di Graziella Melina
Il Messaggero, 14 dicembre 2019
I medici: "L'abuso di cannabinoidi è tra le cause dei disturbi mentali". Il nodo dei mancati controlli sulla vendita ai minori. Se gli effetti della cannabis sulla salute degli adulti non sono ancora scientificamente provati, di certo se ad assumerla sono gli adolescenti i rischi per la salute mentale possono essere davvero gravi.
"La cannabis, anche a basso livello di thc, ha comunque un contenuto che può essere dannoso, specialmente per gli adolescenti, che hanno un sistema nervoso centrale non completamente sviluppato - spiega Sabina Strano Rossi, tossicologa forense dell'università Cattolica di Roma - Si tratta di una sostanza psicotropa che ha attività al livello del sistema nervoso centrale, anche se la percentuale di principio attivo è bassa".
Il Consiglio superiore di sanità aveva già lanciato l'allarme. "Gli esperti - ricorda la tossicologa - hanno sottolineato che non si può escludere la pericolosità di questa sostanza, e che non ci sono sufficienti studi su classi particolarmente a rischio, quali i giovani, le donne incinte o le mamme che stanno allattando".
Con il recente emendamento, prosegue Strano Rossi, "di fatto si cambia la tabella di appartenenza, il principio attivo della cannabis passa dalla prima alla seconda tabella, ma senza il parere di esperti scientifici".
Resta, inoltre, la confusione tra possibilità di vendita e consumo. "In teoria, l'emendamento parla di possibilità di vendita. Poi, però, nessuno va a controllare l'utilizzo che ne fa chi l'acquista. Ed è significativo che non ci sia una regolamentazione per la vendita della cannabis light ai minori, come invece avviene per l'alcool".
A preoccupare i medici sono soprattutto i più giovani. "C'è una bella differenza se parliamo di uso di cannabis da parte di adulti o di minori - ribadisce Stefano Vicari, responsabile dell'unità operativa complessa di neuropsichiatria infantile al Bambino Gesù - Il cervello dei minori è in forte crescita, raggiunge la sua massima maturazione intorno ai 25 anni.
Gli adolescenti hanno quindi un cervello ancora non del tutto pronto a gestire impulsi e stimoli impegnativi dal punto di vista comportamentale". Gli effetti di una sostanza psicotropa sono dunque devastanti. "Molti studi documentano che l'abuso di cannabinoidi è una delle cause principali della comparsa del disturbo mentale.
Anzi - rimarca Vicari - si ritiene che la grande esplosione di disturbi mentali, cui assistiamo oggi, sia legata proprio a un abuso di cannabinoidi, con una serie di altri motivi. La cannabis, tra l'altro, rappresenta il primo fattore di rischio per schizofrenie in adolescenza. E questa patologia non sempre è reversibile". Dunque, la "distinzione tra droghe leggere e pesanti in adolescenza non ha senso, perché sono tutte sostanze dannose".
Inoltre, "la cannabis è liposolubile, cioè si accumula nel grasso. E il cervello è una palla di lardo. Noi infatti troviamo la presenza di effetti di cannabis anche a distanza di molte settimane". E purtroppo tra i ragazzi non è più così infrequente. "Al Bambino Gesù, all'emergenza psichiatrica, l'80% dei ragazzi ha una storia di uso di sostanze, in particolare di cannabinoidi".
di Ugo Intini
Il Dubbio, 14 dicembre 2019
Siamo un Paese invecchiato, poco istruito, a crescita zero. Dal 1990 abbiamo perso il t30% del reddito rispetto al resto della Ue. Ancora una volta, il rapporto Censis ha fotografato un'Italia stretta dal pessimismo e soprattutto dall'incertezza. Ma perché mai da decenni continua l'inverno del nostro scontento? Quando si è in mezzo alla foresta, non se ne vedono i contorni. Ci concentriamo pertanto sulle pagliuzze a portata d'occhio, sulle polemiche miserabili che riguardano (ad esempio in questi giorni) misure economiche del tutto ininfluenti.
