di Antonella Zoni*
Il Dubbio, 8 novembre 2019
È fin troppo chiara la non osservanza del precetto relativo alla ragionevole durata del processo e lo stop in caso di assoluzione crea la "presunzione di colpevolezza". L'entrata in vigore, il 1 gennaio 2020, delle modifiche in tema di prescrizione del reato di cui alla legge 9 gennaio 2019, n. 3 (c. d. spazza- corrotti) costituirà - è facile previsione - il preludio a processi infiniti, con un impatto che l'allora ministro Giulia Bongiorno non esitò a definire esplosivo quanto una bomba atomica. Il fulcro della riforma è rappresentato dalla modifica dell'art. 159, co. 2, c. p., secondo cui "Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell'irrevocabilità del decreto di condanna".
Il termine "sospensione" è improprio tecnicamente: la nuova disciplina determinerà un vero e proprio arresto - non una parentesi - al decorso del termine prescrizionale dopo la sentenza di primo grado, di condanna o di assoluzione, tanto che la prescrizione del reato non potrà più maturare in appello o in cassazione.
Più razionale era la c. d. Riforma Orlando, che aveva introdotto - nel solo caso di condanna - due periodi di sospensione non superiori a un anno e sei mesi, l'uno dopo la sentenza di primo grado, l'altro dopo quella d'appello, consentendo una maggiore durata del processo di tre anni per giungere alla sentenza definitiva.
La nuova normativa è inefficace e incostituzionale. Inefficace perché la sospensione opera dopo la sentenza di primo grado, mentre secondo dati ufficiali circa il 50% dei processi si prescrive prima: in fase di indagini o entro la fine del giudizio di primo grado.
Incostituzionale perché viola norme fondamentali. Anzitutto, urta con il principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost., equiparando situazioni tra loro diverse, ovvero la sentenza di condanna e quella di assoluzione. La scelta di bloccare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, seppur assolutoria, è incompatibile anche con l'art. 27 Cost.: la presunzione di innocenza, ivi prevista, è sostituita incredibilmente dalla presunzione di colpevolezza. Nel Paese di Cesare Beccaria... Infine, la modifica è incompatibile con le garanzie dell'art. 111 Cost. sulla ragionevole durata del processo: imputato e persona offesa rimarranno in una situazione di "pendenza" del processo a tempo indefinito.
Per l'imputato assolto sarà vieppiù vessatoria e iniqua la presenza di un carico pendente: si pensi al pregiudizio nella partecipazione a gare di appalto, concorsi pubblici e simili. Propagandata come riforma che avrebbe consentito una giustizia più celere, quasi che i ritardi nella fissazione dei processi siano esclusivamente imputabili a manovre difensive dilatorie, essa elude il vero tema del funzionamento della giustizia penale e inficia la ratio dell'istituto della prescrizione.
È irreale pensare a un tempo accettabile di definizione dei gradi di impugnazione in assenza del "pungolo" della prescrizione per gli organi giudicanti. Urge un capovolgimento totale di prospettive: attuare interventi legislativi e organizzativi al fine della celebrazione dei processi in tempi brevi, con la costante salvaguardia dei diritti di difesa. Fermo il fatto che, se lo Stato non riesce a definire i giudizi nei termini di prescrizione stabiliti, la rinuncia al giudizio e alla pretesa punitiva risponde a un principio di civiltà giuridica. Un cittadino, assolto o dichiarato colpevole in primo grado, non può essere sottoposto a un giudizio per un tempo indefinito: è irragionevole che solo a molti anni di distanza l'assoluzione diventi definitiva o la pena sia irrogata.
Molti e autorevoli sono i rilievi contro tale riforma, ma il ministro della Giustizia Bonafede, con le sue dichiarazioni, pare escludere in assoluto modifiche e aggiustamenti. In tale malaugurato caso, corriamo il rischio che la Corte Edu, dopo la recente condanna contro l'ergastolo ostativo, possa pronunciarsi sul processo illimitato.
*Avvocato
di Marco Mobili
Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2019
Con la stretta sui reati tributari la prescrizione arriva a 11 anni. Il che vorrà dire che tutti avranno più tempo per stanare l'evasore. A partire dalla Guardia di Finanza nella sua attività di investigazione sui reati tributari per condotte fraudolente più gravi come l'emissione e l'utilizzo di fatture false.
A ricordarlo è stato il colonnello Luigi Vinciguerra del terzo reparto operazioni del Comando generale della Guardia di Finanza nel corso dell'audizione alla Camera sul decreto fiscale collegato alla manovra. La norma introdotta con l'articolo 39, ha sottolineato Vinciguerra, "è particolarmente significativa nel suo impatto sia per la riduzione delle soglie che per l'inasprimento delle pene principali, e soprattutto per le condotte fraudolente, dove la pena massima passa da 6 a 8 anni". Un inasprimento della pena massima che ridurrà sensibilmente la possibilità che le investigazioni della Guardia di Finanza siano vanificate dal decorso del tempo in quanto la prescrizione avrà una durata più lunga: "Il termine di prescrizione - aggiunge il colonnello della Gdf - come causa dell'estinzione del reato, decorre da quando il fatto viene commesso ed è calibrato in ragione della pena massima stabilita.
