di Milena Gabanelli
corriere.it, 30 ottobre 2019
Il 13 giugno 2019 una sezione del tribunale di Strasburgo si esprime contro l'esclusione dei benefici penitenziari per i detenuti condannati all'ergastolo per mafia e terrorismo: nell'ordinamento italiano, questi detenuti non hanno diritto alla liberazione condizionale, al lavoro all'esterno, ai permessi premio.
Lo Stato italiano ricorre, chiedendo la pronuncia della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo e sottolineando che il divieto-preclusione sia da considerare un caposaldo della legislazione contro il crimine organizzato: come spiegano coloro che lo hanno combattuto, i legami con mafia, 'ndrangheta e camorra sono difficili da recidere. L'ergastolo ostativo era stano infatti introdotto nell'ordinamento italiano nei primi anni Novanta, per rafforzare le misure contro le grandi organizzazioni criminali dopo le stragi con cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ad ottobre la Grande Camera della Corte europea ha ritenuto il ricorso inammissibile. La pronuncia si innesta sul ricorso presentato dal noto costituzionalista Valerio Onida per conto di Marcello Viola, condannato all'ergastolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi.
Dopo essere stato sottoposto per sei anni al regime di carcere duro regolato dall'articolo 41bis, Viola ne è uscito e ha chiesto di ottenere un permesso premio e la possibilità di accedere alla liberazione condizionale.
Le sue richieste sono sempre state rifiutate sulla base dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario italiano, secondo il quale per accedere a permessi premio o misure alternative al carcere i reclusi per questi tipi di reato devono prima collaborare con i magistrati, confessando le proprie responsabilità e contribuendo alle indagini nei confronti di altri.
Viola invece si è sempre dichiarato innocente. Dopo il ricorso presentato da Onida, la Corte europea ha stabilito che l'ergastolo ostativo, cioè "il fine pena mai", non è compatibile con l'articolo 3 della Convenzione sui diritti umani. Anche l'articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che le pene devono tendere "alla rieducazione del condannato".
Nel 2003 la Corte Costituzionale italiana aveva difeso l'ergastolo ostativo, sostenendo che la mancata collaborazione con la giustizia sia una scelta del condannato. Pochi giorni fa, però, il massimo tribunale italiano ha dichiarato l'ergastolo ostativo sancito dall'articolo 4bis incostituzionale, e ha affermato che anche ai mafiosi che non collaborano possono essere concessi permessi premio. Una Corte però spaccata poiché 7 giudici sarebbero stati contrati e 8 favorevoli.
Quel che è certo è che la procedura è complessa: devi aver scontato almeno 10 anni di carcere, deve esserci il parere favorevole dell'assistente sociale, del Giudice del Tribunale di Sorveglianza, devono essere sentiti i pareri dei magistrati (che potranno ricorrere contro un parere favorevole non condiviso, fino in Cassazione), della procura antimafia, del Prefetto.
Se sono tutti concordi sul fatto che il detenuto si è comportato in modo esemplare, che non ha più contatti con le cosche ed ha manifestato la volontà di redimersi, allora potrà ottenere un permesso premio.
I magistrati che da 40 anni combattono mafia camorra e 'ndrangheta sostengono che non c'è un solo detenuto per mafia che abbia mai avuto una sanzione, sono tutti detenuti modello, proprio per continuare a mantenere i contatti. Spiegano che è molto difficile provare la scissione con la cosca di appartenenza, e quando emerge è per puro caso, e all'interno di altre indagini, e i contatti spesso vengono mantenuti tramite gli avvocati, i cui colloqui non sono monitorabili.
Difficile prendere posizione, si può prendere atto che questa pronuncia della Corte è stata presa sul serio, mentre tutte le altre che riguardano le condizioni disumane delle carceri italiane no, e continuiamo a pagare multe come se nulla fosse.
La pena ha una funzione riabilitativa, e la riabilitazione passa attraverso il lavoro - lo dice la legge. Il nostro sistema, molto sensibile ai diritti umani, non garantisce a tutti i carcerati, che una volta scontata la pena usciranno, la possibilità di lavorare durante il periodo di detenzione. Infatti il 70% torna a delinquere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 ottobre 2019
Parla Nicola D'Amore, in servizio a Bologna ed esponente del Sindacato Sinappe: "Il carcere si sta trasformando in un ghetto, dove il lavoro è sempre più difficile e i detenuti non dovrebbero viverlo come esclusivamente punitivo".
Ultimamente sono venuti allo scoperto numerosi episodi di cronaca per presunti abusi da parte degli agenti penitenziari. Pestaggi, uso improprio degli idranti, persone lasciate ammanettate nei passeggi, abuso spropositato dell'isolamento.
