di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 2019
Tribunale di Vicenza - Sezione penale - Sentenza 17 aprile 2019 n. 555. Il foglio di via obbligatorio è una misura di prevenzione che non può essere adottata nei confronti di una persona senza fissa dimora. Il requisito della residenza in luogo diverso rispetto a quello dal quale si viene allontanati rientra, infatti, nello schema tipico del provvedimento del Questore. Pertanto, in assenza dell'ordine di rimpatrio l'atto deve ritenersi nullo per carenza di un elemento essenziale. Ad affermarlo è il Tribunale di Vicenza con la sentenza n. 555/2019.
Il caso - Protagonista della vicenda è un clochard, ritenuto pericoloso per la sicurezza pubblica, al quale il Questore di Vicenza ordinava di allontanarsi dal capoluogo di provincia veneto, con divieto di ritornarvi per tre anni. Il Questore non emetteva però contestualmente il foglio di via obbligatorio, in quanto l'uomo era senza fissa dimora e non esisteva alcun luogo in cui lo stesso potesse essere "rimandato". In seguito, costui contravveniva all'ordine, sicché veniva tratto a giudizio per rispondere del reato di violazione della misura di prevenzione impostagli, ex articoli 2 e76 comma 3 del Dlgs 159/2011 (Codice Antimafia).
La decisione - Il Tribunale analizza la questione e finisce con l'assolvere l'imputato con la formula "perché il fatto non sussiste", in quanto a monte del reato contestatogli c'è il provvedimento del Questore, il quale deve ritenersi nullo per difetto di un elemento essenziale. Ebbene, spiega il giudice evidenziando l'evoluzione normativa e giurisprudenziale sulla specifica misura di prevenzione del foglio di via obbligatorio, l'articolo 2 del Dlgs 159/2011 prevede uno schema tipico composto da due elementi: l'allontanamento dal comune dal quale il soggetto viene bandito e l'obbligo di rimpatrio nel luogo della propria abituale residenza. Quest'ultima parte del provvedimento costituisce parte essenziale dell'atto stesso, senza la quale viene meno la base su cui si fonda lo stesso reato di violazione delle prescrizioni imposte con la misura di prevenzione, ex articolo 76 comma 3 del Dlgs 159/2011. In sostanza, sottolinea il Tribunale, "il divieto di fare rientro nel territorio di un determinato comune presuppone che vi sia un diverso comune nel quale si abbia diritto di soggiornare e dal quale non si possa essere allontanati".
Nel caso concreto, dunque, secondo il giudice il provvedimento adottato dal Questore non corrisponde allo schema tipico previsto dalla legge, implicando la mancanza dell'ordine di rimpatrio un vizio dell'atto riconducibile all'ipotesi di nullità per carenza di un elemento essenziale ex articolo 21-sepries della legge n. 241/1990, in quanto tale rilevabile dal giudice ordinario.
di Marina Crisafi
Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 2019
Si può andare in carcere per il canto di un gallo. Parola di Cassazione. Così ha deciso la terza sezione penale della S.C. con sentenza n. 41601/2019 confermando la condanna nei confronti di un uomo per il reato di disturbo alle persone per aver permesso ai propri galli di cantare di giorno e di notte, ignorando i richiami dei vicini e dell'amministratore di condominio.
Nella vicenda, l'uomo veniva condannato in primo e secondo grado a venti giorni di arresto perché ritenuto colpevole del reato di cui agli art. 81 e 659 cod. pen., in quanto non aveva impedito il canto di tre galli di sua proprietà, che venivano lasciati liberi in orario notturno e senza le opportune cautele volte al contenimento delle emissioni sonore, nonostante le segnalazioni ricevute, disturbando così il riposo di una quantità indeterminata di persone. L'uomo tuttavia non ci sta e adisce il Palazzaccio lamentando la mancanza di un adeguato accertamento volto a stabilire in concreto il superamento della soglia di normale tollerabilità delle emissioni sonore e sostenendo "con assoluta certezza" che a cantare più rumorosamente erano i galli di proprietà di un altro vicino di casa e non certo i suoi. L'imputato si doleva altresì della mancanza di motivazione sulla tenuità dell'offesa e che non si era tenuto conto, quale attenuante, della sua buona fede e condotta collaborativa.