Anche perché il contendere riguarda il 5 per cento di una manovra pari complessivamente a circa 30 miliardi, ovvero all' 1,7 per cento del prodotto nazionale lordo. Se si esce dalla foresta, fuori dal quotidiano e dal microcosmo rissoso della politica, si vede più lontano nello spazio e nel tempo. E la ragione dell'inverno perenne prima ricordato diventa improvvisamente chiarissima. Anzi, accecante. È una ragione che l'opinione pubblica forse intuisce, forse vagamente conosce, ma non nelle sue dimensioni reali. Guardiamo dunque, anziché le pagliuzze, le travi.
All'inizio degli anni 90, l'Italia e la Francia, pressoché con la stessa popolazione, avevano un reddito nazionale quasi uguale: adesso la Francia ci supera di oltre il 30 per cento. Nel 1989, la Germania aveva un reddito pro capite di poco superiore all'Italia: adesso, nonostante abbia assorbito i poveri della parte ex comunista, lo ha superiore del 32 per cento. Nel 1989, gli spagnoli avevano un reddito pari al 65 per cento del nostro: dal 2017, ci hanno superato. Abbiamo perciò perso quasi un terzo del terreno rispetto ai Paesi europei. Per non parlare dello spazio abissale perduto rispetto ai Paesi emergenti che ospitano i due miliardi di cittadini del mondo usciti dalla povertà grazie globalizzazione.
Tutti vanno avanti. Noi restiamo al palo. Siamo gli unici che ancora non sono tornati ai livelli precedenti la crisi economica del 2008. E non c'è da stupirsi, perché da tempo l'Italia cresce ogni anno un terzo dell'Europa (che già cresce poco). Quando, agli inizi degli anni 90, si festeggiava l'entusiasmante passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, i celebratori del "nuovo" non immaginavano che si stava aprendo per l'Italia il "trentennio perduto".
Mai i nostri nonni e padri avevano visto niente di simile. Avevano sofferto guerre e tragedie, ma erano sempre andati avanti. Consideravano il progresso (il domani meglio dell'oggi e di ieri) una ovvietà. E si può ben capire.
Leggete il libro dell'economista - Gianni Toniolo sui dati storici dello sviluppo italiano. Per un secolo (all'incirca dal 1890 al 1990) abbiamo avuto il periodo della "convergenza": una Italia arretrata è cresciuta più degli altri, è andata "convergendo" verso gli standard dei Paesi più avanzati e infine li ha raggiunti. Ricordate l'entusiasmo con il quale nel 1990- 91 si festeggiava lo status di super potenza economica mondiale con il sorpasso su Francia e Gran Bretagna (vero o calcolato con qualche forzatura)? Da quel momento in poi, è iniziato il periodo della "divergenza", che ancora continua in modo catastrofico: l'arretramento dell'Italia rispetto ai Paesi nostri vicini. Come all'indomani dell'unità nazionale, siamo ormai indietro e lontani rispetto al gruppo traente dell'Europa.
L'inverno del nostro scontento si alimenta di frustrazione e invidia: invidia dell'Italia nel suo complesso verso i vicini, ma anche degli italiani gli uni contro gli altri. Perché, mentre l'economia ristagna, si aggravano le disuguaglianze all'interno del Paese. Con i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e il ceto medio schiacciato. Lo dice l'indice definito di Gini, che misura appunto le disuguaglianze: tra i principali Paesi dell'Europa continentale, siamo ormai quelli con le maggiori disparità di reddito. E anche questo non aiuta. Lo disse bene Roosevelt, riflettendo negli anni 30 sulle cause della depressione: "Sapevamo che la grande disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza ha grande rilevanza etica e sospettavamo che avesse altrettanta rilevanza economica: ora questo sospetto è divenuto certezza".
Come avviene quando un disastro non è improvviso, bensì matura lentamente negli anni, neppure ce ne siamo accorti. Ma come è potuto accadere? Inevitabilmente, si dà la colpa ai politici. Ma sarebbe riduttivo. Certo, sono precipitati ai livelli che sono sotto gli occhi di tutti. Certo, hanno la responsabilità di promettere assurdità, di propagandare anziché fare, soprattutto di non dire la verità (che molti di loro forse neppure conoscono). Ma anche se fossero degli statisti la crisi non si risolverebbe. Perché le due cause principali (accanto alle tante altre che pure esistono, dall'evasione fiscale all'inaffidabilità della giustizia) sono troppo profonde, strutturali e ineliminabili in tempi brevi. Il padre fondatore del Censis Giuseppe De Rita, intervistato da Repubblica dopo la diffusione del rapporto annuale, alla domanda su quali fossero i problemi più gravi, ha risposto: la demografia e l'istruzione.
