di Valentina Stella
Il Dubbio, 6 dicembre 2019
Permessi-premio: parla Maria Antonia Vertaldi, presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma. "La decisione della Consulta ci restituisce quella attività di giurisdizione che la preclusione e l'automatismo imposti dall'art. 4bis comma 1 dell'ordinamento penitenziario avevano congelati". "abbiamo giurisdizione nazionale esclusiva sui reclami, sull'imposizione o la proroga del 41bis e sulle istanze avanzate dai collaboratori di giustizia".
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 6 dicembre 2019
Pare che il governo, e la legislatura, non cadranno a causa del conflitto emerso nella maggioranza sulla legge che sospende la prescrizione. La politica è l'arte del possibile e anche dell'impossibile, e nulla impedisce che le parti invertano i ruoli e si confondano in una ennesima transazione compromissoria, arbitrata da un premier che si è sempre definito soprattutto un avvocato. Sappiamo che le parti si sono avvicinate e che un compromesso è all'orizzonte sulla riforma del processo breve.
I grillini insistono sull'entrata in vigore immediata; i democratici la subordinano all'approvazione di una riforma del processo penale; i renziani, consapevoli che questa riforma è di là da venire, si dicono pronti a votare con l'opposizione per un rinvio.
Qualcuno può anche pensare, e molti lo pensano, che il dissenso della vigilia occulti un più generale sfaldamento della maggioranza, nel cui ambito si affronterebbero due forze: l'una decisa a stare al proprio posto per "il bene del paese" o, come insinuano i maligni, per salvare la poltrona; l'altra convinta che la corda, ormai troppo tirata, si debba spezzare, per non arrivare logorati alle prossime elezioni regionali e comunque per non assecondare un inarrestabile declino lasciando il posto a nuove formazioni più o meno spontanee.
Non intendiamo attribuirci funzioni oracolari davanti all' enigma avvolto in un indovinello dentro un mistero che è oggi la nostra direzione politica. Ma ci preme sottolineare che, ancora una volta, il contrasto più dirimente si è acceso sulla giustizia. Ma mentre un tempo gli schieramenti erano, sia pur grossolanamente, identificabili e definibili, oggi il tradizionale binomio tra la sinistra giustizialista e la destra del Cavaliere, può dirsi sfumato. Ne è esempio lo stesso ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che, pur nella sua concezione essenzialmente giacobina, ha proposto il sorteggio dei membri del Csm, tesi che i magistrati respingono con orrore e che a suo tempo è stata sostenuta da varie formazioni garantiste.
D'altro canto, contro questa mostruosità della prescrizione si sono pronunciati illustrissimi giuristi mai sospettati, né sospettabili, di simpatie berlusconiane. Tutto questo avviene mentre la credibilità della nostra Giustizia è caduta a livelli algebrici: lo Stato non riesce a recuperare i miliardi delle multe irrogate ai condannati; inchieste lunghe e costose si concludono con generalizzate archiviazioni; il destino della più grande acciaieria italiana è ipotecato da due inchieste giudiziarie virtualmente incompatibili, con la prospettiva bizzarra che la soluzione venga demandata al tribunale civile; Renzi, e non solo, lui, guarda perplesso a centinaia di perquisizioni presso terzi non indagati; mentre tutti aspettano l'esito dell'inchiesta che ha decapitato il Csm, e che dopo le fulminanti rivelazioni sul giudice Palamara si è assopita in un limbo insondabile.
In questo deplorevole sfacelo, che tra l'altro ci costa quasi due punti di Pil, raziocinio vorrebbe che la politica si attivasse ad abbreviare i processi penali e civili, render più certe le sanzioni, evitare le inchieste evanescenti e le intercettazioni invasive, modificare la carcerazione preventiva, eliminare i reati inutili, cambiare un codice penale firmato da Mussolini, e tante altre cose, per coniugare le garanzie degli imputati con quelle delle vittime.
Ecco invece che si impantana in una questione che per coscienza civica e vincolo costituzionale dovrebbe essere semplicemente rimossa: perché, ripetiamolo, con questa riforma sulla prescrizione, i processi si allungheranno all'infinito. Ben più grave di questa conseguenza devastante, è comunque l'atteggiamento ondivago del governo.
Il premier Conte e il ministro Bonafede avevano solennemente promesso che questa riforma sarebbe stata contestualmente accompagnata da quella volta a ridurre i tempi processuali, mentre ora pare viaggiare da sola. Mancare alla parola data, non è una bella cosa, neanche nello spregiudicato anfiteatro della politica.
Prendiamo dunque per buona l'intenzione del compromesso che arriverebbe a consegnare entro l'anno un impegno solenne che accompagni la prescrizione lunga al processo breve. Di sicuro, se realizzata, sarebbe un segno di ravvedimento. Che poi sia dettata più dall'istinto di sopravvivere dei governanti o da un soprassalto garantista del Pd, poco importa. L'importante è che sia messa nero su bianco. E che metta al riparo i cittadini dal terribile rischio di una doppia mannaia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 dicembre 2019
Orlando e Franceschini siglano la tregua con Di Maio e Bonafede: "addio legge Costa". Ci sono momenti in cui ci si trova davanti al baratro. E si riflette. Al Pd e ai 5 Stelle dev'essere successo proprio questo. Nel giro di poche ore, addirittura di minuti, prima Luigi Di Maio dice che "sulla prescrizione le buone proposte sono ben accette".
Poi Andrea Orlando apprezza "il passo avanti, l'attenzione di Bonafede" e "il tono diverso" del capo politico. Quindi spiega: "È il momento di interrompere la discussione a distanza e di fare proposte concrete, non vogliamo essere accusati di non aver cercato una soluzione".
E la soluzione, come chiarisce sempre il vicesegretario dem, "è stata annunciata al ministro Bonafede: mi riservo di telefonare al presidente del Consiglio per spiegargliela". In realtà la proposta è chiara. Non solo. E stata anche accennata al guardasigilli. Perché le rassicurazioni, e il tono giustamente spiccio che Orlando sceglie per il bollettino con i cronisti, arrivano molte ore dopo la conversazione col suo successore a via Arenula.
