di Liana Milella
La Repubblica, 8 dicembre 2019
Sulle intercettazioni - la legge Orlando - un fatto è certo. Entrerà in vigore il primo gennaio. Anche lei, come quella sulla prescrizione. Della serie, una a me e una a te. Al Guardasigilli grillino Bonafede la sua legge sulla prescrizione.
Libero, 8 dicembre 2019
Il forzista Costa e lo scontro sulla prescrizione. "Se non ci verrà concesso il diritto di discutere in aula la nostra proposta blocca-Bonafede entro la fine dell'anno, ci rivolgeremo alla Corte Costituzionale e giorno per giorno proseguiremo la nostra battaglia di civiltà giuridica".
Il forzista Enrico Costa, autore della proposta di legge per bloccare l'entrata in vigore della nuova prescrizione, annuncia, assieme al suo partito, l'intenzione di ricorrere alla Consulta contro la legge voluta dal ministro grillino Alfonso Bonafede, che prevede lo "stop" della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Legge che, se non interverranno modifiche, entrerà in vigore a gennaio.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2019
Il 12 gennaio parte il nuovo regime per le intercettazioni che fu scritto dal Pd e non piace a Bonafede. Così slitterà ancora. E dividerà i giallorosa. È la settimana che comincia domani quella che costringerà il governo a mettere mano a un'altra spina nel fianco finora evitata come la peste: la riforma "bavaglio" delle intercettazioni targata Orlando, mai entrata in vigore.
di Alessandro Di Matteo
La Stampa, 8 dicembre 2019
La senatrice del Pd ed ex ministra della Difesa: "Siamo preoccupati se non si mette mano alla durata dei procedimenti".
di Sarah Franzosini
salto.bz, 8 dicembre 2019
La storia di Marco, ex detenuto, finito in carcere nel 2013 per ricettazione, e della sua rinascita, possibile anche grazie a chi non l'ha mai lasciato solo. A Bolzano Marco è un tipo conosciuto. Nel bar del centro dove ci fermiamo per un caffè è tutto uno scambio di sorrisi e cenni col capo in segno di saluto, in mezzo al tintinnare fuori-tempo delle tazzine. Marco ha quasi 60 anni ed è un ex detenuto. Sconfigge il gelo preventivo dell'interlocutore lasciando il passo alla verità: "Ci vengo spesso in questo posto, il proprietario, i camerieri, tutti sanno del mio passato, sono stato io a dirglielo. Preferisco parlare dei miei trascorsi piuttosto che lasciarlo fare ad altri, che magari riportano una cosa per un'altra", ci racconta con aria compassata.
Pensavo: tanto in Italia in galera oggi non ci va nessuno, che gigantesco sbaglio - Tutto inizia qualche anno fa, Marco, che è originario di Ora, lavora come rappresentante per una ditta di fertilizzanti, gira l'Italia, i soldi a fine mese non mancano. Poi un giorno l'azienda chiude e lui si ritrova senza lavoro e presto senza più un quattrino in tasca. "Sono finito in un brutto giro, mi sono messo a comprare e vendere merce rubata, tv, telefonini, apparecchi elettronici e quant'altro. Non era difficile piazzarli perché a Bolzano conosco tanta gente".
Fra le mani gli passa un bel po' di denaro, arriva a guadagnare anche 10-12mila euro a settimana. Soldi facili. E insieme al portafoglio si gonfia anche la presunzione di poterla fare franca. "Mi hanno pizzicato 2, 3 volte ma non mi presentavo mai davanti al giudice, pensavo: tanto in Italia in galera oggi non ci va nessuno, che gigantesco sbaglio".
In questo frangente effimero di libertà Marco si rimette in carreggiata, ritrova un vecchio amico, Vinicio, che gli dà un lavoro al mercato presso il suo banco di abbigliamento, lo aiuta a trovare un appartamento, a non "bruciarsi" tutti i soldi al Casino di Innsbruck come spesso accadeva, e a smettere di bere, un vizio aggravatosi dopo la perdita del primo impiego. "Un sabato sono venuti a prendermi al mercato e mi hanno detto: 'Andiamo, hai 8 anni da scontarè. Per me è stata quasi una liberazione, un sollievo, sapevo che prima o poi mi avrebbero preso e vivevo in un'ansia costante. Quando vedevo una pattuglia dei carabinieri cambiavo strada, ogni volta che prendevo la macchina avevo paura che mi fermassero".
