leccenews24.it, 9 dicembre 2019
Quello del sovraffollamento nelle carceri italiane è un problema vecchio e mai risolto. A ricordarlo sono i numeri che lasciano una fotografia allarmante, soprattutto in Puglia. Si sente spesso dire che i reati sono in calo, che si "delinque" meno, ma allora come mai il problema del sovraffollamento delle carceri italiane peggiora di anno in anno? Perché i numeri delle persone recluse continuano a salire in maniera preoccupante di mese in mese?
A confermarlo è l'Associazione Antigone che da sempre accende i riflettori sui penitenziari del Belpaese: fatiscenti, inadeguati e troppo pieni. Una vera e propria emergenza che è costata cara, carissima, all'Italia già condannata in passato dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo al pagamento di migliaia di euro di risarcimento per danni morali a favore di alcuni detenuti per trattamento inumano e degradante.
"Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni" recitava Fëdor Dostoevskij in "Delitto e Castigo" ed è questo il punto. In Italia, la situazione è preoccupante. E se il metro di misura è quello delle prigioni allora è anche un paese incivile. Dati alla mano, ben quattro istituti - Larino, Brescia, Como e Taranto - hanno un tasso di affollamento del 200%.
Tradotto, ci sono due detenuti dove dovrebbe essercene uno. Basta guardare la "scheda" dell'edificio al civico numero 1 di via Giuseppe Speziale per rendersi conto che, chiusa la porta con la libertà, si entra in un incubo. Ufficialmente la casa circondariale tarantina intitolata a Carmelo Magli può ospitare 306 persone. Ne contiene più di seicento: 619 secondo l'ultimo aggiornamento del 31 novembre.
Ma non c'è solo Taranto. In generale, solo nell'ultimo mese, il sovraffollamento segna un +0,4%. ?In questa crescita si registra il dato inverso relativamente ai detenuti stranieri che, rispetto al mese di ottobre, calano sia in termini percentuali che assoluti. Crescono, invece, le madri detenute con i loro figli con meno di tre anni: erano 49 con 52 bambini ad ottobre, sono ora 52 con i loro 56 figli.
La Puglia sul tasto "carceri" non ha mai brillato. Semmai ha conquistato sempre primati negativi. E continua a farlo. Nel tacco dello Stivale il tasso di sovraffollamento è del 166,3% con un incremento nell'anno 2019 pari al 3,4%. Se il dato più preoccupante, come detto, è quello dell'Istituto "Carmelo Magli" di Taranto che si attesta al 200% non va a meglio negli altri 10 istituti di pena della Puglia.
Nelle galere di Foggia, Brindisi e Lecce il tasso di affollamento è ben al di sopra della media regionale con percentuali rispettivamente del 171%, 172% e 174%. Nonostante l'allarme sulla crescita dei reati commessi da stranieri, va detto che questi contribuiscono in maniera contenuta all'aumento delle persone ristrette in carcere, rappresentando il 12% nelle carceri regionali.
Quello del sovraffollamento carcerario - vissuto dai detenuti come una seconda "pena", come un'ulteriore condanna che rende ancor più difficile il percorso da scontare all'interno dei penitenziari - è un problema vecchio che nessuna soluzione proposta è riuscita a risolvere. Si è parlato - come ricorda anche l'Associazione Antigone Puglia - di fare un maggiore ricorso alle misure alternative ed un minore uso dello strumento della custodia cautelare. Ma non basta.
Il Carcere dovrebbe essere considerato una strada da percorrere in vista del reinserimento sociale sul territorio. Un luogo dove scontare una pena umana e rieducativa. Per questo, le istituzioni dovrebbero intervenire per arginare le criticità e offrire quelle opportunità di cui anche i detenuti hanno diritto.
di Massimo Congiu
dirittiglobali.it, 9 dicembre 2019
Salvatore Tinto, della segreteria Regionale Campania e Metropolitana della Cgil di Napoli denuncia un alto tasso di suicidi di poliziotti penitenziari. Tra le cause, i turni massacranti e la mancanza di assistenza psicologica. Insieme a Salvatore Tinto, della segreteria Regionale Campania e Metropolitana della Cgil di Napoli, con deleghe al comparto delle Funzioni locali e della Polizia Penitenziaria, abbiamo provato ad aprire una finestra sulla realtà carceraria dal punto di vista degli agenti di Polizia penitenziaria.