Ma i giudici di piazza Cavour non vogliono sentire ragioni. Con due conformi sentenze di merito, si è adeguatamente accertato, osservano infatti, che i galli e le galline tenuti dall'imputato nel cortile del complesso condominiale "erano soliti cantare di giorno e di notte, alla vista della luce naturale, dei lampioni e dei fari delle automobili". E nonostante le proteste degli interessati e i richiami formali dell'amministratore di condominio, la situazione si era protratta a lungo impedendo ai vicini di dormire regolarmente e di compiere durante il giorno le ordinarie attività domestiche senza fastidi, al punto che una condomino aveva deciso persino di cambiare casa.
Per cui, correttamente, si legge nella sentenza, "è stata ritenuta sussistente la fattispecie contravvenzionale prevista dall'art. 659 cod. pen., per la cui configurabilità, come più volte precisato, non sono necessarie né la vastità dell'area interessata dalle emissioni sonore, né il disturbo di un numero rilevante di persone, essendo sufficiente che i rumori siano idonei ad arrecare disturbo a un gruppo indeterminato di persone, anche se raccolte in un ambito ristretto, come un condominio". Nulla di fatto neanche sul fronte della concessione delle attenuanti, posto che l'uomo era rimasto indifferente alle sollecitazioni ricevute negli anni, manifestando anzi "una totale noncuranza nei confronti dei propri vicini - e - dimostrandosi sordo alle loro rimostranze per un prolungato temporale". Per il padrone dei galli, dunque, si aprono le porte del carcere.
di Francesco Creazzo
corrieredellacalabria.it, 29 ottobre 2019
Presentate le linee guida che ispireranno l'azione della figura di tutela. Incarico all'avvocato reggino Agostino Siviglia che ha raccontato le emergenze. I detenuti calabresi avranno, finalmente, una figura di riferimento, deputata a tutelare i loro diritti: entra in attività, a un anno e 10 mesi dall'approvazione della legge che lo istituiva, l'ufficio di Garante regionale per i diritti delle persone detenute o private della libertà.
Le linee guida cui si ispirerà l'azione della nuova figura, già presente da anni in molte altre regioni d'Italia, sono state presentate questa mattina nella sede del Consiglio regionale proprio dalla viva voce del Garante, l'avvocato Agostino Siviglia che già svolge questo ruolo per la Città Metropolitana di Reggio, e dai firmatari della legge che ne ha istituito l'ufficio: il presidente dell'assise regionale Nicola Irto e il consigliere Franco Sergio.
"Lo stato delle carceri calabresi - ha spiegato il Garante Agostino Siviglia - non lascia tranquilli: ci sono 2800 detenuti in 12 carceri su una capienza di 2700 detenuti, 62 donne e 700 stranieri. C'è il carcere di Rossano in cui scontano la pena coloro che hanno commesso reati collegati al terrorismo islamico. Ci sono parecchie situazioni sulle quali ci sarà da intervenire perché siamo al limite del disallineamento tra il dettato costituzionale e i principi stabiliti per la pena della privazione della libertà personale e la convenzione sui diritti umani, quando statuisce il divieto di trattamenti inumani e degradanti.
Se la situazione della sanità all'esterno delle carceri è difficile, all'interno di esse diventa parossistica. Questi sono i problemi, ma ci sono anche note positive come la casa circondariale di Arghillà, dove da quattro anni i detenuti svolgono attività di lavoro volontario a favore della comunità in un'ottica di giustizia riparativa, c'è l'iniziativa dell'azienda Callipo che da anni assume detenuti a tempo determinato per fornirgli la possibilità di formarsi, nell'ottica di preparare una possibilità di vita fuori dal carcere".
Ma non esistono soltanto le carceri: in Calabria c'è un mondo silenzioso di diritti negati a chi, potendo beneficiare per legge di misure alternative alla detenzione, si trova costretto a non poterlo fare: colpa di una carenza cronica di strutture e un accavallamento di leggi che nega la possibilità di rieducarsi all'esterno delle case circondariali.
È il caso dei detenuti con problemi psichiatrici che avrebbero diritto a poter essere inviati in strutture di assistenza che, però, nella nostra regione sono quasi totalmente assenti: "Il problema ha un duplice aspetto - spiega Siviglia - l'accesso alla detenzione domiciliare in deroga è sempre più complicato, c'è una stortura nel sistema: la soppressione degli ex Ospedali psichiatrici giudiziari ha comportato la carenza di strutture di igiene mentale sul territorio che possano ospitare queste persone.
