di Franco Corleone
L'Espresso, 4 novembre 2019
Un silenzio inquietante circonda la vita delle carceri. Il sovraffollamento ha ripreso a mordere e il clima negli istituti penitenziari è peggiorato in maniera preoccupante: aggressioni, suicidi e atti di autolesionismo sono diventati sempre più frequenti. Occorrerebbe una ripresa del processo riformatore dopo la caduta del progetto costruito dagli Stati generali e invece l'amministrazione penitenziaria pensa di risolvere l'insostenibilità di una condizione insopportabile per i detenuti e il personale tutto (direttori, polizia penitenziaria, educatori) dando il via a un riordino dei poteri di gestione esautorando i direttori della responsabilità e del coordinamento. Cento direttori hanno firmato un documento di protesta non per ragioni corporative ma per salvare lo spirito della riforma del 1975. La smilitarizzazione del Corpo degli agenti di custodia si muoveva nella logica di affidare le esigenze della sicurezza a personale qualificato e partecipe ai processi di risocializzazione dei detenuti.
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza
Corriere della Sera, 4 novembre 2019
Cominciamo con una domanda: in Italia, il 70% dei carcerati, una volta scontata la pena, torna a delinquere. Cosa non funziona visto che lo scopo della pena è proprio quello di riabilitare?
Nelle 190 carceri italiane ci sono 60.552 detenuti che costano, incluse le spese per la sicurezza, 4.000 euro al mese a testa. Complessivamente il sistema penitenziario pesa sul bilancio dello Stato per 2,9 miliardi l'anno. In Europa solo Russia e Germania spendono più di noi. I condannati in via definitiva sono 41.103, che devono pagare le spese di giustizia e quelle per il loro mantenimento in carcere. Ma solo poco più del 2% salda il conto, gli altri i soldi non li hanno, e le richieste pendenti di carcerati che, una volta fuori, chiedono la cancellazione del debito sono oltre 4.300 l'anno.
di Osservatorio Carcere Ucpi
camerepenali.it, 4 novembre 2019
Lo schema di Decreto legislativo in materia di revisione dei ruoli delle Forze di Polizia, agli arti. 29 - 35 prevede la riforma anche del Corpo di Polizia Penitenziaria aumentandone i poteri e riducendo, di fatto, quelli della Dirigenza amministrativa. Il virus carcerogeno, che ha invaso il nostro Paese e che ormai senza differenze di colori, sia giallo-verde, che giallo-rosso, stravolge i principi fondamentali del diritto e del processo penale, sta per infliggere il colpo di grazia al principio di rieducazione del condannato e a tutti gli altri che tutelano la dignità dei detenuti.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 4 novembre 2019
La giudice Vertaldi (Tribunale Sorveglianza di Roma): "pronuncia incoraggiante". Magistratura di Sorveglianza con numeri troppo esigui per una categoria che con 233 unità - dati ministeriali del 2017 - rappresenta appena il 2,6% della magistratura ordinaria e un carico di lavoro crescente per via di un aumento esponenziale delle misure alternative al carcere passate dalle 22.957 del 2011 alle 44.290 del 2017.
Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2019
"La politica intervenga dopo la sentenza della Consulta: non può bastare buona condotta per i permessi ai boss". Il magistrato membro del Csm ed ex pm del processo sulla trattativa Stato-mafia intervistato su Rai3: "La nostra è una situazione eccezionale. Abbiamo mafie che hanno raggiunto una potenza unica e che hanno avuto rapporti di collusione con esponenti della politica".
europa.today.it, 4 novembre 2019
La delusione dell'ex-direttore delle carceri. Dopo un'intera carriera dedicata al reinserimento dei condannati britannici, l'ex-numero uno delle prigioni del Regno Unito esprime la sua amarezza per il mancato recupero di chi ha avuto un'infanzia segnata da violenza, alcol e sostanze stupefacenti.