Conversazione mattutina e altrettanto schietta, in cui il numero due Nazareno assicura che "invieremo in modo formale tra pochi giorni", un'ipotesi normativa. Evita di farsi dire no prima di porre la questione, perciò non entra nei dettagli. Ma in realtà la exit strategy che a breve i democratici offriranno a Bonafede funziona più o meno così: "Lasciamo perdere la prescrizione processuale, rassegnamoci pure a far entrare in vigore la tua norma che blocca i termini dopo il primo grado, ma poi modifichiamola nella riforma del processo penale, in modo che il blocco diventi sospensione e sia più lungo di quello già previsto nella mia riforma.
Da 18 mesi di stop dopo il primo grado e 18 dopo l'appello, possiamo arrivare a 24 più 24, o al massimo a 30 più 30". Visto che per alcuni mesi sarà in vigore solo il blocca-prescrizione caro ai 5 Stelle, Orlando già chiarisce che "servirà una specifica previsione che riguardi il regime transitorio del processo".
E cioè, considerato che la norma del Pd finirà nella più ampia riforma penale, destinata a diventare legge se tutto va bene a primavera inoltrata, si dovrà prevedere che le persone accusate di reati commessi nell'intervallo tra blocca-prescrizione e successivo aggiustamento dovranno beneficiare del regime a loro più favorevole, cioè del secondo.
Come finirà? Bonafede sembra prudente. Poche ore dopo aver sentito Orlando, si limita a dire che "con il Pd abbiamo praterie a disposizione per rendere più veloci i processi". E alza un muro sull'altra ipotesi ventilata nei giorni scorsi dall'alleato, la prescrizione delle fasi processuali "Vorrebbe dire far rientrare dalla finestra la prescrizione uscita dalla porta". Però dice anche di non poter credere che "maggioranza M5s- centrosinistra possa mettere in crisi il governo sulla prescrizione". E soprattutto confessa la sua "massima, totale e sincera disponibilità a vagliare le proposte del Pd e delle altre forze della maggioranza". Ieri, intanto, ha finalmente potuto portare in Consiglio dei ministri almeno il testo di riforma del processo civile.
Il capo politico forse si sbilancia un po' di più del ministro. Dice che "sulla prescrizione ogni buona proposta che punti a far pagare chi deve pagare e vada dunque nella direzione auspicata dal M5s è ben accetta". Basta che non si minaccino "proposte individuali con l'unico fine di alimentare spaccature interne".
Tradotto: Di Maio è ben felice che il Pd abbia almeno per ora rinunciato all'idea di proporre un testo di legge con la prescrizione processuale a prescindere dal consenso del Movimento, e a costo di votarselo con Renzi e il centrodestra.
E oltretutto, il ministro degli Esteri sa bene che mentre lui parla, i deputati suoi e di Zingaretti in commissione Giustizia hanno negato a FI, Lega, Fratelli d'Italia e alla stessa Italia viva l'accelerazione nell'esame della legge Costa, quella che abrogherebbe tout court la norma Bonafede. "Pd e Movimento 5 Stelle sono protagonisti di un balletto vergognoso", protesta il responsabile Giustizia degli azzurri.
Ma la crisi di goverrno dev'essere sembrata un prezzo troppo alto. La legge Costa non andrà in Aula né prima né subito dopo Natale, il Pd ha accettato di sgombrare il campo dalla mina più devastante. E forse, con quello di Orlando, il sigillo alla tregua lo imprime Dario Franceschini: "Vogliamo un accordo politico sulla ragionevole durata del processo, non è impossibile, non è pensabile avere Salvini a Palazzo Chigi per la prescrizione o la plastic tax". Metà avvertimento all'alleato, metà distensione.
Tutto risolto? In teoria. Il Pd è convinto di avere pronta una proposta che Di Maio e Bonafede non potranno rifiutare: blocca-prescrizione superato, anche se ex post, con una sospensione dei termini allungata dopo primo grado e appello. Si tratterebbe di un appesantimento della riforma Orlando, e sul tavolo con Conte il Nazareno dirà che un simile sforzo dev'essere apprezzato, e che non si può pretendere che un partito, ossia il Pd, rinneghi del tutto una propria riforma per far posto a un'altra che l'alleato ha scritto col vecchio partner, cioè con la Lega.
Logico. Il massimo della realpolitik. Ma non del diritto. A Orlando lo hanno detto presidente e segretario dell'Unione Camere penali, Gian Domenico Caiazza ed Eriberto Rosso. Lo hanno visto ieri al Nazareno, in un intervallo della loro instancabile maratona oratoria. "Sulla prescrizione si rischia la contemporanea operatività quantomeno di tre diversi regimi sostanziali", hanno ricordato al vicesegretario dem. Che è un intelligente ex guardasigilli. Ma che ora dovrà scegliere tra diritto e compromesso.
di Valentina Ascione
Il Riformista, 6 dicembre 2019
Prove di disgelo nella maggioranza, Orlando ribadisce a Bonafede: "Presto le proposte del Pd per abbreviare i processi". Ma Di Maio tuona: "Valuteremo, ma l'entrata in vigore della riforma non si discute".
Prove di disgelo nella maggioranza sulla riforma della prescrizione. "Accettiamo tutte le proposte sui tempi dei processi ma non sulla norma della prescrizione che deve partire dal primo gennaio", tuona Di Maio in serata. Ma dopo giorni di muro contro muro, la giornata di ieri restituisce la sensazione che il dialogo tra Pd e il MSS, alla ricerca di un'intesa per superare lo scoglio su cui rischiava di incagliarsi il governo giallo-rosso, sembra essere ripartito.
Lo scontro, in corso da settimane, riguarda la norma della "Spazza-corrotti" che dal 1 gennaio prossimo cancellerà la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. La schiarita arriva nella giornata ieri quando i toni tra i due alleati si ammorbidiscono, e in serata il vicesegretario dem Andrea Orlando riferisce di una telefonata con il ministro Alfonso Bonafede per annunciargli che a giorni il Pd sottoporrà a lui e al presidente del Consiglio Conte una propria proposta sulla prescrizione. La giornata si era aperta malissimo.
