di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 26 ottobre 2019
Dopo più di un anno dalla morte Jamal Khashoggi, imprenditori, finanzieri, capi di grandi gruppi corrono a Riad che chiede investimenti a lungo termine, offre opportunità, apre al turismo. È trascorso un anno abbondante da quando di Jamal Khashoggi è scomparso mentre era all'interno del consolato saudita a Istanbul. Una sparizione che ha suscitato dune di sdegno, spazzate via però dal vento della realpolitik. La Turchia ha usato il dramma come pungolo ma le sue priorità sono altre: i curdi, la Siria, i missili. La diplomazia occidentale ha mandato qualche segnale. Più di facciata che di sostanza. Forse ha fatto di più a livello formale il Congresso statunitense, ma forse perché ha impiegato il dramma in chiave anti-Trump. E lui, The Donald, non ha perso tempo in ipocrisie, lo ha detto apertamente: non rischio dei posti di lavoro compromettendo le relazioni con chi compra valanghe di armi e prodotti made in Usa.
Certo, il regno è uscito ammaccato. Il re ha cambiato due volte il ministro degli Esteri, ha affiancato con qualche consigliere il figlio - l'ambizioso e impetuoso principe Mohamed - ha messo mano al settore petrolifero. Il paese, nonostante le spese miliardarie per la difesa, è parso fragile davanti ai bombardamenti che hanno danneggiato i siti petroliferi, così come deve districarsi nel conflitto yemenita tra raid pesanti e ricerca di soluzioni negoziabili. Proprio le debolezze hanno finito per ispirare cautela nella condanna. La Casa Bianca vorrebbe che la Nato facesse la sua parte nel tutelare uno stato-chiave. Intanto imprenditori, finanzieri, capi di grandi gruppi corrono a Riad che chiede investimenti a lungo termine, offre opportunità, apre al turismo. Varchi sfruttati anche da Putin, tenero nelle reazioni all'eliminazione di Khashoggi, veloce nel firmare una serie di intese con una storica visita nel paese. La morale è semplice: lo show va avanti, gli affari pure.
di Giampaolo Coriani*
possibile.com, 25 ottobre 2019
Ieri la Corte Costituzionale si è pronunciata sul cosiddetto ergastolo ostativo, dichiarandone la parziale incostituzionalità. Vale la pena, per non sbagliare, partire dal comunicato stampa della Corte stessa: "La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia sulla legittimità dell'articolo 4bis, comma 1, dell'Ordinamento penitenziario là dove impedisce che per i reati in esso indicati siano concessi permessi premio ai condannati che non collaborano con la giustizia".
In entrambi i casi, si trattava di due persone condannate all'ergastolo per delitti di mafia. In attesa del deposito della sentenza, l'Ufficio stampa della Corte fa sapere che a conclusione della discussione le questioni sono state accolte nei seguenti termini. La Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4bis, comma 1, dell'Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo.
In questo caso, la Corte - pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti - ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo "ostativo" (secondo cui i condannati per i reati previsti dall'articolo 4bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall'Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti). In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di "pericolosità sociale" del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica.
La decisione segue la recente pronunzia della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) la quale aveva rigettato il ricorso dell'Italia contro una sua sentenza, di condanna del nostro Paese, resa nel giugno scorso, nella quale affermava che l'ergastolo ostativo si poneva in contrasto con l'art. 3 della Convenzione che vieta la tortura, le punizioni degradanti e disumane, con ciò negando di fatto la possibilità per il detenuto di intraprendere un percorso rieducativo.
L'art. 4bis dell'Ordinamento Penitenziario prevedeva (prima dell'intervento in oggetto) che "L'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI, esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per i seguenti delitti solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell'articolo 58 ter della presente legge (...)" (segue l'elenco dei delitti, fra cui principalmente, ma non solo, quelli di mafia e terrorismo).
Da ieri, non è più necessaria la collaborazione, non esiste più l'automatismo, ma il magistrato di sorveglianza valuterà caso per caso ogni richiesta e potrà accoglierla ma solo, vale la pena ripeterlo, "se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo".
Personalmente condivido la pronunzia della Corte, anche perché credo che non sussista alcun pericolo reale circa la paventata uscita dal carcere di pericolosi mafiosi. I requisiti sono stringenti, ci sarà una valutazione della magistratura di sorveglianza, e si elimina solo un automatismo e nessuno mancherà per questo di rispetto a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e agli altri magistrati che hanno dato la vita per combattere la mafia.
