di Rossella Grasso
Il Riformista, 13 dicembre 2019
Dodici quadri "viventi" sulla Natività, che vedono protagoniste 40 detenute di 9 nazionalità, in cui, al termine di un percorso didattico, il carcere femminile di Pozzuoli ha voluto sintetizzare tradizione popolare, religiosità e anche il paganesimo. Si chiama "... e la Stella indicò la via" il "presepe vivente" frutto di un itinerario multietnico in cui viene esaltata la creazione di costumi con tecnica seamless, ossia abiti senza cuciture, e sonorità popolari napoletane con quelle orientali ed africane.
Un progetto andato in porto anche con il supporto dei docenti della scuola. "La rappresentazione del presepe è stata aperta per la prima volta al pubblico cittadino per far vivere le emozioni della natività all'interno di un carcere", ha detto la direttrice della casa circondariale, Carlotta Giaquinto. "Un luogo inusuale - ha spiegato la dirigente - ma che abbiamo voluto aprire per valutare quanto la gente fosse vicina al carcere".
E la risposta dei cittadini è stata positiva: tutte le giornate delle visite, infatti, sono sold out. "Questo ci conforta - conclude Giaquinto - e conferma la scelta di rompere con gli schemi tradizionali con l'obiettivo di cercare l'integrazione del carcere con il territorio". Numerosi sono, infatti, i progetti avviati, tutti finalizzati a favorire il reinserimento delle donne nel circuito lavorativo.
di Gennaro Malgieri
Il Dubbio, 13 dicembre 2019
Dopo il rapporto Censis: invecchiamo tristi, poveri e senza ottimismo. È l'incertezza che domina l'umore degli italiani. Essa produce malessere, inquietudine, ansia. Si ricorre ad espedienti individuali per arginare la crisi che è sociale, ma soprattutto personale, senza invero ottenere grandi risultati. In Italia si vive male, insomma, nonostante le apparenze.
Ed il prossimo futuro non si annuncia migliore. L'anno non finisce bene, il nuovo che nasce è destinato a ripetere, se non a moltiplicare, le inquietudini che hanno scandito la nostra vita finora, almeno da quando la politica, l'economia, la cultura soprattutto non sono riuscite più a dare risposte accettabili alle domande dei cittadini. Avvertono l'abbandono, la solitudine, il disagio di vivere senza la prospettiva di un domani soddisfacente. E ciò li rende, secondo l'ultimo Rapporto Censis (presentato giorni fa a Roma), addirittura "furiosi".
Non è il solito catastrofismo che stagione dopo stagione appare per poi eclissarsi e nuovamente ricomparire, come è stato negli anni Ottanta e Novanta. Da qualche tempo, più o meno dal 2015, si è "strutturato". E nessuno ha voglia di niente. Calano perfino i consumi in un Paese che non è certo una formica ed aumentano le liquidità bancarie per la paura del domani. Il 69% degli italiani è incerto e frastornato. E non potrebbe essere diversamente di fronte alla rarefazione della rete di protezione del sistema sociale, della decadenza del welfare pubblico, della diminuzione del potere d'acquisto, dello spopolamento delle aree rurali e della crescita a dismisura di quelle urbane dove il senso dell'esilio è più sentito ed il dato comunitario è pressoché inesistente.
L'ansia da declassamento sociale si tocca con mano e innesca una competizione paranoica esplicitata nel malumore quotidiano e nella litigiosità permanente, ad esse si accompagna la diminuzione oggettiva di redditi e retribuzioni: dai depositi bancari e dagli investimenti "sicuri" si ricava poco o niente; le incentivazioni ordinarie praticamente non esistono più; si è costretti, soprattutto se giovani, ad accontentarsi di contratti a termine pagati pochissimo, non in grado di supportare una famiglia o presentarsi ad un banca per chiedere un mutuo. Perfino l'investimento sul mattone e l'acquisto dei Bot sono decaduti. Segnali di sfiducia crescente cui si accompagna il terrore di prelievi improvvisi dai conti correnti. Chi avverte l'impoverimento potrebbe essere animato dal furore o dalla depressione: infatti si consumano in Italia più ansiolitici di sempre.
