di Andrea Rossi
La Stampa, 15 dicembre 2019
Sarà seguito il "modello Moi". Entro Natale via le baracche in Germagnano, poi tutti gli altri insediamenti. In cambio, percorsi di inclusione: casa, formazione, inserimento al lavoro. Il "modello Torino", quello che ha permesso di affrontare con successo un'emergenza trascurata per anni come l'occupazione delle palazzine all'ex Moi, non è finito in soffitta. Non è evaporato nemmeno con la vittoria in Regione della Lega, portatrice di un programma che più che all'inclusione guarda alla stretta legalitaria. Anzi, proprio con la Lega è arrivata la liberazione definitiva e rapida dell'ex villaggio olimpico. E ora con la stessa Lega il modello usato all'ex Moi viene riproposto sui campi rom dalla stessa alleanza istituzionale: Comune di Torino, Regione, Prefettura e Diocesi. Manca, rispetto a via Giordano Bruno, la presenza di Compagnia di San Paolo.
Entro Natale le 36 persone che ancora abitano nel campo autorizzato di via Germagnano usciranno dalle baracche. A gennaio toccherà a un pezzo dell'insediamento in strada dell'aeroporto. Il percorso sarà molto simile a quello che ha portato rifugiati e richiedenti asilo fuori dall'ex Moi: uno sgombero dolce, in cui la legalità si accompagna a percorsi di inclusione che prevedono abitazioni, formazione e inserimento lavorativo. "Le azioni devono essere finalizzate al ripristino della legalità e dall'altro all'inclusione sociale delle minoranze etniche interessate", si legge nel testo approvato martedì scorso dalla giunta Appendino, che già nel 2017 ha avviato un progetto per il superamento dei campi.
L'accordo ne è una evoluzione e nasce anche dalla collaborazione con il ministero dell'Interno, che attraverso la Prefettura ha stanziato 250 mila euro per questo primo intervento cui si aggiungono i 300 mila euro della Regione. Il prefetto Michele Di Bari, capo del dipartimento per l'Immigrazione, l'ha di fatto battezzato come un esperimento pilota che potrebbe poi essere applicato in altre realtà.
Anche gli strumenti sono gli stessi dell'operazione all'ex Moi: la Città dovrà nominare un project manager, figura di esperienza e competenza che sarà incaricato di fare da regista e coordinare tutti gli interventi. Dal canto suo la Città dovrà occuparsi delle bonifiche delle aree liberate. La Regione fornirà risorse e l'accesso a programmi già esistenti di formazione civico-linguistica, integrazione e lavoro. La Prefettura stanzierà altre risorse a avrà funzioni di coordinamento. Infine la Diocesi fornirà abitazioni per ricollocare le persone oltre alle sue strutture e ai suoi progetti.
Una task force che ricalca da vicino - anche nella suddivisione dei compiti - il modello Moi. E lo fa anche nell'obiettivo: coniugare sicurezza e accompagnamento. Il tutto mantenendo l'alleanza istituzionale anche con la Regione a trazione leghista.
Inutile dire che al governo regionale interessa raggiungere gli obiettivi della legge approvata a ottobre, vale a dire "la chiusura totale e definitiva dei campi in Piemonte", spiega l'assessore alla Sicurezza Fabrizio Ricca. Per arrivarci, la Regione ha ottenuto tempi più rapidi ma ha accettato che l'impianto complessivo non venisse stravolto, almeno a Torino. Altrove, dipenderà dai sindaci dei comuni interessati: in Piemonte ci sono 19 campi autorizzati con circa 2.200 persone. "Quello di Torino è l'inizio di un percorso", spiega Ricca. "Ho chiesto al prefetto Palomba di coordinare gli altri prefetti piemontesi per replicare questo schema in tutti i comuni nei quali esistono insediamenti rom per arrivare a superarli nel più breve tempo possibile".