Non c'è giustificazione alcuna, nonostante la difficoltà evidente nel rapportarsi con detenuti che vanno in escandescenza, soprattutto a causa delle patologie psichiatriche che taluni hanno: chi aveva problemi mentali già da prima, oppure sopravvenuti durante la detenzione.
Oppure i detenuti stranieri, i quali hanno il problema della barriera linguistica e, in mancanza di mediatori, si trovano perduti: per comunicare il loro disagio ricorrono all'autolesionismo o, appunto, alla violenza. E gli agenti penitenziari sono quindi giustificati a ripagare con la stessa moneta, nonostante l'oggettiva difficoltà?
C'è chi dice no come Nicola D'Amore, agente penitenziario che opera al carcere di Bologna ed esponente del sindacato Sinappe, che da anni si batte per una svolta culturale da parte degli agenti. Sì, perché se da una parte ci sono episodi di evidenti abusi, dall'altra ci sono tantissimi agenti che si comportano professionalmente per sedare i comportamenti violenti dei detenuti. Lui stesso, assieme ad altri suoi colleghi, ne è stato recentemente l'esempio.
Un detenuto tunisino, con problemi psichiatrici, era andato in escandescenza in una stanza dell'ospedale del Sant'Orsola, dove era piantonato, e con una sbarra improvvisata, ha distrutto tutto quello che si è trovato davanti. Con lui c'era anche un altro detenuto, quindi in pericolo. Gli agenti, tra i quali Nicola D'Amore, sono intervenuti senza caschi né scudo, ma anche senza mascherine che hanno dovuto richiedere al personale sanitario.
Hanno utilizzato una tecnica di mediazione, senza ricorrere a metodi coercitivi. Lo hanno riportato alla calma, senza utilizzare metodi violenti. "Ho avuto la fortuna di stare assieme a colleghi che hanno una cultura diversa rispetto a quella di altri- spiega a Il Dubbio il sindacalista Nicola D'Amore - abbiamo dimostrato che si può agire diversamente attraverso tecniche diverse e non coercitive". L'agente evidenzia però che hanno agito da autodidatti. "Ci vorrebbe una formazione diversa, dei corsi professionali che insegnino a comunicare, saper mediare e soprattutto lavorare in sinergia con altre figure professionali indispensabili come gli educatori, medici e mediatori culturali".
D'Amore ci tiene a sottolineare che qualcosa sta cambiando con le nuove leve. "I giovani agenti penitenziari spiega l'esponente del Sinappe hanno indubbiamente una formazione diversa, molti hanno avuto anche un percorso universitario e, a differenza del passato, non provengono dall'esercito". Perché è importante? "Il carcere - spiega D'Amore - non è un campo di guerra, ma una comunità dove noi agenti penitenziari non dobbiamo considerarci una specie di corporazione, ma un gruppo che lavora per la società".
Il sindacalista che opera a Bologna non fa sconti a nessuno, nemmeno alla sua categoria. "Noi - spiega D'Amore - rispetto al passato, abbiamo raggiunto tutele che prima non avevamo, ora dobbiamo pensare alla qualità del lavoro, non ridurci a figura da carceriere, ma promotori dell'opera trattamentale dei detenuti". Lui che è nato a Napoli e conosce quartieri difficili come Scampia, sa che l'ambiente stesso può produrre degrado e fa la comparazione con il carcere. "Non può diventare un contenitore del fallimento dello Stato - spiega - perché in questo modo si sta trasformando in un ghetto, dove il lavoro è sempre più difficile e i detenuti stessi non dovrebbero viverlo come esclusivamente punitivo".
Nicola D'Amore ritiene che gli agenti penitenziari debbano avere anche dei centri di ascolto, in maniera tale da non riversare il loro disagio e le frustrazione sull'anello debole, che in questo caso è il detenuto. Una rivoluzione culturale nel mondo degli operatori penitenziari è quindi possibile.
di Luciano Capone
Il Foglio, 30 ottobre 2019
La figlia di Paolo Borsellino elogia la Consulta contro l'ergastolo ostativo. Ma le sue parole non fanno comodo. Non abbiamo la controprova, ma se avesse affermato il contrario le dichiarazioni di Fiammetta Borsellino sarebbero finite sulle prime pagine di tutti i giornali e in tutti i Tg.
