di Rosa Nuzzo
periodicodaily.com, 5 dicembre 2019
Il condannato per associazione mafiosa può essere "premiato" se collabora con la giustizia ma non può essere punito ulteriormente se non collabora, negandogli benefici riconosciuti a tutti. Sono state depositate oggi le motivazioni della sentenza 253/2019 con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis, comma 1, l. ord. pen. laddove non prevede che, nelle condizioni indicate, il giudice possa concedere permessi premio al detenuto per reati ostativi.
La natura della pericolosità - Questa sentenza rappresenta una svolta storica per il sistema penitenziario e la valutazione della presunzione di pericolosità sociale. Essa segna il passaggio epocale da una presunzione di natura assoluta ad una presunzione relativa. Spiega la Corte infatti che non è la presunzione in sé stessa a risultare costituzionalmente illegittima. Non è irragionevole presumere che il condannato che non collabora mantenga vivi i legami con l'organizzazione criminale di appartenenza, purché si preveda che tale presunzione sia relativa e non già assoluta e quindi possa essere vinta da una prova contraria.
Questo vuol dire che, a differenza del passato, la presunzione di pericolosità può essere superata se il magistrato di sorveglianza acquisisca elementi tali da escludere che il detenuto abbia ancora collegamenti con la criminalità organizzata o che vi sia il pericolo del ripristino di questi rapporti. Non basta quindi la "buona condotta" o la mera partecipazione al percorso rieducativo né una dichiarazione di dissociazione. La presunzione di pericolosità, può essere vinta soltanto qualora vi siano elementi capaci di dimostrare il venir meno del vincolo imposto dal sodalizio criminale.
La Corte, in sostanza, costruisce la motivazione della sentenza attorno ad un unico fulcro, la natura della presunzione di pericolosità. Ed evidenzia che la presunzione relativa risulta costituzionalmente compatibile con gli obbiettivi di prevenzione speciale e con gli imperativi di risocializzazione insiti nella pena. Al contrario non regge il confronto con gli artt. 3 e 27, terzo comma, Cost. una disciplina che assegni carattere assoluto alla presunzione di attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata. Perché solo la presunzione relativa è compatibile con la costituzione e questo per tre ragioni fondamentali:
- perché all'assolutezza della presunzione sono sottese esigenze investigative, di politica criminale e di sicurezza collettiva che incidono sull'ordinario svolgersi dell'esecuzione della pena;
- perché tale assolutezza impedisce di valutare il percorso carcerario del condannato, in contrasto con la funzione rieducativa della pena, intesa come recupero del reo alla vita sociale;
- perché l'assolutezza della presunzione si basa su una generalizzazione, che può essere invece contraddetta, a determinate e rigorose condizioni, dalla formulazione di allegazioni contrarie che ne smentiscono il presupposto, e che devono poter essere oggetto di specifica e individualizzante valutazione da parte della magistratura di sorveglianza.
Il giudizio individualizzato - Secondo la Corte è assolutamente necessaria una valutazione individualizzata nella materia dei benefici penitenziari, particolarmente importante al cospetto di presunzioni di maggiore pericolosità legate al titolo del reato commesso. Quindi laddove non sia consentito il ricorso a criteri individualizzanti, la repressione finisce per relegare nell'ombra il profilo rieducativo, in contrasto con i principi di proporzionalità e individualizzazione della pena.
Le argomentazioni spese dovrebbero quindi tranquillizzare piuttosto che allarmare chi continua a parlare di esultanza dei mafiosi. Il giudizio sulla concessione dei permessi premio non ha una strada spianata, anzi, il varco aperto dalla Corte per l'accesso ai benefici, a fronte della delicatezza degli interessi in gioco, per assurdo finisce per rendere del tutto analitica e per niente scontata la valutazione del magistrato di sorveglianza. Egli sarà obbligato a svolgere un'attenta analisi finalizzata alla stesura di una motivazione rafforzata di valutazione della pericolosità e sussistenza dell'attualità dei legami con la criminalità organizzata. Ciò vuol dire che non sarà per niente facile ottenere decisioni dall'esito favorevole in assenza delle condizioni appena dettate dalla Consulta.
Un po' di chiarezza sull'ergastolo ostativo - Quanto poi all'allarmismo in materia di ergastolo ostativo, la Corte ha precisato che le questioni sottoposte alla sua attenzione non riguardano la legittimità costituzionale della disciplina relativa all'ergastolo ostativo, sulla cui compatibilità con la Cedu si è soffermata da ultimo la Corte europea dei diritti dell'uomo, con la sentenza 13 giugno 2019, Viola contro Italia. Difatti le ordinanze di rimessione hanno censurato solo l'art. 4bis, comma 1, l. ord. pen. e non l'art. 2, comma 2, d.l. 13 maggio 1991, n. 152 (recante Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell'attività amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203, che, richiamando l'art. 176 cod. pen., non consente di concedere la liberazione condizionale al condannato all'ergastolo che non collabora con la giustizia e che abbia già scontato ventisei anni effettivi di carcere, così trasformando la pena perpetua de iure in una pena perpetua anche de facto. Le questioni sollevate riguardano in sostanza una disciplina da applicarsi a tutti i condannati, a pena perpetua o temporanea, per i reati di partecipazione ad associazione mafiosa e di "contesto mafioso".
