Avvenire, 5 novembre 2019
I legali del condannato in South Dakota si erano rivolti alla Corte Suprema, giudicando inumano l'utilizzo del farmaco già al centro delle proteste. Ma i giudici hanno rigettato il ricorso. Un detenuto condannato per avere pugnalato a morte un ex collega di lavoro nel 1992 è stato ucciso con un'iniezione letale in South Dakota dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di interrompere l'esecuzione in seguito a un appello in extremis dei legali dell'uomo. Charles Rhines, 63 anni, è apparso calmo durante l'esecuzione e secondo i testimoni c'è voluto solo un minuto perché il Pentobarbital usato nello Stato avesse effetto. L'uomo è stato dichiarato morto cinque minuti dopo.
Rhines si era opposto all'uso del farmaco, sostenendo che non si tratta della sostanza ad azione ultra rapida cui a suo parere aveva diritto. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto tuttavia tale appello. Il Pentobarbital è usato da diversi Stati Usa nelle esecuzioni, tra cui Georgia, Missouri e Texas. L'esecuzione riapre la polemica sull'uso del farmaco, ormai difficilmente reperibile negli Usa dopo il boicottaggio imposto dalle principali ditte produttrici europee. e soprattutto dopo le proteste di molte Ong che giudicano inumano il trattamento riservato ai condannati.
di Moni Ovadia
Il Manifesto, 5 novembre 2019
Commissione Segre (e non solo). La destra italiana non è antifascista, non lo è mai stata, quella degli altri Paesi europei sì. Sono antifascisti i cristiano-democratici tedeschi, i gollisti francesi, i conservatori inglesi. La nostra destra no. La lettera al Corriere della Sera scritta dal primogenito di Liliana Segre, Alberto Bellipaci, "non vi meritate mia madre", è la pietra tombale sulle buone intenzioni della destra italiana. Le parole ferme e amare del figlio della senatrice non stigmatizzano tanto un'ideologia, che non c'è.
Rendono evidente una conferma: la destra italiana non è antifascista, non lo è mai stata, quella degli altri Paesi europei sì. Sono antifascisti i cristiano-democratici tedeschi, i gollisti francesi, i conservatori inglesi. La nostra destra no, non ha mai voluto fare i conti con il Ventennio e ha cercato sempre di eludere la questione con artifici retorici o attaccando i comunisti reali o presunti ovvero tutti coloro che li contrastavano, rivendicando il carattere ineludibilmente antifascista della democrazia costituzionale. Lo ha fatto per non assumersi responsabilità o per rifarsi una verginità senza pagare mai il dazio.
Questa verità si è stavolta scontrata con la figura della senatrice a vita Liliana Segre. Conosco la Senatrice da molti anni, ho avuto il grande privilegio di essere con lei a condividere e soprattutto ad ascoltare le sue testimonianze. Liliana Segre è prima di tutto un essere umano di eccezionale caratura, che ha affrontato a soli tredici anni e mezzo la più terrificante e disperante delle esperienze che in assoluto possano toccare a una persona. Il magistero della sua testimonianza è una delle narrazioni più importanti e significative del nostro tempo. Questa donna, la cui dignità è esemplare, rappresenta in se stessa e per il pensiero di cui è portatrice un patrimonio dell'umanità. La campagna di odio antisemita scatenata contro di lei è un atto di odio contro la forza della vita e a favore della pulsione di morte.
Il comportamento della destra nell'aula del Senato, la sua astensione compatta di fronte alla proposta della senatrice Segre di istituire una commissione con il compito di monitorare le forme del razzismo e dell'antisemitismo, è un fatto gravissimo perché mostra connivenza e indulgenza nei confronti delle manifestazioni del razzismo, della xenofobia e delle effrazioni del senso della democrazia che può vivere solo laddove tutti gli uomini godano di eguali diritti e dignità e non siano accettabili primazie sulla base del criminogeno jus sanguinis che di fatto è anticostituzionale. L'assoluta gravità è rappresentata soprattutto dalla negazione dei principi dei diritti universali dell'uomo.
Perché la destra non si è peritata di fare una così miserabile figura? In parte per ragioni strumentali, ma in parte perché il fascismo come retroterra culturale e sentimentale non è mai uscito dalla sua identità. Se non bastasse, i rappresentanti di questa destra si vantano di essere gli amici più sinceri del governo di Israele che li accoglie con tutti gli onori e li porta a visitare il memoriale della Shoà, Yad Vashem, con tanto di zucchetto in testa.
Colpisce l'estrema mediocrità delle giustificazioni addotte e l'infimo livello di questa destra da strapaese fatta di personcine e "personaggetti", per i quali c'è a quanto pare sempre qualcuno pronto alla difesa d'ufficio. Giorgia Meloni che ormai è "tecnicamente" considerata come una "politica capace", sostiene che il suo voto di astensione è motivato dalla preoccupazione di "difendere la famiglia".