ilclandestinogiornale.italiasera.it, 15 dicembre 2019
La Camera Penale di Velletri, in collaborazione con il Carcere veliterno, ha indetto la prima edizione del concorso letterario in favore dei detenuti intitolato: "Camera con vista". "Attraverso i racconti, le poesie e i disegni - annunciano i proponenti -tocchiamo l'intimità più profonda di chi è attualmente ristretto presso l'Istituto carcerario e che accetta di condividere la propria condizione e sofferenza con l'esterno. Il ricavato della raccolta sarà devoluto in favore dei primi tre classificati nonché per le iniziative culturali in favore dei detenuti. La premiazione si svolgerà il 9 gennaio 2020 alle 15,30 presso la Casa Circondariale di Velletri. Faranno parte della giuria personaggi del mondo della cultura, del giornalismo, della politica, della avvocatura e della magistratura: Rita Bernardini, Edoardo Albinati, Maria Antonietta Vertaldi, Francesco Maesano, Valentina Angela Stella, Marco Anselmi, Alessandro Gerardi, Federica Marmo, Brunella Libutti, Francesco Lodise, Lia Simonetti, Sabrina Lucantoni. L'evento sarà seguito da Radio Radicale. Per l'acquisto del libricino, il cui ricavato sarà devoluto alle iniziative culturali in favore dei detenuti, scrivere all'avvocato Sabrina Lucantoni:
di Luciano Floridi
L'Espresso, 15 dicembre 2019
Dopo la manifestazione di Bologna del 14 novembre, e quelle seguenti, si parla molto del Movimento delle Sardine. Le interpretazioni si susseguono, i posizionamenti si moltiplicano, come i tentativi di mettere le Sardine nella propria scatoletta preesistente ("sono di..."), per farsele amiche a sinistra, o sminuirne e magari condannarne l'importanza a destra.
Vizi da politichetta di tutti i colori, che concepisce solo i suoi schemi. È in realtà una bella manifestazione di resistenza diffusa, contro il degrado politico ormai insopportabile, che merita rispetto intellettuale, non mera appropriazione o polemica d'interesse.
Per esercitare questo rispetto, bisogna cercare di capire meglio come mai tante persone, anche così diverse per età, ceto, cultura, e provenienza geografica, sono disposte a partecipare a civili manifestazioni di protesta in tante piazze italiane e non solo, anche sotto la pioggia, anche se deluse dalla politica, a volte per la prima volta in vita loro.
Le Sardine non sono un branco a caccia di fama multimediale, di uno spazio partitico, di una qualche rappresentatività politica, o di una ipotetica candidatura. Sono un banco a difesa della Costituzione e di una politica in grado di raggiungere compromessi senza compromettersi, fatta di confronti onesti, informati, competenti, educati, e ragionevoli sulle vere questioni che preoccupano le persone: dall'educazione alla sanità, dal lavoro alla pensione, dalla sicurezza sociale alla protezione dell'ambiente.
Chiedono alla classe politica di fare il suo lavoro decentemente, per migliorare il presente e progettare il futuro. Oggi sembra chiedere la luna. Che si sia arrivati a questo punto indica quanto sia malata la politica. Ma è per questo che è sciocco o furbino obiettare che le Sardine non hanno un programma propositivo.
È come dire che gli anticorpi non hanno una funzione salutare. Meglio interpretare le Sardine come la risposta immunitaria della società civile contro malattie che non è disposta a sopportare: il sovranismo, il populismo, il razzismo e la xenofobia, l'intolleranza, il negazionismo (dal riscaldamento globale alle atrocità nazi-fasciste), i rigurgiti fascisti, la litigiosità, l'incompetenza e la corruzione di troppi, la comunicazione violenta, maleducata e faziosa di molti.
Chi obietta che si tratta solo di un "movimento di protesta" confonde il non volere la politica, che è uno sterile rigetto apolitico fine a se stesso, con il volere che la politica sia una cosa seria e proficua, che è una richiesta di riforma e un gesto di fiducia verso quanto è possibile fare tutti insieme, come società, contro la rassegnazione collettiva. Si può accettare che "va tutto male" e rimboccarsi le maniche, non che "non c'è niente da fare" e farsi gli affari propri. Le Sardine non vogliono fare politica, vogliono che si faccia Politica.
Chi risponde che questo è pur sempre fare politica non ha torto, ma sbaglia nel pensare che allora deve essere un certo tipo di politica. È una richiesta di buona Politica, non il tentativo di soddisfare tale richiesta politicamente. Quindi le Sardine sono pro-Politiche non a-Politiche.
Per questo non si incontrano in luoghi storici, non sfilano per strada, ma si stringono in piazza, nell'agorà, il luogo democratico per eccellenza. E per organizzarsi usano la rete, mostrando che Internet non serve solo a manipolare l'opinione pubblica demagogicamente dall'alto, ma resta uno splendido strumento di condivisione di idee e coordinamento sociale dal basso.