Le cosiddette Rems, infatti, possono ospitare solo persone che sono state dichiarate incapaci d'intendere e di volere prima della celebrazione del processo. Quando la dichiarazione d'incapacità è invece conseguenza dell'erogazione della pena, è quasi impossibile poter collocare queste persone in strutture adeguate e, pertanto, vanno a finire in carcere. È una situazione grave e delicata sulla quale presenterò una proposta di legge regionale il prima possibile perché il carcere non è una società a parte, ma una parte della società".
basilicata24.it, 29 ottobre 2019
Nella serata del 27 ottobre, un detenuto della provincia di Potenza, di anni 41, si è suicidato all'interno della propria camera di pernottamento, nel carcere di Melfi, impiccandosi con un lenzuolo legandolo alle inferriate della finestra.
Lo fa sapere la segreteria regionale della Uil-pa Polizia Penitenziaria. L'uomo è stato soccorso subito dal personale di Polizia Penitenziaria, che nell'attesa dell'arrivo dei sanitari allertati hanno tentato in ogni modo di rianimarlo, poiché lo stesso si presentava all'esame obiettivo in arresto cardiaco. Giunti sul posto il medico e l'infermiera di turno all'interno del carcere, hanno continuano con le pratiche di rianimazione fino all'arrivo del personale del 118, che alla fine ha potuto solo constatare il decesso.
Pochi giorni fa i poliziotti penitenziari erano riusciti a salvare in extremis un detenuto colpito da infarto, ieri sera invece, nonostante si siano prodigati al massimo, non sono riusciti a salvare quest'altra vita umana.
L'evento tragico ha lasciato l'amaro in bocca dettato dal senso di sconfitta. È un bollettino di guerra a livello nazionale continua il sindacato - si manifestano eventi critici di ogni genere, da gesti di autolesionismo e/o auto-soppressivi ad aggressioni ai baschi azzurri per futili motivi, solo perché forse, sono le prime persone con cui hanno contatto i detenuti che sfogano la propria rabbia per le difficili condizioni di vita detentiva, anche a seguito del sovraffollamento carcerario, che è un fattore principale di negatività per raggiungere le finalità e gli obiettivi trattamentali sanciti dall'art. 27 della Costituzione.
di Pietro Giovanni Panico
meltingpot.org, 29 ottobre 2019
E le scorte alimentari destinate ai profughi, sono rivendute nel mercato locale. Le ultime testimonianze dal centro di detenzione libico. La Libia è l'inferno. E Zawiya è il suo settimo cerchio infernale: il più feroce. Il più crudo. Lì, dove la violenza ha stuprato ed assassinato ogni residuo barlume di speranza. Dopo la donna uccisa in circostanze ancora tutta da chiarire una decina di giorni fa, questa settimana è morta anche una bambina per un trauma alla testa causato non si sa da chi. I profughi detenuti hanno messo in scena una toccante protesta accendendo centinaia di improvvisati lumini per denunciare le condizioni in cui costretta vivere anche donne e bambini.
Il carcere di Zawiya è gestito da aguzzini senza scrupolo. Custodi dell'inferno, come il Minotauro nell'ultimo cerchio dantesco, con la sua "matta bestialità". Tutto quello che succede, succede nell'indifferenza del mondo. I capi di Stati europei si erigono a principi machiavellici, chiudono gli occhi: ostentano il loro crudo "il fine giustifica i mezzi", per drogare i sondaggi elettorali. Per doparli. Per lavarsi una coscienza imbrattata di sangue di innocenti.
A Zawiya le persone muoiono senza sapere il perché. Ma sapendo il come: tortura, stupri, mazzate, botte. Tradite da chi doveva realizzare aspirazioni e sogni, ossia l'Europa. Ed invece finanzia incubi ed atrocità. In carcere la situazione è diventata drammaticamente dura: il cibo diventa forma di ricatto, l'acqua e le porzioni di pranzo sono diventate a pagamento. Soldi che si aggiungono a quelli per la traversata del Mediterraneo, al pizzo da versare ai carcerieri, ai debiti inventati ad hoc dai torturatori per ricattare le famiglie rimaste nei Paesi di origini. "Paga o vedi tu figlio morire". Le scorte di pasta indirizzate ai reclusi finiscono all'esterno, presumibilmente rivendute nei mercati neri locali od a quelli stessi profughi ai quali erano dirette.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 29 ottobre 2019
Nel processo ai foreign fighter italiani sembra non esservi differenza tra scegliere le milizie dello Stato Islamico e battersi a sostegno della resistenza curda. Negli ultimi tempi la categoria di ipocrisia ha avuto ampio corso, diffusa a piene mani e stiracchiata di qua e di là, fino al trionfo finale, quando i cittadini e gli Stati europei hanno tuonato contro la doppiezza morale dei cittadini e degli Stati europei a proposito della questione curda.