Marco finisce nel girone dei condannati per ricettazione, si fa due anni e mezzo dentro, dal maggio 2013 al novembre 2015, e 2 anni e mezzo con l'affidamento in prova, misura alternativa alla detenzione. Lo accoglierà la Odós, il servizio della Caritas che si occupa del reinserimento sociale di detenuti ed ex-detenuti. "Potevo uscire la mattina presto e dovevo rientrare per le 21 - ricorda - se mi intrattenevo con un amico stavo sempre lì a controllare l'orologio per non passare dei guai".
Un sabato sono venuti a prendermi al mercato e mi hanno detto: "Andiamo, hai 8 anni da scontare" - Gli anni del carcere li trascorre a Verona-Montorio. Marco è uno dei "fortunati" che riesce a lavorare (sono 70-80 su oltre 500 i detenuti che ottengono un impiego nella casa circondariale veneta), confeziona pacchetti per una cooperativa e a fine mese riesce a incassare fra i 400 e i 500 euro. All'inizio Marco divide la cella con altre tre persone, chiuso dietro le sbarre, a parte le due ore d'aria al giorno. Spazi minuscoli, affollatissimi. Passa il tempo giocando a carte, guardando la tv, leggendo, schivando il rischio di generare mostri del pensiero.
Dopo un anno la situazione sembra migliorare, gli inquilini della cella diminuiscono, diventano tre in tutto, e le sue porte si aprono così da poter almeno uscire nei corridoi. "Mi è andata bene anche dal punto di vista della salute perché non ho mai avuto bisogno del medico, per farsi visitare la trafila non è semplice, e il dottore non sempre c'è". Per farlo sentire meno solo Vinicio va a trovarlo e ogni tanto gli allunga qualche banconota, "ché in prigione fa sempre comodo avere un po' di liquidità".
Nel carcere di Bolzano, dove aveva passato il primo mese, Marco torna per scontare gli ultimi 6 mesi della pena, gli viene accettata la richiesta di trasferimento. Anche nella struttura di via Dante lavora, stavolta in cucina. In cella sono in sette e salvarsi dall'alienazione diventa il compito meccanico di ogni giorno.
"È vero che quel carcere è messo davvero male ma dal punto di vista umano è meglio che stare a Verona, lì sei solo un numero. A Bolzano almeno con le guardie si riesce a scambiare una parola, forse perché capiscono le condizioni precarie del luogo, e poi potevo vedere il Talvera, qualche passante, dov'ero prima c'erano solo muri tutt'intorno".
Vinicio, che in questi anni non lo ha lasciato solo, gli offre il suo vecchio lavoro al mercato. E il mestiere di ambulante diventa il perno attorno al quale Marco ricostruisce, una volta fuori, una vita onesta. "Ora rigo dritto, la galera che ho fatto mi è bastata". I buoni propositi non tengono conto però delle responsabilità a cui invece il fisco lo inchioda. Situazioni burocratiche vessatorie che molto spesso pesano sui detenuti anche dopo aver pagato il conto alla giustizia. "Ho debiti con Equitalia per svariate migliaia di euro che non so come farò a saldare".
In un'esistenza tarlata dall'incertezza "un giorno alla volta" sembra essere il mantra da inseguire. Accanto il contrappeso delle conquiste che si accumulano. Il piccolo appartamento dell'Ipes in via Resia che gli ha restituito nuova indipendenza, il Natale con un amico, un pomeriggio insieme al nipotino, una lunghissima passeggiata fino al Corno del Renon, un giro in bici, portare la propria testimonianza agli studenti con il progetto "A scuola di libertà: le scuole imparano a conoscere il carcere". La solitudine che non fa paura. "Non temo più niente dopo quello che ho vissuto, solo la malattia, spero di campare bene fino al mio ultimo giorno - dice Marco -. Per il resto il passato è passato, vado avanti a testa alta". Nell'intimità della propria battaglia quotidiana.