Questa modalità di protesta pacifica e quasi pacifista, senza bandiere e senza proclami, attraverso non il dire ma il mostrare che siamo tutti sulla stessa piazza-barca, che possiamo prosperare solo tutti insieme, come tutti insieme rischiamo di affondare, ha richiesto un'innovazione comunicativa.
L'espressione flash mob nasce nel 2003 per indicare un assembramento intenzionale ma inaspettato di persone in uno spazio pubblico, reso possibile dal coordinamento occasionale dell'azione di gruppo, di solito attraverso Internet. Qualcuno si è stupito e ha esaltato l'unione tra Facebook e la piazza come una straordinaria novità.
La verità è che la separazione tra digitale e analogico, tra online e offline è degli anni Novanta. Facebook è nata nel 2004. Gli organizzatori del flash mob di Bologna sono trentenni che vivono da tempo on-life. La fine di un flash mob è quello di sorprendere e attrarre l'attenzione pubblica con la sua stessa esistenza e significatività. Non rimanda ad altro, come un comizio, ma è il suo stesso contenuto, come una canzone. Insistere nel chiedere quale sia il "vero" messaggio vuol dire non aver mai sentito parlare di McLuhan: l'evento è il messaggio (the medium is the message), fine.
Questo è importante, perché oggi controbattere certi temi è, per usare un detto inglese, come lottare con un maiale: si finisce solo per sporcarsi e inoltre il maiale si diverte un mondo. Ingaggiare un dibattito serio sull'emergenza immigrazione", per esempio, rischia di legittimarla come una posizione degna di essere discussa e di concentrare l'attenzione di tutti sui temi sbagliati. Si aggiunge rumore, distraendo ulteriormente l'opinione pubblica dalle cose serie, e facendo così un favore a chi vuole monopolizzare l'attenzione su simili temi.
Pessima mossa, ma resta il problema: se non ci si impegna, come ci si può difendere? Le Sardine hanno identificato una modalità, elegante: la co-presenza in piazza come segnale dirompente per criticare senza legittimare, per dare a tutte le persone che non ne possono più di politichetta e anti-politichetta la possibilità di un gesto di dissenso educato contro le malattie di cui soffre tutta la politicaccia.
Con il valore aggiunto di far parlare i giornalisti di qualcosa di diverso dai soliti temi cari alla politicaccia stessa. I cattivi politici non vedono l'ora che si smetta di parlare di Sardine e si riprenda a parlare di loro. Come diceva Oscar Wilde, l'unica cosa peggiore del parlar male di me e che non si parli di me. Acronimizzare "Sardine" non ha senso e va contro l'approccio immunologico. Il termine è nato accidentalmente, dall'espressione "stretti come sardine". Meglio lasciarlo come un modo per identificare un'ampia reazione civile contro il populismo sovranista. Altrimenti si inizierà a litigare se la S possa stare per "Sostenibilità" o "Solidarietà", o la A per "Accoglienza" o "Amicizia". Il termine "Sardine" è ben scelto.
Nel 2014, pubblicai un testo in cui introducevo il concetto di protezione della privacy di gruppo argomentando che ciascun individuo pensa di essere speciale, come Moby Dick, ma in realtà quasi tutti siamo sardine. Ogni sardina teme che il populista stia cercando di pescare proprio lei. Ma il populista non è interessato alla sardina, cerca di pescare tutto il banco.
È quindi il banco che deve essere protetto, per salvare ogni sardina. Un'etica che si rivolge a ciascuno di noi come se fossimo tutti Moby Dick è lusinghiera, ma deve essere aggiornata urgentemente. A volte l'unico modo per proteggere l'individuo è proteggere il gruppo al quale appartiene. In conclusione, resta la domanda più difficile: che cosa si può fare ora che gli anticorpi sembrano contrastare i malanni peggiori della politica?
Alla lavagna, le opzioni sono tre. Si può riformare un partito esistente, per farlo diventare Politico. Sembra impossibile, qualunque sia la scelta di partenza. Si può trasformare il Movimento delle Sardine in un partito.