La reazione della politica e l'inutile allarmismo - Il commento del Ministro Bonafede non si è fatto attendere "Sono sicuro che le forze politiche saranno compatte nell'affrontare le questioni urgenti conseguenti alla sentenza". Gli inutili allarmismi hanno sempre determinato solo tanta confusione nell'opinione pubblica, ma la Corte stavolta è stata più che esaustiva nelle spiegazioni delle ragioni della sua decisione. L'invito alle forze politiche è dunque quello di partire dal ragionamento della Consulta e impiegare tutte le competenze tecniche possibili per supportare chi sarà investito del compito più difficile, ossia i magistrati di sorveglianza, che dovranno fare i conti con valutazioni tanto impegnative quanto surreali per il sistema giustizia italiano.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 5 dicembre 2019
In Italia sono attivi 2000 congegni, manca il collaudo per i nuovi modelli. Tutti i punti di un fallimento annunciato. Quando entrarono in circolazione la prima volta in Italia (siamo all'inizio del decennio scorso), un prefetto si lasciò scappare una battuta: "I braccialetti elettronici costano quanto quelli di Bulgari, come se fossero gioielli".
Oggi, lo scenario è cambiato sul fronte dei costi, grazie a una tecnologia diventata via via sempre più abbordabile, anche se resta il problema di sempre: la mancanza di dispositivi, che rende pressoché effimero l'impiego di uno strumento nato per assicurare una vigilanza in tempo reale dei detenuti scarcerati e messi agli arresti domiciliari.
Un caso nazionale che, in termini di carenze strutturali, parla anche e soprattutto napoletano. Mancano i braccialetti elettronici, tanti detenuti sono in lista di attesa, per ottenere la revoca del carcere, per poter indossare il "bip bip" in vista del ritorno a casa. Ma a riproporre l'attenzione sulla storia dei braccialetti elettronici (sempre troppo pochi per le richieste avanzate dai detenuti) sono i clienti "vip" delle strutture penitenziarie italiane.
Qualche anno fa fece discutere il caso di Valter Lavitola, finito al centro di indagini sul caso Finmeccanica e sui rapporti con l'imprenditore Tarantini e l'ex premier Silvio Berlusconi, per il quale venne firmato il via libera alla scarcerazione (era difeso dall'avvocato Gaetano Balice) anche se rimase alcuni giorni a Poggioreale fino all'arrivo del braccialetto. Stessa scena sabato scorso per la presunta spia russa Aleksandr Korshunov, finito a Poggioreale lo scorso 30 agosto e tuttora ospite della casa circondariale napoletana.
Scarcerato formalmente dalla ottava appello, resta detenuto, quanto basta a sollevare un caso sul flop del dispositivo elettronico. Uno scenario scandito da numeri e polemiche, proviamo a capire per quale motivo. Al momento esistono in circolazione - su tutto il distretto nazionale - circa duemila esemplari di braccialetti. Un numero decisamente risicato rispetto alle esigenze dei vari distretti, anche alla luce di un orientamento che spinge i gip ad applicare sempre più spesso (dove è possibile) i congegni elettronici, per sfoltire le nostre carceri. Basta considerare un altro dato numerico, per capire di cosa stiamo parlando: di fronte ai 2000 esemplari che girano in Italia, solo a Napoli nel 2018 sono stati censiti ben 3000 detenuti agli arresti domiciliari (tre dei quali si sono suicidati nel corso della detenzione domiciliare).
Ma cosa rende spuntato l'uso del braccialetto elettronico? Al di là dei costi, c'è una questione di contratto e di collaudo. Andiamo con ordine: siamo nel 2018, che il gestore cambia, aggiudicandosi una gara al termine della quale si impegna a mettere in funzione ben 12.000 nuovi esemplari. Un numero che sarebbe in grado di abbattere le liste di attesa esistenti, di far decollare - a venti anni dalla sua istituzione - un sistema alternativo al carcere.
Ma dal 2018 ad oggi, lo scenario resta fermo, bloccato, formalmente al palo. Il nuovo gestore c'è, ma manca la nomina da parte del ministero dell'Interno di una commissione di collaudo dei nuovi dispositivi elettronici. Si resta fermi, come hanno raccontato i vertici dell'Unione delle camere penali italiane nel convegno che si è tenuto sabato scorso a Firenze.
Spiega il giudice Giovanna Ceppaluni, presidente della sezione Gip del Tribunale di Napoli: "Siamo favorevoli a un'applicazione sempre più ampia del braccialetto elettronico, ma siamo sempre alle prese con problemi di natura strutturale ed economica. Penso che il braccialetto elettronico sia uno strumento da utilizzare anche nei casi di violenza di genere, in modo tale da rendere efficaci ed effettivi provvedimenti come i divieti di avvicinamento o gli obblighi di allontanamento dalla casa familiare".
Un tema su cui si confronta da tempo il penalista napoletano Riccardo Polidoro, in qualità di responsabile dell'osservatorio carceri della Unione camere penali, che al Mattino non nasconde la propria amarezza: "Oggi il problema della mancanza di braccialetti si ripropone solo perché abbiamo un detenuto eccellente destinatario della misura, costretto a rimanere in carcere in attesa del reperimento dello strumento tecnologico. Al nostro osservatorio invece non sfuggono i tanti cittadini comuni che potrebbero essere scarcerati con un sistema più efficace".
Sulla stessa linea, il garante dei detenuti Samuele Ciambriello e la penalista Anna Ziccardi, alla guida della Onlus "Il carcere possibile", per i quali occorre rendere efficace uno strumento che ormai da decenni fatica a decollare.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 5 dicembre 2019
Davanti alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Difesa della Camera dei deputati, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha esposto le modifiche al sistema ordinamentale del Corpo di Polizia Penitenziaria contenute nello Schema di decreto legislativo recante disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 29 maggio 2017, n. 95.
