di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
Corriere della Sera, 27 ottobre 2019
La disuguaglianza è particolarmente inaccettabile quando si accompagna a immobilità sociale, cioè quando i ricchi rimangono ricchi per generazioni anche se fanno poco o nulla, mentre i poveri rimangono affossati nella povertà anche se si impegnano per uscirne.
Ci sono tre tipi di disuguaglianza: fra Paesi, all'interno di uno stesso Paese e fra diverse generazioni. Negli ultimi decenni la disuguaglianza nel mondo è diminuita, grazie al commercio internazionale ed alla globalizzazione. Paesi poveri, come Cina e India, e più recentemente anche molti Paesi africani e dell'America Latina, oggi crescono più delle nazioni ricche. Quarant'anni fa il reddito pro capite degli Stati Uniti era 24 volte maggiore di quello indiano, e questo anche tenendo conto del fatto che in India la maggior parte dei prodotti costa molto meno che in America. Oggi, nonostante l'India continui a restare relativamente povera, la distanza con gli Stati Uniti si è molto ridotta.
La differenza nel reddito pro capite tra un cittadino statunitense e uno indiano si è dimezzata: da 24 a 12 volte. Il risultato è ancora più straordinario per la Cina: da 24 volte a 5. All'interno dei Paesi, invece, la disuguaglianza è salita. Soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in molti altri paesi, compresa la Cina. In particolare è molto aumentato il reddito dell'1 per cento più benestante dei cittadini, il cosiddetto "top 1 per cent".
Negli Stati Uniti quarant'anni fa il 10 per cento del reddito nazionale prima delle tasse andava al top 1 per cent, oggi quella quota è salita al 20 per cento (sebbene la tassazione la riduca al 16 per cento). Il fenomeno è ancora più accentuato per il "top 0,01 per cent". Il reddito di questo piccolo gruppo (solo 23 mila persone su una popolazione di oltre 230 milioni) in 40 anni si è moltiplicato di quasi 5 volte (+450 per cento, +420 per cento dopo le tasse). Il reddito della metà più povera della popolazione nello stesso arco di tempo è aumentato solo dell'un per cento (sebbene tasse e redistribuzione abbiano fatto salire quella quota al 21%.)
L'aumento della disuguaglianza è stato molto inferiore in Europa: in quarant'anni, prima di tasse e redistribuzione, la quota dei top 1 per cent è salita dal 7,5 per cento all'11 per cento, a fronte di un aumento dal 10 al 20 negli Stati Uniti. In Italia l'aumento di questa misura di diseguaglianza è stato ancor meno accentuato: dal 7,5 al 9,4 per cento. (Per tutti questi numeri si veda il "World Inequality Database".)
La disuguaglianza è particolarmente inaccettabile quando si accompagna a immobilità sociale, cioè quando i ricchi rimangono ricchi per generazioni anche se fanno poco o nulla, mentre i poveri rimangono affossati nella povertà anche se si impegnano per uscirne. Una ricerca di uno di noi (Alberto Alesina, con Armando Miano e Stefanie Stantcheva "Social mobility and preferences for redistribution") evidenzia come europei e americani siano particolarmente avversi alla disuguaglianza e disposti a combatterla quando essa si accompagna a immobilità sociale. E di immobilità sociale ce n'è molta, e persiste anche per secoli. La ricerca di Guglielmo Barone e Sauro Mocetti, in un lavoro recente presso la Banca d'Italia ("Intergenerational Mobility in the very long run: Florence 1427-2011"), ha dimostrato come le famiglie fiorentine oggi più ricche abbiano lo stesso cognome delle famiglie più ricche nella Firenze del '500. Una caratteristica evidente soprattutto in alcune professioni (avvocati, orafi, banchieri) dove pare esistere un "pavimento di vetro" che da una generazione all'altra protegge chi ha avuto la fortuna di nascere in queste famiglie dal rischio di diventare povero.
Il terzo tipo di disuguaglianza è quello fra generazioni. Sistemi pensionistici sbilanciati ridistribuiscono reddito dai giovani che lavorano agli anziani che ricevono una pensione senza avervi concorso a sufficienza con i loro contributi.
Certo, un po' di questa redistribuzione fra generazioni è "compensata" all'interno della famiglia, nel senso che spesso la pensione dei genitori contribuisce a sostenere i figli che ancora non lavorano. Ma questa compensazione crea inutili dipendenze economiche infra-familiari che ritardano l'emancipazione dei giovani dalla famiglia e soprattutto interferiscono con la mobilità geografica e sociale. Chi oggi è giovane non potrà permettersi i benefici pensionistici dei suoi genitori. Oltre ad ereditare il macigno del debito pubblico.
Che cosa fare dunque? Prima di tutto rifiutare il protezionismo che ricaccerebbe i Paesi emergenti nella povertà senza aiutare (anzi danneggiandola) la crescita dei Paesi più ricchi. I cittadini delle nazioni danneggiate dalla globalizzazione, che ha trasferito posti di lavoro all'estero, devono essere aiutati: ma non impedendo il libero commercio che resta il maggior fattore di crescita nel mondo.
Per arginare la disuguaglianza all'interno di un Paese, e aumentare la mobilità sociale, a noi pare che una delle strade da seguire possa essere quella di tassare, con opportuni accorgimenti legati al reddito e con aliquote progressive, eredità e donazioni infra-familari "inter vivos". E usare il gettito per finanziare politiche che favoriscano le pari opportunità. A questo andrebbe accompagnata la detassazione delle quote di eredità destinate a enti no-profit (ospedali, scuole, università) per finanziare, ad esempio, borse di studio per i meno abbienti.
