di Mario Tortoriello
cinquecolonne.it, 3 novembre 2019
Il percorso che i detenuti devono affrontare per avere nuovi contatti con l'ambiente esterno ed essere reinseriti nella società è alle volte lungo e tortuoso anche per via di numerosi problemi psicologici. Basti pensare che secondo i dati del Ministero della Salute il 40% dei reclusi soffre di disturbi psichici, causati da forme di dipendenza da sostanze, problemi nevrotici e di adattamento.
di Danilo Loria
strettoweb.com, 3 novembre 2019
Lo farà il 25 novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere. "La Crpo Calabria, in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere che si celebra il 25 novembre, entrerà nelle carceri".
Lo annuncia la presidente della Commissione Cinzia Nava che aggiunge: "Daremo seguito al protocollo che abbiamo sottoscritto l'anno scorso con il Provveditore delle carceri della Calabria che ha improntato le proprie azioni di sensibilizzazione al rispetto verso la donna e al valore della non violenza all'interno delle carceri.
Infatti, molti direttori degli istituti penitenziari hanno voluto la presenza della Crpo Calabria per il mese di novembre nell'Istituto penitenziario di Cosenza, Rossano, Catanzaro e Castrovillari. Altri, ancora, a breve, indicheranno la data. Questa iniziativa continuerà anche dopo, nella consapevolezza di non dovere mai abbassare la guardia rispetto a queste tematiche di grande valore sociale e culturale. Intanto, c'è una prima data: il prossimo diciotto novembre, alle ore 16 - annuncia Cinzia Nava - nella sala Commissioni di Palazzo Campanella, alla presenza del vicario alle carceri Tortorella Rosario, presenteremo la programmazione che attiene a questa sinergia molto significativa".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 3 novembre 2019
Il Partito democratico torna alla carica sul Decreto sicurezza e annuncia che nei prossimi giorni ne chiederà la modifica. Qualcosa, però, che vada oltre i rilievi rappresentati dal Quirinale nei mesi scorsi e che preveda il ripristino di alcune garanzie, soprattutto nei confronti di chi ha diritto alla protezione umanitaria.
Che si tratti di un argomento che sta a cuore a una parte del governo è chiaro da tempo. È stato lo stesso ministro dell'Interno Luciana Lamorgese a spiegare in più occasioni che, a breve, si interverrà "per rendere conformi i testi (dei Decreti Salvini, ndr) in base a tutte le osservazioni che sono arrivate dal presidente della Repubblica".
Da quando si è insediata al Viminale, lei non ne ha mai applicato le regole. E lo ha potuto fare proprio sulla base di quanto previsto da quelle stesse norme. Nonostante questo, però, i Dem fanno pressioni sui grillini, ed è facile che da qui alla fine dell'anno qualcosa dovrà cambiare. Ieri il segretario Nicola Zingaretti è tornato sull'argomento con un post su Facebook: "Dopo mesi di chiacchiere e bugie sono state rimesse al centro le politiche per la sicurezza - ha scritto.
Ci sono le risorse per il riordino delle carriere, 48 milioni annui per gli straordinari delle forze di polizia, risorse per il rinnovo del contratto. Dopo le bugie di Salvini sui flussi migratori svelate dal ministro Lamorgese, quello di oggi è l'inizio di un nuovo tormentone. La sicurezza la pretendiamo noi del Pd e per fortuna in Italia c'è un nuovo ministro degli Interni". Le basi per la riscrittura del Decreto sicurezza bis partono dai rilievi fatti dal Colle 1'8 agosto scorso, che ha anche ricordato l'obbligo di salvare vite in mare.
Tre le modifiche alle quali i tecnici del Viminale e di Palazzo Chigi lavoreranno: sparirà la sanzione da un milione per i comandanti che violano il divieto d'ingresso - introdotta con un emendamento - e si tornerà all'iniziale previsione contenuta nel decreto, con sanzioni da 10 mila a 50 mila euro.
