di Maurizio Turco e Irene Testa
Left, 13 dicembre 2019
Come Partito Radicale abbiamo deciso di intraprendere Un'azione giudiziaria, concepita dall'avvocato Besostri per la durata ragionevole dei processi. Il ricorso pro bono è quello che, nei paesi anglosassoni, porta nelle aule di giustizia le richieste dei cittadini di avanzare sul fronte delle garanzie; nella penosa condizione in cui versa in Italia lo stato del diritto, siamo costretti ad utilizzare lo strumento per frenare l'ulteriore erosione dei diritti dei cittadini.
La roboante affermazione del diritto ad una durata ragionevole dei processi risale al nuovo articolo 111 della Costituzione, modificato nel 1999: ma era un testo introdotto sotto dettatura della Corte europea dei diritti dell'uomo, visto che il diritto è sancito dall'articolo 6 della Cedu già da mezzo secolo. Noi lo abbiamo richiamato nella nostra Carta costituzionale, ma abbiamo continuato a tradirlo, come dimostrano le migliaia di condanne per la legge Pinto. Ebbene, non la moneta di un indennizzo economico, ma l'accertamento di un diritto oggi chiediamo al giudice civile, mediante il ricorso cui invitiamo tutti ad associarsi.
Il diritto che chiediamo al giudice di tutelare riguarda ogni fruitore del sistema Giustizia, reale o potenziale: ognuno di noi ha interesse a che la Corte costituzionale si pronunci il prima possibile, per ripristinare il sistema della prescrizione presente nel codice penale e mantenuto in settant'anni di democrazia repubblicana. Pannella diceva che il non luogo a procedere, per superamento del termine di prescrizione, è l'amnistia dei ricchi; oggi, purtroppo, essa riguarda tutti, perché la Giustizia si ingolfa a prescindere dalle tattiche dilatorie degli imputati "eccellenti" e dei loro legali pagati profumatamente. Oggi un indagato non vede la luce in fondo al tunnel e, spesso, cerca di sottrarsi allo stigma sociale patteggiando una colpa non sua o non del tutto sua.
Ma questo riguarda anche la persona offesa dal reato, che sempre più spesso vede passare il tempo senza che un accertamento dei fatti lo legittimi a richiedere il sospirato risarcimento del fatto ingiusti subìto in ragione di un reato. Tutti questi cittadini avevano, nella minaccia incombente sul processo a causa della prescrizione, un grande alleato: il giudice che non vuole vedere sfumare il suo lavoro è portato ad accelerare i processi.
Senza più lo stimolo ad accelerarli, derivante dal correre della prescrizione, la loro durata si prolungherà all'infinito: dopo il Capodanno 2020, se entra in vigore il testo di Bonafede, il cittadino resterà appeso ad una sentenza destinata a tardare anni; per molti di loro, ciò equivale ad una violazione della presunzione di non colpevolezza, perché soffriranno per anni le conseguenze di un giudizio non ancora definitivo.
Per evitare la logica del fatto compiuto, proponiamo di utilizzare la stessa strada con cui l'Italicum fu portato, in pochi mesi, da Besostri al sicuro giudizio di incostituzionalità: il ricorso, con cui chiediamo al tribunale civile di investire la Consulta, invoca l'articolo 111 della Costituzione sull'obbligo di garantire una durata ragionevole ai processi.
Questa norma di civiltà, unitamente a tutte le altre che la Costituzione appresta a tutela dei diritti umani, contesta la menzogna, spacciata dal ministro Bonafede, secondo cui l'abolizione della prescrizione penalizza solo gli imputati "eccellenti". Lo Stato di diritto non si gestisce con la logica del cartello del salumiere: "Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 dicembre 2019
Audizioni per un'attività conoscitiva delle conseguenze della decisione sulla ostatività. In questi giorni la commissione Antimafia presieduta dal Nicola Morra sta svolgendo audizioni per un'attività conoscitiva delle conseguenze derivanti dalla sentenza n. 253 della Consulta.
isnews.it, 13 dicembre 2019
Il Gup del tribunale pentro ha affidato questa mattina l'incarico a un neurochirurgo e a un medico legale, chiamati ad accertare le cause del decesso di Fabio De Luca. Omicidio o malore? Sarà una nuova perizia a fare luce sul decesso di Fabio De Luca, il detenuto morto nel novembre 2014, mentre era recluso nel carcere di Ponte San Leonardo.
