di Gianluca Modolo
La Repubblica, 7 dicembre 2019
"Entro la fine della prossima settimana, il campo profughi di Vucjak sarà chiuso". Dopo la pressione della comunità internazionale e di molte Ong, ieri l'annuncio del ministro della Sicurezza bosniaco, Dragan Mektic, e del premier del cantone di Una Sana, Mustafa Ruznic. Nel campo, aperto il 16 giugno di quest'anno sul sito di una vecchia discarica in un'area ancora infestata dalle mine del conflitto jugoslavo degli anni 90, a una decina di chilometri da Bihac, nel nord-ovest della Bosnia Erzegovina, si trovano attualmente tra gli 800 e i 1000 migranti. Costretti a vivere in condizioni "da incubo".
Mancano le infrastrutture più elementari, non c'è acqua corrente e neppure l'elettricità. I migranti sono costretti a vivere in tende di fortuna non riscaldate e qui, in inverno, la colonnina può scendere anche fino a -20°. "Non è un luogo dove possano vivere degli esseri umani", aveva denunciato infatti due giorni fa la commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, la bosniaca Dunja Mijatovic. "Stiamo preparando una caserma vicino a Sarajevo dove poter portare i migranti già lunedì", ha continuato il ministro Mektic.
Ma i migranti minacciano di non volersene andare, se non con la forza. "Da qui non ci muoviamo", hanno detto ieri alla tv Nl. Il campo infatti è a meno di un'ora di cammino dal confine croato. In molti in questi mesi hanno provato "the game", il gioco: attraversare quella linea di frontiera ed entrare così in Europa.
Solo quest'anno in Bosnia Erzegovina sono arrivati in 28.327, quasi 5mila in più rispetto all'anno scorso. Intanto il caos politico nel paese balcanico - senza governo da più di un anno - si è risolto l'altro ieri con la nomina di Zoran Tegeltija a primo ministro. Frutto di un faticoso accordo raggiunto dai tre membri della presidenza del Paese.
Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2019
Giulian Assange, fondatore ed editore di WikiLeaks, è attualmente detenuto nel carcere di alta sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, in attesa di essere estradato e poi processato negli Stati Uniti in base all'Espionage Act. Assange rischia una condanna al75 anni di prigione per avere contribuito a rendere pubblici documenti militari statunitensi relativi alle guerre in Afghanistan e Iraq e una raccolta di cablogrammi del Dipartimento di Stato Usa.
I War Diaries hanno provato che il governo statunitense ha ingannato l'opinione pubblica sulle proprie attività in Afghanistan e Iraq e lì vi ha commesso crimini di guerra. WikiLeaks ha collaborato con un grande numero di media in tutto il mondo, media che hanno pubblicato a loro volta i War Diaries e i cablogrammi del Dipartimento di Stato Usa. L'azione legale promossa contro Assange, dunque, rappresenta un precedente estremamente pericoloso per i giornalisti, per i mezzi di informazione e per la libertà di stampa.
Noi, giornalisti e associazioni giornalistiche di tutto il mondo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la sorte di Assange, per la sua detenzione e le pesantissime accuse di spionaggio che gli vengono mosse. Il suo caso è centrale per il principio della libertà di espressione. Se il governo statunitense può perseguire Assange per avere pubblicato documenti segreti, in futuro i governi potranno perseguire ogni giornalista: si tratta di un precedente pericoloso per la libertà di stampa a livello planetario. Inoltre, l'accusa di spionaggio contro chi pubblichi documenti forniti da whistleblower è una prima assoluta che dovrebbe inquietare ogni giornalista e ogni editore.
In una democrazia, i giornalisti devono poter rivelare crimini di guerra e casi di tortura senza il rischio di finire in prigione. Questo è il ruolo dei mass media in una democrazia. L'utilizzo da parte di governi contro giornalisti ed editori di leggi che perseguono lo spionaggio, li privano del loro più importante argomento di difesa - l'avere agito nel pubblico interesse - un argomento non previsto dalle leggi contro lo spionaggio. Prima di essere imprigionato nel carcere di Belmarsh, era agli arresti domiciliari e sette anni all'interno dell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, dove gli era stato riconosciuto l'asilo politico.
