di Luigi Accattoli
ilregno.it, 30 ottobre 2019
La comunicazione digitale che tutto collega potrebbe domani mitigare la segregazione del mondo carcerario, almeno per gli aspetti più iniqui e meno necessari. Ho percepito qualcosa di questa possibilità nel mio lavoro di giurato del Premio Castelli, un premio "letterario" per detenuti che ha dietro la Società di San Vincenzo de Paoli. Provo a raccontare quella percezione.
Carlo Castelli (1924-1998), vincenziano operoso, è stato un pioniere del volontariato carcerario. Dalla mia partecipazione al premio che gli è intestato ho ricavato una minima conoscenza delle carceri e qualcosa ne ho riferito in questa rubrica nei mesi di ottobre degli ultimi anni (cf. Regno-Att. 18,2018,575ss).
Negli occhi del compagno la tua stessa solitudine - La premiazione è sempre ottobrina e avviene ogni anno in un carcere diverso: quest'anno andiamo a Matera. Le 11 precedenti edizioni ci avevano portato a Palermo, Poggioreale, Cagliari, Reggio Calabria, Forlì, Mantova, Bari, Bollate, Augusta, Padova, Nisida (Napoli). Ma la mia vera esperienza del carcere è nella lettura delle centinaia di "lavori" che i detenuti inviano alla giuria e che ultimamente mi ha provocato a indagare sul rapporto tra il carcere e il digitale.
"Riconoscere l'umanità in sé e negli altri per una nuova convivenza" era il tema di quest'anno. Molti tra i lavori che abbiamo ricevuto attestano che il riconoscimento d'umanità talora sorprende, affiorando nelle situazioni anche meno propizie, come potrebbe sembrare quella del carcere; e può capitare che sia proprio la prova del carcere a favorire quel riconoscimento.
Il testo che ha vinto il secondo premio argomenta così la riscoperta dei "rapporti di buon vicinato" da parte dei reclusi: "La condizione obbligata del carcere fa fare passi molto veloci sulla via della reciproca conoscenza. Star sulla stessa barca diventa molto più che un modo di dire e la condivisione cresce esponenzialmente".
Vari tra i testi che sono entrati nei 10 "segnalati" indicano l'aiuto al recupero d'umanità che è venuto ai loro autori dall'esempio dei volontari: cioè da un'umanità che "si avvicina a quanti hanno sbagliato dandogli un'altra possibilità". E in tale avvicinamento c'è spesso il seme di una futura fratellanza, "perché l'umanità è qualcosa che ognuno riconosce, senza dubbi, quando la scopre negli occhi dell'altro e ne rimane contaminato", conclude un lavoro intitolato "Eroi".
Il riferimento allo sguardo come specchio d'umanità lo troviamo anche in un altro dei 10 testi segnalati: "Pian piano, troviamo negli occhi del compagno la nostra stessa solitudine e dai meandri della mente riaffiora la misericordia". Ci ha sorpresi, nei lavori di questa edizione, l'insistita segnalazione dei rischi che possono venire dai social e - più in generale - dalla comunicazione digitale. Sono 13 i concorrenti che svolgono questo richiamo mai prima riscontrato nelle annate del premio.
Uno di essi propone un sottile paragone tra le identità fittizie indotte dai social e quelle favorite dalla reclusione. Osserva che in carcere spesso "l'umanità che ciascuno porta in sé si occulta dietro cliché comportamentali" e argomenta che "proprio questo specifico aspetto ha significative somiglianze con il "fuori": in carcere non c'è Internet per nascondere la propria identità fino al punto da crearne una fittizia, ma lo si fa ugualmente, generando formalismi vuoti".
L'urgenza di svegliare chi si perde nella Rete - Il testo "Il regalo di un sorriso", che è tra i segnalati, vede nei social il volano del livellamento universale delle individualità: "Oggi ogni aspetto della vita sociale è gestito da connessioni alla Rete. Le parole sono sostituite da messaggi e foto e tutti sanno tutto di tutti".
Il lamento dei nostri concorrenti verso il digitale è spesso generico, somigliante a quello che capita d'ascoltare tra i passeggeri di un treno. C'è chi attribuisce al "bombardamento di messaggi" la "spinta a non prestare ascolto agli altri". Un altro afferma che l'uso dei social produce un "calo" delle relazioni. Un terzo osserva che "la tecnologia della comunicazione allontana". Un quarto azzarda che "le reti sociali controllano la nostra vita".
Com'è generica la denuncia, generico è il rimedio. Un concorrente invita a diffidare dei social che "dovrebbero accorciare le distanze ma in realtà ci rendono più distanti". Un altro segnala l'urgenza di "richiamare chi si isola nella Rete" e di "ricordargli che i veri rapporti sono quelli che nascono tra i viventi e non dietro una tastiera". Un terzo dà ai giovani il rassegnato consiglio di lasciare il cellulare e di "andare di persona a trovare colui a cui si vuole dire qualcosa, mettendoci la faccia".
