di Antonio Lamorte
Il Riformista, 9 novembre 2019
Negli ultimi 13 anni oltre due milioni di italiani si sono trasferiti all'estero. È quanto emerge dalla 14esima edizione del rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. Dal 2006 al 2019 il numero di chi è emigrato dall'Italia è cresciuto di oltre il 70% e l'Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero (Aire) ha visto un incremento di iscritti dagli oltre tre milioni a 5,3 milioni. Quasi la metà degli iscritti, circa il 48%, è partito dal Sud.
Per il suo dossier sugli italiani all'estero la Fondazione ha fatto ampiamente ricorso ai dati dell'Aire. Gli iscritti all'uno gennaio 2019 sono 5.288.281, il 48,9% del quale parte dal Meridione; il 35,5& dal Nord e il 15,6% dal centro. Le italiane iscritte sono 2.544.260, oltre il 48% del totale. La fascia di età più rappresentata è quella che va dai 35 ai 49 anni, oltre un milione di persone; i minori sono quasi 800mila. Altro aspetto importante è l'aumento continuo degli iscritti all'Aire per nascita, segno che molti italiani che si trasferiscono all'estero trovano le condizioni per formare una famiglia.
Il Paese di destinazione preferito dagli italiani è il Regno Unito, motivo anche di tensione per l'esito incerto della trattativa sulla Brexit. Il 54,3%, degli italiani all'estero risiedono in Europa, il 40% in America. Le aree maggiormente interessate sono l'Unione Europea e i Paesi dell'America Centro-Meridionale. Le comunità più consistenti si trovano in Argentina, quasi 843mila persone, Germania, oltre 764mila, e Svizzera, 623 mila.
La maggioranza degli emigranti parte senza un progetto ben definito, con situazioni che possono implicare anche diversi tipi di carriera o altri spostamenti in altri Paesi. A uscire fortemente danneggiato dal rapporto è il Sud Italia: il Meridione continua a perdere risorse umane importanti, spesso con un livello di istruzione medio-alta. È lo stesso tipo di migrazione, circa il 70% dalle regioni meridionali e insulari, che nell'ultimo decennio si è mossa verso il nord del Paese.
Sugli stranieri il rapporto analizza che tra il 2012 al 2017, degli oltre 744mila stranieri divenuti italiani quasi 43mila hanno trasferito la residenza all'estero. Nuovo tema del dossier è la sezione speciale "Quando brutti, sporchi e cattivi erano gli italiani: dai pregiudizi all'amore per il made in Italy" per illustrare stereotipi e pregiudizi che hanno accompagnato il migrante italiano nel tempo, come si spiega nel testo, "non per avere una rivalsa sui migranti di oggi che abitano strutturalmente i nostri territori o arrivano sulle nostre coste, ma per ravvivare la responsabilità di essere sempre dalla parte giusta come uomini donne innanzitutto, nel rispetto di quel diritto alla vita (e, aggiungiamo, a una vita felice) che è intrinsecamente, profondamente, indubbiamente laico".
di Sergio Segio
Vita, 9 novembre 2019
La legge sulle droghe compie 30 anni e presenta un bilancio fallimentare. Il governo latita e da un decennio non svolge la Conferenza di indirizzo prevista per legge. Le associazioni e comunità si autoconvocano il 31 gennaio a Milano. Si è ricominciato a parlare di droghe. Per lo più - e al solito - in chiave di cronaca nera. Subito dopo torna invece il silenzio, specie da parte delle competenti istituzioni, riguardo le politiche in materia. La legge che la regola sta per compiere trent'anni, il suo bilancio naturalmente è complesso e va articolato, ma reca un segno di fondo innegabilmente negativo, tanto che molti parlano di un generale fallimento.
Se in questi tre decenni il fenomeno è certo mutato sotto molti aspetti, compresi quelli delle sostanze utilizzate e delle forme di loro consumo, altrettanto sicuramente non ha visto un declino e neppure una contrazione dei numeri. Le modalità di assunzione sono divenute meno vistose e rischiose (banalmente, non si trovano più per le strade tappeti di siringhe come un tempo), però le sostanze si sono moltiplicate e divenute ancor più facilmente reperibili. Si è molto ridimensionata la microcriminalità collegata alla necessità di soldi per comprare la dose, poiché questa è divenuta assai meno costosa e, anche perciò, più accessibile.
Trent'anni di guerra a chi consuma droghe - La legge in vigore, n. 162, cosiddetta Iervolino-Vassalli (dai nomi della democristiana Rosa Russo Iervolino e del socialista Giuliano Vassalli, rispettivamente ex ministro degli Affari sociali e della Giustizia, allora ancora contemperata dalla Grazia), era stata varata il 26 giugno del 1990, dopo circa due anni di acceso dibattito in Parlamento, tra i partiti, nella società civile e anche tra gli "addetti ai lavori" direttamente coinvolti: operatori per le tossicodipendenze, comunità terapeutiche, famiglie. Le norme così approvate erano poi confluite nel DPR n. 309 del 9 ottobre dello stesso anno, ovvero nel Testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti.
Si trattò di una svolta marcatamente punitiva, che aveva trovato impulso e radici nella fascinazione del leader socialista Bettino Craxi per la filosofia della "tolleranza zero" di Rudy Giuliani, al tempo procuratore federale e in seguito sindaco repubblicano di New York, e che può a ragione essere considerata la clonazione italiana del piano antidroga voluto e introdotto dall'allora presidente statunitense George Bush senior, in continuità con la linea del suo predecessore, Ronald Reagan, di cui era stato vice.
