osservatore.ch, 3 novembre 2019
"Gli occhi dei personaggi che disegno sono più grandi del normale. Sono estremamente aperti e grandi. Perché gli occhi sono testimoni di tutto. Parlare non basta, lo so già. Sono gli occhi dei personaggi che raccontano ogni cosa". (Zehra Dogan)
Il Museo di Santa Giulia di Brescia ospita "Avremo anche giorni migliori", di Zehra Dogan. Opere dalle carceri turche, una personale dell'artista e giornalista curda Zehra Dogan. Il progetto espositivo è curato da Elettra Stamboulis e costituisce la prima mostra di impianto critico curatoriale dedicata all'opera della fondatrice dell'agenzia giornalistica femminista curda "Jinha" e sarà aperta al pubblico da sabato 16 novembre 2019 al 6 gennaio 2020. La mostra rientra all'interno del Festival della Pace, organizzato dal Comune di Brescia e dalla Provincia di Brescia.
Le sue opere sono espressioni di vicende personali intrecciate insieme a drammatici eventi politici di attualità. La rassegna raccoglie un totale di 60 opere inedite, tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista, che interessano tutto il periodo della detenzione dell'artista nelle carceri di Mardin, Diyarbakir e Tarso, dove Zehra è stata rinchiusa per 2 anni, nove mesi e 22 giorni con l'accusa di propaganda terrorista per aver postato su Twitter un acquarello tratto da una fotografia scattata da un soldato turco. Questo disegno digitale mostrava la città di Nusaybin distrutta dall'esercito nazionale nel giugno 2016 con le bandiere issate e trionfanti, e i blindati trasformati in scorpioni.
Ad arricchire la mostra sono le parole del suo diario, scritto durante la sua prigionia: riflessioni in cui Zehra fa riferimento a diversi artisti che, nel corso della storia, hanno manifestato il proprio dissenso senza pagarne, almeno apparentemente, le conseguenze e a quegli artisti che invece si rifiutano di prendere una posizione.
Zehra Dogan è stata rilasciata il 24 febbraio 2019. La sua storia di artista dissidente ha da subito raccolto l'interesse e la solidarietà del mondo dell'arte internazionale, tanto che Ai Weiwei le ha scritto una lettera personale e, lo scorso anno, Banksy le ha dedicato il più ambito dei muri di Manhattan: il Bowery Wall, con un'opera che la raffigura dietro le sbarre, mentre impugna la sua arma più potente: una matita. In tutto questo periodo, l'artista non ha mai cessato la propria attività artistica e giornalistica, realizzando opere con materiale di recupero, collaborando con le compagne detenute nella costruzione di immagini e nella realizzazione di un giornale di bordo che documentasse la loro detenzione.
Attraverso questo percorso espositivo si vuole raccontare la condizione altrui attraverso l'immagine e la parola... Dalla carta di giornale alle stagnole dei pacchetti di sigarette, dagli indumenti di uso comune ai frammenti di tessuto: ne emerge una amplissima gamma di strumenti e materiali, spesso legata alle particolari contingenze entro le quali le opere hanno trovato vita. Qualunque elemento tratto dal quotidiano incorre nella creazione, come il caffè, gli alimenti, il sangue mestruale o i più tradizionali pastelli e inchiostri, quando reperibili. La mostra è resa possibile grazie all'impegno del web magazine "Kedistan" ("Il Paese dei gatti" in turco) che ha curato il salvataggio e il trasporto delle opere di Zehra Dogan dalla Turchia e che si occupa dell'archivio dell'artista; e di Associazione Mirada, partner del progetto.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 3 novembre 2019
Sono passati solo cinque mesi, ma sono bastati per passare dalle parole di un protocollo d'intesa ai fatti. Fatti veri e importanti. È partito infatti il 28 ottobre scorso alla Casa Circondariale di Roma Rebibbia il progetto di reinserimento sociale attraverso la formazione e il lavoro, frutto dell'intesa sottoscritta il 30 maggio scorso al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria fra Ministero della Giustizia-Dap ed ePrice Operations srl, società specializzata nella vendita online di tecnologia ed elettrodomestici.
L'idea era quella di avviare iniziative di lavoro all'interno degli istituti penitenziari con l'obiettivo di garantire percorsi formativi e professionalizzanti in favore della popolazione detenuta. Furono individuate due strutture, le case circondariali di Roma Rebibbia e Torino, scelte perché in grado di offrire alcune aree non utilizzate che per dimensioni potessero ospitare i magazzini e le attività lavorative previste dall'intesa.
Si è partiti nella Capitale con la formazione iniziale di tre detenuti, curata direttamente da ePrice, che al termine ha provveduto a regolarizzare la loro posizione lavorativa mediante assunzione come magazzinieri. E dal 28 ottobre scorso una parte dell'enorme capannone appositamente adibito per il progetto ha iniziato ad ospitare lo stoccaggio dei grandi elettrodomestici che saranno venduti sulla piattaforma online dell'azienda. Nei prossimi mesi è previsto il raddoppiamento della forza lavoro, con altri tre detenuti che verranno selezionati per essere avviati alla formazione e, successivamente, all'assunzione.
di Silvia Sanna
La Nuova Sardegna, 3 novembre 2019
Era un rumore cupo e lontano. Cadenzato, monotono. A Nuoro, tutti quelli che abitavano nelle basse case di via Roma, via Ferracciu e via Brofferio lo conoscevano molto bene. Lo si sentiva soprattutto nei giorni più freddi.
Arrivava da dietro le mura grigie del vecchio carcere ottocentesco e, anche se nessuno lo diceva, tutti sapevano che quello era il rumore dell'inverno e della sofferenza. A produrlo erano infatti i detenuti che correvano in tondo nel cortile della prigione, come dei dannati in un infernale girone dantesco. Fino a sfinirsi. Perché quello era l'unico modo per scaldarsi in un luogo di pena che rappresentava un'offesa alla dignità dell'uomo.
Così, quando alla fine degli anni Sessanta, nelle campagne di "Sa Terra Mala" fu costruito il nuovo carcere, tutti in città pensarono che quell'opera in qualche modo avrebbe saldato un debito di dolore col passato, facendo riconciliare Nuoro con la civiltà.
Il penitenziario di Badu e carros era stato infatti progettato e costruito per essere un reclusorio modello, seguendo i criteri di umanizzazione e di socializzazione che ispiravano la tanto attesa riforma carceraria, che in quegli anni difficili si stava faticosamente costruendo in Parlamento. Era un modello architettonico moderno, innovativo, modellato sulle esigenze del rispetto del detenuto e, quindi, dell'uomo.