Qualcuno prova a difendersi, al ribasso: fa spese oculate, frequenta i discount, apparecchia piccoli salvadanai di sopravvivenza. E il tempo degli eccessi è una favola, quando gli "eccessi", beninteso, erano l'ultimo modello di frigo o di televisore, i quindici giorni al mare e qualche sfizio domestico come il motorino al figlio quattordicenne.
Si dice che la società ansiosa sia macerata dalla sfiducia. E ciò è testimoniato dal calo demografico che assume, anno dopo anno, proporzioni inquietanti. La popolazione italiana è "rimpicciolirà", invecchiata, le nascite sono pochissime. Problemi morali? In minima parte. Sostanzialmente sono problemi sociali quelli che determinano la denatalità. Dal 2015, quando è cominciata a manifestarsi la decrescita demografica, sconosciuta alla nostra storia unitaria, si contano 436.066 cittadini in meno, nonostante l'incremento di 241.066 stranieri residenti. Nell'anno passato i nati sono stati 439.747, vale a dire 18.404 in meno rispetto al 2017. Ma anche gli immigrati, adeguandosi ai nostri standard di vita e di costumi, fanno meno i figli: dunque, neppure loro - come cinicamente sostiene qualcuno - salveranno le nostre pensioni.
Al calo demografico fa riscontro l'invecchiamento della popolazione. Si vive di più, oltre gli ottant'anni ormai con una maggiore aspettativa di vita delle donne, ma sale la spesa sanitaria che un sistema di welfare in dissesto non può sopportare: bisogna augurarsi di stare in buona salute fino all'ultimo giorno della propria vita, ma è un'utopia che genera altri malumori.
Abbiamo davanti uomini e donne piegati dalla paura del domani. Innaturale. Un fenomeno sociologicamente da indagare a fondo dal momento che una società che non ha slanci vitali, neppure per ciò che concerne i divertimenti, è una società votata alla decadenza estrema e preda di pulsioni disfattiste nelle quali rientra il bluff dell'occupazione che non produce reddito e crescita.
Siamo abituati a leggere da qualche tempo cifre mirabolanti sulla "ripresa", su nuovi posti di lavoro, sull'ingresso nei processi di produzione dei giovani. Ma quando mai? Rispetto al 2007, dieci anni abbiamo contato 321.000 occupati in più: la tendenza è continuata anche quest'anno. Ma, osserva il Censis, "Il riassorbimento dell'impatto della lunga recessione nasconde però alcune criticità. Il bilancio dell'occupazione è dato da una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di 1,2 milioni di occupati a tempo parziale.
Nel periodo 2007-2018 il part time è aumentato del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018-2019) è cresciuto di 2 punti. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a metà tempo. Ancora più critico è il dato del part time involontario, che riguarda 2,7 milioni di lavoratori. Nel 2007 pesava per il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%. E tra i giovani lavoratori il part time involontario è aumentato del 71,6% dal 2007.
Così oggi le ore lavorate sono 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e parallelamente le unità di lavoro equivalenti sono 959.000 in meno. Nello stesso periodo le retribuzioni del lavoro dipendente sono diminuite del 3,8%: 1.049 euro lordi all'anno in meno. I lavoratori con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi sono 2.941.000: un terzo ha meno di 30 anni (un milione di lavoratori) e la concentrazione maggiore riguarda gli operai (il 79% del totale)".
Un quadro tutt'altro che rassicurante. Le cifre vanno lette ed interpretate, diversamente diventano la consolazione pelosa di una politica che falsifica la realtà. Ed è proprio alla politica che gli italiani hanno voltato le spalle. Ad essa gli italiani guardano come ad una fiction. La testimonianza dell'astensionismo è eloquente: nessun altro soggetto è più detestato dei politici da parte degli italiani che proprio non li vorrebbero vedere nei programmi televisivi.