La dichiarata intenzione del nuovo approccio repressivo statunitense, che era arrivato persino a prevedere la pena di morte per gli spacciatori, era quella di colpire duramente anche i semplici consumatori. Lo aveva affermato a chiare lettere la first lady Nancy Reagan in un'assise delle Nazioni Unite: "È più facile prendere i grandi trafficanti che punire due avvocati di Wall Street che sniffano cocaina durante la pausa del pranzo". I consumatori di droga erano invece da considerarsi a tutti gli effetti complici di ogni atto e ogni omicidio compiuto dai narcos e dai cartelli criminali, allora particolarmente virulenti e potenti, specie quelli colombiani.
Naturalmente, la war on drugs da allora ha portato nelle carceri ben pochi traders e professionisti del Foro, mentre le ha riempite di milioni di normali cittadini, di preferenza di basso ceto sociale. Tanto che oggi gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per numero di reclusi: circa 2 milioni e 300 mila distribuiti in ben 4.500 prigioni; sono in larga parte ispanici e neri, laddove è stato calcolato che questi ultimi hanno sei volte più possibilità di essere imprigionati per reati connessi alla droga.
Punirne mille per dissuaderne uno - Sulla stessa scia si è mossa la legge italiana, che aveva posto come fondamento ideologico e programmatico quello di punire chiunque consumasse droghe. Analoghi sono stati i risultati. Da subito la Iervolino-Vassalli aveva cominciato a riempire le celle di malcapitati, per lo più giovani delle periferie, ma talvolta anche di buona famiglia, compresi personaggi noti del mondo dello spettacolo, arrestati o sottoposti a giudizio magari solo per un paio di spinelli. Nel luglio 1991, nel giro di pochi giorni, tre persone arrestate per droga si suicidarono in carcere. Tra di esse Stefano Ghirelli, 18 anni appena compiuti, incensurato, condotto nel carcere di Ivrea poiché trovato con 25 grammi di hashish; si impiccò dopo il rifiuto del giudice di concedergli la libertà provvisoria per "pericolosità sociale".
Se l'obiettivo dichiarato era quello di colpire i consumatori, equiparandoli agli spacciatori, va detto che venne in effetti presto raggiunto: al 31 dicembre 1990 i tossicodipendenti in carcere erano 7.299, soli due anni dopo erano esattamente raddoppiati, 14.818. Crescita immediata anche delle morti per droga: nel 1990 superarono per la prima volta le mille unità, arrivando a 1.161; l'anno dopo salirono ancora a 1.382, nel 1992 furono 1.217, per arrivare al picco di 1. 566 nel 1996 e poi gradualmente decrescere. Nel 2018 le vittime sono state 251, con un'età media di 38 anni e mezzo. Nel 2019, secondo il sito geoverdose.it, al 7 novembre sono 208, di cui 128 per eroina, con 39 anni e mezzo di età media.
Guardando le cifre dall'inizio delle rilevazioni, il 1973, a oggi i numeri sono effettivamente quelli di una guerra: 25.528, laddove il nemico e le vittime non sono però le droghe bensì chi le consuma, spinto dalla legge a una maggior clandestinità e distanza dai servizi terapeutici, obbligati dalle norme alla denuncia, accrescendo così i rischi sanitari e quello stesso della vita.
Una legge micidiale - Quelle evidenze e i dati sul crescere della letalità, peraltro, non misero in crisi le convinzioni dei sostenitori della legislazione repressiva, tanto che il ministro Rosa Russo Iervolino rivendicò: "L'aumento dei decessi non rappresenta certo una smentita della validità della legge, anzi secondo me ha il valore di una conferma" ("la Repubblica", 8 febbraio 1991).
Quella funesta legge è stata poi addirittura peggiorata dalla successiva modifica Fini-Giovanardi, intervenuta nel 2006, che oltre a inasprire le sanzioni aveva abolito ogni distinzione tra droghe "leggere" e "pesanti", venendo poi bocciata per illegittimità costituzionale solamente nel 2014.
Sono dunque dovuti intervenire i giudici per correggere le forzature ideologiche e propagandistiche e le storture legislative, per supplire a errori e inerzie della politica. Del resto, ciò è spesso avvenuto anche su altre materie: si veda, ad esempio, la recente sentenza della Consulta sull'ergastolo cosiddetto ostativo, tesa a ribadire le finalità rieducative della pena e la sua umanizzazione. Interventi comunque non sufficienti né risolutivi. Basti dire che oggi in carcere vi sono quasi 20mila tossicodipendenti, ma ancora maggiore è il numero di quanti sono comunque imprigionati per violazioni delle diverse norme sulle droghe: circa la metà del 60mila reclusi attualmente presenti.
Ancora più eloquente è il numero delle persone sottoposte a procedimenti penali in virtù di quella legge: nel 2018 hanno superato le 178mila unità; nello stesso 2018, quasi 40mila persone sono state segnalate ai prefetti per uso di sostanze stupefacenti illegali, e tra queste l'80% per consumo di cannabinoidi. Dal 1990 al 2018 le segnalazioni ai prefetti per consumo di sostanze stupefacenti sono state un milione e 267mila persone, in gran parte a carico di giovani, molti dei quali colpiti dal ritiro del passaporto e della patente o da sanzioni di altro genere. Anche queste, dunque, sono cifre di una guerra cominciata 30 anni fa e che ha prodotto, a vari livelli, centinaia di migliaia di vittime.