Di questo atteggiamento sempre difficile da trattare perché sempre venato di moralismo si ha un caso esemplare in una vicenda giudiziaria in corso a Torino dove, per due uomini e una donna, tra i 20 e i 30 anni, è stata proposta, in ragione dell'ipotizzata pericolosità sociale, la sorveglianza speciale. Una misura di prevenzione, questa, che contempla obblighi e divieti, limitazioni e prescrizioni tali da ridurre significativamente la libertà personale di chi vi è sottoposto.
Sullo sfondo, un interrogativo: se la tutela dei diritti fondamentali della persona è patrimonio dell'umanità, come è possibile che chi per quel patrimonio si è battuto, fino a mettere a repentaglio la propria vita, sia considerato una minaccia per l'ordine pubblico e per la sicurezza collettiva? Non è un sofisticato paradosso giuridico: è, piuttosto la manifestazione di una delle mille contraddizioni che rendono ingarbugliata la matassa dei rapporti tra valori universali e normative degli Stati nazionali.
Accade che, infatti, proprio in queste settimane, alcuni giovani che hanno combattuto con le milizie curde contro lo Stato Islamico siano sotto processo a Torino anche per questa loro scelta. Tra il 2015 e il 2017 quei giovani, e chissà quanti altri, provenienti dall'Italia e dall'Europa, si sono recati in quel lembo di terra detto "Rojava", nella Siria settentrionale, portando il proprio contributo a una lotta che si è rivelata decisiva per sconfiggere il terrorismo dell'Isis.
Eppure l'idea che si ha di loro in Italia è condizionata da molti preconcetti: innanzitutto la memoria sgualcita e non sempre encomiabile di un antico internazionalismo proletario che si è rivelato, in più circostanze, pernicioso. Poi, un'opzione pigramente pacifista che ha finito con l'accreditare una lettura irenista dei conflitti internazionali e un ruolo provvidenzialista dell'attività diplomatica. Infine, una concezione esasperata della suddivisione dei compiti e del mestiere di ognuno che induce a reclinare su sé stessi, occultando una sostanziale indifferenza verso l'altrui destino.
A ciò si aggiunga la sensazione che questi "combattenti per la libertà" siano degli avventurieri, mossi più dal narcisismo eroicista che da un afflato di fratellanza universale. Dunque, ciò che tra le due guerre mondiali indusse una parte della "meglio gioventù" europea a partire per la Spagna, diventa oggi - nei nostri tempi meschini - "roba da centro sociale".
E se poi quei giovani i centri sociali li hanno frequentati davvero, magari condividendone trasgressioni e illegalità, ecco che il passato diventa un "precedente" penalmente rilevante e - nella fantasia inquisitoria di alcuni funzionari di polizia e di alcuni magistrati - si realizza un cortocircuito tra un sit-in in difesa di un lavoratore e le capacità militari acquisite in Siria. E tra un petardo fatto esplodere durante una festa e le bombe dei mortai.
Questo è il punto. La misura di sorveglianza speciale viene chiesta dalla procura per comportamenti relativi a conflitti sociali in Italia e, allo stesso tempo, per la partecipazione a una guerra in difesa di un popolo perseguitato. Quest'ultima circostanza, lungi dal risultare un'attenuante, appare invece come un'aggravante compromettente.
Certo, pesano indagini condotte con superficialità, incapaci di distinguere e di contestualizzare e pesa l'ambiguità strutturale delle misure di prevenzione, spesso affidate, come scrive l'avvocato Claudio Novaro, a "ordinanze, denunce, atti investigativi e acquisizioni istruttorie", indizi delle forze di polizia e non a "elementi di fatto", accertati quanto meno davanti a un giudice terzo.