In questo tempo, sono stati violati i suoi più essenziali diritti: basti pensare che è stato spiato durante conversazioni confidenziali con i suoi legali da organizzazioni alle dirette dipendenze dei servizi Usa. I giornalisti che, in questi anni, si sono recati a visitarlo sono stati sottoposti cuna sorveglianza invasiva. Assange ha subito restrizioni nell'accesso all'assistenza legale e alle cure mediche, è stato privato dell'esercizio fisico e dell'esposizione alla luce del sole.
Nell'aprile 2019, il governo Moreno ha permesso alla polizia britannica di entrare nell'ambasciata per arrestarlo. Da allora, Assange è detenuto in regime di isolamento per 23 ore al giorno e, secondo la testimonianza di chi lo ha potuto incontrare, è "fortemente sedato".
Le sue condizioni fisiche e psichiche nel tempo sono nettamente peggiorate. Già nel 2015 il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite (Glda) ha stabilito che Assange era detenuto e privato della libertà in modo arbitrario, ha chiesto che fosse liberato e gli fosse versato un risarcimento. Nel maggio del 2019 il Glda ha ribadito le sue preoccupazioni e la richiesta che Assange sia rimesso in libertà. Riteniamo i governi di Usa, Regno Unito, Ecuador e Svezia responsabili delle violazioni dei diritti umani di cui Julian Assange è vittima.
Assange ha dato un contributo straordinario al giornalismo, alla trasparenza e ha permesso di richiamare i governi alle loro responsabilità. È stato preso di mira e perseguitato per avere diffuso informazioni che non avrebbero mai dovuto essere celate all'opinione pubblica. (...) Le informazioni fornite da Assange sulle violazioni dei diritti umani e sui crimini di guerra sono di importanza storica, al pari delle rivelazioni dei whistleblower Edward Snowden, Chelsea Manning e Reality Winner, che oggi sono in esilio o in prigione.
Contro tutti loro sono state lanciate campagne diffamatorie che spesso si sono tradotte sui media in informazioni errate e in un'attenzione insufficiente alle difficili condizioni in cui si trovano. L'abuso sistematico dei diritti di Julian Assange negli ultimi nove anni è stato sottolineato dal Committee to Protect Journalists, dalla Federazione Internazionale dei giornalisti e dalle più importanti organizzazioni di difesa dei diritti umani. Eppure nei media c'è stata una pericolosa tendenza a considerare normale il modo in cui è stato trattato.
L'inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura, Nils Melzer, dopo avere indagato il caso ha scritto: "Per finire, mi sono reso conto che ero stato accecato dalla propaganda e che Assange è stato sistematicamente denigrato per distogliere l'attenzione dai crimini che ha denunciato. Una volta spogliato della sua umanità tramite l'isolamento, la diffamazione e la derisione, come si faceva con le streghe bruciate sui roghi, è stato facile privarlo dei suoi diritti più fondamentali senza suscitare l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale.
In questo modo, grazie alla nostra stessa compiacenza, si sta stabilendo un precedente che in futuro potrà e sarà applicato anche dinanzi a rivelazioni pubblicate dal Guardian, dal New York Times e da Abc News. (..) In vent'anni di attività a contatto con vittime di guerra, violenza e persecuzione politica, non ho mai visto un gruppo di Paesi democratici in combutta per deliberatamente isolare, demonizzare e violare i diritti di un singolo individuo così a lungo e con così poca considerazione per la dignità umana e lo Stato di diritto".
Nel novembre del 2019, Melzer ha raccomandato di impedire l'estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti e di rimetterlo al più presto in libertà. (...) Nel 1898 lo scrittore francese Emile Zola scrisse la lettera aperta "J'accuse...!" per denunciare l'ingiusta condanna all'ergastolo per spionaggio dell'ufficiale Alfred Dreyfus. La presa di posizione di Zola è entrata nella storia e ancora oggi simboleggia il dovere di battersi contro gli errori giudiziari e di mettere i potenti dinanzi alle loro responsabilità.