Ma abbiamo letto, nei lavori in concorso, anche osservazioni cavate dal vissuto. Uno dei concorrenti indica tra le cause della propria devianza "le relazioni telematiche che non si svolgevano quasi mai a quattr'occhi". Un altro è tentato di dare tutte le colpe allo smartphone e giura che mai più "sprecherà un solo istante a far divorare le sue sensazioni da quel diabolico congegno". Un terzo osserva che "on-line e sui social appare più evidente il fenomeno, che c'è sempre stato, di chi prende spavalderia a insultare quand'è sicuro di non essere visto".
Le paranoie di non avere il cellulare - Un concorrente dettaglia l'improbabilità che le "amicizie" della Rete incidano sulla vita: "La quasi totalità delle persone utilizzano un like per condividere una richiesta di aiuto, mentre solo una sparuta minoranza ha l'umiltà di trasformare quel like in un gesto di solidarietà".
Colpisce questa attenzione al digitale da parte dell'umanità delle carceri, che è impedita dall'usarlo. In qualche caso si avverte, dietro ai fuggevoli accenni, un'esperienza maturata fuori da chi è in carcere da poco: un concorrente racconta come gli sia stato necessario "oltre un mese dall'arresto per levarmi le paranoie di non avere il cellulare". Ma più frequente è l'impressione di un apprendimento indiretto di questa realtà, dai contatti con i familiari, in occasione di permessi, attraverso la lettura e l'ascolto della televisione.
Il fatto che tanta attenzione al digitale nei lavori in concorso si sia manifestata quest'anno e non fosse comparsa prima, induce a ipotizzare che stia lievitando nella società una percezione collettiva dei fenomeni digitali, veicolata principalmente - si può immaginare - dalla cronaca su vicende di plagio, di dipendenza, di violenza, di vendetta, di suicidio a seguito di fissazioni e irretimenti legati all'abuso dei social. Quella percezione è ormai pervasiva e non trova più un reale ostacolo neanche nelle mura delle carceri.
"Possibilità d'accesso a Internet da parte dei detenuti" è intestata una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che, nel 2015, autorizzava la creazione di postazioni Internet in locali comuni come biblioteche, aule d'insegnamento, sale lettura - per finalità di studio, formazione, aggiornamento, lavoro - con accesso autorizzato e sorvegliato per evitare che i detenuti possano comunicare con l'esterno.
In collegamento Skype e col "Mai dire mail" - Un carcerato può anche essere autorizzato a tenere un portatile in cella, disattivata la connessione a Internet. In alcuni istituti è oggi possibile sostituire la telefonata ai familiari con un collegamento Skype, in postazioni controllate e con esclusione dei detenuti nei circuiti di alta e massima sicurezza. Pur nella breve esperienza maturata a oggi, la letteratura carceraria attesta che il collegamento audio-video risulta prezioso per mitigare la solitudine di detenuti che vengono a trovarsi senza contatti con i familiari, quando questi sono lontani o impediti a viaggiare. In altre carceri è possibile comunicare via e-mail tramite un servizio assicurato da volontari che si chiama "Mai dire mail": il detenuto scrive il messaggio su un foglio indicando l'indirizzo e-mail del destinatario, al quale il testo viene inoltrato da una postazione esterna al carcere. Chi lo riceve può rispondere allo stesso indirizzo, specificando l'identità del detenuto, al quale il messaggio arriverà stampato. Il vantaggio di questa mail per interposto volontario - e con il controllo dei contenuti da parte degli organi di vigilanza, come avviene per la posta ordinaria - è nella velocità della comunicazione dall'oggi al domani che può essere provvidenziale per detenuti che vivono malattie, lutti, decisioni riguardanti la coppia e i figli. In Francia - leggo sul quotidiano Le Parisien - la sperimentazione del computer in cella pare sia più avanzata che da noi, anche se limitata a circuiti Intranet, cioè scollegati dalla Rete globale, che però forniscono agli utenti tutti i vantaggi che derivano dall'essere interconnessi tra loro.
A Padova i detenuti gestiscono un Call center - Il settimanale Vita dell'11 novembre 2016 informava che Vodafone aveva firmato un'intesa con il Ministero della giustizia per la fornitura gratuita di 130 PC in 10 carceri italiane. "Vogliamo dare un contributo alla formazione digitale dei detenuti" aveva dichiarato Maria Cristina Ferradini, sustainability manager di Vodafone. Quando visitammo come Premio Castelli il carcere Due Palazzi di Padova, ci mostrarono un Call center per ospedali e per varie aziende; e aule per attività informatiche varie, dal trattamento delle "firme digitali" alla digitalizzazione di documenti cartacei.