Si sa che Fratelli d'Italia ha innalzato lo stendardo della triade "Dio, Patria, Famiglia" tanto cara alla più vieta retorica clerico-fascista. Ma quale famiglia? Quella che santifica le feste nei centri commerciali, o si rincitrullisce davanti alle tv del sodale Berlusconi? Ma che bel talento, pensare che i nemici del suo modello di famiglia siano le unioni arcobaleno, i migranti inesorabilmente musulmani et similia. E non la società basata sulla metastasi iperliberista. Quanto alla patria, quale? Quella di Mussolini che la consegnò ai nazisti di cui - secondo ciò che scriveva lui stesso alla Petacci - fu "il fantoccio"?
Salvini, dal canto suo, cambia le patrie per intonarle alle mutande, verdi finché vanno di moda, tricolori se la moda cambia e nere nelle riunioni private con gli squadristi dalle varie sigle. Le famiglie le cambia anche quelle e bacia il rosario prova provata che così crede in dio, ma preferirebbe buttare da un ponte papa Francesco che annuncia il "dio dell'accoglienza". Intanto, a dimostrare la sua pericolosità, salta sul carro della classe operaia dell'Ilva massacrata e ricattata tra lavoro e morte ambientale, non perdendo l' occasione di partecipare al linciaggio del "nero" Balotelli, gridando pericolosamente: "Un operaio dell'Ilva vale dieci Balotelli". Razzista di classe, dunque. Quanto a Berlusconi adora le famiglie aperte, aperte alle escort, per patria ha le sue aziende, nazionali e offshore; e per dio se stesso, nient'altro che se stesso e non vuole nessuno a sua immagine e somiglianza. Questa, più o meno, è la destra che si candida a governarci nel terzo millennio. Sovranisti, populisti, antisemiti, islamofobi, nostalgici del nazismo della peggior risma.
Marine Le Pen, Alternative fur Deutschland, i buontemponi del gruppo di Visegrad, con in testa l'antisemita e ziganofobo Orbán. Buontemponi perché tettano con voracità il buon latte dei soldi europei - dall'Ue del tacito consenso al respingimento dei diversi, dei migranti, dei richiedenti asilo, dei nuovi Muri eretti - e se ne servono per alimentare il nazionalismo isterico al fine di far fuori la vacca da cui mungono le loro risorse.
Con questa bella compagnia, Berlusconi farà la sua agognata rivoluzione liberale del leben und leben lassen, vivi e lascia vivere. Il faro di questa bella banda di pallonari reazionari è mr. "America first", Trump, quello che vuole massacrare le economie europee con i dazi e contribuire alla disgregazione dell'Unione europea incitando i singoli membri alla ...exit, per farne dei satelliti sottomessi. È in questo brodo di coltura che risorge l'antisemitismo, anche nelle sue forme classiche.
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 5 novembre 2019
Lo scrittore Ahmet Altan, 69 anni, uno degli intellettuali più celebri in Turchia, ex direttore di giornale e autore di libri noti in Italia, torna in libertà dopo più di 3 anni di carcere. Il tribunale d'appello di Istanbul ne ha disposto ieri sera la scarcerazione.
Grande la felicità, ma anche la cautela nella famiglia: lo scorso anno era stato già rilasciato, ma una corte ne aveva disposto il nuovo arresto nemmeno 24 ore dopo. Ieri mattina, difatti, il pubblico ministero aveva chiesto per lui e per la giornalista tv ed ex deputata Nazli Ilicak, 75 anni, una condanna a 10 anni di carcere. Ma la richiesta, formulata in un nuovo processo dopo che era stata emessa per entrambi la pena dell'ergastolo, era stata rovesciata dalla Suprema Corte d'appello a luglio, benché non ratificata.
Nella serata di ieri nuovo colpo di scena, con l'annuncio dell'imminente scarcerazione. Tutti e due i giornalisti erano stati accusati di avere favorito il golpe, poi fallito, del 15 luglio 2016 contro il presidente Recep Tayyip Erdogan per averne parlato in tv due giorni prima che avvenisse. Erano stati fermati nelle ore successive al mancato colpo di Stato. Assieme a loro era stato imprigionato anche il fratello di Ahmet, Mehmet Altan, noto economista di tendenze marxiste, rilasciato solo nei mesi scorsi. Per Altan e Ilicak è stata ora disposta la libertà vigilata. Ahmet Altan in Turchia è considerato un campione degli intellettuali liberal.