Così si ridurrebbe il trasferimento diretto di ricchezza fra generazioni di ricchi, finanziando al contempo spese che aumentano le pari opportunità, e quindi favorendo la mobilità sociale. Certo, le tasse sull'eredità, così come tutte le imposte, hanno effetti distorsivi: riducono il risparmio dei più ricchi. Ma è un costo che val la pena sopportare, soprattutto oggi che più del risparmio serve il consumo. E non c'è dubbio che tasse sulle eredità siano meno distorsive di aliquote elevatissime sul reddito della parte più ricca della popolazione.
Infine, per le disuguaglianze generazionali, la ricetta è ovvia. Si deve legare l'età pensionabile all'aspettativa di vita, rafforzando una norma già in vigore in Italia dal 2012. Così l'età della pensione cresce parallelamente alla speranza di vita, altrimenti i giovani, con il loro lavoro, dovranno sostenere anziani che vivono sempre più a lungo e lavorano per una parte sempre più breve della loro vita. Esattamente il contrario degli effetti di Quota 100. Sul debito pubblico ormai il danno è stato fatto. Il debito c'è, e rimarrà una montagna sulle spalle delle nuove generazioni. Ma almeno non rendiamola più pesante.
di Lorenzo d'Albergo
La Repubblica, 27 ottobre 2019
"Mancano luoghi di aggregazione e la disoccupazione è alta. Anche per questo. Ma alla legalizzazione resto contrario". Per capire come Roma sia finita in ginocchio, schiacciata sotto il peso delle 5 tonnellate di droghe sequestrate nel 2018 dalle forze dell'ordine, il prefetto Achille Serra invita a partire dalle basi. Dalle cause della piaga che ha macchiato ancora una volta di sangue le strade della capitale. "C'è un fattore sociale - l'ex titolare di palazzo Valentini - uno investigativo, uno legato alla prevenzione. Poi c'è la giustizia".
Prefetto, partiamo dalla cronaca. Dopo l'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, il caso di Luca Sacchi. Un altro delitto legato agli stupefacenti...
"Quando si parla di Roma c'è sempre un'attenzione particolare. Ma il dramma è diffuso ovunque, anche nei paesini. Il problema è la sua riconoscibilità a livello sociale. Negli anni 80 dirigevo la squadra mobile e non si parlava d'altro. Ora la droga pare essere diventato un problema secondario. Se ne parla quando muore Desirée (la ragazza di Cisterna di Latina trovata senza vita un anno fa in uno stabile di San Lorenzo, ndr) o per Cerciello Rega. Poi il silenzio".
Intanto nel giro finiscono sempre di più giovani e giovanissimi...
"Spacciare rende e la disoccupazione giovanile, che supera il 30% in Italia, pesa. Ma lo smercio è diventato un modo per arrotondare anche per chi ha già un lavoro. Nelle periferie mancano sempre più punti di aggregazione sani e il passo verso lo spaccio purtroppo è semplice".
Difficile, invece, pare il contrasto al fenomeno. A fronte dei sequestri, il sistema criminale continua a crescere. Come si ferma?
"Arrivare a uno spacciatore è difficile. In divisa è impossibile, in borghese si appare subito come un estraneo rispetto alla piazza. E quando scattano le manette è la giustizia il problema. Serve una riforma vera".
Di che tipo?
"I modelli che funzionano sono anello americano e l'inglese. Processi immediati e pene da scontare senza troppi cavilli, che siano brevi o lunghe. Qui l'iter è troppo lungo".
Rimane un punto, la prevenzione. La politica si lamenta spesso per lo scarso numero di agenti in città...
"Il personale di polizia e carabinieri fa molto, tanto. Un lavoro macroscopico. Ma gli organici vanno rinforzati. Quella delle scorte, per esempio, è una questione da affrontare. Ci sono migliaia di uomini che non possiamo perdere così".
Intanto lo spaccio ha cambiato forma. Ora è a domicilio...
"Aspettiamo la conclusione dell'inchiesta sulla morte di Luca Sacchi. Posso dire di essere rimasto impressionato dalla madre del ragazzo che ha sparato. Le darei una medaglia. E dico purtroppo, perché quella signora è un'eccezione. Chi altro andrebbe a denunciare il figlio? Sui genitori devono lavorare le scuole, va ristabilito un contatto, uno scambio, per parlare ai ragazzi prima che sia troppo tardi".
Per uscire dalla crisi c'è chi propone la legalizzazione delle droghe leggere. Cosa ne pensa?
"Sono contrario. Conosco gli effetti. Ho visto centinaia di persone passare dall'hashish a droghe più pesanti. E il traffico illegale, poi, non smetterebbe lo stesso. Ci sono interessi economici forti dietro".
di Liana Milella
La Repubblica, 27 ottobre 2019
"Sono sempre convinto che il Parlamento dovrebbe affrontare in modo serio e approfondito il tema della legalizzazione delle droghe leggere, che reputo una strada percorribile per salvare i nostri ragazzi e al contempo per battere le mafie, nonostante su questo tema ci siano autorevoli posizioni radicalmente contrarie".
Dice così Franco Roberti, oggi parlamentare europeo del Pd, ma magistrato per una vita. Ha scritto Michele Serra su "Repubblica" che "liberalizzare le droghe leverebbe alle mafie una fetta enorme di potere e di reddito, e leverebbe dalle strade molte situazioni borderline, di conflitto e di ricatto".
Lei, da procuratore nazionale antimafia, ha lanciato l'idea nel 2015. Adesso lo direbbe ancora?
"Cerchiamo innanzitutto di fare chiarezza tra due ipotesi diverse. Una cosa è la legalizzazione, tutt'altra la liberalizzazione".
Apparentemente però sembrerebbero uguali...
"No, non lo sono assolutamente. La legalizzazione, qual era prevista nel ddl Della Vedova, prevedeva che la produzione e la commercializzazione dei cannabinoidi avvenissero sotto il rigoroso controllo dello Stato. Ipotesi che mi sembrava meritevole di attenzione e che avrebbe consentito un duplice risultato positivo: togliere fette di mercato per questo tipo di droga alle mafie e agli spacciatori di strada, e assicurare un prodotto meno dannoso per la salute rispetto a quello che oggi si vende nelle piazze di spaccio".