giornaledipuglia.com, 8 dicembre 2019
I numeri delle persone recluse continuano a salire in maniera preoccupante e in ben quattro istituti (Larino, Brescia, Como e Taranto) hanno un tasso di affollamento del 200% (ovvero ci sono due detenuti dove dovrebbe essercene uno). Solo nell' ultimo mese il sovraffollamento segna un +0,4%. In questa crescita si registra il dato inverso relativamente ai detenuti stranieri che, rispetto al mese di ottobre, calano sia in termini percentuali che assoluti. Crescono invece le madri detenute con i loro figli con meno di tre anni: erano 49 con 52 bambini ad ottobre, sono ora 52 con i loro 56 figli.
La Regione Puglia registra dati allarmanti. Il tasso di sovraffollamento è del 166,3% con un incremento nell'anno 2019 pari al 3,4%. Il dato più preoccupante come avevano dichiarato nel corso dell'ultima visita dell'Osservatorio di Antigone (maggio scorso) è quello dell'Istituto "Carmelo Magli", di Taranto che si attesta al 200%.
Non va assolutamente meglio negli altri 10 istituti di pena della Puglia. Nelle galere di Foggia, Brindisi e Lecce il tasso di affollamento è ben al di sopra della media regionale con percentuali rispettivamente del 171%, 172% e 174%. Nonostante l'allarme sulla crescita dei reati commessi da stranieri, va detto che questi contribuiscono in maniera contenuta all'aumento delle persone ristrette in carcere, rappresentando il 12% nelle carceri regionali.
L'Associazione Antigone Puglia da tempo ha chiesto alle Istituzioni di intervenire per arginare le numerose criticità presenti nelle carceri e offrire reali opportunità di reinserimento sociale sul territorio. I Comuni e le aziende devono fare la loro parte attraverso una rete capace di formare, orientare e reinserire i detenuti. Un maggiore ricorso alle misure alternative ed un minore uso dello strumento della custodia cautelare ha il beneficio di abbattere la recidiva e ridurre drasticamente i numeri della popolazione carceraria.
di Luca Rocca
Il Tempo, 8 dicembre 2019
Ben mille casi all'anno di ingiusta detenzione, il che significa, dati alla mano, decine di migliaia di persone sottoposte all'arresto illegittimamente negli ultimi decenni e centinaia di milioni di euro dei contribuenti impiegati per i sacrosanti indennizzi. E questo il quadro ufficiale, e sconfortante, nel nostro Paese quanto al più grave degli errori giudiziari, la restrizione della libertà, in grado di rovinare la vita a cittadini innocenti, impigliati per anni nella "malagiustizia".
di Massimo Congiu
dirittiglobali.it, 8 dicembre 2019
Per Samuele Ciambriello, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Campania, assieme al cronico problema del sovraffollamento cresce quello igienico-sanitario. Sulla situazione critica delle carceri campane abbiamo sentito Samuele Ciambriello, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale e organizzatore, insieme al Consiglio Regionale della Campania, del convegno "Carcere: il lavoro possibile, il lavoro negato", svoltosi a Napoli lo scorso 29 novembre.
Quello del sovraffollamento delle carceri è un problema nazionale. Qual è la situazione in Campania?
"Qui ci sono spesso celle che dovrebbero ospitare due persone e invece ne accolgono quattro. Nel carcere femminile di Pozzuoli, dove ci sono celle con un solo bagno in cui trovano posto 10-12 detenute, in qualcuna anche 14, c'è un sovraffollamento del 165%. Pochissime celle in Campania hanno la doccia, il bidet; nella stragrande maggioranza dei casi c'è uno scaldino per cucinare, si tratta di luoghi angusti in cui spesso ogni detenuto ha a disposizione uno spazio di tre metri quadrati. Non sempre l'acqua calda è disponibile, spesso da 8 a 12 persone devono condividere un frigorifero che, attenzione, non è un bene voluttuario, un privilegio, perché se consentiamo ai detenuti di ricevere prodotti alimentari dalle loro famiglie si pone il problema della conservazione di questi alimenti. Chi sbaglia deve subire la privazione della libertà, siamo d'accordo, ma non della dignità".
Un problema di grave entità senza dubbio, ma non l'unico, purtroppo...