Un mafioso, come qualsiasi altro reo, prima deve distaccarsi dall'organizzazione alla quale apparteneva, dandone prova con elementi concreti, dimostrando anche che non sussiste pericolo di rientro nella medesima, e partecipando a un percorso rieducativo. Poi, e solo in queste condizioni potrà ottenere i benefici, senza necessariamente diventare collaboratore di giustizia.
Questa la questione in diritto, e tutte le opinioni, sempre in diritto, sono legittime, purché siano attinenti al tema e siano motivate. Poi ci sono le opinioni politiche, quelle di solito più strumentali, quelle che per uno scopo di solito banalmente elettorale aggiungono conseguenze inesistenti, ma molto evocative, per parlare al proprio elettorato, in particolare alla sua pancia.
Ad esempio Matteo Salvini (che discetta di tutto meno che dei famosi 49 milioni e del caso Savoini) ha dichiarato in una diretta Facebook con la consueta finezza: "Un permesso premio a chi ha massacrato, a mafiosi che hanno massacrato? Ma col ca... che gli do il permesso. Non vedo l'ora di tornare al governo per sistemare un po' di cose", come se il governo (quanto meno nell'attuale assetto democratico) potesse influire sulle sentenze della Corte Costituzionale.
Sulla stessa lunghezza d'onda l'ex socio Luigi Di Maio: "Rispetto la sentenza, ma il Movimento 5 stelle non è d'accordo e faremo il possibile affinché quelli che erano in carcere con regime di ergastolo ostativo ci rimangano finché non si prendono altri mafiosi" (e qui non si capisce bene il senso, come se fosse necessario un numero minimo di mafiosi in carcere) "Si dice che quel regime violi alcuni diritti fondamentali della persona, ma quelle non sono persone, sono animali che hanno ucciso e sciolto nell'acido bambini".
Non vale la pena commentare, vista la padronanza assoluta dei nostri principi costituzionali. Ma, diciamo la verità, nessuno si stupisce di queste dichiarazioni, nessuno si aspetta neppure che questi personaggi conoscano, o almeno leggano, la normativa di cui parlano. Invece, quando ho sentito al Gr1 delle 8 di stamattina Nicola Zingaretti (il nuovo socio di governo) affermare che, pur rispettandola, la sentenza gli sembrava "stravagante" sinceramente non me l'aspettavo. Se avessi avuto il suo numero, l'avrei chiamato: "Ma come stravagante? In quale aspetto esattamente? Procedimentale? Sostanziale?".
Perché nella vita si possono avere opinioni diverse, e, come a scuola, non si può pretendere che chi ogni giorno fa a pugni con l'italiano, o con il russo e l'aritmetica, possa esprimere un giudizio compiuto su una questione giuridica complessa. Ma il segretario del Partito Democratico non può usare una terminologia del genere. Spiegaci, Nicola, con parole tue, perché la sentenza dell'organo cardine del nostro sistema democratico sarebbe "stravagante", possibilmente in diritto.
Perché tu ne hai la possibilità, i congiuntivi non li sbagli, nel tuo partito ci sono giuristi e costituzionalisti. Perché così, caro Nicola, sembra solo una lisciata di pelo all'elettorato che insorge, quando invece all'elettorato che insorge le cose andrebbero semplicemente spiegate. Perché poi se nessuno spiega, e insorge davvero, mica viene da te, ma va dagli altri due.
*Coordinatore di "Possibile"
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
La sentenza della Corte costituzionale tocca esclusivamente l'articolo 4bis, comma 1, dell'Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Riguarda esclusivamente gli ergastolani ostativi.
di Domenico Cacopardo
Italia Oggi, 25 ottobre 2019
Dopo la Corte europea dei diritti dell'uomo, è toccato alla Corte costituzionale affrontare la questione dell'ergastolo ostativo, introdotto nell'ordinamento da un decreto-legge (Martelli-Scotti) adottato a seguito dell'assassinio di Falcone e Borsellino e delle loro scorte. La norma, che ha modificato l'art. 4 della legge penitenziaria, è la seguente: "3bis. L'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione... non possono essere concessi ai detenuti ed internati per delitti dolosi quando il Procuratore nazionale antimafia o il procuratore distrettuale comunica, d'iniziativa o su segnalazione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica competente in relazione al luogo di detenzione o internamento, l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata".