Ma sembra avere un ruolo molto rilevante nella formulazione delle richieste della procura il pregiudizio che, dalla militanza in Italia, si estende fino a quella scelta meritoria di combattere in Rojava. Così, nelle richieste della procura sembra non esservi alcuna differenza tra scegliere di fare il foreign fighter con le milizie dell'Isis e, invece, battersi a sostegno della resistenza curda. Questo mentre i democratici di tutto il mondo esprimono, con parole variamente vibranti, la solidarietà nei confronti dei curdi.
E tutti i commentatori occidentali parlano della funzione insostituibile svolta da quei combattenti, "gli unici sul campo", nel contrastare le milizie dello Stato Islamico. Questo ruolo militare è stato unanimemente apprezzato e oggi gli si rende onore, per così dire, "alla memoria". Ne consegue che, alla guerriglia curda viene riconosciuto lo statuto di "guerra giusta". Se mai c'è stata una guerra, infatti, che rispondesse a incontrovertibili ragioni etiche, è stata la resistenza opposta all'offensiva dello Stato Islamico tra il 2014 e il 2017.
"Giusta" innanzitutto perché rivelatasi come l'estrema ratio, l'unico mezzo in grado di affrontare con efficacia un nemico non convenzionale e dotato di enormi risorse. Ma, se questo è vero, chi "quella guerra giusta" ha sostenuto condividendone i rischi e le fatiche, la sofferenza e l'orrore, dovrebbe essere considerato a sua volta come un giusto.
di Maria Grazia Marilotti
ansa.it, 29 ottobre 2019
Ridisegnare gli spazi per rendere meno afflittiva la vita dietro le sbarre. Giovani detenuti, operatori, designer e architetti lavoreranno a stretto contatto nella falegnameria dell'Istituto penale per minorenni di Quartucciu, diretto da Enrico Zucca, per dar vita a complementi di arredo e oggetti di uso comune capaci di riqualificare un luogo, il carcere, dove la libertà di muoversi e relazionarsi è compressa e limitante. Tutto questo diventa realtà grazie al progetto Skillellé (in slang cagliaritano ragazzino) - I libri aiutano a leggere il mondo", che farà tappa all'Istituto di Quartucciu.
"Soprattutto quando si tratta di minori detenuti, il tema della umanizzazione degli spazi è fondamentale anche per rendere la quotidianità detentiva il più simile possibile a quella esterna - spiega Barbara Cadeddu, ideatrice del progetto assieme a Laura Pisu - Dalle celle alle stanze per gli incontri, dalle aule didattiche ai luoghi riservati alla socialità.
Tutti gli ambienti, oggi omologati, possono essere resi più adatti ad accogliere minori. E si possono creare economie. Gli oggetti, pensati anche per ambienti esterni, potrebbero essere commercializzati, dopo averne testato la vendibilità", spiega Barbara Cadeddu, ideatrice del progetto assieme a Laura Pisu. "La manualità, il saper fare è la chiave per creare empatia con i minori, anche stranieri, che vivono una condizione di privazione della libertà", sottolinea ancora Barbara Cadeddu.
L'appuntamento, solo su invito, con "Skill4building - Esperienze di design collaborativo per cambiare il mondo" è per il 12 novembre alle 11 nel carcere di Quartucciu. Ci saranno Marco Tortoioli Ricci, presidente dell'Aiap, l'Associazione italiana design della comunicazione visiva, e Andrea Margaritelli, brand manager di Listone Giordano e presidente dell'In/Arch - Istituto nazionale di Architettura. Skillellé è molto altro ancora. Dal 24 ottobre al 21 dicembre, tra Cagliari e 16 Comuni della Città Metropolitana, propone incontri con scrittori, giornalisti, blogger, nutrizionisti e artisti. Tra gli altri, Federico Fubini, Mauro Covacich, Claudia De Lillo, Giovanni Bietti, Daniel Lumera, Giorgio Vasta, Telmo Pievani. Ma anche performance e laboratori a tema, momenti formativi legati alla crescita interiore, orientamento allo sport, musica, arte del perdono, consapevolezza, sana alimentazione, creatività, benessere psicofisico. E uno sguardo all'Oriente con un focus sull'arte del Taiko, il suono assoluto universale del tamburo tradizionale giapponese. (programma su www.ilibriaiutanoaleggereilmondo.it).
