di Riccardo Magi*
Il Riformista, 21 gennaio 2020
Quando domenica notte, intorno alle 22.30, sono entrato nel Cpr di Gradisca d'Isonzo mi ha accolto la polizia in tenuta antisommossa: casco in testa e manganello in pugno. Le urla di alcuni ospiti superavano l'alto muro di recinzione. All'interno della struttura la tensione si poteva tagliare con il coltello, proprio come la nebbia all'esterno. Gli agenti parlavano tra loro di molto sangue in giro dovuto ai tagli che si era provocato qualcuno. Era terminata da poco un'operazione di "bonifica", con gli agenti impegnati a sottrarre il cellulare agli ospiti della "zona verde": la sezione dove era rinchiuso anche Vakhtang Enukidze, georgiano di 38 anni.
Chi si trova in un Cpr non è un detenuto, pertanto ha il diritto di tenere con sé un telefonino, tuttavia la prassi - chissà perché - vuole che venga spaccata la fotocamera degli apparecchi per impedire alle persone di usarli per fare foto o video. Quando, dunque, dopo la morte dell'ospite georgiano si è diffusa la notizia dell'esistenza di un video girato all'interno del centro e poi trapelato all'esterno, si è resa necessaria una bonifica della sezione. Il sequestro dei telefoni, unico contatto con l'esterno per molti ha accresciuto la disperazione.
Le circostanze che il 18 gennaio hanno portato alla morte di Enukidze, trasferito a Gradisca dal Cpr di Bari solo un mese prima, sono tutte da chiarire. In un primo momento le cronache l'hanno ricondotta alle conseguenze di una colluttazione con un altro giovanissimo ospite del centro avvenuta pochi giorni prima, il 14, poi sedata dall'intervento massiccio della polizia. Una versione che in tanti non hanno ritenuto convincente, puntando il dito proprio sull'operato degli agenti.
Così ho accolto l'invito dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione a recarmi a Gradisca per effettuare una visita ispettiva al centro. Non solo gli ospiti della struttura con cui ho parlato domenica notte - quando a bonifica conclusa ho potuto incontrarli - ma anche dipendenti della cooperativa che la gestisce e uno dei poliziotti presenti, hanno escluso che la colluttazione con l'altro recluso potesse aver provocato lesioni tali da causare la morte dell'uomo. Una convinzione che mi è stata ribadita ieri mattina quando, durante una seconda visita, in diversi, nella "zona verde", mi hanno descritto quell'episodio con dovizia di particolari, fornendo tutti la stessa versione.
Il 14 gennaio scorso - hanno raccontato - Vakhtang Enukidze, che in molti descrivono come una persona piuttosto agitata, aveva aggredito e malmenato un giovane uomo di origini marocchine. Ma nella rissa sarebbe stato lui ad avere la meglio sull'altro, fino a che non era intervenuta la polizia: "una decina di agenti" avrebbero placcato il georgiano, "immobilizzato e colpito ripetutamente e poi trascinato via per i piedi".
Dopo un giorno e mezzo, che, secondo le ricostruzioni, avrebbe trascorso in carcere, Vakhtang Enukidze era stato ricondotto nel Cpr ma stavolta nella "zona rossa". Qui, dalle testimonianze che ho potuto raccogliere, avrebbe vissuto la sua agonia. Piegato su se stesso con contusioni su tutto il corpo e sul viso. Così lo descrive chi ha trascorso in stanza con lui l'ultima notte: "non riusciva a stare in piedi, poi non riusciva più nemmeno a parlare, ha iniziato ad avere la bava alla bocca e durante la notte è caduto dal letto". La mattina, riferiscono i compagni di stanza, in stato di incoscienza è stato portato via in ambulanza, ma in ospedale è giunto già cadavere.
Ovviamente questa ricostruzione, estremamente grave dei fatti, è tutta da verificare. Per questo appena uscito dal Cpr sono andato in Procura per riportare ai magistrati - che stanno indagando per omicidio volontario a carico di ignoti - le informazioni e le testimonianze che ho raccolto; inclusa la telefonata - che ho potuto ascoltare e che è stata registrata - di un kosovaro rimpatriato da Gradisca subito dopo la morte di Enukidze nella quale ha raccontato l'accaduto al suo avvocato. Da quanto ho potuto apprendere, nei prossimi giorni sarebbe previsto il rimpatrio anche di altri ospiti del centro.
