di Eleonora Fagnani
news-town.it, 26 ottobre 2019
"Aggrappatevi alla poesia per non far morire la speranza di libertà". È stato il toccante intervento di un giovane detenuto della Casa circondariale dell'Aquila ad aprire, questo pomeriggio, la cerimonia di premiazione del Premio internazionale di poesia intitolato alla scrittrice aquilana Laudomia Bonanni, dedicata ai componimenti dei detenuti negli istituti di pena italiani. Il ragazzo ha voluto lanciare un appello all'ospite d'onore dell'edizione 2019, il poeta Homero Aridjis, una delle voci più autorevoli della letteratura messicana e profondo sostenitore delle sfide a protezione dell'ambiente.
"Vorrei che Homero ci donasse una parte della sua immaginazione perché per noi non è facile averne. Questa è una giornata importante, è un momento per non sentirci abbandonati e invisibili", le parole che il giovane ha pronunciato emozionato davanti alla platea del teatro della struttura detentiva di Preturo, dove si è svolta la cerimonia.
Quest'anno la giuria ha ritenuto di non assegnare il primo premio della sezione detenuti, ma di devolvere l'intero importo (di mille euro) alla Casa circondariale dell'Aquila per l'acquisto di materiale didattico e libri. Secondo e terzo classificato sono invece Gennaro Mazzarella (Casa circondariale di Lanciano) e Nello Nero (Casa circondariale di Frosinone).
Una cerimonia toccante a cui hanno preso parte Raffaele Marola, presidente del Premio, Stefania Pezzopane e Anna Maria Giancarli, rispettivamente, presidente e membro della Giuria, la direttrice della Casa circondariale Barbara Lenzini, Giuliano Tomassi, segretario del Premio e Marcello Cipriani della Bper. Presenti tra il pubblico anche gli alunni del liceo classico e del liceo di scienze umane dell'Istituto superiore "Domenico Cotugno" accompagnati dalla docente Francesca Del Papa.
Molti gli interventi da parte dei detenuti del carcere dell'Aquila, per lo più rivolti al poeta Aridjis, che ha voluto condividere con loro un momento doloroso della sua vita. "Quando avevo dieci anni fui colpito accidentalmente da un proiettile esploso da un fucile da caccia di mio fratello maggiore, e fui ricoverato in ospedale in fin di vita". Le voraci letture durante la degenza, da Salgari, a Verne ai fratelli Grimm, lo spinsero ad avvicinarsi alla poesia. "Dopo quell'esperienza così vicina alla morte l'unica cosa che mi restò per esprimere me stesso fu la poesia".
"È così che ho scoperto a cosa serve l'arte della poesia: a comunicare noi stessi e quindi i sentimenti che non possono essere espressi in modo diverso. Con i vostri componimenti che mi hanno molto colpito - ha detto rivolgendosi ai detenuti del carcere dell'Aquila - avete fatto una cosa importantissima: se non avete ancora aperto la porta che vi porterà fuori da qui, avete aperto la porta che vi condurrà a conoscere voi stessi".
Un intervento toccante, quello del poeta messicano, tutto teso ad evidenziare l'importanza del rispetto della dignità dei detenuti. Emozionante il parallelismo tra chi è costretto in carcere e chi, per motivi religiosi, decide di vivere da eremita. "Questo periodo di sofferenza e solitudine deve essere un momento per riflettere sul passato e recuperare la vostra identità, interrogandovi sul senso del vostro desiderio di libertà. Esattamente come fanno gli eremiti, che si appartano dal mondo per cercare delle risposte". "Ho ascoltato e letto le vostre poesie e vi dico che è quello il filo cui aggrapparsi per non far affievolire la speranza di libertà. Buona fortuna per il vostro futuro - ha concluso Aridjis - che è percorrere la strada dove troverete le risposte di cui avete bisogno".
Corriere della Calabria, 26 ottobre 2019
La toccante testimonianza della vittima di una brutale violenza di genere nel corso del Forum Agape a Reggio Calabria L'applicazione delle novità introdotte dal Ddl 1200/2019, meglio noto come "Codice rosso", è stata al centro del forum organizzato a Reggio Calabria dal Centro comunitario Agape, presieduto da Mario Nasone, patrocinato dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria e dal Consiglio regionale, in collaborazione con l'Istituto di Terapia familiare di Reggio Calabria e Messina e l'associazione avvocati "Marianella Garcia".