Per tutta la mattina i democratici e i Cinque stelle, infatti, si erano incalzati a distanza con attacchi e minacce incrociate, restando ognuno sulle proprie posizioni. A rompere lo stallo è Italia Viva. Come annunciato, un'ampia delegazione parlamentare, guidata dalla capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi ieri ha partecipato alla maratona oratoria "per la verità sulla prescrizione" davanti alla sede della Corte di Cassazione organizzata dall'Unione delle camere penali per spiegare le ragioni del no alla riforma Bonafede. In questi giorni la piazza dei penalisti - che in più di mille da tutta Italia stanno prendendo la parola per raccontare come questa norma intrappolerà le vite di cittadini imputati, rei e vittime in processi senza fine, in violazione di principi costituzionali fondamentali - sta diventando il teatro dell'agone politico sul tema della giustizia.
Prima dei renziani erano stati i parlamentari di Forza Italia a intervenire in numerosi alla maratona, sposando la battaglia degli avvocati e attaccando il Pd che in Aula aveva bocciato la richiesta di discutere subito la proposta di legge dell'azzurro Enrico Costa per fermare l'entrata in vigore della riforma. E anche i democratici Alfredo Bazoli e Walter Verini, al lavoro sul dossier si erano palesati per ribadire la propria contrarietà alla riforma senza garanzie sulla durata dei processi.
Prendendo la parola ieri in Piazza Cavour Maria Elena Boschi si è schierata al fianco dei penalisti e ha ribadito la richiesta di una soluzione rapida "vorremmo fosse nell'ambito della maggioranza, che fosse il governo a trovare una soluzione", ha premesso, ma "se così non fosse, dobbiamo immaginare di individuare in Parlamento delle alternative" ha annunciato, confermando la possibilità di intese cori l'opposizione a cui aveva aperto Matteo Renzi.
"Sosteniamo la proposta Costa - ha aggiunto quindi Boschi - era vice ministro del nostro governo, e ha lavorato con il ministro Orlando a una riforma che era la nostra riforma e ora si limita a chiedere di tornare alle proposte dei governi Renzi e Gentiloni", E proprio Enrico Costa rivela che ieri nell'ufficio di presidenza della Commissione, "i gruppi di Fi, Fdi, Lega e Italia Viva hanno chiesto di fissare un calendario dei lavori che porti al voto la mia proposta entro il 23 dicembre ma Pd e M5S hanno detto no perché "non sanno che pesci pigliare".
Nel pomeriggio arrivano i primi segnali di distensione. Il ministro Bonafede assicura di "non voler aprire una crisi" sulla sua riforma e di vedere "praterie" per un'intesa con i dem. Di Maio saluta come "ben accetta ogni buona proposta", ma che l'entrata in vigore della riforma non si discute. Per Andrea Orlando "la questione fondamentale ora è come tecnicamente proporre questa difficilissima quadratura del cerchio di una condizione che - ricorda - è stata determinata da una scelta del governo precedente".
Il vicesegretario Pd non entra nel merito delle soluzioni da avanzare a Bonafede e Conte, ma le ipotesi allo studio per mitigare gli effetti del blocco della prescrizione, esaminate ieri una riunione degli esperti dem, sono principalmente due: una è l'allungamento della sospensione della prescrizione dopo il processo di primo grado, portando l'attuale termine di 18 mesi previsto dalla riforma Orlando a due o tre anni. La seconda è una prescrizione processuale, cioè con una tagliola sui tempi dei diversi gradi di giudizio.
I penalisti ieri in un incontro hanno ribadito a Orlandola richiesta di "immediate iniziative legislative per la cancellazione della nuova disciplina della prescrizione". "La complessità delle dinamiche di maggioranza è comprensibile, ma non si può accettare lo scenario dell'entrata in vigore senza se e senza ma della riforma dal I gennaio", chiarisce il presidente Caiazza. Intanto ieri una mozione per impegnare il governo a fermare l'applicazione del blocco della prescrizione è stata presentata in senato da Emma Bonino e firmata da senatori di Fl e del Psi.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 6 dicembre 2019
In attesa di vedere se e come la maggioranza giallorossa riuscirà a trovare in Parlamento a tempo debito un'intesa sul documento che dovrebbe permettere al presidente del Consiglio di partecipare in sede comunitaria alle decisioni sul controverso meccanismo di stabilità o fondo salva- Stati, salgono di tono all'interno della coalizione di governo, e fra una parte di essa e l'opposizione di centrodestra, sulla nuova disciplina della prescrizione che scatterà il 1° gennaio prossimo.
I cui effetti, non riguardando i processi in corso ma quelli per i reati da compiere da quella data in poi, hanno reso il presidente del Consiglio un po' impermeabile alle proteste al pari del guardasigilli, convinti entrambi che vi sia tutto il tempo per interventi correttivi. Contestata invece da fior di giuristi, costituzionalisti e avvocati, ricorsi anche allo sciopero e ad assemblee fuori e dentro i tribunali, la riforma ha già prenotato nel codice il blocco, cioè la soppressione, della prescrizione al momento del giudizio di primo grado.
E ciò a prescindere dall'applicazione finalmente concreta e vincolante della "ragionevole durata" del processo stabilita dall'articolo 111 della Costituzione con una modifica risalente - pensate un po' - a vent'anni fa. Durante i quali l'Italia si è guadagnata in Europa il primato costoso, sotto tutti i punti di vista, delle censure per l'eccessiva e per niente ragionevole lunghezza dei processi.
Con la nuova disciplina il primato diventerebbe mondiale. Si realizzerebbe, anche per un imputato assolto in primo grado con una sentenza impugnata dall'accusa, il fenomeno del processo a vita o "dell'ergastolo del processo", secondo la drammatica ma azzeccata espressione coniata dal sociologo ed ex parlamentare di sinistra Luigi Manconi, noto per una misura di sincero garantismo un po' controcorrente dalle sue parti politiche, dove sono generalmente garantisti a corrente alternata, secondo i casi personali o le circostanze politiche, per non chiamarle convenienze.