Facciamo il punto sulla situazione lavorativa di questa categoria di agenti...
"È una categoria di lavoratori in piena sofferenza nel cui caso esistono, come in tutto il pubblico impiego, problemi di addetti in età avanzata e di sottorganico che certe volte risulta insostenibile perché costringe gli agenti della Polizia penitenziaria a fare dei turni massacranti, a lavorare anche continuativamente per 12 ore al giorno contro le regole vigenti in materia. Quindi capita che per garantire il servizio, queste persone tornino a casa in condizioni pietose dal punto di vista dello stress e della stanchezza fisica. Qualche dato potrà aiutare a capire la situazione: a Poggioreale ci sono 761 agenti di Polizia Penitenziaria allorché dovrebbero essere 991 in una struttura che ospita circa 500 detenuti in più rispetto alla sua capienza; nel carcere di Secondigliano ci sono 1.145 agenti; il penitenziario potrebbe ospitare al massimo 1.020 detenuti, invece ce ne sono 1.410. Quindi c'è un'eccedenza pari a circa 400 unità, mentre nel carcere di Pozzuoli mancano gli ispettori".
Come reagiscono i poliziotti penitenziari a questa situazione disagevole?
"Spesso lo stato di ansia in cui si trovano questi lavoratori sfocia nella depressione, ed in effetti dalle statistiche apprendiamo che all'interno della Polizia Penitenziaria c'è un elevato tasso di suicidi. Quando mi hanno fatto rilevare questo dato sono rimasto sconvolto. In generale il fenomeno è frequente tra le forze di polizia, tra i carabinieri e i poliziotti municipali, ma nel caso della Polizia Penitenziaria l'incidenza è maggiore; parliamo di livelli allarmanti. Niente nasce per caso, quindi ci devono essere per forza delle ragioni che sovente inducono gli agenti di custodia a commettere questo gesto estremo, e credo che queste motivazioni siano legate proprio al lavoro, al di là delle vicende personali e familiari che ognuno ha".
Più nel dettaglio?
"Consideriamo i turni massacranti, i lunghi orari di lavoro e l'ambiente che è pesante di per sé. In più, nelle carceri non c'è assistenza psicologica, manca personale di sostegno psicologico e sociale anche se è previsto sia per i detenuti che per gli agenti. Sembra quasi che anche gli appartenenti al corpo debbano scontare una pena, mentre invece svolgono un lavoro nel migliore dei modi malgrado le enormi criticità esistenti. Sul tema dei suicidi tra gli agenti di custodia cerchiamo di interessare i media, prevediamo anche di organizzare un convegno a Napoli per l'inizio dell'anno prossimo, al fine di denunciare il fenomeno con statistiche precise a livello nazionale. La speranza è che qualcosa si muova".
E qual è la situazione in termini salariali?
"Gli stipendi sono miserevoli in tutto il pubblico impiego, ma questa situazione assume una valenza ancora più impressionante nel caso delle forze di Polizia Penitenziaria. Gli agenti prendono mediamente 1.600-1.700 euro al mese per un lavoro che in altri paesi europei viene remunerato con cifre che superano i 2.000 euro. Gli straordinari non vengono remunerati regolarmente, ma con ritardi di mesi e talvolta anche di qualche anno; però chi vive in una famiglia monoreddito ed è in una situazione di bisogno si sacrifica lavorando più del dovuto".
C'è quindi necessità di arrotondare...
"Sì, e se accetto di fare 40-50 ore di straordinario andando oltre il normale orario di lavoro per arrotondare, non mi pongo il problema dell'ansia e del sacrificio che devo sostenere; penso solo che mi servono quei 200 euro in più al mese per integrare il mio stipendio miserevole. Si tratta di una situazione pesante anche perché molto spesso i colleghi della polizia penitenziaria non si ribellano e sopportano questi orari massacranti per arrivare a racimolare uno stipendio dignitoso e riuscire a sbarcare il lunario a fine mese".
Come ovviare a questi problemi?