E visto che per i reati fiscali è previsto un aumento di un terzo della prescrizione, sono circa altri 2 anni e mezzo. Il che vuol dire che per perseguire questi reati la giustizia avrà 10 anni e mezzo-11 anni per contrastare questo reati rispetto agli 8 anni fino ad oggi previsti". Il tutto senza considerare eventuali cause di interruzione della prescrizione.
Per migliorare il decreto in materia penal-tributaria la Gdf, oltre ad accogliere con favore l'estensione della responsabilità degli amministratori ai reati tributari, invita il legislatore ad estendere l'applicazione della 231 non solo al delitto di dichiarazione fraudolenza ma anche da altri reati di frode fiscale per i quali sono previste pene detentive altrettanto gravi come possono essere l'emissione di fatture per operazioni inesistenti e la dichiarazione fraudolenta mediante artifici.
La Guardia di Finanza promuove il pacchetto di misure di contrasto alle indebite compensazioni. A parlare sono i numeri. "Nel 2018, ha detto Vinciguerra, a conclusione di indagini scaturite da analisi di rischio congiunta con l'agenzia delle Entrate, limitatamente solo ad alcune province della Lombardia e dell'Emilia-Romagna, sono stati individuati 186 milioni di euro di illecite compensazioni, constatati 800 milioni di euro di imponibile sottratto a tassazione ai fini imposte dirette e un'Iva evasa per oltre 155 milioni di euro. Sono stati 1.730 i lavoratori irregolari emersi, con 135 soggetti denunciati e sequestri di beni per oltre 200 milioni di euro. Oltre 30 i soggetti arrestati, tra cui alcuni professionisti". Un fenomeno, quello delle indebite compensazione "ancora attuale".
Nel difendere la ratio che ha ispirato la norma Vinciguerra ricorda ai deputati nel corso dell'attività di questi ultimi anni sono stati diversi i casi smascherati di affidamento di lavoro alle imprese, spesso costituite sotto forme di cooperative o comunque di società a responsabilità limitata, poco patrimonializzate e rappresentate da prestanome.
Nel rispondere alle sollecitazioni dei deputati sull'importanza o meno della fatturazione elettronica come strumento di contrasto all'evasione Vinciguerra ha sottolineato che si tratta di un'innovazione del sistema tributario "molto importante perché consente di avere informazioni in tempo reale. La tempestività dell'informazione è un valore aggiunto soprattutto nel contrasto alle condotte fraudolente". Non solo. L'utilizzo dei file delle fatture elettroniche da parte della Guardia di finanza anche per finalità extrafiscali, quindi di polizia economico-finanziaria, "consente alle Fiamme Gialle di contrastare tutti gli illeciti in materia di spesa pubblica, e dunque anche gli abusi in materia di Reddito di cittadinanza ad esempio, piuttosto che nel settore del mercato dei capitali o della contraffazione", ha precisato ancora il colonnello.
In fondo con la fatturazione elettronica la Gdf ora può avere informazioni che prima "recuperava con spesometro in almeno 5/6 mesi. Il valore aggiunto è doppio e sta nei riscontri immediati e nella bontà del dato. "Lo spesometro era compilato dall'operatore economico-commerciale che poteva compiere degli errori e creare cosiddetti "falsi positivi". I dati ora sono estrapolati direttamente dalla fatturazione elettronica e ci consentono di calibrare sempre meglio l'attività di controllo, evitando di indirizzarla a soggetti che sono privi di rischio di pericolosità fiscale.
Sono almeno due le correzioni che la Guardia di Finanza Vinciguerra chiede di apportare al decreto legge in fase di conversione. La prima riguarda La norma sulla lotteria degli scontrini che prevede la sanzione amministrativa all'esercente che si rifiuti di annotare al momento dell'acquisto il codice fiscale del cliente ovvero non comunichi i dati entro il termine stabilito, che è di 12 giorni dal momento dell'operazione, all'Agenzia delle entrate. Con il provvedimento attuativo dell'Agenzia del 31 ottobre scorso, infatti, su input del Garante della privacy, è stato modificato il richiamo al codice fiscale facendolo diventare "codice lotteria". Per questo, spiega il rappresentante della Gdf, andrebbe ora modificata la norma del Dl richiamando il codice lotteria, "altrimenti non sarebbe applicabile la sanzione".
A rischio, infine, l'attività dell'agente sotto copertura nel contrasto al gioco illegale. Secondo Vinciguerra senza un correttivo al Dl che preveda una scriminante per l'operatore di Polizia, "questo potrebbe essere indagato per aver partecipato ad attività di gioco d'azzardo o di raccolta delle scommesse".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2019
Procura di Napoli, Ordine di servizio n. 118/2019. Sarà pur vero come affermato solo pochi giorni fa dall'ex Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone che la cronaca giudiziaria è ormai mezzo di lotta politica. Ma se proprio lotta deve essere, che sia almeno ad armi pari. Con un passo a suo modo storico, per la prima volta una grande Procura disciplina l'accesso agli atti da parte dei giornalisti.