Una rete di partner: la Questura di Reggio Calabria e il Comando provinciale dei Carabinieri, esperti del settore, magistrati ed operatori dei centri antiviolenza, per fare il punto sugli aspetti giuridici qualificanti e quelli psicologici delle vicende che riguardano sempre più donne nel nostro Paese. Un fenomeno in preoccupante espansione che ha indotto il legislatore ad introdurre modifiche al codice penale ed al Codice di procedura penale e prevedere nuove disposizioni in materie di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere.
Il "Codice rosso" ha stabilito una corsia preferenziale nello svolgimento delle indagini, per renderle più rapide, e ha introdotto pene molto più severe per reati commessi in contesti familiari o nell'ambito di rapporti di convivenza. Una normativa che presenta, tuttavia, molte luci ed altrettante ombre, è stato detto nel corso del forum aperto dal Presidente del Consiglio regionale Nicola Irto, che dicendosi "rammaricato per la mancanza di una copertura finanziaria della legge", ha sottolineato "la necessità di potenziare la parte informativa e di prevenzione del fenomeno.
Davanti a fatti come quelli di Maria Antonietta Rositani, avvenuti poco lontano da qui - ha affermato il presidente Irto - ci chiediamo se le tante attività che mettiamo in campo come istituzione, non restino alla fine chiuse nel "Palazzo", in una sorta di cassa di risonanza. Serve un'azione pedagogica forte, perché la battaglia contro la violenza di genere non riguarda solo le donne che subiscono violenza, ma deve creare la base per una diffusa consapevolezza sul fenomeno, che investe l'intera società".
Toccante la testimonianza di Maria Antonietta Rositani, attraverso una lettera inviata dal suo letto d'ospedale, dove è ancora in cura per le gravi ustioni subite dall'aggressione, nel marzo scorso, da parte dell'ex marito, che le lanciò all'interno della sua auto del liquido infiammabile con lo scopo di ucciderla.
Una lettera, letta dalla figlia Annie, in cui Maria Antonietta, moglie, prima felice, "con un matrimonio da favola", madre amorevole, con la nascita della piccola Annie, e successivamente di William, afferma di vivere "nel tempo gli incubi della paura, della solitudine all'interno delle mura domestiche. Costretta a mascherare il suo dolore, il dramma che vive dentro le mura domestiche, nascondendo tutto persino al padre, ai familiari".
"Mentivo a lui, mentivo a me stessa, mentivo con le amiche... una vita di menzogne - scrive Maria Antonietta - tra urla, schiaffi, calci e paura".Tanta paura del marito, fino a quando l'uomo non aggredì anche la figlia, intervenuta in sua difesa. "Da quel giorno - scrive la donna - dissi basta, pur ancora amandolo. Basta per i miei figli".
La scelta di denunciare, che rimase lettera morta, nonostante le rassicurazioni ricevute, fino a quando, con l'ennesima aggressione, la figlia Annie non informò i nonni e lo zio. L'arresto e nonostante tutto la paura di raccontare tutto al proprio avvocato. "Dopo essere stata bruciata, offesa e umiliata, finalmente ho capito che il mio non era più amore".
Maria Antonietta, nella lettera, rivolge un appello a tutte le donne. "A volte - scrive - non è semplice rendersi conto di alcune cose, nonostante siano molto gravi, e ci convinciamo che quello che pensiamo non sia la verità. Se avete dubbi è quasi certo che tu sia una vittima di violenza, perché, come dice il detto "quando si sente il rumore del ruscello c'è l'acqua".
Quindi l'esortazione a non sottovalutare nemmeno gli "episodi" sporadici. "L'amore non è una lotteria dove non sappiamo se arriva un premio o una punizione. Non c'è niente di più pericoloso. Ecco perché, appena Dio me ne darà la forza, io sarò accanto a tutte coloro che lo vorranno, mettendo la mia vita, la mia storia, la mia sofferenza, le mie paure, al loro servizio.