Ieri mattina il Gup del Tribunale di Isernia Antonio Sicuranza ha affidato l'incarico al neurochirurgo Ettore Sannino e al medico legale Carmen Semente. La perizia sarà consegnata il 30 aprile del prossimo anno. In Aula si tornerà invece il 7 maggio. Davanti al Gup Aniello Sequino, il 25enne campano, accusato insieme a Francesco Formigli ed Elia Tatangelo dell'omicidio del 45enne.
Va avanti il procedimento scaturito a seguito del decesso di Fabio De Luca. La sera del 5 novembre 2014, il 45enne venne portato d'urgenza all'Ospedale Veneziale con pesanti traumi alla testa. Si parlò di caduta accidentale. L'uomo, secondo le ricostruzioni della Squadra Mobile di Campobasso, che indagò sul caso, si era recato in un'altra cella per prendere una gruccia quando, alla presenza di due detenuti, avrebbe battuto la testa e sarebbe finito in coma.
L'11 novembre, dopo circa una settimana di agonia in Rianimazione, De Luca morì al Cardarelli, dove nel frattempo era stato trasferito. L'autopsia, eseguita due giorni dopo il decesso, stabilì che le ferite sul corpo di De Luca erano incompatibili con una caduta accidentale.
"Trauma cranico multifocale": fu il responso contenuto nella relazione del medico legale Vincenzo Vecchione. Morte indotta, dunque, forse a seguito di un pestaggio in cella. Per quel decesso tre ex compagni di detenzione della vittima vennero accusati a vario titolo di omicidio dalla Procura di Isernia. La svolta nelle indagini ci fu nel novembre del 2015, con l'arresto dei presunti responsabili, ora a giudizio. La famiglia della vittima, assistita dall'avvocato isernino Salvatore Galeazzo, è parte civile nel processo e continua a chiedere che venga accertata la verità.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 13 dicembre 2019
Torna a Napoli, ma questa volta da leader dell'opposizione. E torna nel carcere di Poggioreale per esprimere vicinanza e solidarietà al corpo della Polizia penitenziaria, all'indomani della discussa nomina di Pietro Ioia a "garante dei detenuti", formalizzata giorni fa dal sindaco Luigi de Magistris.
Sarà un messaggio forte quello che Matteo Salvini lancerà oggi, al termine della visita nell'istituto penitenziario più affollato e degradato d'Italia. Torna a Napoli, ma questa volta da leader dell'opposizione. E torna nel carcere di Poggioreale per esprimere vicinanza e solidarietà a1 corpo della Polizia penitenziaria, all'indomani della discussa nomina di Pietro Ioia a "Garante dei detenuti", formalizzata giorni fa dal sindaco Luigi de Magístris.
Sarà un messaggio forte quello che Matteo Salvini lancerà oggi, al termine della visita nell'istituto penitenziario più affollato e degradato d'Italia. L'ex ministro dell'Interno arriverà alle 11 e varcherà il portone di Poggioreale, dove incontrerà gli agenti della Penitenziaria e il personale amministrativo. Subito dopo terrà una conferenza stampa. Con lui ci saranno i parlamentari napoletani della Lega, oltre all'ex sottosegretario all'Interno Nicola Molteni (attuale commissario della Lega in Campania) e l'ex sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone.
"Pochi giorni fa - si legge in una nota diffusa ieri dalla Lega - il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha nominato un ex recluso di Poggioreale quale "garante dei detenuti per il capoluogo campano".
Si tratta di Pietro Ioia. Una scelta che ha seguito di poche ore un'altra polemica: il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, aveva criticato un video promozionale della Polizia Penitenziaria realizzato con personale in servizio nel carcere milanese di Opera. In entrambi i casi, Salvini ha ribadito il sostegno e la solidarietà alle forze dell'ordine".
Nel carcere di Poggioreale - questo è l'ultimo aggiornamento - il personale è di 822 unità, e i detenuti sono 2.117 a fronte di una capienza di 1.644. Quello napoletano è un istituto che continua a restare sotto i riflettori, soprattutto per le condizioni di sovraffollamento che fa registrare anche presenze di dieci detenuti in una stessa cella. Una situazione esplosiva, come hanno più volte denunciato le principali sigle sindacali degli agenti della Polpen.