E invece, le parole della figlia del giudice ammazzato dalla mafia a favore delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte costituzionale contro l'applicazione automatica dell'ergastolo ostativo sono cadute nel vuoto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 ottobre 2019
Fiammetta Borsellino al Festival della comunicazione sulle pene e sul carcere. "È stata la cultura dell'emergenza, la rabbia che sicuramente in quegli anni richiedeva una risposta immediata, che ha dato luogo al grande inganno di via d'Amelio, una storia di menzogne che hanno dato luogo a innocenti condannati all'ergastolo tramite falsi pentiti costruiti a tavolino tramite torture e processi caratterizzati da gravissime anomalie".
di Domenico Bilotti*
lanuovacalabria.it, 30 ottobre 2019
La Corte costituzionale italiana e la Corte europea dei diritti dell'uomo hanno attribuzioni diverse e ruoli non sovrapponibili. L'una è giudice delle leggi nel diritto dello Stato, l'altra è organo la cui giurisdizione è fissata in un trattato internazionale.
di Michele Fusco
Il Dubbio, 30 ottobre 2019
"Il mio piano: svuotare le carceri dei disperati e riempirle dei veri delinquenti, gli evasori totali, una folta comunità. non è forse una politica di sinistra?".
Caro Direttore, questa volta scrivo sotto forma di lettera, sperando nella tua udienza, perché sento di dovermi abbandonare a un sentimento che ai lettori del Dubbio darà l'impressione di assoluta terribilità.
E che racchiudo immediatamente in una domanda: se una persona di sinistra, un cittadino di sinistra, si schiera pubblicamente per la galera ai malviventi, comprendendo nella categoria anche gli evasori di livello, ecco, perché questo cittadino, come per magia, e in pochi decimi di secondo, viene considerato da tutti un uomo di destra, liquidatore d'ogni stato di diritto, gli amici tra loro commentando: "È impazzito" ? Per carità, qui non si esclude affatto che un uomo probo che fu già di sinistra, possa con il procedere delle epoche e i relativi cambiamenti, cambiare egli stesso idea politica, trasferendosi sull'altra sponda, e restando altrettanto probo. Ma non è questo il caso.
Qui stiamo parlando di persone che sentono orgogliosamente ancora un'appartenenza a certi valori della sinistra, lo sentono prima di tutto intimamente, per la loro storia, le esperienze fatte, per una certa solidarietà verso mondi distanti, insomma, senza fartela troppo lunga, tutto l'armamentario che il mondo della sinistra portava con sé. Molte di queste persone, oggi, sono smarrite rispetto all'idea che equità sociale e riduzione delle disuguaglianze siano ancora cardini di un sistema democratico. Vedono completamente disattesi questi principi.
Vedono che la giustizia non arriva mai dove dovrebbe. E se ci arriva, è con un ritardo epocale. E che da quel momento, la giustizia si organizzerà per rendere la vita più facile e semplice all'ospite circondariale. La legislazione, da possibilmente premiale, si trasformerà in sicuramente premiale. Questo è il mondo che immaginano quelli di sinistra? Ho qualche dubbio.
Sabato scorso, in prima sul Sole 24 Ore, un pezzo del professor Enrico De Mita, che del diritto tributario è principe, era titolato così: "Le manette non risolvono niente". Si commentava l'enfasi con cui il governo, soprattutto la parte Cinque Stelle, si era venduta la questione "lotta agli evasori", con l'evocazione - appunto delle manette.
Per farlo, il professore ricorreva ai grandi della storia, per esempio Ezio Vanoni secondo cui la via maestra era "creare attraverso una persuasione politica e morale, un clima nel quale si sente che difendendo la razionale applicazione dei tributi, si difende non una legge formale dello Stato, ma l'essenza stessa della vita dello Stato".
O come Gobetti, che con realismo pessimista sosteneva che "in Italia il contribuente ha raramente sentito la dignità di partecipare alla vita dello Stato; non ha la coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L'imposta gli è imposta". Parole del primo 900. Un secolo fa.
Cosa è cambiato rispetto ad allora, rispetto a un cittadino italiano che non sente la "dignità di partecipare alla vita dello Stato"? Tutto, come società. Niente, come risposta a quei problemi. Se possibile, la situazione è peggiorata. Precipitata. Con quali armi della consapevolezza educativa, gentile professor De Mita, dovremmo oggi riportare all'altare della moralità pubblica interi eserciti di evasori?
Insomma, De Mita e molti altri famosi illustratori della nostra realtà ci raccontano che l'evocazione delle manette è semplicemente inutile. Non serve e non risolve, soprattutto. Nel corso della storia, il territorio è già stato battuto e non ha dato i frutti sperati. De Mita e gli altri però ci raccontano solo un pezzo. Non spiegano perché non ha funzionato, o non funzionerebbe, questo impianto, chiamiamolo più volgarmente, "repressivo". Sin da quando siamo bambini, a una minaccia dei genitori corrisponde un'azione-reazione.