C'erano dei dati a supporto di una simile ipotesi?
"La proposta nasceva proprio dalla constatazione che, nonostante l'impegno di polizia e magistratura, il consumo di cannabinoidi naturali era triplicato negli ultimi anni, mentre quello delle droghe pesanti, grazie all'azione di contrasto dello Stato, aveva subito una contrazione. A questa proposta si accompagnava l'idea di potenziare il contrasto ai traffici illeciti di cannabinoidi. Tant'è che io andai ben due volte in Albania, uno dei maggiori produttori di questo tipo di droga, per favorire la cooperazione anche attraverso squadre investigative comuni".
Invece come funzionerebbe la liberalizzazione e quali droghe riguarderebbe?
"Intanto chiariamo che parliamo sempre di cannabinoidi, cioè hashish e marijuana, non certo di cocaina, eroina e droghe sintetiche. Per liberalizzazione s'intende consentire la libera produzione e commercializzazione delle droghe leggere senza il controllo dello Stato".
Sta dicendo che anche io potrei coltivare sul mio terrazzo o nel mio giardino queste pianticelle e nessuno potrebbe avere da ridire?
"Questa equivarrebbe a una produzione indiscriminata, senza alcuna autorizzazione o controllo pubblico, che non impedirebbe gli interessi delle mafie".
Scusi, ma perché? Se queste droghe leggere fossero più disponibili che bisogno ci sarebbe di rivolgersi allo spacciatore? Basterebbe anche chiedere a un amico che ce l'ha sul terrazzo...
"Ma così ricadremmo pari pari nell'illegalità, perché non ci sarebbe alcun controllo sia sul piano della qualità, che del costo e della vendita. Non solo, il pericolo sarebbe ben maggiore perché dietro al produttore privato non controllato si potrebbe nascondere facilmente il mafioso".
Ma lei quattro anni fa cosa propose?
"Io ero favorevole ad esaminare seriamente l'ipotesi della legalizzazione, ma mi trovai di fronte al muro di chi non voleva sentirne parlare, e che rappresenta la maggioranza nel nostro Paese, che io rispetto perché si tratta di persone autorevoli in questo campo sia dal punto di vista giudiziario, sia sanitario. Di fronte a questa levata di scudi il ddl Della Vedova non andò avanti. E penso francamente che si continuerà a non parlarne".
Ma adesso, di fronte a storie come quella di Roma, la sua proposta sarebbe ancora la stessa?
"Sì, certo. Io sono sempre favorevole a fare una discussione seria sull'ipotesi della legalizzazione - sia chiaro dei soli cannabinoidi - ma solo nei termini e per le ragioni che ho appena detto".
In concreto, che effetto avrebbe la legalizzazione sulle organizzazioni criminali? In fondo sono solo droghe leggere, quindi un fatturato limitato...
"Non è affatto vero, perché il commercio delle cosiddette droghe leggere è molto diffuso e, in alcuni paesi come l'Albania, raggiunge un fatturato molto alto nonostante gli sforzi delle autorità di quel Paese. Tenga conto che la droga arriva da noi e in Puglia ci sono stati omicidi legati proprio a questi traffici".
Seguiamo ancora il ragionamento di Serra: "È inevitabile chiedersi quanti bravi ragazzi e ragazze sarebbero ancora vivi in un Paese dove l'hashish si compra in farmacia". Si può davvero ipotizzare uno scenario del genere?
"In verità quella di Serra mi sembra una semplificazione. Noi sappiamo bene che nelle piazze di spaccio a Roma e nelle grandi città si vende di tutto, non solo il fumo. Non dimentichiamo quello che è accaduto due mesi fa con l'omicidio di Mario Cerciello Rega. E prima ancora con la terribile morte della giovane Desirée Mariottini. Questi problemi non si risolvono perché è più facile rivolgersi al mercato criminale e comprare quello che si trova. Quindi alla legalizzazione del fumo si dovrebbe sempre accompagnare una più forte repressione di tutti i traffici di droghe, se vogliamo veramente salvare le vite dei nostri ragazzi".
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 27 ottobre 2019
Oromia in fiamme. Si radicalizza lo scontro con il tycoon Jawar Mohammed, oromo come il premier. Che ora è sotto accusa anche per non aver anticipato il ritorno da Sochi. Mentre sul piano internazionale la sua popolarità gode di una crescita esponenziale, a maggior ragione dopo il Nobel per la pace ricevuto nelle scorse settimane, sul piano interno Abiy Ahmed deve affrontare la sfida forse più seria da quando è diventato premier dell'Etiopia. Una sfida in arrivo proprio da quell'Oromia che dalla sua sorprendente ascesa alla guida del governo sembrava avere molto da guadagnare. Perché mai prima d'ora un rappresentante del maggiore (e maggiormente discriminato) dei gruppi etnici etiopici - Ahmed è un oromo - era arrivato così in alto.
Ma mentre Ahmed partecipava al summit russo-africano di Sochi, facendosi notare da Putin per il vivo interesse manifestato nei confronti delle centrali nucleari che Mosca va seminando in mezza Africa, in Oromia tramontava definitivamente l'idillio inaugurato dalla liberazione di migliaia di detenuti politici e dalla riapertura dei media oscurati dal precedente regime.