Una Conferenza sulle droghe autoconvocata - Come ha detto Vasco Rossi, che proprio per questi motivi ha provato sulla propria pelle lo stigma e la perdita della libertà, "punire il drogato con il carcere è come schiaffeggiare un bambino caduto dalla bicicletta per fargli capire che non doveva salirci". I "bambini" continuano a cadere dalla bicicletta e lo Stato persevera nel rifilare loro sonori e ripetuti ceffoni e talvolta anche calci, mentre i governi succedutisi si sono ben guardati non solo da un ripensamento reso necessario dalle evidenze, ma anche da una verifica e da riflessione aperta e seria. Il che, peraltro, sarebbe un obbligo di quella stessa legge, la quale dispone che ogni tre anni il Presidente del Consiglio convochi una Conferenza nazionale governativa sulle droghe, le cui conclusioni "sono comunicate al Parlamento anche al fine di individuare eventuali correzioni alla legislazione antidroga dettate dall'esperienza applicativa". Ebbene, tale obbligo normativo viene eluso ormai da dieci anni.
Per questo motivo associazioni, comunità terapeutiche, sindacati e operatori stanno organizzando una Conferenza autopromossa e autoconvocata (cfr. https://www.conferenzadroghe.it). Si terrà a Milano, ospitata dalla Camera del Lavoro, dal 31 gennaio al 1° febbraio 2020 e ha un obiettivo assai ambizioso: costruire la pace, dopo i trent'anni di guerra voluta da governi miopi e da partiti politici pusillanimi o, peggio, votati al populismo penale e alla criminalizzazione dei più deboli.
Si tratta ora di innescare un cambio di rotta radicale per, finalmente, pensare e attivare strategie di regolazione sociale e culturale alternative a quelle penali. Un confronto tra operatori e istituzioni, capace di valorizzare le esperienze sul campo e di dialogare con gli scenari e le politiche globali poiché, dice il documento di convocazione "è improrogabile una riforma della legge antidroga che preveda la completa depenalizzazione e decriminalizzazione di tutte le condotte legate al consumo personale e la ridefinizione e riscrittura del sistema dei servizi e degli interventi capace di integrare definitivamente il modello della Riduzione dei Danni e dei Rischi, superando i modelli patologici e colpevolizzanti, e stabilendo gli standard nazionali, qualitativi e organizzativi, per rendere uniformi i sistemi regionali e stabili i vincoli di spesa". Alla legge Iervolino-Vassalli che voleva sorvegliare e punire i suoi critici opponevano la parola d'ordine "educare, non punire". Trent'anni dopo si riparte dallo stesso punto. Con nel mezzo tante e tante sofferenze, morti, carcerazioni ingiuste che reclamano finalmente di cambiare.
di Daniela Fassini
Avvenire, 9 novembre 2019
L'allarme (politico) del ministro degli Esteri Di Maio, che ha sostenuto il rinnovo con modifiche dell'intesa. L'Oim: la metà di loro non vuole venire in Europa. Solo chi è nei centri di detenzione prende i barconi. "In Libia ci sono 700.000 migranti a piede libero che non sono nei centri. Se si pensa di far saltare la missione della Guardia costiera libica togliamo un potenziale tappo a quei 700mi1a migranti".
Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, torna nuovamente a difendere l'accordo con la Libia. E lo fa snocciolando, in modo allarmistico, i numeri del Paese sull'altra sponda del Mediterraneo. Ma c'è anche chi conferma che non è proprio così. Se infatti, da una parte è vero che in Libia attualmente si trovano dalle 650mila alle 700mila persone (fra emigrati e profughi) non tutte sono però intenzionate a lasciare il Paese. Per Flavio Di Giacomo, portavoce Oim il numero indicato da Di Maio è "un numero che in realtà da anni viene citato da varie fonti".
"Anche con Gheddafi si parlava di due milioni di persone pronte a partire, ma abbiamo poi visto in realtà che non è così. Oggi, le stime in nostro possesso parlano di 650-700mila persone emigrate in Libia, di cui una buona metà di questi, circa 350mila, provengono da Niger, Egitto e Ciad, ovvero i tre Paesi confinanti e che sono le tre nazionalità che storicamente non arrivano in Italia via mare".
In realtà, prosegue, il portavoce dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, "solo quelli attualmente presenti nei centri di detenzione o che vengono discriminati solo per il colore della pelle, potrebbero voler salire su un barcone per fuggire dalle violenze". Ma si tratta comunque, prosegue Di Giacomo, "di una situazione mutevole e troppo dinamica, per cui è impossibile fare qualsiasi previsione su quante persone abbiano intenzione di partire dalla Libia, considerando, appunto, che la Libia è sempre stata per molti un Paese di destinazione". La prima cosa che l'Italia dovrebbe fare "è aiutare questo Paese ad avere una stabilità politica e solo dopo si riuscirà ad aiutare i migranti che sono nel Paese".
L'esponente di Oim ha ricordato che "in questo momento abbiamo 5mila migranti in centri detenzioni, e di questi 3mila sono in centri chiusi in zone di conflitto e rischiano la vita ogni giorno. Non sarei preoccupato sul numero di arrivi che adesso è molto, molto basso - ha concluso - quanto alla protezione dei migranti che purtroppo in Libia sono vittime di violazioni di diritti umani molto serie".
Anche il portavoce di Unicef Italia, parlando di Libia, ha confermato la necessità di affrontare la questione dei diritti umani, ipotizzando una Conferenza internazionale per affrontare una situazione che "rischia di diventare come quella siriana, cioè senza una via d'uscita". "Non c'è dubbio che la questione libica sia una vicenda di carattere internazionale e credo che ci voglia di più di una soluzione tra paese e paese - ha detto il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini - Ma dobbiamo essere onesti: la Libia non è un porto sicuro, lo hanno detto le Nazioni Unite e lo ribadiamo.