L'imponente apparato di sorveglianza del Cpr (inaugurato solo il 16 dicembre) con l'occhio di circa duecento telecamere puntate sui locali della struttura, potrà forse aiutare a fare luce su un episodio dai contorni oscuri. La permanenza di qualsiasi ombra di sospetto su questa morte non sarebbe tollerabile in uno Stato di diritto.
A proposito, se c'è una cosa su cui non occorre fare chiarezza, perché emerge in maniera lampante a chiunque abbia l'occasione di mettervi piede, è che in questi centri per migranti lo straniero è proprio lo Stato di diritto. Una realtà a cui non sfugge neppure una struttura nuova come quella di Gradisca, dove una sessantina di persone vivono praticamente chiuse in gabbia, come in uno zoo, senza occasioni di socialità, storditi da calmanti e psicofarmaci: in stanze gelide prive di porta, che affacciano su corridoio delimitato da sbarre e da pannelli di plexiglass che dovrebbero essere infrangibili, e che invece i migranti riescono a rompere per ricavarne le schegge con cui si feriscono. Deliberatamente.
Gli atti di autolesionismo non si contano, tutti i reclusi ne portano addosso segni. E come potrebbe essere altrimenti in un luogo senza tempo, senza orizzonte, dove il diritto è sospeso e si sconta una pena senza colpa di cui non si conosce il termine. C'è chi viene portato lì dopo essere stato in carcere; chi in carcere non c'è mai stato e aveva un lavoro, ma poi l'ha perso e con esso anche il diritto di stare sul territorio italiano e ora aspetta di essere rimpatriato. C'è chi nel nostro Paese ha trascorso molti anni e chi qui ha anche la famiglia.
I Cpr non sono carceri. Sono peggio. E non dovrebbero esistere. Fino a pochi anni fa, tra le forze politiche, quasi tutti erano giunti alla conclusione che andassero chiusi. Abbiamo ascoltato prefetti e politici di primo piano sostenerlo. E invece. Invece siamo tornati indietro. Oggi a meno di due mesi dal Cpr di Gradisca ha aperto il nuovo Cpr di Macomer.
*Deputato Radicali +Europa
di Marta Ferraro
Il Mattino, 21 gennaio 2020
Decine di detenuti considerati altamente pericoli per la società, appartenenti alla più spietata banda brasiliana di malavitosi, sono evase da una prigione paraguaiana attraverso un tunnel. Il ministro degli Interni Euclides Acevedo ha annunciato "la massima allerta della polizia nazionale e il dispiegamento dei migliori investigatori" per catturare i fuggitivi, la maggior parte dei quali appartiene al Primeiro Comando da Capital (PCC), secondo la portavoce della polizia paraguaiana Elena Andrada, citata dai media locali.
Al momento, le forze di sicurezza si sono trasferite al confine con il Brasile per tentare di rintracciare gli evasi. Andrada ha precisato che i criminali "hanno realizzato un tunnel come vediamo nei film, con illuminazione interna, che è iniziata in una delle toilette interne della prigione", che si trova nella città di Pedro Juan Caballero, non lontano dal confine con il Brasile.
Il ministro della giustizia del Paraguay, Cecilia Pérez, ha affermato che le autorità penitenziarie potrebbero essere a conoscenza del piano di fuga, poiché ci sono volute delle settimane per costruirlo.
Diversi media con riferimento al ministro Pérez hanno indicato che in totale sono fuggite 92 persone e solo uno di loro è stato arrestato. Tuttavia, sul sito web del Ministero dell'Interno del Paraguay è stato pubblicato che il numero di fuggitivi è di 75.
Acevedo ha affermato che è possibile che alcuni dei prigionieri fuggiti siano già arrivati in Brasile. In questo senso, il ministro della Giustizia e della Pubblica Sicurezza del Brasile, Sergio Moro, attraverso il suo account Twitter, ha assicurato che il paese "è disponibile per aiutare il Paraguay nella cattura di questi criminali".