Come quasi sempre, ha ragione. Vogliamo essere più crudi e anzi provocatori? L'Italia è un Paese di vecchi. Avete mai visto che la vecchiaia sia un motore per lo sviluppo? Che la nostra popolazione sia tra le più anziane, è noto da tempo. Ma c'è qualcosa di meno noto, perché non è "politicamente corretto" sottolinearlo: i giovani sono non soltanto pochi, sono anche (a parte il terzo mondo) i meno istruiti. Lasciamo perdere la qualità dell'insegnamento, sulla quale ad esempio si diffonde in modo feroce Galli della Loggia nel suo ultimo libro "L'aula vuota".
La qualità è sempre opinabile. I numeri no. L'Italia (precedendo il solo Messico) è al penultimo posto tra i Paesi dell'Ocse per numero di laureati (per di più laureati troppo in scienze politiche e troppo poco in ingegneria). La quota di diplomati sul totale degli occupati è il 16 per cento, contro il 33 della media europea. Anche così si spiega che la produttività del lavoro, tra il 2001 e il 2017, sia salita da noi dello 0,4 per cento, contro il 18,5 della Germania, il 15 di Francia e Spagna. Si deve poi aggiungere (a completamento del quadro disastroso) che, a parte la qualità degli occupati, peggio ancora, il loro numero è tra i più bassi del mondo, con percentuali da Nord Africa per quanto riguarda le donne.
Cosa si deve dire di più? Un Paese di vecchi, con pochi giovani e per di più poco istruiti non va lontano (e lasciamo perdere che ad andare lontano, ovvero all'estero, sono spesso i giovani più preparati). I bambini, ammesso che nascano, non crescono nell'arco di una legislatura (né arrivano all'Università). Forse anche per questo, i politici preferiscono non occuparsi di iniziative che possono forse dare frutti nei decenni, ma delle polemiche quotidiane.
Se la classe dirigente non si vuole occupare dei problemi veri, come si fa? De Rita, nella prefazione al mio libro proprio sulla vecchiaia ("Lotta di classi tra giovani e vecchi?") ha gettato lì una teoria provocatoria (provocatoria anche, scherzosamente, verso di me che sono laico).
Si dovrebbe immaginare - ha osservato - una Italia "guelfa", guidata cioè, per dirla più alla buona, dai preti (che forse, in mezzo alla irresponsabilità generale, hanno ancora la testa sul collo). Ridotti come siamo, persino i più anticlericali potrebbero rassegnarsi. Ma neppure questo sembra possibile. Da tempo infatti la Chiesa, guidato da Papi stranieri, non se ne occupa. Anzi. Un famoso vaticanista mi diceva scoraggiato qualche giorno fa: "Questo Papa sta alla larga dalla politica italiana, come da una cosa infetta".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 dicembre 2019
Quello che venne chiamato l'accordo del secolo, firmato tra Serbia e Iraq nel 2008, sta facendo morti nelle piazze irachene a 11 anni di distanza. Una clamorosa inchiesta della Rete del giornalismo investigativo dei Balcani ha rivelato oggi che parte delle granate M01 e M99 (nella foto) contenenti gas lacrimogeno usate dalle forze di sicurezza irachene contro i manifestanti fanno parte delle forniture previste da quell'accordo ed effettivamente consegnate nel 2009. (altre, usate sempre contro le proteste, sono state fornite dall'Iran).