Di conseguenza qualsiasi soluzione si possa trovare per impedire che madri e figli vengano sistematicamente abusati e violentati dentro i centri di detenzione di questo paese, è la benvenuta". La Libia, ha concluso, "è un Paese che vive una grande crisi umanitaria ma che riguarda tutti, quindi credo che in sede di Nazioni Unite si debba trovare una soluzione".
E sul tema migrazioni, affrontando però la questione in ambito economico - demografico, è ritornato anche il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, che inaugurando l'anno accademico dell'Università di Cagliari ha lanciato l'allarme sull'invecchiamento della popolazione e il crollo demografico.
"Tra il 2020 e il 2030 il flusso di nuovi migranti (principalmente da Africa e Asia, ndr) potrebbe raggiungere la cifra record di circa 230 milioni di persone, quasi quanto la loro attuale consistenza" ha evidenziato Visco nella sua prolusione. "In Europa, tuttavia, gli arrivi previsti non basterebbero più a impedire una sensibile diminuzione del numero di persone in età attiva".
di Sergio Segio
Vita, 9 novembre 2019
La legge sulle droghe compie 30 anni e presenta un bilancio fallimentare. Il governo latita e da un decennio non svolge la Conferenza di indirizzo prevista per legge. Le associazioni e comunità si autoconvocano il 31 gennaio a Milano. Si è ricominciato a parlare di droghe. Per lo più - e al solito - in chiave di cronaca nera. Subito dopo torna invece il silenzio, specie da parte delle competenti istituzioni, riguardo le politiche in materia. La legge che la regola sta per compiere trent'anni, il suo bilancio naturalmente è complesso e va articolato, ma reca un segno di fondo innegabilmente negativo, tanto che molti parlano di un generale fallimento.
Se in questi tre decenni il fenomeno è certo mutato sotto molti aspetti, compresi quelli delle sostanze utilizzate e delle forme di loro consumo, altrettanto sicuramente non ha visto un declino e neppure una contrazione dei numeri. Le modalità di assunzione sono divenute meno vistose e rischiose (banalmente, non si trovano più per le strade tappeti di siringhe come un tempo), però le sostanze si sono moltiplicate e divenute ancor più facilmente reperibili. Si è molto ridimensionata la microcriminalità collegata alla necessità di soldi per comprare la dose, poiché questa è divenuta assai meno costosa e, anche perciò, più accessibile.
Trent'anni di guerra a chi consuma droghe - La legge in vigore, n. 162, cosiddetta Iervolino-Vassalli (dai nomi della democristiana Rosa Russo Iervolino e del socialista Giuliano Vassalli, rispettivamente ex ministro degli Affari sociali e della Giustizia, allora ancora contemperata dalla Grazia), era stata varata il 26 giugno del 1990, dopo circa due anni di acceso dibattito in Parlamento, tra i partiti, nella società civile e anche tra gli "addetti ai lavori" direttamente coinvolti: operatori per le tossicodipendenze, comunità terapeutiche, famiglie. Le norme così approvate erano poi confluite nel DPR n. 309 del 9 ottobre dello stesso anno, ovvero nel Testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti.
Si trattò di una svolta marcatamente punitiva, che aveva trovato impulso e radici nella fascinazione del leader socialista Bettino Craxi per la filosofia della "tolleranza zero" di Rudy Giuliani, al tempo procuratore federale e in seguito sindaco repubblicano di New York, e che può a ragione essere considerata la clonazione italiana del piano antidroga voluto e introdotto dall'allora presidente statunitense George Bush senior, in continuità con la linea del suo predecessore, Ronald Reagan, di cui era stato vice.
La dichiarata intenzione del nuovo approccio repressivo statunitense, che era arrivato persino a prevedere la pena di morte per gli spacciatori, era quella di colpire duramente anche i semplici consumatori. Lo aveva affermato a chiare lettere la first lady Nancy Reagan in un'assise delle Nazioni Unite: "È più facile prendere i grandi trafficanti che punire due avvocati di Wall Street che sniffano cocaina durante la pausa del pranzo". I consumatori di droga erano invece da considerarsi a tutti gli effetti complici di ogni atto e ogni omicidio compiuto dai narcos e dai cartelli criminali, allora particolarmente virulenti e potenti, specie quelli colombiani.
Naturalmente, la war on drugs da allora ha portato nelle carceri ben pochi traders e professionisti del Foro, mentre le ha riempite di milioni di normali cittadini, di preferenza di basso ceto sociale. Tanto che oggi gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per numero di reclusi: circa 2 milioni e 300 mila distribuiti in ben 4.500 prigioni; sono in larga parte ispanici e neri, laddove è stato calcolato che questi ultimi hanno sei volte più possibilità di essere imprigionati per reati connessi alla droga.
Punirne mille per dissuaderne uno - Sulla stessa scia si è mossa la legge italiana, che aveva posto come fondamento ideologico e programmatico quello di punire chiunque consumasse droghe. Analoghi sono stati i risultati. Da subito la Iervolino-Vassalli aveva cominciato a riempire le celle di malcapitati, per lo più giovani delle periferie, ma talvolta anche di buona famiglia, compresi personaggi noti del mondo dello spettacolo, arrestati o sottoposti a giudizio magari solo per un paio di spinelli. Nel luglio 1991, nel giro di pochi giorni, tre persone arrestate per droga si suicidarono in carcere. Tra di esse Stefano Ghirelli, 18 anni appena compiuti, incensurato, condotto nel carcere di Ivrea poiché trovato con 25 grammi di hashish; si impiccò dopo il rifiuto del giudice di concedergli la libertà provvisoria per "pericolosità sociale".