A lanciare un pesante affondo al sindaco de Magístris ci aveva pensato già ieri il deputato napoletano della Lega Gianluca Cantalamessa, che sul suo profilo Facebook aveva postato l'interrogazione parlamentare presentata al Guardasigilli sul "caso Ioia".
"Questa - scrive Cantalamessa - è l'interrogazione che ho presentato al ministro della Giustizia contro la nomina fatta dal sindaco dell'illegalità". Ma a polemizzare, questa volta proprio con Salvini, è anche il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca che afferma: "Siccome cambiare la realtà significa lavorare dalla mattina alla notte in un Paese come l'Italia, come può cambiare la realtà uno che produce 200 tweet dalla mattina quando si sveglia a fare colazione, non so se con la Nutella o con i wurstel? Perché secondo me Salvini è uomo da mettere i wurstel nel latte. Ma quando lavora?".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2019
Tribunale Ue - Sentenza 12 dicembre 2019 nella Causa T-683/18. No alla registrazione come marchio comunitario di un segno che evoca la marijuana. Lo ha stabilito il Tribunale dell'Ue, con la sentenza 12 dicembre 2019 nella Causa T-683/18, chiarendo che un simile segno è contrario all'ordine pubblico in quanto raffigura una sostanza il cui consumo è vietato in numerosi Stati europei. Per il Tribunale infatti il segno in questione sarà percepito dal pubblico di riferimento come un'indicazione che gli alimenti e le bevande menzionati, nonché i relativi servizi, contengono sostanze stupefacenti, illegali in diversi Stati membri, è ciò sufficiente per concludere che detto marchio è contrario all'ordine pubblico.
La vicenda - Nel 2016, una cittadina comunitaria ha presentato all'Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) una domanda di registrazione di un segno figurativo che riproduceva in forma stilizzata delle foglie di marijuana con la dizione "Cannabis Store Amsterdam". L'Euipo però ha respinto la domanda, ritenendo il segno contrario all'ordine pubblico. Contro questa decisione la donna ha proposto ricorso.
La decisione - Per il Tribunale tuttavia la foglia di cannabis, unitamente al riferimento alla città di "Amsterdam", dove la vendita a determinate condizioni è tollerata, ed alla indicazione della parola "store", produceva nel pubblico l'aspettativa che i prodotti e i servizi commercializzati corrispondessero a quelli offerti da un negozio di sostanze stupefacenti. Pertanto il Tribunale, pur riconoscendo che la canapa non è considerata sostanza stupefacente al di sotto di una certa soglia di tetraidrocannabinolo (Thc), ha dichiarato che, nel caso di specie, grazie alla combinazione di tali diversi elementi, il segno attirava l'attenzione dei consumatori che non sono necessariamente in possesso di conoscenze scientifiche o tecniche precise sulla cannabis.
Per quanto riguarda la nozione di "ordine pubblico", poi, il Tribunale osserva che, anche se, attualmente, la questione della legalizzazione della cannabis a fini terapeutici o anche ricreativi è oggetto di dibattito in numerosi Stati membri, allo stato attuale del diritto il suo consumo e il suo utilizzo oltre una certa soglia rimangono illegali nella maggior parte degli Stati membri. In questi ultimi, quindi, la lotta alla diffusione della sostanza stupefacente derivata dalla cannabis risponde ad un obiettivo di sanità pubblica. Il regime applicabile al consumo e all'utilizzo di detta sostanza rientra dunque nella nozione di "ordine pubblico". Peraltro, il Trattato su funzionamento dell'Unione europea (Tfue) dispone che l'Unione completa l'azione degli Stati membri volta a ridurre gli effetti nocivi per la salute umana derivanti dall'uso di stupefacenti.
Il Tribunale sottolinea infine che, dal momento che una delle funzioni di un marchio consiste nell'identificare l'origine commerciale del prodotto o servizio, al fine di consentire così al consumatore di fare la propria scelta, il segno in questione incita all'acquisto di tali prodotti e servizi o, quantomeno, ne banalizza il consumo.
di Serena Termini
Redattore Sociale, 13 dicembre 2019
Trecento reclusi della sezione "Laghi" del carcere Pagliarelli di Palermo per buona condotta si trovano in celle per gran parte del tempo aperte, in un regime di sorveglianza dinamico. Sembrano più sereni degli altri detenuti e riescono a pensare anche a quello che faranno, a fine pena, appena saranno liberi. Sono alcuni tra i 300 reclusi della sezione "Laghi" del carcere Pagliarelli di Palermo che per buona condotta si trovano in celle per gran parte del tempo aperte, in un regime di sorveglianza dinamico.
