Il Gazzettino, 1 novembre 2019
Torna il progetto "A scuola di libertà" per parlare di carcere e legalità in classe. Per contrastare l'incidenza di reati tra i minorenni, anche bellunesi, e accrescere la consapevolezza su responsabilità civili e penali, l'associazione bellunese Jabar ripropone per il terzo anno il progetto nazionale A scuola di libertà. Si tratta di un'occasione per portare in classe riflessioni e dibattiti sul tema del carcere e per educare gli studenti alla legalità consapevole.
La proposta si inserisce in un percorso ideato ormai diversi anni fa dalla Conferenza nazionale volontariato giustizia, di cui la Conferenza regionale del Veneto è membro attivo, la quale riunisce le associazioni che in Italia di occupano di volontariato in carcere o di temi sul carcere.
Il progetto, alla settima edizione, è stato ideato per contrastare la facilità con cui i giovani scivolano in comportamenti a rischio, che si configurano nella maggior parte dei casi come veri e propri reati. Obiettivo è quindi ragionare assieme agli studenti sia dei rischi sia dei pregiudizi che riguardano il carcere e il mondo della pena in generale, in un percorso di formazione in classe che può andare dalle 2 alle 8 ore a seconda della disponibilità e delle esigenze dei singoli istituti.
La proposta è gratuita e viene gestita da parte di alcuni volontari dell'associazione appositamente formati e preparati. Gli incontri sono caratterizzati da incontri frontali, slide, video e testimonianze. I temi trattati spaziano dal diritto penale alla responsabilità civile, dalle attività dell'associazione fino alla configurazione degli istituti carcerati italiani, con una parentesi dedicata anche al carcere bellunese.
La partenza ufficiale del progetto è fissata al 15 novembre. Le scuole secondarie di secondo grado interessate a ospitare il progetto nel loro percorso educativo dovranno inviare la loro adesione ad
comune.fi.it, 1 novembre 2019
Coinvolte oltre 150 persone, con una riorganizzazione ed ampliamento della raccolta differenziata, borracce per i detenuti e caraffe nei refettori. L'ambiente protagonista anche nella Casa Circondariale Maschile "Mario Gozzini" di Firenze, l'istituto adiacente al più ampio Complesso Penitenziario di Sollicciano. Presentato oggi alla stampa il progetto che ha visto coinvolte le oltre 150 persone, tra detenuti e personale, presenti nell'Istituto, una realtà apparentemente chiusa al mondo esterno ma estremamente sensibile alle tematiche ambientali. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con la struttura penitenziaria, Alia Servizi Ambientali SpA, Publiacqua, l'Amministrazione comunale e la Città metropolitana.
La Casa Circondariale, nata con l'intento di rendere l'evento detentivo un'occasione per riflettere e riprogettare la propria esistenza attraverso proposte trattamentali ampie, ha richiesto una riorganizzazione del sistema di gestione dei rifiuti, la sensibilizzazione degli "utenti", introducendo buone pratiche e attivando sistemi di riduzione della produzione di rifiuti. Alia Servizi Ambientali SpA, per gestire al meglio i rifiuti prodotti in questa "città-microcosmo", ha valutato le necessità esistenti, ascoltando e coinvolgendo le 150 persone in 10 incontri formativi, svoltisi nei mesi di settembre ed ottobre.
La riorganizzazione della raccolta differenziata, progettata per la "Città Gozzini", ha lo scopo di incentivare la corretta separazione dei rifiuti ed il riciclaggio di materiale. È stato previsto il posizionamento di oltre 250 contenitori all'interno della struttura (cucina, lavanderia, biblioteca, refettori, laboratori vari, aula magna, stanza ricreativa, reparti, mensa del personale, etc..). Questi punti di raccolta prevedono postazioni complete, composte dai contenitori per: carta e cartone; imballaggi in plastica, metallo, tetrapak e polistirolo; organico e residuo non differenziabile.
In esterno sono state riviste le 2 postazioni esistenti, collocate a Nord e Sud della struttura nell'anello interno, composte adesso da 8 e 6 contenitori. Inoltre, è stato richiesto di incrementare la raccolta delle pile esauste, già presente, e sono in fase di attivazione anche raccolte.
In questo contesto di sensibilizzazione e trasformazione si è inserito anche l'intervento di Publiacqua, che torna a distribuire borracce ai detenuti, caraffe per i refettori ed a programmare un'attività didattica dedicata all'acqua del rubinetto.
Inoltre, il gestore del servizio idrico si è reso disponibile a rinnovare, dopo quanto fatto negli anni scorsi, il controllo della qualità dell'acqua interna ai rubinetti interni i reparti. Il lavoro illustrato oggi rappresenta la prosecuzione di un percorso intrapreso a seguito di accordi tra l'allora Provincia di Firenze e la Casa Circondariale Gozzini nel 2004, con l'operatività del Laboratorio Didattico Ambientale delle Città Metropolitana di Firenze.
"Sosteniamo con convinzione questo progetto che da un lato promuove anche in questo luogo buone pratiche ambientali, dall'altro, coinvolgendo i detenuti in prima persona nella filiera del riciclo e nella raccolta differenziata, fornisce loro ulteriore opportunità di formazione, utile al reinserimento sociale - dice Cecilia Del Re, assessore Ambiente Comune di Firenze -. La rivoluzione 'green' che come Amministrazione vogliamo portare avanti passa anche da iniziative come queste".
"Questo progetto è un primo importante passo verso un cambiamento di approccio culturale al carcere. Attraverso l'ambiente lavoriamo per ridurre la marginalità a 360° - ha commentato la Direttrice della Casa Circondariale, Antonella Tuoni-. Credo molto nel mantenimento da parte del detenuto del ruolo della cittadinanza attiva, fondamentale in un paese democratico.