Lo fa la Procura di Napoli con una decisione interna che, oltre a contribuire a disinnescare cortocircuiti sempre censurabili tra informazione e soggetti "a conoscenza dei fatti" (giudici, Pm, forze dell'ordine, avvocati), va nelle direzione di quelle prassi virtuose di cui gli uffici del pubblico ministero sono stati di recente protagonisti, basti pensare alla circolare di autoregolamentazione interna sulle intercettazioni e sui contenuti estranei al procedimento penale.
La leva giuridica utilizzata è quella dell'articolo 116 del Codice di procedura penale, in base al quale "durante il procedimento e dopo la sua definizione, chiunque vi abbia interesse può ottenere il rilascio a proprie spese di copie, estratti o certificati di singoli atti", nel perimetro del quale vengono riconosciti anche i giornalisti. Con particolare riferimento agli atti compiuti nella fase delle indagini preliminari per quali è cessato l'obbligo di segretezza e, in particolare, i provvedimenti cautelari.
L'ordine di servizio, firmato dal Procuratore Giovanni Melillo, sottolinea di volere considerare il rilascio della copia funzionale al corretto esercizio del diritto di cronaca e all'interesse della pubblica opinione a essere correttamente informata. Nello stesso tempo, richiamando la necessità della valutazione del Procuratore sulla richiesta di accesso, ne fissa le condizioni.
Il rilascio della copia, innanzitutto, non deve interferire con le indagini in corso e deve avvenire nel rispetto del principio di riservatezza; non deve danneggiare i diritti dei soggetti coinvolti nel procedimento o di persone estranee; deve avvenire, evitando la comunicazione di dati sensibili e la diffusione di notizie e immagini che possono colpire la dignità delle vittime.
Saranno comunque i Procuratori aggiunti a dovere segnalare, su indicazione dei titolari dei fascicoli, i provvedimenti giudiziari, non coperti da segreto, suscettibili di diffusione e relativi a casi di particolare gravità, delicatezza e rilevanza, insomma quelli di maggior interesse per l'informazione.
di Marco Lillo
Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2019
"Sulle intercettazioni, sono contraria al taglia e cuci dei giornali, io non faccio il processo". "Non si conoscono le leggi: ho fatto le visite nel regime di carcere duro e le guardie sono sempre presenti".
Rita Bernardini, ex segretario di Radicali Italiani, (quelli di Emma Bonino) è attualmente consigliere nazionale dell'altro partito, Radicale Transnazionale. Le abbiamo chiesto una valutazione politica dopo il fermo per mafia di Antonino Nicosia, membro del Comitato di Radicali Italiani fino a una settimana fa.
Antonino Nicosia ha visitato le carceri quando lei era nel partito con lui?
Due volte ma sempre in mia presenza. Mi sembrava un esaltato e quando lui mi chiese di essere accreditato come il referente locale per poter fare le visite, gli ho detto no dopo una valutazione politica sul modo con il quale si poneva.
Michele Capano era il tesoriere di Radicali Italiani, una carica importante, fino al 2017. Oggi è nel Consiglio Generale del Partito Radicale, come lei, ed è avvocato del boss Filippo Guttadauro, cognato del boss Messina Denaro attualmente internato a Tolmezzo. Non è in conflitto di interessi un politico che fa una campagna sotto le bandiere radicali in favore anche di un suo cliente?
E perché scusi? Allora le Camere Penali? Rappresentano gli avvocati ma sono persino audite in Commissione Giustizia quando si fanno le leggi. Dove è lo scandalo?
Le Camere Penali rappresentano una parte. Il legislatore infatti sente loro ma pure i magistrati. Un partito dovrebbe mirare all'interesse generale quando si candida, o no?
Noi per statuto ci possiamo candidare come individui non come partito. L'importante è la trasparenza. Tutti sanno che Michele Capano è avvocato di Filippo Guttadauro. Se rilascia dichiarazioni a favore dei detenuti all'ergastolo bianco a Tolmezzo lo sanno tutti che sta parlando anche del suo cliente. Capano non è mai entrato a Tolmezzo con noi ma se ci andasse e poi facesse un'intervista in favore degli internati come il suo cliente non ci vedo nessun conflitto di interessi. Sa qual è il problema? Lei non considera minimamente che quella battaglia è giusta. Gli internati al 41bis sono quelli che hanno già espiato la pena ma poiché sono ritenuti socialmente pericolosi restano isolati in carcere. Per legge dovrebbero stare in una casa di lavoro o in una colonia agricola, a Tolmezzo solo grazie alle battaglie del Partito Radicale per un periodo almeno gli facevano coltivare l'orto.
Se scoprisse che, a combattere con lei questa battaglia ci fosse un iscritto e dirigente di Radicali Italiani,che mira non a favorire la rieducazione bensì il passaggio dei messaggi dei boss, il senso della battaglia cambierebbe, o no?
La battaglia per legalizzare la presenza degli internati al 41bis resta giusta poi gli investigatori hanno tutti gli strumenti per accertare che i messaggi non passino. E ovviamente questa strumentalizzazione va combattuta.
Per i pm, il consigliere del suo partito, Michele Capano, che non è indagato, ascolta senza stigmatizzarle le parole di Nicosia che gli propone di andare a trovare il mafioso Rallo in carcere con la deputata Occhionero per poter parlare senza che le guardie ascoltino. Lei cosa ne pensa?