Almeno 20 degli oltre 430 manifestanti morti in Iraq da ottobre sono stati uccisi da quelle granate, di una potenza tale da forare il cranio delle persone colpite. Prodotte per uso militare, il loro peso e la loro velocità moltiplicano l'effetto dell'impatto. Invece di venire lanciate in aria per disperdere la folla, sono state esplose da distanza ravvicinata, puntando direttamente alla testa o al petto. Risulta così smentito il ministro della Difesa iracheno Minister Najah al-Shammari, il quale aveva recentemente dichiarato che quelle granate non erano state importate attraverso canali ufficiali iracheni e aveva anzi incolpato "una terza parte" che cercava di far cadere il governo e alimentare l'instabilità.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 14 dicembre 2019
Il governo italiano ribadisce il suo appoggio al Gna: "Se cade la capitale ci sarà un'altra guerra civile". Precipita la situazione in Libia dove il Generale Haftar, l'uomo forte della Cirenaica e capo dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) ha dato il via all'"offensiva decisiva" per prendere Tripoli. "Adesso è giunto il momento dell'ora zero. Avanzate nostri eroi" ha detto il leader militare in un breve discorso televisivo. Il Generale - che assedia da aprile la capitale libica "per eliminare i terroristi" che sostengono il Governo di Accordo nazionale (Gna) sostenuto dalla comunità internazionale - ha poi provato a tranquillizzare i civili dicendo di aver dato ordine ai suoi soldati "di rispettare le case e le proprietà private".
Le dichiarazioni bellicose di Haftar, che fanno il paio con quelle anti-turche del suo ammiraglio Faraj al-Mahdawi del giorno precedente, certificano che la Libia post-gheddafiana, "dono" della guerra Nato del 2011, scivola sempre più nel baratro. E se il Generale attacca, Tripoli risponde. Prima con il ministro dell'interno Fathi Bishaga: "Siamo pronti a respingere qualsiasi ulteriore folle tentativo da parte del golpista Haftar". Poi con il premier al-Sarraj che parla di "altro tentativo disperato" del capo dell'Lna perché "non c'è alcuna ora zero ma solo illusioni".
A una "soluzione politica" hanno fatto appello ieri Francia, Germania e Italia che hanno chiesto a tutte le parti libiche e internazionali di smettere di combattere e di rimettere in moto un "negoziato credibile" sponsorizzato dall'inviato dell'Onu Ghassan Salamah.
Da Roma, intanto, il ministro degli Esteri Di Maio ha confermato la solidarietà al governo Serraj: "Se Haftar dovesse entrare a Tripoli, si determinerà un'altra guerra civile" ha avvertito, ribadendo l'impegno dell'Italia per la conferenza di Berlino di gennaio "in cui metteremo intorno a un tavolo tutti gli attori per avere il cessate-il-fuoco". "Non possiamo permetterci di avere una guerra civile alle porte dell'Italia" ha aggiunto, sottolineando del resto come in questi mesi in Libia abbiano terreno facile i gruppi terroristici.
A vestire i panni del pompiere sono anche i russi che invitano le parti rivali al "dialogo". Resta da capire con quale credibilità Mosca - sponsor di Haftar, che nella battaglia di Tripoli è sostenuto anche da alcune centinaia di contractor del gruppo Wagner, sorta di braccio armato del Cremlino attivo negli scenari che Mosca ritiene strategici - chieda di abbassare i toni.
di Alessio Scandurra*
Il Riformista, 14 dicembre 2019
Il ministro Lamorgese annuncia pene ancora più aspre per gli spacciatori. Ma la repressione non fa diminuire i consumi, ingolfa i tribunali e fa scoppiare le carceri: per infliggere un colpo alle mafie pensiamo piuttosto a legalizzare.
Quando siamo arrabbiati a volte alziamo la voce. Talvolta battiamo pure i pugni sul tavolo e di norma la lucidità della nostra argomentazione non ne guadagna. Nei fatti, se la discussione non ne risente, alla fine, quando avremo analizzato tutti gli argomenti sul tavolo, quelli gridati a voce più alta non risulteranno solo per quello i migliori. e in effetti non era per quello che avevamo alzato la voce. L'abbiamo fatto per la tensione, per paura di non essere ascoltati.
Per debolezza. È paradossale ma il diritto penale ha una vita simile alle nostre arrabbiature. Questo delicato meccanismo pensato per affrontare nel modo più accorto possibile i fatti più gravi, le controversie che riguardano i temi più delicati per le nostre comunità. viene invocato a gran voce ogni volta che abbiamo una crisi che non sappiamo come affrontare.