"Lo Stato deve investire in strumenti, personale, dotazioni di sicurezza. Capita non di rado che si legga: trovata droga a Poggioreale o a Secondigliano o telefoni cellulari usati dai detenuti, ma come entrano in carcere la droga e i telefonini? I controlli dei pacchi, anche quelli spediti dai familiari, sono quasi sempre fatti a mano con grande lentezza, non c'è uno scanner, non ci sono abbastanza metal detector efficienti, non ci sono mezzi che garantiscano condizioni di sicurezza in un penitenziario per i casi prima menzionati. La situazione è esplosiva, nelle carceri la sicurezza è una meteora, il personale è al collasso. Penso poi agli agenti di Polizia penitenziaria che tornano nella loro città dopo aver fatto per 20-25 anni il giro degli istituti penitenziari italiani e vogliono riavvicinarsi alla famiglia. Spesso tornano a casa in età non più giovanile e vanno a lavorare in carceri sovraffollate senza alcuna assistenza, senza supporti di nessun tipo. Inoltre non di rado capita che gli istituti siano a corto di dotazioni anche in termini di indumenti che e sovente, sia lo stesso personale a dover comprare scarpe e vestiario con i suoi soldi. È tutto molto sconfortante e lo Stato deve decidere se far funzionare le cose o meno; vuole un regime carcerario aperto? Allora ci vogliono investimenti, diversamente si resta in una situazione di stallo".
Cosa può dirci in merito alla tutela sindacale dei poliziotti penitenziari?
"Spesso c'è una certa reticenza, da parte degli istituti di pena, a confrontarsi con il sindacato. Non è il caso di Secondigliano, ma a Poggioreale, per esempio, le relazioni sindacali sono ferme all'anno zero. In altre parole, nel principale carcere napoletano non si verificano incontri col sindacato da un anno e mezzo. Malgrado tutta una serie di sollecitazioni da parte nostra e di altre organizzazioni sindacali, non si è mai attivato realmente un tavolo di confronto anche perché esistono sindacati di comodo nel panorama delle organizzazioni autonome che agiscono con la logica del gioco a rimpiattino e praticano la tecnica del rinvio premeditato. Anche a essi si deve la situazione di stallo nel rapporto con le parti sindacali, quelle che fanno davvero gli interessi dei lavoratori. Faccio un esempio: c'è uno scambio tra uno di questi sindacati di comodo e la parte pubblica che dice: chiedetemi un rinvio, così ho un pretesto per non convocarvi; il sindacato di comodo risponde: però mi raccomando, il tale me lo devi trasferire lì, quell'altro mi deve fare un certo tipo di servizio. Quindi c'è un patto tacito ufficioso; una mano lava l'altra".
Quali sono in genere i rapporti tra il personale della Polizia Penitenziaria e detenuti? Si parla spesso di situazioni di conflitto, di violenze...
"C'è caso e caso, non si può generalizzare. Tieni conto che vedo in grossa difficoltà psicologica il personale che versa in uno stato di vulnerabilità. Non di rado succede, a livello nazionale, che i detenuti aggrediscano in modo gratuito i poliziotti penitenziari che sovente finiscono al pronto soccorso e devono ricorrere a cure mediche a seguito di queste aggressioni. Non ci sono controlli rigidi. Spesso, come ho già detto, finiscono in carcere partite di droga per uso personale o si creano traffici di questo genere nei penitenziari tra i detenuti. Capita che quando questi ultimi sono sotto l'effetto di stupefacenti perdano il controllo e diventino aggressivi, e questo mette a repentaglio non solo la sicurezza del personale ma anche quella degli altri carcerati. Allora il problema si deve affrontare alla radice. Non è possibile che entrino in carcere droga o altro. Occorre dotare le carceri di strumenti di sicurezza e di controllo come in tutti i paesi civili europei".
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2019
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 4 novembre 2019 n. 44672. È legittima l'acquisizione nel processo penale della consulenza tecnica depositata nel procedimento civile non ancora definito con sentenza passata in giudicato, attesa la sua natura di prova documentale alla luce della nozione generale di documento contenuta nell'articolo 234 del Cpp. Lo ha stabilito la Cassazione penale con la sentenza 44672/2019.
La consulenza tecnica d'ufficio - Secondo la giurisprudenza, la consulenza tecnica d'ufficio, disposta in un procedimento civile non ancora definito con sentenza passata in giudicato, può essere acquisita nel processo penale, come prova documentale, ai sensi dell'articolo 234 del Cpp.