Tanto che perfino uno dei più grandi urbanisti del mondo, Bruno Zevi, nel 1966 lo definì nella sua rivista "Architettura", un "modello straordinario da seguire ed imitare". Ma la storia, a volte, riserva un'ironia crudele. E così, infatti, quel modello che avrebbe dovuto cancellare la vergognosa memoria della "Rotonda" di via Roma, si trasformò in pochi anni in un nuovo inferno. Diventò addirittura uno dei simboli degli anni dell'emergenza, quando molti diritti e libertà personali furono sospesi, in nome della sicurezza sociale.
Badu e carros diventò uno dei centri strategici nella geografia della lotta dello Stato contro l'eversione. Negli anni Settanta, infatti, cominciò la lunga stagione della paura, nata dai sogni violenti di una generazione che voleva cambiare il mondo con le armi. Allora nessuno lo poteva immaginare, ma quella guerra tra le istituzioni repubblicane e il terrorismo era alimentata, e forse addirittura ispirata, da oscure trame atlantiche che solo oggi stanno emergendo, grazie al lavoro degli storici e delle commissioni parlamentari d'inchiesta.
Il massimo stratega dello Stato in questa guerra contro un nemico invisibile e sfuggente era il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Due erano i cardini sui quali il generale aveva impostato la propria azione: infiltrare i suoi uomini nella complessa e turbolenta galassia della sinistra extraparlamentare per arrivare fino al cuore delle Br e avere il controllo assoluto dei penitenziari.
Con il decreto ministeriale del 4 marzo 1977, che istituiva nella casa circondariale nuorese un braccio speciale, Badu e carros diventò così un carcere di massima sicurezza. Fu una sorta di colpo di mano: nessuna autorità locale, politica o giudiziaria, era stata consultata o semplicemente informata. La magistratura nuorese manifestò apertamente il proprio dissenso.
Le alchimie estreme che si potevano formare con la convivenza dei detenuti comuni e dei detenuti politici erano infatti considerate potenzialmente distruttive. Il procuratore della Repubblica Francesco Marcello lo disse esplicitamente nel convegno organizzato dalla Provincia subito dopo la rivolta avvenuta a Badu e carros alla fine del 1980.
La ribellione era stata guidata dai brigatisti Valerio Morucci, Alberto Franceschini, Mario Rossi e Roberto Ognibene. All'origine della clamorosa protesta, il rifiuto da parte dell'amministrazione penitenziaria di trasferire una cinquantina di detenuti, per avvicinarli alle loro famiglie. Approfittando di quelle ore confuse di rabbia e di tensione, all'interno del carcere si consumò un feroce regolamento di conti tra gruppi criminali e furono assassinati i camorristi Biagio Iaquinta e Francesco Zarrillo.
Lo Stato sembrò allora cedere e molti detenuti "politici" furono trasferiti. In realtà si trattò di un espediente, quasi di un inganno, per ristrutturare il braccio speciale e renderlo ancora più sicuro, più blindato. Dopo pochi mesi, i detenuti condannati per terrorismo furono tutti riportati a Nuoro. E con loro questa volta arrivarono anche molti "pezzi da 90" della criminalità. Badu e carros non era più "un braciere acceso", come aveva denunciato il procuratore Francesco Marcello, ma una polveriera pronta ad esplodere. In quel clima rovente il cappellano don Farris si arrese e rassegnò le dimissioni al vescovo.
Monsignor Giovanni Melis era un uomo di straordinario vigore. Da anni era in prima linea contro la violenza. Le sue armi erano la parola e la speranza, il suo campo di battaglia era la Barbagia, insanguinata dalle faide e dai regolamenti di conti, e umiliata e ferita dalla maledizione del sequestro di persona. Davanti alle bare dei morti ammazzati il vescovo non lanciava anatemi e non si perdeva in duri sermoni, ma seminava parole di pace e di riconciliazione. Testardo. Instancabile.
Era il simbolo di una Chiesa che era capace di vivere dentro la società barbaricina e le sue contraddizioni, e che non si stancava di lottare per arginare il vento dell'odio e le tempeste del sangue.
Ebbene, con le dimissioni di don Farris, monsignor Melis si trovò ad affrontare un problema molto spinoso. Nel clero nuorese, infatti, tutti avevano paura di calarsi in quell'abisso di dolore e di paura che era allora Badu e carros.
Poi seppe che in curia c'era un prete che aveva detto di non aver timore di affrontare quella sfida. Allora lo convocò per affidargli il ruolo di cappellano del carcere. Quel sacerdote era don Salvatore Bussu. Monsignor Melis in quel momento non poteva immaginare che, con quella scelta, avrebbe cambiato la storia carceraria italiana.
Salvatore Bussu era barbaricino di Ollolai. Uomo acuto e complesso, era un prete con la passione del giornalismo. Ma forse - come disse un suo amico - era un giornalista con la passione per il Vangelo e per i più deboli. Dirigeva il settimanale diocesano "l'Ortobene" che aveva trasformato in uno spazio prezioso per il dibattito politico e per l'analisi dei problemi sociali del centro Sardegna. Don Bussu era basso di statura, apparentemente fragile, con due occhi che le spesse lenti degli occhiali facevano sembrare enormi e quasi stupiti.
Ma dietro questa apparenza dimessa e mite c'era invece un uomo con una tempra d'acciaio che portava avanti le sue scelte di coerenza con incredibile tenacia. A Badu e carros entrò con discrezione, quasi in punta di piedi, il primo febbraio del 1981.
Due giorni dopo, la prima messa per i detenuti "comuni", i soli che potevano parteciparvi. Cominciò l'omelia con un brano della lettera di San Paolo agli ebrei: "Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere".
Il rapporto con i detenuti "politici" era invece inesistente. Loro ignoravano quel piccolo prete che cercava un dialogo con loro. E don Bussu rispettò quell'atteggiamento freddo, ma non ostile. Ma non si rassegnava a quel vuoto di parole, a quella impossibilità di confronto.
E allora il 4 febbraio 1982 scrisse loro una lettera dove, tra l'altro, diceva: "Non sono un uomo del potere, ma soltanto un amico e sacerdote di quel Gesù che è venuto al mondo a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi".
I brigatisti rossi non risposero, ma le parole di don Bussu provocarono al loro interno una discussione molto sofferta. E così, quando il cappellano del carcere chiese il 26 febbraio un incontro con uno dei leader delle Br, Mario Moretti, questi si presentò all'incontro. Così lo descrisse don Bussu: "Fisicamente non è un granché: stortignaccolo, con un viso triste come i suoi baffoni alla Stalin. Ma subito hai la sensazione di trovarti davanti a un uomo estremamente intelligente, razionale, duro".