Questo dovere vale ancora oggi, mentre Julian Assange è preso di mira dai governi e deve fare fronte a 17 capi di imputazione in base all'Espionage Act statunitense, una legge vecchia più di cento anni. Come giornalisti e associazioni giornalistiche che credono nei diritti umani, nella libertà di informazione e nel diritto della pubblica opinione di conoscere la verità, chiediamo l'immediata liberazione di Julian Assange.
Esortiamo i nostri governi, tutte le agenzie nazionali e internazionali e i nostri colleghi giornalisti a chiedere la fine della campagna scatenata contro di lui per avere rivelato dei crimini di guerra. Esortiamo i nostri colleghi giornalisti a informare il pubblico in modo accurato sugli abusi dei diritti umani da lui subìti. (...) Tempi pericolosi richiedono un giornalismo senza paura.
*Appello sottoscritto da 200 giornalisti
tvprato.it, 7 dicembre 2019
Alla Dogaia serata d'eccezione con i detenuti chef e camerieri della alberghiera. È stato un evento originale e ben riuscito quello andato in scena alla Dogaia con i detenuti impegnati come chef e camerieri in sala. L'iniziativa si chiama "Cucine aperte" e ha rappresentato il primo appuntamento di un accordo di rete promosso da Caritas diocesana, istituto alberghiero Datini e la struttura carceraria in collaborazione con la Provincia di Prato e la sezione dei soci pratesi di Unicoop Firenze. Tutti insieme nel 2017 hanno dato vita al progetto "Cucina galeotta" con l'intento di rendere il carcere non soltanto una realtà meno anonima ma di trasformarlo in risorsa per coloro che hanno commesso degli errori. "Imparare un mestiere, acquistare consapevolezza di essere in grado di lavorare e lavorare bene diventa così un segnale di rinascita, anche per chi è detenuto", osserva Rodolfo Giusti, referente Caritas del progetto.
Cannolo di pasta fritta ripieno alla mousse di mortadella di Prato, sformatino di carciofi su crema di pecorino toscano, tartara di manzo alla senape. Questi erano gli antipasti, poi due primi, un secondo, il dolce e vini, il tutto preparato dall'associazione Cuochi Pratesi, dagli insegnanti del corso alberghiero in carcere e gli allievi carcerati che frequentano il terzo anno. Poi c'è stata una accoglienza in sala all'altezza del menù, curata sempre dai detenuti guidati dai loro insegnanti. Il vino è stato somministrato sotto la guida dell'associazione italiana sommelier, delegazione di Prato. Una cena di alto livello dunque, alla quale hanno partecipato 64 persone, fra queste un gruppo consistente del Lions club Prato Centro e una folta rappresentanza dei soci Coop. Presente anche il presidente della Provincia Francesco Puggelli, a nome di tutte le istituzioni cittadine, il direttore del carcere Vincenzo Tedeschi, la comandante Barbara D'Orefice e Luigi Mezzacapo dell'ufficio attività. "È stato bello vedere come gli allievi detenuti siano stati professionali nel loro ruolo di cuochi e camerieri - dice ancora Rodolfo Giusti -, una operosità la loro che ha suscitato espressioni come: "oggi mi sono sentito non carcerato".
Particolarmente emozionante è stato il momento finale dei ringraziamenti, dove è stato possibile scambiare considerazioni e emozioni. "Nei detenuti allievi è emersa la consapevolezza che il percorso scolastico che stanno facendo potrà essere per loro una preziosa risorsa da sfruttare al momento dell'uscita dal regime carcerario, sempre di più le statistiche dimostrano infatti che chi ha la possibilità di fare percorsi rieducativi prima dell'uscita definitiva, difficilmente ritorna a delinquere", conclude Rodolfo Giusti. Nei giorni scorsi Caritas ha presentato il progetto Confezione, attraverso il quale nel carcere della Dogaia verrà aperta una azienda di confezioni dove saranno impiegati detenuti a fine pena.
di Michela Nicolussi Moro
Corriere di Verona, 7 dicembre 2019
Rimpatri "bloccati" dalla burocrazia. Il sottosegretario Variati: cambieremo la norma. Cie, Verona si candida. La conferma arriva dal sottosegretario agli Interni Achille Variati: le norme sulle espulsioni vanno cambiate. E il caso del tunisino arrestato due volte in una settimana e poi lasciato libero per "impedimenti burocratici" arriva sul tavolo del ministro Lamorgese. Intanto Verona si candida per ospitare un Cie.