Tale consulenza, infatti, secondo la normativa processuale-civilistica dell'istruzione probatoria, non appartiene alla categoria dei "mezzi di prova", avendo la sola finalità di "aiutare" il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze: la sua acquisizione, pertanto, non avviene secondo la disciplina dell'articolo 238, comma 2, del Cpp, che limita la possibilità di acquisizione dei verbali di prove assunte in un giudizio civile all'ipotesi in cui tale procedimento sia stato definito con sentenza passata in giudicato, giacché trattasi di disciplina che si riferisce solo ai verbali delle "prove" assunte nel giudizio civile, mentre occorre fare applicazione delle regole poste per l'assunzione della prova documentale, dovendo tale consulenza essere considerata quale documento per essere stata formata fuori del procedimento penale ed essendo rappresentativa di situazioni e di cose (sezione VI, 11 novembre 2010, Tricomi, secondo cui, quindi, correttamente il giudice penale di merito aveva ritenuto utilizzabili una consulenza tecnica d'ufficio svoltasi nel corso di un procedimento civile di separazione, pur non essendo stato tale procedimento ancora definito con sentenza passata in giudicato; più di recente, sezione III, 7 novembre 2017, Busetti).
Il Sole 24 Ore, 9 dicembre 2019
Prova penale - Perizia - Mezzo di prova - Natura "neutra" - Conseguenze. La perizia costituisce un mezzo di prova per sua natura neutro, ovvero non classificabile né "a carico" né "a discarico" dell'imputato, sottratto al potere dispositivo delle parti e rimesso essenzialmente al potere discrezionale del giudice. Dato il carattere neutro dell'accertamento peritale, rientra pertanto nella categoria della "prova decisiva". Ne consegue che il relativo provvedimento di diniego non è sanzionabile ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen. in quanto costituisce il risultato di un giudizio di fatto insindacabile in cassazione.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 21 novembre 2019 n. 47223.
Impugnazioni - Cassazione - Motivi di ricorso - Mancata assunzione di prova decisiva - Accertamento peritale - Prova decisiva - Esclusione - Conseguenze. La mancata effettuazione di un accertamento peritale (nella specie sulla capacità a testimoniare di un minore vittima di violenza sessuale) non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova "neutro", sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l'articolo citato, attraverso il richiamo all'art. 495, comma 2, cod. proc. pen., si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività.
• Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 31 agosto 2017 n. 39746.
Prove - Mezzi di prova - Perizia - In genere - Apprezzamento delle conclusioni peritali da parte del giudice - Giudizio di fatto - Incensurabilità in sede di legittimità - Condizioni - Obbligo di motivazione del dissenso del giudice rispetto alle conclusioni peritali - Sussistenza. In tema di prova, costituisce giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato, l'apprezzamento - positivo o negativo - dell'elaborato peritale e delle relative conclusioni da parte del giudice di merito, il quale, ove si discosti dalle conclusioni del perito, ha l'obbligo di motivare sulle ragioni del dissenso.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 9 ottobre 2017 n. 46432.
Perizia - Ammissione - Competenza del giudice di merito - Sindacato di legittimità - Condizioni - Limiti. La perizia per la sua natura di mezzo di prova neutro, che la sottrae alla disponibilità delle parti e la rimette alla discrezionalità del giudice, non è riconducibile al concetto di prova decisiva, con la conseguenza che il relativo provvedimento di diniego non è sanzionabile ai sensi dell'articolo 606, comma 1°, lettera d), del C.p.p. e, in quanto giudizio di fatto, se assistito da adeguata motivazione, è insindacabile in sede di legittimità, ai sensi dell'articolo 606, comma 1°, lettera e), del c.p.p.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 19 ottobre 2016 n. 44323.
Prova penale - Perizia - Procedimento penale - Concetto di prova decisiva - Giudizio di fatto - Adeguata motivazione - Art. 606 c.p.p. In merito al procedimento peritale la perizia non può farsi rientrare nel concetto della prova decisiva, giacché la sua disposizione, da parte del giudice, in quanto legata alla manifestazione di un giudizio di fatto, ove assistito da adeguata motivazione, è insindacabile ex articolo 606 c.p.p.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 3 maggio 2016 n. 18468.
palermotoday.it, 9 dicembre 2019
Reinventarsi pasticceri, fornai, operatori ecologici, sarti. Apprendere un mestiere e, magari, trovare un impiego stabile. Una prospettiva che potrà realizzarsi grazie agli otto progetti, selezionati con il Bando "E vado a lavorare" per il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti nelle regioni del Mezzogiorno. L'iniziativa, che coinvolge anche Palermo, è alla seconda edizione ed è promossa dalla Fondazione Con il Sud nell'ottica di affermare il principio del fine rieducativo della pena e con l'obiettivo di dare una reale "seconda possibilità" alle persone che si trovano in regime di detenzione ordinario e/o in regime alternativo alla detenzione.
