di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2019
Scomparso a 84 anni, giudice costituzionale e presidente dei penalisti. Con la morte di Giuseppe Frigo, scomparso domenica scorsa a 84 anni, l'Italia perde un grande giurista. Il noto penalista è stato giudice della Corte costituzionale dal 2008 al 2016.
Un incarico che ha dovuto lasciare nel 2016 per motivi di salute. Bresciano, classe 1935, laureato in giurisprudenza con lode nel 1957, Giuseppe Frigo è stato professore di diritto processuale penale comparato ed europeo presso la facoltà di giurisprudenza alla Statale di Brescia. Credeva nel giusto processo, tanto da mettere anche la sua firma sulla riforma.
Nel suo lungo curriculum di giurista c'è la presidenza dell'Unione delle camere penali: ruolo che, ha ricoperto con passione dal settembre del i998 al settembre del 2002. Come consulente del ministero della Giustizia ha collaborato nella stesura di più testi normativi: dall'esercizio dell'azione civile nel processo penale alle investigazioni difensive dall'udienza preliminare, al recupero dell'oralità nel dibattimento.
Per anni è stato collaboratore del Sole 24 Ore e di Guida al Diritto, con un esordio legato alla nascita del nuovo Codice di procedura penale e all'impegno del giornale per una riforma considerata di straordinaria importanza per l'amministrazione della giustizia in un paese democratico: un rito penale (almeno tendenzialmente) accusatorio, al posto di un codice inquisitorio pieno di strappi e rattoppi recati dalle sentenze della Consulta per evitare un codice processuale incostituzionale, senza però poterne modificare l'impianto.
E il Sole 24 Ore decise di pubblicare immediatamente, con i tempi del quotidiano, il nuovo Codice commentato e annotato. Fra i componenti della commissione ministeriale presieduta dall'avvocato e professore Gian Domenico Pisapia, Giuseppe Frigo era l'unico avvocato "e basta". Ma Giuseppe Frigo è stato per la giustizia italiana questo e molto di più.
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 10 dicembre 2019
Il blocco della prescrizione dei reati - fortemente voluto dai 5 Stelle - rappresenta una ferita senza precedenti nell'ordinamento giuridico del nostro stato di diritto. Certo, i pentastellati non sono in grado di comprendere fino in fondo cosa ciò significhi e quali problemi comporti e veleggiano, ricolmi della loro triste e pericolosa ingenuità, verso il nuovo anno, convinti di aver fatto bene. Prima o poi se ne accorgeranno e forse sarà tardi per rimediare ai guasti già prodotti.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2019
La società non risponde di cooperazione nel reato di lesioni gravissime, per la violazione sistematica delle norme sulla sicurezza lavoro, se manca la prova di una prassi contro la legge instaurata nell'azienda. La Cassazione, con la sentenza 49775, accoglie il ricorso di una Srl condannata, in entrambi i gradi di giudizio, per violato le norme in materia di sicurezza, concorrendo così a determinare un grave incidente.
Infortunio del quale era stato vittima un auto-trasportatore, dipendente di un'altra ditta, rimasto gravemente ustionato dopo essere stato investito dal bitume. I giudici confermano la responsabilità nel reato, comunque prescritto, del delegato per la sicurezza all'interno della società ricorrente, ma negano quella della Srl.
L'accusa era di non aver informato le ditte di autotrasporto sui rischi dell'ambiente di lavoro e, in particolare sulle corrette modalità di carico. Ad avviso della Corte d'Appello la società era responsabile per l'illecito amministrativo previsto dalla 231 (articolo 25-septies, comma 3) perché aveva agito senza un modello organizzativo utile a prevenire delitti del tipo di quello commesso dal delegato alla sicurezza.
E questo, per ottenere il vantaggio di una più rapida immissione sul circuito produttivo del materiale ed evitare un procedimento più costoso. Per la Suprema corte la motivazione non regge. Non c'era, infatti, una prova che presso la Srl ci fosse una prassi "contra legem, la cui sussistenza chiama in causa la vigilanza del datore di lavoro". E soprattutto presuppone la conoscenza o la conoscibilità da parte sua. Nello specifico è chiamato in causa un soggetto qualificato come "delegato" del datore, anche se in realtà mancavano anche gli elementi dell'esistenza della delega.