Che può essere la paura, da cui il rigar dritto per timore, appunto, di una punizione, o il fregarsene, da cui la disperazione di padri e di madri che vedono annullata la forma più diretta di dissuasione. In termini percentuali, i bambini che hanno paura e che per paura ubbidiscono sono l' 85%, i turbolenti il 15%. Massima solidarietà ai genitori di quel 15%. Ecco, quando questi bambini (italiani) diventano grandi, la percentuale incredibilmente si inverte: la paura dei genitori (lo Stato) non ha più alcun effetto sulla maggioranza dei cittadini.
I quali evadono in maniera massiccia, furiosa, persino entusiasta (al grido, con massima faccia di bronzo, che lo stato ti azzanna le tasche). Un contrappasso amaro, troppo amaro, per quella massa di cittadini che invece mantiene quel senso civico (paura) e che contribuisce ai servizi della collettività. A questa platea di cittadini perbene, viene a mancare il grande pezzo dei menefreghisti, il cui costo ricade naturalmente sui bambini bravi. Lo Stato italiano non incute paura. Non ha autorevolezza. Ma come è possibile? Come è possibile che non faccia valere le sue prerogative? È semplice.
Perché nella sua storia non ha mai dato il buon esempio, non è mai stato virtuoso, non ha mai lasciato l'impressione di essere "giusto". Ecco la grande differenza con gli Stati Uniti! Dove i cittadini sono perfettamente consapevoli dei rischi che corrono, nel caso in cui dovessero decidere di delinquere, di evadere. Sanno che il gioco non è truccato. Se ti pizzico, sei rovinato. La figura di Madoff, nel momento in cui è emersa in superficie con la forza di uno scandalo planetario, ha ricompreso in epoca moderna tutti i cittadini che intendono sfidare la giustizia. Se volete, è una sfida bellissima e straordinaria.
Tutti sanno le regole del gioco. Nessuno può sperare nei premi. Qui non si vincono premi. La chiave te la fanno vedere il primo giorno, quando aprono il gabbio, poi la buttano. Ecco, se a fronte di tutto questo, all'idea della galera, di non vedere più le persone care, i tuoi figli, decidi che vale ancora la pena di giocarti la tua partita di malfattore, beh allora sei un grandissimo e meriti di finire in un film.
Da noi, invece, sei solo il furbo peracottaro che farà accordi con lo Stato. Là, oltreoceano, useranno la sentenza come forma di ammonimento sociale, quei 120 anni madoffiani, che non avrebbero un minimo senso logico, finiranno sui libri di testo, nelle omelie dei cardinali, sui manifesti a Ebbing, Missouri.
Da noi, al più, nei migliori studi legali come "ottima" letteratura giurisprudenziale. Caro Direttore, per concludere, vorremmo declinare il nostro programma per il futuro: svuotare le carceri dei disperati che non ha senso che le affollino, e riempirle, sino ai posti in piedi, dei veri delinquenti, tipo gli evasori totali che sono un'affollatissima comunità. È un programma sinceramente di sinistra, e noi ne andremo fieri.
Ps. Un'ultima istanza, Direttore. Che riguarda il pudore e il rispetto della storia e delle persone. Se ogni volta che un uomo di sinistra auspica la galera per i malfattori, convinto che sia una strada socialmente e istituzionalmente percorribile, non gli si opponga il caso di Enzo Tortora, come massimo strazio del diritto. Lo si lasci riposare in pace, pur nella sua terra inquieta.
di Armando Spataro*
Il Riformista, 30 ottobre 2019
Nella presentazione pubblica della linea editoriale del nuovo quotidiano "Il Riformista" ho letto che sarà "di sicuro garantista sulla giustizia". Perché mai, mi sono chiesto, il garantismo dovrebbe essere una caratteristica speciale di un giornale, di un gruppo, di un partito, di una persona e non una regola ordinaria e diffusa? Sono convinto, cioè, che solo una interpretazione forzata del termine possa trasformarla in una qualifica eccezionale da porre in evidenza e magari tale da contrapporla a quella di "giustizialista", come se si parlasse di "buoni" e "cattivi".
Personalmente, da magistrato, ho sempre svolto il ruolo di pubblico ministero, convinto che giudici e Pm debbano nutrirsi della stessa cultura giurisdizionale, privilegiando nella ricerca della verità il rispetto dei diritti e delle garanzie dei cittadini: è questo, tra l'altro, il senso dell'unicità delle due carriere previsto dal nostro assetto ordinamentale, invidiato in Europa e che qualcuno, in Italia, vorrebbe cancellare senza rendersi conto delle possibili gravi conseguenze.
