di Alan David Scifo
Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2020
"Giovanni Falcone ci disse: noi arrestiamo i padri, voi educate i figli". È questo monito a dare la forza ai giovani scout siciliani della rete Agesci (associazione guide e scout cattolici italiani) che hanno subito due atti incendiari e un raid vandalico in tre mesi, in tre diverse sedi, una delle quali si trova in un terreno confiscato alla mafia.
Un'azione sistematica che è cominciata a Marsala, nel Trapanese e continua a Mineo e poi Ramacca, dove c'è stato l'ultimo atto intimidatorio. Porte rubate, infissi distrutti e devastazioni generali nell'immobile inaugurato 10 anni fa in un terreno confiscato alla mafia.
"Stiamo dando fastidio a qualcuno - spiega uno dei responsabili regionali dell'Agesci Sicilia, Giulio Campo - quando si pratica l'educazione, si smuovono le acque e sicuramente questo a qualcuno non piace. Noi non possiamo dire con certezza che sia stata la mafia, ma ci stiamo facendo un pensierino".
I danni, infatti, non sono opera di vandali sprovveduti, ma di gruppi d'azione ben organizzati che hanno deciso di colpire i gruppi scout siciliani con l'intento di fermarli. Le basi scout assumono infatti un significato diverso in Sicilia: i ragazzi dei gruppi cattolici sono infatti in prima fila a ogni marcia contro la mafia, soprattutto nei territori difficili, come la periferia catanese dove la criminalità è ben presente.
Il danno complessivo nelle tre basi, cui si aggiunge anche la sede di Milo, anch'essa oggetto di "visite", ammonta a circa 100 mila euro, una cifra spropositata se si pensa che per raccogliere offerte al fine di aprire la sede si sono mobilitati i ragazzi e i loro genitori.
A Mineo, altra base danneggiata, erano state le famiglie degli scout a raccogliere i soldi per la struttura che doveva essere inaugurata il 15 dicembre. Un mese prima però tutto è andato distrutto per mano di ignoti che hanno incendiato l'intera ex casa cantoniera, rendendola inagibile.
Gli scout però non si fermano: "I ragazzi non hanno paura - spiega ancora Giulio Campo - continueremo insieme a lottare con le nostre finanze anche se non è facile. Sia i giovani che noi non abbiamo voglia di mollare". L'ombra della mafia è ben presente in questa vicenda mai ragazzi di Ramacca, così come gli altri, guardano oltre: "Questo atto ci mortifica ma ci chiede anche se siamo in grado di lottare contro un sistema che vuole svilire ciò che viene creato per il bene comune - dicono Luana Barbagallo e Davide Falcone del gruppo "Ramacca 1".
Noi abbiamo investito tempo e denaro in questo luogo per renderlo simbolo di una lotta concreta alla mafia e continuiamo". E mentre le istituzioni latitano (solo dopo il terzo atto il vicepresidente alla Regione ha chiesto di incontrare i vertici) l'appoggio arriva dal mondo cattolico e da don Luigi Ciotti: "Bisogna continuare senza indietreggiare, con tenacia e con speranza - ha detto il sacerdote. La riconoscenza verso chi è stato assassinato per noi si paga portando avanti le sue idee, senza rinunciare a mordere le coscienze".
di Andrea Oleandri*
Ristretti Orizzonti, 19 gennaio 2020
"Riteniamo un grave errore quello del governo che, nel Consiglio dei Ministri tenutosi ieri, ha dato il via libera alla dotazione stabile per tutti gli appartenenti alle forze dell'ordine della pistola elettrica taser, un'arma pericolosa e potenzialmente mortale, come ci dimostra la realtà dei paesi in cui è in uso". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
La sperimentazione del taser era partita nel settembre del 2018 in dodici città su iniziativa dell'allora ministro dell'Interno Salvini. Secondo un'indagine della Reuters il taser ha provocato oltre mille morti nei soli Stati Uniti. La stessa azienda americana che la produce - la Taser International Incorporation, da cui deriva il nome dell'arma - chiamata in causa sulla potenziale pericolosità, ha dichiarato che esisterebbe un rischio di mortalità pari allo 0,25%. Ciò significa che se il taser venisse usato su 400 persone una di queste potrebbe morire.