Non dimostrata la presunta prassi né la conoscenza o la conoscibilità di questa da parte dei responsabili. Solo alcuni tra i testimoni avevano parlato di una modalità residuale adottata in passato. La motivazione è lacunosa anche per quanto riguarda l'interesse e il vantaggio dell'ente, richiesto dall'articolo 5 della 231 per la responsabilità.
E a questo fine non basta il sommario richiamo alla sentenza di primo grado in cui si faceva un breve riferimento a un non meglio precisato risparmio sui tempi di lavoro e sui costi di smaltimento del bitume in modo non conforme. La Cassazione ricorda che per la responsabilità degli enti derivante da reati colposi in caso di violazione della normativa antinfortunistica i criteri di imputazione del vantaggio e dell'interesse - entrambi da riferire a chi agisce e non all'evento - sono più stringenti.
Il primo c'è quando l'autore del reato viola consapevolmente le norme cautelari, con l'intenzione di far risparmiare l'ente, a prescindere dal raggiungimento dell'obiettivo. Il secondo scatta quando l'autore del reato viola sistematicamente le norme contro gli infortuni ricavandone oggettivamente un vantaggio per l'ente "sotto forma di risparmio di spesa o di massimizzazione della produzione, indipendentemente dalla volontà di ottenere il vantaggio stesso". Criteri nello specifico non seguiti. Né è valido l'assunto della violazione sistematica delle norme a tutela della sicurezza senza prova di una prassi scorretta.
di Domenico Cirillo
Il Manifesto, 10 dicembre 2019
Bonafede tenta lo stop della riforma Orlando. Irritazione Pd, ma si tratta. Verso un accordo complessivo che riguarda anche la prescrizione: stop di due anni dopo il primo grado. E sugli ascolti non rilevanti l'ultima parola ai pm. Il quarto rinvio della riforma delle intercettazioni, firmata dall'ex ministro Pd della giustizia Orlando alla fine del 2017 e bloccata già tre volte dal ministro M5S Bonafede, si è materializzato nel pomeriggio di ieri al senato come emendamento alla legge di bilancio. Ma è sparita quasi subito assieme al resto del provvedimento "mille proroghe", accompagnata dalla "irritazione" del Pd verso l'alleato 5 Stelle.
I due partiti avevano appena ripreso la trattativa sulla giustizia, nella quale le intercettazioni fanno parte di un dare-avere assieme alla prescrizione, e tutto rischiava di saltare per il blitz tentato sulla riforma degli ascolti da parte del ministero di via Arenula. Blitz bloccato: la trattativa sulla giustizia ritorna al punto di partenza. Sempre in salita.
Il ministro Bonafede si era deciso a tentare la strada dell'ennesimo rinvio - dopo quelli del luglio 2018, aprile 2019 e agosto 2019 - di una legge che non condivide affatto, cercando di approfittare del "mille proroghe" che per qualche ore la maggioranza ha pensato di poter inserire come emendamento alla legge di bilancio. Contrariamente al solito, quando questo provvedimento di fine anno ha sempre preso le vesti di un decreto "omnibus" emanato a ridosso di Natale.
Si è fatto in tempo a prendere nota delle motivazioni del ministro. Che chiedeva il rinvio "tenuto conto di alcune necessità organizzative e di realizzazione complessiva delle sale di ascolto di alcuni uffici, connessa a una valutazione più generale". La riforma prevede infatti che le intercettazioni ritenute non rilevanti per le indagini non vengano più trascritte, neanche nei brogliacci, così da evitare in partenza il rischio che possano essere pubblicate. È consentito però ai difensori ascoltarle, in queste salette da allestire, senza estrarne una copia.
Bonafede ha provato a fermare la riforma, che nel 2017 aveva scontentato per certi versi sia i magistrati che gli avvocati, e certamente è criticata dalla maggioranza dei giornalisti, individuando "nel 30 giugno 2020 la data più opportuna per a piena funzionalità delle strutture e degli uffici". Inevitabile domandarsi a questo punto perché il ministro in un anno e mezzo non abbia pensato a preparare queste strutture, ma la risposata è semplice: i 5 Stelle hanno sempre pensato di sbarazzarsi di questa riforma. Avendone peraltro già modificato una parte, quella delicatissima sui cosiddetti trojan - i captatori informatici - nella legge "spazza-corrotti".