Il Guardasigilli ha precisato che l'obiettivo dell'intervento normativo è di "consentire a tutti gli appartenenti al Corpo di compiere finalmente un sostanziale e decisivo salto di qualità, atteso da tempo", perseguendo "un effettivo ampliamento dell'orizzonte di crescita professionale".
In questa ottica per la prima volta viene dato espresso riconoscimento normativo alla "possibilità che unità di Polizia Penitenziaria vengano dislocate presso gli uffici giudiziari, così come già stabilmente avviene per le altre forze di polizia".
Il rapporto di collaborazione "sarà circoscritto alle sole categorie di uffici giudiziari il cui ruolo risulti funzionalmente omogeneo rispetto alle competenze della Polizia Penitenziaria, ossia i Tribunali e gli Uffici di Sorveglianza, nonché le Procure Distrettuali per le loro attribuzioni in materia di esecuzione".
Bonafede ha evidenziato che "rispetto alle altre Forze di Polizia, solo la Polizia Penitenziaria è rimasta priva della figura del dirigente generale": a questa situazione si è posto rimedio mediante la previsione di due unità dirigenziali generali da destinare alle nuove articolazioni da costituire nella Direzione Generale dei servizi logistici e tecnici del Corpo e nella Direzione Generale per le specialità del Corpo. Una particolare attenzione sarà posta al tema dei rapporti gerarchico-funzionali tra il direttore dell'istituto, dirigente penitenziario, ed il comandante del Reparto dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria, nello sforzo di armonizzare in concreto l'esercizio delle rispettive prerogative.
Ulteriori interventi riguardano i ruoli non dirigenziali e, in particolare, la riduzione di due anni (da 8 a 6) del tempo di permanenza nella qualifica per l'attribuzione della denominazione di "coordinatore" per i profili professionali di assistente capo e sovrintendente capo, prevedendo nel contempo aumenti della pianta organica o l'incremento transitorio e corresponsione di assegni una tantum a ristoro di particolari situazioni di anzianità nel ruolo o nei riguardi del personale che non beneficia di riduzioni e permanenze, o delle relative anticipazioni.
Analoghe provvidenze sono previste per gli appartenenti al ruolo degli Ispettori con le qualifiche di ispettore e di ispettore capo. Il ministro ha ricordato che "l'impostazione di sistema che ha animato il riordino, trasversalmente adottata per tutti i profili professionali, sia stata ispirata al duplice scopo di favorire una mobilità ascendente attraverso l'introduzione di meccanismi di facilitazione di accesso al ruolo superiore e di migliorare, per quanto possibile, il trattamento economico".
Con specifico riferimento al Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, l'emanazione del nuovo decreto legislativo perseguirà l'obiettivo di strutturare la carriera dei funzionari del Corpo con il conferimento di incarichi che tengano conto della rilevanza di Istituti, Uffici e Servizi di competenza.
Nell'attuale bozza sono previste nuove norme per le diverse articolazioni del predetto Dipartimento, quali i Centri per la Giustizia Minorile, i Nuclei Interdistrettuali di esecuzione penale esterna e i vari livelli di Istituti per i Minorenni. Per quanto attiene alla dotazione dei funzionari del Corpo con carriera dirigenziale, il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità risulterà avere a disposizione un dirigente superiore e 28 primi dirigenti.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 5 dicembre 2019
I 5 Stelle e Conte chiudono alle richieste del Pd: la riforma Bonafede che per il Pd è "incostituzionale" sarà applicabile dall'anno prossimo. Il braccio di ferro si sposta sui rimedi per garantire la ragionevole durata dei processi. I dem: pronti a fare da soli (con la destra).
La lite sale di tono ma si comincia a intravedere la via per uscire dall'angolo in cui lo scontro sulla giustizia ha infilato la maggioranza di governo. Il presidente del Consiglio assicura che "c'è un tavolo al lavoro e arriveremo a una soluzione tecnica che terrà insieme l'esigenza di far concludere il processo" senza prescrizione con "un sistema di garanzia che assicuri una durata ragionevole del processo".
Ma quel tavolo non si riunisce da due settimane e ancora ieri Di Maio e Di Battista hanno fatto a gara nel respingere ogni ipotesi di mediazione con gli altri partiti della maggioranza, più o meno uniti contro la nuova disciplina della prescrizione introdotta un anno fa da Lega e 5 Stelle e che dal primo gennaio diventerà la regola nei tribunali italiani.
Il Pd, anche aderendo alle proteste degli avvocati penalisti, conferma l'intenzione di non cedere alle "provocazioni" dei 5 Stelle e aggiunge chiari segni di insofferenza: "La corda si sta spezzando", "la pazienza non è infinita". Ma ha già spostato lo scontro dal disegno di legge delega Bonafede di riforma del processo penale, quello che dovrebbe accelerare i tempi della giustizia, e dal disegno di legge Costa, quello che cancella del tutto la riforma grillina della prescrizione, a una nuova proposta che il partito metterà in campo entro fine anno e di cui chiederà l'esame in abbinamento alla riforma Bonafede.
Non è detto che riuscirà a ottenerlo. In ogni caso il confronto - molto duro - tra le opposte visioni dei 5 Stelle e di Pd, Leu e Iv è destinato a spostarsi dalla cancellazione della prescrizione dopo il processo di primo grado - a questo punto inevitabile visto che il primo gennaio sarà applicabile quanto previsto dalla legge "spazza-corrotti" approvata da Lega e M5S - ai rimedi da mettere in campo per evitare che questa riforma ("incostituzionale" per il Pd) produca il prevedibile effetto di allungare i gradi successivi di giudizio.