Affinché mai più una donna, una figlia, una mamma possa più tremare all'interno della sua casa. Tra le mura domestiche. Occorre denunciare subito - conclude Maria Antonietta - al primo urlo e non al primo schiaffo. Non abbiate paura. Urlate... denunciate. Grazie a tutti. Vi penso da questo letto e vi voglio bene".
di giordano stabile
La Stampa, 26 ottobre 2019
Ricercato dalla Turchia, corteggiato da Russia e America. Trump invia truppe nei campi petroliferi, Putin al confine. Ha una taglia di un milione di dollari sulla sua testa, in Turchia rischia l'ergastolo, ma Stati Uniti e Russia lo corteggiano per allargare o mantenere la loro influenza nel Nord-Est della Siria. Il comandante delle Forze democratiche siriane, Mazlum Abdi Kobani, è al centro di una partita diplomatica e militare che può decidere le sorti del Rojava, il Kurdistan siriano autonomo sognato dai curdi. Mosca conta su di lui per una transizione rapida che consenta alla polizia militare russa di prendere il controllo della frontiera. Gli Stati Uniti vogliono mantenere una loro presenza militare, limitata alla provincia orientale di Deir ez-Zour, e sperano che le forze curde continuino a collaborare con loro in quell'area. Abdi passa così da una telefonata con Donald Trump a una videoconferenza con il ministro della Difesa russo Serghei Shoigu. Per poi ricevere un invito a Washington da parte dell'influente senatore Lindsey Graham.
Ma queste attenzioni hanno mandato su tutte le furie la Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ricordato che Abdi è "un terrorista ricercato dall'Interpol" e che gli Stati Uniti "devono consegnarlo alle autorità turche", anche perché sulla sua testa c'è una taglia da 1,1 milioni di dollari ed è accusato di aver causato la morte di "47 persone" durante la guerriglia del Pkk nel Sud della Turchia. Abdi si è finora destreggiato senza errori. Il suo obiettivo è mantenere un minimo di amministrazione autonoma nel Rojava. Ha chiesto a Mosca che i militari russi "impediscano altri massacri". A Washington di "mantenere la pressione" su Ankara.
Abdi, vero nome Ferhat Abdi Sahin, è un guerrigliero di lungo corso. Nato nel 1967, milita nel Pkk siriano fin dai primi anni Novanta, quando l'organizzazione curda era appoggiata dall'allora presidente siriano Hafez al-Assad e aveva le sue basi in Siria. Secondo il think tank turco Seta, Abdi è attivo sul fronte turco alla metà degli anni Novanta e poi di nuovo dal 2003 al 2013. Quell'anno torna in Siria per organizzare la difesa militare del Rojava, allora abbandonato dall'esercito governativo e assaltato da gruppi jihadisti, fino all'emergere dell'Isis. È allora che aggancia anche agli americani.
I curdi, sia in Iraq che in Siria, diventano la principale diga anti-Isis. Nel 2017 Washington punta su di lui per trasformare le Ypg curde nelle Forze democratiche siriane. Fino alla giravolta di Trump e l'invasione turca. Abdi stringe subito un accordo con Bashar al-Assad perché spiega, "meglio un compromesso, anche doloroso, piuttosto che il genocidio del proprio popolo". Ora aspetta le ultime mosse del capo della Casa Bianca. Il Pentagono è intenzionato a crearsi una piccola enclave attorno ai pozzi petroliferi dei Deir ez-Zour e ha annunciato, dopo il ritiro dal Nord, l'invio di truppe corazzate nella zona petrolifera. Ma ancora una volta ha bisogno di lui, il comandante Kobani.
di Francesca Ronchin
Corriere della Sera, 26 ottobre 2019
Risponde l'Arcigay: "Gli avvocati la smettano di usare simili trucchi". Il segretario generale dell'associazione Gabriele Piazzoni: "Non chiediamo l'orientamento sessuale a nessuno. Deve essere una libera scelta parlarne". "Agli avvocati che consigliano ai migranti non Lgbt di utilizzare l'escamotage dell'orientamento sessuale per ottenere l'asilo, una volta per tutte chiediamo loro di smetterla".
In seguito alla nostra video-inchiesta, finalmente l'Arcigay prende una posizione ufficiale anche perché, come ci spiega il Segretario Nazionale Gabriele Piazzoni, il fenomeno è conosciuto da tempo. "Lo sappiamo che c'è chi prova ad ottenere la protezione internazionale con qualsiasi mezzo e questo è un grande problema che finisce per falsare la situazione a discapito di chi ha davvero bisogno.
Questo però dipende dal fatto che l'attuale sistema della migrazione è disfunzionale. Ci sono intere popolazioni per le quali l'unico modo di ottenere un permesso di soggiorno è cercare escamotage come questi. Bisognerebbe aprire canali legali anche per i migranti economici".