Verrà, inoltre, reintrodotta la recidiva per poter confiscare le navi che non rispettano le indicazioni delle autorità e dovranno essere individuati dei criteri per l'applicazione delle sanzioni stesse: tipologia delle navi, condotte poste in essere, presenza o meno di naufraghi a bordo. Ma non è tutto, perché il Pd intende andare oltre, proprio partendo dagli effetti che il decreto sembra aver prodotto sull'immigrazione. Il provvedimento ha sostanzialmente abolito la protezione umanitaria che è una delle tre forme riconosciute in Italia per le persone straniere in difficoltà. Uno strumento legislativo nazionale che si affianca alle due forme di protezione riconosciute a livello internazionale: lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria.
Viene concessa quando non ci sono le condizioni per dare la protezione internazionale, ma ci sono comunque "seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano" per offrire protezione. Ridurne le possibilità di accesso, secondo il Pd, ha generato un maggior numero di clandestini e ha fatto trovare senza più un lavoro chi ieri ne aveva diritto in base allo status ottenuto.
Altro aspetto sul quale insisteranno i Dem, è il ripristino del sistema di accoglienza Sprar che - "pur con tutti i limiti di alcune gestioni - spiegano - è un sistema che funziona". Inoltre si chiederà di rivedere nel Decreto sicurezza bis quella parte di norma che consente al ministro dell'Interno - di concerto con i ministri dei Trasporti e della Difesa - la chiusura dei porti e il divieto di ingresso alle navi delle Ong, in base a una presunta possibilità che abbiano commesso un reato. Qualcosa che non spetta a un ministro dell'Interno - viene evidenziato - ma a un magistrato.
Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2019
L'appello su Change.org "No ai permessi premio per i boss stragisti che non collaborino", firmato da 53.520 persone, sarebbe una "pretesa materialmente e tecnicamente eversiva". Ha lanciato macigni Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere penali, ieri su Radio Radicale.
di Gian Carlo Caselli
Gente, 3 novembre 2019
Secondo la Suprema Corte, l'ergastolo "ostativo" per chi non collabora "è incostituzionale". I detenuti non pentiti vanno trattati come gli altri. È corretto? I mafiosi si autoproclamano uomini d'onore perché convinti di essere gli unici veri uomini. Gli esterni sono persone senza identità, da assoggettare e al limite uccidere.
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 3 novembre 2019
Le incursioni nei parchi saranno "punite" con la realizzazione di una pista per le bici. Uno si chiama "Petra" e frequenta il parchetto di via Petrarca, l'altro s'incontra nel giardino di via Poerio: sono gruppi di ragazzini, tutti bravissimi a impennare con la bici ed esibirsi in evoluzioni alla Brumotti. Ma lo facevano sfrecciando tra le mamme e i bimbi che frequentano le aree-gioco e così la polizia municipale è intervenuta. Multe, ramanzine e un'idea nuova per andare oltre alla punizione: realizzare un bike-park insieme con loro.
L'allarme era scattato l'estate scorsa quando le famiglie che frequentano i due giardini della Rizzottaglia e della Bicocca lamentavano la presenza di gruppi di giovanissimi che creavano pericolo scorrazzando in bici tra le altalene, sporcavano e danneggiavano le panchine, entravano al supermercato di viale Giulio Cesare disturbando i clienti e procurando problemi ai dipendenti. La polizia municipale si è mossa con il nucleo di prossimità, composto da quattro agenti e un commissario che da tempo monitorano il mondo dei gruppi giovanili a Novara. Muovendosi in borghese si sono finti frequentatori del giardino, hanno osservato il comportamento dei ragazzi e poi li hanno identificati insieme ai poliziotti della questura. Sono una cinquantina di adolescenti tra i 12 e i 17 anni, quasi tutti novaresi che abitano alla Rizzottaglia e frequentano le scuole medie, il Bellini e l'Enaip.
Una volta appurate le responsabilità di ciascuno, i vigili hanno elevato sanzioni per l'ingresso molesto con le bici nel parco: "Ma fermarsi qui, alla repressione e basta, non aveva molto senso perché dopo poco tempo i ragazzini avrebbero ricominciare con gli stessi comportamenti e "inseguirli" con le multe non ci avrebbe portato lontano - dice l'assessore alla Sicurezza Luca Piantanida. Abbiamo provato a pensare che cosa si potesse fare per andare al di là della punizione e dare loro un'alternativa, comunque pretendendo sempre il rispetto delle regole".