Condannando, visto che non ci sarà più la prescrizione a dettare i tempi delle udienze, anche chi è stato assolto in prima istanza alla pena di un processo infinito. Lo schema che rischia di ripetersi è un po' quello del taglio dei parlamentari, non a caso altra legge bandiera dei grillini, votata anche dal resto della maggioranza che adesso sta cercando di approvare qualche "rimedio".
Mentre Di Maio e Di Battista si esaltano a vicenda - "la nostra riforma dal primo gennaio diventa legge, su questo non discutiamo", "bene Luigi, la prescrizione sarà bloccata punto" - Conte e Bonafede insistono sulla necessità di "lavorare sulla ragionevole durata del processo", principio costituzionale nella maggioranza dei casi inapplicato. Il punto è che le proposte che ha fatto Bonafede sono giudicate del tutto insufficienti dagli alleati. Le idee del ministro, in effetti, contenevano la rassegnazione a tempi lunghi dei processi, prevedendo o una corsia preferenziale per gli assolti in primo grado (con danni a tutto il resto del sistema) o un indennizzo, alla fine, per i casi più clamorosi di giustizia lumaca.
Anche Pd, Iv e Leu condividono con i 5 Stelle che la prescrizione è una patologia del processo e che bisogna accorciare i tempi della giustizia, ma la riforma Bonafede non fa che resuscitare le soluzioni che circolano da anni (soprattutto in tema di notifiche) mentre solo la cancellazione del rito abbreviato per i reati più gravi che hanno approvato Lega 5 Stelle qualche mese fa è in grado di annullare qualsiasi beneficio. Dove la maggioranza è divisa è su cosa fare se appello e Cassazione sforano la durata "ragionevole". Bonafede si limita a prevedere sanzioni per i magistrati e indennizzi, Pd, Iv e Leu insistono per la "prescrizione processuale" che ha lo stesso effetto di estinguere il reato.
Incalzato da Italia viva - "se l'alternativa è tra prescrizione o morte, allora morte", ha detto il senatore Faraone - il Pd continua ad affidarsi a Conte per la mediazione. Ed è probabile che ripeterà la richiesta oggi, quando in Consiglio dei ministri arriverà la legge delega di riforma del processo civile, sulla quale invece c'è accordo.
"Se Bonafede non ha nuove proposte le faremo noi", ha detto il vice segretario del Pd Orlando. Proposte che in parlamento, con la destra, avrebbero senz'altro la maggioranza. Ma solo dopo che la nuova prescrizione sarà entrata in vigore. Oltre a una probabile crisi di governo, allora, questo esito può portare all'introduzione di due diversi regimi nel processo penale. Altro che semplificazione.
di Francesca Milano
Il Sole 24 Ore, 5 dicembre 2019
Solo il 27% dei detenuti viene inserito in un progetto lavorativo, e la stragrande maggioranza lavora alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria. Ma il lavoro è fondamentale per ricostruirsi una vita dopo il carcere: per questo si moltiplicano le iniziative solidali.
Che succede dopo il "fine pena"? Spesso per i detenuti il ritorno alla libertà porta con sé problemi di reinserimento lavorativo, anche perché il tempo passato in carcere non risulta "investito" nella formazione professionale: secondo i dati dell'associazione Antigone, al 31 dicembre 2018 su 59.655 detenuti complessivamente presenti nelle carceri italiane, i lavoranti erano solo 17.614, di cui 6.373 stranieri e 809 donne.
L'economia carceraria è ancora troppo piccola, ma il Natale è un buon momento per farla crescere: da Nord a Sud si moltiplicano le iniziative di prom0zione dei prodotti realizzati dai detenuti. È il "made in jail", un'economia gestita per lo più da cooperative che danno lavoro ai detenuti con un duplice obiettivo: da una parte offrire occasioni di guadagno a chi vive in carcere, e dall'altra creare professionalità spendibili anche dopo il "fine pena".
Ma come portare fuori dal carcere ciò che viene prodotto all'interno? Un esempio è il Consorzio Viale dei Mille di Milano, che dal 2015 è diventato un punto vendita dei prodotti che arrivano dagli istituti penitenziali di San Vittore, di Bollate, di Opera ma anche di Palermo e di altre realtà più distanti. Il Consorzio è nato su iniziativa dell'assessore alle Politiche del Lavoro del Comune di Milano con l'obiettivo favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti, dentro e fuori dal carcere.
"Non siamo solo uno spazio di vendita - spiega la presidente Luisa Della Morte - ma anche un luogo di incontro tra i cittadini e le cooperative che operano in carcere. A noi si rivolgono le cooperative che vogliono informazioni per attivare percorsi lavorativi con i detenuti, per esempio". L'attivazione di queste collaborazioni è fondamentale perché in Italia la stragrande maggioranza dei detenuti (l'86,45%) che lavora è, in realtà, impiegata alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria.
Dei detenuti impiegati, 15.228 risultano lavorare alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria (pari al 86,45 %) e 2.386 alle dipendenze di altri lavoratori (pari al 13,55 %). All'interno della prima categoria, ben 12.522 sono impiegati nei servizi di istituto, 637 nelle lavorazioni, 249 nelle colonie agricole, 938 nella manutenzione ordinaria di fabbricati e solo 882 in servizi extra-murari. Tra coloro che non lavorano alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, i semiliberi impiegati in attività lavorative sono 661, di cui 39 lavorano in proprio e 622 per datori di lavoro esterni; 749 detenuti lavorano all'esterno ex art. 21, mentre lavorano in istituto ma per conto di imprese o cooperative rispettivamente 245 e 686 detenuti.