Di fronte a problemi complessi, che richiedono soluzioni articolate ed equilibrate, è invece facile invocare pene sempre più alte per chi individuiamo come responsabile. La domanda di diritto penale in questi casi è segno di debolezza, del non sapere affrontare un problema al livello della sua stessa complessità. E questa è la storia della lotta alla droga.
Stiamo parlando di una delle più importanti industrie del pianeta, sostenuta da attori economici, prevalentemente criminali, che in quanto tali non sono sottoposti a nessuna regola e a nessuno scrupolo in questo particolare mercato. Un fenomeno globale e opaco che condiziona governi e intere economie, ma di cui tutti vediamo soprattutto l'anello finale, lo spacciatore di strada che contratta con il suo cliente.
La nostra ansia e incapacità di affrontare quel fenomeno globale, la nostra debolezza, è la misura della severità con cui ci vorremmo abbattere sul suo anello finale. In questa chiave va letta la richiesta di pene sempre più severe per gli spacciatori e in questo quadro è da inquadrare anche la recente dichiarazione del ministro dell'Interno Lamorgese: "Nel prossimo Consiglio dei ministri porrò la questione dell'inasprimento della pena per chi reitera il reato di spaccio".
Dobbiamo essere onesti. Decenni di politiche proibizioniste ci consentono di prevedere, ormai senza più margine di errore, che la cosa non servirà assolutamente a nulla. Non calerà il traffico. non caleranno i consumi, non migliorerà l'aspetto delle nostre strade, non andrà via la nostra paura. Smetteranno di accusarci di essere lassisti con gli spacciatori?
Probabilmente nemmeno questo, visto che l'accusa non ha nessun fondamento di realtà e dunque può sempre essere reiterata. In Italia, dati alla mano uno dei Paesi più sicuri d'Europa, secondo un'indagine Istat per il 38.2% degli italiani la paura della criminalità influenza molto o abbastanza le nostre abitudini, ed il 46.4% dei cittadini sono poco o per niente soddisfatti del lavoro svolto dalle forze dell'ordine. Tutto questo lo sappiamo perfettamente, eppure la richiesta di pene più severe per gli spacciatori, e non solo per loro, torna periodicamente ad affacciarsi.
Eppure oggi in Italia oltre un terzo dei detenuti, più di 20mila persone, è in carcere per violazione della legge sulle droghe e quasi 180mila sono in attesa di un giudizio per la stessa ragione, ingolfando i tribunali e il lavoro della polizia. Una spesa colossale e totalmente inutile visto l'andamento dei consumi, che resta indifferente alle politiche penali anche più severe. Ma c'è un'altra cosa che in fondo sappiamo perfettamente.
Sappiamo che solo la legalizzazione restituirebbe più sicurezza ai cittadini. eliminando alla radice lo spaccio di strada contro cui il ministro cerca un rimedio efficace. Legalizzare significa colpire il narcotraffico, sfoltire il carico di lavoro dei tribunali e quello delle forze di polizia. Significa togliere introiti alla criminalità organizzata e assicurarne all'erario, risparmiando peraltro le cifre colossali attualmente destinate alla repressione.
E significa migliorare la vita dei consumatori grazie alla presenza di sostanze controllate e al non ingresso nel circuito penale e penitenziario. Anche l'allora Procuratore nazionale antimafia. Franco Roberti, si era espresso a favore della legalizzazione della cannabis e nel 2015 la proposta di legge in materia presentata dall'intergruppo parlamentare guidato da Benedetto Della Vedova aveva raccolto l'adesione di ben 218 parlamentari.
Avevano firmato esponenti del Pd. del M5s, di Sel e del gruppo Misto. Sappiamo dunque esattamente cosa fare. ma non abbiamo la forza per farlo. Mentre la debolezza ci spinge di nuovo ad alzare la voce e a battere i pugni sul tavolo.
*Associazione Antigone
Il Messaggero, 14 dicembre 2019
Dalle urne delle boicottate elezioni presidenziali in Algeria, le prime del dopo Bouteflika, è uscito vincitore l'anziano Abdelmadjid Tebboune, il più vicino al passato regime e ai militari tra i cinque candidati in lizza, peraltro tutti contestati dalla piazza perché legati all'opaco e corrotto sistema di potere algerino che i giovani manifestanti volevano abbattere.