Sto dicendo che i magistrati italiani sono perfetti e non sbagliano mai? Assolutamente no e aggiungo che non apprezzo quelli tra loro che non sopportano critiche al proprio operato e che si propongono alle folle come gli unici ricercatori e custodi della verità. È tuttavia certo che ogni generalizzazione sarebbe anche in questo caso ingiustificata.
Vorrei però capire per quali ragioni chi svolge il ruolo di pubblico ministero, magari in settori criminali di rilievo (mafia, terrorismo, corruzione etc.), debba solo per questo - specie in relazione a inchieste di un certo rilievo - essere così spesso tacciato di "giustizialismo" da parte di chi rivendica di essere "garantista".
Mi concedo una citazione dal passato solo perché serve a chiarire il mio pensiero: negli anni di piombo, fino al 1988, pubblici ministeri e giudici istruttori che si occupavano di terrorismo venivano spesso tacciati di essere "destrorsi" o quasi dai garantisti dell'epoca. Persino, alcuni magistrati arrivarono a criticare duramente i loro colleghi che lavoravano in quel settore criminale, "accettando - dicevano - di condurre inchieste fondate sulle dichiarazioni dei pentiti in cui avvengono illegalità e trattative sottobanco tra inquirenti ed imputati": quelle teorizzazioni, diffuse anche nel mondo politico e tra tanti pseudointellettuali, amareggiarono un giudice istruttore come Guido Galli, che di quelle inchieste si occupava e che per questo chiese di lasciare il suo ufficio per venire in Procura. Non fece in tempo, lo uccisero il 19 marzo del 1980.
Passando al moderno contrasto del terrorismo di matrice islamica, i pm italiani sono stati all'opposto accusati di eccedere in garantismo: un premier italiano ebbe ad affermare, nel dicembre del 2005, che "non ci si può aspettare che i governi combattano il terrorismo con il codice in mano" e nel febbraio del 2007 il Wall Street Journal definì "rogue prosecutor" ("procuratore carogna") i pubblici ministeri che riservavano attenzione anche ai diritti e alle garanzie dei terroristi, inclusi quelli rapiti e torturati in base alla strategia americana della "War on terror".
È chiaro che gli esempi potrebbero essere tanti e riguardare altri settori dell'azione repressiva dei pm: come dimenticare le accuse di giustizialismo rivolte a Borrelli e al pool di Mani Pulite? E quelle di essere mossi dai propri orientamenti politici riservate a tanti magistrati che si sono occupati della "zona grigia" che spesso accomuna mafiosi e corrotti?
Non si deve neppure tacere, però, sulle accuse di segno opposto: le critiche, come è normale in democrazia, sono sempre lecite se correttamente formulate, sicché non è possibile accusare di eccesso di "garantismo" e/o di voler difendere i criminali chi esercita tale diritto, anche se con toni ed espressioni forti! Piuttosto, nei confronti di chi commenta le inchieste giudiziarie debordando nell'insulto e nella manipolazione della realtà, specie se ciò avviene sulla base di interessi retrostanti, dovrebbero essere usate ben altre definizioni: non "garantista", ma falsificatore e/o calunniatore.
Un ruolo equilibratore in questa querelle potrebbe essere svolto proprio dai giornalisti che, per evitare equivoci, errori o strumentalizzazioni delle inchieste giudiziarie, dovrebbero verificare l'assoluta attendibilità di ogni notizia di rilievo di cui entrino in possesso, qualunque ne sia la fonte: magistrati, avvocati, imputati, parti offese dei reati. Credo, cioè, che anche per i giornalisti esista il principio di "obbligatorietà" dell'approfondimento e della ricerca dei riscontri alle notizie acquisite, esattamente come per i pm prima di utilizzare le dichiarazioni dei "pentiti".
Giornalisti e magistrati, però, quando la situazione lo richiede, dovrebbero sentire anche il dovere dell'autocritica: sto ancora aspettando di leggere qualche parola in tal senso da parte di coloro che in Italia e in Francia, pur se all'epoca smentiti dalla Cedu di Strasburgo, accusarono i magistrati di avere perseguito e condannato Cesare Battisti all'ergastolo negandogli le garanzie di un giusto processo. Da parte loro solo il silenzio ha fatto seguito alla recenti confessioni di Battisti che ha riconosciuto di essere stato responsabile dei quattro omicidi e di altri reati per cui era stato condannato. Chi fu allora garantista e chi giustizialista? Vallo a sapere!
