Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2019
Pena - Reato continuato - Determinazione della pena - Reato più grave - Pena detentiva - Reato satellite - Pena pecuniaria - Aumento della pena detentiva - Ragguaglio ex art. 135 cod. pen. In tema di reato continuato, se il reato più grave è punito con la pena detentiva e il reato satellite soltanto con pena pecuniaria, l'aumento di pena per quest'ultimo, da effettuarsi sulla pena detentiva, va ragguagliato a pena pecuniaria in applicazione dell'art. 135 cod. pen. Vi è un doppio limite all'aumento della pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave previsto nell'art. 81 cod. pen.: il limite interno prevede il rispetto del triplo della pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave; il limite esterno è quello di cui al terzo comma, per il quale la pena non può essere superiore a quella che sarebbe applicabile a norma degli articoli precedenti, e cioè al cumulo materiale.
• Corte di cassazione, sezione III, sentenza 1° ottobre 2019 n. 40068.
Reato - Reato continuato - Pena - Criteri di determinazione - Aumento della pena prevista per la violazione più grave - Pene eterogenee previste per i reati "satellite" - Criteri di determinazione. In tema di concorso di reati puniti con sanzioni eterogenee sia nel genere che nella specie per i quali sia riconosciuto il vincolo della continuazione, l'aumento di pena per il reato "satellite" va effettuato secondo il criterio della pena unica progressiva per "moltiplicazione", rispettando tuttavia, per il principio di legalità della pena e del favor rei, il genere della pena prevista per il reato "satellite", nel senso che l'aumento della pena detentiva del reato più grave dovrà essere ragguagliato a pena pecuniaria ai sensi dell'art. 135 cod. pen.
• Corte di cassazione, sezione Unite, sentenza 24 settembre 2018 n. 40983.
Determinazione della pena - Reato continuato per unicità del disegno criminoso - Configurabilità della continuazione in presenza di reati appartenenti a categorie diverse e puniti con pene eterogenee - Criterio della pena unitaria progressiva per moltiplicazione - Principio di legalità della pena e favor rei - Ragguaglio a pena pecuniaria ex art. 135 c.p. L'applicazione della continuazione ai sensi dell'art. 81, comma 2, c.p., in base al quale colui che commette anche in tempi diversi più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge in esecuzione di un medesimo disegno criminoso è punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave aumentata sino al triplo, non è impedita dal fatto che i reati commessi appartengano a categorie diverse e siano puniti con pene eterogenee. In tale ultimo caso, ovvero qualora il trattamento sanzionatorio originariamente previsto per il reato principale e per i reati satelliti sia disomogeneo comprendendo sia pene detentive che pecuniarie, l'aumento sino al triplo della sanzione prevista per la violazione più grave deve essere effettuato seguendo il criterio della pena unitaria progressiva per moltiplicazione. Tuttavia, dovendosi rispettare il principio di legalità della pena e quello del "favor rei", l'aumento della pena detentiva prevista per il reato più grave deve poi essere ragguagliato a pena pecuniaria ex art. 135 c.p. In tal modo si evita di commutare il genere della pena prevista per i reati satelliti, cosa che contrasterebbe con la "ratio" dell'art. 81, comma 2, consistente nella volontà di riservare un più favorevole trattamento sanzionatorio in presenza di un unico disegno criminoso - evento ritenuto dal legislatore di minore pericolosità - rispetto al caso di plurime progettazioni.
• Corte di cassazione, sezione Unite, sentenza 24 settembre 2018 n. 40983.
Reato - Reato continuato - Pena - Determinazione - Reati punti con pene di genere e specie diversi - Criteri - Indicazione - Fattispecie - Reato satellite di competenza del giudice di pace. Ai fini del trattamento sanzionatorio del reato continuato occorre applicare una sola pena, dello stesso genere e della stessa specie di quella del reato più grave, anche quando l'aumento apportato ai sensi dell'art. 81, comma secondo, cod. pen. abbia ad oggetto reati satellite appartenenti a diverse categorie e puniti con pene eterogenee o di specie diversa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittimo l'aumento a titolo di continuazione con la pena della reclusione per un reato satellite di competenza del giudice di pace).
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 26 maggio 2017 n. 26450.
Esecuzione - Giudice dell'esecuzione - Concorso formale e reato continuato - Determinazione della pena - Possibilità di rettificare in aumento le pene inflitte dal giudice della cognizione per i reati satelliti già giudicati - Esclusione. Il giudice dell'esecuzione, nel procedere alla rideterminazione del trattamento sanzionatorio per effetto dell'applicazione della disciplina del reato continuato, non può quantificare gli aumenti di pena per i reati-satellite in misura superiore a quelli fissati dal giudice della cognizione con la sentenza irrevocabile di condanna.
• Corte di cassazione, sezione Unite, sentenza 10 febbraio 2017 n. 6296.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2019
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 22 luglio 2019 n. 32477. Al direttore sanitario di una casa di cura privata spettano poteri di gestione della struttura e doveri di vigilanza e organizzazione tecnico-sanitaria, compresi quelli di predisposizione di precisi protocolli inerenti al ricovero dei pazienti, all'accettazione dei medesimi, all'informativa interna di tutte le situazioni di rischio, alla gestione delle emergenze, alle modalità di contatto di altre strutture ospedaliere cui avviare i degenti in caso di necessità e all'adozione di scorte di sangue e/o di medicine in caso di necessità. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 32477 del 2019.
Il conferimento di tali poteri comporta, quindi, l'attribuzione al direttore sanitario di una "posizione di garanzia" giuridicamente rilevante, tale da consentire di configurare una responsabilità colposa per fatto omissivo per mancata e inadeguata organizzazione della casa di cura privata, qualora il reato non sia ascrivibile esclusivamente al medico e/o ad altri operatori della struttura (fattispecie in materia di omicidio colposo per la morte di una paziente a seguito di parto avvenuta in un casa di cura, per la quale, in sede di merito, erano stati condannati non solo il medico e l'anestesista, ma anche il direttore sanitario della clinica privata; la Corte, pur annullando il reato per prescrizione, ha ritenuto che ai fini civili correttamente era stata ravvisata la colpa anche del direttore sanitario, per la sua accertata responsabilità per le carenze strutturali della casa di cura, in particolare in conseguenza dell'omessa predisposizione di un adeguato meccanismo interno alla struttura di verifica delle condizioni dei pazienti all'ingresso e dell'omessa predisposizione di un protocollo per le situazioni di emergenza).