Il riassetto sociale ed istituzionale è desiderato, ma a condizione che come un demiurgo appaia l'uomo forte. Questa è pretesa insensata è coerente con il malessere. Che cosa significa "uomo forte"? Autoritario o autorevole? Legittimato democraticamente oppure plebiscitariamente investito di pieni poteri? È necessario fare chiarezza.
Se si allude a forme paranoiche di potere personale, illegittimo e costituzionalmente non corretto, la sensazione di esasperazione è ancora più forte. Ma se, come la maggior parte degli italiani da alcuni decenni ritiene che è necessario procedere ad una riforma che riconduca il Parlamento nelle sue specifiche prerogative legislative e di controllo degli atti dell'esecutivo e che questi possa essere al vertice rappresentativo da un capo dello Stato eletto direttamente dal popolo, scendo il modello americano o francese, non vi è alcun motivo di preoccupazione.
Quel che preoccupa è gettare nel calderone una "sensazione", appunto per asseverare lo stato di malessere. Ciò non può che nuocere alla costruzione di una democrazia decidente e ad una responsabilità politica che oggi latita in ogni settore, aggiunge ci che la rivitalizzazione della forma partito è quanto mai indispensabile difronte al dilagare dello spontaneismo di movimenti che agiscono sulla conduzione, si nutrono del malessere, ambiscono a creare classi dirigenti o precarie, incolte e abborracciate, aggiungendo benzina al fuoco che già divampa nella sfera politica.
Il presidenzialismo è un grande tema politico-istituzionale che ha attraversato quasi tutte le famiglie politiche italiane. Anche all'Assemblea costituente ci fu chi propose, senza successo, all'attenzione la "soluzione presidenzialista": i rappresentanti del Partito d'Azione e tra essi, in particolare, Piero Calamandrei e Leo Valiani s'impegnarono a fondo in una delle Sottocommissioni dell'Assemblea per far valere le ragioni del presidenzialismo. Negli anni Sessanta fu il repubblicano Randolfo Pacciardi ad imbracciare la bandiera del presidenzialismo al punto di essere accusato di sovversivismo e di tentazioni "golpiste". Agli inizi degli anni Settanta furono alcuni "giovani leoni", come si definirono allora, della Democrazia cristiana, aderenti al gruppo "Europa 70", che posero all'attenzione le tematiche presidenzialiste.
Poi venne la stagione socialista: politici come Bettino Craxi ed intellettuali come Luciano Cafagna rilanciarono, tra la seconda metà dei Settanta e gli inizi degli Ottanta, la necessità di operare un radicale mutamento nella forma di governo del nostro Paese. Non si può dimenticare, naturalmente, che il Movimento sociale italiano fece del presidenzialismo, fin dalla sua nascita nel dicembre 1946, uno dei temi centrali e più incisivi della sua propaganda istituzionale, da Costamagna ad Almirante.
Ricordo anche una fiorente pubblicistica che circa trent'anni fa rianimò il dibattito sul presidenzialismo grazie, soprattutto, all'attivismo del professor Gianfranco Miglio e del cosiddetto "Gruppo di Milano". La tematica presidenzialista, quindi, ha avuto lungo corso nella storia della Repubblica, sia da punto di vista dottrinario che nel dibattito politico.
Il presidenzialismo non bisogna considerarlo come una sorta di contropotere, ma come un elemento di equilibrio e di riconoscibilità del processo di formazione della decisione che è uno dei fattori necessari alla modernizzazione del Paese. Da essa, dal momento decisionale "forte", non si può prescindere se si intende procedere alla modernizzazione sociale e delle strutture civili del Paese, se non si dotano, cioè, i centri decisionali di poteri efficaci che, al momento, non dimentichiamo che vengono esercitati da soggetti diversa dalla classe politica, e dunque privi di legittimazione democratica, come supplenti insomma, che agiscono sulla spinta di interessi personali o di gruppo.