In un altro tweet ha indicato che le forze di sicurezza brasiliane stanno lavorando "per impedire ai criminali sfuggiti di rientrare in Brasile". "Se tornano in Brasile, ottengono un biglietto di sola andata per la prigione federale", ha avvertito.
di Francesca Accetta *
avellinotoday.it, 20 gennaio 2020
I penitenziari italiani rappresentano lo specchio e il riflesso di una parte della comunità da non emarginare, ma da riabilitare. La Costituzione cammina fra la gente e per la gente, attraverso le gambe di chi la rappresenta in modo virtuoso. I Giudici della Corte Costituzionale hanno così deciso di uscire dall'alcova del Palazzo della Consulta per diffondere la conoscenza "della madre di tutte le norme" sulla scia dell'art. 27 Cost. e portare speranza, sollievo e coscienza a coloro che talvolta si sentono abbandonati dalla società, in cerca di una possibilità di riscatto nelle carceri italiane.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 20 gennaio 2020
Firmato il protocollo d'intesa tra l'Enel e il ministero della giustizia. La promozione del lavoro penitenziario attraverso l'istruzione e la formazione professionale dei detenuti nell'ambito del progetto "Mi riscatto per il futuro". È l'obiettivo del protocollo d'intesa che il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede e l'amministratore delegato di Enel, Francesco Starace hanno siglato il 18 dicembre scorso in via Arenula.
di Andrea Cangini*
Il Giornale, 20 gennaio 2020
Due atti parlamentari e un anniversario: il voto della giunta delle immunità del Senato sulla richiesta di autorizzazione a procedere ai danni di Matteo Salvini, il voto della Camera sull'abolizione della prescrizione, il ventennale della morte di Beffino Craxi.
di Gianpaolo Sarti
La Repubblica, 20 gennaio 2020
S'indaga per omicidio. La Procura di Gorizia si muove dopo le dichiarazioni di un testimone. Morte e proteste. Al Centro per rimpatri di Gradisca è caos. Sabato è deceduto un trentottenne georgiano detenuto nella struttura isontina.
Vakhtang Enukidze è spirato per cause misteriose all'ospedale di Gorizia: si era sentito male nella sua stanza del Cpr. Pochi giorni prima era stato protagonista di una rissa con un compagno. Gli agenti avevano placato il georgiano, lo avevano arrestato e portato in carcere.
Non è chiaro cosa sia successo durante l'intervento dei poliziotti. Poi il drammatico epilogo. La Procura ha aperto un'indagine per omicidio volontario contro ignoti.
La notizia del dramma ha innescato la ribellione dei migranti e il presidio del gruppo "No Cpr e no frontiere Fvg" all'esterno dell'edificio. Gli attivisti accusano la Polizia: "È stato ammazzato di botte dalle guardie del Cpr".
Sono giorni di tensioni altissime, lì come in altri centri: una settimana fa è morto un tunisino a Caltanissetta. Il Cpr di Gradisca è aperto da un mese, ma non si contano le proteste, le fughe, gli episodi di autolesionismo e i tentati suicidi. Ieri sono stati sequestrati i cellulari. E mentre fuori era in corso la manifestazione, dall'interno si alzava una colonna di fumo.
È atteso per oggi l'arrivo del Garante nazionale dei detenuti Mario Palma. L'indagine sulla morte del georgiano, diretta dal pm Paolo Ancora, è affidata alla Squadra mobile. "Dobbiamo accertare se il decesso è frutto di condotte dolose, colpose o preterintenzionali - osserva Massimo Lia, procuratore capo a Gorizia - oppure se è frutto di un evento patologico indipendente dall'azione di terzi".
Serve l'autopsia. In queste settimane Enukidze aveva preso parte alle ribellioni. La lite con il compagno di stanza risale invece a martedì 14: lo straniero si era scagliato su un altro migrante per cause non note. Di qui l'irruzione dei poliziotti nella stanza.
E l'arresto, con l'accusa di aggressione e resistenza a pubblico ufficiale. Non si sa come gli agenti abbiano agito. Il gruppo del "No-Cpr" ha diffuso una testimonianza audio, raccolta telefonicamente, di un altro detenuto che avrebbe assistito alla scena. Il migrante sostiene che il trentottenne georgiano è stato picchiato "da otto poliziotti".
La testimonianza è stata acquisita dagli investigatori. Dopo la rissa del 14 Enukidze è stato portato in carcere. E quindi processato per direttissima. Durante il processo presentava ferite: un'ecchimosi periorbitale e alcuni graffi.
In Tribunale "ha partecipato all'udienza, ha interloquito e ha risposto alle domande del giudice", precisa il procuratore. Due giorni dopo l'arresto, giovedì 16, Enukidze è stato trasferito nuovamente al Cpr per le procedure di espulsione. Sabato mattina si è sentito male. È deceduto poche ore dopo all'ospedale. "Prematuro fare qualsiasi tipo di affermazione", rileva il questore di Gorizia Paolo Gropuzzo. "Per mettere le manette un'azione di forza c'è stata.
