di Giuseppe Bulgarini d'Elci
Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2019
Corte di cassazione Sentenza 31531/2019. La detenzione di quantitativi non modici di sostanze stupefacenti, benché intervenuta al di fuori dell'orario e del luogo di lavoro, costituisce giusta causa di licenziamento, perché è richiesto al lavoratore, oltre a un comportamento diligente in servizio, di tenere una condotta extra-lavorativa che non sia tale da compromettere gli interessi morali e materiali del datore di lavoro.
La Cassazione (sentenza n. 31531 del 3 dicembre 2019) precisa che non può essere dirimente, in senso contrario, che la detenzione delle sostanze stupefacenti non sia riconducibile al rapporto di lavoro, in quanto la minaccia potenziale sul futuro corretto adempimento della prestazione lavorativa che può derivarne è, di per sé, foriera di una irreparabile lesione del vincolo fiduciario.
Il caso sottoposto alla Suprema Corte era relativo al licenziamento di un portalettere, che aveva patteggiato una pena di quattro mesi e 800 euro di multa, con beneficio della sospensione condizionale e non menzione nel casellario giudiziale, per detenzione di circa 60 grammi di sostanze stupefacenti.
Il lavoratore aveva impugnato il licenziamento sul presupposto, tra gli altri, che la misura era sproporzionata, in quanto la violazione di legge si era verificata in un ambito estraneo all'orario e al luogo di lavoro. A ulteriore conferma della illegittimità del licenziamento il lavoratore aveva dedotto che i fatti accertati in sede penale risalivano all'aprile 2014, mentre l'azione disciplinare si collocava nel mese di maggio 2016, ben due anni dopo. Questo dato temporale costituiva, ad avviso della difesa, conferma del fatto che l'illecito penale ascrivibile al portalettere non aveva avuto riflessi sulla prestazione lavorativa.
La Cassazione rigetta questa lettura e ribadisce che il possesso fuori dal luogo e dall'orario di lavoro di un rilevante quantitativo di stupefacenti costituisce, di per sé, una condotta socialmente censurabile, tale da violare essenziali principi del vivere civile. A fronte di un illecito di questo tenore, il contenuto delle mansioni del portalettere, che implica un costante contatto con il pubblico e con l'ambiente sociale circostante, risulta incompatibile con la prosecuzione del rapporto di lavoro.
Né può avere rilievo, secondo la Cassazione, che il rapporto di lavoro sia proseguito per due anni dopo il compimento dell'illecito, perché alla base del licenziamento si colloca la sentenza di patteggiamento, equiparata a condanna passata in giudicato. Conclude la Cassazione che, in senso contrario, non possono essere richiamate le previsioni sul recupero dei lavoratori tossicodipendenti, per i quali la conservazione del rapporto di lavoro abbia il fine di favorirne la guarigione. In questo caso, infatti, ad avere rilievo non è l'assunzione, bensì la detenzione, di sostanze stupefacenti, per la quale la sanzione del licenziamento costituisce misura assolutamente proporzionata e legittima.
La Nuova Sardegna, 13 dicembre 2019
Gli altri dodici istituti penitenziari che ospitano 41bis sono stati adattati con la conseguenza di non rendere possibili tutte le misure previste da questo regime carcerario. "Le strutture penitenziarie per il regime al 41bis dovrebbero avere una forma e un tipo di ripartizione logistica idonea: si potrebbe immaginare che i detenuti siano in celle tutte sulla medesima fila con di fronte solo il muro.
In Italia ci sono 13 istituti penitenziari che hanno il 41bis ma sono tutti adattati successivamente: l'unico che nasce con una vocazione mirata è Sassari. Gli altri come l'Aquila - dove c'è il maggior numero di detenuti al 41bis - nascono come carceri di altro circuito, con file una di fronte all'altra: il detenuto al 41bis si trova di fronte un altro detenuto al 41bis e quindi qualunque forma di comunicazione è possibile tra le due celle. Poi ci anche sono i momenti di socialità, di cui i detenuti hanno diritto anche se si fa una selezione dei gruppi di socialità e poi tutto è osservato".
Lo ha detto - in una audizione sul regime di cui all'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario e le conseguenze derivanti dalla sentenza della Corte Costituzionale sui permessi premio ai mafiosi - davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini.
sempionenews.it, 13 dicembre 2019
Leggere è un'attività che pare che gli italiani siano oramai da tempo trascurando. Ma ci sono, come sempre, ottime eccezioni. È il caso di Fondazione per Leggere e della Casa di Reclusione di Opera. I due soggetti, infatti, hanno appena siglato un accordo triennale per potenziare l'offerta culturale destinata ai detenuti. I libri ci fanno viaggiare nel tempo.