Meno corsi di formazione professionale e più rispetto per la dignità dei detenuti. Sir Martin Narey, già direttore generale delle carceri britanniche, ha confidato la sua amarezza per gli scarsi risultati del reinserimento sociale dei condannati, coinvolti in attività benefiche e di formazione lavorativa che, secondo Narey, "fanno poca, se non nessuna, differenza". L'alto funzionario ed ex-consigliere speciale del Governo di Londra ritiene invece che il meglio che la prigione può offrire ai suoi detenuti sia un ambiente in cui ciascuno di loro viene trattato con "rispetto e dignità".
La recidiva e il reinserimento - In un discorso tenuto durante la conferenza dell'Associazione internazionale dei centri di correzione e delle prigioni, Sir Narey ha apertamente sostenuto che i programmi di riabilitazione dei condannati a pene carcerarie dovrebbero essere aboliti. L'ex-direttore ritiene infatti non vi sia alcun nesso causale tra i percorsi di reinserimento e la riduzione del tasso di recidiva, che in Regno Unito coinvolge ancora un ex-condannato su due.
Trattare bene i detenuti - "Bisogna contrastare, con educazione, chi dice che un corso da sei settimane a sei mesi possa annullare i danni di una vita", sostiene Narey, facendo riferimento alle storie dei detenuti segnate da infanzie difficili, abuso di alcol e di sostanze stupefacenti, scarse opportunità e disoccupazione.
"Le carceri dignitose in cui i detenuti sono rispettati - sottolinea Narey - forniscono invece una base per la loro crescita personale". "Le prigioni indecenti e insicure - conclude - non consentono tale crescita e danneggiano ulteriormente coloro che vi devono sopravvivere".
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 4 novembre 2019
Il vescovo di Mazara (già nella commissione migrazioni della Cei): "Lì si parla di accoglienza non c'è scritto "rimandiamoli a casa"". Le parole di Ruini: "Ha fatto bene ad aprire il dibattito, dobbiamo uscire tutti allo scoperto"
Monsignor Domenico Mogavero, il cardinale Camillo Ruini, sul Corriere invita a dialogare con il leader della Lega. Lei che è stato con lui alla Cei e che da vescovo di Mazara ha criticato le posizioni contro gli sbarchi, cosa ne pensa?
"Non credo sia facile dialogare con lui".
Non lo incontrerebbe?
"Lo incontrerei volentieri. Figurarsi, volevo incontrare Gheddafi, lui è meno impegnativo. Ma con lui si può al massimo parlare. Non credo lasci aperti margini di confronto".
In che senso?
"O sei con lui o contro".
E con lui non c'è anche il popolo cattolico?
"Non penso che il popolo di Salvini sia il popolo cattolico. Anche se è fatto di cattolici".
Che differenza c'è?
"Si professa tale, ma non lo è. Sia per il rapporto con i migranti, sia nel dialogo con le altre religioni. Non basta brandire rosari e croci per definirsi cattolici".
Salvini lo fa. Non può essere, come dice Ruini, una "maniera sia pure poco felice di affermare il ruolo della fede nello spazi pubblico"?
"Credo che la sua sia piuttosto una scelta strategica. Fatta a tavolino. Per portare avanti la sua ideologia che non è che sia tanto in linea".
Con la Chiesa?
"Con il Vangelo che parla di accoglienza e di porte aperte".
Salvini dice di portarlo in tasca. Non ci crede?
"Vorrei sapere quale Vangelo usa. Dove trova scritto: "rimandiamoli a casa loro", "aiutiamoli là", prima gli italiani. Io non le trovo queste cose. Trovo sempre la difesa degli ultimi".
Secondo lei allora il cardinal Ruini sbaglia?
"No, ha fatto bene ad aprire il dibattito. Ha gettato il sasso nello stagno. Ho riconosciuto l'innegabile intelligenza superiore e la immutata lucidità che gli conosco da qualche decennio: ho lavorato con lui a lungo e nutro per lui un grande affetto".
Perché ha fatto bene?