Moretti era il terrorista considerato regista del sequestro-omicidio del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Il brigatista chiese al cappellano se sapesse per quanto tempo ancora sarebbero state applicate nei loro confronti le restrizioni previste dall'articolo 90 della legge penitenziaria del 1975. Ma don Bussu non poteva saperlo. Allora Moretti gli disse: "Se così ci vogliono fare morire, preferiamo morire a modo nostro".
Era un messaggio criptico, nel quale si intuiva una terribile minaccia. L'articolo 90, come disse don Bussu, "consentiva di chiudere ermeticamente il carcere, rimuovendo il detenuto dalla coscienza dei cittadini". In concreto, si traduceva nell'isolamento più completo del recluso, nell'impossibilità di ricevere pacchi dall'esterno, nei vetri divisori nei colloqui con i familiari e gli avvocati e nella riduzione delle ore d'aria al minimo. Una norma che veniva applicata con la massima discrezionalità del ministero di Grazia e Giustizia, quando ricorrevano "gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza".
Per il ministero a Badu e carros quelle condizioni di eccezionalità duravano da ben due anni. Erano cioè diventate la normalità. Le condizioni di vita imposte erano tanto dure che gli stessi tecnici del ministero chiamavano le sezioni speciali "i braccetti della morte".
Intanto la lettera con la quale don Salvatore Bussu aveva chiesto un dialogo con i terroristi non era piaciuta agli alti papaveri dell'amministrazione penitenziaria. Soprattutto il passaggio nel quale il cappellano aveva detto di non essere "un uomo del potere".
Così il debole filo che esisteva tra il prete e i terroristi fu reciso e per un anno e mezzo don Bussu non poté avere alcun contatto con i detenuti "politici". Poi, nel novembre del 1983, il convegno nazionale dei cappellani delle carceri italiane provocò un sisma morale e politico. Alla chiusura dei lavori, papa Giovanni Paolo II disse infatti: "L'uomo conserva integra la sua dignità di persona, che per natura sua è inalienabile, anche in stato di colpevolezza. Le restrizioni delle libertà personali trovano in quella dignità un limite invalicabile".
L'onda lunga del terremoto provocato dalle parole del Papa arrivò fino a Nuoro. Fin dentro il carcere di Badu e carros. Alberto Franceschini, fondatore delle Br insieme a Renato Curcio, e Franco Bonisoli chiesero di incontrare don Bussu, che era appena tornato dal convegno nazionale dei cappellani. Da dietro il vetro divisorio Franceschini disse parole gravi e sofferte: "In questa stagione la Chiesa è l'unica a fare discorsi di pace".
Due settimane dopo, don Bussu ricevette dal direttore del carcere le richieste di colloquio non solo dei brigatisti Franceschini e Bonisoli, ma anche di Roberto Ognibene, Luca Nicolotti, Massimo Gidoni, Rocco Micaletto, Claudio Pavese e Nicola Pellecchia. Dopo aver detto al cappellano che alcuni di loro avevano iniziato lo sciopero della fame per protestare contro le loro condizioni di detenzione, consegnarono una lunga lettera nella quale spiegavano le ragioni della loro scelta.
Tra le altre cose si leggeva: "... ci sottraggono ogni giorno gocce di vita, distruggendo scientificamente non solo ogni nostro rapporto sociale, ma anche ogni possibilità di ricostruirlo, con l'ambizione infine di distruggerci anche la speranza".
I brigatisti rossi ormai vedevano quel piccolo prete come l'unico legame possibile con il mondo esterno, l'unica possibilità di avere una voce. Don Bussu li supplicò di desistere dal loro progetto che li avrebbe potuti portare fino alla morte. La protesta dei brigatisti continuava nel più completo silenzio. Perché nulla filtrava dal bunker grigio alla periferia di Nuoro. Erano in sette ad alimentarsi solo con una tazza di latte zuccherato al giorno.
Alla vigilia di Natale cinque detenuti cominciarono lo sciopero totale. Disperato, don Bussu chiese al vescovo di intervenire, di convincerli a desistere dalla loro azione. E monsignor Melis andò a Badu e carros, dove ebbe un lungo colloquio con Franceschini. Ma il brigatista fu irremovibile: "Andiamo avanti, fino alla fine". Monsignor Melis, per sottolineare il dissenso della Chiesa rispetto all'atteggiamento disumano del ministero, si rifiutò di celebrare la messa in carcere, affidando questo compito proprio a don Bussu.
Cioè al prete che si batteva per riportare umanità tra le mura grigie di Badu e carros. Il pomeriggio di Natale fu per don Bussu un pomeriggio di angoscia. Alla fine prese la decisione: interrompere il suo servizio di cappellano fino a quando non fossero cambiate le condizioni di vita anche nel braccio speciale del carcere.
Era il suo regalo di Natale per i digiunatori. Donava loro il suo dolore, la sua solidarietà di uomo e il suo spirito evangelico di prete. Scrisse una lettera al vescovo nella quale spiegava le sue ragioni e raccontava la sua sofferenza. Una copia fu consegnata al direttore del carcere, una ai brigatisti che facevano lo sciopero della fame e una all'Ansa. Per rompere il muro di silenzio. "Sperando che i sette detenuti si ricredano e riprendano a nutrirsi - si legge nella lettera - la prego di voler capire il mio atteggiamento che non è di disobbedienza nei suoi riguardi, ma di rispetto alla coscienza di sacerdote che si ribella ad ogni forma di violenza.
Perché se da una parte c'è stato un terrorismo delle Brigate Rosse - e lei sa quanto l'ho sempre condannato nel nostro settimanale che dirigo - dall'altra parte, oggi, per reazione c'è purtroppo un terrorismo di Stato meno appariscente e più scientifico, ma non per questo meno condannabile".
La lettera di don Bussu deflagrò sulle pagine di tutti i giornali e nelle televisioni, creando una bufera politica. Il ministro democristiano Mino Martinazzoli fu costretto a revocare l'applicazione dell'articolo 90 a Badu e carros e ad attenuare le restrizioni per i detenuti "politici". Fu l'inizio di un lungo cammino di conciliazione, che portò il Paese fuori dagli "anni di piombo" e consentì la riforma carceraria proposta dal senatore Mario Gozzini. Tutto questo forse non sarebbe accaduto senza un piccolo prete nuorese con due occhi che le spesse lenti degli occhiali facevano sembrare enormi.
di Pina Ferro
cronachesalerno.it, 3 novembre 2019
"Diritto alla verità e deontologia: dalla strage di via D'Amelio al giustizialismo mediatico. È il tema che sarà affrontato il prossimo 7 novembre (ore 15) nel Salone dei Marmi di Palazzo di Città a Salerno. A discutere dell'argomento sarà Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo Borsellino trucidato assassinato insieme agli agenti della sua scorta in via D'Amelio nel 1992. Ad organizzare la tavola rotonda è l'associazione Nova Juris - Associazione Italiana per la Costituzione e la buona Giustizia, presieduto dall'avvocato Luca Monaco, insieme all' Ordine dei Giornalisti della Campania.