Il presidenzialismo, dunque, è un elemento di partecipazione, ma è anche di chiarificazione all'interno dei rapporti tra i poteri dello Stato. Con la sua adozione si stabilisce una netta linea di demarcazione tra i controllori ed i controllati, tra potere legislativo e potere esecutivo. Il Parlamento può effettivamente esercitare un controllo sul governo avendo questi la sua fonte di legittimazione fuori dalle aule parlamentari. Se le forze politiche intendessero spiegare, o quantomeno avviare un opportuno ed approfondito dibattito sulla questione, a più di settant'anni dalla emanazione della Costituzione (nel frattempo non c'è stato Paese che non l'abbia rivista), probabilmente preciserebbero, sgombrando il campo da imbarazzanti equivoci, la passione per "l'uomo forte" di cui si discute.
E se nell'ordinaria amministrazione spazzassero via i fattori di pressione sul ceto medio produttivo e rimuovessero le condizioni che inducono i soggetti più vulnerabili ad abbandonare la scuola, forse una ripresa di fiducia la si potrebbe intravedere. Insomma, per fare più figli, per avere più occupati e laureati, per evitare che i giovani se ne vadano dall'Italia bisogna ripensare il sistema. E non è con le suggestioni estemporanee che un lavoro del genere si può compiere. Ecco perché parlare di presidenzialismo vuol dire "rivedere" le strutture del potere e non solo un meccanismo politico al cui vertice c'è un "decisore" eletto dal popolo.
di Andrea Oleandri*
dalsociale24.it, 13 dicembre 2019
Il Ministro Lamorgese invoca pene più severe per i pusher. Pur comprendendo le preoccupazioni espresse dal Ministro, Antigone chiede di evitare l'ennesimo intervento di solo inasprimento delle pene per riaprire un dibattito sulle droghe più equilibrato ed efficace. "La legalizzazione delle droghe leggere restituirebbe più sicurezza ai cittadini eliminando alla radice lo spaccio di strada contro cui il Ministro cerca un rimedio efficace. Legalizzare significa sferrare un duro colpo al narcotraffico e sfoltire le aule dei tribunali" dichiara Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone.
Cosa accadrebbe alle mafie se ci fosse la legalizzazione? Quanto guadagnerebbe lo Stato dalla legalizzazione della cannabis? Quanto risparmierebbe non incarcerando in massa i consumatori? Quanti vedrebbero migliorate le proprie condizioni di salute grazie al consumo di sostanza controllate o al non ingresso nel circuito penale e penitenziario? Quanti processi in meno ci sarebbero e quanti poliziotti in più potremmo utilizzare per reprimere il crimine organizzato?
Anche l'allora Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti si era espresso a favore della legalizzazione, i cui benefici sarebbero evidenti per il nostro paese: lotta e contrasto alla criminalità organizzata, alla microcriminalità che vedrebbe drasticamente diminuire reati direttamente collegati al consumo di sostanze, tutela della salute ed introiti per le casse dello Stato (diretti, provenienti dalla tassazione, e indiretti provenienti dal recupero delle risorse attualmente spese per operazioni di polizia, per i tribunali e per i costi del sistema penitenziario, questi ultimi quantificabili in circa 1 miliardo di euro l'anno).
"In Italia ben conosciamo i risultati che porta l'inasprimento delle pene come politica di prevenzione del crimine - sostiene Patrizio Gonnella. Dal 2006 al 2014 è stata in vigore la Fini-Giovanardi che non portò nessun beneficio in termini di riduzione del traffico e del consumo di droghe ed ha invece riempì le carceri. Le persone detenute per violazione delle leggi sugli stupefacenti, storicamente negli ultimi anni intorno al 32-33% del totale della popolazione ristretta, erano arrivate ad essere il 41% del totale, cosa che aveva inciso sul sovraffollamento penitenziario, da cui era scaturita la condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per trattamenti inumani e degradanti.