La grana principale per Ahmed - che ora è sotto accusa anche per non aver anticipato il suo ritorno da Sochi - fa capo proprio a uno degli attori più importanti sul panorama mediatico-politico nazionale. L'imprenditore Jawar Mohammed, anche lui un oromo, fondatore dell'Oromia Media Network, cittadinanza americana e un portafoglio di 1,75 milioni di followers, ebbe tra l'altro un ruolo chiave nelle manifestazioni che spianarono inizialmente la strada alla svolta e all'arrivo al potere dell'attuale premier. Ma ora denuncia l'esistenza di un complotto per ucciderlo, nel quadro di una spietata strategia seguita da Ahmed per eliminare i suoi rivali. Il primo ministro contro-accusa i (suoi) media di fomentare odio. Ma quando le forze di sicurezza hanno fatto irruzione a casa di Mohammed, a Addis Abeba, nell'intera regione centrale dell'Etiopia la rabbia è esplosa in forme diverse.
Scontri tra manifestanti e polizia, sparatorie interetniche, vecchie faide familiari e religiose hanno mietuto decine di vittime (l'ultima stima ieri parlava di 67 morti e centinaia di feriti) a Ambo, Goru Gotu, Arsi, Adama, Hamaresa, coinvolgendo alla fine una dozzina almeno di città dell'Oromia. A quel punto Mohamed per provare a riportare la calma si è rivolto ai sostenitori riuniti sotto le finestre di casa sua: "Riaprite le strade bloccate - ha detto - ripulite le città dalle barricate, soccorrete coloro che sono rimasti feriti durante le proteste e riconciliatevi con coloro con cui avete litigato". Resta da vedere se lui sarà capace di fare altrettanto con il suo premier.
di Elena Molinari
Avvenire, 27 ottobre 2019
I primi mesi di prigione per Dana Spencer sono stati l'inferno. Quasi da un giorno all'altro la 30enne canadese aveva perso la libertà, il figlio, la casa, il lavoro. Tutto per colpa dell'alcool, che l'aveva portata a guidare ubriaca e a investire un pedone.
Per settimane ad Abbotsford, nel penitenziario federale di Fraser Valley, nella Columbia britannica, Dana era rimasta convinta che non sarebbe mai stata capace di ricostruire quello che aveva distrutto. Non da sola e non rimanendo rinchiusa in cella per tre anni. Dopo sei mesi di carcere, però, Dana ha scoperto che poteva fare domanda di libertà temporanea, uscendo di prigione durante il giorno per tornarci la sera. L'ha ottenuta.
Dall'esterno, e con l'appoggio di risorse pubbliche e comunitarie, Dana è riuscita a liberarsi dall'alcolismo, a ottenere un lavoro in uno stabilimento di trasformazione alimentare e, dopo aver completato due terzi della pena, a dimostrare che era pronta a rientrare in società e a prendersi cura del suo bambino.
La libertà parziale e condizionale anticipata che ha letteralmente dato una nuova vita a Dana è uno dei pilastri del sistema di reintegrazione sociale canadese, che ha tassi di successo ben più elevati del vicino americano e di molti Paesi europei, compresa l'Italia. L'altro pilastro è la presenza obbligatoria in prigione di figure professionali addette a preparare i detenuti all'uscita - figure che secondo le statistiche sono particolarmente efficaci nelle prigioni provinciali, che in Canada ospitano chi sconta una pena fino a due anni.
Il 99 per cento dei detenuti che ottengono la libertà parziale o condizionale arrivano infatti alla fine della loro sentenza senza commettere altri crimini. Il tasso di recidiva generale su cinque anni è più difficile da calcolare. Ma le cifre più recenti si aggirano sul 41 per cento per le prigioni federali e il 23 per cento per quelle provinciali. Questo in confronto al 77 per cento negli Usa e al 68 per cento in Italia, dove però il tasso reale viene stimato attorno all'80.
"La maggior parte dei trasgressori canadesi scontano solo una parte delle loro pene nelle istituzioni e vengono quindi rilasciati in modo limitato nella comunità dove rispettano determinate condizioni e sono sorvegliati dagli agenti di libertà vigilata - spiega Howard Sapers, difensore civico delle prigioni canadesi.
La strategia è di avere una transizione graduale e controllata fatta di attività di programmazione e coinvolgimento della comunità, che si ottiene attraverso la partecipazione volontaria di cittadini locali a Comitati consultivi e programmi di formazione". Ogni detenuto presenta infatti una serie specifica di sfide associate a alloggio e lavoro, a problemi di salute fisica e mentale, violenza e uso di droghe.
Ad esempio, al momento dell'ammissione nei penitenziari federali, oltre il 60% dei condannati non ha un diploma di scuola secondaria. Inoltre, il 60% dei detenuti è cronicamente sottoccupato o disoccupato. Per affrontare la situazione il Canada ha creato la figura del "consigliere professionale e di formazione" carcerario, che incontra regolarmente i detenuti individualmente e mobilita altre risorse, interne o esterne al carcere, come psicologi, centri di disintossicazione, strutture per la formazione professionale, assistenti spirituali e persino contabili.
L'agenzia dei Servizi di correzione del Canada (Csc) stima che essere seguiti da un consigliere porta a un calo del 19% della recidiva globale. Il sistema è stato implementato per legge dall'inizio degli anni Novanta, e da allora non sono mancate polemiche sul rischio che rilasciare in modo anticipato i prigionieri o permettere loro di seguire corsi dal carcere rappresenti per la società.
Ma secondo Catherine Latimer dell'associazione non profit per l'assistenza carceraria John Howard Society proteggere il Canada significa garantire ai detenuti tutte le risorse di cui hanno bisogno per diventare cittadini responsabili. "La società deve pensare alla propria sicurezza in modo più lungimirante - dice Latimer. Che i condannati escano alla fine della sentenza o prima, non ci interessa sapere che tipo di persone saranno quando usciranno?".
Un aiuto affiancato ad ogni carcerato
Secondo la legge canadese, i detenuti hanno diritto alla piena libertà condizionale dopo aver scontato un terzo della loro pena, o sette anni in cella, a seconda di quale delle due scadenze venga prima. Ma già al termine di un sesto della pena, i carcerati hanno diritto alla libertà diurna, sotto vigilanza, con il pernottamento in prigione. Ma la concessione non è automatica.