La riforma delle intercettazioni dovrebbe entrare in vigore il prossimo primo gennaio ed è su un piatto della bilancia, dove sull'altro c'è la nuova prescrizione così come disegnata dai 5 Stelle. Il Pd ha espresso "irritazione" per questa mossa "unilaterale" ed è riuscito a fermare la manovra. Salvando il dialogo sulla prescrizione che sta trovando una strada per uscire dall'angolo delle posizioni contrapposte. I 5 Stelle infatti non sono più così contrari a trasformare l'abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado in un'effettiva sospensione, più lunga di quella già prevista nel 2017 sempre da Orlando - da 18 mesi a due anni - insieme con la previsione di tempi massimi - ma lunghi - per i successivi gradi di giudizio.
La previsione della proroga sulle intercettazioni, ha spiegato il ministero di Bonafede dopo aver ingranato la marcia indietro, "è stata effettuata in via meramente cautelativa, considerate le difficoltà tecniche che avrebbe comportato per le procure un'entrata in vigore dal 1 gennaio". In realtà i procuratori capo delle principali città avevano manifestato al ministro soprattutto una preoccupazione sul regime transitorio, non sapendo come comportarsi con le intercettazioni in corso. Le interlocuzioni con il Pd sono in corso e il ministro grillino chiederà, anche in questo caso, una disponibilità a cedere qualcosa, per esempio prevedendo un ruolo del pm oltre a quello della polizia giudiziaria nella selezione delle intercettazioni rilevanti. E quando l'accordo sarà stato raggiunto, si troverà spazio nel Mille Proroghe, "eventualmente anche con un decreto".
malpensa24.it, 10 dicembre 2019
Non è volata una mosca per due mattine all'Istituto Torno di Castano Primo, il 29 novembre e il 9 dicembre, quando il progetto "Vivere la legalità", realizzato in collaborazione con l'associazione genitori, ha portato a scuola minorenni coinvolti in procedimenti giudiziari per aver commesso reati, poi detenuti nel carcere minorile Beccaria o affidati alla comunità Kairos, fondata nel 2000 da don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano.
Scuola sguarnito argine - L'evento è stato progettato per sensibilizzare studenti e docenti sui fenomeni della devianza sociale e della reità giovanile, ma l'occasione ha permesso di avviare la riflessione sul sistema carcerario italiano, in grave emergenza perché gravato da carenze di investimenti, e sull'emergenza sociale che si sta facendo sempre più pressante nelle varie realtà lombarde e alla quale la scuola fa da primo, e sguarnito, argine.
Le parole di John - Quando John inizia a parlare i trecento studenti vocianti di tutte le quarte e le quinte del Torno confluite in Aula Magna tacciono all'unisono e si fa un silenzio perfetto come nessun docente e nessuno spettacolo riuscirebbe ad ottenere da una fiumana di quasi diciottenni liberi dai banchi. John e gli altri magnetizzano l'uditorio perché raccontano drammi e storie non così distanti dalle vicende di tutti: la sala e il palco si specchiano in un processo di identificazione reciproca che è difficile non cogliere. Le liti con i genitori, il gruppo granitico di amici, e poi la droga, lo spaccio, o altri sbagli che d'un soffio si fanno reati gravi. Infine, l'arresto, e poi il carcere, estrema ratio in caso di minori, se va bene la comunità: John, Osama, Christian, Ciro, Vadro, Zaccaria questo hanno raccontato sotto la guida di Don Claudio Burgio, senza voler dare lezioni o consigli, ma con la sola forza della testimonianza.
La spirale di autodistruzione - Seduti un po' rigidi nel posto dei relatori, uno dopo l'altro, i giovani di Kairos hanno ricostruito la spirale di autodistruzione che li ha condotti dai reati, spesso indotti dal consumo di sostanze stupefacenti, anche se i reati più diffusi fra i minori sono il furto e la rapina, allo scontro con la giustizia, alla misura cautelare in giovanissima età. Attentissimi gli studenti del Torno nel rendersi conto della pericolosità di errori spesso considerati peccati veniali, dando poco peso alla normalità dell'illegalità: intensa la riflessione sulla compagnia di amici sostituta della famiglia che poi abbandona quando sorgono i problemi, quando, dopo una misura cautelare, si finisce al Beccaria, dove mai si sarebbe potuto pensare di finire. Rapporti falsi quelli che ruotano intorno al consumo di cannabis. Il racconto dell'arresto che ti spacca la vita per ciascuno di loro è stato il momento più intenso della mattina: ospiti e studenti sono stati sull'orlo del pianto, riconoscendosi unici in grado di comprendere il dramma nato dalla non consapevolezza, che di colpo scaraventa nel trauma della privazione della libertà in carcere.
