di Beppe Lumia
antimafiaduemila.com, 25 ottobre 2019
Dalla "pericolosità assoluta" dei boss mafiosi si passa alla "pericolosità relativa" da valutare di volta in volta... Si apre una falla nella lotta alle mafie. Dopo la condanna della Corte di Strasburgo nei confronti dell'Italia che prevede nel suo ordinamento questa severa misura anche la Corte Costituzionale del nostro Paese ha emesso una sentenza di incostituzionalità dell'art 4bis comma 1 dell'Ordinamento Penitenziario nella parte in cui esclude dai vari benefici penitenziari, come i "permessi premio", i mafiosi condannati all'ergastolo che non hanno fatto la scelta di collaborare con lo Stato.
Si valuterà adesso caso per caso il loro comportamento in carcere e la presa reale di distanza dei mafiosi dall'organizzazione. Non lasciamoci fuorviare dall'antico dibattito tra garantisti e giustizialisti, semmai chiediamoci perché non sarà per niente semplice la nuova gestione dei benefici penitenziari? Perché era importante mantenere attivo l'ergastolo ostativo? L'esperienza di questi anni ci aiuta a capire meglio.
Vediamo un po':
1) Le Mafie sono una minaccia vitale per le nostre democrazie. Se non vengono fermate è la fine, perdiamo tutto compresi i diritti fondamentali e la libertà. Tale minaccia permane anche quando i mafiosi sono reclusi in carcere tanto che è necessario tenere in piedi sia il 4bis sia applicare l'altra misura rigorosa del 41bis che non lede nessun diritto umano ma è indispensabile per impedire ai mafiosi di comandare anche mentre sono detenuti e di comunicare con l'esterno per trasferire ordini, ad esempio su quale appalto truccare, chi punire, chi sottoporre ad estorsione e perché no quale politico votare...
2) L'appartenenza all'organizzazione mafiosa è da considerare pressoché "totalizzante". Una volta che si è "punciuti" non si può più lasciare l'organizzazione. Tranne che sei espulso, nel loro linguaggio "posato", oppure quando muori o perché ucciso o per decesso naturale. Ecco perché è necessario incentivare la rottura radicale attraverso la collaborazione con lo Stato, che è l'unico vero percorso per prendere sul serio le distanze dalle mafie...
3) I mafiosi inoltre utilizzano un codice comunicativo ambiguo, particolare ed unico: bugie fuori e verità solo dentro l'organizzazione mafiosa. Per cui prendere le distanze a parole e con falsi comportamenti gli viene facile visto che addirittura a cominciare da Riina e Provenzano ne hanno sempre negato addirittura l'esistenza. Così si spiega perché non si è preso in considerazione a differenza del terrorismo l'istituto della "dissociazione", proprio per evitare di essere facilmente raggirati con scelte farlocche di rottura da parte dei mafiosi...
4) I detenuti di mafia dentro le carceri non perdono mai il loro status di capi mafia. Anzi, utilizzano il carcere per continuare a dirigere le organizzazioni. Pensate che i boss condannati e reclusi vengono sostituiti all'esterno da reggenti perché il boss anche se bloccato in carcere rimane se capo nel suo ruolo apicale. La loro "buona condotta" non ha lo stesso valore dei detenuti comuni. Tant' è vero che appena escono ritornano immediatamente nella loro funzione di boss operativi...
5) I boss hanno sempre messo in testa alle loro priorità l'eliminazione di istituti normativi come l'ergastolo ostativo, il 41bis, il sequestro e la confisca dei beni e così via... Il carcere di per sé non ha mai messo paura ai mafiosi, queste norme invece li fanno impazzire di rabbia e per eliminarli sono pronti a tutto, per capire basta leggere la sentenza, ancora di primo grado, del Processo sulla Trattativa Stato-Mafia...
6) Le mafie sono in sostanza "un vero male radicale" di cui ci dobbiamo democraticamente liberare. Sono una vera e propria minaccia e sfida che la legislazione italiana del "Doppio Binario" avviata dal Pool Antimafia guidato da Caponetto e portata avanti da Falcone, e a cui ho dedicato tutto il mio impegno parlamentare completato oggi nel Codice Antimafia, deve essere difesa e mantenuta in vita senza aprire dei varchi pericolosi, anzi va promossa per orientare nella stessa direzione la legislazione e la giustizia europea.
Adesso? Non possiamo disconoscere che le mafie segnano un colpo a loro favore. Bisogna naturalmente rispettare la Sentenza della Corte Costituzionale e disciplinare e verificare con il massimo rigore, prima di riconoscere ai boss i benefici penitenziari, la loro certa e costante presa di distanza dall'organizzazione mafiosa.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
Maggioranza e opposizione uniti: niente benefici ai boss. Le critiche agli ermellini arrivano anche da Don Ciotti: "i primi ad avere una buona condotta in carcere sono i mafiosi. allora credo che dei paletti bisogna pur metterli".
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 25 ottobre 2019
Si scrive carcere e si legge inferno in terra. Le parole pronunciate ieri dal procuratore della Repubblica di Napoli Giovanni Melillo davanti alla Commissione parlamentare antimafia sulla situazione carceraria italiana fotografano perfettamente una situazione drammatica e esplosiva.