Così come recita l'art. 3 comma II° della Costituzione noi abbiamo anche il compito di rimuovere gli ostacoli che hanno impedito alla persona di operare in maniera corretta nella società. In quest'ottica si inseriscono i percorsi partecipativi come questo, reso possibile grazie al coinvolgimento collettivo nella realizzazione delle buone pratiche. In questo senso facciamo tesoro dei suggerimenti di tutti i detenuti, compresi quelli arrivati oggi di stoviglie lavabili e riutilizzabili e di fontanelli pubblici".
"Non è facile entrare in un contesto come questo, con regole restrittive ed intervenire con un cambio di mentalità. Grazie al lavoro di squadra di tutti gli attori coinvolti è stato possibile creare strutture rispondenti alle necessità della Casa Circondariale, inserendo oltre 250 contenitori per le raccolte principali ma anche per quelle particolari, come i piccoli Raee, le pile e gli oli esausti di origine alimentare - così Alessia Scappini, AD di Alia Servizi Ambientali SpA-. Abbiamo progettato un sistema a 360°, che monitoreremo costantemente, parlando di rifiuti e di ambiente, di corretto conferimento e riciclaggio di materia. Con questo progetto semiamo cultura per la tutela dell'ambiente, un passo importante per tutti".
"Riprendiamo il progetto con la Gozzini a distanza di qualche anno e, come allora, distribuiremo borracce per ogni singolo detenuto e caraffe per le mense. Ci metteremo inoltre a disposizione dell'amministrazione per verificare la qualità dell'acqua erogata all'impianto interno della struttura e, con la stessa amministrazione stiamo valutando la possibilità di installare due erogatori a disposizione di detenuti e personale del carcere - ha commentato Lorenzo Perra, Presidente di Publiacqua. È un progetto per noi molto importante. La Gozzini lavora tutti i giorni per restituire alla società cittadini migliori e più consapevoli, nel nostro piccolo, anche noi cerchiamo di fare la nostra parte".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 novembre 2019
Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch, Sea-Eye, Medici Senza Frontiere attaccano l'esecutivo e le proposte avanzate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Dopo la lettera delle associazioni che compongono il Tavolo asilo, anche le Ong attive nelle missioni umanitarie nel Mediterraneo e nei campi di prigionia libici attaccano duramente l'esecutivo sul rinnovo del memordandum d'intesa con la Libia. Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch e Sea-Eye hanno diffuso ieri un comunicato congiunto in cui chiedono di approfittare di "questa importante scadenza per dimostrare un cambio di passo".
Le modifiche annunciate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante il question time parlamentare di mercoledì scorso non hanno convinto nessuno. "Riteniamo grave l'intenzione da parte del governo italiano di voler confermare un accordo che ha avuto come unico risultato quello di aumentare in modo indiscriminato la violenza e la violazione dei diritti in territorio libico", scrivono le Ong.
Nel documento smontano punto per punto le asserzioni avanzate dal capo politico dei 5 Stelle sull'affidabilità dell'interlocutore libico e sull'equazione, di salviniana memoria, tra meno partenze e meno morti. In termini assoluti la diminuzione degli arrivi ha causato un aumento delle violenze e delle torture delle persone bloccate o riportate in Libia. In termini relativi i dati di Unhcr e Oim dimostrano che il rapporto tra partenze e decessi nel 2018 era di 1 a 29, mentre nel 2019 è divenuto di 1 a 6.
"Maquillage umanitario" è invece la definizione utilizzata da Medici senza frontiere (Msf) per le proposte di Di Maio. Le équipes dell'organizzazione sono attive lungo la rotta mediterranea centrale e forniscono assistenza medica nei centri di detenzione libici. "L'unica soluzione umanitaria possibile è superare il sistema di detenzione arbitraria, accelerare l'evacuazione di migranti e rifugiati dai centri favorendo alternative di protezione e porre fine al supporto ad autorità e guardia costiera libica che alimenta sofferenze, violazioni del diritto internazionale e traffico di esseri umani", afferma Marco Bertotto, responsabile advocacy Msf.
di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 1 novembre 2019
È molto difficile spiegare il razzismo a chi non lo conosce, non lo ha dentro, non lo considera naturale. Perché pensa sia qualcosa di estraneo, inculcato. Non è nel sangue, è un veleno che viene iniettato, preparato chimicamente da chi trae una qualche forma di vantaggio diffondendolo. Razzisti non si nasce e molto spesso e volentieri non si diventa.
Sono cresciuto a Bologna che, a dispetto dei luoghi comuni, non era la città aperta e cordiale che veniva raccontata. Di una famiglia del palazzo sentii dire che era "brava gente, benché marocchini". Erano pugliesi. Quando si prendeva un treno per Roma circolava la raccomandazione di assicurarsi non proseguisse oltre, o ci sarebbero stati passeggeri "che si tolgono le scarpe e mangiano formaggi". Anni più tardi andai a lavorare a Torino e qualcuno mi accolse ringhiando: "Perché vieni a rubarci posti da giù?".
Dove "giù" era il luogo che i miei concittadini del giorno prima consideravano "su". Quando tutto è relativo, ne consegue che ogni affermazione non si basa su una verità, ma su una pretesa: riguardante alloggi, posti, lavori. Basta spostarsi dal centro di gravità, non rendendolo permanente, per vedere il ballo dei punti di vista diventare frenetico. Un nordafricano su un autobus lombardo era guardato decine di anni di fa come un'eresia ambulante.
Chissà come si sentiva. Nessuna rappresentazione può restituirci le sue emozioni, bisognerebbe sperimentarle. Più o meno come mi è capitato spesso, da unico occidentale, bianco in mezzi di trasporto o stazioni africane o arabe. Aveva motivo la diffidenza o addirittura il ribrezzo fondamentalista nei miei riguardi? Ero una minaccia per gli altri? A mille chilometri di distanza, in quello stesso istante, le parti e i colori non erano forse rovesciati?