Penso che ambedue ignorino le leggi. Io ho fatto le visite al 41bis quando ero parlamentare e le guardie erano sempre presenti. Inoltre Capano con la deputata Occhionero non sarebbe entrato comunque perché avrebbe dovuto sottoscrivere un foglio nel quale dichiarava di essere un collaboratore con contratto continuativo. Per me Nicosia millantava.
In percentuale sono molti i detenuti e avvocati iscritti che versano la quota al vostro partito? Non rischiate di essere condizionati nella vostra linea politica?
Sono stati 3 mila e 300 gli iscritti al Partito Radicale nel 2018. Poi essendo davvero Transnazionale però 740 provenivano da altri paesi. I detenuti erano 115. Gli italiani hanno versato e versano quasi tutti la quota di iscrizione minima di 200 euro. Il totale dell'autofinanziamento è stato 580 mila euro. I conti sono facili. Quindi i detenuti sono il 5 per cento del totale dei nostri iscritti. Gli avvocati sono 273. Anche sommando tutti gli avvocati e tutti i detenuti non si arriva al 15 per cento. Comunque i detenuti, se non ottengono un apposito permesso di tre giorni dal magistrato di sorveglianza per venire al congresso, non possono partecipare e votare. Non mi risulta sia stato dato mai questo permesso.
Il Fatto ha pubblicato spezzoni di tre audio di Antonino Nicosia, trascritti nel decreto di fermo. Per i pm direbbe "verosimilmente" alla deputata Occhionero di farsi pagare per moderare le sue critiche sulla struttura del carcere della Giudecca e poi, sempre secondoo i pm, in un'altra comunicazione intercettata, "l'iniziativa criminosa veniva illustrata dal Nicosia anche all'avv. Capano". Cosa ne pensa?
Sono contraria al taglia e cuci delle intercettazioni quindi non faccio il processo a nessuno sulla base di queste pubblicazioni. Nei primi messaggi, che lei mi dice essere diretti alla deputata Occhionero, Nicosia effettivamente sembra che parli di un progetto di estorsione. Mentre nella comunicazione con Capano mi pare che stia facendo un discorso molto meno chiaro, non penso che gli abbia comunicato il suo progetto.
Il boss Giuseppe Graviano simpatizzava nel 2016 per i radicali ma il segretario di allora, Maurizio Turco, disse che gli impedivano di versare la quota perché era recluso al 41bis...
Giuseppe Graviano non è iscritto al Partito Radicale. Non ci sarebbe nulla di male se lo fosse. Le posso dire però che a un altro recluso al 41bis, hanno sequestrato durante una perquisizione la tessera del Partito Radicale. C'era anche un foglio con il preambolo dello Statuto ispirato alla non violenza. A me sembrava educativo lasciarlo al detenuto e non toglierlo.
Rita Bernardini: "I Radicali non sono certo tutti come Antonino Nicosia"
di Marco Lillo
Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2019
"Sulle intercettazioni, sono contraria al taglia e cuci dei giornali, io non faccio il processo". "Non si conoscono le leggi: ho fatto le visite nel regime di carcere duro e le guardie sono sempre presenti".
Rita Bernardini, ex segretario di Radicali Italiani, (quelli di Emma Bonino) è attualmente consigliere nazionale dell'altro partito, Radicale Transnazionale. Le abbiamo chiesto una valutazione politica dopo il fermo per mafia di Antonino Nicosia, membro del Comitato di Radicali Italiani fino a una settimana fa.
Antonino Nicosia ha visitato le carceri quando lei era nel partito con lui?
Due volte ma sempre in mia presenza. Mi sembrava un esaltato e quando lui mi chiese di essere accreditato come il referente locale per poter fare le visite, gli ho detto no dopo una valutazione politica sul modo con il quale si poneva.
Michele Capano era il tesoriere di Radicali Italiani, una carica importante, fino al 2017. Oggi è nel Consiglio Generale del Partito Radicale, come lei, ed è avvocato del boss Filippo Guttadauro, cognato del boss Messina Denaro attualmente internato a Tolmezzo. Non è in conflitto di interessi un politico che fa una campagna sotto le bandiere radicali in favore anche di un suo cliente?
E perché scusi? Allora le Camere Penali? Rappresentano gli avvocati ma sono persino audite in Commissione Giustizia quando si fanno le leggi. Dove è lo scandalo?
Le Camere Penali rappresentano una parte. Il legislatore infatti sente loro ma pure i magistrati. Un partito dovrebbe mirare all'interesse generale quando si candida, o no?
Noi per statuto ci possiamo candidare come individui non come partito. L'importante è la trasparenza. Tutti sanno che Michele Capano è avvocato di Filippo Guttadauro. Se rilascia dichiarazioni a favore dei detenuti all'ergastolo bianco a Tolmezzo lo sanno tutti che sta parlando anche del suo cliente. Capano non è mai entrato a Tolmezzo con noi ma se ci andasse e poi facesse un'intervista in favore degli internati come il suo cliente non ci vedo nessun conflitto di interessi. Sa qual è il problema? Lei non considera minimamente che quella battaglia è giusta. Gli internati al 41bis sono quelli che hanno già espiato la pena ma poiché sono ritenuti socialmente pericolosi restano isolati in carcere. Per legge dovrebbero stare in una casa di lavoro o in una colonia agricola, a Tolmezzo solo grazie alle battaglie del Partito Radicale per un periodo almeno gli facevano coltivare l'orto.
