di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 7 dicembre 2019
Mercoledì prossimo l'elezione. In lizza gli attuali vicepresidenti: Aldo Carosi, Mario Rosario Morelli e Marta Cartabia. Quest'ultima potrebbe essere la prima donna alla guida della Corte Costituzionale. Terminerà lunedì prossimo l'incarico di Giorgio Lattanzi al vertice della Corte Costituzionale. Lo scorso mercoledì ha presieduto a Palazzo della Consulta la sua ultima udienza pubblica.
"Un insigne giurista non solo nel campo penale" che andrà ricordato per il "ricchissimo contributo dato alla Corte", con "equilibrio in pronunce innovative", ha detto il suo vice presidente, Aldo Carosi, ringraziandolo a nome di tutti i giudici della Consulta per l'operato svolto in questi anni. Lattanzi, ha poi aggiunto Carosi, è stato "uno dei maggiori promotori dell'apertura della Corte alla società civile".
In particolare con il docu-film, presentato anche al Festival di Venezia l'anno scorso, "Viaggio in Italia, la Corte costituzionale nelle carceri". Accompagnati da un agente di polizia penitenziaria, sette giudici della Corte costituzionale entrano in sette istituti penitenziari italiani. Da qui l'incontro tra questi due mondi agli antipodi e diversamente chiusi all'esterno. A salutare Lattanzi anche il neo avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, secondo cui va apprezzata "l'attenzione avuta per i mutamenti giuridici della nostra epoca". La Costituzione, ha aggiunto Palmieri Sandulli, "non si è mai sgualcita".
Per il professor Giandomenico Falcon, in rappresentanza del libero foro, "Lattanzi lascia una Corte forte, vitale e indipendente". Terminato il mandato di Lattanzi, il giorno successivo ci sarà il giuramento al Quirinale del nuovo componente, Stefano Petitti, eletto dalla Cassazione l'altra settimana, che riporterà a quota quindici il numero dei giudici costituzionali.
Mercoledì, infine, l'elezione del nuovo presidente. I nomi che circolano al momento sono quelli dei tre attuali vicepresidenti. Aldo Carosi, viterbese, eletto dalla Corte dei Conti; Mario Rosario Morelli, romano, eletto dalla Corte di Cassazione; Marta Cartabia, milanese, nominata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Marta Cartabia, ordinario di diritto costituzionale all'Università di Milano Bicocca, in caso di elezione sarebbe la prima donna ad insediarsi alla presidenza della Corte costituzionale.
I tre vicepresidenti sono arrivati al palazzo della Consulta in tempi diversi: Cartabia dal 2014, Carosi dal 2016, Morelli dal 2018. Il loro mandato durerebbe circa un anno o poco meno. Infatti, Cartabia e Carosi hanno prestato giuramento il 13 settembre 2011 mentre Morelli ha giurato il 12 dicembre sempre del 2011: essendo la durata del mandato di nove anni dal giorno del giuramento, tutti e tre cesserebbero entro la fine del 2020.
thewam.net, 7 dicembre 2019
Potrà ora essere curato in una struttura specialistica. Il 60enne, A.P., originario del napoletano ma detenuto ad Avellino, sta scontando nove anni di carcere per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti.
L'uomo, malato di cancro, non ha una casa dove tornare e l'unica familiare reperibile non vuole saperne nulla di lui. Così i domiciliari non potevano essere una soluzione adeguata per garantirgli cure fondamentali per la sua sopravvivenza. Il magistrato di Sorveglianza, Maria Bottoni, ha disposto che la direzione sanitaria del carcere trovi al 60enne una struttura adeguata a curarlo.
A doverla trovare sarà l'Uepe (Ufficio per l'esecuzione penale esterna) di Avellino L'avvocato dell'uomo, il legale Alberico Galluccio, ha scritto una lettera per chiedere aiuto.