C'è un episodio abbastanza convincente che può essere tramandato. Esiste un'isola dispersa nell'oceano, chiamata Tristan da Cunha, a metà strada tra Brasile e Sudafrica. I suoi abitanti discendono per la maggior parte da un gruppo di naufraghi. Sono stati abituati a vivere senza seguire condizionamenti "culturali" preesistenti, tant'è che hanno organizzato la società prevedendo una turnazione degli incarichi e delle mansioni.
Generazioni si sono succedute in questa remota landa finché, all'inizio degli anni Sessanta, una minaccia atmosferica ne consigliò l'evacuazione. Vennero trasportati a Città del Capo dove vigeva l'apartheid e si narra che ebbero una reazione sbalordita, non capendo come fosse possibile e, soprattutto, non adeguandosi. Il che porta a chiedersi: chi mai, di suo, per natura, potrebbe odiare la senatrice a vita Liliana Segre?
Pensare di dover spiegare l'assurdità e la pericolosità del razzismo a qualcuno, di qualunque età, sembra un torto alla sua intelligenza e sensibilità. D'altronde, chi compie l'operazione contraria fa un torto, ben più grande, all'intera umanità. Purtroppo la sovrappopolazione del pianeta non offre sufficienti isole deserte in cui trapiantare costoro e lasciarli a disegnare confini, erigere muri, frammentarsi negli infiniti e immaginari popoli sovrani di su e di giù.
livornotoday.it, 1 novembre 2019
Lunedì 4 novembre alle 14.30, nella Casa Circondariale di Livorno, andrà in scena la performance di teatro e danza "Un tuffo al cuore". La rappresentazione è frutto del lavoro del laboratorio teatrale permanente a cura di Arci Livorno con la direzione artistica di Francesca Ricci, il sostegno della Regione Toscana e in collaborazione con la direzione della Casa Circondariale di Livorno, Atelier delle Arti e Nuovo Teatro delle Commedie. Lo spettacolo rientra nel programma dello Sharing Lab, un festival di laboratori teatrali che coinvolge molte realtà cittadine e che, per la prima volta, entra nel carcere di Livorno.
Sono molti gli spettacoli prodotti negli spazi detentivi e rappresentati sia dentro sia fuori dal carcere: Teatro Goldoni, Nuovo Teatro delle Commedie, Effetto Venezia, Roma e nelle città di Firenze e Pesaro per la Rassegna Nazionale di Teatro e carcere Destini Incrociati. Nell'area interna è proficua la collaborazione con le scuole superiori di secondo grado che hanno la possibilità di entrare all'interno dell'istituto per assistere agli spettacoli. Lunedì 4 novembre sarà la volta dei cittadini, circa 30 persone, che potranno varcare i cancelli del carcere e partecipare alla performance "Un tuffo al cuore". Lo spettacolo è già stato proposto l'estate scorsa presso Villa Sansoni e nella Chiesa di S. Caterina durante Effetto Venezia, mentre a dicembre, è tra gli spettacoli selezionati per la Rassegna nazionale Destini Incrociati presso il Teatro Civico di Saluzzo in Piemonte.
"Un Tuffo al Cuore" è una performance di teatro e danza che dà voce e corpo a una raccolta di lettere legate a figure femminili importanti nella vita dei detenuti-attori. Un tappeto sonoro accompagnerà l'intera performance, in un crescendo che è un vero e proprio tuffo al cuore. Le azioni coreografiche sono pensate e create per dare corpo e spazio al bisogno di cura e alla relazione con l'altro, in un tempo impiegato nell'attesa dell'incontro.
Regia di Francesca Ricci. Azioni coreografiche di Chelo Zoppi. Aiuto regia Raffaele Papa. Supporto tecnico Matteo Giauro. Le lettere sono scritte e interpretate da Ghassen Hammami, Idrissi Ouali Driss, Haikal Mouradi, Karim Abdelkadir, Giuseppe Allocca, Yassine Ammar, Mohammed Ouhdif e Luca Minucci; con la partecipazione di Asia Pucci, Clio Pucci, Simona Baldeschi e Francesca Ricci. Lo spettacolo è a numero chiuso e le prenotazioni sono terminate il 20 ottobre.
L'Osservatore Romano, 1 novembre 2019
Udienza ai partecipanti al corso di formazione dei cappellani militari cattolici. Anche nel contesto dei conflitti armati il rispetto della dignità e dell'integrità fisica dei detenuti "è un dovere morale a cui ogni persona e ogni autorità è chiamata". Lo ha affermato Papa Francesco nel discorso rivolto giovedì mattina, 31 ottobre, ai partecipanti a un corso di formazione per i cappellani militari cattolici, svoltosi nei giorni scorsi all'Augustinianum.
Durante l'udienza, svoltasi nella Sala Clementina, il Pontefice ha ricordato che "il diritto internazionale umanitario prevede numerose disposizioni in ordine alla protezione della dignità dei detenuti, specialmente per quanto concerne il diritto applicabile ai conflitti armati internazionali". Esse, ha detto, hanno un "fondamento etico" e una "importanza cruciale" per "la salvaguardia della dignità umana nel tragico contesto dei conflitti armati", e per questo vanno "adeguatamente e rigorosamente rispettate e applicate". Ciò vale anche "nei confronti delle persone detenute, indipendentemente dalla natura e dalla gravità dei crimini che esse possono aver commesso".
E di tutela della dignità umana, in special modo di quella delle persone sofferenti, Francesco ha parlato anche durante la successiva udienza alla Fondazione Don Gnocchi, svoltasi in tarda mattinata nell'Aula Paolo VI. Richiamando "il senso e il valore della professione sanitaria e di ogni servizio reso al fratello infermo", il Papa ha evidenziato che la sofferenza "chiede di essere condivisa, chiede atteggiamenti e iniziative di compassione". Si tratta, ha detto, "di "soffrire con", compatire come Gesù che per amore dell'uomo si è fatto Egli stesso uomo per poter condividere fino in fondo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nella sua Passione".