Avvocato Monaco, come nasce l'idea di questo convegno?
"Innanzitutto vorrei sottolineare che questo convegno, che si inserisce nell' ormai tradizionale calendario di incontri formativi e giuridico-culturali della nostra associazione, è espressione di una bella sinergia creatasi con l' Ordine Regionale dei Giornalisti e con Assostampa Campania - Valle del Sarno, co-organizzatori dell'evento, a cui rivolgo i miei ringraziamenti. Ma un pensiero speciale va anche a Viridiana Salerno, componente del Direttivo di Nova Juris, che ha reso possibile l'organizzazione dell'evento con il suo silenzioso, paziente, impegnativo e costante lavoro"
Perché la scelta di invitare Fiammetta Borsellino?
"La presenza di Fiammetta Borsellino è un valore aggiunto. È una donna estremamente coraggiosa che, con grinta e determinazione, ma anche con tanta razionalità, non sempre scontata quando vi è alla base un grande dolore come il suo, combatte per il suo diritto alla verità, che è il diritto di tutta l'Italia. L'incontro sarà anche l'occasione per parlare di giustizialismo mediatico, di populismo penale, del rapporto complesso tra mezzi di informazione e Giustizia
Oltre alla Borsellino sono previsti altri relatori importanti?
"Ci sarà l'avvocato Carlo Taormina, a cui siamo ormai legati da un rapporto vicendevole e duraturo di stima. Inoltre il vice presidente dell' Ordine degli Avvocati di Salerno, Cecchino Cacciatore, la cui spiccata sensibilità liberale e garantista è nota. Il presidente dell'Ordine Regionale dei Giornalisti, Ottavio Lucarelli, il giudice presso la Corte di Appello di Salerno, Diego Cavaliero, che è stato allievo di Paolo Borsellino. Con lui ricorderemo la sua figura di uomo e di magistrato. Gli avvocati Antonella Mastrolia e Giovanna Sica, due componenti del nostro Consiglio direttivo. E poi l'avvocato Patrizio Rovelli del Foro di Cagliari, presidente dell' Osservatorio per la Giustizia, con cui Nova Juris ha instaurato un proficuo gemellaggio. E ancora il Giornalista Rai Michele Giordano"
Prima faceva cenno al giustizialismo mediatico e al populismo penale. Perché?
"Parto dal presupposto che il giustizialismo è insito nella natura umana. La tendenza alla individuazione sommaria di un colpevole, al pregiudizio, talvolta al moralismo, alla gogna, al concetto di pena esemplare e persino alla vendetta, trascendono i diversi substrati socio-culturali e tendono da sempre a permeare nella nozione e nell' idea comune di giustizia "ideale". Esistono, tuttavia, dei momenti storici, come quello che stiamo attraversando, in cui, a causa della concomitanza di diverse congiunture negative (ad esempio, la crisi economica, il senso di insicurezza, la disoccupazione e le frustrazioni che ne derivano) la cultura illiberale e giustizialista diventa addirittura preponderante nella società. In tal senso informazione e politica hanno precise e gravi responsabilità perché, direttamente o indirettamente, spesso a fini propagandistici, finiscono per sobillare il furore giustizialista che si è diffuso in larga parte dell'opinione pubblica. Per questo motivo è importante soffermarci tutti a riflettere e a interrogarci: noi avvocati, i magistrati, i giornalisti, i politici. Ma, soprattutto, è imprescindibile sensibilizzare i cittadini alle ragioni della cultura garantista e liberale sottesa ad alcuni principi cardine della nostra Costituzione; principi che da un po' di tempo vengono addirittura messi in discussione, quando non demonizzati, e dei quali si rischia di dimenticarne la rilevanza salvifica per la tenuta delle stesse Istituzioni democratiche".
Non è la prima volta che Nova Juris opera in sinergia con altre categorie professionali. E nel suo ambito, l' avvocatura, come si pone?
"Come sempre, con spirito di collaborazione, sia con le rappresentanze istituzionali, dunque con l' Ordine in primis, che con le altre associazioni come, tra le altre, la Camera Penale. Direi che è una vocazione insita nel Dna di Nova Juris che, oltretutto, presenta alcune sue specificità genetiche che la rendono complementare, non competitiva, con le altre realtà associative. D'altra parte, considero l'Avvocatura salernitana, nel suo complesso, una grande famiglia, la cui forza deve essere l'unità di intenti per la salvaguardia dei diritti dei cittadini, del diritto di difesa e delle rilevanti prerogative a essa assegnate. Ciò, soprattutto in questo difficile momento storico per la nostra professione e per la Giustizia".
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 3 novembre 2019
Capita ormai ogni giorno di dovere sottostare ai comportamenti offensivi, aggressivi, illegali, talora violenti, di troppi nostri concittadini. Non si tratta solo di Roma. Della Roma criminale che ha visto l'ennesimo omicidio per una storia di droga. È un clima generale quello che ormai in Italia rende sempre più difficile per tutti affrontare la fatica della vita quotidiana.
Sempre di più, infatti, capita ogni giorno di dover sottostare ai comportamenti offensivi, aggressivi, illegali, talora violenti, di troppi nostri concittadini. Specie nei centri urbani e nelle grandi città siamo circondati da persone che sui mezzi pubblici, sui treni, si abbandonano a comportamenti incivili e arroganti, si divertono a danneggiare sedili, panchine, cassonetti e cestini dei rifiuti, cartelli stradali e quant'altro, a scrivere sui muri qualunque cosa, a sporcare parchi e strade; che negli alloggi in specie dell'edilizia popolare se ne infischiano di qualsiasi regola; che la sera schiamazzano fino a tardi nei luoghi della movida, che addirittura non esitano a fare i loro bisogni in pubblico. Siamo alle prese in ogni momento con automobilisti e motociclisti che soprattutto la sera passano ai semafori con il rosso, rompono i timpani con le loro sgassate e accelerazioni repentine o con le loro autoradio a tutto volume: e anche loro come tutti gli altri, se qualcuno osa protestare non ci pensano un secondo ad aggredirlo minacciando di passare alle vie di fatto. Si aggiungono le molte periferie dove in pratica la sera scatta il coprifuoco, dove specie per le donne è un rischio avventurarsi a piedi.