A luglio la polizia municipale ha avviato un dialogo a un tavolo comune con la parrocchia San Francesco e i volontari, l'istituto comprensivo Bottacchi e la sua associazione delle famiglie, il progetto Agorà di piazza Donatello, i Servizi sociali del Comune, il Csi e le superiori frequentate dagli adolescenti dei due gruppi.
Ne è nata l'idea di creare un bike-park utilizzando strutture realizzate con bancali dismessi e affiggendo cartelloni con le regole da rispettare: i due gruppi di giovani verrebbero coinvolti nell'ideazione, le scuole metterebbero a disposizione i loro laboratori. "Stiamo individuando un'area disponibile: il progetto deve ancora essere approvato definitivamente ma l'amministrazione è già al lavoro - commenta Piantanida. I ragazzi sono entusiasti di quest'idea e il loro comportamento nei parchetti è migliorato".
recensione di Simonetta Sciandivasci
Il Foglio, 3 novembre 2019
Realtà e fiction. "Noi felici pochi", romanzo di una città feroce, ma non ancora Gotham City. Roma ha i suoi problemi ma non è Gotham City. L'ha detto il capo della polizia Franco Gabrielli (ma è una frase che si sente spesso, su Roma, diciamo un refrain) la scorsa settimana, quando l'assassinio di Luca Sacchi, 24 anni, sembrava ancora un fatto gravissimo ma semplice, una rapina finita male, dentro a una città che perde il conto delle rapine e delle cose che finiscono male, e che nessuno si fa sfuggire l'occasione di trasformare in metafore e diagnosi di incurabilità. Invece la storia di questo omicidio è complessa, annodata, chissà quando e se la sapremo tutta, e di Roma, per adesso, non racconta niente se non la spietatezza di chi fa di tutto per ridurla alla ragione sufficiente di tutto quello che le capita dentro, di tutti i delitti, di tutte le disfunzioni.
Il racconto su Luca Sacchi e la sua fidanzata Anastasia e i suoi spacciatori è già in caldo, e l'impasto di noia, futili motivi, gioventù bruciata, valori perduti, città perduta è sul tavolo. Una delle cose che si capiscono leggendo "Noi felici pochi", il romanzo di uno scrittore che non esiste, è come queste narrazioni precostituite, affamate di moventi da cui trarre morali, incidono sul destino di certi ragazzi almeno quanto i fattori ambientali incidono sugli adolescenti di Scampia.
Patrizio Bati (traduzione di Patrick Bateman, il ricco assassino figlio di puttana di "American Psycho") è lo pseudonimo che un "laureato in legge" che "vive e lavora a Roma, sposato, ha una figlia e una collezione di foto segnaletiche di detenuti americani anni Cinquanta nel suo studio" ha usato per firmare un romanzo che è una confessione di fatti veri, botte vere, violenze continue, inutili, schifose che fondano l'amicizia di un gruppetto di ventenni pariolini, tutti di destra senza sapere cosa significhi, tutti machi senza il coraggio della solitudine, tutti spacconi senza la nobiltà di un gesto. Vanno allo stadio, a puttane, in Maremma, in barca, a ballare, quasi sempre strafatti, e non tornano mai senza addosso il sangue di qualcuno.
Si vogliono bene, ma bene davvero. E si coprono. E si aiutano. E si capiscono, anche se non lo dicono, e sanno di essere i soli a conoscere, o poter immaginare, l'inferno di ciascuno - per tutti gli altri sono mostri da riverire per non passar guai, viziati da snobbare per non perder tempo. Sono certi che non la pagheranno mai, e anche che non durerà per sempre: vent'anni ce li hanno adesso, leoni possono esserlo adesso. Poi, però, hanno un incidente, la macchina sbanda, finisce in un burrone, a bordo ci sono loro e alcune ragazze, e sono tutti troppo ubriachi.
Quello di loro che guida è destinato a una brillante carriera da magistrato per decisione di sua madre e suo padre, e sa che un incidente così manderà tutto all'aria. E allora architetta un piano per venirne fuori pulito, un piano che richiede il sacrificio di una persona, quindi un tradimento, e l'omertà di tutti, quindi un reato. Sanno, Bati e i suoi amici, come fare in modo che agli inquirenti l'incidente non sembri altro che una disgrazia, da raffinati abituali delinquenti coperti da cognomi intoccabili quali sono. Sono degli psychopariolini, e la violenza per loro non è uno sfogo, non è una conseguenza: è un mezzo, e se ne servono tanto per divertirsi quanto per salvarsi il futuro.
