cittadellaspezia.com, 29 ottobre 2019
Scontata la pena, fuori dal carcere c'è un mondo con cui è difficile confrontarsi. Soprattutto se si tratta di ragazze minorenni o poco più che adulte. Giovani, fino a 25 anni di età, che raccontano storie di violenze subite, matrimoni precoci e combinati, con un'infanzia mai vissuta segnata da angherie, percosse e sfruttamento.
Per molte di loro essere riavvicinate alla famiglia o al contesto originario significherebbe condannarle a rivivere tutto dall'inizio. Serve una via di uscita, un percorso di autonomia che prosegua il recupero e le renda artefici in positivo del proprio destino. E' questo il significato del progetto Exit - finanziato con il contributo di Fondazione Carispezia nell'ambito del Bando Aperto 2018 - che mette insieme due realtà importanti che operano nell'ambito del sociale a Massa Carrara: l'Istituto penale minorile (Ipm) per sole donne di Pontremoli e la Cooperativa Sociale Serinper, con sede a Carrara.
A spiegare i dettagli è il presidente di Serinper, Alessio Zoppi: "L'attività di recupero dell'Ipm di Pontremoli rappresenta un'eccellenza unica in Europa dato che tratta fino a 16 ragazze, minorenni e giovani adulte, dai 14 ai 25 anni. Occorre però rinforzare i progetti di reinserimento sociale e lavorativo una volta che le ragazze siano uscite dall'Istituto, raccogliere quanto di buono fatto fino a quel momento. Una staffetta che preveda percorsi di autonomia, inserimenti residenziali e in borsa lavoro, tirocini formativi e apprendistato.
Tutto ciò che possa servire ad allontanare definitivamente queste ragazze da contesti delinquenziali e di sfruttamento". Molte delle giovani dell'Ipm sono straniere e in gran parte condannate per reati contro il patrimonio che derivano da organizzazioni che sfruttano a tal scopo i minori. Dietro ci sono storie di privazione e violenza, di infanzie 'rubate', percosse e costrizioni di ogni genere.
"Non vogliamo che queste donne tornino di nuovo ambienti delinquenziali - precisa l'amministratore di Serinper, Enrico Benassi - dopo il grande lavoro che viene fatto all'Ipm. Il progetto Exit conta di poter farsi carico di 6 di queste ragazze ogni anno e avviare un'attività complessa che le dia loro la possibilità di reinserirsi nella società civile con sostegno e un riparo per circa un anno tramite in un gruppo appartamento protetto in Lunigiana.
Si tratta di realtà sociali composite, lontane dal contesto penale, che servono a riavvicinarsi alla società civile evitando processi di etichettamento o ghettizzazione. Per ciascuna di loro sarà elaborato uno specifico progetto educativo individuale. Saranno inviate dall'Ipm e seguite da operatori di Serinper: una collaborazione essenziale.
E' prevista anche la possibilità di percorsi di inserimento nel mondo del lavoro per dar loro modo di diventare autonome una volta terminato il progetto Exit". "Con questo progetto - conclude il direttore dell'istituto penale minorile, Mario Abrate - possiamo innescare un circolo virtuoso che porti all'incremento di inserimenti in strutture protette, sicure e di crescita per le giovani in uscita dall'Ipm.
Cambiare gli stili di vita delle nostre ragazze è possibile ed è uno degli obiettivi educativi principali della Giustizia Minorile. Terminata la competenza penale occorre una progettazione individualizzata in grado di accompagnarle in un percorso di autonomia che possa raccogliere quanto di buono fatto in Istituto. Cosa che potremo fare grazie alla collaborazione con Serinper in questo progetto finanziato da Fondazione Carispezia, che ringrazio".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 ottobre 2019
Da luglio a oggi arrivati 50 reclusi. Sono 129 quelli condannati al carcere a vita. Continui trasferimenti da un carcere di massima sicurezza a un altro, da una sezione As1 ad un'altra, dove le celle non sono adeguate per ospitare gli ergastolani: e se quest'ultimi rifiutano, subiscono provvedimenti disciplinare tanto da finire in situazioni simili al 41 bis. Il caso più eclatante è quello che sta avvenendo da un mese a questa parte al carcere di Parma.
Alcuni detenuti ergastolani, provenienti dal carcere di Voghera, reduci dello smantellamento delle sezioni 1 e 3 del circuito AS3, sono stati sanzionati disciplinarmente per essersi rifiutati di andare in celle poco più grandi di tre metri quadrati per starci in due. Per punizione sono stati mandati nella sezione di isolamento denominata Iride, e alcuni denunciano di essere stati ubicati in quattro celle lisce.