Il detenuto deve dimostrare di avere preparato un piano che comprende corsi di formazione professionale e di ricerca di lavoro, oltre che di terapia psicologica o di disintossicazione. Questo lavoro va fatto in prigione, con l'aiuto di figure professionali ad hoc.
Un'altra legge autorizza automaticamente la maggior parte dei condannati ai quali non è stata concessa la libertà condizionale a scontare l'ultimo terzo della pena nella comunità. Le statistiche mostrano che i condannati che completano la loro pena in carcere hanno dieci volte più probabilità di commettere un nuovo reato rispetto a chi ha sconta parte della pena in libertà condizionale.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 27 ottobre 2019
Roma da oltre un decennio è diventata l'hub della coca (e non solo) in Italia eppure di questo non sentirete mai parlare seriamente nei dibattiti politici. Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra si sono sempre mosse in equilibrio evitando scontri cruenti. Se l'omicidio Sacchi si configura come interno alle dinamiche della distribuzione delle droghe leggere, la politica per riscattare la sua inanità ha una sola strada: legalizzarle.
È il sangue e solo il sangue che genera attenzione, che pretende azione (per qualche giorno almeno). È una drammatica e sempiterna regola, inviolata sino a ora. Solo il sangue è la madre di tutte le comprensioni: fin quando non lo vedi a terra la mafia non c'è, fin quando non senti lo sparo non percepisci pericolo, se non si innescano le faide non esiste il problema. Il sangue non si può nascondere e quando scorre cosa accade? Accade che si ridimensiona la vicenda.
Con l'omicidio Sacchi il sangue a Roma è tornato a scorrere ma c'è un automatismo innato che si genera sempre dinanzi alle tragedie, cercare elementi per allontanarle da sé. Incidente stradale? Beh, ma guidava ubriaco. Cancro? Grande fumatore. Un ragazzo sparato alla nuca? Beh, ma vedrai che qualcosa non torna. È tutto normale, un modo per sentirsi al riparo, per potersi dire che non capiterà a chi si comporta bene, un meccanismo che le istituzioni spesso usano come ansiolitico per calmare la legittima apprensione, quella che pretende che tutto cambi. Avviene per non dirvi la più semplice delle verità: siamo tutti esposti, nessuno è al sicuro.
Roma non ha i morti di Caracas, non è lontanamente paragonabile a San Salvador o Lagos, ma Roma deve smetterla di sentirsi diversa dall'essere una città mangiata dalla corruzione e occupata dai poteri criminali. Prima si rende conto di essere una Capitale mafiosa, prima può forse pensare di trasformarsi. Roma non è Gotham City? Molto peggio. Perché Gotham sapeva d'essere Gotham, perché riconosceva il male in Joker e Pinguino ma soprattutto Gotham aveva Batman che su Roma non è Bruce Wayne ma Franco Fiorito "er Batman".
Roma è luogo di riciclaggio privilegiato degli investimenti del narcotraffico da più di un decennio: elenchi sterminati di ristoranti, pub e gelaterie sequestrati alle cosche. Infinite speculazioni edilizie. Tutti spesso derubricati a fatti episodici, laterali alla vita della città quando ne sono l'essenza stessa, il sistema linfatico dell'economia. Dinanzi a un omicidio come quello dei Colli Albani si usano sempre le solite immagini. La metafora cinofila: "Cani sciolti". Oppure quella equina: "Cavalli pazzi". Sovente: "Lupi solitari". Fesserie. Sono un esercito pronto ad affiliarsi, micro-cellule pronte al salto organizzativo e che nella parte maggiore dei casi non ci riescono perché finiscono ammazzati, arrestati o nel delirio sanguinario sparano alla nuca come se fosse uno spintone. Non c'è limite alla corsa per trovare spazio di guadagno.
Roma da oltre un decennio è diventata l'hub della coca (e non solo) in Italia eppure di questo non sentirete mai parlare seriamente nei dibattiti politici. La prova più eclatante è già nel 2014 quando in una sola operazione (una sola!) i carabinieri sequestrarono 578 chili di coca che avrebbero reso 24 milioni di dosi ossia 1.300 milioni di euro. Da lì in poi potrei fare un elenco infinito, passando per i 200 chili scovati nell'agosto scorso. Percentuali di sequestro minime rispetto a un flusso perenne e continuo. Immaginate questa massa di denaro in una metropoli dove il turismo garantisce che case, ristoranti e locali siano pieni e quindi pronti per riciclare. Roma si racconta compiaciuta con i turisti che leccano i gelati e i selfie ai Fori Imperiali con i gladiatori. Ma è solo una scenografia. È invece la metropoli dove trovare lavoro senza essere protetto da un politico è quasi impossibile, dove un piccolo imprenditore per farsi pagare si deve rivolgere a bande che recuperano i crediti. In questa Roma ogni pistola è un'occasione per provare a farcela. Ancora pensate che siano le serie tv a ispirare i violenti? Quanta colpevole ingenuità, le serie raccontano il reale volto di ciò che accade e chi lo vive ci si specchia direttamente.
Roma è stata storicamente città aperta: Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Camorra si sono sempre mosse in equilibrio evitando scontri cruenti. La gestione negli anni si è evoluta: i clan meridionali hanno subappaltato il controllo del territorio e in questo spazio è nata un'organizzazione autonoma. Mafia Capitale la Cassazione non la definisce mafia, tutto questo è fisiologico perché ad oggi è solo su base etnica il riconoscimento penale del crimine organizzato: sembra assurdo ma è così (con la sola eccezione della Mala del Brenta). La battaglia per il riconoscimento di un'organizzazione mafiosa è infinita: l'introduzione del reato è del 1982 (mentre Cosa Nostra esisteva già da un secolo) e la parola 'ndrangheta è entrata nel Codice Penale solo nel 2010 (esisteva da più di 120 anni). Ci vorrà tempo perché tutti comprendano il volto di ciò che è nato nel ventre di Roma, superando gli stereotipi che ancora cercano coppole e lupare. Questa battaglia però non si deve fermare. E non può essere delegata alla magistratura. Deve essere l'ossessione della società civile - se ancora esiste - perché spesso per gran parte della politica (quando non complice) è solo un tema da risolvere con le manette. Nulla di più fallace. Le prigioni da sole non hanno mai sconfitto nessuna mafia. Trasformare le regole che rendono Roma una città a vocazione mafiosa sarebbe invece l'unico atto determinante.