Per il Pontefice, "una società che non è capace di accogliere, tutelare e dare speranza ai sofferenti, è una società che ha perso la pietà, che ha perso il senso di umanità". Da qui l'invito a proseguire "nell'impegno di promozione umana, che costituisce anche un contributo indispensabile alla missione evangelizzatrice della Chiesa". L'annuncio del Vangelo, infatti, "è più credibile grazie all'amore concreto con cui i discepoli di Gesù testimoniano la fede in Lui".
Discorso del Santo Padre Francesco
Cari fratelli e sorelle, Sono lieto di accogliervi in occasione del V° Corso internazionale di formazione dei cappellani militari cattolici al diritto internazionale umanitario, dedicato al tema "La privazione della libertà personale nel contesto dei conflitti armati. La missione del cappellano militare". Ringrazio il Cardinale Peter Turkson per le cortesi parole che mi ha rivolto a nome vostro, saluto cordialmente il Card. Fernando Filoni e sono grato alla Congregazione per i Vescovi per l'organizzazione del Corso.
Quattro anni orsono, nel ricevere i partecipanti alla precedente edizione di questo Corso di formazione, sottolineavo l'esigenza di respingere la tentazione di considerare l'altro come un nemico da distruggere e non come una persona, dotata di intrinseca dignità, creata da Dio a propria immagine. Esortavo inoltre a ricordare sempre, persino in mezzo alle lacerazioni della guerra, che ogni essere umano è immensamente sacro.
Questa esortazione, che desidero rinnovare oggi, assume un significato ancora più pressante nei confronti delle persone private della libertà personale per motivi connessi con i conflitti armati, giacché la vulnerabilità dovuta alla condizione di detenzione è aggravata dal fatto di trovarsi nelle mani delle forze combattenti avverse. Non di rado, le persone detenute nel contesto dei conflitti armati sono vittime di violazioni dei loro diritti fondamentali, tra cui abusi, violenze e diverse forme di tortura e trattamenti crudeli, disumani e degradanti.
Quanti civili, poi, sono oggetto di rapimenti, sparizioni forzate e omicidi! Fra di loro, si contano anche numerosi religiosi e religiose, dei quali non si hanno più notizie o che hanno pagato con la vita la loro consacrazione a Dio e al servizio della gente, senza preferenze o pregiudizi di bandiere e di nazionalità.
Assicuro la mia preghiera per tutte queste persone e per le loro famiglie, affinché possano avere sempre il coraggio di andare avanti e di non perdere la speranza.
Il diritto internazionale umanitario prevede numerose disposizioni in ordine alla protezione della dignità dei detenuti, specialmente per quanto concerne il diritto applicabile ai conflitti armati internazionali. Il fondamento etico e l'importanza cruciale di queste norme per la salvaguardia della dignità umana nel tragico contesto dei conflitti armati fa sì che esse debbano essere adeguatamente e rigorosamente rispettate e applicate. Ciò vale anche nei confronti delle persone detenute, indipendentemente dalla natura e dalla gravità dei crimini che esse possono aver commesso. Il rispetto della dignità e dell'integrità fisica della persona umana, infatti, non può essere tributario delle azioni compiute ma è un dovere morale a cui ogni persona e ogni autorità è chiamata.
Cari Ordinari e Cappellani militari, vi invito, nell'adempimento della vostra missione di formazione della coscienza dei membri delle forze armate, a non risparmiare sforzi affinché le norme del diritto internazionale umanitario siano accolte nei cuori di coloro che sono affidati alla vostra cura pastorale. Vi fanno da guida le parole del Vangelo contenute nel grande "protocollo" o grande regola di comportamento: "Ero in carcere e siete venuti a trovarmi" (Mt 25,36).
Si tratta di aiutare quella particolare porzione del popolo di Dio affidato alla vostra cura a individuare nel patrimonio comune che lega tutti gli uomini, e che trae la sua origine già dal diritto naturale, quegli elementi che possono diventare ponte e piattaforma di incontro con tutti. I ministri di Cristo nel mondo militare sono anche i primi ministri dell'uomo e dei suoi diritti fondamentali. Penso a quanti tra voi sono accanto ai militari in situazioni di conflitto internazionale, chiamati ad aprire le loro coscienze a quella carità universale che avvicina l'uomo all'uomo, qualunque sia la razza, la nazionalità, la cultura, la religione dell'altro.
Ma prima di questo c'è il lavoro preventivo, che è un lavoro educativo, complementare a quello delle famiglie e delle comunità cristiane. Si tratta di formare personalità aperte all'amicizia, alla comprensione, alla tolleranza, alla bontà, al rispetto verso tutti; giovani attenti alla conoscenza del patrimonio culturale dei popoli, impegnati per una cittadinanza universale, per favorire la crescita di una grande famiglia umana. Il Concilio Vaticano II chiama i militari "ministri della sicurezza e della libertà dei popoli" (Cost. past. Gaudium et spes, 79): voi siete in mezzo a loro perché queste parole, che la guerra offende e annulla, possano essere realtà, possano dare senso alla vita di tanti giovani e meno giovani che, come militari, non vogliono farsi derubare dei valori umani e cristiani.
Cari fratelli e sorelle, il 12 agosto 1949 venivano sottoscritte a Ginevra le Convenzioni per la protezione delle vittime di guerra. In questo 70° anniversario desidero riaffermare l'importanza che la Santa Sede accorda al diritto internazionale umanitario e formulare l'auspicio che le regole che esso contempla siano rispettate in ogni circostanza. Là dove opportuno, esse siano ulteriormente chiarificate e rafforzate, specialmente per quanto concerne i conflitti armati non internazionali, e in particolare la protezione della dignità delle persone private della libertà personale per motivi connessi con questi conflitti.