"Questo signore di sessant'anni sta espiando una pena per reati commessi nel lontano 1991. Dopo alcuni anni di detenzione ha iniziato ad accusare forti dolori all'addome... gli è stato diagnosticato un adenocarcinoma infiltrante del terzo distale dell'esofago. Con questa malattia non può ricevere cure adeguate e non ha un domicilio dove potersi curare adeguatamente.
Con questa mia lettera vorrei avere la possibilità di sensibilizzare qualche anima buona per poter permettere al mio assistito di trovare un luogo dove andare per potersi curare adeguatamente. Nel ringraziarla per l'attenzione mi auguro di riuscire nel mio intento e donare una speranza a una persona che soffre".
di Antonella Mascali e Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2019
Lo scontro tra Pd e Cinque Stelle sulla riforma della prescrizione si è appena placato, ma c'è subito un'altra mina che rischia di dividere la maggioranza giallorosa, È la riforma delle intercettazioni targata Andrea Orlando, che da Guardasigilli la firmò all'epoca dei governi Renzi e Gentiloni.
Un testo finora congelato dal suo successore, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, se non dovessero esserci novità, però, anche il nuovo regime delle intercettazioni scatterà a gennaio. Come il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Ma proprio sul tema delle intercettazioni stanno per intervenire i capi delle principali Procure italiane, al lavoro su una lettera da indirizzare al ministero della Giustizia.
La missiva sta per essere ultimata e trova d'accordo i procuratori di Milano Francesco Greco, di Napoli Giovanni Melillo, di Firenz e Giuseppe Creazz o, di Palermo Franco Lo Voi e del facente funzioni di Roma Michele Prestipino. Non sarà un'interferenza nelle prerogative della politica: nessun attacco da parte dei magistrati.
Ma è un testo che si basa sulle necessità di capire quale norma applicare da gennaio, in assenza di modifiche o nuove proroghe al testo di Orlando, per le intercettazioni già in corso e per quelle che verranno in indagini già partite. Il punto critico che verrà sottolineato nella lettera è che il dl Orlando non ha previsto un regime transitorio che regoli l'attività già in corso di pm e polizia giudiziaria. Quindi la nuova riforma a quali casi si applica?
Alle indagini che nasceranno in futuro o anche a quelle già iniziate che, però, finora hanno seguito una normativa diversa, cioè quella in vigore fino al 31 dicembre? In astratto, proprio in assenza di una norma transitoria, anche secondo altri magistrati da noi interpellati, ci potrebbe essere un "regime misto" per casi a cavallo tra la vecchia legge e quella nuova.
Insomma, i procuratori chiedono al governo di chiarire alcuni aspetti, compresi quelli legati alla formazione del personale e all'adeguamento delle misure organizzative da attivare nelle Procure per gli apparati elettronici e digitali. Proprio questo necessario adeguamento è stato l'appiglio delle proroghe decise da Bonafede, che hanno congelato finora la riforma approvata nel 2017 - tra le proteste di pm e avvocati, per la prima volta uniti - dal governo Pd-Ncd.
La prima proroga risale al luglio 2018: era appena nato il governo gialloverde. La seconda è di aprile 2019 fino ad agosto, quando è stata disposta la terza, che scade a fine anno. Ma cosa potrebbe cambiare la riforma Orlando? In base alla vecchia normativa, la polizia giudiziaria è tenuta a redigere il "brogliaccio", cioè un riassunto delle registrazioni, in modo che pm e avvocati possano avere sotto gli occhi, a grandi linee, tutto il materiale e valutare se ci siano intercettazioni utili anche in un momento successivo alla prima selezione.
Con la legge Orlando ciò non avverrà più: la polizia giudiziaria potrà scrivere solo data e ora delle intercettazioni che ritiene irrilevanti (un giudizio di merito affidato ad agenti di polizia giudiziaria, dipendenti gerarchicamente dal governo, e non più ai pm) e che finiranno in un archivio riservato delle Procure.