In termini, sia pure in tema di responsabilità di direttore sanitario di una struttura pubblica, sezione IV, 8 novembre 2013, Stuppia e altri, dove si è affermato che al direttore sanitario della Asl, quale ausiliario del direttore generale, spettano poteri e doveri di vigilanza e organizzazione tecnico-sanitaria, ivi compresi quelli relativi alla tutela dei lavoratori che svolgono la propria prestazione nei luoghi della struttura aziendale, potendosi escludere la sua responsabilità solo nel caso in cui il direttore generale eserciti direttamente compiti di gestione, adottando i relativi atti amministrativi, così da ingerirsi nell'attività propria del direttore sanitario (nella fattispecie è stata esclusa la responsabilità del direttore sanitario per la ristrutturazione di una sala operatoria avvenuta senza il rispetto della normativa di settore - così contribuendo a determinare il decesso di un paziente - in ragione della diretta gestione dell'adeguamento della suddetta struttura sanitaria da parte del direttore generale).
Ancora più pertinentemente, cfr. sezione III, 3 febbraio 2015, Minniti e altri, dove si è precisato che, in tema di responsabilità per la morte di una paziente ricoverata in una struttura sanitaria, correttamente l'addebito viene ascritto, oltre che al medico che abbia prestato le cure alla paziente in modo imperito, anche all'amministratore e al direttore sanitario della casa di cura, allorquando risulti, da parte di questi, la mancata predisposizione di un adeguato servizio di pronto soccorso per il trasferimento dei malati verso strutture ospedaliere maggiormente attrezzate e venga dimostrato che tale carenza organizzativa abbia concorso alla verificazione della morte della paziente. Proprio in ragione del rilievo eziologico rispetto all'evento lesivo per il paziente della colpa per organizzazione e delle carenze strutturali, sezione IV, 7 ottobre 2014, parte civile Biondi in proc. Paganelli e altro, ha ritenuto correttamente motivata l'assoluzione nei confronti del sanitario che, chiamato a prestare le proprie cure nei confronti di un paziente, dia immediatamente luogo agli interventi occorrenti, i quali risultino non tempestivamente attuati per carenze organizzative della struttura sanitaria, al medico non imputabili, tali da avere determinato ritardi nell'effettuazione dei disposti riscontri diagnostici e dei conseguenti interventi terapeutici (nella specie, l'imputato, quale medico di turno di un pronto soccorso ortopedico, dopo avere correttamente curato il paziente per le lesioni di sua competenza, non disponendo di elementi certi per formulare la diagnosi in ordine a un trauma addominale, secondo i protocolli interni aveva subito avviato il paziente al pronto soccorso generale, ove dovevano essere eseguiti gli esami diagnostici: non gli potevano essere addebitati i successivi ritardi e disguidi, ricondotti alle carenze organizzative del nosocomio, a cominciare dal ritardo del trasferimento dovuto all'indisponibilità dell'autolettiga).
di Annadelia Turi
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 ottobre 2019
Tra il 2015 e il 2016 nel carcere di Bari si è registrata un'incidenza di disturbi mentali pari ad un quanto della popolazione: su 400 detenuti 100 erano seguiti dal Servizio di Salute Mentale. Un numero elevato che riguardava generalmente soggetti affetti da disturbi della personalità. Ad esaminare il dato è stata l'università di Bari che ha deciso di dare il via ad un progetto sperimentale in carcere che ha interessato tre istituti di pena.
"Mens Sana" è il nome dell'iniziativa, acronimo di Metodo narrativo sperimentale di scrittura autobiografica, nosologia e analisi. Obiettivi, basata sul paradigma del professor J.W. Pennebaker: utilizzare il metodo della scrittura espressiva dei detenuti per promuovere la resilienza, testare il grado di disagio, ridurre il rischio di suicidi e migliorare la sicurezza sociale. Il progetto è partito dal carcere minorile "Fornelli" di Bari e successivamente ha coinvolto alcuni istituti penitenziari per adulti maschili e femminili della regione.
A raccontare l'esperienza vissuta con i detenuti nel ruolo di ricercatrice, Lidia De Leonardis, dirigente penitenziario del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, già direttore del carcere di Bari che ha collaborato con la professoressa Antonella Curcio, professore di psicologia dell'Università. "Nel corso del lavoro svolto in carcere sono arrivata alla conclusione che dovremmo cambiare alcune modalità di trattamento, soprattutto di tipo tradizionale e trovare soluzione che siano molto più specialistiche - spiega l'esperta - questo sia per gli aspetti riabilitativi, per chi ha problemi fisici, sia per chi presenta deficit di tipo psichiatrico e psicologico. Altri obiettivi riguardano in prospettiva i trattamenti di sostegno psicologico che possono essere realizzati in carcere, utili anche per un monitoraggio più attento ai rischi suicidari e degli atti etero-aggressivi".
Il campione pugliese preso in esame ha riguardato 104 detenuti di alta sicurezza, sex offender, giovani adulti, uomini e donne che sono stati condannati per reati diversi anche particolarmente gravi quali omicidio, violenza sessuale e reati di stampo mafioso. "Il sovraffollamento delle carceri - spiega la psicologa - la privazione della famiglia e il clima emotivo spesso caratterizzato da paura e sfiducia reciproca sono tra i fattori che possono aggravare il disagio durante la reclusione.