Una situazione che è stata denunciata - tramite una lettera all'associazione Yairaiha Onlus. La presidente Sandra Berardi ha segnalato la questione al garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, il quale ha chiesto a quello del comune di Parma Roberto Cavalieri di verificarla. Raggiunto da Il Dubbio, il garante Cavalieri ha confermato la gravità denunciata e definisce la situazione "allarmante". D'altronde, tale precarietà, era stata preannunciata da lui stesso tramite una lettera indirizzata al Dap, ma senza ottenere risposta.
"Quattro celle, sono le cosiddette "celle lisce" il che significa: niente tv, bagno alla turca, niente luce nel bagno, niente tavolo per sedersi e poter mangiare come gli esseri umani, una luce che assomiglia ad un lumino di cimitero", denunciano i detenuti ergastolani all'associazione Yairaiha. "Per scrivere - si legge nella lettera - bisogna stare seduti sul letto con lo sgabello tra le ginocchia e sopra la carpetta su cui adagiare il foglio.
Nelle celle lisce si deve mangiare in piedi visto che al posto del tavolo vi è una sorta di mangiatoia in cemento pieno. L'aria che si respira è quella del 41 bis: biancheria contata anzi, meno del 41, passeggi spettrali e pieni di muffa maleodorante. La sola differenza è il colloquio senza vetro". Ma non solo. "Uno dei malcapitati a Voghera - si legge sempre nella lettera - aveva il piantone in quanto ha una piastra di ferro in una gamba e gli manca mezza mano, qui ha anche problemi per andare in bagno perché sulla turca non riesce a stare piegato. Nonostante abbia fatto presente le sue condizioni non ha ricevuto risposta".
I detenuti che si ritrovano per punizione alla sezione Iride del carcere di Parma, sottolineano nella lettera di denuncia: "Più che comodità stiamo chiedendo solo e soltanto i nostri diritti inalienabili: la tv è ministeriale, l'illuminazione adeguata è sancita dalla Cedu. In queste quattro celle non c'è niente a norma, ma delle norme ci si ricorda solo quando a trasgredirle è chi sta dall'altra parte della barricata, in questo caso dietro le sbarre".
Sì, perché anche l'illuminazione è un dramma. "L'altro giorno - si legge nella lettera - è venuto l'agente addetto alla Mof e gli abbiamo chiesto se poteva aprire il portalampada e far scendere la lampadina, anch'essa imprigionata in una sorta di scatola di ferro che impedisce alla luce di diffondersi; la risposta è stata che in queste celle non si può toccare niente e che se volevamo le comodità potevamo salire in sezione, nelle celle a due in tre metri quadri".
Come già riportato da Il Dubbio, la situazione è al collasso. Il garante locale Cavalieri, in una lettera - ancora senza riposta - inviata al Dap, aveva fatto presente che il trasferimento a Parma di circa 50 detenuti AS3 dallo scorso mese di luglio ad oggi e, recentemente, l'assegnazione dal carcere di Voghera di 10 detenuti AS1, sette dei quali con ergastolo ostativo, che portando a 129 gli ergastolani presenti ovvero il 20% dei reclusi, ha "compromesso la vivibilità delle celle per i detenuti con lunghe condanne e, spesso, costretto i detenuti a vivere con un compagno malato, anch'esso bisognoso di maggior tutela" e accade che "i detenuti, pur di non vivere in cella con un compagno, preferiscono farsi rinchiudere nelle celle di isolamento e avviare forme di proteste". E sono proprio quelli reclusi - grazie al provvedimento disciplinare - alla sezione iride, che hanno scritto all'associazione Yairaiha. Ma forse non è solo un problema che riguarda il carcere di Parma, ma è molto più esteso.
di Rita Bernardini*
Il Dubbio, 29 ottobre 2019
Antonio Tomaselli ha un tumore dal 2017. Tocca ancora una volta a noi Radicali occuparci di vicende scomode, come quando, insieme a Marco Pannella e ad altre 150 persone, facemmo uno sciopero della fame per denunciare le condizioni di salute di Bernardo Provenzano - ormai morente ed incapace di intendere e di volere - detenuto in regime di 41bis, il cosiddetto "carcere duro" previsto dall'ordinamento penitenziario. Nel caso del capo mafia la "giustizia" arrivò a due anni di distanza dalla sua morte, grazie alla Corte Edu che giudicò "inumano e degradante" il rinnovo del 41bis nel 2016, poco prima della sua morte.
Il caso di oggi riguarda sempre un detenuto al 41bis, ma in attesa di giudizio, giudizio che quando arriverà, con altissime probabilità, non lo troverà più in vita. Si tratta di Antonio Tomaselli, per le cronache giudiziarie reggente della famiglia Santapaola-Ercolano, invischiato in diverse inchieste e già in passato condannato per associazione mafiosa. Preciso che Tomaselli non è imputato, né mai lo è stato in passato, per fatti di sangue e che la condanna massima che riceverà (se la riceverà all'esito del processo), non potrà superare i dieci anni.