Ai "Laghi" si arriva dopo aver percorso un lungo corridoio e attraversato diverse porte di ferro. Ci sono grate in ferro da ogni parte ed è un continuo aprirsi e chiudersi di porte blindate che, per chi non è abituato a sentirle, dà un forte sensazione di privazione di libertà. Le celle sono da tre letti; hanno un tavolo, un piccolo lavello dove mettere un fornellino per cucinare e un bagno con doccia. Nella "stanza della socialità" alcuni di loro giocano a carte; ci sono solo tavoli e sedie di plastica. Si attende l'arrivo di un televisore. Tranne qualche eccezione in gran parte ci sono tutti ragazzi molto giovani la cui età va dai 23 ai 40 anni.
"Manca il biliardino e il televisore come c'è nelle altre sezioni. Sono ai Laghi da tre mesi e speriamo che queste due cose arrivino al più presto perché ne abbiamo bisogno - dice G. che ha 29 anni. Rispetto alla sezione a circuito chiuso, qui è tutta un'altra cosa perché gli orari di apertura e chiusura delle celle sono molto elastici. Tutto è basato sul rapporto di fiducia tra noi e la polizia che non è per niente invadente. Il rapporto tra di noi è anche molto tranquillo. Siamo anche agevolati nei colloqui con le nostre persone più care".
"Abbiamo le docce con acqua calda. Siamo qua perché ce lo siamo meritati - dice A. di 30 anni. Pur essendo sempre un carcere, avere però la possibilità di muoverci autonomamente non è poco. Una cosa positiva è che ai 'Laghi' si rispetta l'orario di riposo dalle 15 alle 16 diversamente dalle altre sezioni che sono decisamente molto più rumorose. In questi giorni aspetto di essere chiamato per lavorare dentro il carcere come muratore perché è questa la mia professione".
"Sono ai Laghi da sei mesi - aggiunge C. di 26 anni -. La cosa davvero assurda del sistema italiano è la lungaggine dei processi che penalizza tutta la nostra vita. Io sto scontando una pena per un reato risalente a 10 anni fa, per cui oggi sono una persona completamente diversa. Con la carcerazione ho dovuto lasciare il mio lavoro di cameriere messo in regola, chissà se dopo, lo ritroverò. In carcere ci sono tante proposte di corsi di formazione professionale e di lavoro interno ma ce ne dovrebbero essere ancora di più per permettere a tutti di partecipare sempre e non solo a rotazione".
Ai "Monti", invece, c'è la sezione dedicata alle 91 donne. In piccolo anche nella sezione femminile c'è quella dedicata alle detenute per buona condotta come ai "Laghi". La presenza delle donne rende, già a prima vista, gli ambienti comuni più curati e gradevoli. Le celle aperte sono tutte molto ordinate e piene di foto appese di figli, mariti e genitori. Incrociamo delle donne che si ritirano dopo i colloqui con i familiari: sguardi molto diversi, alcuni soddisfatti altri tristi, qualcuno piange.
Incontriamo una ragazza che attende pensierosa di essere chiamata per parlare con un suo familiare. "Aspetto di fare il colloquio con la mia famiglia - dice M. di 31 anni. In carcere, per impiegare il tempo, sto facendo un corso di chitarra e aspetto di potere fare quello per pasticcera. Ho tre figli piccoli e spero tanto di avvalermi delle leggi a mia disposizione per avere la possibilità di vederli di più. Mio padre è morto e mia madre sta molto male per questo sono in attesa di avere sue notizie". Nello spazio comune l'atmosfera che si respira è molto tranquilla.
"In carcere per la prima volta ho scoperto che la libertà è il dono più prezioso della vita. I miei genitori sono malati e non ho colloqui da due anni perché gli altri miei familiari vivono tutti in provincia di Catania. Ho completato il corso di pasticcera con il maestro Cappello - dice M. di 42 anni - dove ho imparato a fare piatti dolci e salati della cucina siciliana. Adesso, non mi sembra vero perché, fra alcuni giorni, in regime di semilibertà, uscirò da sola per fare il tirocinio presso un tennis club in modo da prendermi l'attestato per potermi aprire in futuro un'attività".