A questo punto sarà il pm che "con decreto motivato" potrà ordinarne la trascrizione se ne valuta "la rilevanza per i fatti oggetto di prova". Ma ciò che in un certo momento è irrilevante può diventare importante nelle indagini successive. Per non parlare delle conseguenze per gli indagati, i difensori e anche per la stampa, con le tante intercettazioni che resteranno chiuse negli archivi e mai verranno rese pubbliche.
Non solo. La riforma targata Pd prevede anche il divieto di riportare le intercettazioni nei provvedimenti se non per riassunto: pm e gip potranno riportarle solo "quando è necessario" e nei "brani essenziali". Infine, in barba ai diritti di difesa, gli avvocati potranno solo ascoltare le intercettazioni ritenute irrilevanti senza farne copia, né prendere appunti né leggerne la trascrizione.
Tutte norme nate dalla volontà di impedire che certe notizie, magari penalmente irrilevanti ma politicamente importanti per la loro rilevanza pubblica, finiscano sui giornali. Ora il Governo dovrà rispondere ai procuratori. Il ministro Bonafede non ha mai nascosto l'ostilità al "bavaglio" di Orlando, difeso a spada tratta dal Pd. Un nuovo fronte si apre così nella maggioranza giallo-rosa, intrecciandosi con quello sulla prescrizione.
edizionecaserta.com, 7 dicembre 2019
Patto Asi-Ministero. Interventi di manutenzione, ripristino e valorizzazione dei territori rientranti nell'Area di Sviluppo industriale per la Provincia di Caserta (Asi) saranno presto svolti a titolo volontario e gratuito da detenuti degli istituti penitenziari campani. A coordinare e programmare i progetti di lavoro di pubblica utilità, sulla base del ben noto modello di reinserimento "Mi riscatto per...", sarà un Tavolo tecnico appositamente istituito.
È quanto prevede il "Protocollo d'intesa ed istituzione del tavolo tecnico di coordinamento e programmazione permanente per la promozione, lo sviluppo e l'attuazione di progetti di lavoro di pubblica utilità" sottoscritto oggi a Caserta".
L'accordo è stato firmato dal Direttore Generale della Formazione del Dap Riccardo Turrini Vita - delegato dal Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - dal Provveditore Regionale Antonio Fullone, dalla Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli Adriana Pangia e dalla Presidente del Consorzio Asi Raffaela Pignetti.
I detenuti da occupare nei lavori di pubblica utilità, in affiancamento ai dipendenti del Consorzio, saranno individuati con la supervisione del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. I quattro componenti del Tavolo, designati dal DAP e dal Consorzio Asi di Caserta, potranno avvalersi della consulenza di professionisti esterni.
Tra i principali impegni del Tavolo, quello di attuare la cooperazione tra Amministrazione centrale dello Stato, Amministrazioni ed enti territoriali periferici e altre realtà produttive di una zona che, con 15 agglomerati industriali e circa 4.000 aziende, è un'area industriale tra le più grandi e significative del Mezzogiorno.
Un territorio in cui l'incentivazione di attività di recupero e valorizzazione "può costituire - si legge nel protocollo - un acceleratore di sviluppo e di crescita per tutto il Paese, con ricadute positive sull'occupazione e con benefici reputazionali per il nostro Mezzogiorno".
Il Consorzio Asi ha aderito al progetto "Mi riscatto per" in quanto coerente con due aspetti fondamentali dei suoi compiti: la tutela e lo sviluppo delle aree territoriali ricadenti nel suo ambito, con particolare attenzione alla salvaguardia dell'ambiente, e il percorso di promozione della legalità e trasparenza dell'azione pubblica intrapreso come ente capofila del progetto Pon-legalità 2014-2020 promosso dal Ministero dell'Interno.
di Debora Alberici
Italia Oggi, 7 dicembre 2019
Niente pena pecuniaria al posto di quella detentiva all'imprenditore recidivo che negli ultimi cinque anni ha commesso reati fiscali anche se di diversa natura. Sono rilevanti l'intenzione di sottrarre somme all'Inps o all'Erario e la medesima tecnica delittuosa.
Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 49717 del 6 dicembre 2019, ha respinto il ricorso del contribuente. La difesa dell'uomo insisteva per la pena sostitutiva sostenendo che il manager aveva posto in essere reati puniti da norme diverse. In particolare, era stato accusato di omesso versamento di ritenute previdenziali e poi di ritenute certificate.
La tesi non è stata accolta con favore dal Collegio di legittimità che ha invece confermato la recidiva spiegando che ai sensi dell'art. 101 cod. pen. reati della stessa indole sono non soltanto quelli che violano una medesima disposizione di legge, ma anche quelli che, pur essendo previsti da testi normativi diversi, per la natura dei fatti che li costituiscono o dei motivi che li hanno determinati, presentano, nei casi concreti, caratteri fondamentali comuni.
Alla stregua di tale criterio, più reati possono considerarsi omogenei per comunanza di caratteri fondamentali quando siano simili le circostanze oggettive nelle quali si sono realizzati, quando le condizioni di ambiente e di persona nelle quali sono state compiute le azioni presentino aspetti che rendano evidente l'inclinazione verso un'identica tipologia criminosa, ovvero quando le modalità di esecuzione, gli espedienti adottati o le modalità di aggressione dell'altrui diritti rivelino una propensione verso la medesima tecnica delittuosa.
Nel caso sottoposto all'esame della Corte, dice la Cassazione, è evidente la identità dell'indole del reato oggetto della sentenza impugnata e di quelli di cui alle precedenti condanne dallo stesso riportate, determinati da motivi analoghi (e cioè dalla intenzione di trattenere somme dovute agli enti previdenziali o all'erario), aventi identica struttura (omissiva) e realizzati nel medesimo contesto, indicativi, dunque, dell'attitudine dell'imputato a commettere reati qualitativamente omogenei e dell'insufficiente efficacia dissuasiva della misura sostitutiva.
di Giuseppe Lo Bianco
Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2019
Nel fermo del suo segretario, arrestato per mafia, veniva descritta come un deputato strumentalizzato ma incorruttibile, ma ora Giusy Occhionero, ex LeU, parlamentare di Italia Viva, viene sospettata di avere fatto passare il radicale Antonello Nicosia per suo collaboratore nonostante il rapporto di lavoro fosse stato formalizzato solo successivamente.
La Procura di Palermo coordinata da Paolo Guido le ha inviato un avviso di garanzia per falso in concorso e nei prossimi giorni verrà probabilmente interrogata. Il pregiudicato agrigentino Nicosia, secondo l'accusa, era affiliato alla cosca di Sciacca e per questo è stato arrestato ai primi di novembre. Per i pm "si è speso attivamente per contribuire a uno dei progetti più ambiziosi di Cosa Nostra, la rivisitazione del cosiddetto "carcere duro" e ciò, in modo palese ed evidente, non per il perseguimento di una legittima (seppur discutibile) scelta di politica criminale bensì per favorire, in ultima istanza, la stessa associazione mafiosa".
Per i magistrati, Nicosia aveva agganciato la Occhionero "per avere una sicura chiave d'accesso agli istituti penitenziari (accesso avvenuto in almeno cinque occasioni)" e per "monitorare lo stato d'animo dei singoli mafiosi detenuti per dissuaderne eventuali iniziative collaborative". Il deputato era diventato il suo passe-partout perle carceri che ospitavano mafiosi: per l'accusa Nicosia entrava al seguito della Occhionero per "favorire trasferimenti di detenuti mafiosi; per veicolare informazioni fra i detenuti e l'esterno" incontrando gli associati mafiosi in modo assolutamente riservato e senza la vigilanza delle guardie penitenziarie".
E in un messaggio vocale inviato il 23 marzo 20191e diceva, riferendosi al superlatitante Matteo Messina Denaro: "Onorevole Occhionero... mai, mai si deve dire che siamo stati contro San Matteo, non si può sapere mai... mai contro a San Matteo, per ora c'è San Matteo che comanda e noi siamo, preghiamo San Matteo... grazie San Matteo per quello che ci dai tutti i giorni".