Lei dice che la nostra inchiesta lascia intendere che Arcigay faccia da sponda a questi avvocati. Cosa potete fare per non lasciare spazio a dubbi?
"In realtà c'è ben poco che possiamo fare perché siamo noi stessi vittime. Noi siamo aperti a tutti e i Tribunali sanno bene che la tessera non è un certificato di omosessualità. Più di dirlo non possiamo fare altro perché non siamo né la polizia né la magistratura, non abbiamo poteri di indagine e non possiamo certo fare controlli".
Considerando che in molti degli oltre 50 circoli territoriali di Arcigay sono presenti sportelli che si occupano dell'accoglienza dei migranti Lgbt, è possibile che molti migranti vengano da voi solo per ottenere un permesso di soggiorno?
"I nostri gruppi possono avere diverse funzioni, dalla socializzazione al contrasto dell'omofobia interiorizzata, pensi che in tanti paesi africani non esiste nemmeno la parola "omosessualità". Sicuramente tanti vengono per capire come ottenere l'asilo e a questi offriamo un servizio informativo".
Ma lei è a conoscenza del fatto che i vostri gruppi per migranti Lgbt, perlomeno su Roma, sono frequentati in larga parte da eterosessuali?
"Quando si presenta un migrante noi non chiediamo mai se è gay, così come non lo chiediamo a nessuno. A volte questo può emergere dalla storia che racconta ma deve essere una libera scelta
parlarne".
Dunque se i migranti che frequentano i vostri centri dovessero essere in maggioranza eterosessuali, per voi non è un problema?
"Questo lo dice lei".
In realtà non lo dico io, lo dice un vostro operatore di Roma e le assicuro l'intervista era molto puntuale, si parlava proprio dei gruppi per migranti Lgbt...
"Non so quale sia la percezione dell'operatore con cui ha parlato, magari ha assistito a casi di persone che si sono presentate una o due volte solo per ottenere la tessera e se ne sono andate. Non escludo che vi siano eterosessuali che frequentano questi gruppi spinti dall'idea che riusciranno a ottenere il permesso come gay ma non credo siano molti. Penso sia difficile per chi non è omosessuale ottenere la protezione. Magari con un bravo avvocato può riuscirci ma credo che capiti più spesso il contrario, che chi è davvero omosessuale non riesce a dimostrarlo perché a fronte di un incremento sospetto delle domande il giudice non si fida. Non vorrei comunque che si pensasse che l'associazione ha qualcosa da guadagnarci da tutto questo, ci reggiamo sul volontariato e non cerchiamo altri fondi pubblici".
Dal bilancio 2018 e da quello preventivo per il 2019 risulta che l'Arcigay si regge in buona parte proprio sui finanziamenti devoluti da associazioni impegnate nella difesa dei diritti dei migranti come Osife e Chiesa Valdese, nonché di progetti ministeriali ed europei finalizzati all'accoglienza come "Migranet" di Unar del Dipartimento per le Pari Opportunità, "Accept" e "Integrate". Piazzoni, per non lasciare spazio a malintesi non sarebbe più coerente togliere la specifica "Lgbt" in modo che i vostri gruppi siano riferimento per tutti i migranti al di là dell'orientamento?
"Colgo il suo invito, rifletteremo su questo anche perché già è così. Comunque me lo faccia ribadire, spero che il vostro lavoro possa servire a che gli avvocati senza scrupoli si mettano una mano sulla coscienza. Fenomeni distorsivi come questo ledono il diritto d'asilo e penalizzano chi ne ha bisogno".
informazioneonline.it, 26 ottobre 2019
Un gruppo di attori liberi e "diversamente liberi" porta in scena lo spettacolo "Ginestre". Giovedì 14 novembre, la nuova produzione della compagnia di attori detenuti del carcere di Busto Arsizio dal titolo "Ginestre" inizia la sua tournée al Teatro Nuovo di Varese. Dopo il successo del debutto dello scorso aprile al Teatro Sociale di Busto Arsizio, con più di 500 persone fra il pubblico, lo spettacolo si appresta ad una piccola tournée nella provincia. E la prima data è proprio come ospiti della rassegna varesina "Note di Scena", organizzata da Film Studio 90 presso il Cinema Teatro Nuovo, in partenariato con il Comune di Varese. Lo spettacolo è realizzato in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale, del Direttore Orazio Sorrentini, dell'Area Educativa dell'Istituto.