Nel luglio del 2017 a Tomaselli viene diagnosticato un tumore inoperabile al IV stadio al polmone destro, al polmone sinistro e al surrene. Speranza di vita: tre anni. All'epoca era ancora in libertà e aveva iniziato le indispensabili terapie presso l'ospedale "Garibaldi" di Catania.
L'11 novembre 2017 viene arrestato e condotto nel carcere di Catania-Bicocca in quanto di lì a tre giorni era prevista una Tac presso l'ospedale della città. Fatta la Tac, che confermava l'avanzamento inesorabile della malattia, Tomaselli viene tradotto a 1.500 chilometri di distanza, nel carcere di Tolmezzo, dove i sanitari stabiliscono di non poterlo curare. Così, da Tolmezzo lo trasportano nel carcere di Torino e anche lì i sanitari si dichiarano impossibilitati a seguire un malato in quelle condizioni.
Nel frattempo, i periti del tribunale di Catania comunicano che il Tomaselli doveva essere trasferito a Messina, in quanto malato oncologico terminale residente e in cura presso l'ospedale di Catania. Invece, accade che il detenuto viene tradotto nel carcere di Milano-Opera perché il governo aveva intanto firmato il decreto che gli infliggeva il 41bis.
I familiari e i difensori, gli avvocati Eugenio Minniti e Giorgio Antoci, non si danno pace e documentano come i controlli, i monitoraggi e le cure per il loro congiunto e assistito, in qualsiasi carcere sia stato, non sono effettuati secondo i protocolli e che per una persona in quelle condizioni né il carcere né tanto meno il regime speciale del 41bis possono consentirgli un'assistenza adeguata.
Non c'è niente da fare: sia il tribunale del riesame sia la Cassazione sentenziano che "le condizioni di salute in cui versa il Tomaselli non risultano modificate in peggio malgrado la gravissima malattia da cui l'indagato è affetto", e che, quindi, è compatibile con la detenzione al carcere duro.
Devo dirlo: siamo di fronte ad uno Stato che non si fa scrupolo di segregare in isolamento un malato terminale sofferente e con una speranza di vita ormai non superiore ad un anno. Uno Stato torturatore che mostra un volto peggiore dei criminali che afferma di voler combattere. Da brividi.
*Consigliere generale Partito Radicale, Presidente Nessuno Tocchi Caino
lavocediasti.it, 29 ottobre 2019
Bruno Mellano Garante della Regione Piemonte: "preoccupazione per la fase attuale e pieno sostegno al lavoro dei Garanti comunali". Oggi, martedì 29 ottobre alle ore 9,00, presso la sede del Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta si svolge il primo incontro fra il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte ed il nuovo Provveditore. Dal 15 ottobre, infatti, Pietro Buffa - già storico Direttore della Casa Circondariale di Torino ed attualmente responsabile dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia - ha assunto anche l'incarico di Provveditore del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta.
A questo riguardo Bruno Mellano, Garante della Regione Piemonte, ha dichiarato: "L'avvicendamento di Buffa a Liberato Guerriero, divenuto a settembre Provveditore della Calabria, avviene in un momento particolarmente importante e delicato per la gestione delle carceri piemontesi, sotto molti punti di vista. Il programma di riordino dei circuiti penitenziari voluto dal Dap - Dipartimento nazionale dell'Amministrazione Penitenziaria - avrà significative ricadute sugli istituti piemontesi, a cominciare da Saluzzo, dove è in corso il progetto di trasformazione della Casa di Reclusione in carcere tutto ad Alta Sicurezza.
Forti criticità saranno possibili in entrambe le strutture di Alessandria: a San Michele, a causa del prossimo spostamento della Casa Lavoro da Biella e per l'apertura dello speciale progetto "Agorà", ma anche nel vecchio carcere cittadino di Piazza Don Soria, dove saranno accorpati una cospicua sezione di semiliberi, "art.21" e detenuti ammessi al lavoro esterno. Cambieranno molte cose anche a Biella: oltre al trasloco atteso della Casa Lavoro, dovrebbe finalmente avviarsi la manifattura tessile per le divise della Polizia Penitenziaria, mentre a Casale Monferrato, potrebbe prendere corpo l'ipotesi di trasformazione in carcere di un'ex caserma. Tutto ciò sarà anche accompagnato dall'avvio nelle 13 strutture penitenziarie piemontesi dello "Sportello Lavoro" voluto dalla Regione in un quadro di interventi di politiche attive dal lavoro, della formazione e sociali volte a rafforzare le reti istituzionali e territoriali per il recupero ed il reinserimento dei detenuti. In un siffatto contesto, l'esperienza professionale e la conoscenza dell'Amministrazione penitenziaria di Pietro Buffa sarà sicuramente preziosa: la situazione è resa ancora più calda dalle inchieste aperte da alcune Procure - e penso ovviamente a Torino ma anche ad Ivrea - in riferimento a comportamenti contestati ad alcuni agenti della polizia penitenziaria su quali la magistratura sta cercando di fare chiarezza con il lavoro dello stesso Nucleo Investigativo della Polizia Penitenziaria.