Fondatore del quotidiano Taraf durissimo con la casta militare, era stato poi accusato di ricevere fondi dal predicatore Fethullah Gulen considerato da Ankara come la mente del golpe, e il quotidiano era stato così chiuso pur costituendo una vera novità nel panorama editoriale turco. Altan è autore di romanzi e saggi, tra cui una surreale descrizione del proprio processo nel diario "Non rivedrò più il mondo".
di Franco Corleone
L'Espresso, 4 novembre 2019
Un silenzio inquietante circonda la vita delle carceri. Il sovraffollamento ha ripreso a mordere e il clima negli istituti penitenziari è peggiorato in maniera preoccupante: aggressioni, suicidi e atti di autolesionismo sono diventati sempre più frequenti. Occorrerebbe una ripresa del processo riformatore dopo la caduta del progetto costruito dagli Stati generali e invece l'amministrazione penitenziaria pensa di risolvere l'insostenibilità di una condizione insopportabile per i detenuti e il personale tutto (direttori, polizia penitenziaria, educatori) dando il via a un riordino dei poteri di gestione esautorando i direttori della responsabilità e del coordinamento. Cento direttori hanno firmato un documento di protesta non per ragioni corporative ma per salvare lo spirito della riforma del 1975. La smilitarizzazione del Corpo degli agenti di custodia si muoveva nella logica di affidare le esigenze della sicurezza a personale qualificato e partecipe ai processi di risocializzazione dei detenuti.
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza
Corriere della Sera, 4 novembre 2019
Cominciamo con una domanda: in Italia, il 70% dei carcerati, una volta scontata la pena, torna a delinquere. Cosa non funziona visto che lo scopo della pena è proprio quello di riabilitare?
Nelle 190 carceri italiane ci sono 60.552 detenuti che costano, incluse le spese per la sicurezza, 4.000 euro al mese a testa. Complessivamente il sistema penitenziario pesa sul bilancio dello Stato per 2,9 miliardi l'anno. In Europa solo Russia e Germania spendono più di noi. I condannati in via definitiva sono 41.103, che devono pagare le spese di giustizia e quelle per il loro mantenimento in carcere. Ma solo poco più del 2% salda il conto, gli altri i soldi non li hanno, e le richieste pendenti di carcerati che, una volta fuori, chiedono la cancellazione del debito sono oltre 4.300 l'anno.
di Osservatorio Carcere Ucpi
camerepenali.it, 4 novembre 2019
Lo schema di Decreto legislativo in materia di revisione dei ruoli delle Forze di Polizia, agli arti. 29 - 35 prevede la riforma anche del Corpo di Polizia Penitenziaria aumentandone i poteri e riducendo, di fatto, quelli della Dirigenza amministrativa. Il virus carcerogeno, che ha invaso il nostro Paese e che ormai senza differenze di colori, sia giallo-verde, che giallo-rosso, stravolge i principi fondamentali del diritto e del processo penale, sta per infliggere il colpo di grazia al principio di rieducazione del condannato e a tutti gli altri che tutelano la dignità dei detenuti.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 4 novembre 2019
La giudice Vertaldi (Tribunale Sorveglianza di Roma): "pronuncia incoraggiante". Magistratura di Sorveglianza con numeri troppo esigui per una categoria che con 233 unità - dati ministeriali del 2017 - rappresenta appena il 2,6% della magistratura ordinaria e un carico di lavoro crescente per via di un aumento esponenziale delle misure alternative al carcere passate dalle 22.957 del 2011 alle 44.290 del 2017.
Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2019
"La politica intervenga dopo la sentenza della Consulta: non può bastare buona condotta per i permessi ai boss". Il magistrato membro del Csm ed ex pm del processo sulla trattativa Stato-mafia intervistato su Rai3: "La nostra è una situazione eccezionale. Abbiamo mafie che hanno raggiunto una potenza unica e che hanno avuto rapporti di collusione con esponenti della politica".
europa.today.it, 4 novembre 2019
La delusione dell'ex-direttore delle carceri. Dopo un'intera carriera dedicata al reinserimento dei condannati britannici, l'ex-numero uno delle prigioni del Regno Unito esprime la sua amarezza per il mancato recupero di chi ha avuto un'infanzia segnata da violenza, alcol e sostanze stupefacenti.
Meno corsi di formazione professionale e più rispetto per la dignità dei detenuti. Sir Martin Narey, già direttore generale delle carceri britanniche, ha confidato la sua amarezza per gli scarsi risultati del reinserimento sociale dei condannati, coinvolti in attività benefiche e di formazione lavorativa che, secondo Narey, "fanno poca, se non nessuna, differenza". L'alto funzionario ed ex-consigliere speciale del Governo di Londra ritiene invece che il meglio che la prigione può offrire ai suoi detenuti sia un ambiente in cui ciascuno di loro viene trattato con "rispetto e dignità".
La recidiva e il reinserimento - In un discorso tenuto durante la conferenza dell'Associazione internazionale dei centri di correzione e delle prigioni, Sir Narey ha apertamente sostenuto che i programmi di riabilitazione dei condannati a pene carcerarie dovrebbero essere aboliti. L'ex-direttore ritiene infatti non vi sia alcun nesso causale tra i percorsi di reinserimento e la riduzione del tasso di recidiva, che in Regno Unito coinvolge ancora un ex-condannato su due.