E subito la protesta ha risposto radunando una marea umana in un corteo ad Algeri e dando un'idea di quello che saranno i prossimi mesi per l'Algeria: "Non ci fermeremo", si leggeva su uno striscione. Tebboune, ex premier e più volte ministro, ha ottenuto il 58% dei voti delle elezioni svoltesi giovedì, distanziando Abdelkader Bengrina (17%) e gli altri tre concorrenti, ed evitando un ballottaggio.
L'affluenza alle urne nel Paese nordafricano è stata solo del 41% (o addirittura del 39%, considerando anche il voto all'estero): la più bassa per un'elezione a più candidati da quando l'Algeria ha conquistato l'indipendenza dalla Francia ne11962. Anche nel 2014, l'anno del contestato quarto mandato dell'allora presidente-autocrate Abdelaziz Bouteflika, dimessosi in aprile su pressione di piazza e militari, c'era stata un'affluenza maggiore (51%).
L'astensionismo è parso un effetto del boicottaggio proclamato dall'Hirak, il giovane movimento di protesta che ha spinto i generali a mollare Bouteflika e che non voleva solo elezioni ma anche un radicale cambio del "pouvoir", il sistema di potere che governa l'Algeria.
Pur con una bassa partecipazione, i militari sono però riusciti a far svolgere elezioni già rinviate due volte e ad avere ora un presidente al posto di Bouteflika. Il 74enne rappresentante della vecchia burocrazia algerina era stato il premier meno longevo della storia del Paese: durò meno di tre mesi nel 2017, quando fu prima umiliato in pubblico e poi silurato dal fratello di Bouteflika, Said, reggente di fatto da quando, nel 2013, il presidente era stato colpito da un ictus che gli impediva anche di parlare senza biascicare.
di Riccardo Noury*
Corriere della Sera, 13 dicembre 2019
In questi giorni montano gli attacchi di alcune organizzazioni sindacali di Polizia penitenziaria contro il Garante per i diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale: attacchi contro la persona che ricopre questo ruolo, Mauro Palma, ma il cui obiettivo appare quello, più ampio, di sopprimere un ruolo fondamentale in tutti gli ordinamenti democratici.
di Paolo Conti
Sette del Corriere, 13 dicembre 2019
Lo scrittore Edoardo Albinati insegna ai detenuti: "Sensibili a Dante e Machiavelli". Ha cominciato le lezioni nel carcere di Rebibbia nel 1994 e oggi segue due classi di istituto tecnico industriale: "Ci sono insieme i 18enni e gli anziani, il rapinatore romano e lo spacciatore del Maghreb. Non avete idea di quanti lettori forti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 dicembre 2019
Sandra Berardi, presidente dell'Associazione Yairaiha, non è stata autorizzata a partecipare a una iniziativa giovedì scorso nel carcere romano. Da una parte un ex narcotrafficante che non solo si è riscattato nella vita, ma si è attivato per migliorala anche agli altri ed è stato da poco eletto dal sindaco Luigi De Magistris di Napoli, come garante locale dei detenuti.
di Simona Maggiorelli
Left, 13 dicembre 2019
Cappi e manette... e c'è anche chi evoca la ghigliottina! Avanza il partito trasversale dei giustizialisti capeggiato della destra leghista e illiberale alla continua ricerca di capri espiatori. Una destra che, "immemore" dei 49 milioni fatti sparire dal partito fondato da Bossi, vuole spedire nei lager libici i migranti "colpevoli" di non esser morti nel Mediterraneo e vuole richiudere, quelli che sono riusciti a salvarsi, nei centri di detenzione italiani per periodi sempre più lunghi.
Una recente sentenza del tribunale civile di Roma (che ha accolto il ricorso dell'Asgi e di Amnesty) ha stabilito che i respingimenti sono illegali e chi li subisce ha diritto a vedersi risarcire il danno, ma soprattutto ha il diritto di presentare domanda di protezione internazionale nel Paese da cui è stato respinto. E ancora, a proposito di illegalità, nel solco della legge Bossi-Fini (che ha sdoganato l'equazione xenofoba "immigrato = delinquente"), i decreti legge Salvini su sicurezza e immigrazione, violano l'articolo 10 della Costituzione sull'asilo, i trattati internazionali a partire dalla Convenzione di Ginevra sui diritti umani, nonché storiche leggi del mare.