Il ruolo svolto in questi anni dai Garanti comunali di Torino, Monica Cristina Gallo, e di Ivrea, all'epoca Armando Michelizza ed ora Paola Perinetto, di fronte a queste situazioni ed a questi casi è quanto mai delicato e ha implicato uno stretto e costante rapporto con il Garante nazionale e regionale ed un confronto franco ed aperto con i responsabili dell'Amministrazione penitenziaria, ai vari livelli.
"La Regione Piemonte - continua Mellano - è l'unica in Italia ad avere un Garante comunale per ogni città sede di carcere: 13 istituti per adulti ed 1 per minori, 12 garanti in tutto (Alessandria ha 2 carceri); desidero dunque ringraziare Marco Revelli, attuale garante di Alessandria, nonché il suo predecessore Davide Petrini. Rosanna Degiovanni, di Fossano, Roswitha Flaibani di Vercelli, Paola Ferlauto di Asti, che ha proseguito sulle orme di Anna Cellamaro. Silvia Magistrini di Verbania, Bruna Chiotti di Saluzzo, Alessandro Prandi di Alba, Mario Tretola di Cuneo, Sonia Caronni di Biella e don Dino Campiotti di Novara.
Inoltre una componente del Collegio del Garante nazionale, Emilia Rossi, è anch'ella torinese: una rete rara e preziosa che in questi anni ha potuto lavorare in sinergia grazie anche al Coordinamento regionale dei Garanti piemontesi ed alle relazioni con i colleghi regionali e territoriali assicurati da riunioni convocate dal garante nazionale o dalla Conferenza nazionale dei Garanti. Un protocollo d'intesa fra i garanti piemontesi ed il PRAP è stato sottoscritto nel luglio del 2016 ed ora dovrà essere rinnovato.
Il ruolo dei Garanti, per come definito dalle leggi istitutive o dalle delibere e dai regolamenti, pur avendo preso avvio dalla situazione dei diritti delle persone recluse in carcere si è inevitabilmente allargato a tutte le situazioni di privazione della libertà, "uscendo dal carcere" ed investendo sempre più condizioni di privazione o limitazione delle libertà individuali, dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) alle Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) ai trattamenti sanitario obbligatori (Tso) all'utilizzo della contenzione in ambito sanitario o delle case di cura e riposo per anziani.
Il lavoro svolto nell'ambito penitenziario dalle figure di garanzia ha assunto un peso specifico e una capacità di intervento che, proprio nell'esperienza di Torino - dove l'Ufficio del Garante è stato istituito sin dal 2003 - si è sedimentato ed è riconosciuto dal tessuto sociale ed istituzionale di riferimento, dapprima con il lavoro pionieristico di Maria Pia Brunato ed ora con Monica Cristina Gallo.
Dopo aver rigorosamente rispettato un silenzio-stampa condiviso con gli altri garanti, ritengo ora, anche per tutte queste considerazioni sopra espresse, opportuno e doveroso assicurare - anche pubblicamente, a titolo personale e a nome del Coordinamento regionale dei Garanti piemontesi - a Monica Cristina Gallo, Garante della Città di Torino, il pieno sostegno nella prosecuzione del suo prezioso lavoro dentro la Casa Circondariale di Torino e il profondo apprezzamento per il "percorso netto" intrapreso nella gestione molto delicata e potenzialmente molto problematica di segnalazioni che possono configurarsi come casi di "pena inumana e degradante". La Magistratura farà il suo lavoro, così come l'Amministrazione penitenziaria e i mezzi di informazione: io confido che anche i Garanti, soprattutto quelli comunali che - per lo più - sono attivi su base volontaria, possano continuare con serenità e tranquillità ad assicurare il proprio contributo di "osservatore esterno" di una comunità penitenziaria che vive una stagione molto complicata.
avellinotoday.it, 29 ottobre 2019
Un'ora d'aria colorata prosegue a Foggia. Mercoledì 30 ottobre la casa circondariale di Foggia ospiterà la ventunesima tappa della tournée musicale di Luca Pugliese per le carceri. S'intitola Un'ora d'aria colorata la missione artistico-culturale che dal gennaio 2013 vede Luca Pugliese impegnato a far dono gratuito della sua musica alla popolazione detenuta di numerosi istituti di penitenziari del paese. Un'iniziativa solidale, questa del poliedrico artista campano, che oltre a richiamare l'attenzione sullo stato delle nostre carceri chiama in gioco il ruolo sociale dell'arte e dell'essere artisti.