Nell'ambito di questo progetto - prosegue - i detenuti sono stati lasciati liberi di raccontare qualsiasi esperienza di vita, non necessariamente traumatica, al fine di accertare gli effetti benefici di scrittura in un contesto in cui le relazioni sociali sono ovviamente ridotte e problematiche.
I risultati hanno dimostrato che la narrazione - conclude la professoressa - ha avuto un effetto consistente sugli indici di benessere dei detenuti indipendentemente dalla valenza emotiva delle esperienze riportate. In altre parole è la scrittura di per sé che ha portato ad un significativo miglioramento nei livelli di salute mentale, ansia, depressione e affettività negativa. Gli effetti sulle misure di benessere sono risultati indipendenti dal tipo di reato commesso e dal circuito penitenziario".
di Stefania Moretti
tusciaweb.eu, 21 ottobre 2019
Alessandro Capriccioli, consigliere regionale, poteva usare mille modi per parlare del carcere di Viterbo. Lo ha fatto con un podcast: un file audio a puntate sulle sue quattro visite a Mammagialla. "Un racconto a voce per chi non ha voce", dichiara con la convinzione di chi ha nel cuore i diritti anche di chi sta scontando una pena. Dna radicale: nel 2018 è stato eletto alla Pisana nella lista di +Europa.
Per ora due contributi sulla piattaforma Spreaker dal titolo "Che succede nel carcere di Viterbo?". Ma saranno di più: Capriccioli vuole pubblicare una puntata a settimana, ogni martedì. "Viterbo è un inizio - spiega. Non escludo di potermi concentrare anche su altri penitenziari. Tra i compiti del mio mandato di consigliere rientrano le visite periodiche nelle carceri del Lazio. La legge mi consente di entrare in questi luoghi per vederli e anche raccontarli: la gente non sa cosa succede qui dentro. E su certi episodi avvenuti a Mammagialla si deve accendere un faro".
Capriccioli è partito dai casi di Andrea Di Nino e Hassan Sharaf, 36 e 21 anni. Entrambi detenuti a Mammagialla. Entrambi morti per impiccagione l'anno scorso, a due mesi di distanza l'uno dall'altro: Di Nino a maggio, Sharaf a luglio.
A livello nazionale è un'ecatombe: "67 suicidi nelle carceri italiane nel 2018 - riepiloga il consigliere nel podcast. 52 nel 2017. 45 nel 2016 e via a ritroso". Una cinquantina ogni dodici mesi, 1.053 dal 2000 a oggi. "Numeri spaventosi se si aggiungono le morti per altre cause, come l'overdose o i decessi per motivi non chiari - continua la prima puntata del podcast. Si arriva a 2.884 morti negli ultimi 19 anni, 152 l'anno. Rispetto alle persone libere la frequenza dei suicidi di detenuti è 19 volte superiore. In genere si verificano nelle strutture dalle condizioni di vita peggiori".
A Mammagialla Capriccioli entra da consigliere regionale per la prima volta il 18 ottobre 2018. "Impressione complessivamente negativa - dice. I disagi sono tanti, anche a livello strutturale. Ho visto sale hobby dove c'erano solo sedie. Almeno un paio di detenuti che dovevano stare nella Sezione Nuovi Giunti erano in isolamento perché il loro reparto ospitava persone con problemi psichiatrici".
La seconda puntata racconta il colloquio con il direttore Pierpaolo D'Andria. "A Viterbo si svolge come al solito - spiega nel podcast - con la differenza che è più lungo della norma e viene sollevata una questione particolare. "Mammagialla è considerato un carcere punitivo", il direttore lo dice lamentandosene, per questo affluiscono a Viterbo detenuti problematici, che arrivano con i cosiddetti "trasferimenti per ordine e sicurezza". Perché? La domanda rimane appesa ma a me resta in testa".
È di pochi giorni fa l'aggressione denunciata da un'infermiera e raccontata da Tusciaweb: un detenuto l'avrebbe sbattuta a terra e ferita, dopo essere uscito chissà come dalla cella in piena notte. "Io ho percepito un'atmosfera di tensione - afferma Capriccioli. Molti detenuti mi hanno detto di avere paura. Mi hanno parlato di percosse e metodi non ortodossi della polizia penitenziaria: "qua menano ed è meglio non ribellarsi", dicono. Parlano di gente presa da parte, portata in posti dove non ci sono telecamere e picchiata. In questa legislatura non mi è mai successo di raccogliere testimonianze di questo tipo in altre carceri del Lazio. Non dico che siano vere: la presunzione di innocenza esiste per tutti. Dico che bisogna approfondire".
Il clima a Mammagialla, sottolinea Capriccioli, è pesante anche per chi ci lavora. "La nomea di 'carcere punitivo' si ripercuote inevitabilmente anche sul personale, che ha ovvie difficoltà a gestire detenuti problematici, specie quando sono tanti. Sono due narrazioni compatibili e in linea con il clima di tensione di cui sopra. Ovviamente io raccolgo i racconti di una parte e dell'altra. Poi vanno verificati e per questo c'è la procura. Penso però che si debbano ascoltare sempre tutti. Detenuti compresi. Tenendo conto che hanno una particolarità - conclude: le loro voci sono rinchiuse in un carcere. E fanno più fatica a uscire".
recensione di Daniele Sanzone
Il Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2019
Ci sono immagini talmente potenti che ti entrano dentro per non uscirne più, come il cumulo di scarpe abbandonate, spaiate, senza lacci, rosicate dai topi, che hanno indossato le donne, gli uomini e i bambini che sono stati rinchiusi nel "Santa Maria Maddalena", il primo e più grande manicomio del Sud. Un'immagine che ha spinto il ricercatore, Antonio Esposito, a scrivere "Le scarpe dei matti" (Ad est dell'equatore), interessante e corposo libro che ripercorre la storia della psichiatria e della follia in Italia, ovvero le "Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia (1904-2019)" come precisa il sottotitolo del libro.