Durante la lettura ci isoliamo e, almeno per un po', è come se ciò che abbiamo attorno fosse diverso. Ci fanno ridere, commuovere, sognare... Ci fanno vivere avventure incredibili... Spesso sono un ottimo rimedio a qualche conversazione scomoda. Leggere le storie altrui è un buon modo per mettere da parte per un po' le proprie, a volte angosciose, per poi tornarci vedendole con un nuovo punto di vista.
è stato istituito un rapporto triennale tra il sistema bibliotecario di Fondazione Per Leggere e la biblioteca all'interno dell'Istituto penitenziario di Milano-Opera. Tale rapporto integra e migliora le varie collaborazioni attive tra l'istituto e Associazioni, Enti, Istituzioni e personalità del mondo della cultura che già promuovono e realizzano iniziative culturali e socio culturali volte al miglioramento delle condizioni dei detenuti. Si vuole promuovere la lettura favorendo la massima accessibilità dei detenuti alla biblioteca. Il Servizio è garantito da un bibliotecario lavorante e più volontari operanti nella Biblioteca Centrale.
Alla biblioteca vengono destinati ampi spazi: l'area Sezione Osservazione (Nuovi Giunti) Biblioteca Centrale e l'Area Verde di Lettura accanto alla Biblioteca Centrale, l'area Biblioteca presso il Centro Diagnostico Terapeutico. Il personale della Fondazione che opera nell'Istituto contribuisce alla gestione delle attività di prestito, con particolare riferimento a quello inter-bibliotecario con le altre biblioteche del territorio, ampliando così il patrimonio documentale. I detenuti lavoranti che collaborano a tali attività sono selezionati dalla Direzione di concerto con Fondazione.
La biblioteca fruirà di tutti i servizi e delle risorse, umane, economiche, professionali, di coordinamento funzionale, attività e consulenza tecnico-biblioteconomica e supporto tecnologico per la informatizzazione di Fondazione per Leggere. Il personale della Fondazione, in accordo con la Direzione dell'Istituto, promuoverà lo sviluppo del servizio e fornirà ai detenuti il supporto per l'apprendimento di tecniche di organizzazione e di gestione di una biblioteca e di catalogazione e trattamento delle opere presenti nelle raccolte.
L'Istituto e Fondazione per Leggere hanno elaborato congiuntamente un moderno regolamento per la fruizione del servizio (modalità di consultazione, prestito, eventuali altri servizi). Il libro è la chiave dei pensieri. Insomma pochi minuti, un buon libro tra le mani e siccome "i libri sono una vera forma di evasione", con la cultura siamo più liberi. Tutti.
genova24.it, 13 dicembre 2019
In consiglio regionale la proposta di delibera si è scontrata con il veto della Lega, i Dem ci provano comunque a Tursi. Genova. Il gruppo Pd in consiglio comunale ha presentato una proposta di delibera per l'istituzione della figura del garante dei diritti delle persone private della libertà personale, o per così dire dei detenuti, del Comune di Genova.
"Ci sembra un passaggio opportuno - dice la capogruppo del Pd a Tursi - spesso abbiamo affrontato commissioni consiliari sul tema ma senza mai avere chiaro quale fosse il ruolo dell'ente, invece è previsto dal suo stesso statuto che il Comune debba favorire la rimozione di tutti gli ostacoli che si frappongono all'effettivo sviluppo della persona e all'eguaglia degli individui".
I Dem hanno proposto di istituire questa figura anche a livello regionale visto che la Liguria e la Basilicata sono le uniche due regioni italiane senza garanti dei detenuti. "Se non è possibile averne uno regionale, proviamo ad averne almeno uno sulla città di Genova, visto che abbiamo scoperto che è possibile, come per esempio accade in Piemonte, istituire un garante in ogni Comune dove si trovi la sede di un carcere". Il garante non si occuperà soltanto delle persone nei penitenziari, ma anche di quelle che hanno altre restrizioni, o quelle soggette a trattamento sanitario obbligatorio, un ambito spesso critico anche sotto il profilo della cronaca: nel giugno 2018 il giovane Jefferson Tomalà venne ucciso durante un'operazione di polizia.