"La dignità dell'uomo" afferma l'artista "è un diritto universale che non ammette deroghe e l'arte è un diritto di tutti. La musica è aria dipinta. Portare un po' di musica in luoghi dove tutto è troppo poco e troppo stretto, mi rende vivo e mi fa sentire utile al mondo. La magia di questo tour è quella di aver scoperto e toccato con mano il potere aggregativo della musica, la capacità della musica, in luoghi come il carcere, di farsi vero e proprio focolaio di libertà.
Le emozioni che questa esperienza mi ha finora restituito sono veramente rare, le mie canzoni e la mia musica godono di un'energia totalmente diversa da quando ho deciso di regalarle a chi ne ha veramente bisogno. Sono inoltre più che mai convinto che, se vogliamo migliorare il nostro paese, dobbiamo cominciare dal basso, recuperando e riabilitando chi ha sbagliato, e che ciò non è solo doveroso, ma è anche possibile. Io metto gratuitamente a disposizione una mia competenza; se tutti dessero qualcosa gratis per alleviare la sofferenza altrui, sicuramente il mondo starebbe più in armonia con se stesso".
Il concerto, fortemente voluto dalla direttrice dell'istituto, dott.ssa Giulia Magliulo, dal comandante del corpo di polizia penitenziaria Luca Massimiliano Di Mola e dal capo area trattamentale Giovanna Valentini, vedrà Luca Pugliese esibirsi nella veste live che, proprio a partire dalla tournée carceraria, si è consolidata come quella da lui preferita: la versione one man band (voce, chitarra, percussioni a pedale).
Strabiliante "uomo orchestra" e cantautore e interprete raffinato, Pugliese porterà in scena il background più profondo della sua esperienza musicale, da sempre aperta alla contaminazione e costantemente alla ricerca di nuove suggestioni.
Ultime, ma solo in ordine di tempo, le suggestioni musicali tratte dal repertorio classico napoletano - che della tournée nelle carceri sono la colonna portante - e da quello latinoamericano, che, assieme a brani propri e a grandi classici del cantautorato italiano, offriranno un viaggio musicale unico nel suo genere, in cui epoche, stili e tradizioni differenti trovano un epicentro comune grazie a un grintoso talento interpretativo e a una rara capacità di farli propri.
recensione di Eleonora Martini
Il Manifesto, 29 ottobre 2019
Di Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo, racconta in modo certosino "una battaglia di civiltà che ormai appartiene a tutti". "Quando il 31 ottobre 2014 il primo processo si concluse in appello con l'assoluzione di tutti gli imputati, tra cui i medici per insufficienza di prove, sembrava tutto finito. Ma non ci siamo arresi".
A parlare è l'avvocato Fabio Anselmo che dieci anni fa - quando Ilaria Cucchi lo chiamò perché la sera prima della morte di suo fratello aveva visto in tv un servizio su Federico Aldrovandi (e nell'ingaggiare lo stesso avvocato, Ilaria ebbe così la sua prima intuizione felice) - era solo il difensore della famiglia di Stefano Cucchi. Oggi, "dopo 14 gradi di giudizio", è anche il compagno di Ilaria. Insieme hanno scritto un libro che è "la storia della violazione dei diritti di un essere umano, una storia che contiene tutte le altre". Questa volta è lei che parla: "Ho tirato fuori un coraggio che non sapevo di avere", perché lo aveva giurato al cadavere di suo fratello, sfigurato dalla violenza subita.
Un libro che racconta in modo certosino "una battaglia di civiltà che ormai appartiene a tutti", con un ritmo serrato da noir ma senza inventare una riga, rimettendo in fila, in ordino cronologico, la verità giudiziaria emersa durante il processo bis. "Il coraggio e l'amore", (Ed. Rizzoli, €19, 447 pp.) ha lo scopo, aggiunge Anselmo durante la presentazione che si è svolta ieri a Roma, nello spazio Feltrinelli della galleria Alberto Sordi, davanti a un pubblico folto e partecipe, "di restituire dignità all'uomo". E ad una famiglia che ha dovuto anche subire insulti e una macchina del fango messa in moto parallelamente a quella del depistaggio. E che continua ancora adesso.