Posso assicurarvi che la Santa Sede continuerà a dare il suo contributo nelle discussioni e nei negoziati in seno alla famiglia delle Nazioni. Vi affido all'intercessione della Vergine Maria, Madre di Misericordia, e di cuore imparto la mia benedizione a voi e ai vostri cari. E anche voi, per favore, pregate per me. Grazie!
di Roberto Saviano
La Repubblica, 1 novembre 2019
Il governo nato dall'alleanza tra M5S e Pd - la cui primaria esigenza è non scomparire con nuove elezioni - in materia di immigrazione sta sbagliando tutto. O forse non sta sbagliando, perché l'accordo tra Italia e Libia per il contenimento dei flussi migratori nasconde altro e cioè il tentativo di tutelare gli interessi energetici dell'Italia in Libia?
Il dubbio che la questione migratoria sia la migliore copertura possibile per la questione energetica è forte. Ci hanno parlato per anni di invasione, ci hanno fatto sentire insicuri nelle nostre case, hanno proclamato che non sono importanti i numeri, ma la percezione che abbiamo di quei numeri. Tutto questo non è stato fatto solo per polarizzare l'opinione pubblica al fine di ottenere i voti degli arrabbiati, ma probabilmente per un fine ben più strategico: giustificare lo stanziamento di fondi da mandare in Libia, magari a vantaggio di una parte.
E se l'accordo sul "contenimento" dei flussi migratori fosse anche una copertura per sostenere Fayez al Serraj con l'avallo di Trump? Sarebbe un modo per partecipare alla guerra civile, anche perché l'impressione è che la vita delle persone detenute illegalmente nei lager libici sia senza valore al cospetto degli interessi petroliferi italiani.
Se da un lato le motivazioni dell'accordo italo-libico parrebbero chiare, resta la amara consapevolezza che più a lungo questo governo lascia in mare chi fugge dall'inferno libico, più i feroci populisti potranno urlare facendo campagna elettorale sulla pelle di quei disperati. Nei prossimi giorni verrà rinnovato l'accordo: si tratterebbe di altri 50 milioni che si aggiungono a quelli già stanziati dall'Europa negli scorsi anni.
Questo accordo fa il paio con quello che la Germania di Angela Merkel ha siglato con il tiranno Erdogan per il controllo dei confini orientali dell'Europa. Ma quale pensiamo possa essere il nostro futuro se finanziamo governi autoritari e in guerra? Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha detto che avrebbe convocato una commissione italo-libica per favorire un ulteriore coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Di Maio ignora che le Nazioni Unite, visto il numero abnorme di migranti illegalmente trattenuti in Libia (650mila è la stima per difetto) non riescono a prestare soccorso, a creare corridoi umanitari o anche a rimpatriare chi dalla Libia non vuole nemmeno più venire in Europa, ma tornare al proprio Paese di origine. E mentre accade questo, a noi viene portata come prova dei presunti effetti positivi dell'accordo italo-libico la diminuzione degli sbarchi. Dagli oltre 100mila arrivati in Italia nel 2017, si è passati ai quasi 3000 del 2019.
Ma queste cifre non ci dicono che sono calati gli arrivi in Libia dai Paesi limitrofi prima ancora che gli arrivi in Europa. E non ci dicono nemmeno che fine fanno le migliaia di persone che restano Libia e non possono partire. Non ce lo dicono, ma noi lo sappiamo: restano bloccate in centri di detenzione dove subiscono ogni genere di tortura. Restano bloccati nel Paese che ci minaccia di lasciarli venire tutti in Italia e in cambio ottiene soldi. Possibile che ci sia qualcuno al governo che abbia il coraggio di rivendicare questa schifezza?
Ma non è tutto: il Consiglio presidenziale di Tripoli ha emesso un decreto che impone alle Ong di non intervenire senza il permesso della Guardia costiera libica, anche in caso emergenza. Il decreto, inoltre, impone alle Ong di garantire l'accesso alle loro imbarcazioni a ufficiali libici. Magari a salire a bordo saranno gli stessi che hanno aperto il fuoco mentre la Alan Kurdi salvava i migranti. O sarà proprio Abdulrahman Al Milad, detto Bija, riconfermato a capo della Guardia costiera di Zawyah nonostante, secondo l'Onu, sia un torturatore e un trafficante di esseri umani. Non è assurdo imporre alle Ong che salvano vite l'ennesimo codice di condotta, mentre nessun codice di condotta è imposto a chi tortura e uccide?
Due giornalisti, Nello Scavo e Nancy Porsia, sono stati posti sotto tutela proprio per aver raccontato chi fosse Bija e per aver svelato la sua presenza in Italia nel 2017, seduto a un tavolo con funzionari dell'Interno (al Viminale c'era Minniti) con cui trattava il blocco dei migranti. Un criminale ha trattato con l'Italia il blocco dei migranti.
Forse potremmo fermarci qui e non aggiungere altro, ma due navi sono ancora in mare: la Alan Kurdi della Ong Sea-Eye con 90 naufraghi e la Open Arms, che ne ha 15. I migranti della Alan Kurdi non hanno solo subìto torture e maltrattamenti in Libia, ma sono stati soccorsi mentre i criminali della Guardia costiera libica, che noi italiani addestriamo e finanziamo, gli sparavano addosso.
Il governo, prima di concedere tregua ai disperati della Ocean Viking, ha aspettato di perdere nel voto in Umbria. Le prossime elezioni ci saranno in Emilia Romagna tra troppo tempo, mentre in mare la disperazione è tangibile, e urgente è la necessità di far sbarcare le 105 persone della Alan Kurdi e della Open Arms, provando ad agire senza sentirsi costretti alla ferocia da una tendenza generale. Ma credo che sia importante tranquillizzare chi ritiene che questo secondo governo Conte abbia aperto i porti.