La delibera, che disciplina la nomina e i compiti del garante, sarà depositata oggi. "Dopodiché convocheremo le commissioni consiliari dedicate al tema e speriamo di arrivare a breve all'approvazione, questa non è una battaglia politica, è una questione tecnica" afferma Lodi, ottimista sulla possibilità che in consiglio comunale non arrivi il veto del centrodestra come in consiglio regionale dove il 17 dicembre sarà presentato un documento che unisce le proposte di Pd e Rete a Sinistra.
"Durante le commissioni che abbiamo svolto in passato sul tema - aggiunge - abbiamo percepito dell'interesse anche da parte della maggioranza e speriamo di poterlo interpretare in maniera positiva".
La figura del Garante delle persone private della libertà, in base alla proposta di delibera del Pd, sarà nominato dal sindaco di Genova e avrà diversi compiti tra cui quello di promuovere l'esercizio dei diritti di queste persone sul piano civile e sociale, momenti di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti umani e forme di volontariato, ma anche il compito di verificare con le autorità competenti eventuali segnalazioni di violazioni dei diritti. Una proposta per l'istituzione del garante dei detenuti era stata presentata per la prima volta in Regione nel 2006, a firma di Cristina Morelli (Verdi) ma non arrivò mai alla discussione in aula.
di Monica Coviello
vanityfair.it, 13 dicembre 2019
È la prima volta che succede: dopo un corso di 64 ore, si è tenuta la prima sessione di esami e a dicembre sono stati consegnati i diplomi. Impiegare il tempo passato in carcere per riscattarsi, esercitare il diritto allo studio, ricostruire la fiducia in sé stessi e negli altri, lavorare sul proprio futuro. Da tempo i penitenziari danno la possibilità ai detenuti di poter studiare e conseguire un titolo di studio che potrà tornare utile una volta che la pena a cui sono stati condannati sarà stata scontata. Ma è la prima volta che vengono consegnati diplomi per la certificazione della lingua inglese in carcere.
È successo nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, dove il 3 dicembre si è svolta la cerimonia di consegna dei diplomi di certificazione Cambridge Preliminary (Cambridge B1 - Preliminary PET), ottenuti dai nove detenuti che hanno partecipato al progetto "La certificazione linguistica internazionale in carcere: a change for the better", il primo corso in Italia rivolto alla preparazione per la certificazione della lingua inglese in carcere.
Il progetto è cominciato il primo marzo: il Centro Cambridge English Assessment ha verificato la possibilità di eseguire una sessione d'esame in carcere e, dopo un corso di 64 ore, il 15 giugno si è tenuta la prima sessione di esami Cambridge Preliminary in una scuola in carcere.
"Si tratta di un progetto pilota davvero unico e ambizioso per il contesto in cui si è svolto. In primo luogo gli studenti hanno saputo vedere nel corso e nella certificazione internazionale un'opportunità per poter entrare nel mondo del lavoro senza pregiudizi, considerandone la spendibilità una volta finito il percorso di detenzione", spiega la professoressa Rosa Scimone, referente del progetto. "In più hanno colto il valore di questa iniziativa come una forma di controllo attivo sulla propria vita: dalla consapevolezza della condizione ristretta alla proiezione di un futuro di reinserimento socio-lavorativo, favorendo la percezione dell'utilizzo del tempo in carcere come tempo della ricostruzione dell'io sociale e del sé interiore. Inoltre, molti studenti hanno riferito di aver apprezzato l'aspetto riempitivo e distraente del corso, che è diventato un'opportunità per alimentare la mente". La certificazione Cambridge English, rispetto ad altre certificazioni linguistiche, è valida per sempre: potrà rappresentare uno strumento spendibile nel curriculum futuro dai detenuti.
cuneocronaca.it, 13 dicembre 2019
Inaugurato ieri, giovedì 12 dicembre, alle 10, presso la Castiglia di Saluzzo (piazza Castello), la VI edizione di "Destini incrociati", rassegna nazionale di teatro in carcere, che per la prima volta viene ospitata in Piemonte nel territorio della provincia di Cuneo. Il programma si svolgerà nelle giornate di giovedì 12, venerdì 13 e sabato 14 in diverse location a Saluzzo (la Castiglia, il teatro civico Magda Olivero, l'Antico Palazzo comunale e la casa di reclusione "Morandi"), con un'incursione a Savigliano, dove è previsto un appuntamento al teatro Milanollo.