E se poi si puntano i riflettori su realtà come quella napoletana, allora si comprendono i motivi per i quali il nostro Paese continua a restare nel mirino della Corte europea dei diritti dell'uomo. Partiamo dunque dai numeri: i detenuti presenti nelle carceri italiane - il dato ufficiale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è aggiornato allo scorso settembre - sono 60.881. Con queste cifre ci si riempirebbe l'intero Stadio Olimpico di Roma.
Il tasso di affollamento ufficiale sfiora ormai un incremento del 120 per cento Sebbene siano calati i reati, nelle strutture carcerarie nazionali si registra qualcosa come diecimila reclusi in più. Il paradosso è che a fronte di una generalizzata diminuzione dei reati su tutto il territorio nazionale, le celle dei penitenziari continuano a gonfiarsi.
Sovraffollate, talvolta ai limiti del disumano e fatiscenti: questo è lo stato delle 231 carceri (divise in case di reclusione, circondariali, di sicurezza e mandamentali). I dati dello sfascio sono ben noti a tutti dal ministero della Giustizia ai vari osservatori per i diritti dei detenuti. In queste condizioni la convivenza tra detenuti crea non pochi problemi interni: non a caso sono in aumento le risse, gli scontri tra interi gruppi di provenienza geografica (e criminale), ma anchei suicidi. A dover fronteggiare queste quotidiane emergenze ci sono gli agenti della Polizia penitenziaria, spesso sotto organico e con un personale che ha un'età media di 40-50 anni.
In termini numerici la regione che conta più detenuti è la Lombardia (8.610), seguita a ruota da Campania (7.844), Lazio (6.528) e Sicilia (6.509). Mentre quella dove il tasso di affollamento è maggiore è la Puglia (160,5%), seguita dalla Lombardia (138,9%). Le uniche regioni virtuose sono la Sardegna e le Marche.
A far crescere esponenzialenete il numero dei reclusi ci pensano gli stranieri. La componente di nuovi detenuti non italiani è pari a circa il 35 per cento del totale. Ma i numeri, mai come in questi casi, vanno letti con attenzione e soprattutto contestualizzati realtà per realtà. Altrimenti non si spiegherebbe come la casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, continua a detenere il triste primato del sovraffollamento. E allora diamo uno sguardo ai "posti letto": a Poggioreale sono alloggiati in media dai 500 agli 800 detenuti in più di quelli che l'istituto potrebbe contenere (dipende dai periodi); e non va meglio anche nella seconda struttura partenopea, il penitenziario di Secondigliano, dove pure si segnalano presenze in esubero rispetto alla capienza ordinaria che sfiorano le 400-500 unità.
E allora restiamo su Napoli. Recentemente si sono verificati alcuni casi gravi, che denotano tra l'altro anche quanto complessa sia la macchina dell'organizzazione interna e delicato il lavoro della Penitenziaria. All'inizio di ottobre una quarantina di reclusi - in maggioranza napoletani - rifiutarono di tornare in cella dopo l'ora d'aria, barricandosi in un cortile per protestare contro la qualità del vitto e dell'assenza di segnale della pay tv che viene loro offerta dalla Curia di Napoli.
La protesta duò oltre un'ora. Qualche settimana prima accadde anche di peggio: due gruppi di reclusi, il primo composto da algerini e il secondo da italiani, tentò di scatenare una violentissima rissa (con tanto di spranghe e oggetti contundenti) evitata per un soffio solo grazie all'immediato intervento dei "baschi blu". Clamorosa fu poi l'evasione da Poggioreale - avvenuta l'ultima domenica di agosto - di Robert Lisowski, un 37enne polacco detenuto dal cinque dicembre in una cella del padiglione "Milano" in attesa di giudizio.
L'uomo riuscì a eludere tutti i controlli sgattaiolando sui tetti da un fibnestrone, subito dopo la messa celebrata nella chiesa interna alla struttura. Lisowski usè il più tradizionale dei metodi: annodò alcune lenzuola, che poi utilizzò per calarsi lungo l'alto muraglione di cnta del carcere. Venne catturato due giorni dopo, perché nella discesa si fratturò la caviglia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
L'ultimo caso a Brescia: "tagliati" oltre 2.000 fascicoli. Nella riforma del processo non dovrebbero esserci cenni di depenalizzazione. È una materia rimasta vergine, anche nel corso dell'intenso confronto svolto, con il guardasigilli Alfonso Bonafede, da avvocati e magistrati. Eppure l'ordine giudiziario, nel terreno di frontiera che è l'amministrazione quotidiana della macchina processuale, opta ormai da tempo per una depenalizzazione di fatto, preferita all'ipocrita megalomania della giustizia onnivora.
L'ultimo esempio viene dal distretto di Brescia, dove i vertici degli uffici hanno convenuto di dare assoluta priorità ad alcuni procedimenti. Innanzitutto a quelli per i quali la legge già prevede meccanismi accelerativi e, immediatamente dopo, ai giudizi penali relativi a illeciti di forte impatto per lo specifico contesto lombardo, legati dunque all'economia. Si è deciso, perciò, di considerare come "perdita inevitabile" la mancata definizione di altri procedimenti, destinati a finire prescritti nei successivi 24 mesi.
