture, abuso di droghe, corruzione e suggerisce che la povertà sarà eliminata entro il 2020 "perché tutti avranno lasciato il Paese".
Gnawi si rivolge poi agli abitanti della regione montuosa del Rif del Marocco che "sognano una terra meravigliosa" ma possono soltanto scappare, e ancora a una madre che ha visto i figli annegare in mare nel tentativo di emigrare in Europa. Alcuni versi sono dedicati ai giovani rovinati dall'hashish, dalle pillole e dalle droghe pesanti. E arriva poi la denuncia di chi ha spremuto le ricchezze del Paese "ma vuole sempre di più". E le richieste sue e della popolazione: "Voglio solo eguaglianza e cibo", "non c'è niente da mangiare, né vestiti da indossare", "ci hanno succhiato il sangue".
Secondo il suo avvocato, Gnawi è principalmente perseguito per questa sua canzone. I testi attaccano anche il re Mohammed VI, una "linea rossa" nel Paese. Il rapper è stato anche multato per mille dirham, circa 94 euro. In risposta, uno dei coautori del controversa canzone, Lz3er, ha pubblicato una nuova hit che spiega "cosa ha fatto uscire Gnawi dai suoi cardini" e ha raggiunto già 750mila visualizzazioni su YouTube.
"Non abbiamo fatto questo per puntare il dito o creare polemiche. Abbiamo espresso ciò che la maggior parte dei marocchini sente ma ha paura di dire", ha spiegato Lz3er. Amnesty International ha definito le accuse contro il rapper come "assurde" e ha detto che dovrebbe essere liberato immediatamente. Ma la situazione in Marocco è una polveriera già da tempo. Dalle proteste della primavera araba del 2011 il sovrano ha cercato di scendere a compromessi.
Ma il malcontento ha continuato a ribollire e il governo ha cercato di mantenere il controllo sui disordini reprimendo sempre più. Già nel 2011 ad un altro rapper era capitata la stessa sorte. Mouad Belrhouate è stato incarcerato per due anni, e ha poi chiesto asilo politico in Belgio. Le parole di Belrhouate sulla sua esperienza sono molto tristi.
"Anche se amo molto il mio paese, mi ha soffocato. Mi sono sentito in prigione fuori dalla prigione, eppure sogno il giorno in cui ritornerò nel mio piccolo bunker nel quartiere di Casablanca". Non meno malinconiche le parole di Gnawi nella sua hit tanto discussa: "La nostra estate si è trasformata in un autunno". E poi il rapper chiede: "Mamma, sono arrabbiato, perché dovrei stare zitto?", "mettono i nostri sogni in manette così rimarremo i loro schiavi".
di Bruna Sironi*
La Repubblica, 1 dicembre 2019
Il ricco filone aurifero che nutre milizie armate e traffici illeciti, dispensando sfruttamenti, inquinamenti. I minatori artigianali e gli abusi sulla popolazione civile dei soliti janjaweed. Il 2012 segna l'inizio della corsa all'oro nell'Africa saheliana - è l'incipit del bel reportage di Bruna Sironi, pubblicato da Nigrizia - quell'anno fu infatti scoperta una ricca vena aurifera che si estende dal Sudan fino alla Mauritania, passando per Niger, Mali e Burkina Faso.
Con quella scoperta iniziò un rapido processo di cambiamento nei rapporti di forza e nella sicurezza dei paesi dell'intera regione. Il primo giacimento fu trovato quasi per caso da un piccolo gruppo di minatori artigianali nell'aprile del 2012 sulle alture del Jebel Amir, nel Nord Darfur in Sudan. Una delle miniere si rivelò così ricca da aver fruttato milioni di dollari ai suoi proprietari nel giro di pochi anni. Fu soprannominata "Svizzera".
Si aprì la caccia per 100 mila ricercatori d'oro. Appena la notizia si diffuse, nella zona arrivarono cercatori d'oro da tutto il Sudan, ma anche da altri paesi della regione: dal Ciad, dalla Repubblica Centrafricana, dal Niger e perfino dalla Nigeria. Stime credibili dicono che in breve affluirono nella zona mineraria almeno 100mila cercatori d'oro. Ora, secondo diversi analisti, sarebbero addirittura più di un milione, mentre il Sudan è ormai diventato il secondo produttore africano del prezioso metallo.