Un lavoro che nasce dalla ricerca, promossa dall'Istituto di Studi Politici "S. Pio V", sui 40 anni della legge Basaglia. Un libro che coinvolge con la forza della narrativa senza rinunciare al rigore scientifico. Si parte dalle previsioni di internamento dei "pericolosi e di pubblico scandalo" contenute nella legge del 1904 al superamento dei manicomi determinato dalla 180 del 1978, passando attraverso le esperienze di psichiatria critica e l'utopia della realtà basagliana, fino all'attuale organizzazione dei servizi psichiatrici territoriali.
Esposito approfondisce la spinosa questione del Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio) e pone domande sulla persistenza di pratiche come l'elettroshock e la contenzione; o sul superamento degli Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e le Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza). Per l'autore, lo smantellamento progressivo del welfare ripropone, anche nel discorso pubblico, il fascino del manicomio.
"Basti pensare - spiega l'autore - che la senatrice leghista Raffaella Marin ha presentato un disegno legge che punta a creare nuove strutture con più di 30 posti letto per Tso protratti. In pratica nuovi manicomi". Per Salvini, del resto, è in atto una "esplosione di aggressioni" da parte di "pazienti psichiatrici". Durissima la reazione su Facebook della Società italiana di psichiatria: "Una notizia senza fondamento, il 95% dei reati violenti commessi nel nostro Paese è attribuibile a persone cosiddette 'normali'. E più probabile che una persona che soffre un disturbo mentale sia vittima, non carnefice".
L'autore mette in guardia sui rischi del taglio dei servizi, del personale, dei luoghi pubblici di cura. Il risultato è il silenziamento farmacologico dei sintomi, un'assistenza quotidiana a carico solo dei familiari. Se è importante denunciare la scarsità di fondi per la salute mentale, soprattutto al Sud, per Esposito è necessario indagare anche come si utilizzano le risorse. "Bisogna ritornare - conclude l'autore - alla dimensione pienamente politica della salute mentale. La chiusura dei manicomi è stata una vera e propria rivoluzione, una delle più importanti riforme operate in questo Paese. Ma è ancora lungo il cammino che le scarpe dei matti devono fare per realizzare il pieno riconoscimento dei diritti di cura e cittadinanza del sofferente psichico".
di Giovanni Mura
vivicentro.it, 21 ottobre 2019
Grande interesse dei tanti cittadini intervenuti alla presentazione del libro scritto a due mani dalla sociologa Ansalone e dalla psicologa Varrella. Numerosi i cittadini che sono intervenuti alla presentazione del libro scritto da due professioniste e volontarie, l'assistente sociale Anna Ansalone e la psicologa Rosaria Varella, dal titolo "Visitammo i carcerati" (Neomediaitalia Edizioni).
Un sottotitolo all'interno del quale è contenuto parte del filo conduttore del lavoro di Ansalone e Varrella: "Come cambia la vita di chi svolge volontariato in carcere. Le esperienze sociali e psicologiche". A moderare i lavori, la presidente dell'Associazione Achille Basile Carmen Matarazzo che introducendo l'argomento ha evidenziato come sono state trattate con delicatezza le pesanti problematiche legate alle case circondariali e ai problemi dei e delle detenute.
Ben rese comprensibili anche una serie d'informazioni non note ai più, ha ancora detto la Matarazzo, le nuove procedure e i diritti degli stessi detenuti, oltre che l'importanza del ruolo del sociologo e dello psicologo all'interno di dette strutture. A sottolineare l'importante del volontariato negli istituti penitenziari anche Concetta Felaco direttrice dell'Icatt (Istituto Custodia Attenuata Tossicodipendenti) di Eboli, che nel suo intervento ha da subito sottolineato l'importanza del volontariato che si svolge negli istituti penitenziari. "Strutture precarie con tante problematiche, con disagi e difficoltà che attestano come il carcere nei fatti è la proiezione di quella che è la società".
Soggetti che provengono prevalentemente, ha ancora affermato, da ambienti degradati, da determinate aree sociali e dunque il loro percorso di recupero e reintroduzione nella società implica necessariamente il coinvolgimento della società esterna. Efficace e importante, in queste strutture complesse, l'azione del volontariato per offrire a questi soggetti strumenti per provare a ricostruire il loro percorso di vita, con la consapevolezza, ha ancora aggiunto la direttrice Felaco, che "esso svolge anche un ruolo di facilitatore rispetto alla burocrazia esistente".
La direttrice ha concluso il suo articolato e complesso intervento sostenendo alcuni concetti non proprio comuni, che il carcere deve intervenire solo quando non c'è nessun'altra forma di pena e che la stessa deve essere eseguita con modalità diverse. Non una pena in termini rigidi ma all'interno di un percorso di responsabilizzazione e rieducazione. "Oggi è il battesimo di questa pubblicazione - ha esordito intervenendo l'editore Francesco de Rosa - un libro che può e deve essere portato in giro e promosso in tutta Italia, che racconta il vero. Ho creduto nel lavoro che le due autrici mi hanno proposto, due persone che credono in quello che fanno".
L'editore è poi entrato nel merito del libro, che ha comunque il pregio di evidenziare le competenze, mettendo in risalto alcuni dei temi in esso trattati, l'importanza del volontariato finalizzato anche al recupero delle persone "perché in carcere possono crearsi situazioni ancora più gravi".
Per dar forze a questo concetto ha proposto alcune righe di un concetto riportato nel libro "La resilienza (la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici), proprio come una sorte di protezione, aiuta ad affrontare le difficoltà nel corso della vita del detenuto, lo aiuta a riparare gli schiaffi inferti dalla sorte, anche quelli più bassi e infidi".
È toccato poi alle due autrici che inizialmente hanno ringraziato l'editore, gli ospiti e i tanti cittadini intervenuti che con dimostrata attenzione e interesse hanno ascoltato quanto sino a quel momento detto di un argomento non sempre ben conosciuto, difficile nelle sue dinamiche e nei suoi aspetti e il lavoro di volontariato che è svolto in strutture difficili e particolari come gli istituti penitenziari. L'assistente sociale Anna Ansalone ha parlato del problema del superaffollamento e le condizioni difficili degli interventi del volontariato per far emergere in questi soggetti l'umanità soprattutto nella bella esperienza del lavoro di gruppo che si fa. "La mia professione - ha anche affermato la Ansalone - è di aiuto, è di un vero e proprio segretariato sociale all'interno del carcere". Affermare i diritti dei ristretti, ha aggiunto, e tra questi quello dell'affettività e "mi piacerebbe che si lavorasse più sulla persona senza mettere in discussione il controllo".