A darne notizia è stato il Corriere della Sera dieci giorni fa. E la notizia è di quelle destinate a far scalpore. Perché il contenuto implicito di simili linee guida è evidente: addio all'ipocrisia dell'azione penale obbligatoria. Addio al miraggio efficientista dei fascicoli messi tutti - fino a quello più bagatellare - sull'illusorio binario della definizione. Accettazione serena, e condivisa da pm e giudici, di una prescrizione che estingue una parte non piccola di procedimenti: circa 2.000 su 6.500 istruiti dai pm, nel caso specifico.
Ci sono due piani di lettura. Primo: la scelta compiuta negli uffici giudiziari della Corte d'appello di Brescia (di cui fanno parte anche i Tribunali di Bergamo, Cremona e Mantova) è solo la versione codificata di una prassi diffusissima. Nella gran parte dei grandi distretti già si assiste a una "selezione naturale indotta", per così dire: vengono lasciati sul binario morto della prescrizione tutti quei fascicoli che non sarebbe possibile trattare fruttuosamente. Inutile pretendere che la giustizia sia una catena di montaggio all'americana.
"La giurisdizione deve assicurare qualità, non un vuoto produttivismo", nella visione di Claudio Castelli, presidente della Corte d'appello di Brescia e tra i principali fautori delle linee guida insieme con Vittorio Masia, che presiede il Tribunale del capoluogo. Prima ancora che arrivi la riforma, è già arrivata la giurisdizione in carne e ossa. Superare l'ipocrisia dell'azione penale obbligatoria è oltretutto uno degli obiettivi dell'Unione Camere penali, che nel ddl costituzionale per il quale ha raccolto 72mila firme, e che ora è all'esame di Montecitorio, aveva previsto un'indicazione per via legislativa, cioè parlamentare, delle priorità nell'azione penale.
Il tema ha finito per essere il punto di caduta di molti dibattiti organizzati nel corso di questa settimana dalle Camere penali territoriali, in coincidenza con i cinque giorni di astensione dalle udienze proclamati dall'Ucpi. Incontri che hanno di nuovo visto avvocati e magistrati condividere le stesse analisi, innanzitutto sul rischio che lo stop alla prescrizione tenda ad aggravare quel sovraccarico a cui opzioni drastiche come quella adottata a Brescia tenderebbero a rispondere.
Manifestazioni si sino tenute per tutta la settimana a Torino come a Benevento, a Bari, come a Frosinone e a Milano e ancora se ne terranno oggi. Come a Bologna, dalla cui Camera penale arriva una testimonianza di particolare significato: l'adesione di realtà associative dell'avvocatura anche esterne al campo dei penalisti, dalla Camera civile alle sezioni locali di amministrativisti e tributaristi, fino all'Aiga e con la piena condivsione, sul piano locale come su quello nazionale, dell'Ocf.
"È segno", nota il presidente della Camera penale bolognese Ettore Grenci, "che fa comprendere come sulla riforma della prescrizione vi sia una diffusa preoccupazione che ha toccato la sensibilità non solo deipenalisti, ma di tutto il mondo forense".
Alle 10 di stamattina tutta l'avvocatura del capoluogo emilano si ritroverà per un sit in davanti al Tribunale "con la toga addosso". Un "fatto storico" per Grenci. E la riprova che l'efficienza della giustizia penale sta a cuore non solo a chi, con i paradossi dell'obbligatorietà e della prescrizione, fa i conti ogni giorno.
di Isaia Sales
Il Mattino, 25 ottobre 2019
C'è stato un tempo in cui si diceva che la mafia non esisteva, e che era solo un'espressione del carattere "bollente" dei siciliani, un comportamento e non un'organizzazione. Giuseppe Pitrè nel libro "Usi, costumi, usanze e pregiudizi del popolo siciliano" sostenne che "la mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti.
Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino. La mafia è la coscienza del proprio essere, l'esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto di interessi e di idee; donde la insofferenza della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui".
Anche lo scrittore Luigi Capuana la pensava allo stesso modo. Così come i rappresentanti della Chiesa cattolica. Il cardinale di Palermo Ernesto Ruffini scrisse a Paolo VI (preoccupato del silenzio della Chiesa siciliana sull'eccidio di Ciaculli del 1963 in cui saltarono in aria per una bomba sette rappresentanti delle forze dell'ordine) che la mafia non esisteva come organizzazione, e che il risalto che se ne dava era opera dei comunisti per colpire i democristiani. Il negazionismo, o la nobilitazione della mafia, coinvolgerà anche la stragrande parte dei magistrati siciliani.
Nel 1955, il primo presidente della Corte di Cassazione, Guido lo Schiavo, scriverà questo sconcertante commento sulla morte di Calogero Vizzini, allora capo di "Cosa nostra": "Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l'opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi ed ai fuorilegge ha affiancato addirittura le forze dell'ordine".
La storia della lotta alla mafia è stata costellata di pregiudizi che ci hanno impedito finora di comprenderne le reali caratteristiche. Si può, ad esempio, legare un reato ad una appartenenza territoriale? Nel caso della mafia ciò è avvenuto. Ed è forse questo il più incredibile caso di "diritto penale a caratterizzazione etnica" (mai codificato ma di fatto spesso così interpretato). Come se non fosse possibile essere mafiosi oltre certe latitudini. Il primo pregiudizio ha avuto a che fare, appunto, con il convincimento che fosse la Sicilia il luogo esclusivo di produzione mafiosa. Ci sono voluti decenni per assimilare alla mafia siciliana altre forme di violenza presenti in altri territori.