La distanza dagli affetti è una sofferenza comune a molte di loro. "Sono mamma di tre figli e nonna di 8 nipoti - dice F. di 53 anni. Il mio desiderio è quello di potere rivedere i nipotini al più presto. Vorrei anche trovare un lavoro dentro il carcere. I miei familiari sono di Ragusa e non vengono a trovarmi. Vorrei un trasferimento a Catania per avvicinarmi a loro".
"Sono di Parma e al Pagliarelli mi trovo bene - racconta M di 54 anni. Purtroppo ho i miei familiari lontani con cui posso parlare solo al telefono. Ho partecipato a tanti corsi e tra questi quelli di riflessologia plantare, di pasticceria e di taglio e cucito. Quella che mi sta dando però tantissimo dal punto di vista umano e spirituale è la partecipazione alla produzione delle ostie che poi distribuiamo nelle chiese.
Questo servizio di volontariato ha accresciuto tanto, infatti, il mio cammino di fede, restituendomi quella pace interiore che riesce, nonostante tutto, a farmi stare bene. La serenità di questo mio periodo di carcerazione vorrei tanto riuscire a trasmetterla ad altre detenute che non sempre ce l'hanno".
C'è, poi, anche, chi lamenta di essere fortemente penalizzato dalle negligenze burocratiche. "Nonostante debba scontare ormai poco - si sfoga S. di 57 anni - non riesco ad avere gli arresti domiciliari dallo scorso settembre. La mia richiesta è stata più volte rimandata sempre con la motivazione che manca l'assegnazione dell'assistente sociale dell'Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) di Trapani dove ho casa. È possibile mai che devo ancora aspettare per un mio diritto?".
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2019
Scatta la causa di non punibilità se il contribuente regolarizza le fatture false ricevute prima di aver avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell'inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali. È questa una delle novità più interessanti introdotte dalle modifiche al decreto fiscale in tema di reati tributari.
In concreto, la vigente causa di non punibilità, già prevista dal Dlgs 74/2000 per i reati di dichiarazione infedele e omessa presentazione (articoli 4 e 5) viene estesa anche ai delitti di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (articolo 2) e mediante alti artifici (articolo 3).
La causa di non punibilità scatterà, nella specie, allorché i debiti tributari, comprese sanzioni e interessi, siano estinti con l'integrale pagamento degli importi dovuti, a seguito del ravvedimento operoso, sempreché la regolarizzazione intervenga prima che l'autore del reato abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell'inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali.
L'iniziativa legislativa, in linea di principio, deve essere salutata con estremo favore, in quanto, in buona sostanza, priva della rilevanza penale la regolarizzazione a posteriori dell'illecito ancorché esso sia rappresentato da condotte fraudolenti (utilizzo di false fatture, operazioni simulate ecc.)
In concreto però si rischia che tale causa di non punibilità non abbia una effettiva applicazione per una serie di ragioni. Innanzitutto essa scatterà mediante il ravvedimento della violazione ma, sul punto, l'agenzia delle Entrate con un orientamento molto discutibile e singolare (che ora dovrà rivedere) non ammette questa regolarizzazione per le condotte fraudolenti prima fra tutte la dichiarazione che include costi fittizi. Poi vi è la necessità che la presentazione della dichiarazione corretta avvenga prima dell'inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali.
Ciò nonostante ormai da anni il ravvedimento possa essere eseguito anche successivamente alla consegna del Pvc contenente la constatazione delle violazioni. Inoltre, sorgono seri dubbi sull'interesse concreto del contribuente di sanare la propria posizione illecita benché non veda alcun rischio conseguente alla violazione commessa. Al riguardo è significativo il parere dell'Ufficio del Massimario della Corte di cassazione (relazione III/05/2015) quando nel 2015 questa causa di non punibilità venne introdotta per la dichiarazione infedele e l'omessa presentazione.
L'alto ufficio rilevava che "per la dichiarazione infedele e omessa esso (il debito tributario) va estinto con il ravvedimento o con la presentazione della dichiarazione omessa, entro il termine di presentazione previsto per il periodo di imposta successivo e l'autore del reato non deve aver avuto conoscenza di controlli o accertamenti. Sul piano pratico, per queste ultime ipotesi è improbabile un'applicazione dell'istituto, potendo difficilmente pronosticarsi comportamenti di "ravvedimento" da omessa/infedele dichiarazione non "sollecitati" dalla conoscenza di accertamenti".