Per la seconda volta, dopo la disponibilità espressa nel gennaio 2017 dall'allora sindaco Flavio Tosi, il Comune di Verona si candida a ospitare il Centro di permanenza per il rimpatrio dei clandestini, l'ex Cie. Ma non è mica vero che la struttura risolverebbe tutti i problemi del Veneto. Qualcuno sì, ma non tutti, perché la gestione dei posti non spetterebbe alla prefettura della città ospitante, chiamata a occuparsi solo della logistica, bensì al Dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell'Interno, come avviene per ogni Cpr d'Italia.
"Significa che se il centro dovesse sorgere a Verona, non servirebbe solo il bacino locale e regionale, ma entrerebbe a far parte della rete nazionale a disposizione di tutte le questure del Paese - spiega il prefetto di Venezia, Vittorio Zappalorto. La priorità d'ingresso nei Cpr non viene attribuita agli stranieri irregolari scoperti nella città più vicina, bensì al grado di pericolosità sociale che rappresentano. Detto ciò, la struttura va attivata anche in Veneto, per due motivi: la legge Minniti ne prevede una in ogni regione, da cento posti, e poi è utile a togliere dalla strada gente che delinque".
Quanto alla candidatura di Verona, il prefetto che coordina i colleghi del Veneto osserva: "Secondo la normativa che li regola, i Cpr devono sorgere accanto ad un aeroporto e ai consolati, per le espulsioni, requisiti che Verona soddisfa. In più è baricentrica, facilmente raggiungibile da tutto il Veneto, Belluno escluso, come Padova e Vicenza, però sprovviste di scalo". Ma formalmente al Viminale non è ancora arrivato alcun progetto dal Comune interessato. "E noi come questura non siamo stati coinvolti", dice il questore Ivana Petricca.
Nell'ultimo anno in Veneto sono scattate 746 espulsioni il capoluogo scaligero sia il primo d'Italia, seguito da Padova e Roma, per identificazioni, rilievi e denunce effettuati dai vigili e relativi alla violazione delle norme sull'immigrazione. Le tre città insieme hanno collezionato il 75,9 % delle 89.848 verifiche eseguite in Italia nel 2018. "Non abbiamo formalizzato ancora nulla perché è cambiato il governo e perché il nostro è un approccio rigido - illustra Polato - ho fatto presente che siamo pronti ad ospitare il Cpr solo se prima verranno modificate le regole attuali. Le quali non garantiscono né sicurezza al Comune ospitante né territorialità.
La nostra disponibilità è condizionata alla possibilità di realizzare un carcere, e non un hotel, adeguatamente sorvegliato, temporaneo e in grado di adempiere alla domanda locale e regionale. Non intendiamo creare spazi a beneficio di altri e su questo punto è d'accordo il governatore Luca Zaia. Insomma, non ci candidiamo alla cieca - aggiunge l'assessore veronese alla Sicurezza - ci dev'essere prima un passaggio politico che assicuri il cambio delle regole, il personale necessario, tempistiche chiare e un bacino territoriale in grado di interrompere questi continui spostamenti di clandestini e poliziotti nel resto d'Italia, con relativi esborsi (ogni rimpatrio costa tra i 3mila e i 5mila euro, ndr). Altrimenti non si risolve il problema e allora non ne facciamo niente".
E per accelerare l'iter, Polato ha parlato con l'onorevole Vito Comencini (Lega), il senatore Stefano Bertacco e il deputato Ciro Maschio (Fratelli d'Italia). Quanto alla scelta del sito, precisa: "Prima di identificare l'area più idonea, è necessario un confronto con i Comuni della provincia. Per esempio quelli di Villafranca e Sommacampagna, se parliamo di vicinanza all'aeroporto Catullo. Una volta trovato un accordo di massima, sarà la Regione a fare sintesi, quindi saremo in grado di presentare una proposta completa al Viminale". Va ricordato che Verona conta una serie di caserme dismesse e una ex base dell'aeronautica attigua al Catullo, alla quale si era già pensato all'epoca della prima candidatura. "Non c'è ancora nessuna novità", frena però il prefetto Giovanni Cafagna.