Se l'obiettivo dichiarato era quello di colpire i consumatori, equiparandoli agli spacciatori, va detto che venne in effetti presto raggiunto: al 31 dicembre 1990 i tossicodipendenti in carcere erano 7.299, soli due anni dopo erano esattamente raddoppiati, 14.818. Crescita immediata anche delle morti per droga: nel 1990 superarono per la prima volta le mille unità, arrivando a 1.161; l'anno dopo salirono ancora a 1.382, nel 1992 furono 1.217, per arrivare al picco di 1. 566 nel 1996 e poi gradualmente decrescere. Nel 2018 le vittime sono state 251, con un'età media di 38 anni e mezzo. Nel 2019, secondo il sito geoverdose.it, al 7 novembre sono 208, di cui 128 per eroina, con 39 anni e mezzo di età media.
Guardando le cifre dall'inizio delle rilevazioni, il 1973, a oggi i numeri sono effettivamente quelli di una guerra: 25.528, laddove il nemico e le vittime non sono però le droghe bensì chi le consuma, spinto dalla legge a una maggior clandestinità e distanza dai servizi terapeutici, obbligati dalle norme alla denuncia, accrescendo così i rischi sanitari e quello stesso della vita.
Una legge micidiale - Quelle evidenze e i dati sul crescere della letalità, peraltro, non misero in crisi le convinzioni dei sostenitori della legislazione repressiva, tanto che il ministro Rosa Russo Iervolino rivendicò: "L'aumento dei decessi non rappresenta certo una smentita della validità della legge, anzi secondo me ha il valore di una conferma" ("la Repubblica", 8 febbraio 1991).
Quella funesta legge è stata poi addirittura peggiorata dalla successiva modifica Fini-Giovanardi, intervenuta nel 2006, che oltre a inasprire le sanzioni aveva abolito ogni distinzione tra droghe "leggere" e "pesanti", venendo poi bocciata per illegittimità costituzionale solamente nel 2014.
Sono dunque dovuti intervenire i giudici per correggere le forzature ideologiche e propagandistiche e le storture legislative, per supplire a errori e inerzie della politica. Del resto, ciò è spesso avvenuto anche su altre materie: si veda, ad esempio, la recente sentenza della Consulta sull'ergastolo cosiddetto ostativo, tesa a ribadire le finalità rieducative della pena e la sua umanizzazione. Interventi comunque non sufficienti né risolutivi. Basti dire che oggi in carcere vi sono quasi 20mila tossicodipendenti, ma ancora maggiore è il numero di quanti sono comunque imprigionati per violazioni delle diverse norme sulle droghe: circa la metà del 60mila reclusi attualmente presenti.
Ancora più eloquente è il numero delle persone sottoposte a procedimenti penali in virtù di quella legge: nel 2018 hanno superato le 178mila unità; nello stesso 2018, quasi 40mila persone sono state segnalate ai prefetti per uso di sostanze stupefacenti illegali, e tra queste l'80% per consumo di cannabinoidi. Dal 1990 al 2018 le segnalazioni ai prefetti per consumo di sostanze stupefacenti sono state un milione e 267mila persone, in gran parte a carico di giovani, molti dei quali colpiti dal ritiro del passaporto e della patente o da sanzioni di altro genere. Anche queste, dunque, sono cifre di una guerra cominciata 30 anni fa e che ha prodotto, a vari livelli, centinaia di migliaia di vittime.
Una Conferenza sulle droghe autoconvocata - Come ha detto Vasco Rossi, che proprio per questi motivi ha provato sulla propria pelle lo stigma e la perdita della libertà, "punire il drogato con il carcere è come schiaffeggiare un bambino caduto dalla bicicletta per fargli capire che non doveva salirci". I "bambini" continuano a cadere dalla bicicletta e lo Stato persevera nel rifilare loro sonori e ripetuti ceffoni e talvolta anche calci, mentre i governi succedutisi si sono ben guardati non solo da un ripensamento reso necessario dalle evidenze, ma anche da una verifica e da riflessione aperta e seria. Il che, peraltro, sarebbe un obbligo di quella stessa legge, la quale dispone che ogni tre anni il Presidente del Consiglio convochi una Conferenza nazionale governativa sulle droghe, le cui conclusioni "sono comunicate al Parlamento anche al fine di individuare eventuali correzioni alla legislazione antidroga dettate dall'esperienza applicativa". Ebbene, tale obbligo normativo viene eluso ormai da dieci anni.
Per questo motivo associazioni, comunità terapeutiche, sindacati e operatori stanno organizzando una Conferenza autopromossa e autoconvocata (cfr. https://www.conferenzadroghe.it). Si terrà a Milano, ospitata dalla Camera del Lavoro, dal 31 gennaio al 1° febbraio 2020 e ha un obiettivo assai ambizioso: costruire la pace, dopo i trent'anni di guerra voluta da governi miopi e da partiti politici pusillanimi o, peggio, votati al populismo penale e alla criminalizzazione dei più deboli.