Ma ancora si attende dal Conte II quel segnale di discontinuità che era stato promesso con l'accordo di governo fra Pd e M5s. È trascorsa anche la Giornata internazionale dei diritti dell'uomo 2019 e nulla è stato fatto né detto di positivo in questo senso da esponenti di governo e dal premier stesso che, mesi addietro, conveniva che si dovessero almeno recepire i rilievi del Capo dello Stato sui provvedimenti firmati da Salvini e divenuti legge.
Ed è tutto un tintinnar di manette nella retorica grillina che accompagna il varo della riforma della prescrizione, che entrerà in vigore il prossimo gennaio, in coda alla cosiddetta legge spazza-corrotti. Che cosa comporta? In pratica al termine del primo grado di giudizio il meccanismo della prescrizione non funziona più.
"In presenza di una sentenza di primo grado non vi è più scadenza alla durata del processo", denuncia il costituzionalista Giovanni Russo Spena. Si dilatano così a dismisura i tempi dei processi, che già in Italia hanno durata pari al doppio della media europea. E se è vero che proprio grazie all'istituto della prescrizione possiamo solo scrivere che Andreotti trattò con la mafia fino al 1980, è altrettanto vero che "la durata ragionevole del processo è u principio costituzionale. E dunque "il fine processo mai" è incostituzionale".
Sulla riduzione della durata dei processi la riforma Bonafede non dice nulla di chiaro e di definito. Chi è imputato rischia di esserlo a vita e sarà più difficile per le vittime essere risarcite, come spiega Cesare Antetomaso (Giuristi democratici) in questo sfoglio particolarmente ricco di contributi autorevoli. Come quello dell'avvocato Felice Besostri che insieme a Maurizio Turco, segretario del Partito radicale sta preparando un'azione giudiziaria in favore della durata ragionevole dei processi. Turco sta anche portando avanti una iniziativa per un referendum sul taglio dei parlamentari, passato lo scorso ottobre (anche con il sì del Pd) con gran tripudio dei grillini che per l'occasione hanno rispolverato tutta la loro retorica anti casta.
Ma ben vedere c'è poco di cui essere contenti visto che, a fronte di un piccolo risparmio (che si sarebbe potuto ottenere tagliando gli stipendi dei Parlamentari) questa riforma costituzionale riduce gravemente la rappresentanza. Inoltre, ad un mese dalla scadenza dei termini, non si parla di referendum confermativo (previsto dalla Costituzione quando è in ballo una legge di riforma della Carta). Perciò con la tesoriera Irene Testa, il segretario del Partito radicale ha deciso di scrivere al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedergli "di intervenire con estrema urgenza, per ripristinare il diritto sottratto ai cittadini della Repubblica ad essere informati".
Colpisce che tutto questo non abbia fin qui suscitato una discussione pubblica ampia e adeguata, dal momento che parliamo di norme che mettono in discussione principi cardine sanciti dalla Costituzione antifascista, come la durata ragionevole del processo, appunto, e che toccano anche la funzione della detenzione che deve essere rieducativa, volta al recupero della persona e non vendetta.
Come scrive la penalista Valentina Angeli su questo numero di Left, "i costituenti sapevano che il fascismo si può annidare in ogni espressione ed esercizio del potere pubblico, di cui il potere giudiziario è massima espressione, poiché, attraverso il processo penale, può legittimamente comprimere quegli stessi diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione, principalmente quello alla libertà personale".
Di più. L'avvocato Angeli suggerisce con questa sua lettura profonda dei principi costituzionali che nella nostra Carta si può leggere in filigrana un'idea del cittadino come persona a tutto tondo, scevra dall'ideologia religiosa che ci vorrebbe tutti irrimediabilmente segnati dal male, in quanto figli di Caino. La violenza non è innata nell'essere umano e i costituenti, che pure avevano vissuto il fascismo, con grande spessore umano e intelligenza, l'avevano compreso.