Trattare bene i detenuti - "Bisogna contrastare, con educazione, chi dice che un corso da sei settimane a sei mesi possa annullare i danni di una vita", sostiene Narey, facendo riferimento alle storie dei detenuti segnate da infanzie difficili, abuso di alcol e di sostanze stupefacenti, scarse opportunità e disoccupazione.
"Le carceri dignitose in cui i detenuti sono rispettati - sottolinea Narey - forniscono invece una base per la loro crescita personale". "Le prigioni indecenti e insicure - conclude - non consentono tale crescita e danneggiano ulteriormente coloro che vi devono sopravvivere".
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 4 novembre 2019
Il vescovo di Mazara (già nella commissione migrazioni della Cei): "Lì si parla di accoglienza non c'è scritto "rimandiamoli a casa"". Le parole di Ruini: "Ha fatto bene ad aprire il dibattito, dobbiamo uscire tutti allo scoperto"
Monsignor Domenico Mogavero, il cardinale Camillo Ruini, sul Corriere invita a dialogare con il leader della Lega. Lei che è stato con lui alla Cei e che da vescovo di Mazara ha criticato le posizioni contro gli sbarchi, cosa ne pensa?
"Non credo sia facile dialogare con lui".
Non lo incontrerebbe?
"Lo incontrerei volentieri. Figurarsi, volevo incontrare Gheddafi, lui è meno impegnativo. Ma con lui si può al massimo parlare. Non credo lasci aperti margini di confronto".
In che senso?
"O sei con lui o contro".
E con lui non c'è anche il popolo cattolico?
"Non penso che il popolo di Salvini sia il popolo cattolico. Anche se è fatto di cattolici".
Che differenza c'è?
"Si professa tale, ma non lo è. Sia per il rapporto con i migranti, sia nel dialogo con le altre religioni. Non basta brandire rosari e croci per definirsi cattolici".
Salvini lo fa. Non può essere, come dice Ruini, una "maniera sia pure poco felice di affermare il ruolo della fede nello spazi pubblico"?
"Credo che la sua sia piuttosto una scelta strategica. Fatta a tavolino. Per portare avanti la sua ideologia che non è che sia tanto in linea".
Con la Chiesa?
"Con il Vangelo che parla di accoglienza e di porte aperte".
Salvini dice di portarlo in tasca. Non ci crede?
"Vorrei sapere quale Vangelo usa. Dove trova scritto: "rimandiamoli a casa loro", "aiutiamoli là", prima gli italiani. Io non le trovo queste cose. Trovo sempre la difesa degli ultimi".
Secondo lei allora il cardinal Ruini sbaglia?
"No, ha fatto bene ad aprire il dibattito. Ha gettato il sasso nello stagno. Ho riconosciuto l'innegabile intelligenza superiore e la immutata lucidità che gli conosco da qualche decennio: ho lavorato con lui a lungo e nutro per lui un grande affetto".
Perché ha fatto bene?
"Perché di queste cose tra di noi non se ne parla. E spero che ora si abbandoni il silenzio pudico di chi non sa che pesci prendere. Dobbiamo uscire tutti allo scoperto".
Ruini non auspica un nuovo partito cattolico. Lei?
"Per l'amor di Dio, nemmeno io. Portiamo addosso i segni di quando dovevamo essere un unico partito".
La Dc?
"Il periodo dei padri fondatori è fuori discussione. Ma i figli e i nipoti non è che siano stati di così specchiata coerenza. Col rischio che ciò che di male faceva il partito veniva addebitato alla Chiesa".
Quindi i cattolici non devono impegnarsi in politica?
"Secondo me sì. Ma portando la testimonianza della coerenza dei valori evangelici nella propria vita".
Questo Papa è di sinistra?
"Il Papa non fa politica, predica il Vangelo. E se fa questa scelta assoluta per i poveri non dice nulla di nuovo. È stata in qualche modo l'ideologia comunista a copiare".
Ma Ruini ha detto che la scelta di influenzare gli schieramenti di centrodestra è stata positiva. È così?
"Forse. Ognuno cerca di dare al Vangelo il coinvolgimento personale più congeniale. E quello era congeniale a chi ama una visione delle cose più tranquilla, dove c'è spazio per tutti, soprattutto per quelli che sanno gestirsi bene. Oggi poi la situazione è diversa. Appena c'è una dialettica interna si dice: basta, me ne vado, faccio da me. Ma in queste liste Salvini, Berlusconi, Berlinguer o che so io, tutto si identifica con una persona. E questo è rischioso. L'esaltazione del singolo può anche creare problemi al sistema".