Voluta ad ogni costo dai grillini, durante l'esperienza del governo gialloverde con i leghisti, nella cosiddetta legge spazza-corrotti; criticata persino dal Consiglio Superiore della Magistratura ma ugualmente promulgata undici mesi fa dal presidente della Repubblica, e dello stesso Consiglio Superiore, con l'eroica speranza che nel frattempo la maggioranza volesse e sapesse riformare il processo penale per abbreviarne davvero la durata, i nodi della soppressione affrettata della prescrizione sono impietosamente arrivati tutti al pettine.
I grillini, confortati dal presidente del Consiglio, fiducioso nel solito compromesso all'ultimo momento e convinti di avere piantato nell'ordinamento giudico una bandiera con le loro mitiche cinque stelle, sono contenti come una Pasqua.
E scambiano tutti gli avversari o semplici critici, nella maggioranza e all'opposizione, che reclamano il rinvio della nuova disciplina al momento in cui saranno definiti i tempi davvero "ragionevoli" dei processi, per complici dei delinquenti di ogni risma, o - sul piano politico- del solito e odiato Silvio Berlusconi. Che rimane ai loro occhi il prototipo, diciamo così, del male, pur all'età che ha, con i debiti con la giustizia regolarmente pagati, col ruolo che ancora gli conferiscono liberamente gli elettori e con una qualità di frequentazioni internazionali che i suoi avversari sono costretti a invidiargli.
Nello spettacolo delle proteste e delle recriminazioni il ruolo più scomodo e imbarazzante, bisogna dirlo con chiarezza e forza, è quello dei leghisti, senza il cui consenso, la cui tolleranza, la cui disinvoltura - chiamatela come volete- mai e poi mai i grillini sarebbero riusciti a infilare come una supposta la sostanziale e incondizionata soppressione della prescrizione nella legge "spazza corrotti".
A carico dei leghisti, il cui capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha appena accusato il Pd di non avere il coraggio di contrastare davvero la posizione irremovibile del Movimento 5 Stelle, avendo contribuito a negare l'urgenza ad un intervento correttivo proposto dai forzisti, gioca come aggravante la qualità della persona delegata da Salvini nel governo gialloverde ad occuparsi di questa vicenda.
È l'avvocato di grido e di grinta, allora ministra della funzione pubblica, Giulia Bongiorno. Che giustamente, con l'esperienza professionale che si ritrova, definì allora, e continua a definire oggi, "una bomba atomica" quella imposta dai grillini. Ma per lealtà o obbedienza politica anche lei dovette fare buon viso a cattivo gioco e scommettere - ahimè - sulla ragionevole e successiva disponibilità degli allora alleati di governo a disinnescare la bomba al momento giusto.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 6 dicembre 2019
Bisognerebbe guardare al bicchiere mezzo pieno e partire da lì per colmarne l'altra metà. E invece non accade. Partiamo da alcuni dati di fatto confutabili solo a prezzo di un'insopportabile conformismo. I giudici di primo grado sono quotidianamente schiacciati da una mole enorme di fascicoli (spesso urgenti) e quasi mai si stracciano le vesti di fronte a un reato prescritto.
Quando qualche imputato rinuncia alla prescrizione lo guardano, in genere, un po' di traverso con l'aria di uno che cerca rogne. Celia a parte della prescrizione, in verità, il nostro attuale sistema processuale non può fare a meno perché è l'unica valvola di sfogo, è solo il modo con cui i giudici monocratici di quasi tutte le sedi giudiziarie d'Italia sopravvivono al nugolo quotidiano di convalide d'arresto, di procedimenti per omicidio stradali o per colpa sanitaria di grande difficoltà, alla miriade di reati che sono stati rimessi alla sua cognizione e che ogni anno aumentano a dismisura (alcune dozzine in più dal 2008 fa oggi. ma il calcolo è a spanne).
Nuovi reati spesso sospinti da una legislazione vittima di emergenze cicliche e che - come sappiamo da anni - scarica nel processo ogni inefficienza e qualunque distorsione sociale. Siamo, tanto per intendersi, la nazione in cui non si riesce a debellare neppure la fastidiosa presenza dei parcheggiatori abusivi, ragion per cui il primo decreto sicurezza Salvini ha previsto per questi il carcere nei casi di recidiva.
Si dice che la responsabilità della falcidia prescrizionale sia da addebitare alla riforma messa in piedi dal Governo di centro- destra del 2005, ma questo è vero solo in parte: 1) il fenomeno era imponente anche prima; 2) tant'è che a nessuno viene in mente di tornare al regime precedente suggerendo di abrogare la cosiddetta legge ex Cirielli; 3) la tanto vituperata Prima Repubblica governava, con una certa dose di cinismo e di saggezza, il problema dispensando cicliche amnistie e indulti. Prendiamo in esame questi ultimi due corni del dilemma.
Di amnistie inutile parlarne dopo la riforma costituzionale del 1992 che ha imposto "la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale". Quanto al perché nessuno proponga di ripristinare il regime ante Cirielli la risposta non è chiara, o forse lo è perfettamente, ma nel feroce dibattito in corso si preferisce mettere lo scomodo inciampo sotto lo zerbino.
Azzardiamo un'ipotesi: non si pensa di tornare indietro perché è a tutti evidente che i reati continuerebbero comunque a morire di prescrizione e ciò a causa della grave inefficienza che ingrippa la macchina giudiziaria italiana, persa tra garanzie superflue e organici inadeguati. Tornare indietro vorrebbe dire solo praticare uno stolto accanimento terapeutico capace di far sopravvivere il reato e il processo solo per un po' più di tempo di adesso, ma mai per un tempo sufficiente ad arrivare a una sentenza definitiva.