"Perché di queste cose tra di noi non se ne parla. E spero che ora si abbandoni il silenzio pudico di chi non sa che pesci prendere. Dobbiamo uscire tutti allo scoperto".
Ruini non auspica un nuovo partito cattolico. Lei?
"Per l'amor di Dio, nemmeno io. Portiamo addosso i segni di quando dovevamo essere un unico partito".
La Dc?
"Il periodo dei padri fondatori è fuori discussione. Ma i figli e i nipoti non è che siano stati di così specchiata coerenza. Col rischio che ciò che di male faceva il partito veniva addebitato alla Chiesa".
Quindi i cattolici non devono impegnarsi in politica?
"Secondo me sì. Ma portando la testimonianza della coerenza dei valori evangelici nella propria vita".
Questo Papa è di sinistra?
"Il Papa non fa politica, predica il Vangelo. E se fa questa scelta assoluta per i poveri non dice nulla di nuovo. È stata in qualche modo l'ideologia comunista a copiare".
Ma Ruini ha detto che la scelta di influenzare gli schieramenti di centrodestra è stata positiva. È così?
"Forse. Ognuno cerca di dare al Vangelo il coinvolgimento personale più congeniale. E quello era congeniale a chi ama una visione delle cose più tranquilla, dove c'è spazio per tutti, soprattutto per quelli che sanno gestirsi bene. Oggi poi la situazione è diversa. Appena c'è una dialettica interna si dice: basta, me ne vado, faccio da me. Ma in queste liste Salvini, Berlusconi, Berlinguer o che so io, tutto si identifica con una persona. E questo è rischioso. L'esaltazione del singolo può anche creare problemi al sistema".
di Vincenzo Musacchio
Gazzetta del Mezzogiorno, 4 novembre 2019
L'arresto di uno dei figli di "El Chapo Guzman" genera un violentissimo conflitto a fuoco tra le truppe dei trafficanti, la polizia e i militari a Culiacan, una delle roccaforti dell'ex re della droga detenuto attualmente negli Stati Uniti. Tutte le attività a Sinaloa sono state sospese con uffici pubblici chiusi e scuole evacuate.
Un esercito di mercenari con centinaia di uomini pesantemente armati sono arrivati da ogni angolo dello Stato, pagati per liberare il figlio del Chapo. Ovidio Guzman è considerato l'erede al trono del Cartello di Sinaloa dopo l'uscita di scena del padre. Il conflitto a fuoco è durato per ore e i sicari giravano per la città sparando contro la popolazione che cercava riparo dall'enorme potenza di fuoco dei mercenari. Ovidio Guzman è stato rilasciato. Lo Stato non ha la forza per reagire.
Che cosa potrebbe succedere se, nonostante il loro non pentimento e la loro non collaborazione, dal carcere a vita uscissero: Raffaele Cutolo, fondatore e capo della Nuova camorra organizzata, condannato a quattro ergastoli da scontare dal 1995 in regime di 41bis. Leoluca Bagarella legato a Cosa Nostra, affiliato al clan dei Corleonesi di Riina, killer spietato, "don Luchino" è stato autore di svariati omicidi e responsabile di alcuni tra i più gravi fatti di sangue, tra cui la Strage di Capaci e il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, è all'ergastolo in regime di carcere duro (41bis).
Nitto Santapaola è considerato tra i più potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa Nostra. Francesco Schiavone il boss più importante del clan dei Casalesi, condannato definitivamente alla pena dell'ergastolo. Francesco Bidognetti, braccio destro di Schiavone e killer spietato autore di numerose esecuzioni. Giovanni Strangio, 'ndranghetista, è tra gli ideatori e gli autori della strage di Duisburg. Giuseppe Rogoli boss di alto rango della 'ndrangheta, affiliato ai Bellocco, è considerato uno dei fondatori della Sacra corona unita pugliese.