"Un ringraziamento speciale al sostegno ricevuto dai Magistrati di Sorveglianza - affermano i promotori - che credendo nel valore educativo e risocializzante dell'esperienza teatrale, hanno concesso i permessi speciali di uscita ai detenuti attori e agli ex detenuti".
"Ginestre" vedrà insieme sul palco un gruppo eterogeneo di attori detenuti e liberi. Lo spettacolo si ispira al libro "Essere Esseri Umani" di Marta Zighetti, psicoterapeuta varesina autrice del libro e direttrice scientifica dello studio di psicoterapia "Essere Esseri Umani" e anima dell'omonimo progetto. Ginestre richiama quel fiore del deserto che Giacomo Leopardi, quasi prossimo alla morte, sceglieva come simbolo di resilienza, l'eroica capacità dell'uomo di sopravvivere al trauma e alla sofferenza per progredire oltre ad esse, grazie al mutuo aiuto e alla cooperazione con "l'umana compagnia". Sotto la guida della regista Elisa Carnelli, l'eterogeneo gruppo dei "Contaminati" (attori detenuti e liberi cittadini che recitano fianco a fianco) ha messo in campo la propria umanità per svelarsi e svelare con coraggio le dimensioni del nostro essere. Storie del proprio passato ed aspirazioni per il futuro, dal coltello che un bimbo di 7 anni lancia alla propria madre, al proclama "sono nato criminale ma non morirò criminale". Scorci di storie commuoventi ed intense, raccontate con immagini che cercano il simbolico.
Collaborazione tra individui e umana compassione sono i temi del saggio "Essere esseri umani" di Marta Zighetti cui lo spettacolo poeticamente si ispira, traducendo in azioni, immagini e racconti biografici la lucida sintesi che la psicoterapeuta opera nella descrizione della nostra specie dal punto di vista culturale, biologico, psicologico e neuro-scientifico.
Appuntamento giovedì 14 novembre, alle ore 21, al Teatro Nuovo di Varese in viale dei Mille 39. I biglietti si possono acquistare direttamente la sera dello spettacolo (ingresso 12 euro, ridotto 10/8 euro). È possibile prenotare un posto scrivendo a
L'associazione L'oblò - L'associazione di Promozione Sociale L'Oblò Onlus Liberi Dentro, costituita nel 2016, nasce dall'esperienza dei suoi fondatori fra carcere, teatro e scuola. Si occupa di realizzare interventi riabilitativi e risocializzanti mediante l'uso di terapie a mediazione artistica per favorire il benessere psicofisico e la qualità della vita di detenuti, ex-detenuti, loro famiglie. L'esperienza maturata nel carcere di Busto Arsizio dal 2008, negli ultimi anni si è ampliata ed aperta alla cittadinanza, con interventi artistici pensati come esperienze di osmosi tra il dentro e il fuori del carcere, occasioni di integrazione attiva e corresponsione tra detenuti e gente libera per promuovere ampiamente lo scambio sociale, la consapevolezza comunitaria e la responsabilità civile. A questa visione si legano le cene con delitto in galera che hanno portato quasi 400 persone in carcere, e la rassegna di teatro in carcere "Sbucciare il buio" che ospita spettacoli di compagnie professioniste nella casa circondariale di via per Cassano per un pubblico misto di detenuti e gente libera.
Progetto Contaminazioni - Con questo intento nella primavera del 2017 L'Oblò Onlus ha lanciato l'esperimento di Contaminazioni, una serie di laboratori espressivi per persone libere e diversamente libere che si sono svolti nella casa circondariale di Busto sotto la guida di professionisti esperti in vari settori (scrittura drammaturgica, vocalità espressiva, danza e movimento). I temi trattati erano ispirati al libro "Essere esseri umani" della psicoterapeuta Marta Zighetti, Edizioni d'Este.
Tutti i sabati mattina, per un anno, un gruppo di una decina di appassionati di teatro è entrato in carcere ed ha lavorato fianco a fianco con gli attori detenuti nella creazione dello spettacolo Ginestre, il nuovo spettacolo teatrale della compagnia L'Oblò.
di Stefania Moretti
Corriere della Sera, 26 ottobre 2019
Rigano, condanna per mafia e omicidio: "Faccio anche cose buone". Si sentiva impacciato in quel completo blu con cravatta che non usa mai. Filippo Rigano, 62 anni, da 27 in carcere, si è presentato mercoledì in commissione di laurea al teatro di Rebibbia, i capelli bianchi e il vestito migliore. Il suo relatore Giovanni Guzzetta, docente di Diritto pubblico a Tor Vergata, gli ha chiesto il perché della sua tesi sull'ergastolo ostativo.