"Ho timori non irrazionali che dopo i depistaggi del 2009, del 2015 e dell'anno scorso, qualcuno ci stia ancora provando", riferisce Anselmo. E guarda caso, proprio in questi giorni Ilaria è stata oggetto dell'attacco massiccio di haters su Fb dopo la presentazione del libro a Domenica in. Ma la loro è "una battaglia anche contro un fiume di ignoranza politica e giuridica che si sta ingrossando pericolosamente". Che non capisce cosa davvero voglia dire "tortura", finché non colpisce qualcuno vicino.
Ma se "Il coraggio e l'amore" descrive questi dieci anni di lotta contro uno Stato che non vuole processare se stesso, fino alla verità emersa negli ultimi mesi, il "prossimo libro che scriveremo con tutte le verità che oggi, a processo aperto, ancora non si possono riferire, si chiamerà L'amicizia e la rabbia", suggerisce il professore Vittorio Fineschi, il consulente medico-legale grazie al quale si è riusciti a dimostrare che Stefano venne picchiato brutalmente dai carabinieri che lo arrestarono, e che morì di quelle lesioni. "La rabbia rimane, perché si sono persi 9 anni", dice Fineschi. Ma il sodalizio che è nato tra loro ha rotto il muro dell'omerà e dell'indifferenza.
di Gianfilippo Neri
cinquecolonne.it, 29 ottobre 2019
Nasce a Bologna, all'Istituto Penale Minorenni "Siciliani" (Ipm), l'Osteria "Brigata del Pratello", un'esperienza formativa unica in Italia, promossa da Fomal, Ente accreditato dalla Regione Emilia-Romagna per la formazione professionale nell'ambito della ristorazione, e dall'IPM, con il sostegno della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e della Regione Emilia Romagna, che permetterà ai giovani detenuti di mettere in pratica le conoscenze acquisite nel corso della formazione e sviluppare nuove competenze in rapporto con il mondo del lavoro e la società civile.
La "Brigata del Pratello" si è inaugurata giovedì 10 ottobre in via del Pratello 34 con la prima delle cene-evento aperte al pubblico, in cui sono stati coinvolti, come cuochi e camerieri, i ragazzi detenuti che da mesi partecipano al percorso formativo. Il servizio ristorativo ha visto impegnati per ogni cena circa 6/8 giovani dell'Ipm, affiancati da chef e maître professionisti e coordinati da educatori.
Per la città di Bologna la "Brigata del Pratello" rappresenterà un luogo accogliente, da frequentare per sostenere la sfida educativa, nella convinzione che ogni persona debba avere sempre la possibilità di realizzare il proprio personale percorso di crescita e di autonomia.
Brigata del Pratello: il progetto - Il progetto della Brigata del Pratello mira a sperimentare un'attività innovativa per la formazione e l'inserimento lavorativo dei giovani detenuti; migliorare le competenze relazionali, tecniche e professionali dei partecipanti ai corsi; sostenere l'autonomia dei ragazzi attraverso l'orientamento e l'accompagnamento al lavoro e l'affiancamento nell'assunzione di responsabilità; favorire esperienze di convivialità con chiunque voglia condividere incontri e sapori inediti in un contesto unico, contribuendo a dar voce a una storia nascosta della città.
Alla serata inaugurale la squadra della Brigata del Pratello ha accolto ospiti importanti tra cui: il Questore di Bologna Gianfranco Bernabei; il Presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini; Giuseppe Colonna, Presidente Corte d'Appello di Bologna; Giusella Finocchiaro, Presidente della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna; il Prefetto di Bologna Patrizia Impresa; Luigi Martello, Magistrato di Sorveglianza; il Sindaco di Bologna Virginio Merola; Antonio Pappalardo, dirigente del Centro Giustizia Minorile di Bologna; Giuseppe Spadaro, Presidente del Tribunale per i Minorenni; Francesco Ubertini, Rettore dell'Alma Mater Studiorum e l'Arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, per citarne solo alcuni.
Le cene-evento con circa 40/50 "coperti" si svolgeranno una volta al mese - con la possibilità di aumentare se tutto funzionerà secondo i piani - e saranno occasione per degustare piatti sopraffini e per conoscere più da vicino le istituzioni e le associazioni di volontariato che collaborano con l'Istituto "Siciliani" offrendo numerose attività, un prezioso contributo al percorso di rigenerazione personale dei ragazzi detenuti.
Il progetto dell'Osteria formativa Brigata del Pratello affonda le sue radici nel lontano 2008, quando dalla collaborazione tra Fomal e Ipm e grazie al contributo della Fondazione del Monte e della Regione Emilia-Romagna nasce il primo laboratorio di ristorazione. I corsi organizzati hanno rappresentato in questi anni la risposta al bisogno dei giovani di reinserirsi positivamente nel contesto sociale attraverso il lavoro come strumento di riscatto, e l'inaugurazione dell'Osteria testimonia oggi l'impegno incessante nel garantire la rieducazione del condannato, come espresso nell'articolo 27 della Costituzione Italiana.