"Esatto, accanto ai problemi di sovraffollamento e promiscuità ci sono quelli igienico-sanitari. Un inconveniente serio che abbiamo in Campania da questo punto di vista è che manca un servizio stabile a livello di operatori del settore. C'è una precarietà enorme in termini di medici e di infermieri e i turni non vengono rispettati proprio perché c'è carenza di personale. Ultimamente sembra che con i cambiamenti in corso alla dirigenza delle ASL di Napoli ci sia qualche miglioramento, ma quello della carenza di personale medico e paramedico è un problema che perdura nel tempo con tutti i disservizi e i disagi che questa situazione comporta".
Facciamo qualche esempio di ciò che succede nel quotidiano a causa di questi disservizi...
"Alle volte, per esempio, i detenuti che hanno problemi di salute sono costretti a saltare delle visite, e questo fa riflettere; poi può succedere anche che pur ottenendo un appuntamento per una visita specialistica il detenuto resti in carcere perché non avviene la traduzione, ancora una volta per mancanza di personale e di mezzi, e questo è l'altro problema di cui nessuno parla".
C'è anche carenza di altre figure professionali nel sistema carcerario...
"Sì, abbiamo a che fare con una carenza di agenti di polizia penitenziaria, spesso non c'è un commissario di polizia. Nelle grandi carceri il rischio è che ci sia un solo agente per 150 detenuti. Ma mancano anche gli educatori, e la situazione è critica anche per coloro i quali stanno nelle aree penali esterne, cosa della quale la stampa non parla. Questi ultimi danno vita a una popolazione di 66.000 persone a livello nazionale; sono 7.400 in Campania e 5.500 a Napoli e provincia con appena 24 assistenti sociali. Stiamo parlando di affidamento ai servizi sociali, arresti domiciliari, ma la condizione di questi soggetti è sempre quella del detenuto che ha a che fare con i giudici di sorveglianza che a volte fanno attendere anche dei mesi per una pratica lasciando il condannato nell'incertezza".
Cosa raccontano i detenuti in merito a questa situazione precaria?
"In questi due anni ho gestito, insieme ad alcuni collaboratori, oltre 3.500 colloqui individuali con i detenuti che si lamentano del sovraffollamento, della malasanità, dei ritardi, dei giudici di sorveglianza. Insomma, i disagi sono evidenti e capita che la reazione dei detenuti sia estrema: l'anno scorso in Campania se ne sono suicidati 11, tre di essi erano agli arresti domiciliari".
E come stanno le cose per quel che riguarda l'alimentazione?
"Per i pasti viene fatta una gara d'appalto al massimo ribasso. Ultimamente qui ha vinto una ditta che ha offerto un pacchetto comprendente colazione, pranzo e cena per 3 euro e 20, e ho detto tutto. Ma quel che è grave, e al parlamento si devono vergognare, tutti i governi devono vergognarsi, è il sistema secondo il quale la ditta che vince al massimo ribasso ha diritto al sopravvitto. Allora che succede? Che il detenuto può acquistare dei prodotti all'interno del carcere, ma l'acqua costa più lì che all'esterno, così anche la pasta. Com'è possibile una cosa del genere? Un altro prodotto alimentare o una bomboletta del gas hanno prezzi che possono variare a seconda del penitenziario, perché? Non va bene. Queste sono cose che io denuncio pubblicamente perché non è ammissibile una gara d'appalto fatta con questi criteri, così si incoraggia una cultura malavitosa, perché non tutti si possono permettere di acquistare certi prodotti a parte il camorrista, il malavitoso, e chi non se lo può permettere magari finisce sotto la protezione del boss detenuto. Questa è la verità".
Sono a conoscenza di almeno un'inchiesta in corso nel napoletano su violenze subite da detenuti, ma come stanno le cose veramente oggigiorno da questo punto di vista?