Un volontario che accompagna i detenuti autorizzati a uscire "in permesso" mi racconta del loro stupore nel vedere ragazzi e adulti, in ogni ambiente, chini sui loro smartphone: credo sia questo sbalordimento nelle uscite o davanti ai televisori che ha attivato le considerazioni lette quest'anno nei lavori del Premio Castelli.
di Roberto Davide Papini
riforma.it, 30 ottobre 2019
Anche la Consulta si è espressa a proposito dell'ergastolo: le prime reazioni non sono certo costruttive. Come accade spesso (ultimamente anche nello spinoso tema del fine vita) il Parlamento italiano, paralizzato da partiti, di maggioranza e di opposizione, che guardano all'immediato tornaconto elettorale e non a politiche di largo respiro, anche sul tema delle carceri si fa riprendere dalle supreme Corti che correggono le storture del nostro sistema di pena.
gnewsonline.it, 30 ottobre 2019
Negli stessi giorni in cui Halloween invade il mondo con il suo armamentario consumista di zucche e maschere macabre, feste dalle liturgie antiche ma dai simboli e dai valori molto somiglianti vengono celebrate in due città molto lontane.
Si tratta della Festa dei Morti di Palermo e del Dia de los muertos messicano, che l'Unesco ha nominato "Patrimonio immateriale dell'umanità". Una somiglianza che la Notte di Zucchero - kermesse di danza, musica e teatro ideata da Giusi Cataldo a difesa della festa tradizionale - ha voluto valorizzare dedicando il convegno "Palermo-Messico, la vita è bella" alla storia di due culture che in comune hanno la celebrazione della vita, intesa anche come rinascita simbolica dopo momenti di crisi.
Non a caso il convegno che si terrà il 30 ottobre nella Sala Martorana di Palazzo Comitini (via Maqueda 121, dalle ore 10 alle 13) ha riservato uno spazio significativo all'esperienza di "Mi riscatto per", un modello italiano di reinserimento socio-lavorativo che è stato replicato a Città del Messico. Il progetto è il risultato di una sperimentazione virtuosa che ha visto collaborare insieme più protagonisti, frutto di un accordo sottoscritto a Città del Messico dai delegati italiani del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, da quelli del Messico e delle Nazioni Unite A raccontare come sia stato possibile esportare in Messico un progetto pensato per la realtà italiana (sperimentato a Roma e poi esteso a molte altre città, tra cui Palermo) sarà Vincenzo Lo Cascio, direttore del programma dei Lavori di pubblica utilità del Dap.
Tra i presenti, il sindaco Leoluca Orlando, l'assessore alle Culture della città di Palermo Adham Darawsha, il giornalista Corradino Mineo, Paola Felix Diaz, capo dell'Ente per il Turismo di Città del Messico e Claudio La Camera, senior advisor dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il delitto in Messico
In apertura del convegno si potrà ammirare il grande telo artistico con la tradizionale Catrinas mexicana, una delle figure più popolari della cultura messicana, presenza immancabile nell'ambito dei festeggiamenti del Dia de Los Muertos, realizzato dai detenuti di alcuni istituti penitenziari di Città del Messico, che hanno partecipato al programma dei lavori di pubblica utilità.
di Matteo Bellinazzi
estense.com, 30 ottobre 2019
Entra nella Casa circondariale di Ferrara il progetto promosso dall'Associazione nazionale tributaristi Lapet. Una nuova, grande occasione per i detenuti del carcere di via Arginone di Ferrara. Arriva nelle carceri "Apprendere ad imprendere" il progetto, unico nel suo genere, promosso dall'Associazione nazionale tributaristi Lapet ai fini rieducativi della popolazione detenuta, e che ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Giustizia e del Comune di Ferrara.
Scopo dell'iniziativa è ridurre il rischio di recidiva, favorendo il reinserimento dei detenuti nelle attività economiche e lavorative, sostenendone il pieno reinserimento sociale. Il progetto è stato presentato ufficialmente nella mattinata di martedì 29 ottobre 2019 presso la casa circondariale di Ferrara alla presenza delle autorità civili e militari.
In rappresentanza dell'amministrazione comunale sono intervenuti gli assessori Angela Travagli (attività produttive) e Cristina Coletti (politiche sociali) che hanno rinnovato la presenza dell'amministrazione a fianco del progetto, fondamentale per "impostare - dice Coletti - il sistema carcerario alla rieducazione dei detenuti e al recupero sociale degli stessi come base per contrastare il fenomeno della recidiva, oggi diffuso al 70% in Italia".
Ad esporre il progetto il presidente nazionale Lapet Roberto Falcone, venuto appositamente da Roma. "Riteniamo - afferma Falcone - che tale iniziativa possa contribuire a fornire strumenti efficienti per indicare un nuovo percorso a coloro che una volta scontata la pena cercheranno di ricollocarsi nel mondo del lavoro, con la possibilità anche di avviare un'attività privata commerciale".
La mattinata è poi proseguita con l'intervento tecnico e formativo di Riccardo Bizzarri, coordinatore nazionale del Centro studi tributaristi Lapet, che ha ricordato come "tale iniziativa si muova su solide basi e che ha già coinvolto, con ottimo successo, da ormai cinque anni, studenti delle classi IV e V degli istituti superiori, con l'obiettivo di integrare le competenze acquisite nel loro percorso di studi, con le esperienze concrete di imprenditori e professionisti".