"Tutti speriamo che all'Osteria ci si trovi bene e si mangi bene, ma soprattutto desideriamo che abbia successo e riscontro positivo la motivazione per cui si é avviata questa esperienza. Qualunque sia il reato per cui i giovani stanno dentro è impensabile che sulla loro vita si scriva la parola fallimento, stare 'dentro' deve corrispondere anche alla possibilità concreta di reagire, rinascere, riprendere il cammino buono di persone e di cittadini" dichiara Beatrice Draghetti, Presidente di Fomal.
"L'osteria nel carcere minorile è un esempio che ben rappresenta la natura dei nostri progetti e delle attività che sosteniamo, che hanno come priorità l'impegno sul fronte dell'integrazione sociale, dell'educazione, dell'istruzione e della cultura - afferma Giusella Finocchiaro, Presidente della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna - da qui si parte se si vuole dare una speranza al futuro. Siamo certi che l'esperienza costituirà un modello da seguire anche per altre realtà nazionali".
di Giulia Filpi
agenziadire.com, 29 ottobre 2019
Gli ultimi dati dell'Istituto nazionale dei diritti umani indicano 18 casi di tortura con connotazioni sessuali, cinque morti per abusi delle forze armate, oltre mille feriti in ospedale. "Il direttore dell'Istituto nazionale dei diritti umani (Indh) del Cile invita tutte le persone che hanno avuto paura e subito violazioni dei diritti umani a denunciarle".
Questo l'appello diffuso via social dopo la fine dello stato d'emergenza proclamato il 19 ottobre dall'avvocato Sergio Micco, che guida l'Istituto. Gli ultimi dati dell'Indh relativi al periodo dello stato d'emergenza indicano 18 "casi di tortura con connotazioni sessuali", cinque morti per abusi delle forze armate, oltre mille feriti in ospedale e quasi 3.200 arresti. In un'intervista alla televisione nazionale Tvn, Micco ha ricordato anche che quattro sarebbero ancora 'desaparecidos', mentre l'Istituto sarebbe riuscito a contattare una settantina di persone di cui era stata denunciata la scomparsa.
Anche l'Onu ha avviato un'indagine sulle violazioni dei diritti umani durante le recenti proteste: la missione inizia oggi, mentre proseguono le manifestazioni. Fonti della stampa locale hanno poi riferito di un blocco della Strada 68, che connette Santiago a Valparaiso, da parte di un gruppo di autotrasportatori che contesta il sistema di telepedaggio elettronico e l'aumento del prezzo del carburante. La protesta avviene mentre al Palazzo della Moneda si attende di conoscere quali e quanti ministri verranno sostituiti nel rimpasto annunciato dal presidente Sebastian Pinera, che ha detto di voler "strutturare un nuovo gabinetto per poter far fronte alle nuove esigenze".
di Nello Scavo
Avvenire, 29 ottobre 2019
Il fronte che vuole modifiche all'accordo entro il 2 novembre. E a Tripoli Bija, nonostante le accuse, viene confermato capo della Guardia costiera. Il noto trafficante di esseri umani, sanzionato dalle Nazioni Unite, è stato nominato Capo delle Guardia costiera di Zawyah. Chi ha preso questa decisione? Chi ne è responsabile?".
La denuncia è di Vincent Cochtel, inviato speciale dell'Acnur per il Mediterraneo centrale. Solo sabato il ministero dell'Interno libico aveva promesso che sarebbe stato eseguito il mandato di cattura contro Abdurhaman al Milad, detto Bija. Ma ora Cochtel segnala non solo l'ennesima farsa libica (Bija contemporaneamente ricercato e promosso a capo dei guardacoste nell'area a Ovest di Tripoli) ma punta il dito sul riciclaggio di denaro sporco, con i trafficanti che "re-iniettano i proventi delle loro attività criminali in "affari legali", scrive Cochtel alludendo anche al business nella sanità dei fratelli fratelli Koshlaf, a capo della milizia al Nasr a cui appartiene Bija.
Se perdurasse il silenzio del governo, intanto, il prossimo 2 novembre scatterà la proroga automatica del Memorandum d'intesa tra Italia e Libia, siglato nel febbraio del 2017. In base all'accordo (e se non ci saranno modifiche) l'Italia continuerà a sostenere la cosiddetta Guardia Costiera libica e i campi di prigionia. Una posizione, quella del nostro governo, fortemente criticata dalle organizzazioni umanitarie.