Si tratta ora di innescare un cambio di rotta radicale per, finalmente, pensare e attivare strategie di regolazione sociale e culturale alternative a quelle penali. Un confronto tra operatori e istituzioni, capace di valorizzare le esperienze sul campo e di dialogare con gli scenari e le politiche globali poiché, dice il documento di convocazione "è improrogabile una riforma della legge antidroga che preveda la completa depenalizzazione e decriminalizzazione di tutte le condotte legate al consumo personale e la ridefinizione e riscrittura del sistema dei servizi e degli interventi capace di integrare definitivamente il modello della Riduzione dei Danni e dei Rischi, superando i modelli patologici e colpevolizzanti, e stabilendo gli standard nazionali, qualitativi e organizzativi, per rendere uniformi i sistemi regionali e stabili i vincoli di spesa". Alla legge Iervolino-Vassalli che voleva sorvegliare e punire i suoi critici opponevano la parola d'ordine "educare, non punire". Trent'anni dopo si riparte dallo stesso punto. Con nel mezzo tante e tante sofferenze, morti, carcerazioni ingiuste che reclamano finalmente di cambiare.
di Silvia Morosi
Corriere della Sera, 9 novembre 2019
Il fondatore di WikiLeaks rischia fino a 175 anni di reclusione. "È molto magro e decisamente depresso", ha dichiarato John Shipton, parlando con i giornalisti a Ginevra. John Shipton, padre di Julian Assange, accusato di spionaggio da Washington e minacciato di estradizione negli Stati Uniti, ha dichiarato da Ginevra che il figlio "potrebbe morire in prigione".
Come riporta France24, infatti, Shipton ha raccontato ai giornalisti di aver visto suo figlio "molto magro e depresso". Il fondatore di WikiLeaks rischia fino a 175 anni di reclusione negli Usa ("Sono in gioco 175 anni della mia vita", aveva commentato Assange, ndr.), accusato da Washington di aver messo in pericolo alcune fonti quando nel 2010 furono pubblicati 250mila cablogrammi diplomatici e circa 500mila documenti riservati sulle attività dell'esercito americano in Iraq e in Afghanistan. Si deciderà in 5 udienze a partire dal 25 febbraio 2020 il verdetto di primo grado sulla contestata richiesta di estradizione dalla Gran Bretagna agli Usa. "Morirà in prigione dopo nove anni di "persecuzione" per aver osato rivelare "crimini di guerra" negli Stati Uniti", ha aggiunto Shipton, sottolineando: "Questa non è l'amara delusione di un padre, questo è semplicemente un fatto".
Il padre: "Uno scandalo" - Il fondatore australiano di Wikileaks è detenuto in una prigione di Londra da quando ad aprile è stato arrestato dalla polizia britannica all'ambasciata dell'Ecuador, dove si era rifugiato nel 2012. Shipton ha detto che non è giusto condannare qualcuno per aver rivelato dei crimini: "In tutti i Paesi che conosco, in Svezia, nel Regno Unito, in Australia e negli Stati Uniti, è un crimine nascondere dei crimini. Non puoi essere gettato in prigione per averli denunciati. È uno scandalo".
Onu: "Torture psicologiche su Assange" - Già una settimana fa Nils Melzer - relatore dell'Onu sulla tortura - aveva espresso preoccupazione per lo stato di salute di Assange: "La sua vita è in pericolo. Continua ad essere detenuto in un carcere di massima sicurezza, in condizioni di sorveglianza e isolamento estreme e non giustificate, mostra tutti i sintomi tipici di un'esposizione prolungata alla tortura psicologica. È necessario, dunque, che il governo britannico lo liberi immediatamente per proteggere la sua salute e la sua dignità. È inoltre da escludere la sua estradizione negli Usa". Attaccando: "È recluso dall'11 aprile scorso, mentre i responsabili dei crimini da lui denunciati continuano a beneficiare dell'impunità".
La Repubblica, 9 novembre 2019
Autorizzata la scarcerazione dell'ex presidente brasiliano che scontava, dall'aprile del 2018, una condanna di 8 anni e 10 mesi per corruzione. Gentiloni: "Un grande presidente". In Brasile, la giustizia federale di Paranà ha autorizzato la scarcerazione dell'ex presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva, che scontava, dall'aprile del 2018, una condanna di 8 anni e 10 mesi per corruzione.
La sentenza segue la decisione della Corte Suprema, che ha deciso di eliminare la norma che impone il carcere ai condannati se questi perdono il primo ricorso in appello, stabilendo che le manette non possono scattare prima che siano stati espressi tutti i gradi di giudizio. "Lula torna in libertà. Un grande presidente che ha combattuto contro la povertà e per il riscatto del popolo brasiliano" ha scritto su Twitter Paolo Gentiloni.
All'uscita dal carcere ha avuto anche qualche parola nei confronti del suo grande avversario, Sergio Moro, il giudice che lo ha spedito in carcere e adesso è il ministro della Giustizia del governo Bolsonaro. "Moro non ha voluto arrestare un uomo. Volevano incarcerare una idea e le idee non si bloccano, non si uccidono". "Cari compagni e care compagne, non sapete che cosa significhi che io adesso mi trovi qui con voi. Tutta la mia vita ho parlato con il popolo brasiliano e non avrei immaginato che accadesse quello che è accaduto oggi".
In un messaggio su twitter ha poi aggiunto: "Il popolo brasiliano è l'unico che può salvare questo paese. Abbiamo bisogno di un governante serio". La festa per la liberazione ha avuto anche un momento romantico. Attorniato dalla folla di simpatizzanti e militanti e anche dagli avvocati della difesa, dai dirigenti del Pt e dalla figlia, Lula ha voluto presentare ufficialmente la sua nuova fidanzata. Un amore scoppiato in carcere ma che risale probabilmente a prima che venisse arrestato.
"Ci tengo a presentarvi la donna di cui sono innamorato", ha detto prendendo la mano di Rosângela da Silva, sociologa di Curitiba che conobbe il leader del Pt a Itaipú, la società dove la donna lavorava, tra il 2003 e il 2010 quando Lula era presidente. Fonti interne al partito sostengono che il capo della sinistra brasiliana aveva già fatto sapere a giugno la sua intenzione di sposarla quando sarebbe uscito di prigione.