Bizzarri ha poi ribadito "la massima disponibilità dell'Associazione Tributaristi, capillare in tutta Italia, a essere un punto di riferimento per tutti coloro che una volta liberi cerchino aiuto per costruire le basi della propria attività d'impresa". Durante il corso verranno trasferite conoscenze utili ad affrontare il rapporto con le pubbliche amministrazioni, con l'amministrazione finanziaria, oltre alle competenze relazionali necessarie a gestire i rapporti con clienti, dipendenti, utenti e fornitori.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 30 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 29 ottobre 2019 n. 44118. Per cancellare la sentenza di non punibilità per particolare tenuità del fatto, emessa dal giudice di pace, non basta che questo non potrebbe applicare la norma, è necessario che l'imputato le ragioni del pregiudizio e perché aveva diritto ad un'assoluzione piena. Tuttavia proprio in virtù del riconoscimento del 131-bis va esclusa la condanna sulla liquidazione delle spese proposta dalla parte civile. La Cassazione, con la sentenza 44118, accoglie solo in parte il ricorso contro la sentenza del giudice di pace di Gorizia, che aveva considerato il ricorrente non punibile per il reato di minaccia nei confronti della moglie in virtù della particolare tenuità del fatto, ma lo aveva condannato al risarcire i danni alla parte civile. L'uomo contesta entrambe le scelte: l'applicazione dell'articolo 131-bis è fuori dal raggio d'azione del giudice di pace e comunque se applicato è di ostacolo a una pronuncia di condanna ai fini civili. La Cassazione accoglie solo quest'ultimo punto.
Per quanto riguarda il potere del giudice di pace di applicare il 131-bis la Cassazione ammette che questo è stato escluso dalle Sezioni unite. Tuttavia il proscioglimento "nei casi di particolare tenuità del fatto" non è avulso dal microsistema dettato per il giudice di pace, "poiché trova la sua declinazione procedimentale nella previsione dell'articolo 34 del Dlgs 274/2000". I giudici di legittimità, pur considerando pacifico, che i presupposti dell'articolo 34 e dell'articolo131-bis sono divergenti - oltre che per la finalità conciliativa dell'articolo 34, anche perché nel procedimento davanti al giudice di pace la tenuità prevista dall'articolo 34 può essere ammessa solo se non si oppongono imputato e persona offesa - ricordano che il proscioglimento per particolare tenuità del fatto è comunque un esito previsto del procedimento davanti al giudice di pace.
L'eventuale errore, commesso nel richiamare l'articolo 131-bis anziché l'articolo 34, non può dunque essere contestato in quanto tale, ma è necessario dimostrare "l'effettivo pregiudizio da rimuovere per effetto di quella decisione". Non c'è dubbio che ci sia un interesse ad impugnare una sentenza, irrevocabile, emessa ai sensi dell'articolo 131-bis perché quanta comporta un giudizio di colpevolezza, sebbene per una colpa "lieve". Per travolgerla però è necessario dimostrare che c'erano margini per una sentenza pienamente liberatoria.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 30 ottobre 2019
Non va più notificata la sentenza in contumacia emessa nel giudizio abbreviato. Lo afferma una pronuncia delle Sezioni unite penali della Cassazione, anticipata per ora con un'informazione provvisoria. Viene risolta in questo modo una questione rilevante che divideva la stessa prassi degli uffici giudiziari, visto che alcuni continuano tuttora a effettuare le notifiche, mentre altri non le dispongono affatto. Oltre che la prassi, però, la necessità o meno della notifica divide la stessa Cassazione con sentenze di orientamento opposto, dopo la riforma della disciplina della contumacia del 2014.
Ricordato che la nuova disciplina dell'assenza nulla dice sull'abrogazione dell'obbligo, una linea interpretativa è caratterizzata da un maggior rigore ed esclude che la persistenza della regola per la quale all'imputato a qualsiasi titolo non comparso deve essere notificata la sentenza emessa dopo rito abbreviato possa essere considerata frutto di una svista oppure di un mancato coordinamento tra norme succedutesi nel tempo. A voler tacere poi del fatto che la soppressione tacita di una norma, dalla quale discende la compressione del diritto all'impugnazione, può essere ritenuta in contrasto con il principio del giusto processo come definito dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che richiede sempre, in materia penale, un'interpretazione segnata dal favor rei.
A questa posizione se ne contrappone un'altra, ed è è stata poi quella fatta propria dalle Sezioni unite, in base alla quale con la nuova disciplina della contumacia, indirizzata a garantire l'effettiva conoscenza del processo e ricondurre la mancata partecipazione dell'imputato a una scelta consapevole e volontaria, è venuta meno la ragione che stava alla base dell'obbligo di notifica.