Il Giornale, 7 dicembre 2019
"Esecuzione extragiudiziale". La reazione a un'imboscata o più probabilmente un'esecuzione studiata. È tutta da chiarire la dinamica di un episodio di cronaca che scuote l'India. Tutto nasce dal caso della studentessa di veterinaria di 27 anni stuprata e uccisa a fine novembre a Hyderabad, nel Sud del Paese, vicenda orribile che ha provocato un'ondata di sdegno generale, con attiviste dei diritti delle donne in piazza in molte città del subcontinente e una corrente di pensiero favorevole alla pena di morte immediata per i colpevoli senza attendere i tempi della giustizia.
La polizia aveva arrestato quattro giovani tutti tra i 20 e i 24 anni, poi ieri li ha presi e portati sul luogo del femminicidio, un parcheggio dove la giovane è stata aggredita dopo aver lasciato il motorino. L'obiettivo della polizia sarebbe stato acquisire elementi utili all'indagine. Fatto sta che il sopralluogo si è risolto in un bagno di sangue.
Secondo la ricostruzione degli agenti i quattro avrebbero attaccato gli agenti con pietre e bastoni, avrebbero rubato delle armi e iniziato a sparare. Gli agenti li avrebbero invitati ad arrendersi ma i quattro non si sarebbero dati per vinti e così i poliziotti avrebbero sparato uccidendoli tutti. Un portavoce della polizia ha aggiunto che i quattro avevano confessato i crimini. Il massacro ha suscitato due diverse reazioni in tutto il Paese.
Da un lato c'è chi festeggia per la fine dei quattro stupratori diventati dei mostri in un Paese in cui gli stupri sono una piaga sociale. Centinaia di persone sono accorse sul luogo del massacro sparando fuochi d'artificio e lanciando petali di fiori agli agenti. E anche la sorella della ragazza non è andata tanto per il sottile: "Sono felice - ha detto in tv - che i quattro accusati siano stati uccisi, questo caso sarà un esempio".
Festeggiamenti sono seguiti anche in altre zone del Paese, mentre in molti sui social media hanno elogiato la polizia online. Ma dall'altro lato c'è chi mette in dubbio la ricostruzione della polizia, che viene accusata di aver portato a termine una vera esecuzione extragiudiziale, una modalità molto frequente in un Paese in cui gli agenti sono spesso indotti a bypassare il processo legale a causa delle pressioni ambientali.
L'attivista e avvocata Vrinda Grover ha definito gli omicidi "assolutamente inaccettabili", mentre Meenakshi Ganguly di Human Rights Watch sostiene che "per calmare la rabbia pubblica per le carenze dello Stato contro le aggressioni sessuali, le autorità indiane commettono un'altra violazione".
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 dicembre 2019
Intervista a Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale. "La decisione che ha reso non assoluto il vincolo della collaborazione perché il detenuto ostativo possa ottenere permessi ricorda che si deve perseguire il reato, non il nemico: mafioso o corrotto che sia".
ansa.it, 6 dicembre 2019
Calendario 2020 dedicato ai 30 anni dalla riforma. "Costantemente trovo servitori dello Stato all'interno delle carceri che sono stati dimenticati per decenni, eppure ci credono ancora. Trovo passione, determinazione, coraggio e discrezione". Parla così del Corpo di Polizia Penitenziaria il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede alla presentazione del calendario, che celebra il trentesimo anniversario della riforma del 1990.
vanityfair.it, 6 dicembre 2019
"Yogamare Retreats", il progetto di Ela Mare intende portare questa antica disciplina nelle carceri, luogo di isolamento ed emarginazione, come terapia di guarigione rivoluzionaria di corpo e spirito. Le origini dello yoga si perdono nei secoli. Questa antichissima disciplina orientale, nata in India, è una vera e propria filosofia di vita per collegare in armonia attraverso le asana (posizioni) e il controllo del respiro, corpo e mente, testa e cuore.