Ancora: intere zone delle città sequestrate dallo spaccio a causa di quell'uso ormai di massa delle sostanze stupefacenti denunciato qualche giorno fa da Antonio Polito proprio sul Corriere(8 milioni di consumatori!), per finire gli atti più o meno gravi ma innumerevoli di bullismo spicciolo, i mille disgusti e irritazioni frutto della micro violenza diffusa dovunque. Insomma qui da noi la vita sociale moderna - che anche se accresce la solitudine reale degli individui tuttavia moltiplica i contatti interpersonali - rende sempre più evidente un dato: la maleducazione diffusa, l'istinto di sopraffazione, il disprezzo delle regole, che sembrano ormai radicati e quasi congeniti in Italia. Non a caso molti studiosi parlano di un deficit storico nella Penisola di "disciplinamento sociale", cioè di quel processo storico che - grazie soprattutto all'azione delle Chiese e dello Stato assoluto - ha fatto sì che all'inizio dell'età moderna, tra '5 e '600, cominciasse a svilupparsi nelle masse una capacità di autoregolazione dei propri comportamenti in obbedienza a norme imposte dall'alto per esigenze di ordine e di convivenza, di un minimo di disciplinamento dei rapporti sociali e dei costumi. In Italia, però, tale processo, per ragioni che qui è inutile indagare, ha avuto una portata debole e limitata. Siamo rimasti una popolazione tra le più ineducate del continente, con una scarsa propensione alla civile convivenza, al rispetto verso gli altri. In generale con un'ancora più scarsa attitudine ad obbedire alle regole e ai comandi dell'autorità. È il noto anarchismo del carattere italiano, si dice, quasi a mo' di giustificazione. Ma non è così: si tratta piuttosto di sciatto menefreghismo e d'indifferenza sprezzante, d' incapacità di rinunciare al gesto violento e all'intimidazione non appena si capisca che ce lo si può permettere.
Non appena si capisca cioè che non si rischia nulla. Questo è il punto decisivo. Storicamente infatti il disciplinamento sociale di cui sto parlando è stato anche il prodotto di un sistema di sanzioni, spesso anche assai dure. Oggi quell'antico sistema è stato ovviamente cancellato, ma non è scomparso, anzi si è in un certo senso di molto accresciuto il bisogno di regole di convivenza e dei modi di farle rispettare. È vero, formalmente un sistema di sanzioni esiste anche oggi, ma esso scatta solo quando si arriva a fattispecie di reato particolarmente gravi. Di fatto, chi imbratta un muro o urina all'angolo di una strada, chi danneggia una panchina o tiene un'autoradio a un volume assordante, chi minaccia di aggredire lo sventurato che in una di queste occasioni osa protestare, è sicuro della più assoluta impunità. Non solo ma anche quando si arriva alla sanzione, questa o è di natura pecuniaria e finisce virtualmente in un niente, ovvero si risolve in una condanna penale che grazie ai tre gradi di giudizio, alla prescrizione, alla virtuale assenza di detenzione fino a quattro anni, fa in pratica la stessa fine. È giusto? È giusto, soprattutto, mi chiedo, che a subire le conseguenze di tutto questo siano soprattutto le fasce più deboli della popolazione, le donne e le persone anziane, chi vive nelle periferie o è più a contatto con situazioni di degrado?
Per tutta una serie di comportamenti diciamo così asociali, di violenza minuta ma di forte impatto anche emotivo sulla qualità della vita quotidiana, un legislatore intelligente avrebbe da tempo pensato a un sistema sanzionatorio specifico, diverso e più efficace rispetto a quello generale vigente per le violazioni della legge più gravi. E se del caso avrebbe anche pensato a proporre i necessari cambiamenti del dettato costituzionale (ricordo che ne sono stati introdotti a decine). Avrebbe insomma fatto qualcosa invece dell'inerzia che domina sovrana.
Un'inerzia e un'indifferenza che non riguardano solo i legislatori in senso stretto, vale a dire i politici. Infatti sollevare questi problemi - che, ripeto, sono i problemi che milioni d'italiani avvertono quotidianamente con maggiore angustia - produce abitualmente in tutta la classe dirigente del Paese, a cominciare dai soloni accreditati del discorso pubblico, dai padroni dei talk show che vanno per la maggiore e dagli intellettuali pensosi della sorte della democrazia, l'unico effetto di un'alzata di spalle o nel caso migliore di una sorta di benevolo cenno di consenso destinato a lasciare invariabilmente il tempo che trova. Non ci si rende conto che però così facendo si scherza davvero con il fuoco, che la richiesta di vivere in pace e al riparo dalla prepotenza, non è una richiesta "securitaria", non è l'anticamera di alcuna "onda nera". Che semmai proprio non facendo nulla si lascia tutta questa materia infiammabile a disposizione della demagogia e delle sue pericolose tentazioni. Non sarebbe in fin dei conti un ottimo antidoto al deprecato populismo decidere di occuparsi un po'di meno delle battute di Renzi e delle felpe di Salvini e un po' di più del popolo?
di Roberto Cagliero
Ristretti Orizzonti, 3 novembre 2019
Si è svolto il 26 ottobre scorso al centro Yoga Benessere Adi Shakti di Verona, un incontro per insegnanti di Kundalini Yoga che intendano fare richiesta di insegnare in carcere. Teniamo corsi al maschile e al femminile del carcere di Verona. Abbiamo affrontato in 3 ore di lavoro varie specificità della pratica yogica in carcere, da aspetti pratici all'effetto di yoga e meditazione su soggetti reclusi e traumatizzati. L'augurio è che si tratti di un preambolo all'apertura di nuovi corsi in vari istituti di pena italiani. Hanno partecipato insegnanti da Biella, Gorizia, Torino, Udine e Verona.
di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2019
Il razzismo è un disturbo della personalità. Tende a manifestarsi in una serie di comportamenti socialmente pericolosi, a differenza di disturbi altrettanto gravi come la depressione o la schizofrenia o la perdita di identità. Il razzista si sveglia con il tormento di un pericolo che richiede prontezza e astuzia, la presenza di qualcuno che crede di essere come te o superiore a te e invece è inferiore. Il razzista ha le prove. È inferiore perché non è della tua razza.
Però si ostina ad avere i tuoi stessi diritti o si mette, per qualche ragione, più avanti, vantando ragioni che non ha perché non è della tua razza. Razza è la visione distorta della vita che fa del razzista un malato in quanto altera tutti i suoi comportamenti, fino alla violenza.
È sincero un razzista quando dice (come le donne di Casal Bruciato, che hanno appena cacciato famiglie di rom, assegnatarie legali di case popolari) che non hanno agito per razzismo, ma per la giusta ragione che i cacciati sono rom. Tipico della malattia detta razzismo è che il paziente vede la ragione del suo comportamento negli evidenti fatti intorno a lui, non nei suoi sentimenti o pensieri.