"Nonostante il rispetto delle necessarie cautele per la salute e l'incolumità pubblica e il principio di precauzione a cui gli agenti saranno richiamati, la pericolosità di quest'arma non viene meno, soprattutto perché non è possibile sapere o stabilire se la persona cui si sta per sparare soffra o meno di cardiopatia o epilessia, due delle patologie per cui la pistola elettrica potrebbe risultare mortale" aggiunge ancora Gonnella, ricordando come anche alcuni organismi internazionali, tra cui la Corte Europea dei Diritti Dell'uomo ed il Comitato Onu per la prevenzione della tortura si siano espressi relativamente alle pericolosità di quest'arma e il rischio di abusi che l'utilizzo può comportare.
Prima della pronuncia di ieri del Consiglio dei Ministri era stato lo stesso ex Ministro Salvini - attraverso il primo decreto sicurezza - ad allargare la platea dei possibili utilizzatori di quest'arma, dando ai comuni con più di 100.000 abitanti la facoltà di dotarne gli agenti di polizia locale. Proprio per rispondere a questa proposta Antigone aveva lanciato una campagna rivolta agli amministratori locali a cui si chiedeva, attraverso l'approvazione di un ordine del giorno, di non dare seguito a questa possibilità. Un invito a cui hanno risposto i comuni di Palermo, Torino, Milano e Bergamo.
"Quello che auspichiamo e chiediamo al governo - sottolinea il presidente di Antigone - è che torni sui suoi passi, rinunciando a dotare le forze dell'ordine di quest'arma che, nella pratica quotidiana diventa un sostituto del manganello e non della classica pistola. Inoltre, speriamo che questo non sia il preludio per dare seguito alla proposta emersa nei mesi scorsi di dotare anche gli agenti di polizia penitenziaria, impegnati nel lavoro nelle carceri, di questa pericolosa arma. Se ciò accadesse - conclude Patrizio Gonnella - l'opposizione di Antigone sarebbe ferma e decisa".
*Ufficio Stampa Associazione Antigone
di Francesco M. De Sanctis*
Il Riformista, 19 gennaio 2020
Il termine garantismo circola sempre più con una sorta di specializzazione semantica che lo rivolge in maniera prevalente all'attività inquisitoria della magistratura. In realtà, quando parliamo di garantismo, dobbiamo far riferimento all'intero sistema di garanzie che offre l'ordinamento giuridico, a partire dalle "garanzie costituzionali" che lo informano in tutta la sua struttura.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 19 gennaio 2020
Da anni esponenti di ogni tendenza, da noi ma anche negli Stati Uniti, promettono che mai più, se un avversario avrà noie giudiziarie, cercheranno di approfittarne. Poi però ricadono in tentazione. È davvero molto difficile spiegare perché per Pd e Italia Viva dovrebbe essere dannoso pronunciarsi domani in Commissione a favore del rinvio a giudizio di Matteo Salvini.
La Nazione, 19 gennaio 2020
I cittadini potranno partecipare alle celebrazioni insieme ai detenuti del carcere di Porto Azzurro. Sono ripresi a pieno ritmo, dopo le soste forzate per il maltempo, i lavori di ristrutturazione della seicentesca chiesa di san Giacomo, situata nell'omonimo forte che ospita il carcere. Chiesa che, il direttore del penitenziario Francesco D'Anselmo intende riaprire all'esterno facendola tornare un importante punto di riferimento per Porto Azzurro ed i suoi abitanti.
"La chiesa - dice D'Anselmo - appartiene al paese ed è parte integrante di esso. Oltre a celebrarvi i matrimoni con l'offerta di un 'pacchetto' comprensivo del 'catering' a cura dei detenuti - spiega D'Anselmo - vogliamo riprendere la vecchia tradizione della messa domenicale alla quale, insieme ai reclusi, può assistere la popolazione. Per rafforzare il legame tra carcere e territorio, d'accordo con il sindaco Papi, intendiamo inoltre far ripartire dal Forte la processione in occasione della festa patronale di san Giacomo".