"Noi felici pochi" è il verso di una canzone del 1996 di Gabriele Marconi, ex giornalista romano, militante di estrema destra: "Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli, non serve un castello per noi poca gente un buco è un rifugio più che sufficiente", ed è anche una cosa che nell'"Enrico V" di Shakespeare il re dice ai soldati prima della battaglia di Azincourt, quella in cui 6 mila inglesi malridotti sconfissero 35 mila francesi gagliardi.
Roma non è Gotham City, però è piena di supereroi aspirazionali che credono che l'eroismo sia un'oligarchia fondata sul loro proprio arbitrio. È sul fare tutto ciò che si vuole e mai quello che si deve che si fonda il sentirsi e il proclamarsi eroi di questi ragazzi, la loro resistenza a chi si aspetta da loro che non siano vittime di niente, se non di loro stessi, e che se non si fanno bastare l'essere privilegiati per scegliere di fare il bene anziché il male, la responsabilità è del quartiere in cui vivono, della città, della famiglia, dello spirito del tempo, della destra che avanza. E invece no, scrive Bati. La responsabilità, a volte, è il punto in cui la vittima e il carnefice coincidono.
osservatore.ch, 3 novembre 2019
"Gli occhi dei personaggi che disegno sono più grandi del normale. Sono estremamente aperti e grandi. Perché gli occhi sono testimoni di tutto. Parlare non basta, lo so già. Sono gli occhi dei personaggi che raccontano ogni cosa". (Zehra Dogan)
Il Museo di Santa Giulia di Brescia ospita "Avremo anche giorni migliori", di Zehra Dogan. Opere dalle carceri turche, una personale dell'artista e giornalista curda Zehra Dogan. Il progetto espositivo è curato da Elettra Stamboulis e costituisce la prima mostra di impianto critico curatoriale dedicata all'opera della fondatrice dell'agenzia giornalistica femminista curda "Jinha" e sarà aperta al pubblico da sabato 16 novembre 2019 al 6 gennaio 2020. La mostra rientra all'interno del Festival della Pace, organizzato dal Comune di Brescia e dalla Provincia di Brescia.
Le sue opere sono espressioni di vicende personali intrecciate insieme a drammatici eventi politici di attualità. La rassegna raccoglie un totale di 60 opere inedite, tra disegni, dipinti e lavori a tecnica mista, che interessano tutto il periodo della detenzione dell'artista nelle carceri di Mardin, Diyarbakir e Tarso, dove Zehra è stata rinchiusa per 2 anni, nove mesi e 22 giorni con l'accusa di propaganda terrorista per aver postato su Twitter un acquarello tratto da una fotografia scattata da un soldato turco. Questo disegno digitale mostrava la città di Nusaybin distrutta dall'esercito nazionale nel giugno 2016 con le bandiere issate e trionfanti, e i blindati trasformati in scorpioni.
Ad arricchire la mostra sono le parole del suo diario, scritto durante la sua prigionia: riflessioni in cui Zehra fa riferimento a diversi artisti che, nel corso della storia, hanno manifestato il proprio dissenso senza pagarne, almeno apparentemente, le conseguenze e a quegli artisti che invece si rifiutano di prendere una posizione.
Zehra Dogan è stata rilasciata il 24 febbraio 2019. La sua storia di artista dissidente ha da subito raccolto l'interesse e la solidarietà del mondo dell'arte internazionale, tanto che Ai Weiwei le ha scritto una lettera personale e, lo scorso anno, Banksy le ha dedicato il più ambito dei muri di Manhattan: il Bowery Wall, con un'opera che la raffigura dietro le sbarre, mentre impugna la sua arma più potente: una matita. In tutto questo periodo, l'artista non ha mai cessato la propria attività artistica e giornalistica, realizzando opere con materiale di recupero, collaborando con le compagne detenute nella costruzione di immagini e nella realizzazione di un giornale di bordo che documentasse la loro detenzione.