Iniziato a metà 2018, il rapporto di Nicosia con la Occhionero, avvocato di 41 anni, molisana, eletta alle ultime Politiche nelle liste di Leu e recentemente passata in Italia Viva, si è interrotto a maggio di quest'anno, presumibilmente hanno scritto i pm nel fermo, perché lei si era mostrata incorruttibile: Nicosia, secondo l'accusa, le aveva proposto di modificare una relazione ispettiva nel carcere della Giudecca a Venezia, "ammorbidendola": "Quando chiamano, dici senta io non ho tempo, le sto dando Iban, in base a quello che mandano eventualmente modifichiamo le dichiarazioni, ma... capisci che non si può fare gratis questa cosa", è il testo di un messaggio vocale di Nicosia intercettato dal Gico. Il rapporto si interrompe quando il deputato scopre che l'assistente le aveva raccontato una serie di balle, compresa un'inesistente laurea.
newsicilia.it, 7 dicembre 2019
Lo scorso 3 dicembre un detenuto serbo si è tolto la vita all'interno del carcere di Enna. L'uomo, un 41enne, si sarebbe trovato in carcere per maltrattamenti in famiglia e dal suo arrivo in cella pare avesse sempre ricevuto visite psicologiche e psichiatriche, l'ultima due giorni prima del triste evento. A dire la propria riguardo il gravissimo caso è stato Giovanni Fiandaca, il Garante dei diritti dei detenuti per la Sicilia.
Il comunicato del Garante - Il suicidio di un serbo quarantunenne nel carcere di Enna, avvenuto il 3 dicembre scorso, ripropone il grave e delicato problema del rischio suicidario nelle carceri, rispetto al quale l'attenzione del personale penitenziario e sanitario non è mai troppa. In questo caso si è trattato di un soggetto in custodia cautelare per il reato di maltrattamenti in famiglia, il quale, secondo quanto risulta dalle prime informazioni, sarebbe stato sottoposto ad assidua sorveglianza e osservazione psicologica a opera sia degli agenti penitenziari, sia dello psicologo dell'istituto. Sarebbe stato, altresì, visitato due giorni prima dell'evento infausto da uno psichiatra, il quale non avrebbe però segnalato concreti rischi di atti auto lesivi.
Quest'ennesimo caso di suicidio fa riemergere da un lato il problema della difficile prevedibilità dei gesti suicidari ma, dall'altro lato, mette in evidenza l'esigenza che gli psichiatri addetti alle carceri maturino una sempre più affinata competenza nel diagnosticare e prevedere il pericolo concreto di atti autolesivi da parte di soggetti detenuti affetti da quelle forme di disagio psicologico che lo stato detentivo provoca o aggrava nei soggetti più disturbati o più fragili.
novaranetweek.it, 7 dicembre 2019
Detenuti e figli saranno protagonisti di una partita entusiasmante al carcere di Novara quest'oggi sabato 7 dicembre. Anche il penitenziario di Novara aderisce alla campagna lanciata da Bambinisenzasbarre onlus. Sono 68 gli istituti italiani che partecipano al progetto nel mese di dicembre. Grazie a questa iniziativa i detenuti potranno giocare una partita a calcio con i loro figli, condividendo un momento di normalità e vicinanza nonostante la detenzione. Fino al 28 dicembre, inoltre, sarà attiva anche la campagna di raccolta fondi con numero solidale 45594 a sostegno delle attività che Bambinisenzasbarre organizza nelle carceri italiane per difendere i diritti dei figli dei detenuti e combattere l'emarginazione e lo stigma a cui sono soggetti.