Tanto più che nel giudizio abbreviato l'imputato non comparso resta rappresentato da un difensore in possesso dei poteri che gli sono stati attribuiti con procura speciale. Per questa ragione, il difensore è in contatto con il proprio assistito ed è in grado di fornirgli tutte le informazioni necessarie sul procedimento e sulla sua conclusione.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 30 ottobre 2019
Il processo bis alle ultime battute. La requisitoria degli avvocati del teste chiave. Nell'immensa aula bunker di Rebibbia, dove si è trasferito per le ultime battute il processo bis per la morte di Stefano Cucchi, pronunciano le loro arringhe conclusive gli avvocati dei 5 carabinieri imputati.. Ieri è stata la volta dei difensori di Francesco Tedesco, il teste chiave (presente in aula) che da imputato per omicidio preterintenzionale insieme ai suoi due colleghi Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo, autori del pestaggio dato ormai per assodato da tutti, è oggi accusato "solo" di falso e calunnia nei confronti dei tre agenti penitenziari che, innocenti, per sette anni hanno subito un procedimento.
Per Tedesco il pm Giovanni Musarò ha chiesto 3 anni e sei mesi, essendo il reato di calunnia andato ormai in prescrizione. Subito dopo ha preso la parola l'avvocato Giosué Bruno Naso, difensore del maresciallo Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti comandante della caserma Appia e considerato il principale artefice dei depistaggi, per il quale la procura ha chiesto 8 anni per falso e calunnia.
Per Tedesco i suoi avvocati Eugenio Pini e Francesco Petrelli, invocano invece l'assoluzione. Diversi i motivi: perché sarebbe stato "l'anello debole di un ingranaggio potente", costretto per tanti anni a un comportamento a "doppio binario", da un lato omertoso "per paura di perdere il lavoro" e dall'altro corretto, teso a smarcarsi dai suoi due colleghi violenti contro i quali si era schierato durante il pestaggio. Ma, come da sua stessa ammissione, a far decidere infine Tedesco di vuotare il sacco è stata la lettura del capo di imputazione nei suoi confronti, a processo già avviato. Ecco perché è suonata piuttosto cacofonica l'affermazione dell'avv. Petrelli secondo il quale: "È Stefano Cucchi che chiede l'assoluzione di Tedesco". Anche se il geometra romano aveva detto più volte che a salvarlo da un pestaggio peggiore sarebbe stato un terzo carabiniere.
Epperò, ha gioco facile anche l'avvocato Naso - che ha pronunciato una seducente requisitoria nella quale ha accusato la procura di Giuseppe Pignatone di "cultura della giurisdizione" - a dire che Tedesco non avrebbe profferito parola se il primo processo si fosse chiuso con la condanna dei tre agenti penitenziari. Per questo, perché "Tedesco non è credibile", e perché secondo Naso non ci sarebbe relazione tra il pestaggio e la morte di Cucchi, l'avvocato chiede l'assoluzione di Mandolini.
Il 14 novembre è prevista la sentenza. E, per coincidenza, quel giorno si concluderà anche in Appello, dopo due rinvii della Cassazione, il processo ai cinque medici del "Pertini" accusati di omicidio colposo. Ma prima di allora, la prima Corte d'Assise ha dato ieri ancora due appuntamenti: il 6 e il 12 novembre per dare la parola ai difensori di D'Alessandro e Di Bernardo, per i quali la procura ha chiesto 18 anni di carcere. E il 12 novembre si apre anche l'altro processo, forse il più delicato, quello per il depistaggio. Per andare ai vertici dell'"ingranaggio potente".
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 30 ottobre 2019
Scarantino alla vigilia del processo voleva svelare il depistaggio. Ecco i brogliacci delle conversazioni con pm e poliziotti, il giallo si infittisce: chi lo convinse a non tirarsi indietro? Il 22 maggio 1995, alla vigilia della sua prima deposizione al processo per la strage Borsellino, il falso pentito Vincenzo Scarantino era pronto a far saltare la grande impostura del depistaggio. Alle 20.27, chiamò la moglie per dirle: "Prepara le valigie, che ho intenzione di tornare in carcere". Ma due giorni dopo, davanti ai giudici della corte d'assise di Caltanissetta, raccontò invece il castello di menzogne che gli avevano suggerito. Senza alcun tentennamento. E ora la domanda è una sola: chi convinse Scarantino a non tirarsi indietro?
In quei giorni, il falso pentito era sotto protezione a San Bartolomeo a Mare, provincia di Imperia, scortato dai poliziotti del "Gruppo Falcone Borsellino" che adesso sono accusati di essere i principali responsabili del depistaggio: nel processo in corso a Caltanissetta sono imputati un ex funzionario della squadra mobile di Palermo, il dottore Mario Bò, e due sottufficiali, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Nell'indagine della procura di Messina, sono invece indagati due ex magistrati di Caltanissetta, Annamaria Palma e Carmelo Petralia.
Scarantino aveva un telefono nella sua abitazione, che era intercettato. I nastri sono stati ritrovati di recente in un archivio del palazzo di giustizia di Caltanissetta e consegnati alla procura di Messina, per essere trascritti. È emerso che il falso pentito era in contatto con magistrati e investigatori. I brogliacci delle conversazioni sono stati depositati al processo che vede imputati i tre poliziotti. E il giallo si infittisce.