Ancora amatissimo dai brasiliani, Lula, 74 anni, lo aveva fatto sapere a maggio scorso, quando era ancora lontana la sentenza della Corte Suprema che stabilisce l'indispensabilità di tutti i gradi di giudizio per poter tenere un uomo in prigione. "È innamorato, e la prima cosa che ha intenzione di fare è sposarsi", aveva scritto su Facebook Luiz Carlos Bresser-Pereira, suo ex ministro, che lo andò a trovare nel penitenziario di Curitiba.
L'ex presidente brasiliano è oggi una icona della sinistra nel Paese guidato da Jair Bolsonaro, e forse l'uomo più temuto dall'attuale capo dello Stato. Le due condanne per corruzione e riciclaggio, una a 8 anni e l'altra a 12, non sono bastate a far dimenticare ai brasiliani gli anni in cui "Lula" (nomignolo che utilizzava fin da quando era sindacalista dei metallurgici: dal 1975 e per quasi tutti gli anni Ottanta, in piena dittatura, sfidò da capo del sindacato i militari al potere organizzando scioperi poderosi) ha guidato la più grande potenza dell'America Latina dal 2003 al 2010. Leader indiscusso del Partito dei lavoratori, da lui co-fondato, Lula conquista la presidenza con un programma di economia sociale che, secondo le stime ufficiali, ha sottratto 29 milioni di persone alla povertà. Quando lascia il potere ha un tasso di popolarità superiore all'80%, del quale beneficerà Dilma Roussef, la compagna di partito che a lui successe alla carica di presidente.
di Vittorio Teresi*
Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2019
Dopo le sentenze di Cedu e Consulta i capimafia non collaboranti rischiano di uscire. La nuova legge dovrà invertire l'onere della prova: sta a loro dimostrare che hanno reciso i legami con i clan.
I magistrati che celebrano processi di mafia nei territori endemicamente infestati dalle rispettive organizzazioni criminali, sono (o sono stati fino a pochissimo tempo fa) come squadre che giocano in trasferta. Non godono del favore della gente: le realtà territoriali in cui operano Cosa Nostra, 'ndrangheta, sacra corona unita e camorra sono tendenzialmente più vicine a esse che ai rappresentanti dello Stato.
Al contrario, le autorità giudiziarie che si sono trovate a fare indagini e celebrare processi di mafia dove questa si è insediata in epoche recenti e solo per ragioni di sfruttamento delle risorse economiche (Lombardia, Toscana, Piemonte, Liguria) potevano godere dell'appoggio dell'opinione pubblica, quindi giocavamo in casa, in campo amico.
E una differenza non di poco conto, che attiene alla natura stessa delle organizzazioni mafiose più antiche. Cosa Nostra siciliana, per esempio, ha da sempre esercitato sul territorio una pretesa di dominio assoluto ed esclusivo, ponendosi (verso le popolazioni residenti) come l'unica autorità legittimata a esercitare il potere, naturalmente con gli strumenti della violenza e della minaccia diffusi, al punto da produrre quell'intimidazione ambientale che ha a sua volta prodotto la sottomissione di larga parte della popolazione.
Tutto ciò non emerge, per fortuna, nei territori di "conquista" ove non si riscontrano fenomeni di radicamento territoriale e di dominio in alternativa e in contrasto con la sovranità statale. A causa della straordinaria forza del vincolo associativo e dell'obbligatorietà della fedeltà all'organizzazione soprattutto del favore ambientale di cui, purtroppo, ancora la mafia gode, i capi che soffrono o hanno sofferto lunghi periodi di detenzione vengono attesi nei luoghi di origine con trepidazione, perché sono considerati come i depositari del carisma e del reale potere di dominio e controllo del territorio.
Non molto tempo addietro si era diffusa, con qualche anticipo, lanotizia della prossima scarcerazione di un importante elemento di una potente famiglia mafiosa, prima condannato all'ergastolo e poi assolto. Aveva sofferto un lungo periodo di carcerazione, era sempre stato un detenuto modello, aveva seguito con diligenza i programmi di recupero.
Purtuttavia dalle intercettazioni che avevamo incorso, nei confronti di altri esponenti della medesima famiglia in attività di servizio, emergeva in maniera inequivocabile che tutti aspettavano il giorno della scarcerazione, per riconoscere al vecchio (ma neanche tanto) boss il ruolo e il posto dicomandochegli spettavano di diritto, peraversopportato il carcere da vero uomo d'onore, senza mai cedere alla tentazione di collaborare per ottenere benefici.
Riguardando i numerosi e autorevoli interventi sull'ergastolo ostativo di questi giorni, dopo le due pronunce della Corte europea e della Corte costituzionale, credo che le considerazioni che ho fatto in premessa spieghino perché le maggiori preoccupazioni per le possibili conseguenze dell'allentamento del regime previsto dall'art. 4bis dell'ordinamento penitenziario siano state espresse da colleghi che hanno svolto la loro attività nel Mezzogiorno e si sono occupati, in modo esclusivo o prevalente, di processi di mafia.
Le diverse opinioni sul tema sono quindi, a mio avviso, il frutto di differenti sensibilità maturate dalle rispettive esperienze professionali e dalle diversità ambientali e geografiche. Personalmente condivido le preoccupazioni espresse da alcuni soprattutto perché, dopo più di 40 anni di esercizio di funzioni requirenti a Palermo, di cui circa 30 esclusivamente trascorsi a occuparmi di indagini e processi di mafia, mi sono convinto dell'irredimibilità del mafioso non collaborante.