L'indubbia originalità di "Cosa nostra" si confondeva con la sua (ritenuta) esclusività. Questo convincimento aveva influenzato anche la prima legislazione antimafia varata dopo l'uccisione di Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa, così come i lavori della prima Commissione parlamentare antimafia, che si era occupata quasi esclusivamente della criminalità siciliana, non ritenendo la camorra e la 'ndrangheta degne di attenzione.
C'è voluto del tempo perché maturasse un nuovo orientamento: anche in Campania, in Calabria e poi in Puglia, operavano forme criminali similari alla mafia. Si incrinava così il convincimento che il fenomeno mafioso fosse una connotazione esclusivamente siciliana. Che tale modello di violenza si era affermato in Sicilia prima che in altre parti era un dato storico, non etnico; e che esso si potesse presentare in altri contesti diversi dalle proprie origini era una previsione fin troppo facile da formulare.
Ma l'indubbio passo in avanti compiuto con l'allargamento del concetto di mafia ad altre organizzazioni criminali si è scontrato nel tempo con un altro pregiudizio: mafioso può essere solo un meridionale. La Lega di Bossi diede corpo e forza politica a questo diffuso pregiudizio nel Nord: mafia è un fenomeno di arretratezza culturale, civile ed economica, e per questi motivi non poteva che manifestarsi esclusivamente nel Sud dell'Italia.
Ma fu proprio questo pregiudizio, cavalcato per ragioni politiche, a fungere da ostacolo alla comprensione di qualcosa di nuovo che stava avvenendo nel Centro-Nord: un progressivo insediamento di mafie nei territori più ricchi e "civili" con una produzione autonoma di "violenza di relazione e di potere" non dovuta solo a campani, siciliani, pugliesi o calabresi.
L'omicidio del giudice Bruno Caccia a Torino avvenne ne11983 e in quegli stessi anni a Roma operava con metodo mafioso la banda della Magliana. Ed ecco manifestarsi un analogo fenomeno di negazionismo.
Al di là delle strumentalizzazioni politiche della Lega, era indubbiamente difficile capire cosa stava succedendo usando le categorie interpretative della mentalità e della arretratezza, perché si stavano riproducendo fenomeni mafiosi in contesti economici non arretrati e laddove i rapporti sociali erano caratterizzati da una diversa "mentalità", da una più ampia partecipazione democratica e da maggiore interesse alla "cosa pubblica".
È chiaro che la presenza fisica di mafiosi di per sé non può essere motivo sufficiente per il loro successo in nuovi territori. C'è bisogno di una domanda che ne richieda i servizi. Nel Centro-Nord c'è stato un incontro di interessi tra operatori economici e portatori di violenza (e di capitali). I casi di imprenditori in affari con le mafie per ragioni di competitività delle loro aziende sono tanti che non possono più rientrare nella definizione di "accidente" ma in quello di "sostanza".
Ci sono sempre "buone cause" per relazionarsi con le mafie. In definitiva, non esistono territori o settori immuni alle mafie in presenza di una impressionante domanda di servizi e di prestazioni illegali. Oggi nel campo delle mafie c'è un'ulteriore forma di negazionismo. Si sostiene che indubbiamente è vero che le organizzazioni mafiose si riproducono anche in ambienti lontani dai loro territori di insediamento storico, ma sempre siciliani, campani e calabresi ne sono i componenti.
I "richiedenti" di servizi mafiosi sono spesso settentrionali ma la composizione dei clan è fatta quasi esclusivamente di meridionali. Vedremo quali saranno gli sviluppi futuri nel Centro- Nord di questo "tenera relazione" tra affari e violenza. Sta di fatto che a Roma sono già state condannate per mafia organizzazioni criminali di cui non fanno parte né siciliani, né calabresi o tanto meno campani. Ciò non vuol dire affatto che ogni forma criminale presente a Roma sia necessariamente di tipo mafioso. O che ogni forma criminale che si organizza al Nord debba sempre essere sanzionata con il 416 bis.
Ma ormai il nesso tra appartenenza territoriale (meridionale) e mafiosità è spezzato da tempo. E la corruzione svolgerà sempre più la funzione di raccordo tra due mondi che oggi possono sembrare distinti. Perché non sono le mafie a causare la crescita della corruzione, esse arrivano dove già c'è. Il nuovo radicamento extraregionale delle mafie è legittimato proprio dall'impressionante estensione della corruzione e da un'economia che si muove sempre di più fuori da ogni rispetto delle leggi. Al di là di ogni valutazione giuridica, il caso di Roma lo prova ampiamente.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 ottobre 2019
Anche la nomenclatura delle leggi penali può avere la memoria corta. Soprattutto se inclina alla corrività. È il caso delle "manette agli evasori", ma anche della "spazzacorrotti". Perché, nel campo del penale tributario, sinora, la proverbiale "manette agli evasori" è considerata la legge n. 516 del 1982. Quella che, tra l'altro, oltre a prevedere un generale inasprimento delle pene, attrasse nell'area penale un'ampia casistica di violazioni sino ad allora considerate solo formali e cancellò la pregiudiziale amministrativa, la necessità, cioè, che prima dell'avvio del procedimento penale si fosse completato quello amministrativo. E già allora si introducevano alcune soglie come i 25 o i 100 milioni di lire (di imponibile) per l'omessa dichiarazione, equivalenti a circa 45mila e 180mila euro o come il 2% per gli omessi corrispettivi.