E infatti se fate il giro del Senato italiano e chiedete a tutti coloro che non hanno voluto votare per la "Commissione Segre" contro il razzismo (circa la metà dei senatori italiani) perché lo hanno fatto, avrete due risposte da ognuno.
Una è costruita nascondendo la ragione sotto le mentite spoglie della "libertà di opinione" (non si capisce perché certi inquisiti non abbiano potuto usare la stessa ragione per liberarsi dalla pesante accusa di mafia). L'altra è sempre: io non sono razzista, che, come ho detto, è una risposta sincera perché fa parte della malattia. Aiuta, sia pure in modo rudimentale, una celebre battuta del teatro di varietà anni Cinquanta: "Io razzista? Ma se è lui che è negro!".
A quel tempo tutti ridevano. Adesso è la sola spiegazione di ciò che è avvenuto in Senato. Liliana Segre è ebrea, dunque non è dei nostri ed è una minaccia. Che cosa fanno gli ebrei, oltre che controllare le ricchezze e i media del mondo? Alterano le opinioni, cambiano le carte in tavola, nascondono i fatti veri per convenienza loro.
Uno per uno, tutti gli appartenenti alla destra italiana, dalla più moderata alla più estrema (con l'eccezione di Mara Carfagna e Renato Brunetta), hanno detto no, chi con diffidenza, chi con sdegno, alla mite e civile proposta Segre, una commissione per parlare e spiegare. L'apparente errore di Liliana Segre, che cerca attentamente di stare lontana dal precipizio del razzismo quando diventa follia, lei che è una Anna Frank sopravvissuta, è stato di cercare di allontanare dagli aspetti peggiori del male razzismo almeno alcuni dei suoi colleghi "di destra" al Senato.
Ho detto errore apparente perché la senatrice Segre vive l'onore che ha ricevuto e il lavoro al Senato non come un compenso ma come un dovere, con un tono calmo e severo che rivela la chiara visione dei fatti. Il razzismo è sempre fascista. Il fascismo è sempre razzista. La Repubblica, che pure è nata dalla liberazione di Auschwitz e dalla Resistenza, adesso è retta dal motto infantile e umiliante "Prima gli italiani", che vuol dire niente merito, niente regole, niente garanzie, niente diritti, tutto spetta solo alla razza giusta.
Diventare "razza" per un Paese che, a parte il vergognoso periodo fascista, ha sempre cercato, spesso con successo, di essere prima con la sua creatività e il suo lavoro, vuol dire diventare Orbán e, alla fine, diventare Eichmann, cioè impiegati dei porti chiusi e dei centralini di Stato che non rispondono alle chiamate di aiuto. Ora sappiamo che tanti, anche in Senato, hanno capito la rotta, e lo dimostra la scrupolosa obbedienza razzista per ogni voto sull'immigrazione.
Altri sentono il bisogno di non essere sgraditi al Sultano di Papeete. E il sultano di Papeete ha gridato "è tornata la pacchia" (per dire "sono tornati Soros, gli ebrei e la sostituzione dei popoli secondo il noto complotto") quando è sbarcata una nave di donne e bambini scampati alla Libia e al mare dopo 12 giorni di attesa. Evidentemente, una volta imboccata la strada del razzismo secondo Borghezio e Gentilini, il percorso non cambia.
A suo tempo la Lega ha piegato i primi alleati a chiudere i porti obbedendo agli umori vendicativi di Salvini. Al Senato si sono portati via, soprattutto nella tetra forma del silenzio, nella astensione, nel rifiuto di applausi, la larga parte di coloro che sentono il fascismo alla porta, si sono presi il trans-partito di coloro che fiutano il vento (altrimenti il sindaco di Ascoli Piceno, di Fratelli d'Italia, non avrebbe pubblicamente festeggiato, insieme ai camerati e alla tv locale, l'anniversario della marcia su Roma).
Altrimenti non si lancerebbero insulti in aula al deputato Fiano, figlio di un sopravvissuto di Auschwitz ("S io ni sta !"). In questa nuova Italia allo sbando, molti, anche in Senato, ci tengono a mostrarsi pronti per un futuro di "maschia volontà" (dall'inno fascista Fuoco di Vesta).
di Guido Scorza
L'Espresso, 3 novembre 2019
Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito. Dice così un vecchio proverbio cinese che pare suggerire la lezione migliore della quale far tesoro nell'affrontare la questione dell'online hate-speech ritornata alla ribalta politica e mediatica nelle ultime settimane. E il dito, in questa vicenda e il web mentre la luna è la nostra società, la sub cultura dell'odio, del razzismo, dell'antisemitismo che vi cova da sempre e che, sempre più di frequente, si riaccende dando fuoco a ceneri mai spente del tutto per davvero.
La rappresentazione più plastica si è avuta l'altro giorno nel Senato della Repubblica, nell'Aula di Palazzo Madama, quella che dovrebbe essere la culla della cultura civile e giuridica nazionale: 98 Senatori della Repubblica che prima si astengono dal votare la mozione - prima firmataria la Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta di Auschwitz - con la quale si proponeva l'istituzione di una commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza e poi rincarano la dose restando seduti mentre, approvata, comunque, a maggioranza la mozione, il resto dell'emiciclo si alza a applaudire la Senatrice Segre per il successo della sua iniziativa e, ancor di più, in segno di solidarietà per l'odio e la violenza antisemita dei quali è vittima da quando aveva tredici anni offline prima e online poi.
E diciamolo subito perché la verità è uno dei migliori antidoti a gran parte dei mali della società, parole d'odio incluse: in quella mozione non c'è una sola parola, una sola frase, una sola virgola, un solo principio, niente di niente che possa seriamente non essere condiviso da chiunque si auguri per la società un futuro migliore del passato.
La mozione in questione non è una legge che stabilisca questa o quella regola suscettibile di incontrare il favore di alcuni e lo scontento o le perplessità di altri ma semplicemente l'impegno del Senato della Repubblica a osservare, studiare, affrontare fenomeni dilaganti come l'intolleranza, il razzismo, l'antisemitismo e l'istigazione all'odio e, naturalmente a cercare e proporre soluzioni facendo quello che, mozione o non mozione, è il dovere del Senato come di ogni altra Istituzione repubblicana.
Ma allora perché quasi cento Senatori della Repubblica hanno scelto di non votarla? E perché hanno scelto di restare seduti, con un gesto, almeno, di evidente sgarbo istituzionale davanti a una Signora novantenne, Senatrice a vita della Repubblica, mentre i loro colleghi si alzavano a applaudirla?