Dunque - conclude il Presidente di Antigone - la soluzione non va ricercata in pene più severe, ma in un cambio radicale di politiche, come hanno fatto alcuni stati americani, il Canada, il Portogallo e come anche altri stati europei stanno pensando di fare". La guerra alle droghe è fallita. L'Italia, sul solco delle esperienze di altri paesi, deve cambiare nettamente rotta. C'è bisogno di una rivoluzione pragmatica che lasci la morale fuori dal diritto.
* Ufficio Stampa Associazione Antigone
di Francesco Vignarca
Il Manifesto, 13 dicembre 2019
Comunicazione alla Corte penale internazionale, che valuterà se aprire un'indagine. Un innovativo passo nella ricerca della giustizia in un conflitto che ha causato quasi 100 mila vittime civili. Un incontro con l'Ufficio del procuratore che vaglia preliminarmente le possibili indagini della Corte penale internazionale (Cpi), con il deposito di una corposa Comunicazione (oltre 350 pagine) per segnalare l'ipotesi che dirigenti delle aziende armiere e funzionari pubblici responsabili delle licenze di esportazione siano complici nei presunti crimini di guerra commessi dalla Coalizione militare guidata da Arabia saudita e Emirati arabi uniti in Yemen.
È questa l'iniziativa appena promossa dalla società civile internazionale, nel quinto anno del sanguinoso conflitto yemenita, e coordinata dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr) di Berlino. A sostegno dell'azione dei legali di Ecchr i dati e le prove raccolti dagli esperti della Ong yemenita Mwatana per i diritti umani insieme al Segretariato internazionale di Amnesty International, alla Campagna britannica contro il commercio di armi (Caat), al Centro Delàs di Barcellona e alla Rete italiana per il disarmo.
Nella comunicazione sono descritti in dettaglio ben 26 attacchi aerei condotti dalla Coalizione a guida saudita che potrebbero equivalere a crimini di guerra ai sensi dello Statuto di Roma. La Cpi ha giurisdizione su crimini di genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e dopo una Comunicazione è compito dell'Ufficio del Procuratore determinare se le accuse abbiano sufficienti motivazioni di fatto e di diritto.
"Gli attacchi aerei della Coalizione hanno causato una terribile distruzione nello Yemen. Le armi prodotte ed esportate dagli Stati uniti e dall'Europa hanno permesso questa distruzione. Le innumerevoli vittime yemenite meritano inchieste credibili su tutti gli autori di crimini contro di loro, comprese tutte le potenziali complicità" sottolinea Radhya Almutawakel presidente di Mwatana.
L'iniziativa delle organizzazioni della società civile non si rivolge solo ai funzionari governativi responsabili delle autorizzazioni all'export di armamenti. L'invito al procuratore della Corte penale internazionale è infatti quello di indagare anche sulla responsabilità legale di diverse imprese concentrandosi sul ruolo delle seguenti società: Airbus Defence ade Space (sedi in Spagna e Germania), Bae Systems (Regno Unito), Dassault Aviation (Francia), Leonardo S.p.A. (Italia), Mbda Uk (Regno Unito), Mbda France (Francia), Raytheon Systems (Regno Unito), Thales (Francia) e Rheinmetall AG (Germania) tramite la controllata Rmw Italia. Infatti anche se gli attacchi su case civili, mercati, ospedali e scuole condotti dalla coalizione saudita sono ormai ben documentati da anni, molte compagnie a produzione militare con sede in Europa hanno continuato e continuano a fornire ad Arabia saudita ed Emirati arabi uniti armi, munizioni e supporto logistico. Rendendosi quindi complici di fatto di possibili violazioni del diritto umanitario internazionale, ipotizzate da esperti Onu anche con il profilo di possibili crimini di guerra. La speranza delle Ong è che la Corte possa svolgere un ruolo positivo nell'iniziare a colmare l'attuale enorme mancanza di trasparenza e di assunzione di responsabilità.