Secondo quanto rilevato dall'Osservatorio di Antigone nel corso delle visite del 2018, sono ben 17 gli istituti (pari al 20%) in cui non ci sono lavoratori alle dipendenze di soggetti diversi dall'amministrazione. Il Natale è per l'economia carceraria una boccata d'ossigeno: nei punti vendita del "made in jail" è possibile acquistare prodotti artigianali, manufatti, prodotti alimentari (birra, pasta, vino, conserve, biscotti e persino il pluripremiato panettone Giotto) che arrivano dagli istituti penitenziari.
"Non si tratta solo di fare un gesto solidale nei confronti di chi vive in carcere - spiega Della Morte - ma anche di aiutare i detenuti a costruirsi un futuro lavorativo". L'80% dei detenuti, dopo aver scontato la pena, torna a delinquere. La delinquenza in chi, invece, ha ricevuto una formazione professionale, è meno del 2 per cento.
di Francesco Lo Dico
Il Riformista, 5 dicembre 2019
I dem votano contro la proposta del forzista Enrico Costa che cancella la prescrizione breve, e gli entusiasmi dei 5 Stelle e dei fiancheggiatori del ministro Bonafede salgono alle stelle. "Chi si illudeva di far scattare una trappola, deve prendere atto che ha fallito", gongola la presidente della commissione Giustizia alla Camera Francesca Businarolo.
Però l'esultanza dura solo un attimo. Perché la scelta del Pd non è affatto "un'apertura" alla prescrizione breve fortissimamente voluta dal Guardasigilli, come titolano festanti le home page di alcuni giornali, ma solo la quiete prima della tempesta. O Bonafede presenta una proposta per accorciare i tempi dei processi, chiarisce dopo il voto il Pd, o presenterà una propria proposta.
Che cosa è successo di preciso? A Montecitorio, dopo una lunga riunione del gruppo, i dem votano contro la proposta che chiedeva la corsia urgente per il suo ddl che impone lo slittamento della prescrizione "breve" di Bonafede, in vigore dal primo gennaio 2020. Ma se Italia viva non partecipa al voto in aperto contrasto con la riforma voluta dai 5 Stelle, il voto del Pd non si rivela affatto come un endorsement al ministro della Giustizia.
Tanto che tra i democratici non affiora soltanto l'intento di prendere informalmente tempo, ma anche quello di mettere nero su bianco la volontà di rinviarla a tempo indeterminato tramite un emendamento nel prossimo Mille Proroghe. Del resto, a raggelare il quartier generale a 5 Stelle ridotto a una polveriera dopo la doppia mossa salvinista contro il Mes firmata Di Maio-Di Battista, ci pensa il fuoco di fila di dichiarazioni dei democratici.
Sì, siamo stati leali verso gli alleati, chiosa Zingaretti. "Ma, come abbiamo sempre detto - la prende larga il segretario dem - riteniamo inaccettabile l'entrata in vigore delle norme sulla prescrizione senza garanzie sulle durate dei processi". Poi le dure parole che aprono una faglia sempre più profonda con gli stellati. "Non si può rimanere sotto processo per un tempo indefinito, per lunghissimi anni", ammonisce il segretario del Pd. Che poi, dopo mesi di ultimatum subiti dagli alleati renitenti, decide di arrivare al punto. E ribaltare il tavolo.
"Senza un accordo nei prossimi giorni - avverte Zingaretti - il Pd presenterà una sua proposta di legge. Lavoriamo dunque insieme per trovare una soluzione credibile e cambiare in meglio le cose", Il contropiede ormai è lanciato, la tregua finita.
A chiarire bene come i dem non abbiano più intenzione di restare a guardare è anche il vicecapogruppo dem alla Camera, Michele Bordo. "Abbiamo spiegato molto chiaramente in aula le ragioni della nostra contrarietà alla dichiarazione d'urgenza avanzata da Forza Italia sulla proposta di legge Costa. Ma questo - insiste Bordo - non significa in alcun modo che concordiamo con l'entrata in vigore dal primo gennaio delle norme sull'abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio".
"Siamo impegnati con la maggioranza, e non da oggi - aggiunge - nella ricerca di una soluzione che assicuri processi rapidi e con tempi certi. Per quanto ci riguarda, il tentativo di trovare convergenze su questo punto andrà avanti nei prossimi giorni con determinazione". Poi, dopo l'invito al dialogo, il paletto.
"Deve essere chiaro però - chiarisce Bordo - che se non si riuscirà in tempi brevi a trovare una sintesi, il Pd presenterà le sue proposte per impedire il rischio che con la nuova prescrizione i processi possano durare all'infinito. "La votazione meramente procedurale di oggi - è il monito del deputato Pd Stefano Ceccanti - non cambia in nulla, neanche in una virgola, quel motivato convincimento del gruppo Pd sull'incostituzionalità".
"Di conseguenza, trattandosi di norma non solo non condivisibile ma anche incostituzionale - prosegue - il Pd metterà in campo tutta la sua volontà di superarla prima possibile. Meglio, certo, se in modo consensuale nella maggioranza, ma altrimenti per iniziativa propria".