A proposito delle parti offese prima citate, mi permetto un'altra critica a certi eccessi di garantismo: come mai si manifestano solo a favore di imputati o indagati, e mai o quasi mai nell'interesse delle vittime dei reati? Riflettiamo anche su questo. Mi fermo qui e chiudo con un auspicio: nessuno si comporti o si orienti secondo doveri imposti dall'appartenenza all'una o all'altra categoria. Io mi auguro che il nuovo Riformista non si attesti, sulla giustizia, su posizioni di "garantismo a prescindere", ma che sia capace di denunciare la violazione delle garanzie quando l'accertamento della verità dei singoli fatti lo consenta. E se ciò non è sempre compatibile con i tempi rapidi dell'informazione, occorre prudenza e pazienza. I lettori capiranno e apprezzeranno.
*Ex magistrato
di Luigi Accattoli
ilregno.it, 30 ottobre 2019
La comunicazione digitale che tutto collega potrebbe domani mitigare la segregazione del mondo carcerario, almeno per gli aspetti più iniqui e meno necessari. Ho percepito qualcosa di questa possibilità nel mio lavoro di giurato del Premio Castelli, un premio "letterario" per detenuti che ha dietro la Società di San Vincenzo de Paoli. Provo a raccontare quella percezione.
Carlo Castelli (1924-1998), vincenziano operoso, è stato un pioniere del volontariato carcerario. Dalla mia partecipazione al premio che gli è intestato ho ricavato una minima conoscenza delle carceri e qualcosa ne ho riferito in questa rubrica nei mesi di ottobre degli ultimi anni (cf. Regno-Att. 18,2018,575ss).
Negli occhi del compagno la tua stessa solitudine - La premiazione è sempre ottobrina e avviene ogni anno in un carcere diverso: quest'anno andiamo a Matera. Le 11 precedenti edizioni ci avevano portato a Palermo, Poggioreale, Cagliari, Reggio Calabria, Forlì, Mantova, Bari, Bollate, Augusta, Padova, Nisida (Napoli). Ma la mia vera esperienza del carcere è nella lettura delle centinaia di "lavori" che i detenuti inviano alla giuria e che ultimamente mi ha provocato a indagare sul rapporto tra il carcere e il digitale.
"Riconoscere l'umanità in sé e negli altri per una nuova convivenza" era il tema di quest'anno. Molti tra i lavori che abbiamo ricevuto attestano che il riconoscimento d'umanità talora sorprende, affiorando nelle situazioni anche meno propizie, come potrebbe sembrare quella del carcere; e può capitare che sia proprio la prova del carcere a favorire quel riconoscimento.
Il testo che ha vinto il secondo premio argomenta così la riscoperta dei "rapporti di buon vicinato" da parte dei reclusi: "La condizione obbligata del carcere fa fare passi molto veloci sulla via della reciproca conoscenza. Star sulla stessa barca diventa molto più che un modo di dire e la condivisione cresce esponenzialmente".
Vari tra i testi che sono entrati nei 10 "segnalati" indicano l'aiuto al recupero d'umanità che è venuto ai loro autori dall'esempio dei volontari: cioè da un'umanità che "si avvicina a quanti hanno sbagliato dandogli un'altra possibilità". E in tale avvicinamento c'è spesso il seme di una futura fratellanza, "perché l'umanità è qualcosa che ognuno riconosce, senza dubbi, quando la scopre negli occhi dell'altro e ne rimane contaminato", conclude un lavoro intitolato "Eroi".
Il riferimento allo sguardo come specchio d'umanità lo troviamo anche in un altro dei 10 testi segnalati: "Pian piano, troviamo negli occhi del compagno la nostra stessa solitudine e dai meandri della mente riaffiora la misericordia". Ci ha sorpresi, nei lavori di questa edizione, l'insistita segnalazione dei rischi che possono venire dai social e - più in generale - dalla comunicazione digitale. Sono 13 i concorrenti che svolgono questo richiamo mai prima riscontrato nelle annate del premio.
Uno di essi propone un sottile paragone tra le identità fittizie indotte dai social e quelle favorite dalla reclusione. Osserva che in carcere spesso "l'umanità che ciascuno porta in sé si occulta dietro cliché comportamentali" e argomenta che "proprio questo specifico aspetto ha significative somiglianze con il "fuori": in carcere non c'è Internet per nascondere la propria identità fino al punto da crearne una fittizia, ma lo si fa ugualmente, generando formalismi vuoti".