Sembra contraddittorio, qualunque sia la speranza di arrivo. O si può creare un partito nuovo, non basato su qualche velleità individualistica, ma che si faccia portavoce e coordinatore di tutte le esigenze di buona politica che ormai da anni sono espresse da tanti movimenti diversi. Sembra utopistico, ma si sa, le Sardine tendono a essere ottimiste.
di Giovanna Maria Fagnani
Corriere della Sera, 15 dicembre 2019
Gli artisti del Coro della Scala e i detenuti del Coro della Nave di San Vittore. Insieme. Per beneficenza. In un concerto-spettacolo di Natale intitolato "Voci fuori dal coro" che avrà luogo alle 21 di martedì nell'Auditorium Fondazione Cariplo, in largo Gustav Mahler, con la partecipazione degli attori del Macrò Maudit Teater.
La serata, promossa e organizzata dalla Fondazione Cariplo e dall'associazione "Amici della Nave", servirà a raccogliere fondi per l'accesso alle cure dentali dei bambini di Milano che vivono in condizioni di povertà. E l'iniziativa si unisce alle tante attività del "Programma QuBì - La ricetta contro la povertà infantile", attivato a portato avanti dalla stessa Fondazione Cariplo per contrastare la povertà di oltre 20 mila minori in città.
La campagna di raccolta fondi è attiva su "For Funding", la piattaforma digital di Intesa Sanpaolo che sostiene il progetto con le Fondazioni Vismara, Romeo ed Enrica Invernizzi, Fiera Milano e Snam. Per partecipare alla serata basta andare su forfunding.it e cercare "Progetto QuBì", dopodiché fare una donazione e registrarsi: sarà poi sufficiente dare il proprio nome una volta arrivati all'ingresso.
La collaborazione a questa iniziativa da parte dei coristi della Scala, a titolo totalmente volontario così come quella del loro maestro Bruno Casoni, è nata dopo l'esperienza dello scorso aprile, un'esperienza durante la quale il teatro più famoso del mondo aprì le sue porte - e il suo palco - ai detenuti del reparto per una interpretazione fianco a fianco di "Va' pensiero".
Ora, a dieci giorni dalla Prima e nonostante il fitto calendario di repliche e prove per gli spettacoli successivi, gli artisti della Scala hanno trovato il tempo e la volontà di andare a provare dentro il carcere di San Vittore per la preparazione di questo spettacolo che sarà arricchito dai testi scritti dai detenuti stessi - interpretati dalle voci di Macrò Maudit - e dalle fotografie di Ludovica Sagramoso.
La campagna di raccolta fondi sarà comunque attiva fino al 31 gennaio. Dunque c'è ancora tempo. Per raggiungere i bambini che anche in una città come Milano non riescono ad accedere al dentista il programma attiverà le 23 ricette QuBì attive in 25 quartieri della città: una rete di prossimità che coinvolge più di 600 organizzazioni non profit, i servizi sociali, la cittadinanza attiva, e che finora ha raggiunto su vari fronti diversi 60mila persone.
"Il concerto Voci fuori dal Coro - sottolinea il presidente di Fondazione Cariplo, Giovanni Fosti - è un'iniziativa speciale perché è nata dal desiderio di persone che vivono in carcere di fare qualcosa per chi ha bisogno, un gesto che lancia un messaggio molto potente. Persone di condizione, se vogliamo, così distante come detenuti e artisti di uno dei teatri più prestigiosi del mondo si sono unite per aiutare i bambini che a Milano vivono in povertà.
Un tema cittadino - ha aggiunto Fosti - che riguarda tutti. Il nostro impegno è cercare di ridurre queste distanze, fino a colmarle". "Per tutte le persone che si sono impegnate in questa iniziativa - ha detto Eliana Onofrio, che è la presidente dell'associazione Amici della Nave - fare qualcosa a favore del prossimo è una grande esperienza di crescita. Grazie di nuovo a tutti coloro che l'hanno resa possibile".
Tra questi Giacinto Siciliano, direttore di San Vittore: "Stiamo parlando di un percorso nel quale crediamo molto. La pena come momento in cui ricostruire l'uso del proprio tempo e il carcere come luogo aperto, di scambio, finalizzato al rientro nella società. Attraverso il lavoro, l'arte, la bellezza. In questo caso, con l'arricchimento di uno scopo benefico in cui i detenuti non chiedono ma danno".
di Andrea Senesi
Corriere della Sera, 15 dicembre 2019
Le telefonate al numero verde del Comune di Milano. Attivo da due mesi: sos anche per farmaci, alcol, gioco e la nuova schiavitù dalla tecnologia. Chiamare in Comune per segnalare la propria o altrui dipendenza. Il numero verde era stato (ri)attivato sull'onda della scandalo di Rogoredo, il parco della droga al margine della città e soli da pochi mesi tornato ad apparente normalità.