Se scoprisse che, a combattere con lei questa battaglia ci fosse un iscritto e dirigente di Radicali Italiani,che mira non a favorire la rieducazione bensì il passaggio dei messaggi dei boss, il senso della battaglia cambierebbe, o no?
La battaglia per legalizzare la presenza degli internati al 41bis resta giusta poi gli investigatori hanno tutti gli strumenti per accertare che i messaggi non passino. E ovviamente questa strumentalizzazione va combattuta.
Per i pm, il consigliere del suo partito, Michele Capano, che non è indagato, ascolta senza stigmatizzarle le parole di Nicosia che gli propone di andare a trovare il mafioso Rallo in carcere con la deputata Occhionero per poter parlare senza che le guardie ascoltino. Lei cosa ne pensa?
Penso che ambedue ignorino le leggi. Io ho fatto le visite al 41bis quando ero parlamentare e le guardie erano sempre presenti. Inoltre Capano con la deputata Occhionero non sarebbe entrato comunque perché avrebbe dovuto sottoscrivere un foglio nel quale dichiarava di essere un collaboratore con contratto continuativo. Per me Nicosia millantava.
In percentuale sono molti i detenuti e avvocati iscritti che versano la quota al vostro partito? Non rischiate di essere condizionati nella vostra linea politica?
Sono stati 3 mila e 300 gli iscritti al Partito Radicale nel 2018. Poi essendo davvero Transnazionale però 740 provenivano da altri paesi. I detenuti erano 115. Gli italiani hanno versato e versano quasi tutti la quota di iscrizione minima di 200 euro. Il totale dell'autofinanziamento è stato 580 mila euro. I conti sono facili. Quindi i detenuti sono il 5 per cento del totale dei nostri iscritti. Gli avvocati sono 273. Anche sommando tutti gli avvocati e tutti i detenuti non si arriva al 15 per cento. Comunque i detenuti, se non ottengono un apposito permesso di tre giorni dal magistrato di sorveglianza per venire al congresso, non possono partecipare e votare. Non mi risulta sia stato dato mai questo permesso.
Il Fatto ha pubblicato spezzoni di tre audio di Antonino Nicosia, trascritti nel decreto di fermo. Per i pm direbbe "verosimilmente" alla deputata Occhionero di farsi pagare per moderare le sue critiche sulla struttura del carcere della Giudecca e poi, sempre secondoo i pm, in un'altra comunicazione intercettata, "l'iniziativa criminosa veniva illustrata dal Nicosia anche all'avv. Capano". Cosa ne pensa?
Sono contraria al taglia e cuci delle intercettazioni quindi non faccio il processo a nessuno sulla base di queste pubblicazioni. Nei primi messaggi, che lei mi dice essere diretti alla deputata Occhionero, Nicosia effettivamente sembra che parli di un progetto di estorsione. Mentre nella comunicazione con Capano mi pare che stia facendo un discorso molto meno chiaro, non penso che gli abbia comunicato il suo progetto.
Il boss Giuseppe Graviano simpatizzava nel 2016 per i radicali ma il segretario di allora, Maurizio Turco, disse che gli impedivano di versare la quota perché era recluso al 41bis...
Giuseppe Graviano non è iscritto al Partito Radicale. Non ci sarebbe nulla di male se lo fosse. Le posso dire però che a un altro recluso al 41bis, hanno sequestrato durante una perquisizione la tessera del Partito Radicale. C'era anche un foglio con il preambolo dello Statuto ispirato alla non violenza. A me sembrava educativo lasciarlo al detenuto e non toglierlo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 novembre 2019
Detenuto tunisino trovato morto nella sua cella il 26 ottobre scorso. Il racconto dei parenti: "non aveva problemi, né psicologici né fisici. sapeva, da musulmano, che la religione vieta di togliersi la vita".
Soprattutto se stranieri, i detenuti che muoiono in carcere rimangono senza nome. Dei perfetti sconosciuti, con i familiari che vengono a sapere della morte del loro caro dopo giorni e senza la possibilità di capire il motivo della morte, con la difficoltà oggettiva - soprattutto economica - di poter affidarsi ad un avvocato. Il 26 ottobre scorso, un detenuto tunisino è stato trovato morto nella sua cella poco prima delle 13 nel padiglione B del carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Secondo la notizia data dal sindacato della polizia penitenziaria si sarebbe impiccato. L'ennesimo suicidio che avviene nelle patrie galere. L'ennesimo senza nome e senza capire effettivamente cosa sia accaduto davvero.
In questo caso, però, Il Dubbio ha avuto la possibilità di conoscere il suo nome grazie a una segnalazione ricevuta da Rita Bernardini del Partito Radicale. A segnalare la tragica vicenda è stata la scrittrice pugliese Maria Miraglia che, grazie alla sua associazione World Foundation for Peace la quale conta, con i due rami nazionali in Kenia e Nigeria oltre 10.000 membri, ha ricevuto una telefonata dai parenti del ragazzo ritrovato impiccato nel carcere. Il ragazzo si chiamava Amir, aveva 33 anni, ed era stato tratto in arresto il 27 agosto scorso: condannato a un anno di reclusione per un reato che avrebbe commesso anni prima.