Se l'omicidio Sacchi si configura come interno alle dinamiche della distribuzione delle droghe leggere, la politica per riscattare la sua inanità ha una sola strada: legalizzarle. Sottrarre questo mercato immenso al crimine è l'unico modo per dimezzarne profitti e potere: ogni altra strada sarà effimera, perché retate e condanne apriranno vuoti nelle reti di spaccio che una leva sempre più giovane sarà felice di colmare. Non sarà facile per una politica che si nutre di tweet prendere questa decisione. Ma bisogna imporre il tema nel dibattito pubblico. E costringere da subito ad affrontare i nodi del riciclaggio e dell'investimento mafioso che distruggono ogni libera iniziativa. Altrimenti Roma rimarrà una città corrotta sin nel midollo, dove l'unico modo per salvarsi è starne lontani.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 27 ottobre 2019
Le piazze irachene. 42 morti accertati, oltre 2.300 i feriti. Politica senza risposte: il pacchetto di riforme salta. "Saddam se n'è andato e ora ce ne sono mille, di Saddam, che si nascondono dentro la Zona Verde", dice un giovane manifestante all'Afp, in mezzo a piazza Tahrir. "Vogliamo vivere. Non è questione di soldi, ma di vivere. Lasciateci vivere", le parole della 21enne Batoul ad al Jazeera. Sono le voci della piazza irachena. Richieste precise e senza partito, dal 9 ottobre a oggi: un nuovo governo, una nuova costituzione non settaria, lavoro, redistribuzione della ricchezza.
La politica non sa rispondere: ieri il parlamento avrebbe dovuto riunirsi d'urgenza per discutere un primo pacchetto di riforme economiche, su richiesta degli stessi parlamentari dopo le violenze di venerdì. Sessione fallita e rimandata a data da destinarsi: non è stato raggiunto il quorum. Intanto, fuori, per le strade di Baghdad e delle città del sud sciita si continuava a protestare. Nella notte tra venerdì e sabato il numero dei manifestanti uccisi è salito: 42 vittime accertate, oltre 2.300 i feriti. Due i morti ieri. Nella capitale, piazza Tahrir è rimasta l'epicentro della ribellione: in centinaia sono rimasti a dormire nelle tende per presidiarla, ieri mattina l'hanno ripulita, qualcuno ha letto il Corano per commemorare le vittime. Siamo armati solo di bandiere e di acqua contro i gas dei lacrimogeni, dicono accusando le forze di sicurezza di una violenza irragionevole.
La polizia ha tentato di nuovo di disperdere la folla con i gas lacrimogeni, letali quanto le pallottole se è vero - dicono le organizzazioni per i diritti umani - che almeno otto persone sono state uccise dai candelotti. Numerosi però anche gli uccisi da armi da fuoco. Il ministero degli Interni ha negato ieri l'uso di pistole e fucili da parte della polizia, scaricando la colpa sulle milizie sciite che a sud sono intervenute in forze contro le proteste. Ieri le manifestazioni sono proseguite anche a sud, nonostante il coprifuoco imposto venerdì dal governo su otto province, quelle dove le proteste si sono fatte più violente con assalti alle sedi dei partiti e delle milizie sciite. Undici delle 42 vittime sono morte nell'incendio di un edificio, appiccato dai manifestanti stessi. È in questo contesto che ieri l'ufficio congiunto delle forze di sicurezza irachene, con un comunicato, ha fatto sapere ai manifestanti che saranno trattati dalla polizia come "terroristi" nel caso di nuovi attacchi a edifici governativi o sedi di partito, per poi citare un presunto e non dimostrato assalto a una prigione non identificata per liberarne i detenuti.
Sullo sfondo del palcoscenico della mobilitazione popolare si muovono altri attori. L'Iran resta il convitato di pietra, preso di mira dai manifestanti attraverso i suoi proxy locali, le milizie armate sciite impiegate contro l'Isis e che nel frattempo si sono fatte partito. C'è poi Moqtada al-Sadr, potente religioso sciita rivale di Teheran, che da anni cavalca il malcontento delle classi medie e basse; così è riuscito a vincere nel maggio del 2018 le elezioni parlamentari insieme allo stravagante compagno di lista, il Partito comunista. Oggi al-Sadr dà il suo appoggio alla piazza evitando di dire che al governo c'è anche lui.
E infine c'è il debole primo ministro, Adel Abdul Mahdi, in carica da poco più di un anno e dopo innumerevoli consultazioni, tuttora incapace di mettere in campo una reale riforma politica ed economica. A frenare il cambiamento, da decenni, è il sistema di potere settario cristallizzato nel post-Saddam: partiti politici che sono riferimento di etnie e confessioni e che di quelle identità fanno gli interessi, distribuendo favori, lavori pubblici, prebende in cambio di voti. Un sistema che si è sempre auto-rigenerato ma che oggi è apertamente sfidato da chi - i giovani - non ne può più di uno Stato disfunzionale e clientelare.
di Valeria Valente*
huffingtonpost.it, 26 ottobre 2019
I prossimi mesi consegneranno al Governo e alla maggioranza parlamentare un compito importante e, insieme, impegnativo. Dovremo dimostrare di saper offrire un quadro di riforme utili agli italiani, che consentano di lasciarsi alle spalle l'esperienza politica sovranista-populista che in poco più di un anno ha segnato profondamente l'Italia. Lo ha fatto alimentando un clima pericoloso di aggressività e fanatismo nel Paese, oltre che compiendo scelte dannose nel merito delle politiche economiche, migratorie e della giustizia.