Al fianco dei bambini con un papà dietro le sbarre - "Tutti i bambini sono uguali - dicono dalla onlus - anche i 100mila bambini che hanno la mamma o il papà in carcere e per questo vengono emarginati e stigmatizzati. Ciò significa anche che ci sono 100mila figli che, a causa del distacco dovuto alla detenzione, corrono un alto rischio di interrompere il legame affettivo con il proprio genitore, fondamentale strumento di protezione e prevenzione per contrastare fenomeni di abbandono scolastico, disoccupazione, disagio sociale, illegalità e detenzione. Si stima infatti che, senza un'adeguata tutela della relazione con il genitore, il 30% dei figli di detenuti sia a rischio di diventare detenuto a sua volta (Federazione dei Relais Enfants Parents, Parigi)".
L'idea dello Spazio Giallo - Lo Spazio Giallo è un sistema di accoglienza pensato per i bambini che entrano in carcere per trascorrere del tempo con il genitore detenuto, un luogo fisico destinato all'attesa dell'incontro insieme a operatori formati che accompagnano i bambini e le famiglie nell'esperienza della detenzione. L'ingresso in un penitenziario, luogo estraneo e perturbante, può essere un'esperienza traumatica per i bambini se non viene resa comprensibile con l'aiuto degli adulti di riferimento (familiari, insegnanti, ecc.), che invece tendono spesso a costruire dei tabù a causa del pregiudizio sociale e del rischio di emarginazione sociale (a scuola, nel quartiere, nello sport). I bambini, attraverso strumenti di comunicazione non verbale come il gioco e il disegno, e i genitori, attraverso i "gruppi di parola", vengono aiutati a esprimere le emozioni e le preoccupazioni legate al complesso periodo di vita che stanno attraversando; a condividere il momento con altre famiglie nella stessa situazione; ad affrontare con maggiori strumenti di consapevolezza il tempo complesso della detenzione.
di Anna Giorgi
Il Giorno, 7 dicembre 2019
Riaperte le indagini e disposta una perizia. La famiglia del giovane morto nel 2012 ha portato nuovi elementi utili per fare luce sulla verità. La procura riapre il caso di Alessandro Gallelli, il 21enne che oltre sette anni fa, nel febbraio 2012, venne trovato cadavere in una cella del carcere milanese di San Vittore. Una morte archiviata come suicidio, ma sulla quale la famiglia del ragazzo non si arrende. I genitori hanno presentato nuovi elementi, tra cui una perizia medica, che supporterebbe la loro tesi di omicidio volontario.
I legali dei familiari del giovane, tra cui l'avvocato Antonio Cozza, hanno depositato una consulenza nella quale si sostiene che Gallelli venne ucciso "mediante strozzamento con successiva attività di staging" per simulare un suicidio. Da qui la nuova denuncia trasmessa all'aggiunto Tiziano Siciliano che a sua volta, aprendo un modello 44 a carico di ignoti, ha già affidato un incarico a un consulente di parte.
Ieri i familiari del 21enne, con il legale Cozza, hanno incontrato il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, dopo aver manifestato per chiedere giustizia davanti a palazzo di giustizia. Sul caso della morte del giovane, trovato impiccato con un laccio, in passato erano già state archiviate altre indagini, che riguardavano, come si legge negli atti, "ipotesi di responsabilità omissiva nella forma del non aver impedito la morte" o dell'aver "indotto il ragazzo al suicidio".
Era stato archiviato anche un fascicolo che vedeva indagati per omicidio colposo due agenti della polizia penitenziaria. Una richiesta di archiviazione di un'ultima indagine per omicidio colposo a carico di ignoti era stata presentata nei mesi scorsi dall'aggiunto Siciliano. I legali della famiglia si erano opposti e sulla base della consulenza avevano puntato sulla richiesta di nuove indagini per omicidio volontario.