Attraverso questo percorso espositivo si vuole raccontare la condizione altrui attraverso l'immagine e la parola... Dalla carta di giornale alle stagnole dei pacchetti di sigarette, dagli indumenti di uso comune ai frammenti di tessuto: ne emerge una amplissima gamma di strumenti e materiali, spesso legata alle particolari contingenze entro le quali le opere hanno trovato vita. Qualunque elemento tratto dal quotidiano incorre nella creazione, come il caffè, gli alimenti, il sangue mestruale o i più tradizionali pastelli e inchiostri, quando reperibili. La mostra è resa possibile grazie all'impegno del web magazine "Kedistan" ("Il Paese dei gatti" in turco) che ha curato il salvataggio e il trasporto delle opere di Zehra Dogan dalla Turchia e che si occupa dell'archivio dell'artista; e di Associazione Mirada, partner del progetto.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 3 novembre 2019
Sono passati solo cinque mesi, ma sono bastati per passare dalle parole di un protocollo d'intesa ai fatti. Fatti veri e importanti. È partito infatti il 28 ottobre scorso alla Casa Circondariale di Roma Rebibbia il progetto di reinserimento sociale attraverso la formazione e il lavoro, frutto dell'intesa sottoscritta il 30 maggio scorso al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria fra Ministero della Giustizia-Dap ed ePrice Operations srl, società specializzata nella vendita online di tecnologia ed elettrodomestici.
L'idea era quella di avviare iniziative di lavoro all'interno degli istituti penitenziari con l'obiettivo di garantire percorsi formativi e professionalizzanti in favore della popolazione detenuta. Furono individuate due strutture, le case circondariali di Roma Rebibbia e Torino, scelte perché in grado di offrire alcune aree non utilizzate che per dimensioni potessero ospitare i magazzini e le attività lavorative previste dall'intesa.
Si è partiti nella Capitale con la formazione iniziale di tre detenuti, curata direttamente da ePrice, che al termine ha provveduto a regolarizzare la loro posizione lavorativa mediante assunzione come magazzinieri. E dal 28 ottobre scorso una parte dell'enorme capannone appositamente adibito per il progetto ha iniziato ad ospitare lo stoccaggio dei grandi elettrodomestici che saranno venduti sulla piattaforma online dell'azienda. Nei prossimi mesi è previsto il raddoppiamento della forza lavoro, con altri tre detenuti che verranno selezionati per essere avviati alla formazione e, successivamente, all'assunzione.
di Silvia Sanna
La Nuova Sardegna, 3 novembre 2019
Era un rumore cupo e lontano. Cadenzato, monotono. A Nuoro, tutti quelli che abitavano nelle basse case di via Roma, via Ferracciu e via Brofferio lo conoscevano molto bene. Lo si sentiva soprattutto nei giorni più freddi.
Arrivava da dietro le mura grigie del vecchio carcere ottocentesco e, anche se nessuno lo diceva, tutti sapevano che quello era il rumore dell'inverno e della sofferenza. A produrlo erano infatti i detenuti che correvano in tondo nel cortile della prigione, come dei dannati in un infernale girone dantesco. Fino a sfinirsi. Perché quello era l'unico modo per scaldarsi in un luogo di pena che rappresentava un'offesa alla dignità dell'uomo.
Così, quando alla fine degli anni Sessanta, nelle campagne di "Sa Terra Mala" fu costruito il nuovo carcere, tutti in città pensarono che quell'opera in qualche modo avrebbe saldato un debito di dolore col passato, facendo riconciliare Nuoro con la civiltà.
Il penitenziario di Badu e carros era stato infatti progettato e costruito per essere un reclusorio modello, seguendo i criteri di umanizzazione e di socializzazione che ispiravano la tanto attesa riforma carceraria, che in quegli anni difficili si stava faticosamente costruendo in Parlamento. Era un modello architettonico moderno, innovativo, modellato sulle esigenze del rispetto del detenuto e, quindi, dell'uomo.
Tanto che perfino uno dei più grandi urbanisti del mondo, Bruno Zevi, nel 1966 lo definì nella sua rivista "Architettura", un "modello straordinario da seguire ed imitare". Ma la storia, a volte, riserva un'ironia crudele. E così, infatti, quel modello che avrebbe dovuto cancellare la vergognosa memoria della "Rotonda" di via Roma, si trasformò in pochi anni in un nuovo inferno. Diventò addirittura uno dei simboli degli anni dell'emergenza, quando molti diritti e libertà personali furono sospesi, in nome della sicurezza sociale.