di Susanna Marietti*
ilfattoquotidiano.it, 25 ottobre 2019
Sbaglia o è in malafede chi dice che i mafiosi usciranno. A poche settimane dalla pronuncia della Corte Europea dei Diritti Umani sullo stesso tema (ma si tratta solo di una coincidenza temporale), ieri anche la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza che riguarda l'ergastolo ostativo, vale a dire quella modalità di pena perpetua che osta alla concessione di ogni beneficio di legge se non nel caso in cui il condannato collabori con i magistrati. La decisione di ieri riguardava in particolare la possibilità di concedere permessi premio, ovvero qualche ora o qualche giorno fuori dal carcere per poi farvi subito ritorno, a ergastolani ostativi non collaboratori di giustizia.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 25 ottobre 2019
Le prossime 48 ore saranno il rush finale per le regionali in Umbria, dove Walter Verini è commissario per il Pd e ha seguito l'intera campagna elettorale. Tuttavia, da membro della commissione Giustizia e della commissione Antimafia, non si sottrae al dibattito sulla sentenza della Corte costituzionale sul carcere ostativo.
Nicola Zingaretti ha definito "stravagante" la decisione dei giudici, ma la levata di scudi è stata unanime...
Alcuni effetti della sentenza possono destare perplessità. Dunque capisco le reazioni, compresa quella di Zingaretti e dei molti esponenti della magistratura che hanno fatto della lotta alle mafie una ragione di vita, come Gian Carlo Caselli.
Lei cosa pensa?
La mia opinione personale è simile a quella di Armando Spataro: un paese civile deve far sì che la pena sia certa ma al tempo stesso deve tutelare il principio secondo cui essa deve essere riabilitativa e soprattutto finalizzata al reinserimento sociale. Penso che la sentenza della Consulta sia coerente con l'articolo 27 della Costituzione, tuttavia capisco che il limite della sua applicabilità stia nella capacità del sistema di verificare caso per caso il livello di pericolosità sociale del detenuto e la sua idoneità a ottenere il beneficio.
Dunque fa parte della stretta minoranza d'accordo con i giudici costituzionali...
L'altro ieri sono stato in visita al carcere di Spoleto, dove sono detenute decine di ergastolani ostativi, e ho incontrato anche alcuni dirigenti della Polizia penitenziaria. Uno di loro mi ha detto: "Tra gli ostativi ci sono persone in carcere anche quarant'anni e oggi sono uomini radicalmente diversi da quelli che commisero i reati efferati per cui scontano la pena. Che senso ha non dare loro un minimo di speranza, una chance di poter vivere gli ultimi anni di vita fuori, se non hanno più pericolosità sociale?". Le ripeto, me lo ha detto un poliziotto, non un detenuto.
Come spiega la contrarietà della quasi totalità della magistratura?
Guardi, il tema è delicatissimo e capisco la levata di scudi. Di più, credo che si debba riflettere con serietà sulle parole di chi si è espresso contro la pronuncia. Caselli sostiene che un mafioso si comporta bene in carcere non perché è assorbito da un percorso riabilitativo ma perché segue le regole del codice mafioso, e mette in guardia sul rischio che i giudici di sorveglianza non abbiano tutti gli strumenti per valutare. Io capisco i suoi timori e dico che sarà necessario individuare un modo perché queste valutazioni avvengano nel modo più accurato possibile. Aggiungo però che è necessario contemperare alla pena e alla necessità di sicurezza pubblica i principi di umanità e civiltà. È difficile, ma dobbiamo farlo: lo Stato non può mai essere vendicativo.
Tra i passaggi criticati, c'è quello di concedere i benefici anche ai detenuti che non collaborano...
Anche questo è comprensibile, perché ci si chiede: se dopo trent'anni il detenuto è un uomo cambiato, perché continua a non collaborare? Significa che il percorso riabilitativo non è completato. Anche su questo, però, non si può dividere il mondo in buoni e cattivi. Io mi chiedo: forse chi continua a non collaborare lo fa non perché rimane fedele all'organizzazione mafiosa, ma perché teme ritorsioni verso i familiari, per esempio. Bisogna lavorare perché il giudice che decide sul beneficio abbia tutti gli elementi per valutare. Non mi fraintenda: non giustifico nulla e capisco le perplessità di persone di cultura
democratica che sollevano obiezioni. Però difendo il fatto che la sentenza esprime un principio civile. Il carcere, secondo decreto fiscale, è il luogo dove far finire anche gli evasori. Lei è d'accordo con la norma voluta da Bonafede?