A raccontare a Maria Miraglia la storia del ragazzo è lo zio da parte materna. "Amir ha avuto una lite con alcuni ragazzi nel luogo in cui viveva a causa di attacchi razzisti contro di lui", ha riferito. "Non ha partecipato al processo perché a quel tempo era in Tunisia, dove trascorse quattro anni - ha continuato a spiegare lo zio - successivamente è tornato in Francia per lavoro, ma sfortunatamente non lo trovò e decise di tornare in Tunisia. Fu allora che uno dei suoi parenti in Italia gli disse di tornare in Italia promettendogli di trovare un lavoro per lui".
Arriviamo quindi al 27 agosto, quando "è stato arrestato mentre era su un autobus per recarsi in Italia", ha detto sempre lo zio. Maria Miraglia racconta a Il Dubbio che lo zio le ha riferito di aver appreso della morte di Amir solo dopo cinque giorni, il 31 ottobre, tramite la polizia tunisina. Subentra anche il discorso religioso. Alla madre di Samir è stato detto che è morto a causa di un infarto. "Non possiamo dire alla madre che si è impiccato - ha spiegato sempre lo zio di Amir - visto che per la nostra religione è proibito essendo considerato un crimine". Ma credono al suicidio? Miraglia spiega a
Il Dubbio che per i parenti non è possibile che sia andata così. "Siamo abbastanza sicuri che non avrebbe commesso un simile crimine", ha detto ancora lo zio. Secondo i parenti, ci potrebbero essere stati altri motivi come la tortura o le molestie sessuali.
"Amir era una persona amante della vita, era gentile, non ha mai fatto del male a nessuno, sorrideva sempre e tutte le persone qui lo adoravano", ha sempre spiegato il parente. "Non soffriva di alcun problema, né psicologico né fisico. Era anche musulmano e sapeva benissimo che il suicidio è proibito dalla religione", ha aggiunto. Amir risulta essere il maggiore di tre fratelli (Mohammed è un ingegnere e Iheb ha un Master in inglese). Sua madre è insegnante in una scuola elementare e suo padre è un pensionato dal ministero degli Interni dove ha lavorato come governatore della polizia.
"Amir era il più grande dei suoi fratelli e il più caro per sua madre - ha spiegato a Miraglia sempre lo zio. Ha vissuto in ottime condizioni e non ha mai accettato umiliazioni o che qualcuno mortificasse la sua dignità. Era anche una persona molto rispettosa, educata e gentile". I familiari non vogliono credere alla versione ufficiale data dalle autorità.
"Vogliamo che si apra un'indagine seria e chiedere agli italiani di supportarci in questo dramma. Non abbiamo i mezzi per permetterci un avvocato, ma crediamo che il popolo italiano rifiuti tali crimini terribili. Confidiamo nella giustizia e crediamo che la verità verrà rivelata", chiede a gran voce lo zio di Amir.
I familiari, dalla Tunisia, facendo ricerche su internet avevano anche appreso la notizia dell'arresto con l'accusa di tortura di 6 agenti penitenziari del carcere di Torino. Ovviamente gli arresti si riferiscono a eventi che sarebbero accaduti dall'agosto al novembre del 2018, ma inevitabilmente per i familiari di Amir stesso è comunque un segnale che fa capire che qualcosa sicuramente non va. Cosa è accaduto al ragazzo tunisino? Non avendo un avvocato, il rischio che la vicenda finisca nel dimenticatoio e archiviata come suicidio, è più che concreto.
di Caterina Malavenda
Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2019
Se ci fosse un premio speciale per i fautori della buona informazione, bisognerebbe quest'anno darlo a Giovanni Melillo, Procuratore della Repubblica di Napoli, una piazza tutt'altro che facile, che ha incluso i giornalisti fra i soggetti cui l'articolo 116 del Codice di procedura penale riconosce la facoltà di avere copia di atti del procedimento, siccome titolari del diritto- dovere di informare e di farlo nel migliore dei modi. Dopo le necessarie consultazioni e con il prezioso contributo degli avvocati, si è assunta, perciò, la diretta responsabilità di decidere, caso per caso, se e a quali provvedimenti giudiziari gli organi di informazione potranno avere accesso, pagando il dovuto.
Certo la circolare, il cui oggetto non lascia adito a dubbi, contiene numerosi distinguo e tiene debito conto degli interessi, spesso confliggenti, di parti processuali, terzi estranei e operatori del diritto, oltre che della superiore tutela delle investigazioni in corso, ma individua e tenta di risolvere i due problemi che, più di altri, in questi anni, hanno alimentato un dibattito acceso fra sordi.
Innanzi tutto, le modalità di redazione degli atti processuali, a volte scritti con il malcelato intento di far "uscire" dal fascicolo profili, estranei alle indagini, privi di reale interesse pubblico, ma che fanno audience, ben sapendo che attireranno l'attenzione, a tratti morbosa, dei mass media, incentivando dibattiti e serate televisive, spesso a scapito del vero oggetto delle indagini.