Il conflitto in corso ha portato a quella che l'Onu definisce la più grande crisi umanitaria dei nostri tempi con quasi 100 mila morti civili e con tutte le parti in conflitto che hanno ripetutamente violato i diritti umani e il diritto internazionale umanitario. Grazie al lavoro dei media e delle organizzazioni della società civile è ormai noto da tempo anche il flusso di armamenti che finisce in Yemen, oggetto di azioni legali a livello nazionale (in particolare in Gran Bretagna, Belgio e Italia).
Portare ora attori economici e politici davanti alla Cpi è un nuovo innovativo passo nella ricerca della giustizia. Infatti l'esportazione di armi, anche se autorizzata da licenze governative, non è una transazione commerciale "neutrale" e può portare a gravi conseguenze.
E anche in presenza di una incapacità di uno Stato nell'applicare le pertinenti leggi sul controllo delle esportazioni di armi, le aziende produttrici non sono esonerate dalla responsabilità di rispettare i diritti umani e il diritto internazionale umanitario. Perché la concessione di autorizzazione all'export non libera l'azienda dall'obbligo di valutare il rischio che le armi consegnate vengano utilizzate nella commissione di reati internazionali. In pratica ricevendo una licenza, un'azienda non riceve un obbligo: c'è la possibilità di esportare, ma si lascia aperta anche la possibilità di non esportare.
A seguito della comunicazione la Corte dovrà valutare se esiste una base ragionevole per procedere a un'indagine sotto la propria giurisdizione. Che è quanto chiedono le organizzazioni della società civile, e ancora di più le vittime del conflitto in Yemen.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 12 dicembre 2019
Parla Sebastiano Ardita: il pm è stato ascoltato in Commissione parlamentare Antimafia sulle conseguenze della sentenza della Consulta. La sentenza della Corte costituzionale ha indicato dei paletti precisi affinché anche un detenuto per mafia (e per altri reati ostativi ai benefici) possa avere un permesso premio pur senza aver collaborato con la giustizia, ma c'è un problema politico: la tendenza, di nuovo, a voler superare la legislazione antimafia e l'uso interno che possono farne Cosa nostra e le altre mafie.
di Elena Fiorani
uisp.it, 12 dicembre 2019
Tiziano Pesce, vicepresidente nazionale Uisp, intervistato da Sandro Fioravanti nella trasmissione "La tribuna di Radio 1 Sport". La trasmissione radiofonica "La tribuna di Radio 1 Sport", condotta da Sandro Fioravanti, ha trasmesso mercoledì 11 dicembre un approfondimento sul valore sociale dello sport, in particolare sulla sua importanza per le persone detenute. Per affrontare l'argomento è stata chiamata in causa l'Uisp, che da tanti anni conduce attività sportive e progetti sociali nelle carceri di molte città italiane: è intervenuto Tiziano Pesce, vicepresidente nazionale Uisp e presidente Uisp Liguria, che ha raccontato in apertura l'esperienza del carcere di Marassi, dove Vivicittà si corre dentro e fuori le mura.
di Isaia Sales
Il Mattino, 12 dicembre 2019
Che fine fanno a Napoli i tanti minori autori di reati che sono transitati negli istituti di pena o nelle comunità di accoglienza? Da adulti ripetono lo stesso percorso delinquenziale? L'esperienza di "recupero" nelle carceri minorili o attraverso l'uso di strumenti alternativi come la cosiddetta "Messa alla prova" (imparare un mestiere, seguire un percorso di formazione e d'istruzione) riesce a interrompere la catena criminale dal carcere minorile a quelli per adulti?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 dicembre 2019
Quattro in più rispetto al mese precedente. 32 sono nelle sezioni femminili degli istituti. Cresce il sovraffollamento, ma aumentano anche i bambini dietro le sbarre. Al 30 novembre del 2019 si registra la presenza di 52 detenute con 56 figli al seguito, mentre nel mese precedente ne risultavano 52 di bambini. La detenzione di una donna con i propri figli deve essere sempre una misura estrema, eppure i numeri sembrano non darne concretezza.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 dicembre 2019
Incontro sulle riforme del processo fra Ministro e Presidente Cnf. Sì di Bonafede a Mascherin: ripartono i tavoli sui ddl civile e penale, dialogo sulle negoziazioni degli avvocati.