Fulcro della rassegna sono gli spettacoli portati in scena dai gruppi di detenute e detenuti provenienti da case circondariali e di reclusione di tutta Italia - Cosenza, Livorno, Pesaro, Saluzzo - a cui si aggiunge la performance dei pazienti della struttura Rems di Bra. Il programma propone inoltre alcuni incontri di approfondimento, percorsi di avvicinamento per gli studenti, seminari. Una speciale sezione è dedicata ad una rassegna di quindici video prodotti a partire da laboratori teatrali condotti in altrettanti istituti carcerari, compresi due contesti dell'area penale minorile.
In Redemption day, detenuti provenienti da Cosenza raccontano della possibilità di sconfiggere la paura e di maturare l'autostima e la consapevolezza necessarie al reinserimento e all'inizio di una vita nuova.
Di seconda possibilità, di sfide e di speranza tratta anche l'atto unico "Game over" della Compagnia Teatro e Società di Torino, che acquista particolare significato in quanto promosso dal Fondo Musy, creato dalla moglie di Alberto Musy, Angelica, per sostenere chi in carcere ha deciso di dedicarsi agli studi universitari.
Per Radio Rems, invece, saliranno sul palco i pazienti della Rems di Bra con uno spettacolo che elabora, sotto forma di manifesto e di risa, gli spunti nati dalle attività di improvvisazione teatrale, fino ad arrivare a proporre una "radio dal di dentro per chi ascolta dal di fuori".
La malattia mentale è centrale anche nello spettacolo del Gruppo Teatrale Stranità di Genova Sintomatologia dell'esistenza. Un Dsm per medici e poeti in cui un gruppo composto da persone seguite dalle strutture per la salute mentale, volontari, operatori socio-sanitari ed alcuni attori professionisti mettono in scena uno spaccato del mondo della psichiatria visto dal suo interno, presentandone il dietro le quinte. La rassegna proporrà anche il video dello spettacolo realizzato dalle attrici detenute dell'Istituto Pagliarelli di Palermo: nello spettacolo In stato di grazia, liberamente ispirato al romanzo di Dacia Maraini "La lunga vita di Marianna Ucrìa", la voglia di libertà e di conoscenza a cui Marianna dà sfogo attraverso i libri diventa metafora del percorso di formazione all'espressione teatrale vissuto dentro il carcere.
Anche in "Errando. Dal laboratorio al palcoscenico", performance dei detenuti del Morandi di Saluzzo, si racconta del significato e del senso più profondo che l'esperienza teatrale rappresenta per il detenuto. Infine, anche il corpo è utilizzato come strumento di rinascita e riscatto: i detenuti provenienti da Livorno, insieme con due attrici e a alcune danzatrici, portano in scena "Un tuffo al cuore", in cui raccontano attraverso alcune lettere dal carcere destinate a figure femminili l'attesa, la distanza, i sentimenti e le emozioni dei reclusi.
In "Rugby. Corpo a corpo", invece, gli attori e le attrici del carcere di Pesaro, prendendo spunto da un inedito connubio tra il gioco del rugby e la poesia di Cesare Pavese, arrivano a immaginare il vissuto dei protagonisti come persone che si giocano i loro sogni, nel ricordo di una vita all'interno di una comunità a cui sentono di voler appartenere.
La rassegna si colloca nell'ambito del progetto nazionale di teatro in carcere "Destini incrociati" con il contributo del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo ed è promossa in rete da 22 organismi aderenti al Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, con capofila l'Associazione Teatro Aenigma. Per informazioni e prenotazioni (ingresso spettacoli 5 euro, studenti gratuito) visitare il sito internet www.vocierranti.org o telefonare al numero 340.3732192.
di Nuccio Sciacca
lasiciliaweb.it, 13 dicembre 2019
Le attività si sono svolte nella casa circondariale "Luigi Bodenza". "Educazione alla legalità e benessere psicofisico" è il progetto che ha avuto come obiettivo quello di interessare i diversi ambiti della vita dell'uomo coinvolgendo, nelle diverse iniziative, i detenuti. All'interno di uno spazio chiuso e disciplinato da severe norme regolamentari, i detenuti tendono ad annientarsi e a non riconoscere più il valore della propria persona.
Il peso degli errori commessi può essere così ingombrante da spegnere l'entusiasmo di vivere. Questo progetto ha voluto stimolare ed educare i detenuti, attraverso attività mirate, affinché potessero ritrovare il benessere psicofisico e ricordare che ogni uomo ha un valore e può avere il suo riscatto sociale. I laboratori organizzati con e per i detenuti hanno coinvolto molte figure professionali e anche i familiari degli stessi detenuti.