La circolare richiama, perciò, impersonalmente il pubblico ministero ad aver cura, nello scrivere gli atti, di evitare i riferimenti a fatti e circostanze irrilevanti ai fini processuali, "vieppiù" -avverbio insolito, ma appropriato- se riferiti a dati personali. I terzi estranei e i profili più delicati della vita degli stessi indagati, così, potranno esser sottratti, a patto che non assumano autonomo interesse pubblico, alle luci della ribalta, riservata a temi più pertinenti alla cronaca giudiziaria.
Subito dopo, il "mercato" degli atti, presso le parti processuali che ne hanno il legittimo possesso, descritto con una perifrasi fulminante, se pure fra parentesi - "(sottraendo il giornalista alla evidente necessità di adoperarsi per ottenere, in via indiretta e informale, i documenti in possesso del giudice e delle parti..)" - del quale non sfugge all'estensore lo scopo, siccome "necessari alla responsabile e completa informazione del pubblico".
Ed è proprio questo il fine cui tende l'impianto esplicativo, "la libertà e la correttezza dell'informazione", che può perseguire i suoi scopi più alti solo se è completa; e la completezza, in questo caso, passa per la possibilità di esaminare tutti gli atti importanti e non solo quelli che parti, legittimamente interessate all'esito del processo, ma anche al palcoscenico mediatico, sono disponibili a passare sottobanco per avere "buona stampa".
Certo non è la panacea di tutti i mali, perché poi è l'uso che degli atti a far la differenza e perché il rilascio delle copie è soggetto pur sempre ad una decisione discrezionale e non impugnabile, come tale non immune da influenze esterne e da errori di valutazione. Ma è una vera apertura e soprattutto un prezioso riconoscimento concreto del ruolo che l'informazione gioca in una società democratica, in cui l'andamento di un'indagine e il controllo sociale, cui deve essere soggetta, debbono camminare di pari passo, aiutandosi l'un l'altro.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 8 novembre 2019
L'organo di autogoverno ha accolto le istanze di pubblici ministeri vogliosi di passare dall'accusa al giudizio. Così. In un batter d'occhio. Nonostante l'Italia sia l'unico Paese al mondo dove possa accadere una cosa del genere. Avanti, senza il minimo indugio, con le "porte girevoli" fra pm e giudici.
Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi su quale sia l'opinione dei magistrati a proposito della separazione delle loro carriere, sarebbe sufficiente leggere la delibera approvata questa settimana del Plenum del Consiglio superiore della magistratura sul passaggio di funzioni. Il voto compatto dei consiglieri togati al cambio di posto nell'aula del dibattimento è la migliore risposta a chi, come l'Unione delle camere penali che ha al riguardo depositato pure una proposta di legge d'iniziativa popolare, ancora pensa sia possibile uscire da questa anomalia tutta italiana.
Il Belpaese, infatti, è l'unico Stato al mondo dove il pubblico ministero ha un potere senza responsabilità. Ciò va avanti ininterrottamente dal 1989, anno in cui venne introdotto il codice di procedura penale di tipo accusatorio, mutuato dagli Stati uniti dove il pm è il capo della polizia giudiziaria.
Con una "piccola" differenza. Negli Stati Uniti è elettivo e quindi se non funziona va a casa. In Italia, invece, si sono volute mantenere le garanzie giurisdizionali che esistevano nel processo inquisitorio. Il risultato è noto: indipendenza del giudice con i poteri politici del pm americano.
E, soprattutto, con la possibilità di cambiare a piacimento il molo nel processo. Alla faccia dell'avvocato dell'accusa. Il Csm, perfettamente allineato con questa scuola di pensiero, ha accolto l'altro giorno, senza batter ciglio, le istanze di diversi pm che, evidentemente stanchi di chiedere solo le condanne per i loro imputati, avevano pensato che fosse giunto il momento di irrogarle direttamente.
Come se si trattasse di una pratica improcrastinabile, Palazzo dei Marescialli ha dato dunque il via libera ai desiderata degli ormai ex pm, senza alcuna discussione. A dire il vero, solo i consiglieri laici, capitanati da Alessio Lanzi, hanno tentato una minima resistenza. Respinta immediatamente dalla casta togata. "Un cittadino oggi può essere accusato da un pm e domani, magari, vedersi giudicato dallo stesso magistrato diventato giudice", ha esordito Lanzi, eletto in quota Forza Italia.
"Il Csm ha deciso di farla passare come pratica "urgente" quando invece è una questione che interessa enormemente, a differenza dei flussi tabellari, della pratiche a tutela, del conferimento degli incarichi, l'opinione pubblica", ha sottolineato il professore e avvocato milanese, secondo cui "non si può lasciare tanto automatismo in questi passaggi di funzioni, non essendo pratiche di routine".
Eppure il Parlamento per il cambio di funzione aveva previsto tassativamente che servisse "la partecipazione a un corso di qualificazione professionale ed un parere di idoneità da parte del Csm, previo parere del Consiglio giudiziario, acquisite le osservazioni del procuratore generale o del presidente della Corte d'Appello", tutti elementi che, ha aggiunto Lanzi, "non sono stati contemplati in questa delibera". Fra i pm che si sono stancati di fare il pm ci sono anche casi "curiosi".