Il carcere come rieducazione - Scopo del sistema carcerario è la rieducazione, il reinserimento sociale: don Burgio ha insistito sull'essere questi ragazzi che sbagliano prima di tutto persone che nel carcere minorile o in comunità hanno il diritto di costruirsi una seconda possibilità. L'esperienza del Beccaria è forte, hanno sottolineato i ragazzi, ma hanno anche raccontato del calcio, degli allestimenti teatrali, del rapporto con Don Burgio.
Può essere che si decida di prolungare il tempo passato in comunità e non è raro che accada, segno dell'avvenuta maturazione. Infatti, spiega sempre Don Burgio, le baby gang sono composte da ragazzi che non pensano, seguono la mentalità da quartiere disagiato: a spingerli ad azioni impulsive il bisogno, e la comunità aiuta a fermarsi, a ragionare per dare svolte radicali. Ce la fanno tutti. Qualcuno si è laureato ed è tornato in comunità da educatore. Le domande conclusive degli studenti del Torno hanno mostrato che il messaggio è passato: non esistono ragazzi cattivi, ma ognuno è artefice del proprio futuro.
di Leandro del Gaudio
Il Mattino, 10 dicembre 2019
Il sindaco ed ex pm Luigi de Magistris ha nominato Pietro Ioia Garante dei detenuti per la città di Napoli. Un uomo impegnato in tante battaglie, ma anche pregiudicato.
Una nomina che solleva reazioni di segno contrario, che alimenta posizioni divergenti. Parliamo della decisione da parte del sindaco Luigi De Magistris di affidare all'ex detenuto Pietro Ioia il ruolo di garante dei detenuti della città di Napoli.
Fortemente difesa dal primo cittadino, la nomina di Ioia viene invece duramente contrastata dai rappresentanti di organi sindacali. Forti riserve vengono espresse dal Sappe, ma anche da Ciro Auricchio, in qualità di segretario regionale Unione sindacati polizia penitenziaria, per il quale Ioia non avrebbe "i requisiti professionali richiesti dal bando (come la laurea in scienze giuridiche), come per altro registrato in altri contesti cittadini".
Va invece all'incasso Ioia, che ricorda dal canto suo i passi in avanti fatti nel corso di una vita spesa in parte - almeno 22 anni - all'interno di una cella. Ma andiamo con ordine, proviamo ad entrare nel merito delle posizioni espresse dopo la scelta di De Magistris.
Spiega l'assessore alle politiche sociali e al lavoro Monica Buonanno: "Il sindaco Luigi de Magistris ha appena nominato Pietro Ioia Garante dei Detenuti della città di Napoli. È il risultato di un lavoro teso alla salvaguardia della dignità delle persone e rappresenta una svolta storica per la tutela dei diritti civili, perché un Paese veramente libero è quello che promuove politiche tese a tutelare e a far rispettare i diritti di ogni persona, anche quelle detenute, garantendone la dignità ed eliminando ogni forma di marginalità sociale".
Diverso il ragionamento delle sigle sindacali che rappresentano gli agenti di polizia penitenziaria, che criticano l'operato di Ioia per alcune esternazioni ritenute strumentali sul mondo delle carceri. Possibile che sullo sfondo ci siano comunque le denunce fatte da Ioia negli anni scorsi, a proposito delle indagini sulla cosiddetta cella zero, su cui è stato condotto un processo.
Ma ecco le riflessioni dello stesso Ioia: "Prima ero un narcotrafficante e a Napoli mi muovevo tra Sanità e Forcella. Ho scontato 22 anni e 6 mesi di carcere, di cui 21 in Italia e circa due in Spagna. Prima la mia vita era caotica: donne, soldi, auto di lusso e cocaina. Ma adesso la mia vera vita è questa: aiutare gli altri.
Oggi quando mi ferma la polizia, mi saluta e mi dice di avermi visto in tv o di aver letto di me sui giornali italiani e stranieri. Prima mi fermavano per portarmi in questura e dirmi di spogliarmi. Ai ragazzi che scelgono la malavita come strada dico: seguite miti positivi, non quelli sbagliati della camorra. Fino a tre mesi fa lavoravo in un garage, che poi ha chiuso.