"Perché sono un ergastolano ma, anche se non mi crederete, sono libero". Ergastolo ostativo significa fine pena mai: niente permessi premio, condizionale, semilibertà. A meno che il detenuto non collabori; una norma bocciata come incostituzionale proprio nel giorno della laurea di Rigano. "La mancata collaborazione con la giustizia - per la Consulta - non impedisce i permessi premio, purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità".
A sollevare il caso sono stati due ergastolani per mafia. Come Rigano: siciliano di Acireale, entrato in carcere a 35 anni. Associazione mafiosa, il pizzo ai commercianti, due omicidi da uomo del clan Santapaola, le vittime uccise a colpi di pistola nel 1985 e nel 1993. Rigano organizza i delitti ma non è lui a sparare.
Dopo 27 anni in cella - unica uscita l'anno scorso, per assistere la madre malata - il neo-dottore scrive di sentirsi un "figliol prodigo": ha sbagliato, ma con quegli errori fa i conti da 9.855 giorni. E "per ogni giorno si butta il sangue" in questo "surrogato della pena di morte" che per lui è l'ergastolo. "Evocare l'inferno non è esagerato", scrive: Una pena eterna non può essere che disumana". Ha avuto 851 milioni di secondi per pensare al suicidio, ma non l'ha fatto: "Il perché è nella mia speranza che, anche se tardi, l'Italia si conformi alla Costituzione".
A quell'articolo 27 che prevede pene umane e rieducative. Pagare è logico e ovvio, riconosce, ma non vuole pagare due volte, forzandosi a una collaborazione che "in certi contesti equivale a mettere a rischio la vita propria e dei propri cari". Vent'anni a ricostruirsi "per dimostrare che ero in grado di fare delle cose buone".
A Rebibbia studia, fa il manovale, frequenta i laboratori di "Nessuno tocchi Caino" e il teatro: recita sullo stesso palco dove si è laureato. A brindare con lui moglie e figlie, i compagni dell'Alta sicurezza, il Partito radicale, la sua tutor Marta Mengozzi e i colleghi che lo hanno seguito. Il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasìa si congratula: "Aveva solo la seconda elementare". Ora è dottore in Legge con no e lode. E da mercoledì, dopo la decisione della Corte Costituzionale, può sperare che, forse, non morirà dentro il carcere.
di Michele Serra
La Repubblica, 26 ottobre 2019
Nessuna contraddizione tra il fatto che Luca Sacchi fosse un ragazzo d'oro, come dice il padre schiantato dal dolore, e l'ipotesi, accreditata dagli inquirenti, che il delitto abbia avuto come prologo un acquisto di droga (hashish, si dice). Sono centinaia di migliaia i bravi ragazzi che danno corpo al gigantesco mercato clandestino degli stupefacenti: non c'è mercato senza clientela, e se gli spacciatori sono migliaia è perché i consumatori sono milioni.
Non c'è più niente di "maudit" nello sballo, niente di marginale o di trasgressivo, con una pallina di roba in tasca o una pasticca in pancia non si è avanguardia né retroguardia, si è come (quasi) tutti gli altri. La droga, come la pornografia, come l'azzardo, è un consumo di massa.
A ciascuno il suo giudizio sul fenomeno; ma il vero problema è che questo consumo, a differenza degli altri, è clandestino, dunque è nelle mani della criminalità, quella grande che dirige il traffico, quella piccola che lo amministra quartiere per quartiere. Non solo i consumatori, anche molti piccoli spacciatori sono bravi ragazzi; o convinti di esserlo.