Quattro le principali sedi: oltre all'Istituto penale minorile di Quartucciu, la Biblioteca di Quartiere Montevecchio, a Is Mirrionis, ad alta densità di adolescenti, e i licei Eleonora D'Arborea e Euclide. Laboratori di confronto, crescita e inclusione, "presidi culturali" in connessione con altre sedi sparse per la città, in un intreccio con festival e rassegne.
Aperta a tutte le età, giunta alla 10/a edizione, la manifestazione punta a "ridurre le distanze tra chi vive in centro e chi nelle estreme periferie, a creare un ponte tra la vita dietro le sbarre e le persone libere - racconta Laura Pisu - una rete tra imprese, istituzioni, associazioni, scuole, per diventare un modello di 'welfare di comunità educante' affiancando i giovanissimi nel loro percorso di vita, valorizzando le competenze e aiutandoli ad essere protagonisti. Le parole d'ordine? Crescere e accettarsi, conoscere e comprendere, appassionarsi e imparare ad amare e ad amarsi".
cittadellaspezia.com, 29 ottobre 2019
Scontata la pena, fuori dal carcere c'è un mondo con cui è difficile confrontarsi. Soprattutto se si tratta di ragazze minorenni o poco più che adulte. Giovani, fino a 25 anni di età, che raccontano storie di violenze subite, matrimoni precoci e combinati, con un'infanzia mai vissuta segnata da angherie, percosse e sfruttamento.
Per molte di loro essere riavvicinate alla famiglia o al contesto originario significherebbe condannarle a rivivere tutto dall'inizio. Serve una via di uscita, un percorso di autonomia che prosegua il recupero e le renda artefici in positivo del proprio destino. E' questo il significato del progetto Exit - finanziato con il contributo di Fondazione Carispezia nell'ambito del Bando Aperto 2018 - che mette insieme due realtà importanti che operano nell'ambito del sociale a Massa Carrara: l'Istituto penale minorile (Ipm) per sole donne di Pontremoli e la Cooperativa Sociale Serinper, con sede a Carrara.
A spiegare i dettagli è il presidente di Serinper, Alessio Zoppi: "L'attività di recupero dell'Ipm di Pontremoli rappresenta un'eccellenza unica in Europa dato che tratta fino a 16 ragazze, minorenni e giovani adulte, dai 14 ai 25 anni. Occorre però rinforzare i progetti di reinserimento sociale e lavorativo una volta che le ragazze siano uscite dall'Istituto, raccogliere quanto di buono fatto fino a quel momento. Una staffetta che preveda percorsi di autonomia, inserimenti residenziali e in borsa lavoro, tirocini formativi e apprendistato.
Tutto ciò che possa servire ad allontanare definitivamente queste ragazze da contesti delinquenziali e di sfruttamento". Molte delle giovani dell'Ipm sono straniere e in gran parte condannate per reati contro il patrimonio che derivano da organizzazioni che sfruttano a tal scopo i minori. Dietro ci sono storie di privazione e violenza, di infanzie 'rubate', percosse e costrizioni di ogni genere.
"Non vogliamo che queste donne tornino di nuovo ambienti delinquenziali - precisa l'amministratore di Serinper, Enrico Benassi - dopo il grande lavoro che viene fatto all'Ipm. Il progetto Exit conta di poter farsi carico di 6 di queste ragazze ogni anno e avviare un'attività complessa che le dia loro la possibilità di reinserirsi nella società civile con sostegno e un riparo per circa un anno tramite in un gruppo appartamento protetto in Lunigiana.
Si tratta di realtà sociali composite, lontane dal contesto penale, che servono a riavvicinarsi alla società civile evitando processi di etichettamento o ghettizzazione. Per ciascuna di loro sarà elaborato uno specifico progetto educativo individuale. Saranno inviate dall'Ipm e seguite da operatori di Serinper: una collaborazione essenziale.
E' prevista anche la possibilità di percorsi di inserimento nel mondo del lavoro per dar loro modo di diventare autonome una volta terminato il progetto Exit". "Con questo progetto - conclude il direttore dell'istituto penale minorile, Mario Abrate - possiamo innescare un circolo virtuoso che porti all'incremento di inserimenti in strutture protette, sicure e di crescita per le giovani in uscita dall'Ipm.