"Nessuno scambi il senso di responsabilità per una volontà di appeasement", scolpisce Ceccanti. La riforma Bonafede è incostituzionale, colpisce al cuore la Costituzione", tuona infine il dem Walter Verini. È la pietra tombale sulla prescrizione secondo i 5 Stelle. La pazienza è finita, insomma. Ma forse è anche l'inizio della fine.
di Roberta D'Angelo
Avvenire, 5 dicembre 2019
Il dialogo tra sordi di Pd e M5S sulla prescrizione sfocia nella farsa, ma le minacce del Pd di mollare tutto rischiano di trasformarsi in una bomba destinata a esplodere nelle mani dei due alleati. Se su Mes, autonomia regionale differenziata, ex Ilva, Autostrade e parti della manovra la coalizione continua a scricchiolare, sulla giustizia si arena totalmente e non sembra praticabile neppure la proposta avallata da Leu di inserire un emendamento nel Mille Proroghe per rinviare l'entrata in vigore delle nuove regole, previste dal primo gennaio. Di Maio, Bonafede e l'outsider Di Battista (ormai riferimento principe del ministro degli Esteri) non cedono di un millimetro. Così appare a dir poco velleitario l'ottimismo del premier Giuseppe Conte, certo che si troverà "una soluzione".
Anche perché per Di Maio non si discute che "la nostra riforma dall'1 gennaio diventa legge", mentre il Pd parla di "situazione grave", e insiste con la determinazione a presentare una sua proposta, che troverebbe il sostegno certo delle opposizioni. Ma che per il capo politico di M5s sarebbe un punto di non ritorno. Insomma, la coalizione giallorossa resta impantanata. "E assurdo che su una conquista di civiltà di questo tipo ci si possa interrogare sulla durata del governo", commenta il ministro Alfonso Bonafede.
"La mia proposta" di mediazione "l'ho già presentata a inizio ottobre: mi aspetto lealtà dal Pd", aggiunge. E però si tratta proprio della proposta respinta dal resto della coalizione. "Sin qui l'unico segno di lealtà l'abbiamo dato noi negando l'urgenza" sulla proposta di legge Costa, replica il vicesegretario dem Andrea Orlando.
"Le soluzioni avanzate non garantiscono certezza dei tempi del processo. Bonafede dica se delle nuove proposte intende farle lui altrimenti le faremo noi", avverte. Una schiarita in maggioranza arriva sulla legge elettorale: la strada scelta è quella di un sistema proporzionale con correzioni anti-frammentazione. Esce dalla trattativa il maggioritario, compreso il doppio turno nazionale caro al Pd.
Ancora da definire se i correttivi al proporzionale saranno ottenuti attraverso una soglia di sbarramento nazionale (si ipotizza il 4-5%) o attraverso circoscrizioni medio-piccole. Per il resto è alta tensione. Oggi il Consiglio dei ministri dovrà esaminare la riforma del processo civile. E potrebbe essere l'occasione per un ennesimo confronto.
Ma di fatto non ci sono incontri ufficiali di maggioranza in vista e Conte prova a placare i toni dello scontro sulla giustizia spiegando che le diverse esigenze possono trovare un compromesso perché i primi effetti del blocco della prescrizione si avranno in un arco di due anni".
L'incontro previsto è invece quello del Pd, che sul tema potrebbe presentare anche un emendamento alle proposte di Forza Italia messa a punto da Costa per stoppare la riforma. "Di Maio forse non ha capito la gravità della situazione - tuona il presidente dei senatori dem Andrea Marcucci. Sulla prescrizione non faremo passi indietro.
Non si può accettare una norma anticostituzionale come il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Non si possono sottoporre i cittadini a processi infiniti. Consiglio al capo del M5s di smetterla con le provocazioni".
E il Movimento è sempre più diviso: ieri il senatore Nicola Morra ha riunito una trentina di parlamentari insoddisfatti della gestione Di Maio. Sullo scenario così precario continua a vigilare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che più volte ha chiesto di approvare la manovra nei tempi previsti e senza scossoni. Il capo dello Stato è attento anche al dibattito sull'Europa, mentre resta spettatore delle fibrillazioni interne ai partiti.
di Liana Milella
La Repubblica, 5 dicembre 2019
Gli esperti del partito studiano un compromesso che possa salvare la legge dei grillini, garantendo però tempi certi ai processi. Pronto in quattro, al massimo cinque giorni. Per presentarlo, con tanto di conferenza stampa, ovviamente a Montecitorio, già all'inizio della prossima settimana.
Al disegno di legge anti-Bonafede, annunciato da Zingaretti e Orlando, stanno lavorando in queste ore il vice capogruppo del Pd alla Camera Michele Bordo, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, Alfredo Bazoli, capo della squadra Dem in commissione Giustizia, e il senatore Franco Mirabelli. Per come lo descrivono gli estensori sarà un modo per uscire dall'impasse della prescrizione "corta" del Guardasigilli Bonafede, cancellata cioè dopo il primo grado di giudizio. Ma non per eliminare la riforma Bonafede.
Anzi, 5S e dem dovrebbero convergere su un doppio sistema di prescrizione. E allora andiamo a curiosare nelle carte del Pd, anticipando la loro idea. Che prende le mosse proprio da un'intervista a Repubblica dell'ex procuratore di Milano ed ex presidente dell'Anm Edmondo Bruti Liberati.
Da sempre toga di Magistratura democratica, ma certamente moderato in questa sua proposta. Alla domanda: "Dopo oltre 40 anni di vita in toga, lei cosa farebbe?" Bruti risponde: "Ciò che si può fare subito è introdurre un sistema di prescrizione per gradi, come previsto in altri paesi: un tempo per le indagini preliminari, un tempo per l'appello, un tempo per la Cassazione. Vi sono da anni dettagliati progetti largamente condivisi dai giuristi".