Come ho detto, il mafioso non collaborante che esce dal carcere (anche solo per un periodo di permesso in famiglia) è vincolato dall'originario giuramento di fedeltà all'organizzazione che gli impone (pena l'essere considerato un traditore e quindi pena la morte, né più né meno come un collaboratore) di tornare a essere quello che era stato prima della carcerazione: cioè un mafioso in servizio permanente effettivo, senza alcuna possibilità di distacco o di allentamento del vecchio vincolo.
Ma credo sia necessario fare un'altra precisazione: la pena dell'ergastolo viene inflitta a fronte di un giudizio di colpevolezza per uno dei delitti ritenuti più gravi dal nostro ordinamento (omicidio, strage) e diventa ergastolo ostativo quando quel delitto è stato commesso nell'ambito di una militanza in un'organizzazione di tipo mafioso.
Quindi quando viene riconosciuto come un omicidio o come strage di mafia. Ma quasi tutti i capi delle varie componenti di Cosa Nostra attualmente all'ergastolo ostativo sono stati condannati non per un singolo episodio di omicidio o strage di mafia, ma per numerosissimi episodi.
Ci sono mafiosi detenuti che sono stati condannati per due, tre, dieci, venti o anche molti più omicidi di mafia, alcuni anche per molti omicidi e molte stragi di mafia. È chiaro che in sede esecutiva vengono chiamati alla fine a scontare un solo ergastolo, ma è altrettanto chiaro che si sono macchiati di una serie impressionante di quei gravissimi delitti per cui è previsto il massimo della pena.
Mi chiedo se sia giusto che chi ha subito numerose condanne da ergastolo possa essere trattato alla stesso modo di chi si è macchiato di un solo episodio. Se si scorrono i certificati del casellario dei più famigerati capi delle più sanguinarie famiglie di mafia ci si imbatte in numerose pagine che evocano tristemente gli omicidi e le stragi che hanno avuto come vittime esponenti delle istituzioni democratiche impegnati, con diversi ruoli, nel contrasto alle mafie.
Concepire la concessione di un qualsiasi beneficio a costoro, senza pretendere in cambio la certezza della totale rivisitazione del loro trascorso criminale, significa annullare irrimediabilmente anni di impegno e di sacrifici di tutti coloro che hanno sempre agito per annientare definitivamente le mafie nel nostro Paese.
Di fronte a un'istanza di benefici carcerari, avanzata da uno qualsiasi dei più pericolosi detenuti pluriergastolani, si dovrebbe imporre una inversione dell'onere della prova, che imponga all'interessato l'obbligo di dimostrare, con fatti e comportamenti univoci, che non sia più vincolato dal legame genetico con l'associazione e con i suoi esponenti e che abbia definitivamente reciso tutti i rapporti personali con costoro.
Solo così si potrà evitare che il singolo giudice di sorveglianza possa, con un certo margine di serenità, decidere sull'istanza senza essere costretto a basarsi, per la propria decisione, soltanto sulle relazioni degli operatori dell'Uiepe o delle forze dell'ordine o degli uffici giudiziari competenti, che troppo spesso contengono notizie e considerazioni generiche e datate e raramente offrono la reale condizione del detenuto e dell'ambiente in cui ha operato da libero. Sono convinto che imponendo al detenuto l'obbligo di documentare il proprio definitivo distacco dall'organizzazione mafiosa d'origine, ci si muoverebbe nel solco delle decisioni assunte dalle due Corti e al contempo si acquisirebbero concreti elementi di giudizio per evitare di rimettere in circolazione pericolosissimi criminali nemici giurati dello Stato.
Se dunque la questione dovrà essere risolta con un disegno di legge (come il Fatto Quotidiano attivamente sollecita), l'idea dell'inversione dell'onere della prova in capo al detenuto che chiede di accedere ai benefici carcerari possa essere presa in considerazione per trovare un equilibrio tra gli opposti interessi in gioco.
*Sostituto procuratore della Repubblica a Palermo
di Mauro Palma
Il Riformista, 8 novembre 2019
La lectio magistralis del Garante dei detenuti alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi "Roma Tre" in occasione della laurea honoris causa.
Il teatro del supplizio: potere, Stato, violenza, consenso. Giustizia? Con la volontà di comprendere con il proprio sguardo la vulnerabilità intrinseca alla restrizione della libertà, nelle sue diverse forme, chi ha il compito di tutelare e prevenire si rivolge alle tre principali ipotesi che vengono formulate all'origine di un esercizio così violento, quale è quello, appunto, di ridurre o privare della libertà un'altra persona.
di Luigi Manconi*
Il Dubbio, 8 novembre 2019
Caro Direttore, ricorro alla sua ospitalità per alcune puntualizzazioni in merito alla "vicenda Nicosia". Antonello Nicosia è stato arrestato lunedì scorso con l'accusa di associazione mafiosa perché avrebbe recapitato fuori dal carcere i messaggi provenienti da alcuni boss della mafia, con cui aveva parlato durante le visite effettuate insieme a una parlamentare, della quale era assistente.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 novembre 2019
I penalisti in audizione alla Commissione antimafia. "Abbiamo una posizione fortemente critica al 41bis per come si è evoluto. Noi comprendiamo le finalità del regime differenziato nato come misura transitoria ed eccezionale sull'onda delle stragi e che è volto a recidere ai boss mafiosi i contatti con l'organizzazione di appartenenza, ma le misure ulteriormente afflittive e l'illimitata e reiterata applicazione rischiano di mettere in discussione la natura stessa del 41bis".
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