L'evasione fiscale è il vero problema del nostro Paese. Chi evade, commette un furto aggravatissimo ai danni dei cittadini, perché con la fiscalità generale si finanziano scuole, ospedali e servizi pubblici. Per combatterlo, la prima arma è la prevenzione con strumenti come la moneta elettronica, la tracciabilità e l'abbassamento della soglia del contante. Poi bisogna aggredire i patrimoni e lavorare sul contrasto di interessi: il cittadino deve trarre beneficio nel chiedere la fattura, perché scaricandola risparmia. Solo come ultimo anello della catena deve esserci il carcere agli evasori.
Quindi condivide la norma?
Non sono contrario in linea di principio, ma non credo che l'aumento delle pene sia il deterrente principale, anche se mediaticamente risulta il più eclatante. Guai a semplificare con la battuta "manette agli evasori", dimenticando che le vere armi sono l'educazione alla legalità e la prevenzione. La conseguenza, infine, deve essere che i soldi recuperati servano ad abbassare le tasse, a partire dalle fasce più deboli e dalle imprese. Lei è commissario in Umbria. È un test nazionale? In Italia siamo abituati a vedere riflessi sul governo anche con le elezioni di condominio. Abbiamo costruito questa alleanza senza avere in testa esperimenti in chiave nazionale: l'accordo si basa su un programma concreto per la regione, non sulla somma di sigle alleate a livello nazionale. È Salvini a considerarlo un test contro il governo, per noi il voto riguarda il benessere degli umbri.
Pronostici?
La partita è aperta. Partivamo da una situazione complicata ma abbiamo dimostrato di aver capito i nostri errori, di voler cambiare e di esserci aperti alla società civile, che ha risposto. Abbiamo rinnovato le liste e dato segnali di cambiamento: è vero che siamo in rincorsa secondo i sondaggi, ma le prossime 48 ore possono essere determinanti.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 25 ottobre 2019
Il consigliere del Csm si appella alla politica affinché intervenga per vanificare la sentenza della Consulta sull'ergastolo ostativo. È il segnale di un'ostilità profonda (e pericolosa) ai principi cardine del nostro assetto democratico.
di Ranieri Razzante*
La Notizia, 25 ottobre 2019
Una brutta pagina della storia giudiziaria italiana. Bisogna trovare il coraggio di dirlo. Una sentenza che ci riporta indietro di decenni, confida apertamente qualche operatore della legge. Un organo costituzionale va rispettato, ma si può non condividere ciò che fa.
Non era obbligata, la Corte, ad uniformarsi alla Corte di Giustizia europea, che qualche giorno fa aveva improvvidamente deciso in senso analogo. Corre sempre l'obbligo dello studio della pronuncia. Pure quello di riconoscere - ci mancherebbe - diritto di difesa e condizioni carcerarie degne. Ma a tutto c'è un limite.
Basterebbe solo ricordare quando venne introdotta la misura "incostituzionale". Era il 1992. I giudici Falcone e Borsellino coinvolti in due attentati feroci. Lo Stato decideva allora di intervenire in maniera vigorosa, e tra diverse misure introduceva l'ergastolo ostativo. Nessun premio di buona condotta per i boss mafiosi, a meno che non collaborino con la giustizia.
Ora, invece, le cose cambieranno a seguito della declaratoria di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale. Tra i diritti delle vittime e quelle dei detenuti sono stati preferiti i secondi. È vero, diranno i garantisti, la pena non ha funzione retributiva nel nostro ordinamento. Ed è questo anche un punto forte dell'argomentazioni delle due Corti. Vale sempre porre al primo posto il rispetto della dignità umana.
Certo. Ma, il rispetto della dignità umana, sancito dall'art. 1 della Cedu, non può garantire solo una parte. Ci sono anche coloro che hanno subito perdite e violenze da quella "parte", che è in carcere proprio per quei motivi. Soprattutto, ciò che uno Stato dovrebbe assicurare è l'integrità psichica degli onesti, pure tutelata dalla Cedu all'art. 3.