"L'argomento che affronta il libro - ha affermato la psicologa Rosaria Varrella - non è molto accettato dalla società, anche se tanta gente vuole conoscere quanto accade nei carceri". La Varrella ha evidenziato il concetto delle emozioni dei detenuti, e non solo, la loro gestione e la necessità di entrare in contatto con loro possibile solo se si considerano persone e basta, senza analizzare il loro passato e le motivazioni che l'hanno portati alla limitazione della loro libertà.
"Indispensabile è intervenire subito sui detenuti per recuperare il loro percorso. Lasciarli soli vuol dire rafforzare il negativo concetto di vita che hanno". Il libro, ha concluso la Varrella, si pone anche l'obiettivo di stimolare il concetto per far qualcosa per gli altri, all'interno del lavoro di rete per cambiare i detenuti e le detenute. La serata è terminata con attestazioni di complimenti per il lavoro svolto e la richiesta, alle due autrici, di dedica e firma sui libri.
ennalive.it, 21 ottobre 2019
Si terrà il prossimo 24 Ottobre presso la Casa Circondariale di Enna Luigi Bodenza l'evento finale del progetto "Educazione alla Legalità e Benessere Psicofisico", promosso dall'associazione regionale di Volontariato Ong Luciano Lama presieduta dal siracusano Mimmo Bellinvia come capofila, in partenariato con l'Associazione Culturale Innova Civitas, il Movimento Difesa del Cittadino, l'Avis Comunale di Enna e sostenuto finanziariamente con i fondi dell'8×1000 della Chiesa Valdese.
Tutte le attività sono state svolte all'interno della casa circondariale di Enna, coinvolgendo 20 detenuti in 4 laboratori (erbe aromatiche e dell'orto, benessere psicofisico, artigianato e pittura, lettura guidata). Le attività svolte con i laboratori hanno avuto come obiettivo quello di interessare i diversi ambiti della vita dell'uomo coinvolgendo, nelle diverse iniziative, i detenuti.
Il Dott. Agronomo Fausto Russo, per l'OnG Luciano Lama, ha curato il "Laboratorio Profumi Delle Erbe Aromatiche e dell'Orto".
Il Tutor Massimiliano Palillo, per Avis comunale di Enna, ha curato il "Laboratorio di Benessere Psicofisico" per promuovere salute e benessere grazie ai benefici dell'attività fisica.
Il "Laboratorio di Lettura Guidata" seguito dalla Dott.ssa Valentina Gargano e dalla Dott.ssa Filippa Tirrito, per il Movimento Difesa del Cittadino, ha voluto offrire una via per evadere la quotidianità.
Il "Laboratorio di Artigianato Pittura e Creatività" tenuto dalla Dott.ssa Patrizia Adamo e dalla Dott.ssa Valeria Fazzi, per l'Associazione Culturale Innova Civitas, è stato rinominato "Arteriando".
L'Ong Luciano Lama, ente capofila del progetto, ringrazia pubblicamente tutti i partner che hanno collaborato al progetto e la Casa Circondariale per aver permesso la realizzazione delle attività.
di Guido Scorza
L'Espresso, 21 ottobre 2019
Lo scorso 24 settembre la Corte di Giustizia dell'Unione europea ha stabilito che il diritto
dell'Unione non prevede che quando Google disindicizza un contenuto in ragione del diritto all'oblio la disindicizzazione debba produrre effetti anche al di fuori dell'Unione ma ha lasciato intendere, con formula per la verità ambigua, che, il diritto dell'Unione non vieta neppure un simile scenario e che, pertanto, nei singoli Paesi membri, Giudici e Autorità, avrebbero potuto giungere a conclusioni diverse in applicazione delle proprie regole nazionali e di eventuali accordi internazionali. Lo scorso dieci ottobre è arrivata la prima risposta italiana ai Giudici di Lussemburgo.
All'origine della vicenda la domanda di un cittadino italiano che ottenuta da Google, a seguito di un ordine dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali, la disindicizzazione di taluni contenuti limitatamente al territorio europeo ha, tra l'altro, chiesto al Giudice di ordinare a Google di procedere al c.d. global removal, la deindicizzazione globale, l'unica forma di disindicizzazione di un contenuto capace di garantire che un contenuto venga per davvero inghiottito nel buco nero dell'oblio e che il relativo link non venga restituito tra i risultati della ricerca neppure a chi si collega da un Paese extra europeo.
Il Tribunale di Treviso, tuttavia, ha accolto le eccezioni sollevate da Google LLC e Google Italy rappresentate dagli avvocati Marco Berliri e Massimiliano Masnada e rigettato la richiesta dell'attore mettendo nero su bianco, per la prima volta in Italia, che considerata la conclusione cui è appena arrivata la Corte di Giustizia dell'Unione europea e in assenza di qualsiasi diversa disciplina nazionale o sovranazionale in materia, non vi sono presupposti per esigere da Google che la disindicizzazione cui esso è tenuto in base alla vigente disciplina in materia di privacy, sia globale.
La strada, quindi, sembra segnata. Ai tempi di Internet e della società globalizzata, mentre siamo tutti sempre di più cittadini del mondo, la cronaca del passato prossimo, la storia moderna e contemporanea, sono condannate a un sempiterno spezzatino, con sapori e profumi diversi a seconda del luogo dal quale ci si collega al web. E il paradosso è che per accedere alla vera storia italiana senza elisioni, cancellazioni, omissioni e "censure", domani, sarà necessario sconfinare in Svizzera o comunque spingersi appena al di là dei confini dell'Unione europea.