Badu e carros diventò uno dei centri strategici nella geografia della lotta dello Stato contro l'eversione. Negli anni Settanta, infatti, cominciò la lunga stagione della paura, nata dai sogni violenti di una generazione che voleva cambiare il mondo con le armi. Allora nessuno lo poteva immaginare, ma quella guerra tra le istituzioni repubblicane e il terrorismo era alimentata, e forse addirittura ispirata, da oscure trame atlantiche che solo oggi stanno emergendo, grazie al lavoro degli storici e delle commissioni parlamentari d'inchiesta.
Il massimo stratega dello Stato in questa guerra contro un nemico invisibile e sfuggente era il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Due erano i cardini sui quali il generale aveva impostato la propria azione: infiltrare i suoi uomini nella complessa e turbolenta galassia della sinistra extraparlamentare per arrivare fino al cuore delle Br e avere il controllo assoluto dei penitenziari.
Con il decreto ministeriale del 4 marzo 1977, che istituiva nella casa circondariale nuorese un braccio speciale, Badu e carros diventò così un carcere di massima sicurezza. Fu una sorta di colpo di mano: nessuna autorità locale, politica o giudiziaria, era stata consultata o semplicemente informata. La magistratura nuorese manifestò apertamente il proprio dissenso.
Le alchimie estreme che si potevano formare con la convivenza dei detenuti comuni e dei detenuti politici erano infatti considerate potenzialmente distruttive. Il procuratore della Repubblica Francesco Marcello lo disse esplicitamente nel convegno organizzato dalla Provincia subito dopo la rivolta avvenuta a Badu e carros alla fine del 1980.
La ribellione era stata guidata dai brigatisti Valerio Morucci, Alberto Franceschini, Mario Rossi e Roberto Ognibene. All'origine della clamorosa protesta, il rifiuto da parte dell'amministrazione penitenziaria di trasferire una cinquantina di detenuti, per avvicinarli alle loro famiglie. Approfittando di quelle ore confuse di rabbia e di tensione, all'interno del carcere si consumò un feroce regolamento di conti tra gruppi criminali e furono assassinati i camorristi Biagio Iaquinta e Francesco Zarrillo.
Lo Stato sembrò allora cedere e molti detenuti "politici" furono trasferiti. In realtà si trattò di un espediente, quasi di un inganno, per ristrutturare il braccio speciale e renderlo ancora più sicuro, più blindato. Dopo pochi mesi, i detenuti condannati per terrorismo furono tutti riportati a Nuoro. E con loro questa volta arrivarono anche molti "pezzi da 90" della criminalità. Badu e carros non era più "un braciere acceso", come aveva denunciato il procuratore Francesco Marcello, ma una polveriera pronta ad esplodere. In quel clima rovente il cappellano don Farris si arrese e rassegnò le dimissioni al vescovo.
Monsignor Giovanni Melis era un uomo di straordinario vigore. Da anni era in prima linea contro la violenza. Le sue armi erano la parola e la speranza, il suo campo di battaglia era la Barbagia, insanguinata dalle faide e dai regolamenti di conti, e umiliata e ferita dalla maledizione del sequestro di persona. Davanti alle bare dei morti ammazzati il vescovo non lanciava anatemi e non si perdeva in duri sermoni, ma seminava parole di pace e di riconciliazione. Testardo. Instancabile.
Era il simbolo di una Chiesa che era capace di vivere dentro la società barbaricina e le sue contraddizioni, e che non si stancava di lottare per arginare il vento dell'odio e le tempeste del sangue.
Ebbene, con le dimissioni di don Farris, monsignor Melis si trovò ad affrontare un problema molto spinoso. Nel clero nuorese, infatti, tutti avevano paura di calarsi in quell'abisso di dolore e di paura che era allora Badu e carros.
Poi seppe che in curia c'era un prete che aveva detto di non aver timore di affrontare quella sfida. Allora lo convocò per affidargli il ruolo di cappellano del carcere. Quel sacerdote era don Salvatore Bussu. Monsignor Melis in quel momento non poteva immaginare che, con quella scelta, avrebbe cambiato la storia carceraria italiana.