E non dimentichiamoci, su tutti, di quella dei testimoni di giustizia. Per i collaboratori, poi, è a rischio anche l'integrità fisica. Sul piatto della bilancia pesano le vite di molte persone da "proteggere" dagli ergastolani mafiosi.
Il tanto (ab)usato - in questi casi - art. 3 della Costituzione sul principio di uguaglianza tra i cittadini sembra operare a senso unico. Con i permessi premio, infatti, è concessa la possibilità ai detenuti di tornare in libertà per un limitato periodo per "coltivare interessi affettivi, culturali e di lavoro". Un ritorno, quindi, anche alla realtà associativa dalla quale l'ergastolano ostativo non ha mai preso le distanze ed alla quale può riprendere a fornire istruzioni.
Che le argomentazioni a favore dell'abolizione del "fine pena mai" per i mafiosi non siano così pacifiche, come al contrario pontificano alcune associazioni, si evince dal vivace dibattito sollevato dalle decisioni in commento. Anche il mondo della magistratura è spaccato. La stessa Consulta ha esteso la sentenza con 7 giudici contrari contro 8 favorevoli. Uno scarto da nulla. Cosa dire dei rischi di intimidazioni ai magistrati per ottenere i premi ai detenuti?
O, nelle ipotesi "meno gravi", dei pericoli di episodi corruttivi? Ci sono già, ricordiamo, delle garanzie anche per i detenuti a pena perpetua ostativa: la grazia del Presidente della Repubblica e la sospensione dell'esecuzione per motivi di salute. Non solo. Gli ergastolani possono avere la possibilità di lavorare, attraverso l'inserimento in programmi mirati.
L'altra possibilità è ovviamente quella di diventare collaboratori (tema comunque insidioso); in questo caso viene de facto superata la presunzione di pericolosità sociale che impedisce la concessione di premi. I giudici dei Tribunali di sorveglianza dovranno valutare "caso per caso". Ma con quale criterio? E se concederanno un permesso a determinate condizioni, non creeranno un precedente potenzialmente pericoloso per casi simili?
Dalla pronuncia della Corte due effetti sono sicuri: disordine interpretativo e grossi pericoli per l'ordine pubblico. A seguire, non meno importanti, meno tutele per le vittime, più armi per gli avvocati difensori, speranze per i clan di mantenere la guida delle cosche. Francamente, non se ne sentiva il bisogno.
*Giurista esperto di terrorismo
di Lorenzo Tosa
generazioneantigone.it, 25 ottobre 2019
Da una parte la civiltà che faticosamente abbiamo costruito negli ultimi 150 anni; dall'altra il furore giustizialista che nell'ultimo decennio abbiamo accarezzato, agitato, sdoganato. Due mondi. Due visioni contrapposte che, mai come oggi, sono destinate a spaccarsi attorno all'ergastolo ostativo, ovvero una forma estrema di detenzione a vita che non prevede sconti di pena, né alcun genere di premialità e permessi. Il famigerato "Fine pena mai", per intenderci.
Inserita nel nostro ordinamento con la legge 356 del 1992, si tratta di una misura eccezionale concepita nel pieno della stagione delle stragi per scoraggiare i detenuti accusati di mafia che rifiutavano di collaborare con la giustizia. Secondo molti, tra cui il pm Nino Di Matteo e il Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, l'ergastolo ostativo, associato al carcere duro previsto dal 41bis, si è rivelato uno strumento decisivo nella lotta alla mafia. Con un solo piccolo (trascurabile, di questi tempi) dettaglio: l'ergastolo ostativo viola i più elementari diritti umani della persona.