Niente affatto: i porti sono chiusi, anzi, si aprono e si chiudono proprio come quando al governo c'era Salvini, per mera propaganda e convenienza elettorale. Su immigrazione e sicurezza tutti gli ultimi governi hanno agito in totale continuità. Esiste una gestione dell'immigrazione inaugurata da Minniti, proseguita da Salvini e abbracciata dal secondo governo Conte che individua nemici per scaricargli addosso responsabilità che non hanno, che crea tensione e odio sociale senza risolvere alcun problema e che ignora quel che invece è fin troppo chiaro: non si possono chiudere i porti, non si possono bloccare i flussi migratori; si tratta di sfide epocali che si devono affrontare con senso dello Stato, con senso della comunità e con l'umanità del diritto. Non sento di poter chiedere a questo governo un cambio di rotta, ma se il suo destino è segnato, che almeno dimostri di tenere in conto la vita umana, perché la realpolitik non sarà una scriminante innanzi alla Storia.
di Antonella Napoli
Il Dubbio, 1 novembre 2019
L'aria calda e secca in piazza Tahrir alla fine della preghiera del Venerdì è quasi elettrica. Un gruppo di fedeli, non più di una cinquantina, tenta di raggiungere il luogo simbolo della rivoluzione del 2011 dalla moschea di al- Azhar, El- Darb El- Ahmar, una delle più frequentate della capitale egiziana. Si sono dati appuntamento via social, pronti a manifestare.
"La settimana scorsa hanno arrestato centinaia di persone, ma questo non ci fermerà" assicura Ahmed Ali che li guida senza temere le conseguenze che si sono abbattute su altri dimostranti. Percorrono al-Bustan street, sono determinati a proseguire il percorso che si estende fino al centro della piazza. Ma il blocco delle forze di sicurezza che si dispiega davanti ai loro occhi è impressionante: blindati, agenti in tenuta antisommossa, molti altri in abiti civili. Controllano chiunque si avvicini all'imbocco della centralissima via commerciale che porta al Museo Egizio.
Inevitabile lo scontro quando manifestanti e polizia si ritrovano gli uni di fronte agli altri. Sono attimi concitati. Chi tenta di forzare il cordone degli agenti viene spintonato, colpito con manganelli o bastoni. In tanti riportano escoriazioni nei tafferugli, in cinque sono seduti a terra con le mani intrecciate dietro la nuca. Tutti vengono portati via. Impossibile proseguire anche per chi non fosse lì per manifestare, a meno che non si voglia trascorrere una notte in cella. Nella migliore delle ipotesi.
La situazione in Egitto è sempre più instabile, la tensione è crescente. Chiunque graviti intorno a piazza Tahrir viene fermato e costretto a consegnare il telefono cellulare. In molti casi i controlli danno luogo ad arresti arbitrari. Una repressione violenta in risposta alle proteste popolari suscitate dalle accuse di corruzione rivolte al presidente Abdel Fattah al- Sisi da un ex contractor della security egiziana che ha diffuso video dettagliati sulla ' deviazionè di denaro pubblico.
"Al Sisi, la moglie e alcuni generali dell'esercito sono stati esplicitamente tirati in ballo dall'imprenditore che ha lavorato per il governo per oltre 16 anni - spiega Ahmed Saleh, analista del Centro studi egiziano dei diritti - Mohamed Ali, autoesiliato in Spagna, ha pubblicato su Youtube, ma anche via Facebook, filmati in cui parla di mazzette per la costruzione di un lussuoso albergo, costato 122 milioni di dollari in una zona non turistica dell'Egitto, per favorire un generale dell'esercito amico intimo di al- Sisi, così come la costruzione di un palazzo presidenziale nel nord del Paese".
Il tutto maturato in un contesto in cui un terzo dei 100 milioni di abitanti vive in condizioni di povertà estrema. Il video è diventato virale come l'appello a manifestare che ha portato in strada migliaia di egiziani che chiedono le dimissioni dell'ex generale. La reazione del governo è stata durissima. Ogni forma di dissenso è stata stroncata con la forza o scoraggiata con posti di blocco e controlli in tutta la Capitale e nelle altre città dove si sono accesi focolai di rivolta.
Anche i giornalisti che sono riusciti ad entrare in Egitto, in un clima di crescente nervosismo, hanno visto limitare le proprie libertà. Chi scrive è riuscita a superare i controlli restrittivi all'ingresso nel Paese perché era al seguito di una delegazione italiana a Il Cairo per una competizione sportiva. Non è stato facile raccogliere testimonianze. Come quella della madre di Abdulaziz S. 11 anni. Il bambino aveva ancora addosso il grembiule che stava provando in un negozio in centro quando gli agenti dei servizi di sicurezza lo hanno portato via sotto lo sguardo incredulo e disperato di Amina, che nel raccontare quanto accaduto al figlio ancora trema. "Lo hanno strattonato, trascinato via per portarlo in un posto di polizia. Dicevano che aveva partecipato a un incontro con dei terroristi. Mio figlio, un bambino di 11 anni..." dice in un fiato guardandosi intorno mentre nel grande suk poco distante dalla Cittadella sorseggiamo un tè. Come Abdulaziz altri tre minori sono stati arrestati mentre stavano comprando materiali scolastici. Altrettanti hanno subito la stessa sorte mentre tornavano a casa da scuola a Suez, città portuale egiziana dove sono iniziate le rivolte contro al- Sisi.
Almeno 120 minorenni, tra i 10 e i 16 anni, sono stati fermati. A denunciarlo l'organizzazione non governativa 'Belady', che ha anche segnalato sparizioni forzate dai 2 ai 10 giorni. Amnesty International ha inoltre evidenziato in un recente rapporto come la maggioranza delle persone arrestate rischi di essere incriminata per 'appartenenza a un gruppo terrorista' e 'uso improprio dei social media'.