Ecco qua, il ddl del Pd ruota proprio intorno a quella che la dottrina giuridica battezza "prescrizione processuale". Nel senso che ogni fase del processo - indagini preliminari, primo grado, appello, giudizio in Cassazione - dovranno rispettare tempi certi. Secondo Bruti questa prescrizione è alternativa, e quindi sopprime quella di Bonafede, che non dovrebbe entrare in vigore ed essere cestinata.
Gli esperti del Pd invece stanno studiando un compromesso che salva la prescrizione di Bonafede, ma introduce tempi certi in Appello e in Cassazione. "Non vogliamo fare la crisi sulla prescrizione - dice uno dei Dem che sta lavorando al progetto - ma stiamo mettendo in atto quello che ha garantito il premier Conte, e cioè un sistema di garanzie che assicurino la durata ragionevole del processo".
Un Pd innervosito dalle accuse grilline di "coprire i corrotti", "un fatto inaccettabile perché noi abbiamo già approvato la legge Orlando (sospensione bloccata per 36 mesi dopo il primo grado)"; un Pd che propone "un processo di appello non strangolatorio, che renda impossibili anche le manovre dilatorie degli avvocati". Idem in Cassazione. Se Conte riesce a mediare il Pd si ferma, altrimenti piazza il suo ddl come emendamento alla legge Costa sul rinvio della Bonafede, oppure presenta un ddl autonomo.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 5 dicembre 2019
Con una legge del gennaio di quest'anno la maggioranza di allora approvò una legge che introduceva una novità nell'operare della prescrizione dei reati. Per i reati che saranno commessi dopo il prossimo 1° gennaio, i termini, che la legge definisce più o meno lunghi a seconda della gravità dei reati, non opereranno più dopo la sentenza di primo grado.
Questa sentenza, sia essa di condanna o di assoluzione, diverrà poi definitiva e esecutiva se non appellata né dall'imputato, né dal pubblico ministero oppure dopo che siano esauriti i giudizi di appello e di cassazione.
L'intenzione del legislatore della riforma è quella di ridurre il gran numero di sentenze che dichiarano la estinzione del reato per prescrizione e di eliminare l'interesse degli imputati a presentare impugnazioni puramente dilatorie, nel solo intento di raggiungere la prescrizione. L'operare della riforma venne dilazionato per consentire al governo di introdurre riforme capaci di assicurare tempi brevi alla conclusione dei processi penali.
Nessuna efficace soluzione essendo nel frattempo stata trovata al problema gravissimo della lunghezza dei processi, si è ora giunti al nodo su cui si oppongono, non solo maggioranza e opposizione, ma anche i partiti da cui il nuovo governo è sostenuto, nonché l'associazione dei magistrati e quelle degli avvocati.
Benché non vi sia urgenza (gli effetti della riforma si avranno tra anni) e le possibili soluzioni alternative siano pressoché infinite, il governo rischia di perdere la sua maggioranza (irresponsabilmente nel bel mezzo della sessione di bilancio). La previsione di termini oltre i quali non si procede più per i reati ancora non definitivamente giudicati, è presente nei vari sistemi penali per la considerazione che, con il passar del tempo, l'interesse della società alla punizione (e prima ancora all'accertamento della verità) si affievolisce.
Diventa difficile la raccolta delle prove e soprattutto la persona che a distanza di molto tempo venisse condannata è ormai persona diversa, ha vissuto, ha allacciato legami famigliari o di lavoro, non è più quella che era.
Cosicché avrebbe poco senso punirla (specialmente con pena detentiva), se, come prescrive la nostra Costituzione, la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. La disciplina della prescrizione era stata riformata già un anno prima, rendendola più rigorosa.
Ora la novità che dovrebbe applicarsi ai futuri reati incide profondamente, fin quasi ad eliminarla dalla vita reale. In Italia i reati che non vengono giudicati definitivamente prima che operi la prescrizione sono numerosissimi: molti sono poco gravi, ma avviene anche per reati gravissimi (però i reati puniti con l'ergastolo non si prescrivono).
La maggior parte si prescrive già nella fase delle indagini preliminari, ma molti si estinguono durante il giudizio, in appello e persino in Cassazione, quando lo Stato (e gli imputati, colpevoli e innocenti) hanno già speso molto in attività che si riveleranno inutili. Nel dibattito spesso si indica come particolarmente negativo il fatto che vi siano tante prescrizioni nella prima fase del procedimento. Ma maggiormente negativo è invece che esse maturino quando già (inutilmente) il processo si è trascinato nei vari gradi processuali.
Una programmazione attenta al buon andamento della cosa pubblica - come prescrive la Costituzione - consiglierebbe di fermare prima ciò che si sa che non potrà utilmente proseguire poi. Occorrerebbe evitare una visione burocratica della funzione delle Procure, mandando avanti ad una fase successiva procedimenti che non potranno essere gestiti, con la scusa - oso dire - dell'obbligatorietà della azione penale.
Perché il vero problema italiano è la clamorosa insufficienza del sistema processuale rispetto al numero di processi che bisognerebbe celebrare e concludere. Insufficienza di mezzi, estrema onerosità delle procedure, posti vacanti in magistratura e tra il personale di cancelleria (concorsi lunghissimi, quando ci sono). E incredibilmente nello stato attuale il governo pensa di accelerare i processi imponendo per legge termini brevi.