Salvatore Bussu era barbaricino di Ollolai. Uomo acuto e complesso, era un prete con la passione del giornalismo. Ma forse - come disse un suo amico - era un giornalista con la passione per il Vangelo e per i più deboli. Dirigeva il settimanale diocesano "l'Ortobene" che aveva trasformato in uno spazio prezioso per il dibattito politico e per l'analisi dei problemi sociali del centro Sardegna. Don Bussu era basso di statura, apparentemente fragile, con due occhi che le spesse lenti degli occhiali facevano sembrare enormi e quasi stupiti.
Ma dietro questa apparenza dimessa e mite c'era invece un uomo con una tempra d'acciaio che portava avanti le sue scelte di coerenza con incredibile tenacia. A Badu e carros entrò con discrezione, quasi in punta di piedi, il primo febbraio del 1981.
Due giorni dopo, la prima messa per i detenuti "comuni", i soli che potevano parteciparvi. Cominciò l'omelia con un brano della lettera di San Paolo agli ebrei: "Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere".
Il rapporto con i detenuti "politici" era invece inesistente. Loro ignoravano quel piccolo prete che cercava un dialogo con loro. E don Bussu rispettò quell'atteggiamento freddo, ma non ostile. Ma non si rassegnava a quel vuoto di parole, a quella impossibilità di confronto.
E allora il 4 febbraio 1982 scrisse loro una lettera dove, tra l'altro, diceva: "Non sono un uomo del potere, ma soltanto un amico e sacerdote di quel Gesù che è venuto al mondo a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi".
I brigatisti rossi non risposero, ma le parole di don Bussu provocarono al loro interno una discussione molto sofferta. E così, quando il cappellano del carcere chiese il 26 febbraio un incontro con uno dei leader delle Br, Mario Moretti, questi si presentò all'incontro. Così lo descrisse don Bussu: "Fisicamente non è un granché: stortignaccolo, con un viso triste come i suoi baffoni alla Stalin. Ma subito hai la sensazione di trovarti davanti a un uomo estremamente intelligente, razionale, duro".
Moretti era il terrorista considerato regista del sequestro-omicidio del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Il brigatista chiese al cappellano se sapesse per quanto tempo ancora sarebbero state applicate nei loro confronti le restrizioni previste dall'articolo 90 della legge penitenziaria del 1975. Ma don Bussu non poteva saperlo. Allora Moretti gli disse: "Se così ci vogliono fare morire, preferiamo morire a modo nostro".
Era un messaggio criptico, nel quale si intuiva una terribile minaccia. L'articolo 90, come disse don Bussu, "consentiva di chiudere ermeticamente il carcere, rimuovendo il detenuto dalla coscienza dei cittadini". In concreto, si traduceva nell'isolamento più completo del recluso, nell'impossibilità di ricevere pacchi dall'esterno, nei vetri divisori nei colloqui con i familiari e gli avvocati e nella riduzione delle ore d'aria al minimo. Una norma che veniva applicata con la massima discrezionalità del ministero di Grazia e Giustizia, quando ricorrevano "gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza".
Per il ministero a Badu e carros quelle condizioni di eccezionalità duravano da ben due anni. Erano cioè diventate la normalità. Le condizioni di vita imposte erano tanto dure che gli stessi tecnici del ministero chiamavano le sezioni speciali "i braccetti della morte".
Intanto la lettera con la quale don Salvatore Bussu aveva chiesto un dialogo con i terroristi non era piaciuta agli alti papaveri dell'amministrazione penitenziaria. Soprattutto il passaggio nel quale il cappellano aveva detto di non essere "un uomo del potere".
Così il debole filo che esisteva tra il prete e i terroristi fu reciso e per un anno e mezzo don Bussu non poté avere alcun contatto con i detenuti "politici". Poi, nel novembre del 1983, il convegno nazionale dei cappellani delle carceri italiane provocò un sisma morale e politico. Alla chiusura dei lavori, papa Giovanni Paolo II disse infatti: "L'uomo conserva integra la sua dignità di persona, che per natura sua è inalienabile, anche in stato di colpevolezza. Le restrizioni delle libertà personali trovano in quella dignità un limite invalicabile".