Il maltempo farà slittare di alcune settimane la conclusione dei lavori per i quali è stata prevista una spesa di circa 250 mila euro coperta per il 70% con una donazione dalla Fondazione Terzo Pilastro di Roma e per il 30% dall'amministrazione penitenziaria. "Il rifacimento del tetto - aggiunge il direttore D'Anselmo - è stato quasi completato. Si passerà agli intonaci esterni per poi iniziare i lavori nella parte interna. Contiamo di inaugurare la chiesa entro fine giugno".
di Antonio Tagliacozzi
Edizione Caserta, 19 gennaio 2020
Sono ben 19 le ditte o le associazioni di imprese che partecipano alla gara di appalto per i lavori per la realizzazione di un condotta idrica al servizio della Casa circondariale e delle due aule bunker di Santa Maria. L'importo a base d'asta è stato fissato in un milione e 400 mila euro e l'appalto sarà aggiudicato con il criterio dell'importo più conveniente. Il responsabile unico del procedimento è il tecnico comunale, Luigi D'Addio. Di queste 19 ditte nove sono state ammesse con riserva dovendo procedere alla sistemazione di alcuni dettagli relativi alla documentazione prevista dal bando.
Quindi, dopo oltre dieci anni di promesse e ritardi, qualcosa inizia a muoversi per la eliminazione della carenza idrica al carcere di massima sicurezza "Generale Uccella" che ospita 940 detenuti su una capienza massima di 833, 478 agenti di Polizia penitenziaria e circa altre cento figure professionali.
Il carcere non è senza acqua, ma non è attaccato alla rete idrica cittadina e questa "mancanza" crea qualche problema di approvvigionamento che risale alla sua costruzione e da allora si è andati avanti con pozzi artesiani, autobotti e... bottiglie di acqua minerale.
Gli uffici comunali competenti, infatti, hanno in precedenza liquidato oltre 52 mila euro ai tecnici che hanno approntato e consegnato gli atti per l'inizio dei lavori quali progettazione, relazioni geologiche, sondaggi ed altro.
La gara per l'affidamento del servizio di progettazione e di tutte le indagini connesse è stata aggiudicata al Rtp (Raggruppamento temporaneo di persone) studio tecnico Colosimo ed altri che ha offerto un ribasso, sull'importo fissato in complessivi 96mila euro e 600, del 39,25 per cento determinando l'importo netto di aggiudicazione in 58mila 684 e 50 oltre Iva e cassa Previdenza per complessivi 15 mila 774,00 euro.
È stato il primo atto concreto, questo, per la soluzione del problema che negli ultimi anni è stato più volte denunciato e al centro di vibrate proteste da parte dei detenuti e dei difensori dei loro diritti che hanno posto in essere una serie di iniziative che sono valse a smuovere la burocrazia e concretizzare tutte quelle iniziative necessarie per risolvere la questione.
Il finanziamento dei lavori per l'allacciamento alla rete idrica comunale della casa di massima sicurezza e le due aule bunker è a carico della Regione che ha stanziato i soldi con una deliberazione dell'aprile del 2016 (un milione e quattro di euro) ed ora si è passati alla fase operativa per la eliminazione del problema. Certo, ancora molto vi è da fare, siamo solo in una fase preliminare, ma le intenzioni ci sono e basta velocizzare solo le procedure per allacciare finalmente la casa circondariale ed il suo complesso alla rete idrica comunale.
caritasambrosiana.it, 19 gennaio 2020
Martedì 21 gennaio alle ore 18.00 al Museo Diocesano "Carlo Maria Martini", 20 detenuti provenienti da 9 carceri della Lombardia porteranno in scena il reading "La prima libertà. Vivere la religione in carcere". Il testo, presentato in una precedente versione due anni fa, è ricavato dagli appunti e le note che gli stessi reclusi, appartenenti a differenti confessioni, hanno elaborato dopo la lettura di un antico poema persiano "Simurgh, la conferenza degli uccelli".
Diversamente dal precedente allestimento, in questa nuova edizione i protagonisti assoluti saranno proprio i carcerati. Lo spettacolo darà voce alla loro personale reinterpretazione del racconto poetico compiuta al termine di un lungo percorso incentrato su un'apparente contradizione: vivere la libertà religiosa in un luogo che si fonda sulla limitazione della libertà.