SostieniMi è il servizio di contrasto alle dipendenze partito a inizio ottobre per mettere a disposizione una linea telefonica (335.1900536), un indirizzo mail (
Perché dopo due mesi di attività il primissimo bilancio del centralino restituisce una fotografia per certi aspetti inattesa. Tra ottobre e novembre 2019 il servizio ha gestito 150 contatti. A chiedere aiuto sono soprattutto i diretti interessati (72 per cento), mentre negli altri casi si tratta di familiari (genitore, partner, fratello/sorella o altro parente).
La prima sorpresa è che meno della metà delle domande denuncia una dipendenza da eroina, cocaina o altre sostanze: "solo" il 40 per cento denuncia una dipendenza da droghe, il resto si divide tra farmaci (20 per cento), ludopatie e gioco d'azzardo (20 per cento) e solo al quarto posto l'alcol (15 per cento). Ma si sono registrati anche tre casi di sedicenti dipendenze da "nuove tecnologie". Giovani schiavi, in pratica, del proprio cellulare o del computer.
Un'assoluta e preoccupante novità. Commenta l'assessore al Welfare Gabriele Rabaiotti: "La nostra è un'iniziativa che non vuole sovrapporsi ai servizi già presenti, ma aiutare in termini di primo ascolto e orientamento chi sta affrontando un qualsiasi tipo di dipendenza".
"Nei primi due mesi - continua l'assessore Rabaiotti - abbiamo riscontrato un grande bisogno non espresso e dunque la necessità di intervenire con ancora più convinzione, soprattutto per far emergere le dipendenze che ancora oggi non vengono riconosciute come tali e quindi denunciate, come per esempio quella dalle nuove tecnologie.
Sono stati solo tre i casi intercettati, ma pensiamo che il potenziale bacino di utenza sia molto più grande e abbia bisogno di un intervento proattivo di sensibilizzazione. Essendo questo un fenomeno che interessa sempre più giovani e giovanissimi, è inoltre allo studio la realizzazione di profili social del servizio, in modo da riuscire a intercettare chi a questo mondo si è approcciato da poco".
Il servizio è ora gestito dal Centro Ambrosiano di solidarietà (Ce.A.S.) - selezionato dal Comune attraverso un avviso pubblico - era stato ideato e annunciato dal precedente assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino. Da Palazzo Marino si dicono estremamente soddisfatti dei primi riscontri.
"I contatti - spiegano tecnici e operatori - sono aumentati percentualmente di molto da un mese con l'altro (+60 per cento) e le tre telefonate al giorno di media sono da considerarsi un inizio incoraggiante, considerate le diffidenze e le reticenze tipiche di chi è alle prese con questi problemi. "E mediamente - sottolineano ancora dall'assessorato - riusciamo a tenere agganciate le persone che chiamano: chi si rivolge a noi sceglie poi di ricevere un sostegno vero e di avviare un percorso di recupero".
di Massimo Franchi
Il Manifesto, 15 dicembre 2019
Piemonte, al via il primo processo nel settentrione. A giudizio sei imprenditori e un caporale per aver sfruttato venti lavoratori stranieri. Il primo processo per caporalato al Nord si è aperto venerdì a Cuneo. Sei imprenditori agricoli e un caporale rinviati a giudizio per lo sfruttamento perpetrato nei confronti di oltre 20 lavoratori nella zona di Saluzzo. Al tribunale di Cuneo si è tenuta l'udienza preliminare.
A chi pensa ancora che il caporalato sia un fenomeno limitato al sud, i racconti dei ragazzi - quasi tutti centro africani provenienti da Costa d'Avorio, Mali, Guinea, Burkina Faso, e un solo albanese - farà facilmente cambiare idea. "Molti di loro lavoravano di giorno nei campi a raccogliere la frutta e la notte in una cooperativa in quella che loro chiamano "la raccolta dei polli" - spiega l'avvocato di parte civile Valentina Sandroni che assiste due lavoratori iscritti alla Flai Cgil.