Oggi lavoro come tutor a Gesco per i minori a rischio o che hanno commesso il primo reato. Dalle mani di Ilaria Cucchi ho ricevuto il Premio intitolato a suo fratello Stefano e quando le chiesi perché a me, mi rispose: per le tue battaglie.
Il mio obiettivo come garante? Come faccio da 14 anni con la mia associazione Ex Don, difendere i diritti dei detenuti sui temi della sanità, del sovraffollamento e del reinserimento lavorativo. Ma non dimentico la polizia penitenziaria, che soffre per il sotto organico, nonostante io abbia denunciato lo scandalo della cosiddetta Cella Zero di Poggioreale". Insomma, una nomina che ora attende un momento di distensione tra agenti di polizia penitenziaria e il nuovo garante.
di Gaia Martignetti
fanpage.it, 10 dicembre 2019
Pietro Ioia, ex narcotrafficante oggi attivista, è stato nominato Garante dei detenuti per il Comune di Napoli dal sindaco Luigi de Magistris. Ioia è stato il primo a denunciare le presunte violenze che sarebbero avvenute nella cosiddetta "cella zero". Oggi è in corso un processo, per stabilire se queste denunce raccontino la verità su quanto avvenuto nel carcere napoletano di Poggioreale.
Da narcotrafficante a Garante dei detenuti. Questa è la storia di Pietro Ioia, che dopo aver scontato la sua pena in diverse carceri italiane ed europee, come racconta, aver cambiato vita per amore dei suoi figli, oggi è stato nominato dal sindaco Luigi de Magistris Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale per il Comune di Napoli.
Un incarico gratuito, come specificato nel bando a cui Ioia ha preso parte. Pietro Ioia è stato il primo a denunciare le presunte violenze che si sarebbero perpetrate all'interno del carcere di Poggioreale, a Napoli, nella cosiddetta cella zero.
La cella zero sarebbe una cella non numerata, una sorta di sala d'aspetto, dove alcuni reclusi hanno denunciato di aver subito percosse da alcune guardie penitenziarie. Oggi è in corso il processo per stabilire se queste denunce raccontino o meno la verità su quanto accaduto nel carcere napoletano. Con Fanpage.it, il neo Garante prova a indicare i punti principali del suo mandato, della durata di 5 anni.
Pietro Ioia, che significato ha questa nomina?
"Questa nomina significa che se si vuole si può cambiare. Si può diventare vero uomo. Fa capire, ancora di più, che non solo Pietro Ioia può cambiare, ma chiunque. Anche il più grande criminale può cambiare vita in positivo. Non mi sarei mai aspettato di essere nominato Garante. Essendo un ex detenuto è tutto difficile, una volta ho cercato un lavoro e non me l'hanno dato. Anche in altre occasioni mi hanno rinfacciato che sono un ex detenuto. Non ci speravo, dico la verità".
Quali sono i tre punti che cercherà di portare avanti durante questo mandato?
"Visitare le carceri, la prima cosa. Quello che mi mancava prima, quando ero solo un attivista, era visitare i detenuti reclusi, non solo quelli usciti dal carcere. Combattere il sovraffollamento e poter parlare anche per il corpo della Polizia Penitenziaria che è sotto organico".
Ha avuto modo di confrontarsi anche con il Garante regionale Samuele Ciambriello?
"Stamattina sono stato da Ciambriello, gli ho portato due famiglie. Perché dove potevo arrivare io, arrivava lui. Quando non potevo fare molto portavo le persone da lui. Io e il professor Ciambriello collaboriamo già da diversi mesi, con i familiari dei detenuti. È stato sempre molto disponibile. Ha risolto diversi problemi".
Quando era giovane e scontava la sua pena, si aspettava di poter arrivare qui?
"Non me lo sarei mai aspettato. Per questo devo dare sempre di più. Voglio dimostrare anche al più grande criminale che si può cambiare".
di Laura Barbuscia
La Repubblica, 10 dicembre 2019
Nella struttura penitenziaria uno spazio per recluse e familiari ricrea le condizioni di un ambiente domestico Un modo per dare normalità agli incontri con i parenti e permettere alle madri di mantenere il proprio ruolo. Niente sbarre o colloqui tradizionali sorvegliati.