E già allora emerse con una certa evidenza il rischio di un'applicazione viziata da distorsioni. Per esempio, a Torino nel 1985 in due riprese - la prima dedicata a imprenditori e commercianti, la seconda a professionisti - la Guardia di Finanza si presentò, armata (il che all'epoca sollevò un vespaio di polemiche), in case, studi, aziende, negozi, per notificare a 646 persone un decreto di perquisizione che ipotizzava il reato di dichiarazione infedele. E a Milano in procura piovvero 60mila denunce solo per omesso versamento delle ritenute, reato per il quale di soglie non ne erano state previste.
Subito si accesero le polemiche sugli incroci di natura statistica tratti dalle dichiarazioni dei redditi e sul loro discutibile utilizzo sul piano penale, meno legittimo rispetto al piano amministrativo. E a una parziale correzione di tiro si arrivò solo nel 2000 con il decreto legislativo n. 74, che tuttora rappresenta il punto di riferimento del penale tributario, con la rideterminazione delle soglie di rilevanza penale e l'esclusione di infrazioni solo formali dalla sfera di applicabilità della sanzione penale.
Negli ultimi anni sui reati tributari si sono poi esercitati un po' tutti i Governi, da Monti a Renzi, a conferma dell'irresistibile tentazione a mettere le mani su un campo del diritto penale dell'economia ancora più bisognoso di altri di un minimo di certezza, manovrando soprattutto sul meccanismo delle soglie e con filosofie di intervento diverse. Il Governo Monti nel 2011 mise in campo una decisa stretta, abbassando i limiti di rilevanza per reati come la dichiarazione fraudolenta, cancellando ipotesi attenuate, riducendo gli effetti della sospensione condizionale della pena e i benefici del pagamento del debito tributario; innalzò infine i limiti di prescrizione.
Un utilizzo della leva penale nella lotta all'evasione che però venne in larga parte mitigata dal Governo Renzi che, nel 2015, intervenne a sua volta per alzare le soglie in maniera assai significativa per alcuni reati, dalla dichiarazione infedele, con una tollerabilità passata da 50mila a 150mila euro di imposta evasa - ora potrebbe attestarsi a 100mila -, all'omessa dichiarazione portata a un limite di 50mila euro, dai precedenti 30mila. Ma anche l'omesso versamento di Iva e ritenute vedeva una nuova soglia attestata a 250mila euro dai precedenti 50mila.
Questi sono i limiti ancora in vigore, e tali resteranno fino al debutto del nuovo pacchetto antievasione, prudentemente spostato a una data successiva a quella della legge di conversione. Ora anche questo settore del penale, come tutti naturalmente, ma più di altri per l'impatto a più livelli che può avere sul sistema impresa, va maneggiato con attenzione. E con chiarezza sugli obiettivi dove - al di là del rischio reputazionale cui si espongono le imprese quando si apre un'indagine penale destinata magari a chiudersi con proscioglimenti dopo anni di indagini e processi (da Dolce e Gabbana a Roberto Cavalli, per restare al comparto moda) - anche sull'assai più vasta platea di piccoli artigiani, commercianti e professionisti bisognerebbe avere nitida la direzione politico-sociale che si intende perseguire. Cercando di evitare segnali contraddittori. Per cui se ci si erge a paladini di questo mondo, sollecitando cautela sui nuovi limiti all'uso del contante, poi è tutto da valutare l'impatto di una norma penale che più che raddoppia i minimi della sanzione detentiva, avallando una politica che con la mano destra promuove il carcere per chi con la sinistra si vuole tenere indenne da modalità di pagamento indigeste.
di Marco Conti
Il Messaggero, 25 ottobre 2019
Albamonte: norma-manifesto che rischia di intasare i tribunali. Nessun veto del Colle al testo. Se l'urgenza del governo è combattere l'evasione fiscale non si vede perché Sergio Mattarella non debba firmare il decreto fiscale che abbassa l'asticella per il carcere agli evasori, come invece ieri sostenevano esponenti della maggioranza. Sull'efficacia della norma il Quirinale ovviamente non entra e, anche se il decreto fiscale non è ancora arrivato, dal Colle più alto fanno sapere che il Presidente della Repubblica "non ha obiezioni sostanziali" ed è quindi pronto a dare "disco verde" quando il testo arriverà.
Il decreto era atteso per ieri, ma le convulsioni nella maggioranza hanno rallentato l'iter. Le nuove norme prevedono che la pena massima passi da 6 a 8 anni in caso di dichiarazione fraudolenta, quando la somma evasa superi i 100 mila euro. Ma a sollevare dubbi, anche da parte dell'opposizione - che ha inviato una lettera al Quirinale primo firmatario Enrico Costa - è l'entrata in vigore che viene differita al contrario dello spirito di un decreto che invece entra immediatamente in vigore.