Alcuni lavoravano anche 20 ore al giorno, dormendo solo due ore prima di essere svegliati per essere portati allo stabilimento. Oppure che uno dei lavoratori si è sentito chiedere di pagare 304 euro per poter avere il Cud da presentare per il rinnovo del permesso di soggiorno: la cifra era pari ai contributi che l'azienda doveva versare per riconoscere le ore in più che naturalmente non aveva pagato al ragazzo nonostante ne lavorasse molte di più".
L'inchiesta della procura di Cuneo guidata dal procuratore capo Onelio Dodero è partita nel luglio del 2018 e ha portato ad un arresto e due misure cautelari lo scorso maggio. È stata ribattezzata "Momo", dal soprannome del caporale del Burkina Faso che teneva i legami con le aziende agricole a conduzione familiare: la Gastaldi, specializzata in raccolta della frutta (a Saluzzo negli ultimi anni è decollata la coltivazione di lamponi e mirtilli) e la cooperativa Monviso con lo stabilimento Gfb per il trattamento di polli e conigli: le persone rinviate a giudizio sono tutti parenti delle due famiglie. Sia il caporale che gli imprenditori rischiano dai 5 agli 8 anni di carcere perché al reato di caporalato vanno aggiunte la aggravanti di violenza e minacce.
L'inchiesta ha accertato tutti i crismi del reato di caporalato: utilizzo illegale di manodopera, il riconoscimento di salari difformi dai contratti nazionali e provinciali di settore, la violazione continua dei diritti fondamentali della persona, l'alterazione del corretto funzionamento del mercato del lavoro favorendo un sistema di concorrenza sleale tra imprenditori, la sottoposizione a controllo.
"Ieri in aula si è discusso molto rapportando la situazione descritta ai casi più noti di caporalato avvenuti in Calabria, Campania o basso Lazio. Ma il tentativo di sostenere che questo caso sia meno grave perché le condizioni dei lavoratori erano migliori va contrastato duramente: innanzi tutto non si era mai sentito parlare di 20 ore di lavoro al giorno e poi, se il contesto sociale è diverso, uguali sono le modalità di sfruttamento dei lavoratori", sottolinea l'avvocato Sandroni.
Molti dei lavoratori sono stati contattati e sindacalizzati attraverso il Pas (Prima accoglienza stagionali), la ex caserma di Saluzzo che dà loro rifugio, nata nel 2018 dopo la sollecitazione della Caritas locale con l'intervento di Regione Piemonte, Consorzio Monviso Solidale, Caritas, Cgil e Cisl, fondazioni bancarie e aziende.
"Abbiamo aperto uno sportello al Pas e in questo modo siamo entrati in contatto con più lavoratori potendo aiutarli: per esempio nessuno di loro sapeva che poteva richiedere la disoccupazione", racconta Davide Masera, segretario della Cgil di Cuneo, che nella prossima udienza di marzo si costituirà parte civile nel processo assieme alla Flai Cgil.
"La nostra azione - continua Masera - ha portato ad un aumento dei contratti di lavoro nel collocamento di Saluzzo di ben il 25 per cento. È un dato clamoroso che si dovrebbe ripetere anche nel 2019: significa che la legalità è aumentata nel nostro territorio e che i lavoratori migranti hanno più diritti".
di Giordano Stabile
La Stampa, 15 dicembre 2019
La decisione di Trump dopo la ripresa dei colloqui con i Taleban. Donald Trump annuncerà la settimana prossimo il ritiro di "oltre 4000 soldati" dall'Afghanistan. Il contingente sarà ridotto a circa 8 mila uomini prima della fine dell'anno. L'annuncio è stato anticipato da funzionari della Casa Bianca a media americani e arriva in concomitanza con la ripresa dei colloqui di pace fra Stati Uniti e Taleban, condotti dall'inviato speciale Zalmay Khalizad. Il ritiro sarà un combinazione di ridispiegamento di alcune unità e mancato rimpiazzo di altre di ritorno negli Usa per la normale rotazione.