Le spiegazioni che scoppiata la polemica Matteo Salvini e Giorgia Meloni si sono affrettati a proporre lasciano basiti: il primo ha evocato il rischio che la mozione possa dar luogo - non è chiaro come e perché - a scenari di sorveglianza di massa di orwelliana memoria mentre la seconda ha chiamato la Segre cercando di spiegarle che il suo no sarebbe stato dettato dall'amore per la famiglia.
La verità, probabilmente, sta nelle ultime righe della mozione, quelle nelle quali si stabilisce che "la Commissione può segnalare agli organi di stampa ed ai gestori dei siti internet casi di fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l'etnia, la religione, la provenienza, l'orientamento sessuale, l'identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche, richiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti ovvero la loro deindicizzazione dai motori di ricerca".
Probabilmente chi si è astenuto dal votare la mozione, chi si è sottratto al tributo a Liliana Segre ha paura che, domani, la Commissione potrebbe chiedere a Facebook o Twitter di rimuovere un proprio contenuto o a Google di disindicizzarlo spuntando la propria azione politica di quella che è, drammaticamente, divenuta un'arma di propaganda e affermazione politica irrinunciabile perché facendo leva sugli istinti e sulle pulsioni, sulle paure più becere, primordiali, animali degli uomini produce consensi, riempie spiagge, piazze e sottopalchi e garantisce a qualcuno quella popolarità purtroppo capace di schiudere la porta dei Palazzi delle Istituzioni repubblicane hackerando la democrazia che di certi anti-valori è nemica giurata e fragile vittima predestinata.
Eccola la drammatica verità, eccolo quel dito fissato da tanti stolti al posto della luna. Il problema non sta nel web - o, almeno, non nasce nel web, nei social, nelle chat - ma nella nostra società, nel Senato della Repubblica, nel cuore pulsante della nostra democrazia, nel quale è accaduto sia entrato chi dell'odio online ha fatto un modello di business politico, chi istigando gli odiatori a odiare di più ha conquistato seggi in Parlamento, chi non crede davvero che combattere quel fenomeno sia una questione di democrazia.
E, allora, se vogliamo davvero dichiarare guerra all'odio online, dobbiamo farla finita di fissare il dito e guardare al web e iniziare a guardare alla luna e alla nostra società perché solo cultura e educazione al rispetto reciproco e delle diversità possono debellare un male del quale il web è ripetitore, amplificatore e megafono quasi meccanico, automatico, passivo. Altro che identificare gli utenti dei social network prima di lasciarli parlare online, bisognerebbe identificare uno per uno i Senatori che si sono astenuti dal votare la mozione della Segre e disporre per loro un Daspo, un bando, un ostracismo da tutte le Istituzioni repubblicane fino a quando non abbiano completato un corso - anche breve - di educazione civica e diritti fondamentali dell'uomo.
recensione di Francesca de Carolis
remocontro.it, 3 novembre 2019
I gesti e le parole del nostro razzismo quotidiano. Davanti alle tragedie dell'oggi, un invito a riconoscere il razzismo che serpeggia nell'uso degradato delle parole di tutti i giorni, e che pure contribuisce a produrle, quelle tragedie. Perché le parole possono uccidere. Ritrovando due libri, "Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono", di Giuseppe Faso, e "Sulla lingua del tempo presente", di Gustavo Zagrebelsky.
"Non ha ottenuto l'unanimità la mozione per istituire una commissione straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo, proposta da Liliana Segre. Il centrodestra si è astenuto. E quando i senatori si sono alzati in piedi per omaggiare con un applauso la senatrice a vita, quelli del centrodestra sono rimasti seduti senza applaudire". Leggo su un quotidiano... ma ancora di più inquietano le immagini di quei nostri rappresentanti, seduti, al margine destro, in una calma indifferente che sa di ostilità. E diventa insulto un gesto in sé innocuo come lo stare seduti e in silenzio.
E ancora di più suonano come insulti le "innocenti" parole che sono seguite, sui perché e sui distinguo. E cos'è razzismo, e cos'è un'opinione, e quel "prima gli italiani", ad esempio.
I gesti e le parole... bisognerebbe maneggiare gli uni e le altre con più cautela. Che dire dei crocefissi usati (condivido l'espressione di Michela Murgia) facendo riferimento a "dei marcatori culturali" usati "come corpi contundenti". A questo proposito propongo, per ridare a Cristo quel che è di Cristo, un'attenta e onesta rilettura dei Vangeli. Mentre per tornare ad un uso più accurato delle parole, suggerisco la lettura incrociata di due libri nei quali mi sono imbattuta qualche tempo fa, quanto mai attuali.
Ospite, secondo uso - Il primo libro: "Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono" (ed. Derive/approdi) di Giuseppe Faso, che è insegnante e, fra le varie cose, ha coordinato il centro Interculturale Empolese-Valdelsa, e molto ha partecipato a esperienze associative con lavoratori immigrati. Ce ne snocciola un po', Faso, di parole tanto scontate da sembrare banali, persino, nell'ovvio incedere del nostro parlare quotidiano, ma che compongono il dizionario che pure rivela tanto nostro razzismo. E non stiamo parlando della volgarità del razzismo esplicito e cattivo. Ma di qualcosa di più profondo, sottile, più pericoloso perché tutti ci pervade. Stiamo parlando del razzismo "democratico", raffinato, di noi persone educate, colte, intellettuali magari.
Una parola scelta, non a caso, dal libro di Giuseppe Faso: "ospite". Quanto distorta, svilita, infangata, negli ultimi tempi. È parola nata buona, accogliente come lo sono le porte spalancate. Sa di abbracci, rispetto e condivisione. Sa di antica cortesia e di buone usanze. L'ospite è sacro, ci hanno insegnato fin da piccoli, agli uomini e agli dei.
L'uso degradato delle parole - Eppure... "Se ne consideri l'uso degradato", ci dice Giuseppe Faso, che tanto per cominciare cita un ricorso della Procura di Firenze nei confronti di un cittadino straniero colpevole di non essersi presentato in Questura, dove era stato convocato, perché la convocazione non era tradotta nella sua lingua. Ecco: "Non si può piegare l'autorità del nostro Stato e la cultura millenaria che ci appartiene alle esigenze di immigrati stranieri in larga misura entrati in origine irregolarmente e che invece (...) devono sottostare, quali ospiti, alle regole e agli usi adottati e rispettati dal padrone di casa".
Ed ecco che una parola nata buona come il pane, "ospite", carica della sacralità di gesti che hanno segnato la nostra civiltà, viene impiegata per negare il principio stesso dell'ospitalità.