Superare quella stagione è lo scopo con cui sono nati il Governo in carica e la nuova maggioranza in Parlamento, di cui il Partito democratico fa parte. Ed è innanzitutto a questo obiettivo che ciascuna forza politica di governo è chiamata oggi a contribuire. Perciò mi sembrerebbe francamente stupefacente se il Partito democratico non portasse nel dibattito il suo contributo ideale e programmatico, quello che ha costruito attraverso anni di discussione interna e aperta alla società, e attraverso una lunga esperienza di governo.
Prendiamo il settore della giustizia, uno dei capitoli più rilevanti dell'azione di ciascun esecutivo e che già nelle prossime settimane vedrà questo Governo prendere rilevanti iniziative di intervento. È comprensibile che la nuova maggioranza, in particolare Movimento 5 Stelle e Partito democratico, sia alla ricerca di un nuovo profilo sulle politiche, richiesto dai tanti nodi rimasti aperti nei mesi precedenti, dalla prescrizione alle intercettazioni, dal sovraffollamento nelle carceri tornato a crescere in modo preoccupante fino al tema della durata dei processi.
Ci sono cose da fare subito. Due su tutte: il blocco, o almeno il rinvio, dell'entrata in vigore delle nuove disposizioni sulla prescrizione previsto dal gennaio 2020 e lo sblocco della nuova disciplina delle intercettazioni, che da più di un anno subisce continui rinvii.
Sulla prescrizione: i dati a disposizione dimostrano il peso limitato che essa ha dopo l'esercizio dell'azione penale. Ma soprattutto, a detta di molti (magistrati, avvocati, professori) c'è un rischio molto concreto che nel sistema attuale il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado rallenti ulteriormente i processi. Non è accettabile che lo Stato da un lato riconosca il proprio fallimento sui tempi con cui esercita l'azione penale e poi lo scarichi tutto sulle spalle dei cittadini, facendo diventare il processo, di fatto, una pena anticipata. Ecco perché, almeno un rinvio, in attesa dell'intervento sul processo penale, sarebbe più che auspicabile, doveroso. Ma credo che tutta la discussione sui singoli temi sarebbe vana se la nuova maggioranza non riuscisse a ribaltare l'immagine che sui temi della giustizia è stata data negli ultimi mesi dal precedente governo.
La cronaca più recente ci offre due spunti da cui sarebbe utile partire. Da un lato, la recentissima sentenza della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo riapre un tema fondamentale: la tutela dei diritti di ogni detenuto in conformità con il fine rieducativo della pena. Senza concedere regali a nessuno, la Corte però mi pare sia intervenuta, dentro una logica opposta a quella degli automatismi, mettendo al centro la valutazione del magistrato di sorveglianza, che ha tutti gli strumenti per una considerazione ponderata sui permessi premio, attenta a tutte le esigenze di sicurezza, compresa quella relativa ai familiari delle vittime. Ecco perché ritengo quel pronunciamento coraggioso e di grande valore. D'altra parte, la fiducia nella magistratura, nella sua autonomia e capacità di valutazione, va ribadita anche su questi temi, dove magari il "vento" popolare soffia in direzione diversa.
L'altro tema è la situazione delle nostre carceri, dove il sovraffollamento ha raggiunto in questi mesi di nuovo livelli di allerta massima dopo anni sotto controllo. Ricordo quello che nel marzo scorso ha sottolineato il Garante nazionale dei detenuti: nell'ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta progressivamente, a fronte di una diminuzione delle persone che sono entrate in carcere. È un dato che fa riflettere, perché indica che l'aumento è dovuto non a maggiori ingressi, ma a minori possibilità di uscita. E allora, dopo che la parte più innovativa della riforma dell'ordinamento penitenziario si è persa per strada, credo sarebbe il momento di riprendere quel filo, riproponendo un modello di detenzione che, sia culturalmente sia dal punto di vista attuativo, metta al centro la proiezione verso il "dopo". Non significa avvallare norme "svuota-carceri", ma riconoscere un diritto alla speranza che è di tutti. E significa anche rifiutare che nel luogo in cui si ricostruisce il senso di legalità possano diffondersi situazioni palesemente al di fuori di ogni legalità.
Questi pochi esempi spiegano perché su questo terreno il Partito democratico può e deve giocare una partita da protagonista. Il suo contributo è irrinunciabile per tre ragioni.
Primo, ricostruire i binari di un'idea di giustizia liberale e non punitiva, che ci vede occupare la posizione diametralmente opposta rispetto a chi inneggia al carcere a vita.
Secondo, rendere efficiente e celere la risposta dello Stato alla richiesta di giustizia dei cittadini, difendendo però le garanzie individuali e non affidandosi alla pena come strumento di vendetta nei confronti del colpevole.
Terzo, costruire, con il contributo di molti, la resistenza culturale e politica a una deriva secondo cui il miglior strumento per combattere il nemico sociale di turno è la terribilità delle pene, la repressione violenta e indiscriminata, la sospensione dei diritti degli individui.
Il Partito democratico è nato con una funzione, quella di difendere e rinnovare gli strumenti attraverso cui vivono la democrazia e l'esercizio dei diritti. In tutti i luoghi della società, sui luoghi di lavoro come nelle famiglie, nelle aule dei tribunali come nelle carceri. Oggi più che mai c'è bisogno di un partito che interpreti senza ambiguità questo ruolo. Un partito che sappia difendere i cardini dello stato di diritto contro le spinte di chi strumentalizza le reazioni dell'opinione pubblica, il dolore delle vittime, la paura sociale per accaparrarsi un po' di consenso in più, incrinando però così i principi della democrazia liberale.