Il primo segnale arriva in mattinata dal guardasigilli Alfonso Bonafede: sulla prescrizione, dice, "so che ci sono delle proposte: le vaglierò insieme alle forze politiche". Ma la partita sulla giustizia si riapre anche grazie all'avvocatura.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2019
È anche attraverso gli interventi e le decisioni della nuova presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, che il ruolo della Consulta nel mondo del diritto certo, ma soprattutto nella società, esce ridefinito e, per certi versi almeno, rinvigorito.
Pochi giorni fa sul Sole 24 Ore Cartabia, in un intervento dedicato alla giurisprudenza costituzionale negli anni della crisi, nel quale emergevano tre parole chiave per qualificare la giurisprudenza costituzionale in questa prospettiva (persona, risorse, comunità), scriveva dello strabismo dello sguardo della Corte: "Con un occhio guarda nel breve termine gli effetti particolari e generali delle sue decisioni; con l'altro guarda lontano, per l'innata vocazione delle sue sentenze a proiettare effetti nel lungo termine".
Dove quella vocazione ineludibile al bilanciamento dei diritti e dei principi costituzionali trova un ambito tutto particolare nel mondo dell'economia e delle compatibilità con le quali l'attività d'impresa deve confrontarsi. Ne è evidente paradigma la vicenda Ilva, sulla quale proprio Cartabia ha avuto occasione d'intervenire con una delle 171 pronunce scritte in questi anni di giudice costituzionale.
Nella sentenza n. 58 dell'anno scorso, Cartabia censurò con l'illegittimità le misure del 2015 che permettevano a Ilva di continuare a produrre senza adeguate garanzie di salvaguardia di diritti costituzionalmente rilevanti come quello alla salute certo, ma anche al lavoro in ambiente sicuro e non pericoloso. Si legge in quella pronuncia, dove pure si riconosce come il legislatore può intervenire per garantire la continuità produttiva e i posti di lavoro escludendo che sequestri penali decisi dalla magistratura compromettano la continuità d'impresa, che il bilanciamento deve essere ragionevole e proporzionato, senza cioè che uno dei diritti in gioco possa prevalere in modo assoluto né essere sacrificato in maniera totale.
Una ricerca dei punti di equilibrio ogni volta diversi e all'altezza della complessità, cui la Corte, ha sottolineato di recente Cartabia, prova a fare fronte anche dotandosi di tecniche processuali nuove, sulla falsariga dei modelli seguiti da altre Alte Corti. È il caso dell'annullamento di leggi con effetti solo per il futuro, quando è necessario per evitare anche "squilibri di proporzioni macroeconomiche".
Oppure, come avvenuto di recente nel caso Cappato e nelle tante questioni legate al "fine vita", non più sollecitando solo il Parlamento a intervenire per correggere evidenti distorsioni costituzionali, ma affidando al legislatore un congruo arco di tempo per farlo, prefigurando già un successivo intervento in caso di inerzia.
Un piccolo ed evoluto arsenale di strumenti anche inediti per affrontare con accresciuta consapevolezza materie assai delicate come quelle che la Consulta sarà chiamata ad affrontare nelle prossime settimane. Dal giudizio di ammissibilità sul referendum elettorale voluto dalla Lega, alle questioni legate all'iscrizione all'anagrafe da parte dei migranti, all'esclusione di Autostrade dalla ricostruzione del ponte Morandi di Genova per finire alla "spazza-corrotti" e alla sua applicazione retroattiva.
Tutte questioni complesse e a elevata sensibilità "politica" per chi ieri ha ammesso l'orgoglio di fare da apripista con la prima presidenza femminile della Corte. Tuttavia conclusione quasi naturale per chi, era il 2012, scrisse la sua prima sentenza da toga della Consulta affermando che la composizione della giunta regionale della Campania, senza nemmeno la presenza di una donna, era in contrasto con il principio di pari opportunità affermato anche nello Statuto della Regione.
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