Ma spazio alle emozioni. Ha preso forma la "casa dell'affettività" nel carcere di Rebibbia, sezione femminile: un prefabbricato in legno di abete di 28 metri quadri, con tanto di soggiorno, angolo cottura e zona pranzo, dove le detenute potranno incontrare i propri familiari e condividere con loro un pasto frugale, seduti intorno a un tavolo.
L'iniziativa fa parte del progetto M.a.ma. (Modulo per l'affettività e la maternità). E rientra in uno dei quattro lavori presentati dall'archistar genovese Renzo Piano al Senato - assieme a quelli di Padova, Milano e Siracusa - inseriti nell'iniziativa "GI24 anno 2019" (dove G sta per palazzo Giustiniani, I per il piano dove si trova lo studio e 24 per il numero della stanza assegnata al senatore a vita). Il progetto sul carcere rientra nel programma sul "rammendo" delle periferie e porta all'estremo l'idea di città di Renzo Piano.
"Amo i centri, ma la vera sfida del futuro è nelle periferie - ha spiegato - Sono fabbriche di desideri e di aspirazioni. È nelle periferie che abita l'80, il 90 per cento delle persone che vivono in città. Quando ci lavori scopri che sono piene di energia e non solo, anche di bellezza umana e tout court". Nulla di più periferico di un carcere e di Rebibbia per dare concretezza all'idea.
Il piccolo spazio abitativo, grazie alla forma, rimanda istantaneamente all'idea tradizionale di casa. Al suo interno è dotato degli ambienti essenziali allo svolgimento delle attività tipiche di una vita domestica quotidiana. All'esterno, il tetto a falde inclinate e altre finiture proteggono il legno dagli agenti atmosferici e una piccola loggia dalla quale si accede all'ambiente interno.
Nel giardino, poi, una magnolia e un eucalipto di grandi dimensioni, mettono in risalto il piccolo edificio, pensato per donare attimi di "normalità" alle detenute e ai propri cari. Ma anche per permettere alle "inquiline" dell'istituto penitenziario, in via Bartolo Longo, di mantenere un ruolo all'interno del nucleo familiare. Un modo per rendere meno traumatica la distanza.
Il modulo è stato montato in un'area verde all'interno del recinto carcerario grazie ad un sistema di assemblaggio a secco. Mentre, tutta la parte strutturale di legno, composta da telai e travi di collegamento, insieme alle pannellature, sempre lignee, è stata realizzata da alcuni detenuti addetti alla falegnameria del carcere Mammagialla di Viterbo, con l'aiuto di alcune detenute di Rebibbia. Gli ultimi interventi di montaggio sono stati effettuati proprio alla presenza di Renzo Piano.
A disegnare la casa, Pisana Posocco, docente di progettazione architettonica alla Sapienza e tre giovani architetti del G124: Attilio Mazzetto, Martina Passeri e Tommaso Marenaci, vincitori di una borsa di studio finanziata da Piano, che da quando è stato nominato senatore a vita (2013) devolve interamente il suo stipendio da parlamentare per supportare questo genere di opere.
"La collaborazione più importante è stata quella instaurata con il Dap (il Dipartimento di amministrazione penitenziaria) che ha supportato la realizzazione del progetto - dice Posocco - Abbiamo pensato che l'architettura potesse essere l'occasione per dare modo a chi vive dentro a un carcere di immaginare un futuro". Ed ecco l'idea di una casa, bisogno primario di tutti, ancora più forte per chi è costretto a starne lontano.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 dicembre 2019
I parenti costretti ad attendere in strada il proprio turno prima di incontrare il congiunto sotto un gazebo. Il Garante del Lazio ha segnalato da tempo il problema. All'aperto, in balia delle intemperie e al freddo, con gazebo adibiti per permettere i colloqui con i familiari. Una denuncia che arriva direttamente dai reclusi della casa di reclusione di Rebibbia.
Accade così che la pena si estende anche ai familiari dei detenuti, soprattutto a rimetterci sono gli anziani e i bambini che a volte - sempre secondo quanto denunciano i reclusi tramite una lettera - sono costretti a rinunciare al colloquio per l'impossibilità di avere un riparo dal freddo, dalla pioggia, o dall'umidità.