Minatori artigianali che producono tra l'85% e il 90% dell'oro estratto. Sono state 93 tonnellate nel 2018, secondo dati ufficiali - lavorando con strumenti manuali, senza nessuna garanzia di sicurezza, né personale né per il metallo estratto, a rischio della stessa vita. Con il loro arrivo, come nelle corse all'oro del passato, si sono rapidamente diffuse nella zona armi, droga, alcool, prostituzione. Insomma ogni genere di traffico illegale che ha finito per incrementare la già drammatica insicurezza e conflittualità dell'area. Secondo una ricerca del Sudan Democracy First Group (Gruppo per la democrazia prima di tutto in Sudan) intitolata The politics of mining and trading of gold in Sudan: challenges of corruption and lack of transparency (Le politiche dell'estrazione e del commercio dell'oro in Sudan: le sfide della corruzione e della mancanza di trasparenza), chi ha approfittato della situazione fornendo controllo del territorio e protezione in cambio di una forzata partecipazione all'affare, sono state le milizie già operanti nell'area.
Gli onnipresenti Janjaweed. Dapprima furono quelle di Musa Hilal, cioè i janjaweed, tristemente famosi per gli abusi sui civili perpetrati durante il conflitto in Darfur. Secondo un rapporto commissionato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, Musa Hilal ricavava annualmente 54 milioni di dollari dal controllo del traffico dell'oro nel Jebel Amir. Poi l'affare passò alle Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti.
L'oro di Hemeti. Dopo aver spazzato via dall'area il suo ex comandante - Musa Hilal è da qualche anno in carcere a Khartoum - Hemeti nel giro di pochi anni è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti del paese. Ora è membro del Consiglio Supremo, l'organo di presidenza transitorio, emerso dopo la caduta del regime dell'ex presidente Omar El-Bashir, ed è considerato da diversi esperti il vero uomo forte del Sudan odierno.
Al potere un miliziano senza scrupoli. La versione online di African Business gli dedica un articolo, Sudan's gold: Hemeti's untold power (L'oro del Sudan: il potere non dichiarato di Hemeti). Vi si sostiene che ha investito la fortuna ricavata dal controllo dell'oro, venduto in gran parte di contrabbando agli Emirati Arabi Uniti, per reclutare giovani darfuriani disoccupati, facendo delle Rsf una milizia di fatto interetnica forte di 40mila uomini, strettamente controllati da comandanti a lui legati da legami tribali e familiari. Dunque, in Sudan la scoperta dell'oro ha finito per portare al potere un miliziano senza scrupoli.
Sahel: armi, droga e terrorismo. Anche nei paesi dell'Africa Occidentale in questo periodo si gioca una partita non troppo dissimile. In un rapporto pubblicato il 13 novembre, intitolato Getting a grip on central Sahel gold rush (Un'infarinatura sulla corsa all'oro nel Sahel centrale), l'International Crisis Group, autorevole centro studi sulle dinamiche dei conflitti, dice che in Mali, Burkina Faso e Niger, "fin dal 2016 gruppi armati hanno preso il controllo dell'estrazione dell'oro nelle zone dove le istituzioni statali sono deboli o assenti". Anche in questi paesi i gruppi armati, compresi quelli jihadisti, si sono avvantaggiati della mancata regolamentazione dell'estrazione del prezioso metallo fatta con metodi tradizionali. Il rapporto dice che almeno 2 milioni di persone sono impegnate in un settore in cui il 50-60% della produzione non è regolamentata e avviene in zone remote. Secondo valutazioni credibili, sarebbe tra le 20 e le 50 tonnellate in Mali, tra le 10 e le 30 in Burkina Faso, tra le 10 e le 15 in Niger, per un valore complessivo stimato tra 1,9 e 4,5 miliardi di dollari.
Il controllo dei gruppi terroristici sotto lo sguardo dell'Onu. Gli stati saheliani rischiano di veder crescere in numero e in forza i gruppi armati che già agiscono sul loro territorio se non saranno in grado di regolamentare in modo stringente l'estrazione dell'oro e il suo commercio. È prevedibile inoltre che aumentino i traffici criminali - di armi e di droga soprattutto - che le risorse ricavate dal prezioso metallo possono facilmente alimentare.
Particolare attenzione va riservata all'uso che ne potranno fare i gruppi terroristici che agiscono ormai sempre più impunemente nei paesi della regione saheliana, nonostante la presenza delle forze dell'Onu e di vari stati occidentali. Potrà essere incrementato il reclutamento, garantendo salario e benefit a giovani che non hanno altro modo per lavorare. Potrà anche essere perfezionato l'addestramento, con l'utilizzo degli esplosivi necessari al lavoro minerario.
Le responsabilità degli importatori d'oro. Ma un ruolo fondamentale nello stroncare il traffico hanno anche gli importatori d'oro dalla regione. I maggiori sono Dubai, la Cina e la Svizzera.