Da li, come per incantesimo, la storia del nostro Paese tornerà a poter essere sfogliata come ci sarebbe apparsa anche navigando nel web italiano se i suoi protagonisti negativi non avessero chiesto e ottenuto di nasconderla sotto un tappetto digitale che, tuttavia, oggi si rivela troppo corto e incapace di avvolgere il mondo intero. Accade sempre così, quando si imbocca la strada sbagliata, quando si prova a piegare le tecnologie alle nostre abitudini, alla nostra cultura, al nostro modo di vivere e alla nostra incapacità di accettare la realtà risultato della trasformazione antropologica che stiamo vivendo, le tecnologie ci si ribellano e ci sbattono prepotentemente in faccia i risultati kafkiani che le nostre debolezze di uomini hanno prodotto.
Il diritto all'oblio nella sua accezione moderna è uno di questi casi. Abbiamo provato a ordinare a Internet di dimenticare, abbiamo preteso di poter ordinare processi di amnesia tecnologica collettiva e lo abbiamo fatto perché abbiamo ritenuto che fosse il modo migliore per garantire a ciascuno di noi il diritto di voltare pagina e di vivere, agli occhi del mondo, una seconda vita, come se il suo passato non fosse mai esistito. Lo abbiamo fatto perché non abbiamo accettato l'idea - benché, specie in Italia Giudici e Autorità questa strada diversa l'avessero indicata - che il nostro diritto all'identità personale potesse più efficacemente essere garantito facendo in modo che Internet raccontasse tutto di noi, in maniera puntuale, esaustiva e aggiornata.
Abbiamo scelto una scorciatoia, abbiamo scelto di provare a manipolare la storia, abbiamo imboccato la strada sbagliata. Ed ecco il risultato: chiunque provi a manipolare la storia della sua vita è destinato a vederla moltiplicare, da una parte quella che amerebbe fosse l'unica conosciuta dal mondo intero, dall'altra quella che ha provato a nascondere.
Entrambe li, a portata di click, pronte a riaffiorare al momento giusto. Cambiamo rotta, facciamolo in fretta, perché nella società dell'informazione, le asimmetrie informative son più pericolose di qualche episodio del passato che rischi di far pensare a qualcuno che siamo stati una persona diversa da quella che oggi appariamo.
di Alessandro Barbano e Vittorio Manes
Il Foglio, 21 ottobre 2019
La legge e quello "spazio libero da diritto". L'autodeterminazione del malato, l'accanimento terapeutico, la dignità di morire. Un dialogo dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha aperto al suicidio assistito.
Caro Vittorio, commentando la sentenza della Consulta sul fine vita hai detto che "non sancisce il diritto di morire, né una indiscriminata libertà al suicidio. Ma piuttosto la libertà, da parte di malati con caratteristiche specifiche, di farsi assistere per congedarsi di mano propria". Non dubito che sia così. La Corte non cancella la fattispecie dell'aiuto al suicidio, prevista dall'articolo 580 del codice penale, ma individua un'area di non punibilità circoscrivendola con quattro condizioni specifiche: che ci sia un malato affetto da una patologia irreversibile; che sopporti sofferenze fisiche o psichiche da lui ritenute intollerabili; che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; e da ultimo che la sua vita dipenda da trattamenti di sostegno vitale. Di più, la scriminante è subordinata dai giudici costituzionali al rispetto della normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda, e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Sistema sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. Tutte queste circostanze, che la Corte pone come i presupposti e i confini di un'auspicata iniziativa legislativa del Parlamento, mi paiono più che sufficienti per configurare l'aiuto al suicidio come l'esercizio delegato non di un diritto ma piuttosto di un rimedio.
E tuttavia, con riferimento al rimedio, mi chiedo e ti chiedo se le norme esistenti non siano già sufficienti a garantirlo. Grazie alla legge sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento, chiunque oggi può rinunciare alle terapie vitali, tra le quali sono espressamente incluse anche l'alimentazione e l'idratazione artificiali e, in presenza di una prognosi infausta a breve termine e di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, può richiedere la sedazione profonda continuata, uno stato simile all'anestesia o al coma farmacologico, che lo accompagni alla morte senza dolore e senza coscienza.
Una nuova normativa, che si ispirasse ai criteri enunciati dalla Consulta, non potrebbe che circoscrivere la libertà di cura entro limiti non dissimili da quelli rispettati nella precedente disciplina. Con riferimento alla gravità delle condizioni di salute, il requisito della "prognosi infausta a breve termine", prescritto dalla norma che regola la sedazione profonda, è nozione più ristretta rispetto a quello della "malattia irreversibile", indicato dalla Consulta come necessario per giustificare l'aiuto al suicidio. In un caso e nell'altro deve intendersi una patologia che non ammette il ritorno a stadi precedenti e che ha varcato una soglia, da verificare caso per caso, oltre la quale le cure si rivelino inutili quando non potenzialmente dannose. Tuttavia, la "prognosi infausta a breve termine" implica una progressione, propria di molte malattie neoplastiche e degenerative, che non si riscontra necessariamente nel concetto di "irreversibilità", capace di ricomprendere anche stati traumatici gravissimi e non reversibili, ma stabili.
Ma a restringere l'autodeterminazione del malato nel richiedere assistenza al suicidio è il diverso modo con cui i cosiddetti "trattamenti di sostegno vitale" sono intesi dalla legge sul consenso informato e dalla sentenza della Consulta. Nel primo caso rappresentano una prestazione medica che il paziente ha il diritto di rifiutare, nel secondo un presupposto per giustificare la scriminante penale. Nel suo comunicato la Corte dice espressamente che, affinché l'aiuto al suicidio non sia punibile, occorre che il paziente sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. Ma se basta interrompere questi trattamenti per provocare la morte, che bisogno c'è di produrla in maniera attiva?