Gli otto progetti, selezionati su un totale di 88 proposte presentate da partenariati che comprendono almeno una struttura penitenziaria e due enti del Terzo Settore, coinvolgeranno 273 detenuti (tra cui minori, Lgbt, pazienti psichiatrici) in 14 diversi istituti penitenziari e tre carceri minorili del Sud Italia. Interessati anche cinque uffici per l'esecuzione penale esterna e un ufficio servizi sociali per minori. Complessivamente gli interventi saranno sostenuti con 2,34 milioni di euro di risorse private. Sono tre i progetti in Sicilia (province di Palermo, Siracusa, Catania, Messina, Caltanissetta).
Si va dall'avvio di nuove cooperative sociali - anche su desiderio degli stessi detenuti - per la produzione e distribuzione di taralli, dolci, biscotti e altri prodotti da forno (coinvolgendo anche chef stellati); al rafforzamento di realtà imprenditoriali esistenti tra cui una lavanderia, un'impresa specializzata in prodotti da forno e catering, una sartoria sociale; all'inserimento lavorativo in un'azienda profit che lavora nel settore della raccolta dei rifiuti.
Gli interventi prevedono, inoltre, percorsi formativi finalizzati all'avvio delle attività d'impresa, servizi di supporto e accompagnamento psicologico e professionale, laboratori artigianali, consulenze legali, interventi a favore dei familiari dei detenuti e lavori di pubblica utilità. Per 146 detenuti (circa la metà di coloro che parteciperanno ai progetti) sono previsti tirocini retribuiti; 115 sono invece gli inserimenti lavorativi attesi entro il termine delle iniziative, di cui 47 con contratto a tempo indeterminato.
"Sostenendo questi progetti vogliamo sottolineare che la detenzione debba necessariamente avere un fine rieducativo, così come sancito dalla nostra Costituzione -ha sostenuto Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con il Sud- Il carcere non può e non deve essere solo il luogo in cui scontare una pena, quelle quattro mura dovrebbero rappresentare anche il punto di partenza per una nuova vita. Questo cambiamento può realizzarsi concretamente attraverso il lavoro: dà dignità, ma dà anche motivazioni e soddisfazioni per ripartire su nuove basi".
L'articolo 27 della Costituzione sancisce il principio del "finalismo rieducativo della pena", inteso come creazione dei presupposti necessari a favorire il reinserimento del condannato nella comunità, eliminando o riducendo il pericolo che, una volta in libertà, possa commettere nuovi reati. La legge di riforma dell'ordinamento penitenziario n. 354/75, e le successive modifiche, hanno dato attuazione a tale principio costituzionale, individuando e disciplinando norme, strumenti e modalità per garantire l'effettivo reinserimento sociale e lavorativo dei condannati.
Ma la situazione attuale nelle carceri italiane, fotografata dall'Associazione Antigone nel XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione, è ancora lontana dal garantire un adeguato ed efficace percorso di integrazione sociale e lavorativa.
Se da un lato il numero dei detenuti lavoratori è leggermente cresciuto negli anni - passando dai 10.902 (30,74%) del 1991, ai 18.404 (31,95%) del 2017 - dall'altro oltre l'85% dei lavoratori è alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, svolgendo spesso mansioni che non richiedono competenze specifiche e con elevate turnazioni (per permettere a più persone di lavorare). Al Sud tale situazione è ancor più accentuata: solo il 3,7% dei detenuti lavora per soggetti privati esterni. Rispetto alla possibilità di formarsi e lavorare in carcere vi sono ancora elevate possibilità di miglioramento, ma anche ostacoli da superare per poter efficacemente favorire un reinserimento dei detenuti ed evitare un aumento del rischio recidiva.
recensione di Alessia Rastelli
Corriere della Sera, 9 dicembre 2019
"Ricordo di aver visto il capo del lager buttare la pistola per terra. Era un uomo terribile, crudele, che picchiava selvaggiamente le prigioniere, e in quel momento una parte di me avrebbe voluto raccogliere la pistola e ucciderlo. Fu un istante di vertigine. Ma di colpo capii che non avrei mai potuto farlo. E da quel preciso istante fui libera. Veramente libera, perché ebbi la certezza di non essere come lui, di essere un'altra cosa".