Ma che l'episodio del 14 sia la causa del decesso, è un'ipotesi azzardata". Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione) segue la vicenda. "Il Cpr di Gradisca è fuori controllo", accusa. "Tensioni e violenze si sono verificate da subito".
Visita del Garante nazionale al Cpr di Gradisca di Isonzo (Comunicato stampa)
A seguito dei gravi episodi che hanno coinvolto il Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca di Isonzo e della morte di una persona ristretta nel Centro, Il Garante nazionale Mauro Palma lunedì pomeriggio visiterà il Centro insieme al Prefetto di Gorizia Massimo Marchesiello e parlerà con le persone trattenute nel Cpr. La visita sarà anche l'occasione per incontrare le Istituzioni del territorio e assumere ogni informazione circa le azioni da queste conseguentemente intraprese. La presenza del Garante nazionale vuole così assicurare che la vicenda sarà seguita in ogni suo aspetto da un organismo indipendente nella consueta ottica di rispetto dei diritti delle persone private della libertà, del sostegno di chi opera in situazioni così complesse, di rispetto della comunità locale che ha il compito di ospitare tali strutture.
recensione di Luca Lupària
sistemapenale.it, 20 gennaio 2020
"Prima lezione sulla giustizia penale", di Glauco Giostra, Laterza, 2020. In un momento storico che troppo spesso costringe gli studiosi del processo a rincorrere l'ultima riforma dell'ultima maggioranza o a tentare di sistematizzare innesti normativi sempre più improvvisati, si sentiva davvero il bisogno di una boccata di ossigeno.
Per chiamarsi fuori da quella che i comparatisti chiamano la "tirannia del dettaglio", per alzare la testa dalle minute operazioni di micro-analisi legislativa occorrono infatti interventi dal lungo sguardo e dall'ampio orizzonte, capaci di rimettere al centro i valori che stanno sopra e dietro il rito celebrato nelle nostre aule di giustizia.
Ad offrirci questo "bel respiro" in tempi di smog intellettuale è il pamphlet di Glauco Giostra, "Prima lezione sulla giustizia penale", che si inserisce nel solco di un genere letterario - quello della riflessione rivolta a una pluralità di lettori - sovente sottovalutato. Per l'erronea convinzione che il giurista non debba uscire dal proprio studiolo dorato per dialogare con linguaggio semplice anche con i cittadini comuni e per una sorta di presunzione da "circolo di iniziati" che la nostra (come ogni) comunità scientifica ha sviluppato, si tendono a ritenere di minor pregio gli scritti che abbandonano il lessico specialistico e si cimentano in un'opera divulgativa.
Niente di più fuorviante, a mio avviso: la tradizione anglo-americana, ma anche quella francese, mostra che il massimo dello stadio intellettivo e scientifico si manifesta proprio nella capacità di rendere piana e comprensibile una materia ontologicamente complessa e che l'abbassamento del grado di tecnicità può far guadagnare all'autore un angolo visuale più ampio e nitido. Non a caso scritti di siffatta natura, se vergati da studiosi autorevoli, ben si prestano ad un doppio livello di lettura, quello del cittadino comune (che prende coscienza di argomenti normalmente poco accessibili) e quello dell'esperto (che rinviene nuovi spunti e inedite prospettive in un'analisi condotta in maniera eccentrica rispetto agli standard tradizionali).
Questa duplice fruibilità si apprezza pienamente nel libro di Giostra che ottiene il prezioso - e tutt'altro che scontato - risultato di far riflettere a fondo lo studioso e di avvicinare l'uomo comune alla filosofia del rito penale, cercando di colmare quel pericoloso e sempre più marcato distacco (l'autore parla ora di "disaffezione", ora di "sfiducia") tra collettività e giurisdizione che, alla lunga, rischia di trasformarsi in una ferita dura da rimarginare per il tessuto della nostra democrazia.