Missione antiterrorismo - La scorsa settimana il capo degli stati maggiore, generale Mark Milley, ha spiegato al Congresso che la missione potrebbe essere trasformata in una più modesta operazione "anti-terrorismo", quindi basata soprattutto su forze speciali, senza dispiegamenti su tutto il territorio. Il contingente potrebbe essere ridotto ad alcune centinaia di uomini, dai circa 13 mila attuali. Il segretario dalla Difesa Mark Esper ha confermato che Washington rimarrà concentrata sulla "lotta al terrorismo" mentre i colloqui di pace con i Taleban vanno avanti. Nel Paese ci sono anche cellule di Al-Qaeda e dell'Isis.
Esercito locale inefficiente - Dei 13 mila soldati oggi presenti, 5 mila sono impegnati in missioni anti-terrorismo, mentre gli altri svolgono mansioni di addestramento e assistenza alle truppe afghane. Le forze di sicurezza governative si sono però finora mostrate molto carenti, nonostante una presenza occidentale che dura oramai da 18 anni. Ieri altri 23 soldati afghani sono stati uccisi da un commando di talebani infiltrati nella base militare di Qarabagh, nella provincia sud orientale di Ghazni. L'inefficienza e la corruzione di polizia ed esercito locali sono stati anche denunciati dagli "Afghanistan Papers" pubblicati dal Washington Post.
Gli Afghanistan Papers - Il titolo è un riferimento ai "Pentagon papers" pubblicati nel 1971 dal New York Times e che contribuirono a mettere fine al conflitto in Vietnam. Il Wapo ha raccolto 2300 documenti, soprattutto attraverso interviste riservate. Ha condotto una lunga battaglia per poterli pubblicare e si è appellato al Foia, il Freedom of Information Act per ottenere il permesso. Il quadro che emerge è soprattutto di menzogne, improvvisazione e una volontà prolungata di nascondere la verità all'opinione pubblica. Dal 2001 775 mila soldati statunitensi hanno prestato servizio in Afghanistan. Oltre 2300 sono morti, 20.589 sono rimasti feriti. Secondo il Costs of War Project alla Brown University, il governo americano ha speso 978 miliardi di dollari, un conto che non include le spese per contractor e di agenzie minori.
Mille miliardi "buttati via" - I risultati sono sconfortanti. "Che cosa abbiamo ottenuto con questo sforzo da mille miliardi di dollari?", si chiede Jeffrey Eggers, ex Navy Seal e consigliere alla Casa Bianca con i presidenti George W. Bush e Barack Obama. "Dopo la sua uccisione - continua - mi sono detto che Osama bin Laden probabilmente sta ridendo dalla sua tomba in fondo all'Oceano considerando quanto abbiamo speso in Afghanistan". Un generale a tre stelle, Douglas Lute, ammette invece che "ci manca la comprensione fondamentale del Paese, non sappiamo che cosa stiamo facendo". Per Douglas, che è stato "zar" della guerra in Afghanistan con Bush e Obama, gli Stati Uniti "non hanno la più vaga idea di quello che stanno cercando di ottenere".
Corruzione e droga - Anche i rapporti sulla ricostruzione del Paese, delle sue forze di sicurezza, sono stati sistematicamente falsati. Esercito e soprattutto polizia non sono in grado di controllare il territorio, come si può constatare sul terreno e come spiega un altro alto ufficiale al Wapo: "Un terzo dei poliziotti sono o drogati o infiltrati dei talebani", gli altri sono "ladri ossessivi" che "hanno rubato talmente tanto carburante dalle basi americane da puzzare in permanenza di benzina". Con queste premesse forse l'unica prospettiva è quella tracciata da Trump e cioè un accordo con i Taleban per ritirare le truppe e lasciarsi alle spalle la "tomba di tutti gli imperi", come viene chiamato l'Afghanistan.
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 14 dicembre 2019
In assenza di rivali, il magistrato guadagna il consenso popolare e dà soluzione a problemi che i partiti non risolvono. Ho trovato di grande pregio l'analisi sviluppata da Angelo Panebianco sul Corriere. Partendo dalla probabile cancellazione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, anche nel caso di assoluzione piena dell'imputato, lo studioso bolognese individua nell'allargamento progressivo e apparentemente inarrestabile del potere giudiziario il tratto caratteristico della trasformazione politica in corso nelle democrazie occidentali, che in Italia sarebbe in fase particolarmente avanzata.
Più debole mi pare la conclusione, se così si può dire, che finisce con il responsabilizzare i giudici per la situazione che si è venuta a creare e per il suo progressivo aggravarsi, che in concreto arriva a mettere in discussione le fondamenta delle libertà borghesi, ancorché garantite dalla Costituzione.