"Una volta il motto degli agenti di Polizia penitenziaria era "Vigilare per redimere" che secondo me faceva paura. Adesso è "Promuovere la speranza", e in sostanza molti di loro devono fare questo, quindi è cambiata un po' la mentalità, è cambiato l'atteggiamento. Ora, quando vado nelle celle di isolamento, non trovo persone che sono state accusate dagli agenti di rissa, di maltrattamenti, di oltraggio a pubblico ufficiale, no. Il 90% sta nelle celle di isolamento perché è stato trovato in possesso del cellulare che è ancora un oggetto non consentito in cella. Il detenuto che viene trovato in possesso di cellulare viene messo in isolamento per 15 giorni e la cosa finisce lì. Prima era diverso: il detenuto che aveva subito violenza rischiava di andare in isolamento perché lo accusavano di aver minacciato un agente. Sia quest'anno che l'anno scorso, però, ci sono state delle segnalazioni che il garante ha verificato. E a me ha fatto piacere che la Procura diretta dal dottor Melillo di Napoli abbia messo un pool a disposizione per le segnalazioni fatte dai singoli detenuti, dal garante regionale, e per svolgere delle indagini su questi episodi. Io personalmente, in questi ultimi due anni, ho presentato delle denunce alla Procura di Napoli, Santa Maria Capua Vetere, Benevento, il cui numero non supera, però, quello delle dita di due mani".
Ci sono comunque dei miglioramenti rispetto a una volta sotto questo profilo?
"Da questo punto di vista rispetto a 30 anni fa c'è la certezza del miglioramento; chi sostiene il contrario dice una bugia".
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 8 dicembre 2019
Il 12 dicembre di 50 anni fa una bomba scoppiò dentro la Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano: 17 morti e feriti. Le prime ipotesi, la pista "nera", i processi infiniti. Nel Paese iniziava così la strategia della tensione.
Ricostruire la storia giudiziaria della strage di piazza Fontana è impresa sovrumana, e individuarne gli esecutori materiali addirittura impossibile. Quando, quel 12 dicembre 1969, nascosta dentro una borsa di pelle nera, la bomba scoppiò dentro la Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano, con 17 morti e 88 feriti, le indagini si indirizzarono verso gli anarchici.
La prova più rilevante fu la testimonianza di un tassista iscritto al Pci, Cornelio Rolandi, che aveva individuato nell'anarchico Pietro Valpreda il passeggero che aveva trasportato l'ordigno. Da lì, una serie incredibile di processi con i coinvolgimenti dei personaggi più disparati.
Milano trasmise gli atti a Catanzaro per "legittima suspicione", mentre nel Veneto si aprivano indagini nei confronti di una cellula neonazista, con l'incriminazione di Franco Freda, un avvocato che aveva acquistato a Padova la borsa dove era stata nascosta la bomba. Si ipotizzò un patto scellerato tra i fascisti ideatori dell'attentato e gli anarchici esecutori materiali.
Catanzaro prima condannò, poi assolse. La Cassazione rispedì tutto a Bari, che assolse di nuovo. Nel frattempo - siamo ormai alla soglia degli Anni 90 - altre indagini avevano coinvolto altri soggetti e i nostri servizi segreti, naturalmente "deviati".
Vi furono altre condanne, altre assoluzioni, altri processi: alcuni sono ancora in piedi. Piazza Fontana rappresenta dunque il fallimento della nostra Giustizia, ma anche un pezzo importante della nostra storia. Ed è sotto quest'ultimo aspetto che preferiamo rievocarla. Essa costituì infatti una fine e un inizio. Fu la fine di un periodo di pace sociale e di sviluppo economico di cui la giovane Repubblica aveva goduto per oltre vent'anni.
Le contestazioni studentesche del 1968, gli scioperi selvaggi e talvolta intimidatori, lo spontaneismo sindacale incontrollato e anarcoide, la stessa creazione di gruppuscoli rivoluzionari erano stati sintomi di un'insofferenza verso i difetti di un regime ingessato nella sua verbosità vescovile. Le soporifere omelie di professori come Moro, Rumor, Fanfani e altri notabili democristiani sembravano surreali a un mondo, soprattutto quello giovanile, eccitato dalle novità di Berkeley e della Sorbona.
E tuttavia si pensava che, al pari delle esperienze americane e francesi, questo subbuglio ideologico sarebbe stato contenuto, pur tra periodiche dimostrazioni piazzaiole, nell'ambito di una difficile ma sostanzialmente pacifica evoluzione civile. Lo stesso criterio valeva per l'inevitabile contromossa conservatrice. Era evidente che simili mutazioni avrebbero provocato a destra resistenze e reazioni, ma anche queste si sarebbero potute estrinsecare in una radicalizzazione del conflitto politico, senza tuttavia degenerare nella lotta violenta.