L'onda lunga del terremoto provocato dalle parole del Papa arrivò fino a Nuoro. Fin dentro il carcere di Badu e carros. Alberto Franceschini, fondatore delle Br insieme a Renato Curcio, e Franco Bonisoli chiesero di incontrare don Bussu, che era appena tornato dal convegno nazionale dei cappellani. Da dietro il vetro divisorio Franceschini disse parole gravi e sofferte: "In questa stagione la Chiesa è l'unica a fare discorsi di pace".
Due settimane dopo, don Bussu ricevette dal direttore del carcere le richieste di colloquio non solo dei brigatisti Franceschini e Bonisoli, ma anche di Roberto Ognibene, Luca Nicolotti, Massimo Gidoni, Rocco Micaletto, Claudio Pavese e Nicola Pellecchia. Dopo aver detto al cappellano che alcuni di loro avevano iniziato lo sciopero della fame per protestare contro le loro condizioni di detenzione, consegnarono una lunga lettera nella quale spiegavano le ragioni della loro scelta.
Tra le altre cose si leggeva: "... ci sottraggono ogni giorno gocce di vita, distruggendo scientificamente non solo ogni nostro rapporto sociale, ma anche ogni possibilità di ricostruirlo, con l'ambizione infine di distruggerci anche la speranza".
I brigatisti rossi ormai vedevano quel piccolo prete come l'unico legame possibile con il mondo esterno, l'unica possibilità di avere una voce. Don Bussu li supplicò di desistere dal loro progetto che li avrebbe potuti portare fino alla morte. La protesta dei brigatisti continuava nel più completo silenzio. Perché nulla filtrava dal bunker grigio alla periferia di Nuoro. Erano in sette ad alimentarsi solo con una tazza di latte zuccherato al giorno.
Alla vigilia di Natale cinque detenuti cominciarono lo sciopero totale. Disperato, don Bussu chiese al vescovo di intervenire, di convincerli a desistere dalla loro azione. E monsignor Melis andò a Badu e carros, dove ebbe un lungo colloquio con Franceschini. Ma il brigatista fu irremovibile: "Andiamo avanti, fino alla fine". Monsignor Melis, per sottolineare il dissenso della Chiesa rispetto all'atteggiamento disumano del ministero, si rifiutò di celebrare la messa in carcere, affidando questo compito proprio a don Bussu.
Cioè al prete che si batteva per riportare umanità tra le mura grigie di Badu e carros. Il pomeriggio di Natale fu per don Bussu un pomeriggio di angoscia. Alla fine prese la decisione: interrompere il suo servizio di cappellano fino a quando non fossero cambiate le condizioni di vita anche nel braccio speciale del carcere.
Era il suo regalo di Natale per i digiunatori. Donava loro il suo dolore, la sua solidarietà di uomo e il suo spirito evangelico di prete. Scrisse una lettera al vescovo nella quale spiegava le sue ragioni e raccontava la sua sofferenza. Una copia fu consegnata al direttore del carcere, una ai brigatisti che facevano lo sciopero della fame e una all'Ansa. Per rompere il muro di silenzio. "Sperando che i sette detenuti si ricredano e riprendano a nutrirsi - si legge nella lettera - la prego di voler capire il mio atteggiamento che non è di disobbedienza nei suoi riguardi, ma di rispetto alla coscienza di sacerdote che si ribella ad ogni forma di violenza.
Perché se da una parte c'è stato un terrorismo delle Brigate Rosse - e lei sa quanto l'ho sempre condannato nel nostro settimanale che dirigo - dall'altra parte, oggi, per reazione c'è purtroppo un terrorismo di Stato meno appariscente e più scientifico, ma non per questo meno condannabile".
La lettera di don Bussu deflagrò sulle pagine di tutti i giornali e nelle televisioni, creando una bufera politica. Il ministro democristiano Mino Martinazzoli fu costretto a revocare l'applicazione dell'articolo 90 a Badu e carros e ad attenuare le restrizioni per i detenuti "politici". Fu l'inizio di un lungo cammino di conciliazione, che portò il Paese fuori dagli "anni di piombo" e consentì la riforma carceraria proposta dal senatore Mario Gozzini. Tutto questo forse non sarebbe accaduto senza un piccolo prete nuorese con due occhi che le spesse lenti degli occhiali facevano sembrare enormi.