Il Gip aveva disposto l'archiviazione spiegando di non poter accogliere la richiesta di ordinare alla Procura di indagare per omicidio volontario quei "soggetti che potevano avere accesso alla cella" dove era detenuto Gallelli. Ciò che viene prospettato nella consulenza, aveva scritto il gip, è un "fatto del tutto diverso" rispetto al procedimento di omicidio colposo. Per il giudice, però, era "chiaro che il tenore e il contenuto della consulenza di parte" dovranno "essere nel caso utilizzati" o come "fondamento di una nuova denuncia" oppure come elemento nuovo e "utile" per riaprire le indagini.
di Davide Soattin
estense.com, 7 dicembre 2019
Inaugurato il ciclo di seminari presso il penitenziario di via Arginone. Il prefetto Campanaro: "A questo genere di iniziative, le porte della prefettura saranno sempre aperte". Il penitenziario di via Arginone apre le proprie porte all'Università di Ferrara e lo fa attraverso il progetto Universit'Aria, una serie di lezioni e conferenze che per tutto l'anno accademico saranno tenute - a titolo volontario e gratuito - da docenti dell'ateneo estense, presso l'istituto di detenzione cittadino, con l'obiettivo di stimolare nell'uditorio la voglia di imparare, approfondire le tematiche affrontate o intraprendere un corso di studi.
Di questo ciclo educativo e culturale, in cui più di trenta professori offriranno ai detenuti un'ora d'aria differente e dedicata alle più diverse discipline, si è già tenuta la prima lezione con il professor Paolo Trovato, ordinario di Linguistica italiana che, nel pomeriggio di venerdì 6 dicembre, presso la sala teatro della struttura carceraria, ha inaugurato il folto calendario con una chiacchierata interattiva e dialogata su Dante, l'Inferno e la sua Divina Commedia.
Tra i componenti di una folta platea - quasi un centinaio i detenuti che hanno ascoltato con attenzione e curiosità la lezione - anche il prefetto Michele Campanaro, entusiasta dell'iniziativa: "Credo sia davvero importante partecipare a questo appuntamento, perché evidenzia certi valori e principi, che sono capisaldi della nostra Costituzione. Tutti quanti dobbiamo credere nel valore della funzione rieducativa, un tassello aggiuntivo che permette di recuperare una parte di vita connotata negativamente da alcuni fatti. A questo genere di proposte, così lodevoli e importanti, le porte della prefettura saranno sempre aperte".
Un pensiero ripreso anche dalla direttrice del penitenziario Maria Nicoletta Toscani, presente insieme al comandante Annalisa Gadaleta e al responsabile delle attività educative Loredana Onofri: "Avere qui oggi il prefetto significa che il carcere è nella città ed è in tutti i sensi seguito dal governo. Queste manifestazioni di cultura e libertà sono un ulteriore passo verso i valori costituzionali, oltre che una importante apertura verso il recupero e il reinserimento dei carcerati a livello sociale".
A spiegare la genesi creativa del ciclo di seminari all'interno della struttura di via Arginone, tra obiettivi e finalità della manifestazione, ci ha pensato in conclusione Stefania Carnevale, delegata di Unife per i rapporti con la casa circondariale e ideatrice dell'evento: "Attraverso questo tipo di progetto vogliamo gettare un ponte stabile tra Unife e l'istituto penitenziario. Tutto è nato nei mesi scorsi, quando ho illustrato la possibilità di venire a fare lezione qua a diversi docenti. Credevo di avere poche risposte e invece ho avuto un riscontro incredibile da parte dei colleghi. In tantissimi si alterneranno a portare le loro esperienze, nella speranza che sia uno scambio di natura proficua sia per loro che per i detenuti. Per noi ambasciatori dell'articolo 27 si tratta di un qualcosa che ci piace moltissimo, grazie soprattutto a un nuovo modo di intendere l'ora d'aria".
- Porto Azzurro (Li). Borse fatte a mano grazie al lavoro dei detenuti del carcere
- Forlì. Scambio di auguri nei laboratori produttivi in carcere forlitoday.it, 7 dicembre 2019 Il Si
- Napoli. Intervista Carmine Uccello, presidente dell'associazione Carcere Vi.Vo.
- Milano. "La bellezza salva le persone, anche in carcere"
- Sassari. Bancali, carcere senza direttore e comandante