In queste poche righe non si potranno ripercorrere i numerosi itinerari ermeneutici seguiti nel volume (peraltro già ben commentati in anteprima da Luigi Ferrarella: Il ponte fragile del diritto, in Corriere della Sera, 9 gennaio 2020, p. 36) che riescono a lambire quasi tutti i pilastri della disciplina del processo italiano, dal suo volto costituzionale all'architettura codicistica, dagli statuti epistemici ai canoni di dimensione etica, sino ad arrivare a tematiche di elezione dello studioso, come quelle dei rapporti tra media e accertamento penale (i condizionamenti, le deformazioni, il fenomeno della "giustizia percepita") e dei delicati bilanciamenti tra diritto di cronaca, garanzie di riservatezza e fini ineludibili dell'inchiesta penale.
Più modestamente, desidero svolgere qualche breve considerazione sul messaggio di fondo di questa "prima lezione" e sulla cifra culturale che anima i capitoli dell'Opera. Ebbene, non sfuggirà come, nel titolo, l'autore abbia voluto sostituire alla locuzione "processo penale", che gli sarebbe stata più congeniale, quella, altrimenti evocativa, di "giustizia penale". Non si tratta di una scelta meramente estetica o linguistica, ma il precipitato della sua precisa volontà di osservare il fenomeno processuale e le sue regole in un'ottica originale.
Il cuore del ragionamento di Giostra non è infatti, come ci si potrebbe aspettare, rivolto in prima battuta al rito penale in senso stretto. Per carità, la disciplina codicistica è comunque tratteggiata magistralmente e in maniera completa rispetto alle finalità del volume, ma il vero interesse dell'autore sembra diretto ad altro: alla complessiva prospettiva valoriale che avvolge (o dovrebbe avvolgere) la regolamentazione di ogni atto del processus e, soprattutto, alla dimensione umana - anzi troppo umana - del rituale giudiziario. In merito a questo secondo aspetto, nelle pagine del saggio non troviamo elogi circa le potenzialità della liturgia giudiziale, necessaria in qualsiasi società, quanto piuttosto una piena confessione sulle imperfezioni e sui limiti del giudicare.
È come se nei vari passaggi del libro intravvedessimo in controluce le debolezze degli attori della giustizia penale, a partire da un giudice non ammantato di certezze granitiche, ma tormentato dai dubbi tipici di chi si muove nel crepuscolo della probabilità più che nella luce meridiana di una verità solare irraggiungibile. Un giudice che rischia, suo malgrado, di cadere in fallacie logiche, che può essere condizionato da convinzioni personali o stereotipi e che potrebbe addirittura assumere decisioni diverse a seconda del pasto consumato. Ci sembra poi di osservare i testimoni, non già come portatori di percezioni affidabili, ma quali dichiaranti dalla memoria contaminabile e sdrucciolevole, magari oggetto di una subornazione mediatica "che li induce a rielaborare inconsapevolmente i loro ricordi alla luce degli input provenienti dai media". In qualche misura si stagliano, in questo affresco nascosto tra le pieghe della trattazione, anche l'imputato e la vittima che, ai nostri occhi, appaiono "piccoli" e - seppure diversamente - "indifesi" rispetto ad un meccanismo troppo più grande di loro, connotato da un innato, insopprimibile disequilibrio tra individuo e autorità.
Siamo allora in presenza di uno sguardo radicalmente pessimista o eccessivamente disincantato? Tutto il contrario. Esattamente partendo dalla fragilità del giudizio "dell'uomo sull'uomo" e dalle limitatezze che ci consegna la parabola storica del rito criminale Giostra fonda il suo discorso sulla giurisdizione penale. Un discorso lucidamente ottimista e strenuamente teso alla difesa del migliore strumento che conosciamo (e non sarà l'evoluzione tecnologica a farci cambiare idea...) per accertare la responsabilità dei nostri simili, di gran lunga preferibile alle drammatiche esperienze "che troppo spesso, a tutte le latitudini della storia e della geografia, prendono abusivamente il nome di giustizia".
È proprio perché giudicare appare sostanzialmente "un compito al di sopra delle nostre possibilità" che le norme del processo devono trasudare di etica e di civiltà, di autolimitazione da parte del Leviatano che ogni Stato nasconde in sé e di valori condivisi da un popolo. Un popolo che, solo se conoscerà (e condividerà) il modo attraverso cui si rende giustizia nelle aule d'udienza, sarà incline a considerare legittime le decisioni del giudice. Già, il giudice. Proprio intorno al suo ruolo e al suo statuto, ad avviso di Giostra (e come dargli torto), si misura molto della tenuta democratica e della legittimazione del processo penale: l'indipendenza della Magistratura, la sua imparzialità - accompagnata dal ripudio di commistioni politiche e di protagonismi che la allontanano "dall'alveo semantico tracciato dalla legge" - costituisce la gemma più preziosa nel forziere della giurisdizione penale.