Cambiare gli stili di vita delle nostre ragazze è possibile ed è uno degli obiettivi educativi principali della Giustizia Minorile. Terminata la competenza penale occorre una progettazione individualizzata in grado di accompagnarle in un percorso di autonomia che possa raccogliere quanto di buono fatto in Istituto. Cosa che potremo fare grazie alla collaborazione con Serinper in questo progetto finanziato da Fondazione Carispezia, che ringrazio".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 ottobre 2019
Da luglio a oggi arrivati 50 reclusi. Sono 129 quelli condannati al carcere a vita. Continui trasferimenti da un carcere di massima sicurezza a un altro, da una sezione As1 ad un'altra, dove le celle non sono adeguate per ospitare gli ergastolani: e se quest'ultimi rifiutano, subiscono provvedimenti disciplinare tanto da finire in situazioni simili al 41 bis. Il caso più eclatante è quello che sta avvenendo da un mese a questa parte al carcere di Parma.
Alcuni detenuti ergastolani, provenienti dal carcere di Voghera, reduci dello smantellamento delle sezioni 1 e 3 del circuito AS3, sono stati sanzionati disciplinarmente per essersi rifiutati di andare in celle poco più grandi di tre metri quadrati per starci in due. Per punizione sono stati mandati nella sezione di isolamento denominata Iride, e alcuni denunciano di essere stati ubicati in quattro celle lisce.
Una situazione che è stata denunciata - tramite una lettera all'associazione Yairaiha Onlus. La presidente Sandra Berardi ha segnalato la questione al garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, il quale ha chiesto a quello del comune di Parma Roberto Cavalieri di verificarla. Raggiunto da Il Dubbio, il garante Cavalieri ha confermato la gravità denunciata e definisce la situazione "allarmante". D'altronde, tale precarietà, era stata preannunciata da lui stesso tramite una lettera indirizzata al Dap, ma senza ottenere risposta.
"Quattro celle, sono le cosiddette "celle lisce" il che significa: niente tv, bagno alla turca, niente luce nel bagno, niente tavolo per sedersi e poter mangiare come gli esseri umani, una luce che assomiglia ad un lumino di cimitero", denunciano i detenuti ergastolani all'associazione Yairaiha. "Per scrivere - si legge nella lettera - bisogna stare seduti sul letto con lo sgabello tra le ginocchia e sopra la carpetta su cui adagiare il foglio.
Nelle celle lisce si deve mangiare in piedi visto che al posto del tavolo vi è una sorta di mangiatoia in cemento pieno. L'aria che si respira è quella del 41 bis: biancheria contata anzi, meno del 41, passeggi spettrali e pieni di muffa maleodorante. La sola differenza è il colloquio senza vetro". Ma non solo. "Uno dei malcapitati a Voghera - si legge sempre nella lettera - aveva il piantone in quanto ha una piastra di ferro in una gamba e gli manca mezza mano, qui ha anche problemi per andare in bagno perché sulla turca non riesce a stare piegato. Nonostante abbia fatto presente le sue condizioni non ha ricevuto risposta".
I detenuti che si ritrovano per punizione alla sezione Iride del carcere di Parma, sottolineano nella lettera di denuncia: "Più che comodità stiamo chiedendo solo e soltanto i nostri diritti inalienabili: la tv è ministeriale, l'illuminazione adeguata è sancita dalla Cedu. In queste quattro celle non c'è niente a norma, ma delle norme ci si ricorda solo quando a trasgredirle è chi sta dall'altra parte della barricata, in questo caso dietro le sbarre".
Sì, perché anche l'illuminazione è un dramma. "L'altro giorno - si legge nella lettera - è venuto l'agente addetto alla Mof e gli abbiamo chiesto se poteva aprire il portalampada e far scendere la lampadina, anch'essa imprigionata in una sorta di scatola di ferro che impedisce alla luce di diffondersi; la risposta è stata che in queste celle non si può toccare niente e che se volevamo le comodità potevamo salire in sezione, nelle celle a due in tre metri quadri".