Il paradosso è che molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare. Durante le insurrezioni del 2011, centinaia di blogger ma anche semplici manifestanti attraverso Twitter, Facebook e Youtube avevano documentato le loro esperienze personali e i sit- in di piazza Tahrir. Per scongiurare che anche oggi si mostrino al mondo gli abusi delle forze di sicurezza, quali arresti, aggressioni fisiche e sevizie sui dimostranti, è stata lanciata la campagna repressiva che ha portato dal 20 settembre ad oggi all'arresto di almeno 4427 persone in 24 Governatorati. Solo in 157 sono stati rilasciati senza accuse mentre 1056 hanno potuto lasciare il carcere su cauzione. Centinaia le sparizioni forzate. La repressione più vasta dall'ascesa al potere di al - Sisi ad oggi ha sopito il movimento di protesta. Per ora. La paura ha portato a una calma apparente che, a fronte delle vicende turco - curde, libanesi, irachene e cilene, ha ' spento' colpevolmente l'interesse dei media e della comunità internazionale sull'Egitto.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 1 novembre 2019
Il rinnovo degli accordi divide i parlamentari della maggioranza. Tutti in pressing sulla Farnesina e sul suo titolare, Luigi Di Maio. Nel mirino di una buona fetta della maggioranza è finito il memorandum Italia- Libia (il documento firmato dall'allora premier Paolo Gentiloni nel 2017 con il primo ministro libico al-Serraj che prevedeva aiuti economici italiani per i cosiddetti centri di accoglienza in Libia e supporto alla guardia costiera libica per contrastare l'immigrazione illegale), riportato al centro del parlamento proprio da un'interrogazione del Pd al ministro.
Di Maio ha tentato di essere evasivo, spiegando che "interromperlo sarebbe un vulnus politico ma lavoriamo per migliorarlo", ma i parlamentari in un inedito schieramento che ha visto a fianco esponenti di Pd, Leu e Italia Viva non hanno mollato la presa e a loro si è aggiunta anche una buona fronda grillina. Ad intervenire sul tema è stato addirittura il presidente della Camera, Roberto Fico, il quale ha detto che "se ci dev'essere, il memorandum deve essere aggiornato", perché "Quando è stato sottoscritto, la Libia era in un'altra condizione, oggi è in una condizione di guerra e di assenza di democrazia".
Parole inattese quanto decise, quelle di Fico, cui è seguita un'interpellanza parlamentare diretta al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmata dai parlamentari Paola Nugnes, Elena Fattori, Gregorio De Falco, Saverio De Bonis e Doriana Sarli, in cui si chiede la sospensione del memorandum, "impostato sull'idea di un contenimento dell'immigrazione senza che ci si preoccupasse delle conseguenze e dei metodi usati per contenere si pone all'origine della costante violazione dei diritti dell'uomo nei confronti di coloro che cercano di fuggire da povertà, miserie, guerre e che si trovano ad essere veri e propri prigionieri in Libia".
Sulla stessa linea, anche i parlamentari del centrosinistra, che hanno sottoscritto nei giorni scorsi un appello per bloccare il memorandum. "Dire che si vogliono cambiare gli accordi con la Libia e poi rinnovarli è una pagliacciata. Indignarsi per la violazione dei diritti umani e poi confermare un memorandum che serve a finanziare i lager è una squallida ipocrisia. Abbiamo ancora 2 giorni per fermare questa follia", ha scritto Matteo Orfini, da sempre in prima fila sulla questione migratoria anche se spesso in disaccordo col suo partito. "Sono anni che i governi italiani finanziano i centri di detenzione in Libia e si girano dall'altra parte per non vedere gli stupri, la vendita di esseri umani, la tortura, persino le morti che si consumano in quelli che sono veri e propri campi di concentramento", ha aggiunto Francesco Laforgia.
Nel silenzio post-question time del ministro degli Esteri Di Maio (impegnato ieri in una riunione politica coi suoi senatori sulla debacle in Umbria e ancora concentrato sulla manovra di Bilancio), è intervenuto il premier Giuseppe Conte, per provare a stemperare il clima: "L'Italia proporrà delle modifiche. Il memorandum non può essere gettato a mare, ma ci sono sicuramente ampi spazi per migliorarlo e alla luce anche di quello che è successo in questi anni, anche conto che oggi in Libia c'è un conflitto armato sul terreno". Proprio a lui si è rivolto il leader si Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, chiedendogli "Un vertice sulla Libia. Impossibile sostenere che i rapporti con la Guardia costiera libica siano virtuosi e limitino gli sbarchi".
A provare ad abbassare i toni è intervenuta anche la viceministra dem Marina Sereni, che ha sottolineato come "il ministro Di Maio ha chiarito che non si procederà ad un semplice rinnovo ma che proporremo ai partner libici modifiche sostanziali del memorandum" e ha proseguito spiegando che "Tra le due ipotesi estreme, confermare tutto così com'è o stracciare il documento, il governo Italiano ha scelto una strada pragmatica ma significativa, quella di aprire con i libici un confronto".
La viceministra ha infatti confermato che "Sono cambiate le condizioni sul terreno, perché ora è in corso una guerra civile e perché abbiamo molte testimonianze che ci informano che nei centri le condizioni di vita dei migranti sono insostenibili e che la Guardia Costiera libica ha agito con comportamenti non consoni alle norme internazionali. Su questo apriamo una riflessione per apportare modifiche". A farle da sponda è intervenuta anche la presidente pentastellata della commissione Esteri alla Camera, Marta Grande, la quale ha annunciato che "La commissione Esteri avvierà una serrata serie di audizioni sulla Libia. Al termine di queste audizioni il Parlamento si esprimerà con una risoluzione per indirizzare il governo nella modifica del memorandum siglato nel 2017".