Oggetto del contendere nella maggioranza è invece la soglia dei cento mila euro ritenuta troppo bassa anche perché, come ha fatto notare il magistrato Piercamillo Davigo, l'ammontare dell'evasione viene determinata alla fine dei tre gradi di processo. Alle resistenze di parte della maggioranza - renziani in testa - che promette battaglia in aula, si sono aggiunte le riflessioni (affidate all'Huffington Post) anche di un altro magistrato come Eugenio Albamonte che punta il dito sull'affollamento che rischiano i tribunali e sul fatto che si possa trattare di una "norma manifesto" se non si predispongono i controlli.
Lunedì la manovra di Bilancio dovrebbe approdare al Senato mentre il decreto fiscale inizierà il suo iter alla Camera. Da quel momento inizierà ad abbattersi sui due provvedimenti una valanga di emendamenti. I temi più controversi sono la stretta penale per gli evasori, Quota100, la sugar tax, la plastic tax e la cedolare secca, che passa dal 10% al 12,5%.
In attesa del voto in Umbria, nella maggioranza è in vigore una sorta di tregua, ma dalla prossima settimana si inizierà a ballare - soprattutto al Senato - e i tempi a disposizione sono ridotti anche per i ritardi del governo nell'inviare i testi. Ieri a palazzo Chigi, per incontrare il premier Conte, è salita una delegazione di Italia Viva, composta dai presidenti Bellanova e Rosato e dai capigruppo Boschi e Faraone.
"Incontro cordiale e di metodo", spiegano i renziani, ma su alcuni passaggi della manovra le posizioni restano distanti. Il Senato dovrebbe concludere l'iter della manovra entro novembre, o la prima settimana di dicembre, per poi passare la legge di Bilancio alla Camera dove sarà difficile evitare il voto di fiducia se si vuole scongiurare l'esercizio provvisorio.
di Claudio Bovino
quotidianogiuridico.it, 25 ottobre 2019
Corte di giustizia UE, sentenza 15 ottobre 2019, causa C128/18. Al fine di valutare se esistano seri e comprovati motivi di ritenere che il detenuto correrà un rischio reale di essere sottoposto a un trattamento inumano o degradante, l'autorità giudiziaria dell'esecuzione di un Mandato d'arresto europeo (Mae), ove disponga di elementi oggettivi, attendibili, precisi, attestanti l'esistenza di carenze sistemiche o generalizzate delle condizioni di detenzione negli istituti penitenziari dello Stato membro emittente, deve tener conto dell'insieme degli aspetti materiali pertinenti delle condizioni di detenzione (ad esempio, lo spazio personale disponibile per detenuto in una cella tenendo conto dello spazio occupato dal mobilio, le condizioni sanitarie, l'ampiezza della libertà di movimento del detenuto).
Il principio è stato confermato dai giudici europei con la sentenza Dorobantu del 15 ottobre 2019 (C128/18) la quale precisato che non ci si deve limitare a controllare le insufficienze manifeste e che, ai fini di tale valutazione, l'autorità giudiziaria dell'esecuzione deve richiedere all'autorità giudiziaria emittente le informazioni che reputi necessarie e, in linea di principio, in mancanza di prove contrarie, dovrà fidarsi delle sue assicurazioni. Inoltre, l'autorità giudiziaria dell'esecuzione non può escludere l'esistenza di un rischio reale di trattamento inumano o degradante solo perché la persona interessata dispone, nello Stato membro emittente, di un mezzo di ricorso per contestare le condizioni della propria detenzione.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 25 ottobre 2019
Intervista a Eugenio Albamonte, magistrato e segretario di Area Dg: "Senza correttivi si rischia imbuto per i processi. Il sistema non riuscirà a sostenere stop a prescrizione e il carcere per chi evade".
"L'Apocalisse dal 1° gennaio 2020 non ci sarà per il semplice fatto che il regime della prescrizione sarà applicabile ai reati che saranno commessi a partire da quella data. È evidente che gli effetti si produrranno dopo".
Eugenio Albamonte, magistrato a Roma, segretario di Area democratica per la giustizia - l'associazione che riunisce i magistrati progressisti - risponde così alle parole pronunciate davanti alla commissione Giustizia della Camera dal ministro della Guardasigilli Alfonso Bonafede. L'inquietudine dei magistrati sul tema riguarda le ripercussioni che la riforma sulla prescrizione - così come l'introduzione del carcere per i grandi evasori - potrà avere sulla macchina della giustizia italiana. A meno che il legislatore non intervenga subito con dei correttivi.
Dottor Albamonte, nel mondo giuridico è in corso un importante dibattito sullo stop alla prescrizione. Qual è il timore dei magistrati?
Le conseguenze delle riforme - purtroppo soprattutto di quelle fatte male - sono destinate a durare a lungo. Il rischio che corriamo, se non si interviene subito, è che tra tre o quattro anni ci ritroveremo di fronte a problemi gravi per il funzionamento del sistema della giustizia.
Quali, ad esempio?