"In realtà - osserva Ileana Montagnini, responsabile dell'area Carcere di Caritas Ambrosiana - proprio in carcere c'è chi si avvicina alla fede, chi la riscopre e anche chi la rivendica come limite invalicabile. Questi differenti atteggiamenti possono avere esiti molti diversi. Per lo più il percorso spirituale che si compie dietro le sbarre è espressione di una più generale presa di coscienza individuale dei propri limiti ed errori e quindi favorisce il processo riabilitativo. Altre volte, se questo cammino non è accompagnato, può diventare problematico in un contesto multi-religioso come è la realtà carceraria di oggi".
Il reading è la conclusione di un progetto triennale dedicato proprio alla gestione del pluralismo religioso nella carceri lombarde. Il corso ha coinvolto detenuti, agenti di polizia penitenziaria, insegnanti, cappellani e volontari dei 9 penitenziari inseriti nella sperimentazione unica in Italia, durante la quale il tema è stato affrontato sotto il profilo antropologico, sociologico-giuridico, etico-formativo, grazie agli interventi di esperti come il professore Paolo Branca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, i professori Silvio Ferrari e Daniela Milani dell'Università degli Studi di Milano ed esponenti di diverse tradizioni religiose: Hamid Roberto Distefano della Comunità Religiosa Islamica Italiana, monsignor Luca Bressan vicario episcopale della Diocesi di Milano e mons. Pier Francesco Fumagalli vice prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, il rabbino Davide Sciunnach della Comunità Ebraica di Milano.
"Attraverso questi incontri si è favorita una migliore conoscenza delle tradizioni religiose e culturali presenti negli istituti di pena del distretto lombardo, fornendo al personale carcerario strumenti per comprendere meglio la diversità delle culture e delle religioni, evitare il crearsi di resistenze o forme di pregiudizio e contrastare i fenomeni di radicalizzazione e di proselitismo aggressivo.
In questo contesto sono state anche affrontate tematiche concrete e specifiche che incidono in maniera rilevante sulla vita dei detenuti quali l'alimentazione, la preghiera, i rapporti con la famiglia", spiega la professoressa Daniela Milani, coordinatrice del progetto, che illustrerà i risultati insieme a Giovanna Longo, responsabile dell'ufficio detenuti del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia.
"Oggi quasi la metà dei detenuti nei penitenziari italiani professa altre fedi. Riconoscere effettivamente la libertà di culto ai carcerati, prevista per altro dal nostro ordinamento per legge già dal 1975, significa prendere atto della realtà e quindi evitare degenerazioni, come i fenomeni di radicalizzazione, pericolosi all'interno e fuori, nella società civile, al termine delle misure restrittive. Ci auguriamo che progetti come questo spingano le istituzioni pubbliche a fare i passi necessari per la piena attuazione delle norme", osserva Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana. Dopo il reading, introdotto da mons. Luca Bressan, i detenuti della Casa Circondariale di Monza si esibiranno in una performance di percussioni dal titolo "I ritmi dal mondo".
Il progetto Simurgh, cofinanziato dalla Fondazione Cariplo, è stato promosso dall'Università degli Studi di Milano, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Provveditorato regionale della Lombardia, dalla Comunità Ebraica di Milano, dalla Comunità Religiosa Islamica Italiana (Coreis) dalla Diocesi di Milano, dalla Caritas Ambrosiana e dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, dall'Istituto di Studi di Buddismo Tibetano di Milano Ghe Pel Ling. I laboratori formativi si sono svolti negli istituti penitenziari di Milano (il carcere di San Vittore), Pavia e Brescia (nel 2017), Como, Cremona, Vigevano (nel 2018), Opera, Monza, Bergamo (nel 2019).
Il Gazzettino, 19 gennaio 2020
Una realtà unica per presenza, costanza, affidabilità. Capace di precorrere i tempi e fungere da esempio nell'intero panorama italiano. Capace di lasciare un segno indelebile in chi si trova a vivere l'esperienza del carcere, come detenuto o come operatore.
É Ocv, l'associazione "Gruppo operatori carcerari volontari" che quest'anno celebra quarant'anni dalla fondazione. Mai data fu più propizia dal momento che lo storico traguardo cade all'esordio dell'anno in cui Padova è capitale europea del volontariato, e per festeggiare la Onlus ha pubblicato Oltre le sbarre, presentato ieri a palazzo Moroni.