La cessazione del sostegno vitale coincide con una rinuncia all'accanimento terapeutico che, prima ancora che a un vincolo legale, risponde a un principio di rispetto per la dignità della vita. La maggior parte dei malati in stadio irreversibile oggi sono accompagnati alla morte dalla sedazione profonda, in accordo compassionevole con i medici chi li hanno in cura, in un tempo che non supera le 48/72 ore dalla somministrazione dei farmaci sedativi. Non è questa prassi, forgiata dall'evoluzione della scienza medica e farmacologica e dall'esperienza del dolore, la via più umana e più ragionevole al tragico mistero del fine vita?
Caro Alessandro, condivido, anzitutto, la premessa da cui muovi, che è bene ribadire con forza anche perché le "questioni ad altissima sensibilità etico-sociale" - come le definisce la Corte - sono spesso preda di letture semplificanti, e non di rado banalizzate a colpi di slogan: la Corte non ha riconosciuto alcuna indiscriminata libertà di suicidio, né alcun lugubre diritto - illimitato e arbitrario - di morire.
Ha affrontato, piuttosto, il tema - distinto e distante - della possibilità da parte del malato di chiedere un "aiuto nel morire di mano propria", in situazioni del tutto peculiari di malattia irreversibile accompagnata da gravi sofferenze, dove l'esistenza è protratta grazie a sostegni vitali, contrassegnate - e, direi, "inchiodate" - agli ulteriori contrassegni di specificità espressamente indicati nel "comunicato", che peraltro solo le motivazioni della pronuncia potranno ulteriormente chiarire.
Peraltro, la questione di costituzionalità che è stata prospettata riguardava un aspetto ancora diverso e più circoscritto, che in parte è rimasto sullo sfondo, ma che in realtà è il vero punctum crucis, specie nella prospettiva cara a chi ha a cuore un modello di diritto penale liberale: se sia legittimo sottoporre a pena il comportamento di chi accoglie questa richiesta di aiuto, per passione civile o per compassione umana, e se sia legittimo sottoporre tale condotta ad una pena draconiana - la reclusione da cinque a dodici anni, ossia la stessa pena prevista per chi istiga altri al suicidio - nel quadro di una incriminazione, l'art. 580 c.p., che peraltro la stessa Corte ha pienamente confermato nella sua legittimità per tutti i casi "ordinari" e diversi dalle peculiari ipotesi simili a quella di Fabiano Antoniani, ritenendolo in generale - e nei casi ordinari, appunto - un importante presidio a tutela dei soggetti deboli e/o vulnerabili.
Ciò premesso, e venendo alla tua domanda, ad essa rispondo con altri interrogativi che muovono dalla tua stessa constatazione: se è vero che l'ordinamento giuridico consente già - nelle ipotesi contrassegnate dalla "tetralogia" di criteri indicati dalla Corte - di rinunciare alle terapie di sostegno vitale, nelle quali vanno ricomprese anche - per espressa previsione già della l. n. 219 del 2017 - idratazione e alimentazione artificiale, consentendo altresì di aderire a un protocollo di sedazione palliativa profonda, perché costringere un individuo a morire secondo un certo iter, obbligato e imposto dalla legge come unica strada per congedarsi da una vita che non ritiene più compatibile con il proprio concetto di dignità? Perché imporre a chi vive il dramma di una malattia e di una sofferenza dolorosissima un itinerario di morte coatto, con un ricatto che mette a repentaglio l'habeas corpus e l'intangibilità della propria sfera fisica, costringendolo ad accettare una modalità di congedo dalla vita che spesso il malato rifiuta radicalmente?
In molti casi il malato terminale considera l'agonia della morte per interruzione dei sostegni vitali e l'eclissi di coscienza della sedazione palliativa profonda incompatibili con il proprio concetto di dignità. E soprattutto rifiuta l'idea di sottoporre i propri cari allo spettacolo straziante di questa agonia: visto che - come insegnano i filosofi - "si vive con gli altri ma si muore agli altri", è giusto privare il malato di questa ultima, drammatica scelta, in un momento in cui resta davvero poco da scegliere, e negargli anche questo estremo, intimo frammento di libertà?
Di fronte a questi interrogativi la Corte, già nell'ordinanza dello scorso anno (n. 207 del 2018) aveva dato alcune risposte, ribadite nella recente decisione: bisogna riconoscere al malato la libertà di poter scegliere una "alternativa reputata maggiormente dignitosa", perché in questi casi la sua aspirazione a congedarsi dalla vita non ha nulla a che vedere con una folle pulsione di morte, né con un assurda volontà di autoannientamento, ma è semplice pretesa di rispetto della dignità del morire, che non è meno importante della dignità di vivere.
In queste situazioni, dunque, l'ordinamento giuridico deve fare un passo indietro, e riconoscere uno "spazio libero da diritto"; e anche il diritto penale deve rinunciare a minacciare una sanzione che rischierebbe solo di isolare il dramma individuale nella prigionia di una ulteriore, assurda solitudine sociale. Questa ritrazione dell'intervento punitivo risponde - del resto - al ruolo che dovrebbe avere un diritto penale laico e secolarizzato, che appunto - in linea con la lezione di Beccaria e dell'illuminismo giuridico - non vuole farsi "braccio secolare" di un determinato convincimento etico o religioso, e rifugge forme di paternalismo esasperato, pur senza dover abbracciare modelli di smodato liberalismo giuridico.
Caro Vittorio, viviamo tempi in cui la giustizia assume una postura che tu stesso hai definito "no limits", e che neanche il giustizialismo basta a spiegare. Il suo debordare in ogni spazio del vivere civile non risponde più a un disegno ideologico di bonifica sociale, né a un conflitto istituzionale giustificabile con le ragioni di una supplenza del giudiziario sul politico. Ma è piuttosto espressione di un potere fuori controllo, che si riproduce per autopoiesi in forme sempre più indifferenziate, cedendo alla tentazione di diventare il vero decisivo creatore di diritto in democrazia. Per tutte queste ragioni non posso che rallegrarmi se un volta tanto il penale arretra, in nome di un ritrovato liberalismo civile.