L'elezione di Nixon e la plebiscitaria riconferma di De Gaulle avevano dimostrato che le "maggioranze silenziose" nelle democrazie potevano efficacemente farsi sentire attraverso gli strumenti elettorali. Invece l'Italia conobbe il triste primato di veder convertire una parte minima, ma attivissima, di queste opposizioni in movimenti armati. E questo fu l'inizio di un decennio di delitti che flagellarono il Paese.
Dalla bomba di Piazza Fontana l'estremismo leninista trasse la convinzione che, a quella che considerava una "strage di Stato", si dovesse rispondere solo imbracciando le armi. Questo velleitario militarismo trovò vari stimoli che ne incrementarono i programmi eversivi: le lotte di liberazione dell'America Latina, le imprese guerrigliere di Mao e seguaci e, soprattutto il mito della Resistenza tradita, che portò alla costituzione delle prime cellule delle Brigate Rosse in quel terreno emiliano dove più era stato sofferta l'estromissione dei comunisti durante l'era degasperiana.
Questo ribollente connubio di ideologie fanatiche e di attivismo combattente trovò migliaia di proseliti e condusse a una spaventosa escalation. Debuttò con gli "espropri proletari", proseguì con i sequestri di persona e culminò in una serie interminabile di omicidi. Quelli di Moro e della sua scorta ne costituirono l'esempio più significativo, ma le vittime tra i politici, i magistrati, i giornalisti, gli avvocati, le forze dell'ordine, gli imprenditori ecc., furono decine.
Mai, nemmeno durante la guerra civile, l'Italia aveva assistito a esecuzioni quasi giornaliere di persone diversissime per estrazione sociale e convinzioni politiche, unite soltanto, nell'ottica distorta dei terroristi, dalla funzione di strumenti del Capitale. Per parte sua, l'estremismo fascista credette di trar profitto da questi disordini provocando stragi ed eccitando paure.
Se il terrorismo rosso era contrassegnato dall'estrema accuratezza nella scelta delle vittime, evitando di colpire individui estranei agli obiettivi simbolici, quello nero era, all'opposto, indistinto e impersonale, essendo diretto a bersagli casuali per il puro scopo di sollevare il panico e provocare un intervento dittatoriale. Che questo programma trovasse adesione o addirittura stimolo tra i vertici governativi non è mai stato dimostrato ed è logicamente insostenibile, perché - a parte la sicura lealtà repubblicana dei nostri reggitori - mancavano del tutto gli strumenti operativi per una simile strategia autoritaria.
Pensare che un esercito di leva, magari supportato da qualche battaglione di celerini o di carabinieri, potesse ripetere le gesta di Pinochet o dei generali greci era pura ed astratta fantasia infantile, e noi ci rifiutiamo di credere che la nostra classe dirigente democristiana fosse animata da così perverse deviazioni luciferine. Se vi furono intromissioni spurie e anomale, queste furono, molto probabilmente, originate da interessi carrieristici e personali, che costituirono un pericolo per l'incolumità pubblica ma non per la nostra democrazia.
In tutto ciò, Piazza Fontana rappresenta il simbolo di un travagliato periodo che costò all'Italia lacrime e sangue. Quando agli inizi degli anni 80, dopo la crudele strage di Bologna e il rapimento del generale Dozier, entrambi gli estremismi furono duramente colpiti fino a dissolversi, l'Italia ritrovò quella via intrapresa nell'immediato dopoguerra, con nuove energie, nuova tranquillità e nuovo benessere. Purtroppo ne fece malgoverno, perché il cancro del terrorismo fu sostituito dalla cardiopatia della corruzione, altrettanto grave e di ancor più difficile trattamento.