Il volume mira ad essere una "prima lezione" idealmente rivolta a un giovane che comincia ad affacciarsi alla procedura penale. Ecco, se questi sarà consapevole che il processo assomiglia maggiormente a un malfermo "ponte tibetano" piuttosto che ad un edificio di ferro armato, se comprenderà che le regole processuali, per quanto sempre perfettibili, rappresentano il diretto corollario e l'irrinunciabile baluardo delle garanzie soggettive e dei canoni epistemologici della nostra società, solo allora potrà proficuamente iniziare a studiare commi e capoversi. Per dirla con l'autore e parafrasando un famoso aforisma, "se per comprendere la giustizia penale bastasse conoscere gli articoli del codice (...) essere stupidi non sarebbe necessario ma aiuterebbe molto".
Abbiamo bisogno, per il futuro del nostro Paese, di donne e uomini pienamente edotti di quali cruciali valori entrano in gioco nell'applicazione della giustizia penale, perché, all'occorrenza, siano pronti a difendere i capisaldi della nostra civiltà processuale dagli attacchi che ciclicamente la storia ci consegna.
di Stefano Dorigo
Italia Oggi, 20 gennaio 2020
Il giudicato formatosi in sede penale non rileva automaticamente nel giudizio tributario avente ad oggetto i medesimi fatti, a causa della diversità del regime delle prove che caratterizza i due procedimenti. Così l'ordinanza 30941 della Cassazione tributaria del 27.11.2019.
I giudici di seconde cure, preso atto della sentenza penale di assoluzione del contribuente, avevano dichiarato illegittimi gli avvisi di accertamento relativi alla stessa vicenda oggetto del primo giudizio. La Cassazione, richiamando propri precedenti, ha invece ritenuto che il principio del doppio binario impedisca la reciproca influenza tra i due procedimenti, con la conseguenza che l'esito - assolutorio o meno - di quello penale non può avere efficacia con riferimento alle contestazioni delle Entrate, ferma la libertà del giudice tributario di valutarlo liberamente.
Tale conclusione si giustifica, secondo la sentenza, con la diversità del regime delle prove nei due processi: l'inammissibilità della prova testimoniale in quello tributario e la rilevanza in esso di regole presuntive comportano l'impossibilità che una sentenza penale, emessa all'esito di un dibattimento nel quale la prova regina è quella per testimoni e non sono ammesse presunzioni, abbia effetto vincolante nel primo, pena altrimenti lo snaturamento delle regole proprie di quest'ultimo.
In questo senso, l'ordinanza valorizza, oltre al principio del doppio binario, l'art. 654 cpp, il quale nega che la sentenza penale irrevocabile di condanna o di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento abbia efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo laddove la legge civile ponga limitazioni alla prova della posizione soggettiva controversa (come per l'appunto avviene nel processo tributario).
La Cassazione precisa che tale incomunicabilità vale anche se i fatti accertati in sede penale sono gli stessi per i quali l'amministrazione finanziaria ha promosso l'accertamento nei confronti del contribuente: ciò, di fatto, legittima il giudice tributario a ricostruire in modo autonomo la fattispecie oggetto del suo giudizio. Sebbene appaia coerente con il ricordato doppio binario, tale esito deve essere valutato alla luce della giurisprudenza europea sul ne bis in idem.
L'incomunicabilità tra i due processi, che emerge dall'ordinanza, impattando sulla valutazione dei fatti può condurre a una duplicazione di sanzioni, penale e amministrativa, in assenza di qualsiasi possibilità di coordinamento tra le due. Secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo (sent. A e B c. Norvegia), viceversa, le sanzioni amministrative, quando di ammontare particolarmente elevato, hanno natura afflittiva al pari delle penali.
È il caso dell'ordinamento italiano, nel quale la sanzione amministrativa di regola è del 90% del tributo evaso. Pertanto, non è ammessa una loro duplicazione, se non nel caso in cui i procedimenti che le generano siano connessi tra di loro, nella fase di raccolta delle prove (per evitare valutazioni difformi del medesimo fatto) e nella determinazione del loro ammontare.