Con l'ulteriore danno che la massa dei "morituri" ingolferebbe ancora di più le corsie dei tribunali, gremite di malati e di casi d'emergenza, rischiando di portare a morte anche il più giovane virgulto. Secondo la profezia della riforma dal 2023 in poi la questione dovrebbe andare a risolversi. I tribunali da polverosi e mefitici lebbrosari gravidi di processi moribondi diverrebbero provvidenziali sanatori in cui ogni reato commesso dopo il l° gennaio 2020 avrebbe l'insperata chance di essere immune da prescrizione. Tutto ciò grazie a un'ingegnosa terapia: la sentenza di primo grado. Una sorta di miracoloso elisir che darebbe vita eterna al reato e al processo, destinati a sopravvivere, potenzialmente per sempre, dopo la decisione di primo grado.
Si discute animatamente di questa cura immaginando che questa possa portare via anche la malattia, ossia le disfunzioni del sistema processuale, ma la questione è più complessa. A nessuno viene in mente di tener in conto i danni arrecati alle parti civili, alle vittime dei reati, alla collettività, ai parenti, ai vicini di casa, ai colleghi di lavoro chiamati a convivere con un altro malato, questa volta non guaribile e, anzi, contagiato potenzialmente per sempre: l'imputato ovvero il sospetto colpevole.
La presunzione di innocenza in Costituzione, lo sappiamo, proclama che nessuno può essere considerato colpevole sino a una sentenza definitiva, ma questa presunzione, in questo Paese, è un bene, come dire, facilmente deperibile e che, spesso, non sopravvive alla prima ondata inquisitoria, soprattutto se ben programmata mediaticamente.
I danni collaterali della durata del tutto imprevedibile del processo sono enormi e non solo per gli indennizzi che saranno comunque dovuti dalla Stato per l'irragionevole durata del processo (legge Pinto). Certo gli idolatri dell'azione penale pensano che sono guai dell'imputato il quale, con incomprensibile ostinazione, insiste a proclamarsi innocente anziché patteggiare la sua pena e pretende, pensate un po', persino un appello in caso di condanna.
Ora se tutto il cerino della prescrizione resta nelle mani del giudice di primo grado che deve, con una certa velocità, concludere il giudizio per evitare impicci e rimproveri, un appello è il minimo che ci si può aspettare, perché - statene certi - anche solo il rischio di quella fretta e di quella concitazione impone da solo forza un secondo grado. Naturalmente c'è chi - con spensierata innocenza - pretende addirittura di tenere insieme le due cose. ammirando l'idea di un processo esemplare come l'unico vero deterrente (come negli Usa) per indurre l'imputato alla piena sottomissione alle ipotesi d'accusa. Non dimentichiamo, però, la parte piena del bicchiere.
Non è detto che. nel lungo periodo (diciamo dal 2025 in poi), le corti d'appello e la Cassazione vedrebbero per forza aumentare i propri carichi di lavoro. per effetto della mancata bonifica operata oggi dalla prescrizione che ha. soprattutto in appello, un'incidenza significativa. In verità potrebbero esservi dei benefici insperati: la soppressione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio dovrebbe, innanzitutto, assicurare una maggiore serenità nell'affrontare i processi, rifuggendo dal benché minimo sospetto che l'imputato l'abbia impugnato per arrivare a una prescrizione divenuta irraggiungibile.
Certo il reprobo potrebbe lavorare per evitare una sentenza definitiva di condanna, ma qui veniamo agli auspici ultimi dei sostenitori della riforma. Se il reato non si prescrive l'imputato "reo" (solo per il suo foro interiore sia chiaro) ha tutto l'interesse a patteggiare la pena, se patteggia il processo si chiude e così appelli e ricorsi diminuiscono.
Il tutto funziona a una duplice condizione 1) che il processo in primo grado si concluda effettivamente entro gli attuali termini di prescrizione del reato, altrimenti anche i "colpevoli" non rinunceranno alla chance di tirarla per le lunghe e 2) che i reati siano scoperti tempestivamente ovvero senza che passi troppo tempo dalla loro commissione. E qui le cose si complicano perché oltre il 50% dei reati si prescrivono già nella fase delle indagini ossia nelle mani dei pubblici ministeri e non (sempre) per inerzie, ma perché gli autori dei reati vengono scoperti con ritardo. Per il restante 50% circa la prescrizione si consuma in un periodo più o meno lungo (un 25% circa in primo grado).
Questa cifra oscura (il 75% circa delle prescrizioni) non è direttamente scalfita dalla modifica approvata e può ritenersi che resti praticamente incomprimibile anche dopo la riforma che entra in vigore il prossimo 1' gennaio se non intervengono modiche strutturali profonde. Quindi si sta lavorando per salvare il restante 25% circa di processi. ossia i processi che si estinguono per prescrizione innanzi alle corti d'appello e, in minima parte, alla Cassazione.
Qualcuno dirà che comunque sarebbe un buon risultato e che anche i detrattori della riforma potrebbero farsene una ragione. Forse è vero, ma un imputato a vita non giova alla collettività e genera costi economici (non solo indennizzi Pinto) e sociali non ben calcolati. Costi che, comunque, dovrebbero porsi in equilibrio con l'interesse che lo Stato dovrebbe conservare a punire (o meglio a sperare di punire, le assoluzioni in appello sono numerose) reati per lo più bagattellari, posto che i crimini più gravi sono già ora, e per fortuna, praticamente imprescrittibili.
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 6 dicembre 2019
Orlando sente il ministro Bonafede. Il vicesegretario incontra i penalisti impegnati nella maratona oratoria contro il "fine processo mai". Poi all'indirizzo dei 5 stelle: serve una moratoria sulle stupidaggini, finisca la discussione a distanza e passiamo alle proposte concrete. La quadratura è difficile ma non impossibile. Sembrano allentarsi le tensioni nella maggioranza sulla legge della prescrizione che ormai l'ex ministro Orlando chiama legge "Bon-Bon", giusto per ricordare che è figlia tanto del ministro pentastellato Bonafede quanto della ex ministra leghista Bongiorno.
La giornata di ieri si è aperta con le dichiarazioni distensive di Di Maio e dello stesso Guardasigilli. Il primo, dimentico di aver accusato il Pd di cercare un nuovo patto del Nazareno, in mattinata spiega: "Non vedo motivo di alimentare tensioni inutili nel governo e non comprendo i toni duri usati negli ultimi giorni da parte di qualcuno. Sulla prescrizione ogni buona proposta che punti a far pagare chi deve pagare e vada dunque nella direzione auspicata dal M5S è ben accetta". Anche il secondo stempera i toni: "Mi rifiuto di pensare che una maggioranza in cui c'è il M5s e il centrosinistra possa mettere in crisi un governo sulla prescrizione".