Davanti a decine di volontari la presidente Ludovica Tassi ha accolto le figure più emblematiche della storia del gruppo. Ad aprire i lavori un emozionato vicesindaco: "Siete una realtà preziosa e unica, un orgoglio per la città con la vostra capacità di mettere in contatto la cittadinanza con una parte di comunità che esiste e va conosciuta, come quella del carcere - ha spiegato Lorenzoni - Grazie a voi possiamo creare una comunità matura e responsabile".
"A Padova è iniziato molto, se non tutto, ciò che riguarda il volontariato in carcere - esordiva Giovanni Tamburino, coordinatore nazionale dei magistrati di sorveglianza che per decenni ha lavorato in città - Alcuni volontari supportavano i detenuti già prima della riforma penitenziaria del 1975, specie nello studio universitario oggi fiore all'occhiello del carcere padovano con quasi cinquanta iscritti all'ateneo. Il volontariato padovano fa proprie due caratteristiche: preparazione e continuità. È un gruppo strutturato, preparato, che sa avere uno sguardo oggettivo e per questo ha saputo durare nel e integrarsi con le istituzioni".
Per Tamburino il volontariato è rappresentato da una metafora: "È il ponte sul fossato tra due città. L'elemento che segna la distinzione tra due realtà diverse ma non la loro separazione". Applicare con successo la funzione rieducativa che il carcere dovrebbe avere non è cosa semplice e proprio questo è lo scopo dei volontari Ocv.
Molteplici le iniziative in cui supportano i detenuti, dai corsi di cucina, teatro e bricolage fino alla scuola e all'università. "Un costante e invisibile esercizio di umanità che sa fungere da esempio al detenuto dimostrandogli che è possibile accogliere chi ha sbagliato, spendendo gratuitamente il proprio tempo e senza giudicare" ha ricordato Giovanni Maria Pavarin, successore a Padova di Tamburino, anticipando il presidente onorario e fondatore di Ocv Giorgio Ronconi nel ricordo dell'indimenticata Bianca Maria Bichi Vianello.
"Il volontariato si è avvicinato ai carcerati in città fin dagli anni Sessanta con l'associazione San Vincenzo, partita dagli aiuti ai vagabondi che spesso avevano patito periodi di detenzione - ha ricordato Ronconi - Dopo la nascita di Ocv nel 2003 siamo arrivati ad avere il polo universitario in carcere e oggi abbiamo oltre 70 volontari".
Inusuale per l'incredibile presenza e costanza Ocv lo è anche per Claudio Mazzeo, direttore della casa di reclusione padovana, ma il segno più profondo lo ha lasciato in Marzio Casarotto e Roberto Conacchiari, che dietro le sbarre hanno trascorso una fetta di vita.
"In quei periodi bui mi hanno fatto capire che un futuro esiste, che dovevo darmi degli obiettivi" spiega Marzio. "Non giudicano, diventano gli unici che si accorgono di bisogni piccoli, banali, ma importanti, come la data del tuo compleanno. Sono una famiglia che non ringrazierò mai abbastanza per aver dato la voglia di studiare e lavorare" gli fa eco Roberto.
liberta.it, 19 gennaio 2020
Uno spazio più bello e accogliente per ricucire le ferite emotive tra i padri detenuti in carcere e i loro figli. La stanza della casa circondariale delle Novate destinata ai colloqui coi minori verrà presto riqualificata grazie al comitato provinciale della Croce Rossa, che ieri mattina, 18 gennaio, ha donato barattoli di vernice, pennelli e altri materiali per la tinteggiatura.
A descrivere l'importanza di questa azione di solidarietà ci pensano i numeri: nel 2019, a Piacenza i locali penitenziari riservati all'incontro fra genitori e bambini hanno registrato 1.200 accessi di minori sotto ai quattordici anni d'età, a fronte di circa 510 detenuti presenti alle Novate. Attraverso il gesto dei volontari soccorritori, quindi, gli appuntamenti fra i padri carcerati e i loro figli potranno contare su un ambiente ancora più sereno e stimolante.