Il 3 maggio, alle 19.41, Scarantino chiama l'utenza 091210704. "Telefona all'ufficio Falcone e Borsellino - annota solerte un agente che sta ascoltando il telefono intercettato, nei locali della procura di Imperia - chiede del dottor Bò, il quale non c'è. Enzo chiede spiegazioni delle domande che ha scritto in merito alla sua prossima presenza in aula".
Di quali domande si tratta? Stava forse imparando a memoria le false dichiarazioni? Il grande orchestratore sarebbe stato l'allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera, deceduto nel 2002. Era il super poliziotto di Palermo, ma anche - e lo si è scoperto solo dopo la sua morte - un collaboratore dell'allora Sisde, il servizio segreto civile. Per quali missioni speciali, non è ancora chiaro.
Alle 20.08 di quel 3 maggio, Scarantino "ritelefona al Gruppo Falcone e Borsellino", si legge ancora nel brogliaccio. Evidentemente, quella sera era particolarmente nervoso. "Richiede del dottore Bò - annota il poliziotto - che non c'è. Chiede nuovamente spiegazioni sulle domande".
Il giorno dopo, alle 16.43, Scarantino chiama un'utenza di Caltanissetta: 0934599051. "L'utente non risponde". Poi, alle 17.28, un numero di cellulare 0336886569: "Per motivi tecnici la telefonata non è stata registrata". Una coincidenza o c'è qualcosa di sospetto? Alla scorsa udienza del processo ai poliziotti, l'ispettore Giampiero Valenti, addetto ad alcuni turni nella sala intercettazioni, ha svelato che una volta un suo superiore (Di Ganci) gli ordinò di interrompere l'intercettazione perché Scarantino doveva parlare con i magistrati.
L'8 maggio, alle 16.01, fu invece registrato un dialogo fra Scarantino e i pm di Caltanissetta. Prima su quell'utenza di Caltanissetta a cui il 4 maggio non rispondeva nessuno (0934599051): "Enzo conversa con la dottoressa Palma - annota il poliziotto - in merito al suo trasferimento per mercoledì a Genova, per essere sentito dalla dottoressa Sabatini, chiede se può evitare questo interrogatorio prima di essere sentito al processo. Si risentiranno". Alle 16.27, un'altra conversazione: "La dottoressa Palma spiega ad Enzo che la dottoressa Sabatini lo deve sentire per forza mercoledì perché ha delle scadenze da rispettare. Enzo dice che va bene però ha paura ad andare a Genova. La dottoressa lo assicura che tutto verrà fatto in modo di sicurezza assoluta per la sua incolumità. Enzo dovrà telefonare alle 18 per parlare col dottor Petralia".
Ma di cosa aveva paura per davvero Scarantino? Chi doveva uccidere un falso pentito che accusava degli innocenti e salvava i veri colpevoli della strage di via D'Amelio? Forse era la paura di essere interrogato, considerato che era solo un balordo di borgata e non certo un mafioso come diceva di essere. Scarantino è nervoso. Otto minuti prima dell'appuntamento chiama il dottore Petralia, su un'altra utenza della procura di Caltanissetta. Il poliziotto annota: "Enzo parla con il dottore Petralia, il quale gli dice di non avere problemi e che giovedì prossimo faranno una bella chiacchierata".
di Fausta Chiesa
Corriere della Sera, 30 ottobre 2019
L'Istat pubblica la prima indagine: nel 2017 si sono rivolte ai Centri antiviolenza 43.467 donne. I centri funzionano bene ma sono troppo pochi. La denuncia di Di.Re. "Nel 2017 i fondi pubblici per i Centri antiviolenza sono stati 12 milioni di euro, che - se divisi per il numero delle donne accolte secondo l'Istat - fa meno di un euro al giorno, 76 centesimi per la precisione".
Il calcolo è di Mariangela Zanni, consigliera di "D.i.Re" (Donne in Rete contro la violenza) ed è stato possibile grazie ai dati emersi dalla prima indagine dell'Istat sui 281 Centri antiviolenza (Cav) realizzata in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità, il Consiglio nazionale per le ricerche e le Regioni e pubblicata il 28 ottobre. "Una cifra ridicola - prosegue Zanni - che spiega il dato Istat sul massiccio ricorso al volontariato da parte dei centri antiviolenza, nonostante essi siano un tassello imprescindibile del Piano nazionale antiviolenza".
Nel 2017 si sono rivolte ai Centri antiviolenza 43.467 donne, ovvero 15,5 ogni 10mila, il 67,2 per cento delle quali ha iniziato un percorso di uscita da una vita di soprusi e maltrattamenti. Ogni Centro ha accolto in media 172 donne (il 25,7% dei Centri ha avuto un'utenza inferiore a 40 donne, il 6,7% superiore a 500) e lavora con un numero medio di 115 donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. "La variabilità territoriale - scrive l'Istat - è elevatissima: 22,5 per 10mila le donne accolte dai Centri del Nordest, 18,8 per 10mila nel Centro. Tassi di accoglienza più elevati si riscontrano in Emilia Romagna, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Provincia Autonoma di Bolzano, Abruzzo, Toscana e Umbria. Anche per le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza, il Nord-est presenta tassi più elevati (16,6 contro 10,7 per 10mila donne della media nazionale). La capacità di supportare le donne dipende poi molto dal radicamento sul territorio dei Centri antiviolenza: maggiore sono gli anni di apertura, maggiore è il numero di donne che vi si recano".