A loro in particolare l'ICG chiede di rafforzare l'impianto legislativo che regolamenta l'importazione del metallo nei loro paesi, in modo da contribuire a tagliare le risorse dei gruppi armati e di quelli jihadisti che sono un pericolo crescente per la sicurezza di una vasta regione dell'Africa e, si può a ragione dire, del mondo intero.
di Stefania Pellegrini*
L'Espresso, 30 novembre 2019
I mafiosi condannati a vita continuano a esercitare il potere carismatico. E ammorbidire il regime penitenziario, allargando l'accesso ai benefici anche per chi non si pente, non depotenzia la loro carica criminale. Lo scorso 23 ottobre la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza dagli effetti potenzialmente dirompenti sullo strumentario sinora posseduto dal nostro ordinamento in tema di contrasto alla criminalità di stampo mafioso.
Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2019
Il procuratore aggiunto della Dda Alessandra Dolci è intervenuta a un convegno al palazzo di giustizia di via Freguglia sulla recente sentenza della Consulta: "Dare un riconoscimento legale alla dissociazione" dalle mafie "è una finzione, non ci credo, non è possibile", "ho timore di una riabilitazione virtuale" dei condannati per mafia e di una "strumentalizzazione".
adnkronos.com, 30 novembre 2019
"Per la nostra Costituzione, per princìpi di civiltà che credevamo acquisiti, nessun condannato può marcire in carcere, e invocarlo pone chiunque lo faccia fuori dalla Costituzione; così come non possono esistere trofei giudiziari da esibire, o condannati da esporre all'applauso delle folle". È questo il monito, lanciato dal presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz, in un passaggio della relazione di apertura del 34esimo congresso in corso a Genova.
Corriere Quotidiano, 30 novembre 2019
Il 4% dei detenuti è affetto da disturbi psicotici, contro l'1% della popolazione generale. La depressione colpisce il 10% dei reclusi, mentre il 65% convive con un disturbo della personalità. Significativa, infine, la percentuale di popolazione carceraria che soffre di disturbo da stress post-traumatico, con particolare riferimento ai detenuti migranti: si va dal 4% al 20%. È questa l'allarmante situazione nelle carceri italiane, dove la malattia mentale è molto più presente di quel che si pensa.
istituzioni24.it, 30 novembre 2019
Stefano Anastasia: "c'è bisogno di formazione e inserimento lavorativo in attività produttive reali". Samuele Ciambriello: "Il diritto al lavoro come riscatto personale e sociale". "Il Garante dei detenuti della regione Campania, con il contributo dell'Osservatorio sulla vita detentiva, ha organizzato un incontro di grande valore sociale, un momento di confronto con gli attori sociali e istituzionali che operano nell'ambito delle politiche attive del lavoro.
sardegnareporter.it, 30 novembre 2019
Sabato 30 novembre 2019, alle ore 10, a Cagliari (in via Dante n. 60) sarà inaugurata la casa di accoglienza "Leila Orrù - De Martini" per detenuti in permesso, su iniziativa della Diocesi di Cagliari, attraverso la Caritas diocesana. L'opera-segno della Caritas è stata realizzata per rispondere a una necessità rilevata dalla direzione, dall'area sicurezza e dell'area trattamentale del carcere di Uta, dal Uiepe (Ufficio inter-distrettuale esecuzione penale esterna), dal Tribunale e giudice di sorveglianza; essa sarà un luogo di accoglienza dei detenuti in permesso, che, durante i periodi da trascorrere fuori dal carcere, non hanno altro posto dove andare e che, nella struttura, potranno incontrare i propri familiari.
L'accoglienza sarà garantita in collaborazione con il cappellano del carcere, padre Gabriele Iiriti. Saranno presenti domani all'inaugurazione, i rappresentanti delle istituzioni carcerarie, l'arcivescovo di Cagliari mons. Arrigo Miglio, il direttore della Caritas diocesana don Marco Lai, il cappellano del carcere di Uta padre Gabriele Iiriti.
lettera21.org, 30 novembre 2019
Comunicato Stampa dell'Ufficio Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte, in merito alle nomine di Manuela Leporati e Paolo Allemano.
Vercelli e Saluzzo hanno i nuovi Garanti delle persone private della libertà. Le due città, entrambe sedi di carcere, erano in attesa della nomina delle nuove autorità di garanzia, al seguito del rinnovo amministrativo di primavera scorsa: l'11 novembre il Consiglio comunale di Vercelli ha nominato Manuela Leporati (funzionaria della Prefettura); il 27 novembre è stata la volta di Saluzzo, la cui assemblea comunale ha designato Paolo Allemano (medico, già sindaco e consigliere regionale). Fossano invece è ancora in attesa che sia attivata la procedura prevista con la pubblicazione di avviso pubblico per la presentazione delle candidature: il sindaco e il vicesindaco hanno assicurato l'avvio imminente della procedura. Verbania invece dovrebbe procedere con una conferma dell'attuale Garante in attesa di future decisioni.