E tuttavia mi chiedo che cosa sia da intendersi per "spazio libero da diritto", da te e anche da me auspicato, e che valore assuma in questo spazio la protezione della vita. A me pare che se il primo è il porto franco di una democrazia neutrale, la seconda è esposta agli incerti delle maggioranze di turno. Converrai invece che la laicità ha alcune coordinate etiche che sono venute definendosi nella storia degli Stati liberali in relazione, talvolta consonante talaltra contrappositiva, con i fondamenti religiosi. Tali coordinate, come la difesa della vita e della dignità della persona, il rispetto della libertà individuale, lo spirito di solidarietà sociale, sono definibili come "relativi-assoluti", cioè principi di evidenza laica, sottoponibili a una costante manutenzione, ma tuttavia dotati di una sostanza rigida forgiata dalla storia dell'umanità. Questi ultimi sono immuni all'avvicendarsi delle maggioranze, poiché la loro essenza non è meramente politica, ma culturale e antropologica.
di Riccardo Bruno
Corriere della Sera, 21 ottobre 2019
Medico di base a Misano e impegnato con Medici senza Frontiere: "Tutti i pazienti hanno la stessa dignità". "In Africa ho uno stetoscopio rosso, se lo afferrano so che sono guariti". In ambulatorio non c'è. È uscito per fare una visita urgente a un'anziana malata di Alzheimer. Arriva dopo dieci minuti, con la classica borsa in pelle da medico condotto.
"Me l'ha regalata mio padre dopo la laurea, 21 anni fa. Ci tengo molto, perché è lo strumento che ti permette di andare dalla gente". Roberto Scaini è uno di quei dottori che ama muoversi. Sia quando è a Misano, medico di base a due passi dal lungomare, sia quando parte per Medici senza Frontiere. Ha iniziato nel 2011, ha già all'attivo 17 missioni. Dall'ultima, nello Yemen, è tornato a maggio. Era la quinta volta che ci andava, un veterano. "Era già un Paese poverissimo, dopo la guerra la situazione è precipitata. Curiamo feriti da arma da fuoco, ma anche bambini malnutriti, anziani, donne che rischiano la vita solo per partorire".
Lavoro e famiglia - Scaini ha fatto medicina perché sognava di andare in Africa. "Come molti miei colleghi, anche se poi spesso diventa difficile conciliare con lavoro e famiglia, devi stare fuori per periodi più o meno lunghi". Otto anni fa si è presentata l'occasione, c'era bisogno in Etiopia, e lui non se l'è lasciata scappare. "Una volta che sei lì scatta qualcosa, io lo chiamo il punto di non ritorno. Ti rendi conto che puoi essere davvero utile. Quando una mamma piange, implora di salvargli l'ultimo figlio che le è rimasto, e tu puoi restituirglielo guarito, ecco, tutto questo ti ripaga di ogni sacrificio". Le missioni di Scaini durano in genere non più di tre mesi. Per scelta personale ("Ho una figlia di 15 anni, credo che abbia il diritto di crescere con il padre vicino"), e di lavoro, per non abbandonare troppo il suo ambulatorio.
"Anche se c'è sempre qualcuno che si lamenta, che dice che non ci sono mai, per me tutti i pazienti hanno la stessa dignità. Curare una polmonite in Congo o il colesterolo alto qui in Italia è lo stesso. Non mi sento un supereroe, ma semplicemente un medico. Quando mi chiedono perché lo fai? Io rispondo : e perché non lo dovrei fare?".
L'intervento nello Yemen - Un po' di coraggio sicuramente ci vuole. Lo Yemen, per esempio, è diventato un posto complicato, le fazioni in lotta mutano continuamente, neppure gli ospedali vengono risparmiati dai bombardamenti. "Quando senti il rumore di un aereo corri subito a nasconderti". Nel Paese più povero del Medio Oriente, Medici senza frontiere è presente con l'intervento più importante in una zona di conflitto: ci sono équipe in 12 ospedali e 11 governatorati, da marzo 2015 a dicembre 2018 hanno eseguito 81.102 interventi chirurgici, curato quasi 120 mila feriti, fatto nascere 68.702 bambini, affrontato 116.687 casi di colera.
Scaini è stato il coordinatore medico, aprendo anche nuove strutture. Ha lavorato anche in Siria, Etiopia, Iraq, Sud Sudan, e in Liberia e Sierra Leone nel 2014 quando scoppiò l'emergenza Ebola. "Noi di Msf eravamo già lì a chiedere l'intervento degli organismi internazionali. Era davvero una scena apocalittica, i primi giorni ci siamo limitati a spostare i cadaveri. Adesso se c'è un nuovo allarme, ma per fortuna anche molta più consapevolezza e attenzione".
Le storie - Avrebbe mille storie da raccontare. "Come il ragazzino che mi raccontò che durante il viaggio nel deserto fuggendo dal Sud Sudan i suoi compagni che morivano venivano buttati uno alla volta giù dal camion. Una storia terribile ma quello che più colpì ero come lo diceva, come se fosse normale". Ci sono momenti in cui puoi essere preso dallo sconforto, pensare di non fare abbastanza. "Una volta la mia responsabile nello Yemen mi disse: non pensare a chi non ce la fa, ma a tutti quelli che riusciamo a salvare. Finché puoi dare il tuo contributo, allora vuol dire che ne è valsa la pena".
Italia e Africa - Quando torna in Italia, con la stessa energia si dedica ai suoi pazienti della mutua. "È vero, sono due mondi agli antipodi, ma rappresentano due facce della stessa medaglia. In fondo sia qui che lì mi occupo di malnutrizione: in Africa il problema è la carenza di cibo, qui l'eccesso, mi tocca curare le patologie del benessere".
Anche gli strumenti sono gli stessi. Dello stetoscopio per esempio cambia solo il colore. "A Misano è nero, in Africa ne ho uno rosso. Perché attrae i bambini, se lo afferrano hanno voglia di giocare, e vuol dire che sono guariti".
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