Per l'Istituto di statistica, l'offerta delle strutture che si occupano di aiutare le vittime di violenza e la loro prole è ancora insufficiente. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul del 2013 individua come obiettivo quello di avere un Cav ogni diecimila abitanti. Al 31 dicembre 2017 sono risultati attivi nel nostro Paese 281 centri antiviolenza, pari a 0,05 centri per 10mila abitanti. "Considerando il dato calcolato sulle vittime che hanno subito violenza fisica o sessuale negli ultimi 5 anni, l'indicatore di copertura dei centri su 10mila vittime è pari a 1, con un minimo nel Lazio (0,2) e un massimo in Valle d'Aosta (2,3)" scrive l'Istat, che definisce "ancora insufficiente l'offerta dei Centri antiviolenza".
"Il quadro che emerge dalla rilevazione sui centri antiviolenza pubblicata da Istat e relativa al 2017 - ha commentato Lella Palladino, presidente di D.i.Re - conferma le criticità che la rete da sempre e continuamente mette in evidenza. I centri antiviolenza sono troppo pochi, con interi territori scoperti, personale solo parzialmente retribuito, risorse assolutamente al di sotto del bisogno".
Eppure i centri esistenti svolgono un ottimo lavoro, come scrive sempre l'Istat: "Ottima la reperibilità offerta dalle strutture, aperte in media 5,1 giorni a settimana per circa 7 ore al giorno. La quasi totalità ha attivato diverse modalità per esserlo in modo continuativo, dal numero verde alla segreteria telefonica. L'89,7% dei centri assicura ascolto cinque o più giorni a settimana, e solo il 2% non ha adottato soluzioni di continuità h 24, ma comunque aderisce al servizio di chiamate urgenti allo 1522. Molti, inoltre, i servizi offerti in risposta all'esigenza di personalizzazione dei percorsi per superare abusi e sopraffazioni subite".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 30 ottobre 2019
Il populismo giustizialista si nutre di menzogne. Quando la Corte Costituzionale restituisce finalmente ai Tribunali di Sorveglianza il compito di valutare se un ergastolano possa meritare o meno un permesso premio, occorre spaventare la gente dicendo che ora Bagarella te lo ritrovi per le strade di Corleone. E che così è stato ucciso una seconda volta Giovanni Falcone, anche se questo ergastolo ostativo non era in realtà il suo. Serve indignare, spaventare, suscitare rabbia per consolidare consenso politico e fortune editoriali.
Ecco allora che la prescrizione dei reati deve essere raccontata non come il doveroso rimedio all'infame pretesa che un cittadino rimanga a vita in balia della giustizia penale, ma come una scandalosa esclusiva italiota nelle mani degli "avvocatoni", cosicché politici e potenti "la fanno franca", come Berlusconi ed Andreotti nel millenovecento e nonsoché.
Gli avvocati, come è ben noto a chiunque pratichi le aule giudiziarie e sappia leggere un codice, non hanno il benché minimo strumento - ma dico: il benché minimo - per far prescrivere reati. Qualunque impedimento pur legittimo del difensore o dell'imputato - impegno in altro processo, malattia, sciopero - determina puntualmente la sospensione del corso della prescrizione. Macché: se leggi il Fatto Quotidiano apprendi che l'astensione dei penalisti della scorsa settimana concorrerebbe alla prescrizione dei fatti di Rigopiano, per dirne una.
Quanto allo strumento degli imputati ricchi e potenti, basterà leggere le statistiche del Ministero di Giustizia. Il 60% circa delle prescrizioni matura prima della udienza preliminare, quando gli avvocati, per dirla con gergo calcistico, non hanno toccato palla. Una falcidia letteralmente interclassista, che per di più colpisce per la massima parte reati bagatellari che il sistema comunque non potrebbe assorbire. Una volta si usavano le ricorrenti amnistie per riequilibrare la ingestibile obbligatorietà dell'azione penale, oggi ci pensa la prescrizione nella fase delle indagini ("il nostro quantitative easing", ha felicemente detto uno dei più autorevoli magistrati italiani).
Un altro 15% di prescrizioni matura entro la sentenza di primo grado. Dunque se il Ministro Bonafede leggesse le sue stesse statistiche, comprenderebbe che la sua riforma "epocale" andrebbe ad incidere sì e no sul 25% delle prescrizioni (che a sua volta ammonta, per la cronaca, al 10% del totale dei procedimenti penali, non proprio una apocalisse).