Nel passato c'era una saletta interna adibita ai colloqui, ma risulta non a norma e quindi impraticabile. Eppure, nella recente riforma dell'ordinamento penitenziario, modificando l'art. 18 dell'Ordinamento si introduce un'attenzione particolare ai locali destinati ai colloqui con i familiari che devono favorire, "ove possibile, una dimensione riservata del colloquio". Rebibbia non solo ne è carente, ma c'è anche il problema della mancanza di un altro spazio importante per le relazioni con la famiglia sono le sale d'attesa, dove i familiari attendono, in alcuni casi anche ore, prima di espletare le pratiche necessarie per poter poi svolgere i colloqui con i propri congiunti.
Ciò significa che i familiari, prevalentemente donne con bambini o genitori più o meno anziani, sono costretti ad aspettare in strada il proprio turno. Altro motivo per il quale i colloqui si riducono. I detenuti del carcere di Rebibbia chiedono che la direzione predisponga dei locali idonei all'interno delle mura, per poter usufruire dell'incontro con i familiari in maniera serena, così come appunto è regolato dall'ordinamento penitenziario.
Il Garante dei detenuti della regione Lazio Stefano Anastasìa è a conoscenza del problema e segnalato a tempo debito all'amministrazione, la quale sta provvedendo per risolvere questo problema. Ricordiamo che la Casa di reclusione di Rebibbia è un istituto costruito negli anni 50, a regime di custodia aperta. Si articola in 6 sezioni: due sezioni destinate a detenuti comuni di media sicurezza, una sezione per "minorati psichici", un'altra sezione per collaboratori di giustizia, attualmente in ristrutturazione, la sezione appena ristrutturata, attualmente destinata ai collaboratori e la sezione per detenuti in regime di semilibertà.
ildispaccio.it, 10 dicembre 2019
"Il cielo stellato sopra di noi, la legge morale dentro di noi". È questo il titolo dell'evento organizzato dall'Ufficio del Garante Metropolitano della Città Metropolitana di Reggio Calabria delle persone private e limitate nella libertà personale, presieduto dal Dott. Paolo Praticò, che si svolgerà domani 10 dicembre 2019 dalle ore 15.00 presso Palazzo Alvaro (Rc).
La scelta della giornata del 10 dicembre non è stata lasciata al caso. Difatti, ogni anno in tutto il mondo si celebra la giornata internazionale dei diritti umani.
Per tale motivo, l'Ufficio del Garante Metropolitano ha ritenuto essenziale creare le condizioni per un momento di confronto su temi dai quali e per i quali non si può prescindere. Un momento di riflessione ed approfondimento sull'importante ruolo che ogni soggetto qualunque sia il proprio ruolo nella società, è chiamato ad avere rispetto alla valorizzazione della dignità umana ed all'osservanza della tutela dei diritti umani.
Prenderanno parte ai lavori illustre personalità operanti nei più svariati campi del sapere. Sarà presente il Presidente del Consiglio delle Camere penali, Avv. Armando Veneto, la Presidente del C.P.O. R. Calabria Dott.ssa Cinzia Nava, il Provveditore Vicario D.A.P. Calabria dott. Rosario Tortorella, la Presidente dell'ASA dott.ssa Maria Virgillito, lo psicologo e psicoterapeuta dott. Girolamo Lo Verso, la Presidente dell'Arcigay "I due mari" Reggio Calabria dott.ssa Michela Calabrò ed il dott. Emilio Campolo, Responsabile area educativa della Casa Circondariale di Rc "G. Panzera", oltre ai Presiedenti degli Ordini degli Avvocati di Rc Avv. Rosario M. Infantino, al Dott. Campolo in qualità di Presidente degli Ordini degli psicologi e il dott. Danilo Ferrara come Presidente degli ordine degli assistente sociali. L'evento è accreditato presso l'Ordine degli Avvocati e degli assistenti sociali con il riconoscimento di n. 3 cf.
- Benevento. Corso di make-up per le detenute, con Alessia Luciana Macari e Oliver Kragl
- Roma. Liberi dentro, quando le parole rompono le catene
- Le leggi cambiano, la mentalità no
- Roma. Calcio femminile al carcere di Rebibbia organizzato da Atletico Diritti
- Pisa. "Il carcere non deve arrestare la vita", iniziative natalizie alle Officine Garibaldi