Quest'ultimo compito fu affidato alla magistratura che, se sulle indagini di Piazza Fontana aveva dimostrato isolati pregi e innumerevoli difetti, sulla corruzione si dimostrò efficiente ed efficace. Questo tuttavia determinò un affievolimento di autorità della politica e una sorta di devoluzione alle toghe della gestione degli interessi collettivi. Un'altra patologia di cui ancora oggi soffriamo.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 8 dicembre 2019
Tre disegni di legge per le modifiche al Codice rosso. La pena è aumentata del 50% se il reato è commesso sul luogo di lavoro. Modifiche al codice rosso, l'introduzione nel codice penale di un reato ad hoc sulle molestie sessuali e l'obbligo per tutte le amministrazioni pubbliche, non solo quelle centrali ma pure quelle locali, di redigere il bilancio di genere per promuovere la parità tra uomini e donne e dare un "impulso al contenimento dei divari" nel mercato del lavoro.
Tre diversi binari, tre diversi provvedimenti, un unico comune denominatore. Portano le firme di tutte le forze della maggioranza tre disegni di legge promossi al Senato, i primi due direttamente dalla presidente della Commissione sul femminicidio, la dem Valente. Il codice rosso che modifica il codice di procedura penale a tutela delle vittime di violenza domestica è stato approvato durante l'era giallo-verde nel luglio scorso.
"Ma presenta alcune storture", denuncia l'esponente del Pd che con MSs, Iv e Leu punta a migliorare il provvedimento. Con ulteriori misure di carattere preventivo nelle fasi preliminari delle indagini "laddove la vittima è più esposta all'accanimento vendicativo del suo persecutore". L'introduzione della nuova fattispecie di reato in materia di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa non prevede l'arresto obbligatorio in flagranza, "la polizia giudiziaria è impossibilitata a procedere", si tratta di "un vuoto normativo che espone la vittima a un grave pericolo per la sua incolumità".
Oltre alla disposizione dell'arresto in flagranza, nell'articolo 2 del testo si prevede che anche fuori da questi casi il pubblico ministero disponga, "con decreto motivato", il fermo della persona gravemente indiziata dei delitti di maltrattamento e atti persecutori "quando sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate". Un fermo di 48 ore in attesa delle decisioni del Gip. Infine per mettere in maggiore sicurezza le vittime di violenza si chiede l'adozione di eventuali misure di protezione, come un'attività di sorveglianza specifica da parte delle forze dell'ordine.
"Chiederemo subito la calendarizzazione del ddl", dice la Valente che nei giorni scorsi ha inoltre riunito attorno allo stesso tavolo sindacati e Confindustria per discutere delle molestie sessuali nei rapporti di lavoro. Il nostro codice penale non ha una disciplina ad hoc, a differenza di altri Paesi come la Francia. Il reato è ricondotto nella fattispecie delle molestie in generale, sanzionato con la medesima pena dell'arresto fino a sei mesi o con il pagamento di un'ammenda per un importo massimo di 516 euro. Pd, MSs, Leu e Iv propongono ora la reclusione da due a quattro anni per chiunque rechi "molestie o disturbo violando la dignità della persona ovvero la libertà sessuale della stessa".
Qualora il fatto sia commesso all'interno di un rapporto di lavoro, "di tirocinio o di apprendistato, anche di reclutamento o selezione, con abuso di autorità o di relazioni di ufficio", la pena è aumentata della metà. Nel ddl sottoscritto da una cinquantina di senatori viene chiesto al governo di stanziare 5 milioni di euro ogni anno, che le pubbliche amministrazioni per prevenire e contrastare le molestie e le molestie sessuali nei luoghi di lavoro, si avvalgono dei Comitati unici di garanzia per le pari opportunità e che l'Ispettorato nazionale del lavoro vigili "a decorrere dalla data della denuncia di molestie o di molestie sessuali sul luogo di lavoro, sullo stato del rapporto di lavoro della lavoratrice o del lavoratore".
Un altro ddl della maggioranza, infine, punta ad inserire nel nostro ordinamento l'obbligo per le regioni, le province, le città metropolitane, le unioni di comuni e i comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti "di redigere il bilancio di genere al fine di consentire la valutazione del diverso impatto della politica di bilancio sulle donne e sugli uomini in termini di denaro, servizi, tempo e lavoro non retribuito e incentivare l'adozione di misure da parte dei suddetti enti territoriali per il riequilibrio di genere degli interventi e delle politiche pubbliche".
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