Era certamente preferibile la causa di non punibilità avesse seguito le previsioni vigenti per i reati di omesso versamento. Di sicuro avrebbe comportato un sostanziale abbattimento del numero dei procedimenti penali pendenti ed incentivato il pagamento delle imposte dovute (con positivi risvolti anche per le casse erariali). Per tali delitti (omesso versamento ritenute, Iva, indebita compensazione di crediti non spettanti), la non punibilità scatta, infatti, se il debito tributario compreso sanzioni e interessi venga completamente estinto prima dell'apertura del dibattimento anche mediante le speciali procedure conciliative e di adesione all'accertamento previste dalle norme tributarie. Da ultimo, va segnalato che non è stato incluso nella causa estintiva anche il corrispondente reato di emissione di fatture false: il contribuente che ha ricevuto le false fatture e decide di ripresentare la dichiarazione espungendole dai costi rischia concretamente di denunciare indirettamente colui che le ha emesse.
di Giuseppe Bulgarini d'Elci
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2019
Corte di cassazione Sentenza 31531/2019. La detenzione di quantitativi non modici di sostanze stupefacenti, benché intervenuta al di fuori dell'orario e del luogo di lavoro, costituisce giusta causa di licenziamento, perché è richiesto al lavoratore, oltre a un comportamento diligente in servizio, di tenere una condotta extra-lavorativa che non sia tale da compromettere gli interessi morali e materiali del datore di lavoro.
La Cassazione (sentenza n. 31531 del 3 dicembre 2019) precisa che non può essere dirimente, in senso contrario, che la detenzione delle sostanze stupefacenti non sia riconducibile al rapporto di lavoro, in quanto la minaccia potenziale sul futuro corretto adempimento della prestazione lavorativa che può derivarne è, di per sé, foriera di una irreparabile lesione del vincolo fiduciario.
Il caso sottoposto alla Suprema Corte era relativo al licenziamento di un portalettere, che aveva patteggiato una pena di quattro mesi e 800 euro di multa, con beneficio della sospensione condizionale e non menzione nel casellario giudiziale, per detenzione di circa 60 grammi di sostanze stupefacenti.
Il lavoratore aveva impugnato il licenziamento sul presupposto, tra gli altri, che la misura era sproporzionata, in quanto la violazione di legge si era verificata in un ambito estraneo all'orario e al luogo di lavoro. A ulteriore conferma della illegittimità del licenziamento il lavoratore aveva dedotto che i fatti accertati in sede penale risalivano all'aprile 2014, mentre l'azione disciplinare si collocava nel mese di maggio 2016, ben due anni dopo. Questo dato temporale costituiva, ad avviso della difesa, conferma del fatto che l'illecito penale ascrivibile al portalettere non aveva avuto riflessi sulla prestazione lavorativa.
La Cassazione rigetta questa lettura e ribadisce che il possesso fuori dal luogo e dall'orario di lavoro di un rilevante quantitativo di stupefacenti costituisce, di per sé, una condotta socialmente censurabile, tale da violare essenziali principi del vivere civile. A fronte di un illecito di questo tenore, il contenuto delle mansioni del portalettere, che implica un costante contatto con il pubblico e con l'ambiente sociale circostante, risulta incompatibile con la prosecuzione del rapporto di lavoro.
Né può avere rilievo, secondo la Cassazione, che il rapporto di lavoro sia proseguito per due anni dopo il compimento dell'illecito, perché alla base del licenziamento si colloca la sentenza di patteggiamento, equiparata a condanna passata in giudicato. Conclude la Cassazione che, in senso contrario, non possono essere richiamate le previsioni sul recupero dei lavoratori tossicodipendenti, per i quali la conservazione del rapporto di lavoro abbia il fine di favorirne la guarigione. In questo caso, infatti, ad avere rilievo non è l'assunzione, bensì la detenzione, di sostanze stupefacenti, per la quale la sanzione del licenziamento costituisce misura assolutamente proporzionata e legittima.
La Nuova Sardegna, 13 dicembre 2019
Gli altri dodici istituti penitenziari che ospitano 41bis sono stati adattati con la conseguenza di non rendere possibili tutte le misure previste da questo regime carcerario. "Le strutture penitenziarie per il regime al 41bis dovrebbero avere una forma e un tipo di ripartizione logistica idonea: si potrebbe immaginare che i detenuti siano in celle tutte sulla medesima fila con di fronte solo il muro.