Sarà che i 5 Stelle hanno ormai la ragionevole certezza che dal primo gennaio andrà in vigore la cancellazione della prescrizione dopo il primo grado, come da desiderata. Oppure sarà che "Bonafede e Di Maio sono nel panico. Si sono accorti che il rischio di una crisi di governo è reale e concreto", come dice il forzista Francesco Giro.
Fatto sta che nel pomeriggio una telefonata fra Bonafede e Andrea Orlando, ex ministro della giustizia e vice di Zingaretti, riapre il dialogo. Ai cronisti di Montecitorio il dem spiega che "il cortocircuito" sulla legge "Bon-Bon" si può superare a patto di "una moratoria sulle stupidaggini", "come quelle di Salvini che dimentica che il problema lo ha creato il suo governo". L'altra stupidaggine "è evocare casi di prescrizioni che non sarebbero stati risolti con la legge che entrerà in vigore a gennaio, come Eternit in cui la prescrizione è arrivata prima del processo".
Insomma, spazzando via la propaganda leghista ma anche grillina l'accordo è possibile. Al ministro, Orlando annuncia che il Pd presto consegnerà a lui e a Conte "una proposta che conterrà anche l'esigenza di gestire la fase transitoria". Non si parte da posizioni radicalmente opposte, tranne che sulla prescrizione, "nel ddl Bonafede ci sono cose, sul processo penale o sulla riforma del Csm, che condividiamo", spiega. Orlando non nega che la quadratura del cerchio "è difficilissima", ma intanto "è il momento di interrompere la discussione a distanza e di fare proposte concrete". Ottimista anche il dem Michele Bordo, uno degli sherpa in parlamento: "Abbiamo finalmente ascoltato toni diversi da parte dei 5 stelle, prendiamo atto di una disponibilità a costruire convergenze".
Dal Pd filtra qualche indicazione sul testo che verrà proposto per la legge delega sulla durata del processo. Dopo il primo grado di giudizio la prescrizione si fermerebbe per 24 mesi, più dei 18 del testo precedente, ma verrebbe introdotto un solido meccanismo di garanzia nel caso i processi si allunghino troppo. Un "lodo", insomma, da approvare in consiglio dei ministri prima della fine dell'anno.
Ma se i 5 Stelle dovessero tergiversare o non accettare modifiche, il Pd ha un piano B: una legge da presentare in parlamento, un "paracadute", sul quale chiedere il voto libero dei parlamentari. Eventualità estrema. Ma non così remota perché in serata, all'uscita del vertice di maggioranza Di Maio torna ai toni combat: "La prescrizione per noi entra in vigore il 1 gennaio 2020, su questo non si discute" poi "sui tempi dei processi, sulla riforma del processo penale, si può continuare a discutere. Ma se si vuole modificare la spazza-corrotti, non è accettabile".
E all'indirizzo di Orlando: "Non è una sciocchezza parlare dei processi Eternit e di come una serie di furbi l'abbiano fatta franca in questi anni". È chiaro che gli ondeggiamenti del capo M5S sono dovuti al marasma interno dei suoi. Non è chiaro invece come e quanto il governo potrà andare avanti a queste condizioni.
Prima di sentire il ministro, Orlando aveva incontrato gli avvocati penalisti guidati dal presidente dell'Unione delle camere penali Domenico Caiazza. Dall'inizio della settimana - e fino a sabato - stanno tenendo una maratona oratoria a Roma, a piazza Cavour, davanti al Palazzo di Giustizia, per chiedere l'abolizione dello stop alla prescrizione. Un'iniziativa trasmessa in diretta web da Radio Radicale e che sta impegnando centinaia di avvocati da tutt'Italia. Al gazebo ieri mattina è arrivata una delegazione di Italia viva guidata da Maria Elena Boschi. Il giorno prima è stata la volta della destra, la pattuglia di Forza Italia, Lega e Fdi.
Ma in questi giorni, alla spicciolata, sono arrivati anche esponenti del Pd e persino due senatori 5s, Urraro e Grassi. Tutti parlamentari che si sono dichiarati pronti a votare per l'abolizione della legge Bonafede. Così come Emma Bonino che per +Europa ha tenuto con loro una conferenza stampa al senato. I penalisti hanno anche ricordato l'appello di 120 docenti universitari. E che con l'Ucpi danno voce a quella parte del paese che, fuori dalle stanze degli equilibristi del governo, è contro il "fine processo mai".
di Luigi Ferrarella
Sette - Corriere della Sera, 6 dicembre 2019
Tuttavia (dopo 12 procedimenti in 44 anni) le prove, anche se troppo tardi, ci sono. E indicano i neofascisti Freda e Ventura e i loro seguaci. Se chi oggi passa per piazza Fontana la crede soprattutto un capolinea del tram, e sino alla nuova più visibile installazione (appena annunciata dal Comune) faticava a distinguere la lapide coni nomi dei 17 uccisi dalla bomba di so anni fa che molti giovani confusamente collegano alle Brigate Rosse, non può stupire che nella memoria collettiva l'altalenante catena processuale -12 tra dibattimenti e procedimenti in 44 anni - scolori nella liquidatoria e pigra litania della "strage senza verità".
E invece, nonostante verdetti senza colpevoli o con colpevoli fuori tempo massimo a causa degli ostruzionismi di apparati istituzionali che da subito distolsero le indagini dai veri responsabili e tentarono di indirizzarle verso falsi colpevoli come l'anarchico Pietro Valpreda, non è proprio così. Perché, parafrasando l'"io so ma non ho le prove" di Pasolini nel 1974, mezzo secolo di sentenze contengono comunque tanta materia per oggi poter dire di sapere, e di avere (magari troppo tardi) le prove.