Con la riforma che dovrebbe ora entrare in vigore, gran numero di condannati in primo grado, almeno quelli a pena detentiva, continueranno ad appellare e poi ricorrere in Cassazione per evitare che la sentenza divenga esecutiva. Gli assolti rimarranno sospesi in eterno con gravi conseguenze, non solo morali, se c'è impugnazione del pubblico ministero e, sovraccarichi di processi da svolgere, gli uffici di appello e cassazione non riterranno prioritari i loro processi.
La riforma non sarebbe certo priva di effetto sul piano delle prescrizioni dei reati meno gravi e eviterebbe qualche grave fallimento della macchina giudiziaria, incapace di concludere processi anche seri. Ma patirà una offesa la civiltà giuridica di un Paese che, non sapendo assicurare la ragionevole durata dei processi, è disposto a farne pagare il prezzo non solo agli imputati, ma anche ai principi fondamentali che reggono e limitano il diritto e il dovere dello Stato a stabilire cosa sia reato, giudicare e punirne gli autori, assolvere gli innocenti.
di Valentina Ascione
Il Riformista, 5 dicembre 2019
I parlamentari di Forza Italia in piazza con gli avvocati contro lo stop alla prescrizione. Presenti anche i dem Bazoli e Verini. Oggi attesi i renziani. Questa riforma ci allontana da principi costituzionali come la presunzione di innocenza, la funzione rieducativa della pena, il diritto alla difesa", ma fa anche di peggio, "va contro lo stesso "diritto alla vita", quello garantito dall'articolo 2 della Costituzione: come può infatti organizzare la propria vita una persona che resta imprigionata in un processo senza fine?". Ecco perché è "una riforma distruttiva".
Sferra un attacco senza mezzi termini l'avvocato Beniamino Migliucci, ex presidente dell'Unione delle camere penali, di fronte a oltre cento avvocati riuniti anche ieri, per il terzo giorno consecutivo, a Roma davanti alla sede della Corte di Cassazione per la maratona oratoria contro la riforma Bonafede che cancella la prescrizione dopo il primo grado di giudizio e che entrerà in vigore il 1° gennaio prossimo.
Uno dopo l'altro i penalisti si avvicendano al microfono. Sono venuti da tutta Italia, si sono registrati in 1500 per partecipare alla maratona che andrà avanti fino a sabato. Le arringhe le hanno lasciate nelle aule di tribunale.
Qui in piazza Cavour vogliono spiegare le ragioni del loro no a questa riforma fortemente voluta dal ministro della Giustizia, e per farlo sfogliano il catalogo delle vite intrappolate nelle maglie di una giustizia dai tempi irragionevolmente lunghi, che con la cancellazione della prescrizione rischiano di diventare interminabili.
L'avvocato Lorenzo Parachini della Camera penale di Busto Arsizio racconta il caso del suo cliente al quale vengono contestati episodi di cessione di stupefacenti tra il 2009 e il 2010. di cui alcuni risalenti a quando era ancora minorenne. Il procedimento del Tribunale ordinano si conclude in sei anni e alla fine del 2017 l'uomo ha finito di scontare la pena, ma a febbraio del 2018 gli viene notificato l'avviso per l'udienza preliminare nel procedimento del Tribunale dei minorenni. Solo che il minorenne di allora ha ormai 27 anni e il reato è prescritto.
"Il ministro Bonafede vuole regalare al Paese un processo senza fine e quindi sofferenze senza fine per tutti", rincara la dose Migliucci, che poi attacca l'Anm ("è bastato che il Guardasigilli, sorridente quanto inconsapevole, facesse promesse sul sorteggio al Csm per cambiare idea e riaffermare il suo molo di sindacato") e chiede alla politica di far seguire alle parole i fatti: "se Zingaretti ha detto di non essere d'accordo e anche Italia viva, perché non fermano la riforma? Forse non vogliono andare a casa". E al vicesegretario dem Andrea Orlando, ex Guardasigilli, dice: "tiri fuori gli attributi e la coerenza".
E di politici, ieri in piazza con i penalisti, ce ne erano tanti. A partire da una nutrita delegazione di parlamentari di Forza Italia, tra cui la capogruppo alla Camera Maria Stella Gelmini che ha ribadito la richiesta - già avanzata al presidente Fico - di discutere la Pdl di Enrico Costa che cancella lo stop alla prescrizione prima che la riforma entri in vigore.
Tra i presenti lo stesso Costa, Stefania Craxi, Maurizio Gasparri e Deborah Bergamini, condirettrice del Riformista, che ricorda la vicenda di Enzo Tortora: "arrestato e poi condannato in primo grado nell'85, meno di un anno dopo è stato assolto in secondo grado e un anno e mezzo più tardi è morto. È morto innocente, ma probabilmente con la riforma Bonafede sarebbe morto da colpevole. Di innocenti non ne avremo più, avremo gente seppellita in un limbo eterno".
Nel pomeriggio, a sorpresa, arrivano anche Alfredo Bazoli e Walter Verini del Pd: "Sulla prescrizione abbiamo fatto una battaglia contro il precedente governo e abbiamo ereditato questa norma. Il confronto con l'attuale maggioranza è aspro ma il Pd è unito e compatto e speriamo dì ottenere risultati per garantire la ragionevole durata dei processi", assicura il capogruppo dem in Commissione Giustizia.
"Mi aspetto lealtà dal Pd", fa sapere in serata il ministro Bonafede, "Se si tratta di lavorare per garantire tempi certi del processo ho già dato disponibilità mille volte". Ma nella maggioranza la tensione resta alta. Oggi intanto alla maratona oratoria dell'Unione camere penali è attesa una delegazione di Italia Viva guidata dalla capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi.