Come già riportato da Il Dubbio, la situazione è al collasso. Il garante locale Cavalieri, in una lettera - ancora senza riposta - inviata al Dap, aveva fatto presente che il trasferimento a Parma di circa 50 detenuti AS3 dallo scorso mese di luglio ad oggi e, recentemente, l'assegnazione dal carcere di Voghera di 10 detenuti AS1, sette dei quali con ergastolo ostativo, che portando a 129 gli ergastolani presenti ovvero il 20% dei reclusi, ha "compromesso la vivibilità delle celle per i detenuti con lunghe condanne e, spesso, costretto i detenuti a vivere con un compagno malato, anch'esso bisognoso di maggior tutela" e accade che "i detenuti, pur di non vivere in cella con un compagno, preferiscono farsi rinchiudere nelle celle di isolamento e avviare forme di proteste". E sono proprio quelli reclusi - grazie al provvedimento disciplinare - alla sezione iride, che hanno scritto all'associazione Yairaiha. Ma forse non è solo un problema che riguarda il carcere di Parma, ma è molto più esteso.
di Rita Bernardini*
Il Dubbio, 29 ottobre 2019
Antonio Tomaselli ha un tumore dal 2017. Tocca ancora una volta a noi Radicali occuparci di vicende scomode, come quando, insieme a Marco Pannella e ad altre 150 persone, facemmo uno sciopero della fame per denunciare le condizioni di salute di Bernardo Provenzano - ormai morente ed incapace di intendere e di volere - detenuto in regime di 41bis, il cosiddetto "carcere duro" previsto dall'ordinamento penitenziario. Nel caso del capo mafia la "giustizia" arrivò a due anni di distanza dalla sua morte, grazie alla Corte Edu che giudicò "inumano e degradante" il rinnovo del 41bis nel 2016, poco prima della sua morte.
Il caso di oggi riguarda sempre un detenuto al 41bis, ma in attesa di giudizio, giudizio che quando arriverà, con altissime probabilità, non lo troverà più in vita. Si tratta di Antonio Tomaselli, per le cronache giudiziarie reggente della famiglia Santapaola-Ercolano, invischiato in diverse inchieste e già in passato condannato per associazione mafiosa. Preciso che Tomaselli non è imputato, né mai lo è stato in passato, per fatti di sangue e che la condanna massima che riceverà (se la riceverà all'esito del processo), non potrà superare i dieci anni.
Nel luglio del 2017 a Tomaselli viene diagnosticato un tumore inoperabile al IV stadio al polmone destro, al polmone sinistro e al surrene. Speranza di vita: tre anni. All'epoca era ancora in libertà e aveva iniziato le indispensabili terapie presso l'ospedale "Garibaldi" di Catania.
L'11 novembre 2017 viene arrestato e condotto nel carcere di Catania-Bicocca in quanto di lì a tre giorni era prevista una Tac presso l'ospedale della città. Fatta la Tac, che confermava l'avanzamento inesorabile della malattia, Tomaselli viene tradotto a 1.500 chilometri di distanza, nel carcere di Tolmezzo, dove i sanitari stabiliscono di non poterlo curare. Così, da Tolmezzo lo trasportano nel carcere di Torino e anche lì i sanitari si dichiarano impossibilitati a seguire un malato in quelle condizioni.
Nel frattempo, i periti del tribunale di Catania comunicano che il Tomaselli doveva essere trasferito a Messina, in quanto malato oncologico terminale residente e in cura presso l'ospedale di Catania. Invece, accade che il detenuto viene tradotto nel carcere di Milano-Opera perché il governo aveva intanto firmato il decreto che gli infliggeva il 41bis.
I familiari e i difensori, gli avvocati Eugenio Minniti e Giorgio Antoci, non si danno pace e documentano come i controlli, i monitoraggi e le cure per il loro congiunto e assistito, in qualsiasi carcere sia stato, non sono effettuati secondo i protocolli e che per una persona in quelle condizioni né il carcere né tanto meno il regime speciale del 41bis possono consentirgli un'assistenza adeguata.
Non c'è niente da fare: sia il tribunale del riesame sia la Cassazione sentenziano che "le condizioni di salute in cui versa il Tomaselli non risultano modificate in peggio malgrado la gravissima malattia da cui l'indagato è affetto", e che, quindi, è compatibile con la detenzione al carcere duro.
Devo dirlo: siamo di fronte ad uno Stato che non si fa scrupolo di segregare in isolamento un malato terminale sofferente e con una speranza di vita ormai non superiore ad un anno. Uno Stato torturatore che mostra un volto peggiore dei criminali che afferma di voler combattere. Da brividi.
*Consigliere generale Partito Radicale, Presidente Nessuno Tocchi Caino
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