Senza correttivi, ci sarà un ingolfamento totale dei processi. Soprattutto in alcuni 'colli di bottiglia' del procedimento, come il passaggio tra il giudizio di primo grado e la Corte d'Appello. In quel frangente ad oggi confluiscono, come in una specie di area di stoccaggio, centinaia, migliaia di procedimenti che poi diventano difficili da smaltire. Senza cambiamenti, quell'imbuto è destinato a diventare una strozzatura di qui a qualche anno. O si agisce subito, oppure una volta che la norma sarà entrata in vigore sarà difficile arginarne le conseguenze.
E in che modo si potrebbe evitare che si creino questi imbuti, o meglio che se ne aggravino le condizioni?
Il pacchetto che Bonafede aveva portato in Consiglio dei ministri nel corso del governo precedente prevedeva misure troppo blande, che non andavano ad arginare quei rischi a cui facevo riferimento prima.
Cosa mancava in quel disegno?
Una depenalizzazione ulteriore, ad esempio. Uno dei problemi del processo penale è anche l'enorme carico di reati. Non tutti questi corrispondono a situazioni effettivamente meritevoli della sanzione penale. È la tendenza del legislatore, del resto: quando c'è un problema, un allarme sociale, si risponde con una norma penale. E questo stesso ragionamento è stato fatto anche con il decreto sull'evasione fiscale.
C'è poi un altro aspetto: sarebbe necessario un più ampio ricorso ai riti alternativi, come l'abbreviato e il patteggiamento. Bisognerebbe incentivarli in modo che gli eventuali effetti negativi della sospensione della prescrizione dopo il primo grado siano compensati con un maggiore ricorso ai riti alternativi. Ma difficilmente si farà questo step: si tratterebbe, infatti, di una decisione in controtendenza rispetto alle decisione prese dal governo Lega M5s, nel corso del quale è stato introdotto un provvedimento che esclude il rito abbreviato per i reati per i quali è previsto l'ergastolo. Peraltro, anche questa norma determinerà un ulteriore rallentamento della macchina del processo. Sa, i procedimenti davanti alla Corte d'Assise sono lunghi e impegnativi. Ciò determinerà un assorbimento di risorse e il rischio di impasse.
A proposito del carcere per gli evasori, Bonafede ha parlato di svolta culturale. Lei come interpreta questo provvedimento?
Io credo che uno dei problemi principali sul tema sia quello relativo ai controlli. Se questi fossero efficaci, sarebbero sufficienti, almeno in alcuni casi. Ma, d'altro canto, noi abbiamo il sistema che indulge spesso con i condoni, che creano una sorta di aspettativa, della serie "quello che non pago oggi, nella peggiore delle ipotesi lo pagherò domani". Ecco, sono questi i temi culturali che dovrebbero essere affrontati in primis. Quanto alle sanzioni penali, io dico una sola cosa: una volta disposte per legge, bisognerà fare i le indagini, e poi i processi. Noi ci troviamo in una struttura che è quasi al collasso, che assolutamente non riuscirà a sostenere l'impatto del blocco della prescrizione dopo il primo grado, figuriamoci cosa può succedere se incrementiamo il carico con nuovi reati.
È per questo motivo che ha definito, in un recente intervento sul tema, il carcere agli evasori "una norma manifesto"?
Sì, perché se la misura viene messa all'ordine del giorno, anche con una certa enfasi, ma poi non ci sono i controlli su chi evade, è chiaro che diventa una norma manifesto. Il rischio è di trovarsi di fronte a una presa di posizione formale che però non si traduce in una maggiore severità del sistema nei confronti degli evasori, diventa una minaccia poco credibile.
Tra le proposte sul tavolo in tema di giustizia - anche alla luce dell'inchiesta sulle nomine della procura di Perugia - ce n'è una di cui si dibatte da mesi: quella della riforma elettorale del Csm. Bonafede sembra aver fatto un passo indietro rispetto al sorteggio. Ma, secondo lei, è necessario riformare il modo di eleggere i consiglieri? E in che modo?
La magistratura, nella sua quasi totalità, ha sempre sostenuto che il sorteggio fosse una scelta sbagliata. È una chiave di approccio al tema che non è condivisibile. Mi fa piacere che il ministro abbia cambiato idea. Detto ciò, bisogna ricordare che il sistema elettorale attuale del Csm è una dalle cause che ha prodotto i fatti che sono venuti alla luce a primavera (il caso Palamara, ndr). Come avviene in ogni sistema elettorale, quando va verso il maggioritario uninominale, il risultato è un rafforzamento del potere di chi propone le candidature. È successo in passato in politica, e nel passato più recente è accaduto in magistratura. Gli eletti venivano selezionati e nominati dalle correnti. Area aveva pensato al sistema compensativo delle primarie, altre correnti non hanno pensato a strumenti che potessero colmare il gap di rappresentatività che si era venuto a creare con il sistema elettorale. E così si è venuto a creare un meccanismo per cui gli eletti erano condizionabili dai soggetti che, all'interno delle correnti, avevano la capacità di gestire il consenso. Parte di quello che è successo è sicuramente conseguenza di questo sistema. Quindi, il sistema elettorale va rivisto.
Come?