Il Garante regionale Bruno Mellano annuncia con soddisfazione i nomi dei nuovi Garanti: "Sono nomine che vanno a ricostituire la rete regionale dei garanti costruita negli anni scorsi con non poca fatica e che ha reso il Piemonte l'unica regione ad avere un garante per ogni città sede di carcere. Un sincero ringraziamento va a chi, in queste città, ha svolto con passione il ruolo di garante comunale che, è bene ricordarlo, è su base volontaria: Roswitha Flaibani a Vercelli, Bruna Chiotti a Saluzzo e Rosanna Degiovanni a Fossano. Faccio ai due nuovi garanti i migliori auguri per il loro incarico assicurando loro la massima collaborazione nell'ambito del Coordinamento regionale dei Garanti comunali, attivo in Piemonte già da alcuni anni. Confido che - a breve - Fossano possa completare il quadro dell'eccellenza piemontese".
Vale qui la pena di riassumere le tessere che compongono il mosaico piemontese: Alba (Alessandro Prandi), Alessandria (Marco Revelli), Asti (Paola Ferlauto), Biella (Sonia Caronni), Cuneo (Mario Tretola), Ivrea (Paola Perinetto), Novara (Don Dino Campiotti), Saluzzo (Paolo Allemano), Torino (Monica Cristina Gallo), Verbania (Silvia Magistrini) e Vercelli (Manuela Leporati).
I Garanti comunali, oltre alla quotidiana interlocuzione con l'istituto penitenziario della propria città, sono collegialmente impegnati in attività di sistema a valenza regionale, come ad esempio gli Sportelli Lavoro per i detenuti, i progetti finanziati dalla Cassa delle Ammende e i Tavoli Territoriali Carcere. Ultimamente si sono spesi in particolar modo per l'implementazione locale del Protocollo di prevenzione dei suicidi, in collaborazione con le Direzioni d'Istituto. Infine Mellano ha dichiarato: "A breve si dovrà mettere mano al protocollo sottoscritto nel 2016 fra i Garanti ed il Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta: personalmente spero di poter essere protagonista di questa ulteriore pagina che si deve scrivere in una fase molto delicata della comunità penitenziaria, sia per il montante sovraffollamento sia per il perdurante problema di risorse umane e materiali che caratterizza in modo particolare gli istituti penitenziari del nord Italia e del Piemonte in specifico: mancano direttori, educatori, mediatori, interpreti, psicologi, comandanti e commissari della polizia penitenziaria e, ovviamente, in molte sedi anche gli agenti".
di Monica Coviello
vanityfair.it, 30 novembre 2019
Domenica 1 dicembre, in 70 istituti penitenziari, parte l'iniziativa che permetterà a 2.900 figli di padri detenuti di divertirsi con i genitori. Quello che per la maggior parte dei bambini è un appuntamento consueto, per oltre 2.900 figli di padri detenuti è un momento straordinario: la "Partita con papà".
Da cinque anni l'associazione Bambinisenzasbarre Onlus organizza, in collaborazione con il Ministero di Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, una serie di giornate per permettere a genitori e bambini di divertirsi insieme giocando a calcio. La nuova edizione dell'iniziativa prende il via domenica 1 dicembre in 70 istituti penitenziari di tutta l'Italia, e prosegue fino a Natale.
"La Partita con papà è un momento eccezionale d'incontro, che rimane a lungo nella memoria di bambini e famiglie, è una straordinaria occasione che permette a padri, madri e figli di condividere un momento di normalità e vicinanza", spiegano gli organizzatori. "È un appuntamento che, negli anni, ha dimostrato "sul campo" di essere un mezzo trainante per coinvolgere le istituzioni, i media e tutta la cittadinanza sul tema dei diritti dei bambini e sull'emarginazione e lo stigma a cui sono soggetti questi minorenni".
Uno degli obiettivi dell'iniziativa è proprio quello di sensibilizzare più persone possibili sul tema dell'inclusione sociale e delle pari opportunità per i bambini figli di genitori detenuti, che sono 100mila in Italia e oltre 2,2 milioni in Europa. Spesso sono vittime di pregiudizi e vivono con il "segreto del loro familiare in carcere".
In contemporanea con la "Partita con papà", sarà attiva la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi "Loro non hanno colpe", attiva dall'1 al 28 dicembre 2019, con il numero solidale 45594, per creare nelle carceri italiane nuovi Spazi Gialli: luoghi di accoglienza, ascolto, interazione ed attenzione dedicati ai bambini che entrano in carcere per incontrare la mamma o il papà e alle loro famiglie. Ogni giorno, finora, gli Spazi Gialli hanno accolto 10 mila bambini, ma Bambinisenzasbarre vuole costruire anche quelli che servono per gli altri 90 mila. Che nessuno sia escluso.
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