L'urgenza di svegliare chi si perde nella Rete - Il testo "Il regalo di un sorriso", che è tra i segnalati, vede nei social il volano del livellamento universale delle individualità: "Oggi ogni aspetto della vita sociale è gestito da connessioni alla Rete. Le parole sono sostituite da messaggi e foto e tutti sanno tutto di tutti".
Il lamento dei nostri concorrenti verso il digitale è spesso generico, somigliante a quello che capita d'ascoltare tra i passeggeri di un treno. C'è chi attribuisce al "bombardamento di messaggi" la "spinta a non prestare ascolto agli altri". Un altro afferma che l'uso dei social produce un "calo" delle relazioni. Un terzo osserva che "la tecnologia della comunicazione allontana". Un quarto azzarda che "le reti sociali controllano la nostra vita".
Com'è generica la denuncia, generico è il rimedio. Un concorrente invita a diffidare dei social che "dovrebbero accorciare le distanze ma in realtà ci rendono più distanti". Un altro segnala l'urgenza di "richiamare chi si isola nella Rete" e di "ricordargli che i veri rapporti sono quelli che nascono tra i viventi e non dietro una tastiera". Un terzo dà ai giovani il rassegnato consiglio di lasciare il cellulare e di "andare di persona a trovare colui a cui si vuole dire qualcosa, mettendoci la faccia".
Ma abbiamo letto, nei lavori in concorso, anche osservazioni cavate dal vissuto. Uno dei concorrenti indica tra le cause della propria devianza "le relazioni telematiche che non si svolgevano quasi mai a quattr'occhi". Un altro è tentato di dare tutte le colpe allo smartphone e giura che mai più "sprecherà un solo istante a far divorare le sue sensazioni da quel diabolico congegno". Un terzo osserva che "on-line e sui social appare più evidente il fenomeno, che c'è sempre stato, di chi prende spavalderia a insultare quand'è sicuro di non essere visto".
Le paranoie di non avere il cellulare - Un concorrente dettaglia l'improbabilità che le "amicizie" della Rete incidano sulla vita: "La quasi totalità delle persone utilizzano un like per condividere una richiesta di aiuto, mentre solo una sparuta minoranza ha l'umiltà di trasformare quel like in un gesto di solidarietà".
Colpisce questa attenzione al digitale da parte dell'umanità delle carceri, che è impedita dall'usarlo. In qualche caso si avverte, dietro ai fuggevoli accenni, un'esperienza maturata fuori da chi è in carcere da poco: un concorrente racconta come gli sia stato necessario "oltre un mese dall'arresto per levarmi le paranoie di non avere il cellulare". Ma più frequente è l'impressione di un apprendimento indiretto di questa realtà, dai contatti con i familiari, in occasione di permessi, attraverso la lettura e l'ascolto della televisione.
Il fatto che tanta attenzione al digitale nei lavori in concorso si sia manifestata quest'anno e non fosse comparsa prima, induce a ipotizzare che stia lievitando nella società una percezione collettiva dei fenomeni digitali, veicolata principalmente - si può immaginare - dalla cronaca su vicende di plagio, di dipendenza, di violenza, di vendetta, di suicidio a seguito di fissazioni e irretimenti legati all'abuso dei social. Quella percezione è ormai pervasiva e non trova più un reale ostacolo neanche nelle mura delle carceri.
"Possibilità d'accesso a Internet da parte dei detenuti" è intestata una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che, nel 2015, autorizzava la creazione di postazioni Internet in locali comuni come biblioteche, aule d'insegnamento, sale lettura - per finalità di studio, formazione, aggiornamento, lavoro - con accesso autorizzato e sorvegliato per evitare che i detenuti possano comunicare con l'esterno.
In collegamento Skype e col "Mai dire mail" - Un carcerato può anche essere autorizzato a tenere un portatile in cella, disattivata la connessione a Internet. In alcuni istituti è oggi possibile sostituire la telefonata ai familiari con un collegamento Skype, in postazioni controllate e con esclusione dei detenuti nei circuiti di alta e massima sicurezza. Pur nella breve esperienza maturata a oggi, la letteratura carceraria attesta che il collegamento audio-video risulta prezioso per mitigare la solitudine di detenuti che vengono a trovarsi senza contatti con i familiari, quando questi sono lontani o impediti a viaggiare. In altre carceri è possibile comunicare via e-mail tramite un servizio assicurato da volontari che si chiama "Mai dire mail": il detenuto scrive il messaggio su un foglio indicando l'indirizzo e-mail del destinatario, al quale il testo viene inoltrato da una postazione esterna al carcere. Chi lo riceve può rispondere allo stesso indirizzo, specificando l'identità del detenuto, al quale il messaggio arriverà stampato. Il vantaggio di questa mail per interposto volontario - e con il controllo dei contenuti da parte degli organi di vigilanza, come avviene per la posta ordinaria - è nella velocità della comunicazione dall'oggi al domani che può essere provvidenziale per detenuti che vivono malattie, lutti, decisioni riguardanti la coppia e i figli. In Francia - leggo sul quotidiano Le Parisien - la sperimentazione del computer in cella pare sia più avanzata che da noi, anche se limitata a circuiti Intranet, cioè scollegati dalla Rete globale, che però forniscono agli utenti tutti i vantaggi che derivano dall'essere interconnessi tra loro.