Per questo, la battaglia contro l'ossessione securitaria e la sbornia populista e forcaiola, come quella in nome di una giustizia efficiente e non piegata alle strumentalizzazioni non sono elementi negoziabili. Sono i connotati che fanno del Partito democratico quello che è stato in questi anni: un partito capace di tenere la barra riformista, anche quando si è trovato a dover mediare e trovare soluzioni di compromesso sui temi più spinosi. Ancora di più oggi, in questa alleanza di governo, quelle radici vanno utilizzate per costruire una sintesi avanzata anche sul terreno della giustizia. Quello che, invece, il Partito democratico proprio non può permettersi è di rimanere afono per tenere il megafono ad altri.
*Avvocato, senatrice del Pd e Presidente della Commissione d'inchiesta sul Femminicidio
di Antonio Ingroia
Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2019
La rapida successione, in due giorni consecutivi, della sentenza della Cassazione che ha drasticamente ridimensionato il processo "Mafia Capitale" e, subito dopo, della pronuncia con la quale la Corte costituzionale ha cancellato l'ergastolo ostativo, ha creato grande confusione nell'opinione pubblica, anche grazie alla solita informazione nostrana sulla materia, prevalentemente sensazionalistica e superficialmente condizionata dalla logica dello schieramento tifoso. Per cui ciascuno si sente in dovere di sventolare la propria bandierina, "garantiste" o "antimafia".
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 26 ottobre 2019
Il capo dell'Amministrazione penitenziaria: "Spostati 300 camorristi da Napoli al centro-nord". "Le questioni sollevate dal procuratore della Repubblica di Napoli Giovanni Melillo sulla situazione delle carceri italiane sono drammaticamente vere ed attuali. Le conosciamo bene e stiamo mettendo in campo tutti gli strumenti per risolverle".
Dal suo osservatorio privilegiato, il Capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini ha ben chiara l'emergenza legata agli ingressi illegali di droga e cellulari nei 231 istituti di pena italiani. Carceri colabrodo.
"Il carcere - ha detto Melillo in audizione alla Commissione parlamentare antimafia - è il luogo dove lo Stato esercita una assai limitata capacità di controllo. Vi dominano le organizzazioni mafiose, i cellulari entrano quotidianamente e non li sequestriamo neanche più talmente tanti sono. In alcune carceri, poi, vi sono autentiche piazze di spaccio".
Presidente Basentini, è un duro j'accuse quello di Melillo. La situazione è ingovernabile?
"Prima di illustrare le azioni di contrasto che stiamo mettendo in campo per contrastare questi fenomeni mi lasci fornire alcuni numeri che danno il quadro della situazione, che resta sicuramente molto allarmante. I numeri sui rinvenimenti parlano chiaro: nei primi nove mesi di quest'anno sono stati eseguiti 587 sequestri di sostanze stupefacenti e 1.412 telefonini. Di fronte a questa situazione abbiamo deciso di rispondere immediatamente".
Facendo due conti, in base a questi numeri possiamo dire allora che nelle carceri vengono introdotti mediamente cinque cellulari ogni giorno. In che modo intendete lanciare la vostra controffensiva?
"Nella scelta degli investimenti e delle spese da effettuare per l'anno corrente il Dipartimento ha deciso di puntare sull'acquisto di strumentazione e tecnologia di avanguardia, in grado di potenziare il contrasto all'introduzione di droga e cellulari. Tenga conto che la diffusione di questi due fenomeni risulta in costante crescita già dal 2017, e in particolare quello dei telefoni è di fatto raddoppiato".
E su che cosa puntate per stroncare questi traffici?
"Abbiamo acquistato 90 apparecchi per il controllo radiografico dei pacchi, suddivisi in tre lotti da 30, sono in distribuzione ai Provveditorati che poi li assegneranno agli istituti sul territorio. La loro installazione verrà ultimata nella primavera del prossimo anno. Poi ci sono 40 metal detector già distribuiti, 40 jammer, apparecchi che disturbano le frequenze telefoniche".
Insomma puntate sulle alte tecnologie?
"Non è finita. Sempre per neutralizzare ogni tentativo di colloquio telefonico non autorizzato verso l'esterno ci siamo dotati anche di due importanti e costosi strumenti - gli apparati "Imsi" - capaci di catturare le frequenze telefoniche; ed infine: 200 rilevatori manuali di telefoni cellulari, anche quando sono spenti, e 65 rilevatori di traffico di fonia e dati".
Che cosa rischia oggi il detenuto che detiene illegalmente stupefacenti o apparecchiature telefoniche in cella?
"Oggi come oggi solo una sanzione disciplinare. In sede di discussione del Decreto Sicurezza noi chiedemmo di inserire due norme che sanzionavano penalmente chi venisse trovato in possesso di stupefacenti o cellulari. Ma la nostra proposta non venne accolta, perché la si considerò non "afferente" alla materia oggetto del decreto stesso. E siccome siamo convinti che si debba invece procedere su questa strada, quella sanzionatoria, rinnoveremo la proposta".
E che cosa rischierebbe chi viola queste norme?
"Tanto per cominciare, chi venisse trovato in possesso di droghe o cellulari non avrebbe più accesso ai benefici alternativi al carcere".
E sul rischio che vecchi e nuovi boss possano ritrovarsi nelle stesse strutture, facilitando così i loro rapporti e le loro comunicazioni, qual è la strategia?
"È in atto una redistribuzione dei detenuti in regime di "alta sicurezza", sia i capi che i gregari dei sodalizi criminali organizzati. A Napoli, per esempio, sono già 300 i reclusi campani con condanne per reati di mafia che abbiamo già trasferito in altre strutture, tutte al Centro e al Nord".
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