Il ruolo di Ordine Nuovo Si sa che in Veneto, nell'organizzazione neofascista Ordine Nuovo, a un gruppo eversivo diretto da Franco Freda e Giovanni Ventura (morto nel 2cno) va attribuita la serie di 17 bombe fatte esplodere nel 1969 prima delle 5 del 12 dicembre. Si sa (perché l'ha scolpito la Cassazione del 2005, pur nel confermare l'assoluzione in appello del trio Zorzi-Maggi-Rognoni condannato in primo grado all'ergastolo nel 2000), che Freda e Ventura - definitivamente assolti in Cassazione nel 1987 per la strage dopo il ribaltamento (in appello nel 1981 a Catanzaro e nel 1984 a Bari) dell'iniziale ergastolo del 1979 a Catanzaro - sono storicamente tra i responsabili della strage di piazza Fontana; e che nelle aule giudiziarie (dove poi non sono più stati riprocessabili in forza del divieto del ne bis in idem) sarebbero stati condannati se, al tempo di quei loro dibattimenti, fossero state già disponibili le nuove prove, emerse invece solo nelle inchieste successive allo "scippo" dell'istruttoria milanese/padovana/ trevigiana scandalosamente trasferita nel 1972 dalla Cassazione.
Si sa (perché per le loro condotte falsificatorie sono stati condannati in via definitiva) che, nell'allora controspionaggio del Sid-Servizio informazioni della Difesa, il vicecapo del servizio Gian Adelio Maletti (generale riparato da11980 in Sudafrica) e il capitano Antonio Labruna operarono per depistare le indagini alle quali in momenti decisivi sottrassero protagonisti cruciali: o facendoli scappare con falsi passaporti all'estero come Marco Pozzan, o occultando che fossero stati collaboratori del servizio segreto in anfibi rapporti con i neofascisti tombaroli, come il giornalista di destra e "agente Z" Guido Giannettini.
Erodoto, informatore Cia Si sa, perché lo confessò lui stesso, che Carlo Digilio, neofascista di Ordine Nuovo morto a fine 2005, ebbe un ruolo divenuto verità giudiziaria quando nel 2000 è passata in giudicato la prescrizione del reato, maturata per il prevalere (sulle aggravanti) delle attenuanti riconosciutegli appunto per la sua collaborazione.
Si sa (dalla seconda tornata di indagini milanesi del giudice Guido Salvini e della pm Grazia Pradella negli Anni 90) che gli americani rispetto ai progetti eversivi degli ordinovisti veneti, nel 1969 ebbero un molo quantomeno di "osservazione senza intervento", attraverso la ricostruita catena di comando statunitense che gestiva proprio il neofascista Digilio come informatore Cia con il nome in codice Erodoto.
Si sa (in forza della prescrizione del favoreggiamento in Cassazione nel 2005 per Stefano Tringali) che ancora a metà Anni 90, durante le indagini sul medico neofascista veneto Carlo Maria Maggi e sul camerata Delfo Zorzi riparato in Giappone, si attivò una rete di protezione (fatta di lettere a ex estremisti e promesse di soldi) per "sterilizzare" possibili riscontri a carico di Zorzi, poi assolto grazie anche all'alternarsi di accuse e ritrattazioni del collaboratore Martino Siciliano. Si sa che dagli scavi giudiziari su piazza Fontana sono poi affiorate alcune delle prove che in Cassazione nel 2o17 hanno determinato la definitiva condanna all'ergastolo di Maggi (scomparso nel 2018) per gli 8 morti e i feriti di un'altra strage fascista, quella di Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974.
E soprattutto si sa che, se tutto questo si sa, è solo perché, proprio mentre uomini dello Stato intralciavano la ricerca della verità, altri uomini dello Stato si spendevano per rimontare quella corsa ad handicap. Fino al paradosso - come nel caso dei magistrati Emilio Alessandrini (erede della "pista" raddrizzata dai colleghi trevigiani Stiz e Calogero) o Guido Galli (sotto processo disciplinare per aver protestato alla testa dell'Anm milanese contro lo scippo del processo d Milano) - di vedersi poi "imputare", dai terroristi di opposta coloritura (rossa) che anni dopo li avrebbero assassinati, di essere state toghe "riformiste" e "garantiste", capaci di ridare credibilità e efficienza allo Stato.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 6 dicembre 2019
Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 5 dicembre 2019 n. 49545. Per la consegna del cittadino italiano, nell'ambito del mandato d'arresto europeo, accusato di reati fiscali, non serve la condizione della doppia punibilità. La sesta sezione penale della Corte di cassazione, con la sentenza 49545depositata ieri, respinge il ricorso contro la decisione del presidente della Corte d'Appello di applicare la misura cautelare dell'obbligo di presentazione giornaliero alla Polizia giudiziaria.
Un provvedimento, adottato dopo la convalida dell'arresto provvisorio del ricorrente, finalizzato alla sua consegna alle autorità giudiziarie tedesche, richiesta con un mandato d'arresto europeo cautelare. La difesa ha molte obiezioni relative al mancato rispetto delle garanzie nell'eseguire l'arresto e nel comunicare il Mae. Dall'omessa informazione della facoltà di nominare un difensore nello Stato di emissione, alla mancata traduzione in lingua italiana del Mae o dell'informativa del Sistema integrato Schengen.
Ma l'errore maggiore commesso dai giudici, ad avviso dell'indagato, stava nel non aver tenuto conto del difetto della doppia punibilità. Il cittadino richiesto era, infatti, accusato di reati tributari, e la difesa segnalava ai giudici che l'evasione contestata al suo assistito ammontava a poco più di 185 mila euro, mentre il tetto di rilevanza penale previsto dal giudice interno fissa la soglia per il reato a 250 mila euro.
Nessuno degli argomenti spesi in favore del ricorrente coglie però nel segno. Sul piano delle garanzie la Suprema corte specifica che la nullità riguarda esclusivamente la completezza del verbale. E non era questo il caso.? Mentre le altre violazioni, avrebbero dovuto essere contestate in sede di convalida davanti al giudice. Cosa che non era avvenuta. Per quanto riguarda la mancata traduzione del Mae non fa scattare la violazione del diritto di difesa, se sono state fornite analoghe informazioni. Non passa neppure l'appunto sulla condizione della doppia punibilità, prevista dalla legge 69/2005, per eseguire la consegna.