Nei laboratori si acquisiscono competenze e si conquista la soddisfazione di scoprire quanto si è abili e capaci. Si è voluto porre particolare attenzione ai bisogni della persona, in un clima di rispetto reciproco, ottenendo così ampia adesione da parte dei detenuti alle attività aggregative organizzate. Il tutor Massimiliano Palillo, per Avis Comunale di Enna, ha curato il "Laboratorio di Benessere Psicofisico" per promuovere salute e benessere grazie ai benefici dell'attività fisica. Riuscire a catturare l'interesse dei detenuti coinvolti non è sempre agevole.
Si è cercato, quindi, di strutturare il laboratorio in attività divertenti, a tratti ludiche, così che venissero percepite come un elemento positivo per contribuire non solo al mantenimento di uno stato di salute psicofisica ma anche al miglioramento delle relazioni reciproche all'interno dell'istituto. Tutti i laboratori si sono svolti presso la casa circondariale "Luigi Bodenza" di Enna grazie al finanziamento della Chiesa Valdese, l'Ong Luciano Lama ente capofila e al partenariato con l'associazione culturale "Innova Civitas", il Movimento Difesa del Cittadino e l'Avis di Enna.
unibo.it, 13 dicembre 2019
Sono sempre di più i detenuti che decidono di studiare e iscriversi all'Università di Bologna, come anche le attività di Ateneo con il Pup. Dall'a.a. 2020/2021, i docenti e studenti impegnati nel progetto, secondo la proposta presentata al Senato accademico, potranno usufruire di corsi di formazione organizzati dal Dipartimento di Scienze dell'Educazione, di Scienze Politiche e Sociali e di Scienze Giuridiche dell'Alma Mater.
Sono sempre di più i detenuti che decidono di studiare e iscriversi all'Università di Bologna e grazie agli accordi presi, a partire dal 2014, tra l'Ateneo, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Direzione della Casa Circondariale di Bologna ed Ergo, si è costituita la Sezione Universitaria all'interno della Casa Circondariale di Bologna.
Nell'ambito di questa iniziativa, ieri, in Senato Accademico è stata presentata la proposta, che verrà poi discussa in Cda, avanzata dal Dipartimento di Scienze dell'Educazione "Giovanni Maria Bertin", per la formazione dei volontari che operano presso il Polo Universitario Penitenziario, a cui fornire maggiori strumenti conoscitivi e di consapevolezza del contesto in cui operano e valorizzare la figura del volontario in carcere nell'ambito del Pup e in particolare dello studente volontario.
I docenti - universitari e non - in ruolo o in pensione, gli studenti universitari e appartenenti ad associazioni autorizzate ad operare all'interno dell'Istituto, potranno quindi seguire dei corsi di formazione di base, dall'a.a. 2020/2021, e potenziare le competenze trasversali personali, sociali e civiche, approfondire la conoscenza del funzionamento e dell'organizzazione del Pup, favorire la condivisione di esperienze e prassi per creare un gruppo di lavoro coeso, con un linguaggio comune, sebbene composto da attori provenienti da diverse realtà associative e non.
di Medea Garrone
lavocedigenova.it, 13 dicembre 2019
I detenuti di Pontedecimo andranno in scena con "Emozioni recluse" il 19 dicembre al Teatro dell'Arca. Abbiamo parlato dello spettacolo, e soprattutto del loro percorso di riabilitazione, con il direttore del Teatro dell'Ortica Mirco Bonomi. "Sono innocente a prescindere". Lo dice chi è colpevole e si è macchiato di violenza. Sulle donne. Inizia così lo spettacolo "Emozioni recluse", un viaggio interiore, ma anche un percorso di recupero sociale ed emotivo, che i sex offenders stanno compiendo (dentro e fuori dal carcere) grazie al progetto Amal, portato avanti dal Teatro dell'Ortica di Genova, che, come sempre, coinvolge direttamente chi è parte del problema - vittima o carnefice come in questo caso - attraverso il palcoscenico, che si trasforma in una sorta di setting psicoanalitico.
Ed ecco quindi andare in scena, dopo "Amori di sola andata" e "Ring", i detenuti del carcere di Pontedecimo, protagonisti dello spettacolo che si terrà il 19 dicembre al Teatro dell'Arca, nel carcere di Marassi, alle 21. Abbiamo parlato col direttore del Teatro dell'Ortica, Mirco Bonomi, di questo lavoro, svolto insieme alla cooperativa "Cerchio delle relazioni", che diventa un percorso tra le emozioni "recluse" di sedici uomini che cercano la strada per comprendere le proprie colpe e da lì ripartire.