Il fatto che essa stabilisca all'articolo 111 che "la legge assicura la ragionevole durata del processo" non sembra impensierire politici e giuristi che si sono sbracciati per bloccare le riforme proposte da Renzi, nella modalità legittima della modifica costituzionale e in molti casi molto meno incisive di quanto non sia la pura e semplice abolizione della prescrizione dopo il primo giudizio, non accompagnata dagli strumenti di correzione del processo promessi all'atto dell'approvazione della legge. Come sostenuto da quasi tutti i politologi classici infatti, quello giudiziario è il più debole dei poteri statuali, inferiore in efficacia sia al legislativo che all'esecutivo. Le leggi di proposta parlamentare approvate sono sempre di meno.
Nella concorrenza dei poteri sono con evidenza le componenti politiche a disporre degli strumenti di maggiore efficacia, potenzialmente utili a condizionare quella giudiziaria, che vive all'interno del sistema normativo disegnato dal parlamento, costretta dalla sua stessa natura ad agire con la tecnica del caso per caso e priva del controllo dei meccanismi base del potere statuale, dal tesoro agli esteri, dal lavoro alla fiscalità.
Se il peso sociale della magistratura aumenta e quello della politica diminuisce la responsabilità è per larga parte della seconda, che non riesce a darsi la legittimità sufficiente a esercitare la propria funzione in modo pieno. Nel sistema italiano del dopoguerra l'organizzazione del consenso era effettuata dai partiti politici, mentre i rapporti internazionali certificavano la loro legittimazione a dirigere la società, indirizzando le risorse e tenendo in equilibrio i comparti sociali.
Scomparsi i partiti di massa, crollata la partecipazione elettorale, cancellata ogni organizzazione del consenso non agganciata alle presenze televisive, più adatte a suscitare il dissenso violento e viscerale, fallito il tentativo di sviluppare nel web forme sostitutive di democrazia diretta, come dimostrato dai 27.273 votanti sulla questione decisiva della forma del rapporto tra M5S e Pd, la politica si dissolve e nel vuoto di potere viene surrogata dalla struttura pubblica di maggiore efficienza e credibilità presente nel Paese.
Se la politica si ritrae, non gestisce le scelte che le sarebbero proprie, dal fine vita alla gestione della cittadinanza per gli immigrati, dalla tutela dei diritti fondamentali alla lotta alla criminalità, non riuscendo neppure a stabilizzare il sistema elettorale, non diciamo della riforma della giustizia, l'incapacità di realizzare la quale nonostante la maggioranza schiacciante che pure ha avuto spinge Berlusconi fuori dal novero degli statisti, è necessario che qualcun altro se ne occupi.
Meno funziona la democrazia, in qualunque modo la si voglia intendere, maggiore è la credibilità del sistema proposto da Platone nella Repubblica: affidare il potere ai filosofi.
Come sceglierli? Ovviamente tramite concorso e per cooptazione, ossia nel modo nel quale sono selezionati, con serietà e rigore, i magistrati. In assenza di rivali competitivi nella capacità di guadagnarsi il consenso popolare, ossia di acquisirne a sufficienza per strappare loro qualche brandello di potere, è del tutto normale, e politicamente giusto, che siano loro a indirizzare le scelte principali del nostro paese e che a loro si ricorra per sopperire ad ogni emergenza. Pretendendo addirittura che facciano funzionare le acciaierie, che questo è il significato della frase di Di Maio "Porteremo in tribunale la Arcelor Mittal".
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 14 dicembre 2019
Il sovraffollamento è intollerabile, servirebbe uno sforzo comune per affrontare la crisi delle carceri, ma alcuni Sindacati di Polizia e il leader della Lega preferiscono alimentare la polemica contro i Garanti e per la nomina di Ioia a Napoli.
di Lucrezia Tiberio
lintellettualedissidente.it, 14 dicembre 2019
Nel sistema carcerario italiano - complici le leggi riempi-celle e il conseguente sovraffollamento - è carente la rieducazione dei detenuti. Ma stigmatizzare un uomo che commette un reato come criminale a vita fa sì che lui stesso non creda più nel proprio recupero e reinserimento sociale: è la teoria dell'etichettamento, oggi più attuale che mai.
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