Questi sono solo alcuni dei nomi tra i più pericolosi criminali nel panorama europeo, non solo italiano, che potrebbero uscire dal carcere. Ma davvero pensiamo che per queste persone che non hanno mai collaborato e rinnegato la loro vita e le loro condotte criminali possa esserci rieducazione e risocializzazione? Non si sceglie di diventare mafioso, si nasce.
Lo è tuo padre, lo è stato probabilmente anche tuo nonno. Perché capo mafia si cresce e si viene formati per diventare un perfetto generale di un'armata criminale. Questo ruolo è assoluto e non abdicatile. Esistono solo due vie di fuga: la morte o la collaborazione con la giustizia. Per questi ferocissimi boss mafiosi si dovrebbe dimostrare che dopo una lunga carcerazione non sono più pericolosi e che possono beneficiare di permessi e magari arresti domiciliari.
Questo dovrebbe valutarlo e deciderlo un giudice. Io sono convinto che qualsiasi boss di quelli appena citati se uscisse dal regime carcerario duro tornerebbe l'istante dopo a esercitare il suo vecchio potere e a riorganizzare il suo vecchio clan.
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 4 novembre 2019
Gli ultimi episodi di violenza urbana, tra i quali in primo piano l'uccisione del giovane romano avvenuta il 25 ottobre scorso, un episodio le cui indagini per giungere alla verità dei fatti si profilano lunghe e complesse, hanno riaperto il dibattito, in verità mai sopito, sulla sicurezza urbana.
Prima di altro, è opportuno valutare se i numerosi interventi legislativi, a partire dal decreto sicurezza del 2008 (D.L. n. 92/2008) fino all'ultima legge di dicembre 2018 (L. n. 132/2018), hanno effettivamente conseguito lo scopo per il quale sono stati promulgati, ovvero quello di creare un nuovo e più efficace modello di sicurezza urbana, al fine di contrastare il sempre più crescente senso di inquietudine. E indubbio che, anche attraverso il graduale sviluppo culturale della popolazione, dei passi in avanti sono stati fatti.
Oggi, diversamente dal passato, è opinione condivisa che la gestione della sicurezza oltre ad essere attribuita allo Stato centrale, soprattutto al fine di preservare condizioni di uniformità di prestazioni e tutele su tutto il territorio nazionale, debba essere sempre più affidata anche alle amministrazioni locali le quali, più di ogni altra istituzione pubblica, sono vicine ai cittadini e al contempo hanno maggiore conoscenza delle criticità ed esigenze della loro giurisdizione.
Certo, non possiamo fingere di ignorare che la coesione sociale, ovvero la condivisione di valori culturali, di solidarietà e fiducia, che caratterizza una comunità e che rappresenta, come sostenuto da Emile Durkheim, uno dei presupposti essenziali della sicurezza urbana, nel nostro Paese risulti essere più elevato nelle regioni del nord e centro-nord rispetto a quelle del sud e centro-sud. Una stortura che si incunea nella più ampia tematica delle disuguaglianze e che potrà essere risolta soprattutto rafforzando il sentimento di unità nazionale.
Per altri versi, è anche evidente che a partire dalle intuizioni di Philip Zimbardo, risalenti alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, passando dal noto saggio di George L. Kelling e James Q Wilson sulla teoria delle "Broken Windows", si è giunti al convincimento che sussiste una stretta correlazione tra la sicurezza urbana ed il degrado sociale.
Da qui la necessità di una maggiore attenzione verso le politiche abitative che devono essere volte a rimuovere i quartieri segregati, frutto di una edilizia pubblica errata, per eliminare l'emarginazione che affligge coloro che vi abitano. Un problema che non si risolve con il loro isolamento, come purtroppo è avvenuto. Non sono neanche più proponibili politiche di "tolleranza zero", basate per lo più sull'inasprimento delle sanzioni.
Una tecnica amministrativa che ha funzionato negli anni dal 1994 al 1996, nella New York violenta del Sindaco Rudolph Giuliani, determinando un calo del 40% di omicidi e una riduzione di reati del 30%, ma che sarebbe anacronistica nell'età presente, dove l'elemento centrale di contrasto alla violenza urbana è rappresentato dalla prevenzione.