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 19 gennaio 2020
L'auspicio è "la formazione di un governo unico approvato dalla Camera dei rappresentanti libica". La Conferenza di pace per la Libia di oggi a Berlino si tiene sotto gli auspici dell'Unione europea e dell'Onu e con una nutrita partecipazione di Stati (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Emirati Arabi, Turchia, Congo, Italia, Egitto, Algeria, Unione Africana e Lega degli Stati Arabi), ha comunque come attori principali la Turchia e la Russia con Fayez Al Sarraj e Khalifa Haftar a muoversi come ombre nel palcoscenico della politica mondiale.
Secondo quanto ha rivelato Sergey Lavrov, ministro degli esteri russo, se fosse per i due grandi nemici le trattative non sarebbero neppure iniziate. "La cosa principale ora è che dopo la conferenza di Berlino, se tutto procede come previsto, i partiti libici non ripetano i loro errori passati e non inizino a presentare condizioni aggiuntive e incolparsi l'un l'altro. Il rapporto tra loro è molto teso, non vogliono nemmeno stare nella stessa stanza, per non parlare del parlarsi o incontrarsi", ha detto Lavrov nella conferenza stampa sui risultati delle attività della diplomazia russa nel 2019.
Alle trattative di lunedì a Mosca le 2 delegazioni libiche sono erano state ospitate in sale su piani diversi, con i mediatori russi a far da spola. Come promesso ad Angela Merkel e a Recep Erdogan, Vladimir Putin ha imposto un sì, seppur stentato, ad Haftar sulla bozza di accordo, il quale prima di volare a Berlino si è prodigato con parole di amicizia verso presidente russo: "La ringrazio - ha detto Haftar rivolto a Putin - ed esprimo il pieno sostegno all'iniziativa russa di tenere colloqui di pace a Mosca, che dovrebbe portare alla pace in Libia".
Un dettaglio non da poco quello di Mosca perché nella bozza la sede delle future trattative era stato indicato nella capitale russa ma poi era stato cancellato su insistenza di Al Sarraj. A Mosca di Haftar non preoccupano tanto le mosse tattiche (la sua decisione di chiudere i rubinetti del petrolio libico stanno rifacendo schizzare verso l'alto brent e rublo) quando la malcelata speranza di giungere alla fine a una spartizione del paese. E cioè l'ipotesi ciò l'accordo di Berlino intende mettere in soffitta. In queste ore la Tass, l'agenzia ufficiale russa, ha fatto circolare la bozza dell'accordo che si firmerà domani, giratagli con compiacenza dal ministero degli esteri, in modo tale che il gioco sia a carte scoperte e le fazioni libiche non possano fare scherzi dell'ultimo minuto.
L'accordo è basato in sei punti: "cessate il fuoco, l'attuazione di un divieto di importazione di armi in Libia, la ripresa del processo politico nel paese, il ritorno del controllo statale sull'esercito, l'attuazione di riforme economiche e l'osservanza dei diritti dell'uomo". Per attuare i sei punti i partecipanti creerebbero "un meccanismo internazionale per accompagnare le decisioni del vertice al fine di mantenere il coordinamento dopo il vertice di Berlino sotto gli auspici delle Nazioni Unite" e lo stesso accordo si afferma nel documento sarà ratificato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. La quale avrà anche l'ingrato compito di monitorare la tenuta del cessate il fuoco.
"Ci impegniamo incondizionatamente e pienamente a rispettare e applicare l'embargo sulle armi imposto dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza 1970, nonché dalle successive risoluzioni del Consiglio, inclusa la proliferazione di armi dalla Libia, e sollecitiamo i rappresentanti della comunità internazionale a fare altrettanto" si dice ancora nel documento fatto circolare dalla Tass. Il tutto condito con gli scontati appelli di rito al rispetto dei diritti umani, dovrebbe avere poi come suggello "la formazione di un governo libico unico, unito, inclusivo ed efficace, approvato dalla Camera dei rappresentanti della Libia" è scritto ancora nel documento.
Al Cremlino si dice che Putin sia convinto che non sia un programma che diventerà realtà in poco tempo, ma ci crede. Del resto il "miracolo siriano" gli dà ragione. Intanto Mosca tiene d'occhio anche l'evolvere della situazione in Iran. Quattro giorni fa l'Aeroflot - sola tra le grandi compagnie di bandiera - ha ripreso a far volare i suoi aerei su Teheran, segno di una fiducia che gli ayatollah avranno sicuramente apprezzato.
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