Quest'idea degradata dell'ospite rimbalza oggi un po' dappertutto, e più che d'accoglienza ha il sapore della definizione di limiti e confini, se non del "respingimento" (parola orribile che fa ormai parte del nostro lessico). E non vi sto a dire dei proclami di certa politica molto in linea con il tono del testo del ricorso citato. Il diavolo, si sa, s'insinua nei dettagli. Pensate un po', mi sono imbattuta nel dettaglio di una targhetta, di quelle che si appendono agli ingressi delle case, che accanto al profilo di un simpatico cagnolino recita: "Ricorda, quando vieni a casa mia, che il mio cane vive qui. Tu sei solo un ospite". E viene anche da sorridere magari.
Migrante=clandestino, zingara=ladra - L'elenco di parole degradate che Giuseppe Faso ha da tempo scovato è ben lungo: altro, apprendimento, sicurezza, badante, legge, cibo, ripulire, bivacco, decoro, dato di fatto. Le parole non sono innocenti, dipende dall'uso che se ne fa. Provate a pensarci voi, e se non riuscite a "vedere" il senso deviato di queste parole che pure tutti i giorni pronunciamo, andate a consultare il "Lessico del razzismo democratico" che, catalogando questi e altri termini, ci inchioda alle nostre responsabilità. Puntando il dito contro la pigrizia (e la malafede) di chi finge di spiegare realtà complesse con semplificazione di pensiero e di linguaggio, e ce ne spiega, di queste parole e semplificazioni, l'uso strumentale e demagogico. Così che alla fine per tutti, sotto sotto, chi migra è sempre un clandestino, chi è clandestino è un terrorista, una zingara è sempre una ladra... e le parole diventano proiettili che possono uccidere, come spiegava un'efficace campagna sociale di qualche anno fa.
Il secondo libro: "Sulla lingua del tempo presente", prezioso lavoro di Gustavo Zagrebelsky. Bella riflessione sui luoghi comuni linguistici la cui continua ripetizione è segno di una malattia degenerativa della vita pubblica, che si esprime in un linguaggio stereotipato e kitsch, proprio per questo largamente diffuso e accolto".
Prima gli italiani - Una parola per tutte. "Italiani". Dovrebbe parlare di unione e fratellanza, rimando a un inno alle cui note riusciamo persino a commuoverci (finanche se solo prima del fischio d'inizio di una tenzone su un campo di calcio!), rimando alla storia che l'Italia fece... eppure "è diventata parte di un lessico dell'ostilità". Parola corrotta, dice Zagrebelsky, dal momento in cui un partito è stato definito dal suo capo "partito degli italiani" (partito è per definizione parte, gli italiani dovrebbero essere il tutto), e oggi siamo a quel "prima gli italiani" che sa di esclusione, respingimenti e morti, su frontiere d'acqua o di terra che siano.
Italiani. Ospiti. Due parole che saldandosi insieme, nel loro degradato uso, chiudono il cerchio del nostro distorto orizzonte. Svuotate del loro senso e riempite di veleni, diventano tarli, che polverizzano l'anima della nostra civiltà. Bisognerebbe pensarci, prima di democraticamente commuoverci davanti alle tragedie che anche il nostro colto e composto razzismo contribuisce a produrre...
di Gennaro Migliore
Il Riformista, 3 novembre 2019
Oggi si rinnova automaticamente il memorandum di intesa tra Italia e Libia. Nonostante diverse iniziative che hanno coinvolto parlamentari della maggioranza, nonostante la risposta del governo all'ultimo question time su questo argomento, l'automatico rinnovo non può che essere una sconfitta per chi ritiene, come il sottoscritto, che quella intesa vada radicalmente modificata. Non è una sconfitta irrimediabile.
Nel corso di questi mesi si è aperto un dibattito che ha positivamente rimesso al centro le condizioni di vita dei migranti detenuti nei campi, piuttosto che i rapporti con un governo debole e condizionato da milizie non controllabili, come quello di Serraji. Questa discussione, alimentata anche da inchieste giornalistiche che hanno svelato la vera natura di chi aveva il controllo della guardia costiera libica, e che oggi torna ad averlo, come quel Bijia, indicato da ogni organismo internazionale come un vero e proprio tagliagole, ha consentito di rimettere in discussione quello che sembrava il caposaldo dell'intera politica estera italiana verso il Nord Africa. Si tratta di comprendere quanto siano modificate le condizioni di un Paese che dall'aprile scorso è in una guerra conclamata. Si tratta di interpretare alla luce delle notizie che, sempre più numerose, siamo in grado di ottenere, quale sia il reale interesse del nostro Paese e quali siano gli obblighi etici e politici che abbiamo nei confronti di chi in questo momento sta rischiando la vita, o perché torturato in un campo o perché sta tentando di attraversare il Canale di Sicilia con mezzi di fortuna. Il ministro Di Maio ha dichiarato una disponibilità alla modifica dell'accordo, ma il tempo delle frasi generiche e degli impegni scritto sull'acqua è finito.
Non ci basta più una semplice dichiarazione di principio. Abbiamo estrema necessità di affrontare con urgenza il tema principale: quello dello svuotamento dei campi di detenzione. Per fare ciò tutta la maggioranza attuale dovrà superare ogni imbarazzo nei confronti di una possibile reazione della retorica salviniana. La discontinuità con il governo giallo verde non può che essere basata su una serie di scelte, a cominciare anche dalla cancellazione delle norme più intollerabili dei decreti sicurezza, che possano determinare un avanzamento della qualità civile del nostro paese. Italia Viva è stata fin dall'inizio, con i suoi rappresentanti, impegnata sul versante della modifica radicale degli accordi. Il primo risultato si ottenne quando ancora Italia Viva non esisteva, con il voto compatto di tutto il Partito Democratico, non senza una discussione all'epoca lacerante all"interno di quel partito, per il non rifinanziamento delle motovedette assegnate alla guardia costiera libica. Del resto non si comprende come non sia arrivato il momento di realizzare una nuova intesa trasparente, senza clausole segrete, senza nessun finanziamento nei confronti di bande che proseguono, indisturbate, a fare affari sulla pelle dei migranti. Il Parlamento, i cittadini italiani, hanno il diritto barra dovere di determinare l'indirizzo della politica estera del nostro Paese. Nel rispetto della nostra legge suprema, la Costituzione, e facendosi interprete di un impegno che supera ogni altro: la tutela imprescindibile dei diritti umani.
- Droghe. I medici: "Emergenza neonati in crisi di astinenza"
- Migranti. Ma emendare i crimini umanitari non si può
- Migranti. Tripoli e il bluff della guardia costiera "È gestita da Roma"
- Gran Bretagna. L'accusa dell'Onu: "Assange è sottoposto a tortura psicologica"
- La Turchia all'Europa: "Vi rimandiamo indietro i vostri cittadini che erano terroristi dell'Isis"