A Padova i detenuti gestiscono un Call center - Il settimanale Vita dell'11 novembre 2016 informava che Vodafone aveva firmato un'intesa con il Ministero della giustizia per la fornitura gratuita di 130 PC in 10 carceri italiane. "Vogliamo dare un contributo alla formazione digitale dei detenuti" aveva dichiarato Maria Cristina Ferradini, sustainability manager di Vodafone. Quando visitammo come Premio Castelli il carcere Due Palazzi di Padova, ci mostrarono un Call center per ospedali e per varie aziende; e aule per attività informatiche varie, dal trattamento delle "firme digitali" alla digitalizzazione di documenti cartacei.
Un volontario che accompagna i detenuti autorizzati a uscire "in permesso" mi racconta del loro stupore nel vedere ragazzi e adulti, in ogni ambiente, chini sui loro smartphone: credo sia questo sbalordimento nelle uscite o davanti ai televisori che ha attivato le considerazioni lette quest'anno nei lavori del Premio Castelli.
di Roberto Davide Papini
riforma.it, 30 ottobre 2019
Anche la Consulta si è espressa a proposito dell'ergastolo: le prime reazioni non sono certo costruttive. Come accade spesso (ultimamente anche nello spinoso tema del fine vita) il Parlamento italiano, paralizzato da partiti, di maggioranza e di opposizione, che guardano all'immediato tornaconto elettorale e non a politiche di largo respiro, anche sul tema delle carceri si fa riprendere dalle supreme Corti che correggono le storture del nostro sistema di pena.
gnewsonline.it, 30 ottobre 2019
Negli stessi giorni in cui Halloween invade il mondo con il suo armamentario consumista di zucche e maschere macabre, feste dalle liturgie antiche ma dai simboli e dai valori molto somiglianti vengono celebrate in due città molto lontane.
Si tratta della Festa dei Morti di Palermo e del Dia de los muertos messicano, che l'Unesco ha nominato "Patrimonio immateriale dell'umanità". Una somiglianza che la Notte di Zucchero - kermesse di danza, musica e teatro ideata da Giusi Cataldo a difesa della festa tradizionale - ha voluto valorizzare dedicando il convegno "Palermo-Messico, la vita è bella" alla storia di due culture che in comune hanno la celebrazione della vita, intesa anche come rinascita simbolica dopo momenti di crisi.
Non a caso il convegno che si terrà il 30 ottobre nella Sala Martorana di Palazzo Comitini (via Maqueda 121, dalle ore 10 alle 13) ha riservato uno spazio significativo all'esperienza di "Mi riscatto per", un modello italiano di reinserimento socio-lavorativo che è stato replicato a Città del Messico. Il progetto è il risultato di una sperimentazione virtuosa che ha visto collaborare insieme più protagonisti, frutto di un accordo sottoscritto a Città del Messico dai delegati italiani del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, da quelli del Messico e delle Nazioni Unite A raccontare come sia stato possibile esportare in Messico un progetto pensato per la realtà italiana (sperimentato a Roma e poi esteso a molte altre città, tra cui Palermo) sarà Vincenzo Lo Cascio, direttore del programma dei Lavori di pubblica utilità del Dap.
Tra i presenti, il sindaco Leoluca Orlando, l'assessore alle Culture della città di Palermo Adham Darawsha, il giornalista Corradino Mineo, Paola Felix Diaz, capo dell'Ente per il Turismo di Città del Messico e Claudio La Camera, senior advisor dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il delitto in Messico
In apertura del convegno si potrà ammirare il grande telo artistico con la tradizionale Catrinas mexicana, una delle figure più popolari della cultura messicana, presenza immancabile nell'ambito dei festeggiamenti del Dia de Los Muertos, realizzato dai detenuti di alcuni istituti penitenziari di Città del Messico, che hanno partecipato al programma dei lavori di pubblica utilità.
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