Detesto le droghe, con l'eccezione dei derivati dell'uva, e ancora di più detesto il conformismo dei consumi; ma sono antiproibizionista da tutta la vita. Legalizzare le droghe leverebbe alle mafie una fetta enorme di potere e di reddito; ma leverebbe anche dalle strade molte situazioni borderline, di conflitto e di ricatto. Se la ricostruzione dell'omicidio romano è quella della polizia, è inevitabile chiedersi quanti bravi ragazzi e ragazze sarebbe ancora vivi in un Paese dove l'hashish si compra in farmacia.
ansa.it, 26 ottobre 2019
Torna il progetto "Guerra di parole". Studenti e detenuti si lanceranno un guanto di sfida, ma la
loro unica arma in questo duello sarà la parola. L'iniziativa si chiama Guerra di Parole© e, giunta alla IV edizione, quest'anno arriva a Milano: a misurarsi saranno gli universitari della Statale e i detenuti del Carcere di San Vittore. La gara sta tutta nell'arte della retorica: a colpi di dialettica, prima sostenendo una posizione, poi il suo contrario, alla fine solo il più abile la spunterà. Nelle precedenti edizioni, a dominare sono stati i detenuti.
Riusciranno, questa volta, gli studenti a spuntarla? A riportare la notizia il portale Skuola.net. Il tema con cui si confronteranno i partecipanti sarà: "L'opinione pubblica è il sale della democrazia o il dominio del populismo?".
Per prepararsi, i due gruppi partecipano separatamente a un corso di formazione per apprendere le tecniche della retorica, del teatro e del rap. Le lezioni sono fissate per il 24 ottobre, 8, 13 e 21 novembre e sono tenute da Flavia Trupia, presidente dell'Associazione PerLaRe (Per La Retorica), dall'attore e regista Enrico Roccaforte e dal rapper Amir Issaa. La sfida finale si tiene il 23 novembre 2019 su un "ring" d'eccezione, il Carcere di San Vittore.
Si svolge in due round di 15 minuti, aperti e chiusi da un appello di 1 minuto in versione rap in cui le due squadre devono prima difendere un'idea e poi il suo contrario. Allo scadere, una Giuria di sette componenti decreta la squadra vincitrice in base ad alcuni criteri: il rispetto delle regole, la forza delle argomentazioni e l'utilizzo del linguaggio del corpo.
"Le prime tre edizioni della Guerra di Parole - ricorda Flavia Trupia, presidente dell'Associazione PerLaRe (Per la retorica) - sono state vinte dai detenuti, malgrado gli studenti abbiamo dimostrato di avere tecnica e determinazione. Nell'arte oratoria non conta solo la preparazione tradizionale, ma anche la capacità di gestire il corpo, di divertire e di comunicare con l'uditorio. Abilità che raramente vengono acquisite tra i banchi. Inoltre non è facile per gli studenti, a vent'anni, entrare in un carcere e sfidare degli adulti che si sono formati nell'università della vita. Ma quest'anno gli studenti potrebbero stupirci".
L'iniziativa è sostenuta da Toyota Motor Italia ed è organizzata da PerLaRe - Associazione Per La Retorica, Università degli Studi di Milano La Statale, Crui - Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, Casa Circondariale di Milano San Vittore, insieme a Unione Camere Penali Italiane - Osservatorio Carcere UCPI, Amici della Nave. Il progetto è supportato da Ferpi - Federazione Relazioni Pubbliche Italiana.
di Maria Rosa Tomasello
La Stampa, 26 ottobre 2019
Il Viminale cambia rotta. Se i decreti sicurezza firmati da Matteo Salvini restano legge, senza neppure che siano stati modificati come suggerito dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e come annunciato al suo esordio dalla nuova maggioranza, la guerra tra il ministero dell'Interno e le Ong può dichiararsi da ieri ufficialmente conclusa.
I rappresentati di Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms, Pilotes Volontaires, Sea Eye, Sea Watch e Sos Mediterranée, fino a pochi mesi fa considerati (senza alcuna evidenza giudiziaria) complici dei trafficanti, sono stati ricevuti dalla ministra Luciana Lamorgese. "È un primo passo per l'avvio dell'interlocuzione diretta tra le parti" ha fatto sapere il Viminale, che ha chiamato al tavolo anche il ministero degli Esteri e il Comando generale delle Capitanerie di porto.
Il ministro ha ribadito la volontà di coniugare "umanità e legalità", ma anche la necessità che i salvataggi avvengano nel rispetto delle regole, a partire da quelle definite nel Codice di condotta adottato ai tempi di Marco Minniti e sottoscritto da quasi tutte le Organizzazioni non governative. Proteste da parte di Salvini e Meloni "Non contenta di aver triplicato gli sbarchi di immigrati in meno di due mesi, il ministro invita al Viminale le Ong protagoniste di questi arrivi. Non ho parole. Io sto sempre dalla parte delle forze dell'ordine che difendono i confini" ha commentato Salvini.