In cambio di questa marginalità di risultati, questa "riforma epocale" introduce tuttavia nel nostro sistema un principio letale e semplicemente incivile: lo Stato si prenda tutto il tempo che gli serve per celebrare processi e definire innocenti o colpevoli; imputati e parti offese se ne stiano lì, se necessario vita natural durante, ad aspettare i suoi comodi. È la definitiva consacrazione di una categoria sociale in verità già tristemente diffusa: l'imputato a vita. E con lui -quel che non capiscono gli analfabeti che pensano di poter parlare di diritto penale come al bar dello sport - anche le parti civili, le cui aspettative risarcitorie nel processo penale seguono le sorti dell'imputato.
Il Consiglio Superiore della Magistratura e la stessa Anm hanno con chiarezza denunziato che la abrogazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado rallenterà in modo esponenziale la definizione dei processi, come può in verità comprendere anche un bambino. Oggi infatti i processi in Corte di Appello e in Cassazione vengono celebrati con l'occhio attento alla data di prescrizione dei reati, ben segnata sulla copertina del fascicolo. Una volta eliminata quella data, che fretta c'è? Perché caricare - come oggi si fa - i ruoli di udienza di quaranta o cinquanta processi? Ne fisseremo venti, e ce ne torniamo a casa tutti, giudici ed avvocati, per ora di pranzo.
La prescrizione è dunque un istituto di radicata civiltà giuridica, che sancisce un principio di elementare giustizia: la potestà punitiva dello Stato non è, non può essere, illimitata nel tempo. Può trattarsi - come in molti sistemi processuali di civiltà occidentale - di prescrizione dell'azione: trascorsi un certo numero di anni, non puoi più nemmeno iniziare una indagine penale, o non la puoi proseguire; o di prescrizione del reato, come nel sistema italiano.
Sapete in quanti anni si prescrivono i reati di maggiore allarme sociale nel nostro Paese? Vi farò qualche esempio. La violenza sessuale in 30 anni, l'omicidio stradale da 30 a 45 a seconda delle varie ipotesi aggravate, da 25 a 50 l'inquinamento ambientale che provochi morti o lesioni, 37 anni e 6 mesi il disastro ambientale, 24 anni lo scambio elettorale politico mafioso, 40 anni l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, 60 anni il sequestro a scopo di estorsione, in 30 anni l'associazione mafiosa, in 30 anni la corruzione in atti giudiziari, da 17 anni e sei mesi fino a 25 anni e tre mesi i maltrattamenti in famiglia, in 25 anni la rapina e l'estorsione, in 18 anni e nove mesi la bancarotta fraudolenta, in 15 anni la concussione; e potrei continuare. Per di più, a seguito della riforma Orlando approvata solo due anni fa, tutti questi termini sono prorogati di ulteriori tre anni dopo la sentenza di primo grado e fino alla sentenza di Cassazione.
Non bastano tutti questi anni? Dobbiamo poter processare qualcuno per violenza sessuale per più di 33 anni, per poi magari assolverlo (come avviene almeno nel 50% dei casi)? Ed è concepibile, in caso di condanna, mandare in carcere una persona per un fatto che egli ha commesso 33 anni prima, quando era uno scapestrato di diciotto anni, mentre oggi è un padre di famiglia cinquantenne?
Ecco perché lo scontro sulla riforma della prescrizione va ben al di là dell'impatto di quella sciagurata norma, destinata altrimenti ad entrare in vigore il primo gennaio 2020. Si misurano qui due idee del diritto, due concezioni opposte e non conciliabili della giustizia penale, al di qua o al di là dei confini tracciati dalla nostra Costituzione.
Si tratta di scegliere tra una idea profondamente autoritaria che pone al centro del diritto penale e delle sue regole la potestà punitiva dello Stato, la quale non deve conoscere limiti e condizionamenti di sorta; ed una idea liberale del diritto penale, che pone al centro della propria scala valoriale la persona ed i suoi diritti, e dunque la necessità di porre argini al potere immenso ed altrimenti incontenibile dello Stato. Questa è la vera partita in gioco, nascosta dietro le fumisterie della becera propaganda populista. Una partita, è bene che lo si sappia, che si è già giocata oltre settant'anni fa, quando i nostri padri costituenti scelsero senza esitazione l'idea liberale del diritto e del processo penale.
Questo è il grido d'allarme che hanno lanciato in questi giorni i penalisti italiani, dando il via ad una battaglia civile che - sia ben chiaro - è solo agli inizi. Sono in gioco valori costituzionali fondamentali di tutti i cittadini, altro che il privilegio degli impuniti. Occorre perciò che i mezzi di informazione facciano il loro dovere, liberando l'opinione pubblica dal giogo umiliante della disinformazione sistematica e cinica fatta di slogan volgari e vuoti, o di minacciose ed allarmanti previsioni prive di ogni fondamento nella realtà. Ed occorre che la politica ritrovi il senso profondo della propria nobiltà perduta, schierandosi in difesa dei valori e delle idee, piuttosto che immiserirsi nella rincorsa degli umori di una opinione pubblica inferocita ad arte, ma drammaticamente inconsapevole.
*Presidente Unione Camere Penali Italiane
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