Se il governo prova a procedere compatto sulla linea delle modifiche al testo, provando anche a coinvolgere l'Unione Europea nella gestione del problema, le sollecitazioni del Parlamento sembrano muoversi invece in una direzione molto più drastica. E nella diatriba di maggioranza si è insinuato gongolando Matteo Salvini, che non ha perso l'occasione per attaccare il gioverno parlando di "ennesimo litigio" e di esecutivo "allo sbando", schiavo delle Ong che "dettano la linea e chiedono di non rinnovare il memorandum con la Libia".
di Simonetta Fiori
La Repubblica, 1 novembre 2019
La senatrice: "La stagione dell'odio? Credevo fosse finita. Ma quando una democrazia è fragile il passato può ripetersi". È ancora frastornata Liliana Segre, come se non riuscisse a capacitarsi della brutta pagina di storia parlamentare scritta dalla destra di Salvini, Meloni e Berlusconi. Novantotto senatori della Repubblica che si astengono di fronte a una proposta che a lei appare ovvia sul piano morale, come può essere scontata l'istituzione di una commissione per avversare l'odio e la discriminazione razziale (approvata avantieri con 151 voti favorevoli).
È ancora frastornata Liliana Segre, come se non riuscisse a capacitarsi della brutta pagina di storia parlamentare scritta dalla destra di Salvini, Meloni e Berlusconi. Novantotto senatori della Repubblica che si astengono di fronte a una proposta che a lei appare ovvia sul piano morale, come può essere scontata l'istituzione di una commissione per avversare l'odio e la discriminazione razziale (approvata avantieri con 151 voti favorevoli).
"Il mio era un appello etico che parlava alle coscienze, alle anime e ai cervelli dell'intero ceto politico italiano, senza distinzione tra destra e sinistra. Davo per scontato che il Senato della Repubblica l'avrebbe accolto come si accoglie un principio fondamentale di civiltà. Il mio sentimento davanti alle astensioni? Stupore, un profondo senso di stupefazione. Come difficilmente ci si può sorprendere alla mia veneranda età".
Soprattutto da testimone degli orrori di Auschwitz, bersagliata ogni giorno da oltre duecento messaggi di odiatori antisemiti. Un episodio grave, che rivela la deriva estremista della destra italiana. "Ho sentito però degli applausi che partivano da quella parte dell'aula. Mara Carfagna ha preso le distanze dall'astensione. Ma la mia sorpresa più grande è stata la citazione di Orwell fatta da Salvini, quando ha paragonato la commissione all'organo d'uno Stato di polizia per l'imposizione del pensiero unico".
Non poteva trovare citazione più paradossale, essendo lei stata una vittima del totalitarismo... "Soprattutto mi ha scippato un autore che cito moltissimo quando vado in giro nelle scuole. Sia 1984 che La fattoria degli animali restituiscono con efficacia le mostruosità del totalitarismo. Mi sfugge cosa c'entri tutto questo con la commissione contro l'odio razziale. Ma Orwell resta l'unico punto di contatto tra me e il leader della Lega. Seppure da punti di vista radicalmente opposti".
La storia viene ribaltata. E di un'Italia alla rovescia lei aveva parlato anche il giorno dell'insediamento del nuovo governo...
"Sì, citai una massima del Talmud: Chi salva una vita salva il mondo intero. Un principio rovesciato da chi voleva punire i volontari del Mediterraneo accorsi in aiuto dei migranti naufraghi".
Salvini si è opposto alla commissione con questa domanda: chi decide cos'è il razzismo? Chi sono i giudici supremi? Secondo lei, senatrice Segre, il razzismo è una cosa su cui si può discutere?
"No, avendolo provato sulla mia pelle. Pensavo che sulle discriminazioni razziali non ci fossero margini per i distinguo. Ma evidentemente i tempi sono cambiati. Oggi sono morti i carnefici e pure le vittime. La storia si può riscrivere. E ci sono tanti uomini per strada. L'uomo nero. L'uomo bianco. L'uomo giallo. Chi non è eguale a me fa paura".
L'astensione della destra copre la volontà di proteggere da oscuramento la galassia dei siti neofascisti...
"Guardi, io non volevo neppure entrare nel dettaglio, pensando che nella sottocommissione di controllo ciascun senatore di diversa parte politica avrebbe potuto dare la propria indicazione: questo sì, questo no. Ma hanno preferito astenersi di fronte a un principio di carattere generale".
Ed è partita la campagna di falsificazione. Ieri sui canali Mediaset Giorgia Meloni diceva che la Commissione potrebbe colpire gli italiani patriottici. Basterebbe dire "amo il mio paese" per essere puniti...
"Ma come può venirle in mente? Mi ha telefonato l'altra sera: sa, ci siamo astenuti perché noi difendiamo la famiglia. Le ho risposto: cara signora, io difendo così tanto la mia famiglia che sono stata sposata per sessant'anni con lo stesso uomo. Qualcuno mi dovrà spiegare cosa c'entri tutto questo con la commissione contro l'odio".
Forse vale la pena di leggere cosa s'intenda con hate speech: tutte le forme di incitamento all'"odio razziale" e le "discriminazioni verso gli immigrati sorrette da nazionalismo aggressivo"...
"Il "nazionalismo aggressivo" è cosa diversa dal patriottismo. Posso ben dirlo io che amo moltissimo il mio paese ma ho patito le conseguenze del nazionalismo praticato dal fascismo".
Con la sua storia di sopravvissuta, avrebbe mai pensato di trascorrere la vecchiaia bombardata dagli hater antisemiti e con quasi cento senatori della Repubblica che si oppongono a una commissione contro il razzismo?
"No. Credevo che la stagione d'odio fosse finita dopo la guerra. Ma quando una democrazia è fragile si possono ripetere situazioni del passato. E chi vive più a lungo corre il pericolo di vedere cose che non vorrebbe vedere".
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