Ovviamente ciò non significa che il profilo sanzionatorio debba essere abbandonato, ma che lo stesso deve essere incentrato non sull'aumento delle pene bensì sulla effettiva esecuzione delle stesse. Semmai, da un punto di vista più tecnico-giuridico, rivisitando i minimi edittali e introducendo rigorosi criteri che impediscano di accedere con facilità ai numerosi benefici previsti dal nostro sistema giuridico.
Non è possibile arrendersi all'idea che l'insicurezza urbana sia un problema irrisolvibile poiché endemico delle società moderne. Ancora meno deve essere sottovalutato il condizionamento negativo della sua percezione, sul presupposto che i dati reali documentano un calo dei reati. La sicurezza è un bene pubblico, che incide direttamente su tutti i diritti dei cittadini, compreso quello di libertà, per i quali lo Stato deve garantirne il godimento.
Contrariamente da quanto accade per altri deplorevoli fenomeni, ad esempio per la corruzione, la percezione di insicurezza quand'anche non fondata su riscontri effettivi, degrada comunque la qualità della vita sociale. Per abbatterla bisogna intervenire sulle cause che la producono quindi, in primo luogo, sul carente sistema valoriale e legislativo ormai inadeguato a mantenere il passo con il progresso scientifico ed ambientale.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 4 novembre 2019
E' dal brutale assassinio dell'attivista curda Hevrin Khalaf, il 12 ottobre, che gli abusi delle milizie jihadiste sono all'ordine del giorno. I centri d'informazione curdi diffondono i video dell'odio da parte dei loro persecutori. Sino a che punto la Nato e la comunità internazionale sono disposte a tollerare che uno Stato importante come la Turchia utilizzi individui e gruppi armati sospettati di commettere sistematicamente crimini di guerra?
Guardare per credere. Sono gli stessi uomini delle milizie siriane, che dall'attacco del 9 ottobre sono utilizzate come teste di ponte dell'esercito turco contro i curdi in Siria, a diffondere via smartphone le loro efferatezze. Alcuni video riprendono il cadavere della giovane Amara Renas preso a calci. Con slogan che ricordano quelli di Isis, i jihadisti deridono il povero corpo, parlano di "puttana curda", inneggiano alla guerra santa in nome di Allah.
E' in effetti dal brutale assassinio dell'attivista curda Hevrin Khalaf, il 12 ottobre, che gli abusi delle milizie jihadiste sono all'ordine del giorno. I centri d'informazione curdi diffondono i video dell'odio da parte dei loro persecutori. Vi sono le immagini dettagliate di attacchi contro civili, ambulanze, centri medici. Alcuni giorni fa erano rilanciate quelle di un'altra combattente ferita alle gambe e umiliata. Abbondano i comunicati jihadisti nelle moschee, gli appelli alla lotta contro gli "infedeli", le minacce.
A onore del vero, va anche ricordato che questa stessa soldataglia fanatica è stata a sua volta vittima della durissima repressione voluta dal regime di Damasco, e garantita dalla sua alleanza con Mosca e Teheran, contro tutti gli oppositori a partire dallo scoppio delle rivolte nel 2011. Ciò non giustifica però questi crimini protetti dallo stesso presidente turco Erdogan. L'Onu avvisa Ankara che potrebbe essere considerata responsabile. Ma sembra ancora troppo poco e l'Europa perché tace?
- Omicidi stradali, la stretta non abbatte gli incidenti
- Ergastolo ostativo. Di Matteo in tv rilancia la linea dura
- La riforma della prescrizione condanna vittime e innocenti all'ergastolo processuale
- Con la riforma della prescrizione sarà impossibile avere giustizia
- "La sentenza della Consulta potrebbe riportare la lotta alle mafie indietro di 40 anni"