La posizione della Cassazione esclude in radice che un simile collegamento possa realizzarsi e pertanto ammette che si possa pervenire a una difforme valutazione della medesima vicenda e quindi a un abnorme cumulo sanzionatorio. Emerge, dunque, un contrasto tra l'assetto interno e quello sovranazionale che, in prospettiva, potrebbe dar vita ad un conflitto dal quale non è scontato che il primo possa uscire indenne.
di Giuseppe Guastella
Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2020
L'attività dell'Ufficio Portale della Sezione reati stradali. Un mese per definire ogni caso, pochi i fascicoli archiviati. Sono circa tremila i nuovi fascicoli aperti per violazioni connesse alla circolazione stradale dalla "Sezione reati stradali" della Procura di Milano in poco più di un anno di attività dell' Ufficio Portale, voluto dal procuratore Francesco Greco per velocizzare la trattazione di alcuni procedimenti che ingolfano gli uffici.
I dati in possesso della Procura dicono che la maggioranza dei casi vengono definiti immediatamente e mandati alla valutazione del giudice. Sono sei gli agenti della Polizia locale che fanno parte del pool "Reati stradali" che, sotto la guida del responsabile del Portale, il sostituto Giancarla Serafini, si occupano di lesioni personali gravi e gravissime da incidente stradale, guida in stato di ebbrezza e guida sotto l'effetto di stupefacenti. Degli omicidi stradali si occupa direttamente il pm di turno.
Dal 15 ottobre 2018, quando è entrato in funzione il Portale, al 10 gennaio 2020, ultimo dato rilevato, sono stati 2.142 i nuovi fascicoli aperti per guida sotto l'influenza dell'alcol nei confronti di altrettante persone identificate, e non può che essere così visto che si tratta di automobilisti che sono stati sottoposti al test dell'alcol dopo essere stati fermati dalle forze dell'ordine. In media quasi la totalità dei fascicoli in entrata (parte sono ancora aperti) sono stati definiti in un mese con 1.622 decreti penali di condanna,173 citazioni dirette in giudizio dovute essenzialmente a problemi relativi all'individuazione del domicilio dell'indagato che fanno scadere i termini previsti per il decreto penale, 12 decisioni di "non luogo a procedere" perché i soggetti fermati hanno superato positivamente la messa alla prova e 16 patteggiamenti di fronte al giudice. Solo per una minima parte dei fascicoli, in tutto 14, è stata chiesta l'archiviazione per questioni legate all'esecuzione del test.
Per quanto riguarda il reato di guida in stato di alterazione psicofisica per uso di sostanze stupefacenti, sono 198 i casi registrati che sono stati trattati in una media di 70 giorni, perché sono necessari test più complessi. Anche in questo caso, la maggior parte dei fascicoli sono stati definiti velocemente con la richiesta di 77 decreti penali di condanna, 14 con citazione diretta in giudizio, 2 con l'affidamento in prova e 71 con archiviazioni dovute, spiegano in Procura, essenzialmente alla difficoltà di dimostrare, come ha stabilito la Cassazione, che l'assunzione è avvenuta nell'immediatezza del fermo. Sono state 564 le indagini aperte per lesioni personali stradali gravi o gravissime, quasi tutte esaurite con giudizio ordinario in 3-4 mesi, 32 sono state archiviate e tre invece si sono chiuse con il proscioglimento degli indagati.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 20 gennaio 2020
La parlamentare e avvocato leghista: "Basta ipocrisie". "Questa maggioranza sta elaborando qualcosa di mai visto prima, un nuovo tipo di giustizia: la giustizia à la carte". Giulia Bongiorno, giurista di fama indiscussa, già ministro nel primo governo Conte, è anche la consulente giuridica più ascoltata da Matteo Salvini. Nel caso della nave Diciotti, l'allora ministro dell'Interno di slancio aveva chiesto di essere processato subito. Era stata lei a consigliargli la strategia diversa che ha portato, in quel caso, al no all'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. Ma sul caso della Gregoretti, il segretario leghista è tornato a chiedere il processo.
- Giustizia, migranti e taglio parlamentari: Casaleggio detta la linea al Pd
- Napoli. Cambio alla direzione del carcere di Poggioreale
- Pescara. Delegazione del Pd in visita al carcere di San Donato
- Reggio Calabria. Grave carenza di infermieri nel carcere di Arghillà
- Rimini. Meno psicofarmaci, basso sovraffollamento e attenzione al rapporto genitori-figli