Che tipo di lavoro è stato fatto per il teatro e che tipo di percorso hanno intrapreso i sex offenders?
Questo lavoro fa parte del progetto Amal, sostenuto dal Fondo sociale europeo e dalla Regione, portato avanti dal Teatro dell'Ortica insieme alla cooperativa il "Cerchio delle relazioni"; si tratta di un percorso che i detenuti compiono con una psicologa e un educatore, che operano rispetto alle emozioni che i detenuti hanno provato e provano. Ed è quello che si fa anche in teatro, dove si parte da sentimenti quali paura, spavento, tristezza o felicità, cercando di fare esprimere i sex offenders sulle sensazioni vissute. Da qui anche il nostro spettacolo "Emozioni recluse", che gioca sul doppio senso del termine, e che narra una storia collettiva, attraverso momenti di coralità fisica, ma anche momenti individuali, come sono i monologhi.
Che cosa rappresenta il teatro per i detenuti?
Il teatro è l'occasione che hanno di esprimersi: c'era chi inizialmente era come catatonico, mentre oggi è protagonista sulla scena, perché prova a mettersi in gioco. Inoltre c'è anche chi ha scoperto nuovi talenti, quindi aspetti positivi da trasferire altrove un domani. L'obiettivo del teatro sociale, in cui la parte artistica viene fuori, è quello di far sì che le persone possano crescere e stare meglio, così da raggiungere un benessere personale, che diventa anche collettivo, perché non siamo Monadi, ma soggetti in relazione con gli altri. E lo spettacolo sarà l'occasione per confrontarsi con questa realtà.
Che tipo di uomini sono i sex offender di questo progetto?
Spesso mi sembrano persone come tante, e quindi caratterizzate da una normalità che spaventa, perché fa riflettere su come tutti noi possiamo cadere nel vortice: il sex offender può essere un ingegnere, un giornalista o un operaio, non è il delinquente abituale, che spaccia o ruba, ma il nostro vicino di casa o un parente.
Quanti uomini sono coinvolti nello spettacolo?
Inizialmente 16, ma in scena saranno 10, compresi due attori veri, che sostituiscono chi non si è sentito di salire sul palco.
Per quali reati sono in carcere?
Prevalentemente per violenze e maltrattamenti, e forse c'è anche qualche stupro, ma non ho voluto saperlo nel dettaglio, perché temevo il pregiudizio: il rischio è di non lavorare con naturalezza col gruppo.
Come vivono, oggi, gli atti di violenza che hanno commesso?
In modo diverso, a livelli differenti; alcuni lo stanno vivendo come una grande possibilità di poter fare autocritica. Qualcuno non voleva farlo temendo di essere riconosciuto, una volta fuori, ma poi ha accettato. Sono percorsi che devono avere tempi lunghi, in cui ognuno si mette in gioco come può, ed è come andare in terapia. In questo senso il teatro è un modo per veicolare, anche indirettamente, determinati sentimenti e sensazioni, ed esprimersi senza farsi distruggere dal male: quando si sente la propria colpa si può esserne distrutti, mentre con questo tipo di percorso ognuno può esprimere dolore, ma anche cercare di provare empatia verso la vittima, riconoscendosi colpevole e mettendosi nei panni dell'altro. Nello spettacolo si inizia dicendo 'sono innocente a prescinderè e si finisce, invece, con esprime le proprie emozioni. Si tratta di un processo che si mette in atto, che può continuare o meno, ma quello che è certo è che, laddove non si interviene la recidiva negli uomini maltrattanti è altissima. Se invece si interviene con percorsi di coinvolgimento, coscientizzazione e ridefinizione di sé, nel tempo il dato cala drasticamente: dal 90-80% al 20-30%, secondo le statistiche; il recupero va fatto anche con chi è violento, e non solo con le donne vittime, perché se non lavoriamo sugli oppressori, il fenomeno non può cessare d'esistere.
E dopo il progetto cosa fanno?
Questo tipo di lavoro presuppone una continuazione: è importante che i sex offenders - come anche gli altri detenuti - non siano abbandonati a sé stessi, ma che il percorso prosegua. Per esempio, infatti, nello spettacolo ci sarà un attore che è uscito dal carcere, ma che continua a lavorare con noi. Bisogna eliminare dalle persone quella rabbia che le ha portate a commettere atti disgustosi, che ogni giorno aumentano e che ci danno il senso di una violenza terribile, ma anche di uno stato di malessere che, se non riusciamo a controllare, sfocia, appunto, nel dramma.