Occorre avvicinare l'elettore all'eletto e consentire una maggiore possibilità di scelta agli elettori. Una delle caratteristi dell'attuale sistema è quello del collegio unico nazionale, che comporta, ad esempio, il fatto che un magistrato di Caltanissetta possa essere chiamato a votare per un magistrato di Milano che non ha mai sentito nominare in vita sua. Se dà la preferenza a quel nome, molto probabilmente lo fa perché il circuito della corrente cui appartiene glielo suggerisce. Diventa una scelta in bianco. Se noi sostituiamo il collegio unico nazionale con un sistema con più collegi elettorali avviciniamo il candidato all'elettore.
A proposito di eletti ed elettori. C'è un'altra questione che non si può più procrastinare, quella delle cosiddette porte girevoli tra politica e magistratura. Come si affronta?
Ci sono due linee guida che, a mio parere, andrebbero seguite. Sono quelle delineate già da tempo dall'Anm: la prima è che non si possono porre limiti alla libertà del magistrato di candidarsi. È suo diritto farlo, come per ogni cittadino. Tema diverso è, invece, cosa fare quando il mandato politico finisce. Area ritiene che una volta compiuto un incarico politico, la toga non possa continuare a fare il magistrato, ma che possa essere destinato a funzioni diverse, amministrative. Il legislatore dovrà decidere se questa destinazione debba essere temporanea oppure a tempo indeterminato. Certamente è necessario un distacco.
Riforma del processo e del Csm a parte, c'è un altro disegno che in questo momento è in discussione Parlamento e riguarda i magistrati. Mi riferisco alla proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere, lanciata dalle Camere penali e sostenuta in primis da Forza Italia. Cosa ne pensa?
Come la stragrande maggioranza dei magistrati italiani sono contrario alla separazione delle carriere. Credo che la figura del pm, per come è stata disegnata in Costituzione e nel codice di procedura penale, sia una figura di garanzia. Non vedo perché dovremmo privarci di un sistema che presuppone un pubblico ministero terzo e imparziale. Detto ciò, vorrei ricordare che questa proposta introdurrebbe una serie di modifiche che poi inciderebbero sull'indipendenza di tutti i magistrati, anche dei giudicanti. Mi riferisco, ad esempio, alla creazione di due Csm che sarebbero composti dallo stesso numero di togati e laici. Se vogliamo guardare a tutto tondo le vicende di maggio, non possiamo non ricordare che a quelle riunioni partecipavano anche i politici. La politica, nelle sue articolazioni meno nobili, ha sempre coltivato l'idea di normalizzare la magistratura, di esercitare un controllo sulle toghe. Se passasse questo progetto, tale disegno riuscirebbe a trovare concretezza.
La proposta è in commissione. Il Pd, almeno per quanto riguarda la separazione delle carriere, non ha mostrato particolari resistenze. Un atteggiamento che stupisce?
Che il Pd abbia avuto una posizione blanda su questi temi è stato per me una sorpresa. Anche perché non mi sembra che all'interno del partito ci sia stato un dibattito che l'abbia condotto da una posizione a quella diametralmente opposta. Questa tesi della separazione delle carriere era un cavallo di battaglia del centro destra. Ora, improvvisamente, è diventato un tema comune. E questo lascia perplessi.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 25 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 24 ottobre 2019 n. 43534.Scatta il reato di trattamento illecito di dati personali per chi - anche solo in un breve lasso di tempo - posta su siti porno fotomontaggi realizzati a partire da foto di sue conoscenti, prelevate da Facebook. E non costituisce valida difesa sostenere che si tratti solo di "una bravata". La Cassazione con la sentenza n. 43534 di oggi ha così confermato la condanna a sei mesi per il reato lesivo della privacy di ben 17 ragazze, nonostante avessero tutte rimesso la querela per diffamazione a seguito di uno spontaneo risarcimento di 1.300 euro ciascuna da parte del ricorrente. La difesa sosteneva si fosse trattato solo di una provocazione senza alcun intento di nuocere, vista la brevità della diffusione, la pregressa conoscenza con le vittime, il non aver diffuso altri dati in grado di farne rilevare l'effettiva identità e l'aver realizzato una tale condotta solo per la prima volta. Ma per i giudici è stato rilevante - ai fini della prova del dolo specifico nella commissione del reato - anche il fatto che il ricorrente abbia incitato gli utenti a commentare le foto.
Elementi del reato - Il ricorrente lamentava un'applicazione formalistica alla sua condotta della fattispecie di reato poiché mancava prova di quanti utenti avessero visionato il materiale da lui realizzato e della misura del turbamento patito dalle vittime. La Cassazione risponde affermando che l'indiscutibile attentato all'onorabilità delle persone inconsapevolmente interessate dal fotomontaggio e l'assenza del loro consenso all'utilizzo della propria immagine sono alla base del reato previsto dall'articolo 167 del Codice Privacy. Infine, ricorda la Cassazione che l'offensività del comportamento, e quindi il danno alle vittime, è direttamente connesso alla diffusione in rete anche se fosse esiguo il numero di utenti che visionano il materiale incriminato. Il carattere pornografico del sito non può far escludere il danno all'onorabilità delle giovani donne e rende irrilevante l'azione riparatoria di aver cancellato dai siti hot in tempi brevi i fotomontaggi. Esclusa quindi la causa di non punibilità per tenuità del fatto, il ricorrente ha comunque usufruito in termini di pena delle riduzioni dovute al rito abbreviato e all'avvenuta riparazione del danno subito dalle vittime.
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