Parole di fuoco anche dalla leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: "Penso che sia abbastanza scandaloso che il ministro che dovrebbe far rispettare le leggi italiane, sia lì a fare accordi, come se nulla fosse, con gente che viola le leggi italiane sistematicamente". Nonostante l'incertezza sulla sorte della O cean Viking, da quattro giorni in mare con 104 persone a bordo, per le Ong è un giorno buono.
Le loro richieste: stop alla criminalizzazione dei soccorsi e rilascio immediato delle navi umanitarie sotto sequestro; ripristinare un sistema di soccorso efficace, contenendo morti e sofferenze; rimettere al centro l'obbligo del soccorso da parte degli Stati; porre fine alle intercettazioni da parte della Guardia costiera libica, "che riporta le persone in Libia in violazione del diritto internazionale"; definire con il coinvolgimento europeo un sistema preordinato di sbarco sicuro. "È ora di superare una volta per tutte la triste pagina che ha trasformato il Mediterraneo in una fossa comune tornando a rispettare i diritti umani e il diritto internazionale".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 ottobre 2019
Altro che la "zona sicura", il presunto scopo "umanitario" dell'invasione turca nel nord-est della Turchia: concordata nell'accordo di Soci, quella zona - beninteso, dopo aver costretto i curdi ad abbandonarla - sarebbe destinata a far rientrare in condizioni di sicurezza i rifugiati siriani. Una nuova ricerca di Amnesty International, diffusa oggi, ha rivelato che nei mesi che hanno preceduto la sua incursione militare nel nordest della Siria e ben prima del tentativo di creare quella cosiddetta "zona sicura" oltre i suoi confini, la Turchia ha rimpatriato rifugiati siriani contro la loro volontà.
Nella provincia di Idlib, ossia esattamente in mezzo alla guerra. In assenza di dati ufficiali, stimare il numero delle persone rimpatriate a forza è difficile. Ma sulla base di decine di interviste realizzate tra luglio e ottobre del 2019, Amnesty International ritiene che negli ultimi pochi mesi i rimpatri siano stati centinaia.
La certezza si limita al momento ad almeno 20 casi di rimpatrio forzato di persone caricate su autobus però già stracolmi di persone ammanettate coi lacci di plastica, che a loro volta potrebbero essere state vittime di rimpatrio forzato. Nella stragrande maggioranza dei casi, i rifugiati rimpatriati sono uomini adulti. Vengono fatti salire sugli autobus nella provincia turca di Hatay e fatti scendere oltre il valico di Bab al-Hawa, nella provincia siriana di Idlib.
Alcuni dei rimpatriati hanno riferito ad Amnesty International di essere stati picchiati o minacciati di violenza affinché firmassero la dichiarazione sul rimpatrio volontario. Altri sono stati ingannati: gli è stato detto che ciò che dovevano firmare era un modulo di registrazione della propria presenza, l'attestazione di aver ricevuto una coperta dalla direzione di un centro di detenzione o una dichiarazione sull'intenzione di rimanere in Turchia. Una delle tante storie contenute nella ricerca di Amnesty International è quella di un siriano di religione cristiana che era stato bloccato dalla guardia costiera turca mentre cercava di raggiungere la Grecia. Dopo essere stato minacciato dai funzionari dell'immigrazione ("Se ti rivolgi a un avvocato, ti terremo qui sei o sette mesi e ti faremo male") è stato obbligato a firmare la dichiarazione sulla volontarietà del rimpatrio.
Dopo essere stato portato in Siria, è stato trattenuto per una settimana, nella città di Idlib, da Jabhat al Nusra, un gruppo armato islamista legato ad al-Qaeda. Ha dichiarato ad Amnesty International di "esserne uscito vivo per miracolo". Certo, dal 2011 la Turchia ha accolto tre milioni e 600.000 rifugiati siriani: un onere riconosciuto e apprezzato a livello internazionale. Ma usarlo ora come giustificazione per violare il diritto internazionale non è accettabile. Le autorità turche parlano di un totale di 315.000 persone sin qui tornate in Siria in modo del tutto volontario. Ma davvero tutte queste persone hanno deciso di tornare in un paese distrutto dalla guerra?
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