E non lo diciamo noi, ma due diverse sentenze emesse nel giro di quindici giorni. Il 9 ottobre scorso la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha chiesto ufficialmente all'Italia di rivedere le proprie norme in materia poiché in palese violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani, la quale vieta espressamente "trattamenti e punizioni inumane e degradanti". Dello stesso segno un'altra, storica, sentenza con cui ieri la Consulta ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo. Logica conseguenza dell'applicazione della Costituzione italiana, che all'articolo 27, comma 3, recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Si rassegnino i teorici della ragione superiore, i razzisti giudiziari secondo cui esistono detenuti di serie A e detenuti di serie B, se ne facciano una ragione i garantisti a targhe alterne, i costituzionalisti della domenica: non c'è nessun passaggio o codicillo che escluda i mafiosi dal resto dell'umanità, che li retroceda ad "animali", a bestie, come vorrebbe il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
In particolare, il passaggio chiave è contenuto nel finale dell'articolo 27 e fa riferimento allo scopo ultimo e lo spirito più alto di ogni forma di reclusione: la rieducazione del detenuto. Esclusa non solo dall'ergastolo ostativo ma anche dall'ergastolo semplice, che nega formalmente (anche se non materialmente, al netto di premi e permessi) qualsiasi percorso di riscatto, ravvedimento e reinserimento della persona all'interno della società.
Se dal punto di vista strettamente giuridico la questione è chiusa, restano da sciogliere tutti i nodi legati all'effettivo, e innegabile, ruolo decisivo che l'ergastolo ostativo ha avuto negli ultimi 25 anni nella lotta e nel contrasto alla mafia e alla criminalità organizzata. Ed è qui che entra in gioco la politica, chiamata ad abbandonare un approccio ideologico per trovare un punto di caduta in grado di contemperare la lotta alle mafie e la tutela dei più elementari principi di rispetto dell'essere umano, attorno a cui abbiamo eretto una società civile, illuminista e progressista.
È facile? No, per nulla. Ma è questo che fa la politica, quella alta: non strizza l'occhio agli istinti più bassi dell'opinione pubblica, lasciandosi trascinare dalla corrente. Non contesta le sentenze, le applica. E lavora per costruire un'alternativa che riunisca le esigenze della giustizia con i cardini del diritto. Senza slogan, né facile demagogia. Non porterà voti o consensi, ma si corre il rischio di fare finalmente qualcosa di buono per questo Paese.
di Vittorio Feltri
Libero, 25 ottobre 2019
Molti giornali hanno ferocemente criticato la Corte costituzionale perché ha accolto le obiezioni dell'Europa contro il cosiddetto ergastolo ostativo. In sostanza i giudici della Consulta sostengono che anche i mafiosi e i terroristi, dopo aver scontato un cospicuo numero di anni in galera per reati gravissimi, debbano godere dello stesso regime premiale riservato a detenuti comuni. Il che consiste in pochi privilegi, per esempio giorni di vacanza fuori dalla prigione e riduzioni di pena finalizzate ad abolire la morte civile.
Provvedimenti saggi e in sintonia con i princìpi sanciti dalla Carta. Dove è allora il problema? Secondo vari commentatori abituati ad applicare alla giustizia il criterio di un tanto al chilo, i condannati per reati mafiosi devono restare in gattabuia vita natural durante e trattati a calci nel culo come se non fossero esseri umani. Costoro meritano di subire leggi speciali in contrasto col concetto che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Mentre un detenuto per reato di sangue, che magari ha ucciso moglie e figli, merita di uscire di cella alcuni dì, nonostante il succitato ergastolo, chi invece si è macchiato di un crimine di mafia è costretto a marcire dietro le sbarre per sempre. Perfino un idiota capisce che è sbagliato dividere i delinquenti tra gente di serie A e gente di serie B. I carcerati non sono diversi l'uno dall'altro, ed è necessario siano valutati alla stessa stregua. Considerare gli appartenenti alla onorata società esseri inferiori e meritevoli di torture sistematiche è qualcosa di vergognoso che contrasta con lo spirito costituzionale.
È vero che una condanna è una punizione, ma è altrettanto vero che essa deve puntare alla riabilitazione del recluso. Pertanto nessuno di quelli che sono dietro le sbarre può essere massacrato bensì posto in condizione di riabilitarsi. Mafioso o criminale comune che sia. Altrimenti la giustizia non è più tale, ma diventa una forma di vendetta sociale che non si concilia con la esigenza di recuperare gli uomini e le donne che hanno sbagliato.
- Ergastolo "ostativo": non sarà semplice farne a meno per impedire il ritorno dei boss
- Tutti contro la Consulta: "il carcere duro non si tocca"
- Meno reati, ma le celle sono piene. Boom di detenuti stranieri: 4 su dieci
- Azione penale obbligatoria: così la giurisdizione supera l'eterno miraggio
- Se le mafie non sono più una "cosa" solo del Sud