Il rapporto che questi uomini hanno con i figli e i familiari cambia dopo questo percorso?
Ovviamente è molto soggettivo; sappiamo di alcuni del gruppo attuale che hanno avuto il permesso di rivedere i figli: sono momenti importanti per loro, e cercare di ristabilire delle relazioni nel cambiamento e nella diversità che si verifica, vuol dire che, a partire anche dal riconoscimento del danno causato, si cerca di avere la possibilità di rifarsi, il che non significa che tutto torni come prima, ma che è in atto un percorso che, a partire dalla pena, deve poi arrivare alla riabilitazione.
Possiamo dire che anche il vostro è un percorso teatrale che continua: dal 2017 con "Amori di sola andata" a "Emozioni recluse".
Sì, inizialmente era uno spettacolo recitato da attori e attrici e tratto dal libro di Alessandra Pauncz, la psicoterapeuta che ha aperto a Firenze il primo centro in Italia per gli uomini maltrattanti (Cam); "Amori di sola andata" era itinerante su treni e bar, poi è diventato uno spettacolo canonico, e da lì è nata successivamente l'idea del teatro sociale, che ha come protagonisti coloro che sono direttamente dentro al problema.
Quindi nel 2018 ne è seguito lo spettacolo "Ring", realizzato in carcere con l'associazione White Dove, e quest'anno "Emozioni recluse", in collaborazione col Centro Antiviolenza Mascherona ". Infatti, come abbiamo fatto con i gruppi misti di donne - in "Rap Vaginistico" - così lavoriamo con i centri antiviolenza di Genova e della Liguria, cui forniamo il know-how teatrale.
di Wilma Greco
Ristretti Orizzonti, 13 dicembre 2019
Sedici anni fa, un gruppo di giovani siracusani decide di costituirsi in cooperativa sociale, scegliendo come nome "L'Arcolaio", ispirato agli insegnamenti del Mahatma Gandhi, che fece di questo strumento tradizionalmente utilizzato per dipanare le matasse e tessere il cotone, un simbolo di operosità quotidiana e libertà, invitando alla riscoperta dei mestieri tradizionali, all'utilizzo coerente delle ricchezze della propria terra, nonché al dono dell'energia creativa di ognuno in favore degli altri.
Obiettivo della cooperativa è quello di favorire il reinserimento socio-lavorativo delle persone ristrette negli Istituti di Prevenzione e Pena e altri gruppi vulnerabili.
Dalla tradizionale pasta di mandorla ai golosi canditi ricoperti di cioccolato, dallo stuzzicante pomodoro ciliegino essiccato allo sciroppo di carruba dei nostri nonni, dai sali con le erbe dei monti Iblei al preparato per il latte di mandorla più profumato della Sicilia: tutti i prodotti dell'Arcolaio sono realizzati con ingredienti biologici certificati di altissima qualità, provenienti da reti collaborative di piccoli agricoltori locali e dal commercio equo e solidale (lo zucchero di canna, ad esempio), come segnale della dimensione planetaria della solidarietà.
L'Arcolaio ha anche recuperato nel corso degli anni, 13 ettari di terreni incolti sui Monti Iblei, dove ora giovani immigrati, in totale simbiosi con la natura, accudiscono e raccolgono manualmente erbe aromatiche mediterranee, quali il timo, la salvia, il finocchietto, l'origano. Nel laboratorio allestito a pochi chilometri di distanza le erbe vengono essiccate e confezionate, insieme a ortaggi e frutta provenienti da piccoli agricoltori locali.
Il laboratorio dolciario, meglio noto come biscottificio anche se non solo biscotti produce, si trova all'interno della Casa Circondariale Cavadonna di Siracusa.
Da qui il marchio "Le dolci evasioni", distribuito in Italia e all'estero
attraverso i negozi specializzati di biologico, le botteghe del commercio equo e i gruppi di acquisto solidale, per "sprigionare" sapori e persone.
Ho visitato per tre giorni il laboratorio di "Le dolci evasioni" nella Casa Circondariale, ho chiacchierato con gli addetti ai lavori, ristretti e non, assaggiato dolci e latte di mandorla, partecipato alla produzione e respirato aria di libertà. Un laboratorio in cui in estate il caldo è torrido, in inverno il freddo insopportabile; eppure tutti sono contenti.