Il Tavolo Asilo, composto dalle principali organizzazioni italiane, domani lancerà un appello al governo italiano e in particolare al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per chiedere di non rinnovare l'accordo. Amnesty International ricorda che se verrà rinnovato automaticamente, resterà in vigore altri tre anni. Molto critica anche Intersos, che ha ribadito la posizione espressa nei giorni scorsi ad Avvenire.
"Come organizzazione umanitaria operativa a Tripoli e nel Sud della Libia con programmi di aiuto e protezione per i minori - si legge in una nota - chiediamo con forza che il governo italiano annulli il Memorandum del 2017 e i precedenti accordi con il Governo libico e che, fatti salvi gli interventi di natura umanitaria, non vengano rifinanziati quelli di supporto alle autorità libiche nella gestione e controllo dei flussi migratori".
Analoghe richieste arrivano da esponenti politici, soprattutto della maggioranza. Per Rossella Muroni (Leu) "se non vogliamo essere complici di violazioni di diritti umani e crimini contro l'umanità, l'Italia deve revocare l'accordo". Chiede che "sia fatta chiarezza fino in fondo" anche Nicola Fratoianni. Per l'esponente di Sinistra italiana "Il governo dovrà agire su questo fronte, con trasparenza e senza ambiguità. Questa vicenda rafforza la necessità e il dovere morale - conclude - che gli accordi con la Libia non siano rinnovati dall'Italia".
Il senatore Pd Francesco Verducci, ribadisce che "il Memorandum firmato con la Libia non può essere tacitamente rinnovato. Dovrà essere il Parlamento a discuterne e a decidere. Quel che è emerso sui "campi-lager" libici e sulla complicità di frange della cosiddetta Guardia costiera libica impone all'Italia di revocare quegli accordi".
"A cos'altro dobbiamo assistere - si domanda Emma Bonino (+Europa) - per fermare questa scellerata collaborazione che ha reso l'Italia colpevole di violazioni gravissime e complice delle più efferate violenze nei confronti di decine di migliaia di persone nelle mani di uomini spietati?"
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2019
In Giordania ci sono tantissime donne che finiscono dietro le sbarre senza aver commesso alcun reato. In un carteggio con Amnesty International, accluso a un rapporto diffuso il 23 ottobre, la segreteria del primo ministro ha fatto sapere che nei primi sei mesi del 2019 ne erano state rilasciate 1259. Ne restano altre 149, poste in detenzione amministrativa "per la loro protezione", come hanno affermato funzionari del ministero dell'Interno, per evitare che i loro familiari le uccidano.
Ma cosa hanno fatto queste donne? Il ripetuto uso delle virgolette, nei prossimi due paragrafi, potrà rendere difficile la lettura ma è necessario per descrivere una situazione paradossale e assurda.
Hanno trasgredito al rigido sistema del "guardiano", secondo il quale i "maschi di casa" controllano la vita delle donne limitando la loro libertà di movimento e di fare scelte sul loro futuro. Per legge, ad esempio, fino a quando non raggiungono i 30 anni a decidere del loro matrimonio dev'essere un parente maschio.
Solo "colpevoli", letteralmente, del "reato" di "assenza" (ossia di essersi allontanate di casa senza autorizzazione) e spesso di un "reato nel reato", ossia di relazioni sessuali extra-matrimoniali durante il periodo di "assenza", per cui sono previsti da uno a tre anni di carcere. Ammesso che la detenzione amministrativa le protegga davvero dalle ire dei padri, dei fratelli o degli zii, ad altre situazioni crudeli e umilianti non c'è rimedio: come la prassi di sottrarre loro i figli nati fuori dal matrimonio o l'obbligo di sottoporsi a test di verginità, secondo l'infondata idea che ciò possa determinare se una donna abbia avuto o meno rapporti sessuali completi.
Dopo anni di lotta da parte delle attiviste per i diritti delle donne, nell'agosto 2018 il governo giordano ha aperto il centro-rifugio "Dar Amneh". Dopo un anno, ospitava 75 donne. Si è trattato di uno sviluppo positivo. Ma per proteggere le donne occorre fare ancora molto altro. Lo conferma il fatto che delle 149 donne che si trovano ancora in detenzione preventiva per "assenza" o relazioni sessuali extra-matrimoniali, 85 sono state arrestate quest'anno.
*Portavoce di Amnesty International Italia
- "Sull'ergastolo ostativo, penso che bisogna lasciare aperte delle maglie perché le situazioni vanno
- Caro Sallusti, la galera è uguale per tutti
- L'ergastolo ostativo?
- Colombo: "Il proibizionismo è inutile contro le droghe leggere. Ormai è tempo di legalizzarle"
- In Italia si può diventare magistrati senza sapere cos'è la mafia