Primo maggio 1945. Liliana Segre ha 14 anni, pesa 32 chili. Un'adolescente ridotta a scheletro dalla fame, il gelo, il lavoro schiavo nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dove era stata deportata in quanto ebrea. Le SS la trasferiscono in Germania, con altri prigionieri, per sfuggire all'avanzata dell'Armata Rossa. E la sua "marcia della morte": Liliana è sfiancata dalla febbre, le vesciche sanguinanti ai piedi, un'infezione che rischia di ucciderla.
Proprio durante quel terribile percorso, quando le SS per paura dei russi iniziano ad abbandonare le divise, le si presenta l'occasione di ammazzare il suo aguzzino. Eppure, non lo fa. Sceglie la vita. Non la vendetta, non la morte. Viene da lontano, fin dal luogo in cui il male assoluto si è rivelato ai suoi occhi ragazzini, il "no" all'odio.
E si capisce allora la straordinaria forza di oggi, a 89 anni, sotto scorta, eppure pronta - come ha spiegato in un'intervista al Corriere il 22 novembre - a guidare la Commissione contro l'odio da lei stessa proposta. "Ho passato 45 anni, dopo la guerra - ha detto la senatrice - a macerarmi nel rimorso di non riuscire a parlare. Poi a 60 anni ho trovato le parole. Per decenni ho rivissuto gli incubi del passato pur di testimoniare nelle scuole.
Oggi, grazie alla scelta di Mattarella, posso raggiungere milioni di persone. Se smettessi avrei un'esistenza più serena, ma non sarei in pace. E poi la darei vinta proprio agli odiatori". L'espulsione dalla scuola a 8 anni, l'arresto, il carcere, il lager, l'impossibilità, dopo l'orrore, di tornare alla vita normale, l'amore salvifico del marito Alfredo, la scelta di diventare una testimone, sono narrati dalla voce di Liliana Segre, raccolta da Enrico Mentana, in un libro prezioso, "La memoria rende liberi".
La vita interrotta di una bambina nella Shoah, che ora torna in una nuova edizione con testi inediti, in libreria con Rizzoli e in edicola con il Corriere della Sera. Prezioso, perché è innanzitutto un antidoto all'indifferenza: la parola che Liliana Segre ha voluto all'ingresso del Memoriale della Shoah di Milano. Quel binario 21 della Stazione Centrale da cui tra i latrati dei cani, le urla, i fischi, le spinte e i calci di zelanti fascisti, partirono i carri bestiame diretti ai campi di sterminio. Il convoglio di Liliana lasciò Milano il 3o gennaio 1944. A quel punto, ricorda lei nel libro, "non potevamo far niente. Non potevamo più neanche ammazzarci".
Tutto, osserva, "comincia da quella parola: indifferenza. Gli orrori di ieri, di oggi e di domani fioriscono all'ombra di quella parola. Quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c'è limite all'orrore. È come assistere a un naufragio da una distanza di sicurezza. Non importa quanto grande sia la nave o quante persone abbia a bordo: il mare la inghiotte e tutto torna uguale a prima".
Tra gli inediti de "La memoria rende liberi" ci sono alcuni discorsi della senatrice a vita, nominata il 19 gennaio 2018. "Si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che non sono tornati, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento", dice nel primo intervento al Senato il 5 giugno 2018. Salvarli dall'oblio, aggiunge, è anche un modo di aiutare gli italiani di oggi "a non anestetizzare le coscienze".
La memoria rende liberi è doppiamente prezioso perché restituisce anche il prima e il dopo l'inferno. Come avverte Mentana nell'Introduzione, "la memoria ormai si focalizza all'interno del perimetro di Auschwitz". Così però "la più spaventosa politica sistematica di persecuzione che il mondo abbia conosciuto perde il suo contesto".
La discriminazione degli ebrei d'Europa, prosegue il direttore del Tg La7, inizia "ben prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, non è relativizzabile a un aspetto tra gli altri dell'inumanità di quel conflitto totale. Nell'Italia fascista, e non solo in Italia, persecutori e perseguitati erano stati parte della stessa società. Eppure venne un giorno in cui i primi decisero che i secondi non avrebbero più potuto insegnare o imparare, lavorare o possedere, fare impresa o risparmiare".