Bruno e Salvo sono gli operatori dell'Arcolaio; non sono pasticceri di professione ma hanno imparato insieme ai detenuti, e con loro sperimentano e si sperimentano ogni giorno. In carcere, più che altrove, c'è un grande bisogno di coerenza e di testimonianze di vita molto forti: se riesci a essere testimone vero di ciò in cui credi, puoi anche attivare negli altri processi di revisione critica del proprio vissuto, necessari per intraprendere un percorso nuovo. Perché ognuno di loro "è molto più del suo errore": qui ne sono tutti convinti.
Ecco che Bruno e Salvo, insieme agli altri responsabili (di produzione, logistica, qualita? e acquisti), si fanno "accompagnatori" degli "invisibili" - non visti e ignorati dalla società "oltre le mura" -, per restituire loro dignità attraverso il lavoro.
Nel laboratorio i detenuti acquisiscono reali competenze professionali, dalla preparazione del prodotto dolciario al confezionamento. Hanno un ritorno economico necessario per il sostentamento della famiglia. Conquistano la piena dignità di lavoratori, avendo riconosciute tutte le tutele previste dal contratto nazionale di lavoro delle cooperative sociali.
Per alcuni, questa con L'Arcolaio è la prima esperienza di lavoro in un quadro di legalità, dove sono chiamati ad esercitare diritti e doveri.
Particolare attenzione viene posta ai bisogni della persona, in un clima di rispetto reciproco, ottenendo l'adesione convinta dei detenuti ad una proposta lavorativa impegnativa ma anche molto gratificante.
Yay, 22 anni, egiziano, ristretto da quasi 4 anni, da 2 lavora al biscottificio. Di Bruno e Salvo dice che gli hanno salvato la vita; hanno ricostruito intorno a lui una rete di affetti che ha compensato la mancanza della famiglia lasciata nella sua terra. Gli brillano gli occhi, mentre parla del suo rapporto con loro. Ha faticato per ottenere fiducia, ha dovuto guadagnarla impegnandosi nel lavoro, ma ora ha le chiavi del magazzino: me le mostra con orgoglio.
La mia visita al biscottificio è coincisa con la preparazione di un prodotto nuovo: biscotti gluten free alla carruba e cannella. Il biscotto avrà una forma particolare; bisogna impostare la macchina con i giusti parametri. Si procede per prove ed errori. Tutti insieme, inclusa me, a valutare informazioni, trovare soluzioni, in un lavoro di squadra permeato da creatività e clima relazionale positivo, dove spicca il sorriso sdentato di Simon l'Etiope: "Solo Dio sa! Il futuro? Boh e chissà! Lo sapremo solo vivendolo", un sorriso comico, per certi versi disarmante, opposto allo sguardo concentrato di Marco che, appena fuori, spera di trovare un lavoro "dignitoso" nel campo della pasticceria.
È ovvio il senso delle sue parole: la dignità esiste quando esiste anche il lavoro; questo vale per tutte le persone, a maggior ragione per i detenuti, che respirano e pensano come ognuno di noi. Tra le persone private della libertà che hanno opportunità lavorative, l'incidenza della recidiva è inferiore rispetto a quelle che non vi accedono. Più inclusione significa più sicurezza, e oggi tutti siamo consapevoli che la detenzione in cella, senza alcuno sbocco, senza la possibilità di accedere ad attività lavorative, rende più insicura tutta la società, perché alimenta un circolo vizioso. Lo rivelano le statistiche. Se ogni detenuto acquistasse competenze professionali spendibili nel suo rientro tra la società dei "liberi", le recidive sarebbero di gran lunga minori.
L'Arcolaio tenta anche di creare un ponte tra il carcere e il "fuori", prevedendo tra i lavoratori del laboratorio di erbe aromatiche una quota di ex detenuti, o di detenuti in regime di semilibertà. Le "Dolci evasioni" del carcere di Siracusa diventano a questo punto la dimostrazione che i semi piantati danno frutto, e che il lavoro dentro le mura non è un semplice momento di "evasione" dalla routine della cella, ma piuttosto da un percorso fatto di errori e incidenti; è soprattutto volano di riscatto, tempo e luogo in cui il reinserimento sociale comincia a concretizzarsi.
Si ringraziano: Aldo Tiralongo (direttore Casa Circondariale Cavadonna Siracusa), Bruno Buccheri e Salvo Corso (responsabili L'Arcolaio) per le informazioni condivise e per l'accoglienza nel laboratorio "Le dolci evasioni".
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