La Cassazione spiega che la norma è mitigata proprio in riferimento alla materia delle tasse e delle imposte. Non viene, infatti, richiesta "la necessità di una perfetta sovrapposizione tra la fattispecie prevista dall'ordinamento estero e quella contemplata dall'ordinamento italiano".
Per dare via libera all'esecuzione del mandato, basta che le due norme siano "analogicamente assimilabili". Partendo da questo presupposto i giudici hanno escluso che per i reati tributari sia rilevante il superamento della soglia di punibilità.
Una chiarimento che la Cassazione offre al ricorrente, che aveva considerato solo l'accusa di evasione dell'Iva, malgrado il chiaro riferimento, nella parte descrittiva del Mae, alle frodi carosello che, pur nelle possibili varianti, presuppongono in genere l'emissione di fatturazioni per operazioni inesistenti. Dunque non c'era solo l'Iva evasa alla base della richiesta delle autorità tedesche.
di Fulvio Aurora*
Il Manifesto, 6 dicembre 2019
Il procedimento contro i medici della clinica Santa Rita o quello contro l'Eternit di Casale Monferrato, sono stati tra i molti esempi di mancata giustizia. Il 6 dicembre avrebbe dovuto esserci un'udienza in Cassazione per il processo contro Brega Massone e Presicci, ex primari di chirurgia toracica nella ex Clinica Santa Rita di Milano, accusati di aver causato la morte di quattro pazienti sottoposti a interventi chirurgici non necessari. Medicina Democratica è presente al processo come parte civile.
In precedenza davanti alla Corte d'Appello di Milano vi era stata una condanna all'ergastolo per il primo imputato (già condannato in via definitiva a 15 anni di reclusione per truffa e lesioni nei confronti di altre 80 persone). Al seguito del ricorso al successivo grado di giudizio, la Cassazione aveva rilevato che, sostanzialmente, non vi era stato da parte dell'imputato così condannato una condotta dolosa, da cui il rinvio di nuovo davanti alla Corte d'Appello che in diversa composizione ha indicato una pena ridotta a 15 anni di reclusione.
La Corte d'Appello si era a essa conformata, quindi ancora una volta era stato proposto un ricorso in Cassazione del procuratore Generale e degli avvocati degli imputati. Il 6 dicembre sembra però che non ci sarà nessun dibattito, perché da parte degli avvocati penalisti è in corso un'astensione dalle udienze della durata di 5 giorni. Il motivo riguarda la legge che sarà vigente dal 1 gennaio 2020 modificando i termini di decorrenza della prescrizione, che resterà in vigore non oltre il primo grado di giudizio. In altre parole: ci potrà essere ricorso in appello delle parti interessate, ma la prescrizione non potrà più essere calcolata includendo i tempi dei gradi di giudizio successivi. Perché gli avvocati penalisti vogliono mantenere la prescrizione? Per inciso: il processo per la ex Clinica Santa Rita è iniziato nel 2009.
Facciamo un altro esempio. Eravamo presenti, come associazione costituita parte civile alla sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione il 19.11.2014 (n. 7941/2015) nel processo Eternit di Casale Monferrato, che ha dichiarato la prescrizione dei reati contestati al responsabile della multinazionale, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny.
C'erano in campo 2897 parti offese, di cui 1800 deceduti per esposizione all'amianto. Difficile dire che senza condanna e risarcimento i loro diritti siano stati garantiti. E per quanto siano passati anni, la ferita è tutt'altro che chiusa. Da allora ci siamo battuti per limitare i termini del calcolo di prescrizione dei reati, segnatamente per quelli ambientali e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, e con il senatore Felice Casson, da noi conosciuto quale Pubblico Ministero nel processo contro il Petrolchimico di Marghera, avevamo visto l'opportunità di richiedere al legislatore di sospendere e/o bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio.
Siamo quindi stati contenti quando è stata approvata la legge 3 gennaio 2019 n. 3. Abbiamo poi visto che vi è stata una certa opposizione, addirittura un primo sciopero degli avvocati penalisti contro i suoi contenuti. Per la verità, questa reazione non ci ha stupito. Essendo stati parte civile in diversi processi riguardanti la sicurezza nei luoghi di lavoro, con specifico riferimento al tema dell'esposizione all'amianto, abbiamo ben visto come gli avvocati della difesa operino per allungare i tempi dei processi, arrivando così alla dichiarazione di estinzione dei reati per intervenuta prescrizione, pur in presenza di responsabilità evidenti.
Non comprendiamo come vi sia chi sostiene che il blocco della prescrizione possa allungare i tempi dei procedimenti. È certamente vero che la durata dei processi è, in molti casi, eccessiva, ma che c'entra la prescrizione? Per ridurla occorrerebbe che il ministro della Giustizia, il Governo e il Parlamento prendessero concreti provvedimenti, che sono già stati da molti indicati, al fine di implementare il personale per ottenere una migliore e più efficiente organizzazione della macchina giudiziaria.
Del resto nel processo civile l'istituto della prescrizione opera già con gli effetti voluti dalla nuova legge in campo penale e nessuno si è mai sognato di criticare tale scelta. Se dopo il primo grado, non ci fosse più la prescrizione, l'imputato (oltre alle vittime del reato) sarebbe ben contento di arrivare al più presto a una sentenza definitiva, al di là della sofferenza per il reato commesso (se la sentenza fosse di condanna). È vero che la prescrizione non è l'assoluzione, ma nel senso comune ad essa equivale.
Indipendentemente dall'ideologia politica sposata, il coraggio della verità sta proprio nel non rincorrere arcaici istituti processuali, (si pensi infatti che in molti paesi europei la prescrizione decade al primo grado di giudizio) non più compatibili con i tempi della nostra giustizia che vanificherebbero la pretesa punitiva della Stato a discapito delle vittime di questi odiosi reati posti in essere nei luoghi di lavoro.
*Responsabile vertenze giudiziarie di Medicina Democratica, Movimento di Lotta per la Salute
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