In Italia ci sono 13 istituti penitenziari che hanno il 41bis ma sono tutti adattati successivamente: l'unico che nasce con una vocazione mirata è Sassari. Gli altri come l'Aquila - dove c'è il maggior numero di detenuti al 41bis - nascono come carceri di altro circuito, con file una di fronte all'altra: il detenuto al 41bis si trova di fronte un altro detenuto al 41bis e quindi qualunque forma di comunicazione è possibile tra le due celle. Poi ci anche sono i momenti di socialità, di cui i detenuti hanno diritto anche se si fa una selezione dei gruppi di socialità e poi tutto è osservato".
Lo ha detto - in una audizione sul regime di cui all'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario e le conseguenze derivanti dalla sentenza della Corte Costituzionale sui permessi premio ai mafiosi - davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini.
sempionenews.it, 13 dicembre 2019
Leggere è un'attività che pare che gli italiani siano oramai da tempo trascurando. Ma ci sono, come sempre, ottime eccezioni. È il caso di Fondazione per Leggere e della Casa di Reclusione di Opera. I due soggetti, infatti, hanno appena siglato un accordo triennale per potenziare l'offerta culturale destinata ai detenuti. I libri ci fanno viaggiare nel tempo.
Durante la lettura ci isoliamo e, almeno per un po', è come se ciò che abbiamo attorno fosse diverso. Ci fanno ridere, commuovere, sognare... Ci fanno vivere avventure incredibili... Spesso sono un ottimo rimedio a qualche conversazione scomoda. Leggere le storie altrui è un buon modo per mettere da parte per un po' le proprie, a volte angosciose, per poi tornarci vedendole con un nuovo punto di vista.
è stato istituito un rapporto triennale tra il sistema bibliotecario di Fondazione Per Leggere e la biblioteca all'interno dell'Istituto penitenziario di Milano-Opera. Tale rapporto integra e migliora le varie collaborazioni attive tra l'istituto e Associazioni, Enti, Istituzioni e personalità del mondo della cultura che già promuovono e realizzano iniziative culturali e socio culturali volte al miglioramento delle condizioni dei detenuti. Si vuole promuovere la lettura favorendo la massima accessibilità dei detenuti alla biblioteca. Il Servizio è garantito da un bibliotecario lavorante e più volontari operanti nella Biblioteca Centrale.
Alla biblioteca vengono destinati ampi spazi: l'area Sezione Osservazione (Nuovi Giunti) Biblioteca Centrale e l'Area Verde di Lettura accanto alla Biblioteca Centrale, l'area Biblioteca presso il Centro Diagnostico Terapeutico. Il personale della Fondazione che opera nell'Istituto contribuisce alla gestione delle attività di prestito, con particolare riferimento a quello inter-bibliotecario con le altre biblioteche del territorio, ampliando così il patrimonio documentale. I detenuti lavoranti che collaborano a tali attività sono selezionati dalla Direzione di concerto con Fondazione.
La biblioteca fruirà di tutti i servizi e delle risorse, umane, economiche, professionali, di coordinamento funzionale, attività e consulenza tecnico-biblioteconomica e supporto tecnologico per la informatizzazione di Fondazione per Leggere. Il personale della Fondazione, in accordo con la Direzione dell'Istituto, promuoverà lo sviluppo del servizio e fornirà ai detenuti il supporto per l'apprendimento di tecniche di organizzazione e di gestione di una biblioteca e di catalogazione e trattamento delle opere presenti nelle raccolte.
L'Istituto e Fondazione per Leggere hanno elaborato congiuntamente un moderno regolamento per la fruizione del servizio (modalità di consultazione, prestito, eventuali altri servizi). Il libro è la chiave dei pensieri. Insomma pochi minuti, un buon libro tra le mani e siccome "i libri sono una vera forma di evasione", con la cultura siamo più liberi. Tutti.
- Genova. La nuova battaglia del Pd: "Istituire un Garante comunale dei detenuti"
- Torino. Certificazione Cambridge Preliminary per 9 detenuti
- Saluzzo (Cn). Con sfide e speranze dalle carceri si alza il sipario su "Destini incrociati"
- Enna. Laboratorio di benessere psicofisico per i detenuti
- Bologna. Formazione dei volontari che operano presso il Polo Universitario Penitenziario