Il Saluto al Sole, per esempio, è una sequenza dinamica di asana che ha effetti benefici per il corpo e per la mente. Basta praticarne dieci saluti al sole ogni mattina per permettere al corpo di lasciarsi andare e di eliminare stress e tensioni, per tonificare le articolazioni, i muscoli e gli organi interni, per migliorare la postura, la flessibilità e l'equilibrio, per stimolare il sistema cardio vascolare, ossigenare il sangue e rinforzare il cuore.
Questa disciplina, in origine, aveva un approccio più mentale, era un modo per superare un livello ordinario di vita e creare, attraverso l'unione di corpo e mente, una via per raggiungere una realtà straordinaria, non quotidiana. Quando approda in Europa, a metà dell'800, lo yoga applica una visione più ampia dell'esistenza alla vita quotidiana.
Insomma, lo yoga può davvero essere utile per migliorare sé stessi a 360° tanto da essere stato introdotto in alcune carceri degli Stati Uniti e italiane. Nonostante la mancanza di fondi e (forse) la poca attenzione sociale all'importanza rieducativa carceraria rendano questi propositi di non facile applicazione, c'è chi ci crede fortemente tanto da fondare un'associazione a supporto.
Stiamo parlando di Ela Mare, che dopo anni di esperienza, attraverso la sua l'associazione Yogamare Retreats, ha deciso di portare esercizi di respirazione, meditazione, mantra nelle carceri, luogo di isolamento ed emarginazione, come terapia di guarigione rivoluzionaria di corpo e spirito.
"Dalla mia esperienza come insegnante e guida spirituale, la pratica della meditazione/yoga è incredibilmente potente nel curare anche diverse forme di dipendenza, depressione e disturbi cognitivi, agendo direttamente sul sistema nervoso, creando un ambiente fisiologico e piscologico ed emozionale più equilibrato e consapevole", spiega. Un progetto ambizioso, ma che potrebbe essere estremamente efficace in ambito riabilitativo. E anche se troppo spesso si tende a dimenticarlo, il presupposto fondamentale della detenzione carceraria è proprio rieducare il condannato, esattamente come sancito dall'articolo 27 (comma 3) della nostra Costituzione ("le pene devono tendere alla rieducazione del condannato").
L'integrazione di corpo mente e respiro, percorso e fine ultimo dello Yoga, dona alle persone che lo praticano uno strumento di auto osservazione esterna ed interna, di capacità di restituirsi autonomamente calma e concentrazione soprattutto in casi di criticità individuale o ambientale. Questa possibilità, in condizioni di detenzione, assume un'importanza vitale.
In più, attraverso il lavoro di gruppo, promuovendo il rispetto del corpo e della dignità propria e altrui è possibile rinnovare la consapevolezza dei valori utili al proprio benessere interiore e funzionali a quello che vorremmo come progetto ultimo della detenzione: favorire un reinserimento sociale dignitoso e di successo duraturo.
di Monica Peruzzi
Il Giorno, 6 dicembre 2019
Luciana Delle Donne e il progetto "Made in Carcere", con cui vengono prodotti accessori di abbigliamento: "È una luce accesa nel buio". Tendere la mano a chi ha sbagliato, dare una seconda opportunità a quelle donne che stanno pagando un conto in sospeso con la giustizia, il carcere inteso davvero come luogo di rieducazione, come vuole l'articolo 27 della nostra Costituzione, per reintegrare nella società coloro che dalla società sono stati emarginati a causa dei reati che hanno commesso. Soprattutto le donne, che della popolazione carceraria italiana rappresentano un abbondante 4 per cento e che spesso finiscono dentro per reati minori, dallo spaccio di droga alla prostituzione.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 6 dicembre 2019
Un video molto "fisico" nel quale non si vede mai il carcere né il lavoro negli istituti con le persone recluse. Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, ha chiesto al ministro spiegazioni sulle finalità e le modalità di preparazione del video.
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