Tipo quello di un pm attualmente in forza alla Procura di Milano. Dove ha chiesto di andare a fare il giudice? Al tribunale di Torino. Qual è la Procura competente per legge ad indagarlo nella, per lui, sciagurata ipotesi dovesse commettere qualche reato? Quella di Milano. Quindi i suoi ex colleghi d'ufficio con i quali, verosimilmente, avrà condiviso, oltre il caffè, anche i fascicoli. La domanda del pm milanese non ha suscitato alcun imbarazzo a piazza Indipendenza. Anzi.
"Si deve per le toghe progressiste di Area, compatte nel tacitare le perplessità di Lanzi - favorire il passaggio di funzioni da giudicanti a requirenti e viceversa. In tale modo infatti si migliora la qualità complessiva della giurisdizione". Fra i favorevoli al cambio di funzioni, Piercamillo Davigo. Lui, infatti, da pm di Mani pulite approdò in Cassazione come presidente di sezione. Fine delle trasmissioni.
Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2019
"Gravi infiltrazioni di Cosa nostra negli apparati dello Stato". L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai pm Francesca Dessì e Geri Ferrara, ruota attorno a Nicosia, per anni impegnato nelle battaglie per i diritti dei detenuti e collaboratore parlamentare della deputata di Italia Viva, Giusy Occhionero. Per il giudice: "Gravemente inconsapevole" o "connivente"
È stato convalidato il fermo di Antonello Nicosia, ex collaboratore di una deputata e attivista radicale, e il boss di Sciacca Accursio Dimino, accusati di associazione mafiosa dalla Dda di Palermo. Il gip ha convalidato il provvedimento e accolto la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dai pm. Stessa decisione per Luigi e Paolo Ciaccio e Massimo Mandracchi, gli altri tre indagati per favoreggiamento.
Il giudice parla di "infiltrazioni gravissime di Cosa nostra negli apparati dello Stato strumentalizzati per fini apparentemente nobili, in realtà volte ad alleggerire il rigore della detenzione dei mafiosi". Il riferimento è ai rapporti di Nicosia con la deputata Giusy Occhionero di cui l'uomo era collaboratore parlamentare. Ed è pesantissima la valutazione sull'esponente politica. Secondo il gip, l'avvocatessa entrata in Parlamento nelle file di Leu, facendosi accompagnare nelle visite in carcere ai boss da Nicosia, senza aver fatto alcun controllo sul suo passato (il Radicale aveva una precedente condanna per traffico di droga a 10 anni e sei mesi) dimostra o "un grave difetto di consapevolezza" oppure "una connivenza".
Sospendendo il giudizio sulla posizione della Occhionero, al momento non indagata, il gip sottolinea però che "tramite un messaggio proveniente dalle carceri può essere ben ordinato un omicidio e garantita l'operatività di Cosa nostra. con permanente giustificazione obiettiva del regime di carcere duro denominato 41bis". Il gip di Sciacca si è dichiarato incompetente per materia (l'associazione è di competenza distrettuale) e ha restituito gli atti alla procura di Palermo.
L'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai pm Francesca Dessì e Geri Ferrara, ruota attorno a Nicosia, per anni impegnato nelle battaglie per i diritti dei detenuti e collaboratore parlamentare della deputata di Italia Viva, Occhionero.
Oltre a progettare omicidi ed estorsioni insieme al boss di Sciacca Dimino, tornato al vertice del clan dopo la scarcerazione, Nicosia entrava nelle carceri di massima sicurezza con la Occhionero e, utilizzando il suo ruolo di collaboratore della deputata, secondo la Dda, incontrava boss detenuti, portava all'esterno informazioni riservate e sollecitava interventi della donna nell'interesse di capomafia del calibro di Filippo Guttadauro, cognato del latitante Matteo Messina Denaro.
Ieri Nicosia, rispondendo al gip, ha sostenuto di aver millantato un potere che non aveva. L'indagato ha poi definito "inopportune" le parole offensive usate verso il giudice Falcone e le espressioni di stima riservate al boss latitante Matteo Messina Denaro.
Al Gip ha risposto anche il boss Dimino che pur ammettendo i suoi rapporti con Cosa nostra - è già stato condannato due volte per mafia - ha detto di aver cessato il suo legame con l'associazione criminale dopo il 2016, data della sua ultima scarcerazione.
di Maria Brucale*
Il Riformista, 8 novembre 2019
Togliere poteri ai direttori a favore dei comandanti di Polizia penitenziaria significa svilire il loro ruolo di garanzia e la centralità della funzione rieducativa. Le regole penitenziarie europee - indicate nella raccomandazione dell'11 gennaio 2006 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa agli Stati membri - esprimono con chiarezza un concetto: "Gli istituti penitenziari devono essere posti sotto la responsabilità di autorità pubbliche ed essere separati dall'esercito, dalla polizia e dai servizi di indagine penale".
corrierepl.it, 8 novembre 2019
"Non esiste alcun pericolo di militarizzazione per le carceri italiane derivante dalle minuscole modificazioni legislative in discussione", commenta Francesco Laura, Vice Presidente dell'Unione Sindacati Polizia Penitenziaria (U.S.P.P.) e Responsabile degli iscritti dirigenti di Polizia Penitenziaria.