Poi arrivarono, da alleati a occupanti, "gli ispiratori di quella politica di discriminazione, per trasformarla in annientamento. E in tanti italiani chiusero gli occhi, si voltarono dall'altra parte o aiutarono attivamente". Liliana Segre ha vissuto "come dalle parole dell'odio sia facile passare ai fatti". Alla marcia che si terrà domani, nella Milano che fu indifferente, hanno aderito oltre 600 sindaci per darle solidarietà e dire: "L'odio non ha futuro".
La Sicilia, 9 dicembre 2019
Sabato 14 dicembre mattina nella casa circondariale di Piazza Lanza a Catania, si terrà la manifestazione "La partita con papà", iniziativa proposta da "Bambinisenzasbarre" in collaborazione con il ministero di Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. L'evento a Catania è organizzato in collaborazione con l'associazione Officina Socialmeccanica.
La partita con papà è un'iniziativa che si svolge in tutt'Italia per sensibilizzare sul fatto che tutti i bambini sono uguali, anche i 100mila bambini che hanno la mamma o il papà in carcere e per questo vengono emarginati e stigmatizzati.
Padri, madri e figli potranno quindi condividere un momento di normalità e vicinanza nonostante la detenzione. L'evento coinvolgerà 2800 bambini e 1700 genitori, insieme agli agenti della polizia penitenziaria e agli educatori, e rappresenterà una preziosa occasione per sensibilizzare le istituzioni, i media e tutta la cittadinanza sul tema dei diritti dei figli dei carcerati e sulla lotta all'emarginazione e allo stigma a cui sono soggetti.
Questo significa anche che ci sono 100mila figli che, a causa del distacco dovuto alla detenzione, corrono un alto rischio di interrompere il legame affettivo con il proprio genitore, fondamentale strumento di protezione e prevenzione per contrastare fenomeni di abbandono scolastico, disoccupazione, disagio sociale, illegalità e detenzione. Si stima infatti che, senza un'adeguata tutela della relazione con il genitore, il 30% dei figli di detenuti sia a rischio di diventare detenuto a sua volta (Federazione dei Relais Enfants Parents, Parigi).
Bambinisenzasbarre Onlus si impegna dal 2002 per tutelare il diritto di questi bambini, sancito nella Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia, al mantenimento del rapporto con il genitore detenuto, affermando allo stesso tempo il diritto-dovere di quest'ultimo a esercitare il suo ruolo. Per questo ha creato gli Spazi Gialli, luoghi di accoglienza, ascolto, interazione e attenzione dove ogni giorno accoglie 10mila bambini che entrano in carcere per incontrare la mamma o il papà. Gli istituti penitenziari in cui è presente sono, per ora, in Lombardia, Piemonte, Toscana, Liguria, Campania, Puglia e Sicilia.
Per costruire nuovi Spazi Gialli e raggiungere così i 90mila bambini che ancora li stanno aspettando, Bambinisenzasbarre ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi "Loro non hanno colpe", attiva dall'1 al 28 dicembre 2019 con numero solidale 45594. Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari Wind Tre, Tim, Vodafone, PosteMobile, Iliad, Coop Voce, Tiscali. Sarà di 5 euro per le chiamate da rete fissa TWT, Convergenze, PosteMobile e di 5 e 10 euro da rete fissa Tim, Vodafone, Wind Tre, Fastweb e Tiscali
langheroeromonferrato.net, 9 dicembre 2019
Dal 12 al 14 dicembre spettacoli e performance teatrali, video, mostre e installazioni, incontri di approfondimento, laboratori e sessioni specifiche rivolte a ragazzi e studenti. Saluzzo ospiterà 20 compagnie teatrali con la presenza di attori-detenuti provenienti dalle carceri di tutta Italia.
Inaugura giovedì 12 dicembre, alle ore 10, presso La Castiglia di Saluzzo (piazza Castello), la VI edizione di "Destini incrociati", rassegna nazionale di teatro in carcere, che per la prima volta viene ospitata in Piemonte nel territorio della provincia di Cuneo. Il programma si svolgerà nelle giornate di giovedì 12, venerdì 13 e sabato 14 in diverse location a Saluzzo (La Castiglia, il Teatro Civico Magda Olivero, l'Antico Palazzo Comunale e la Casa di Reclusione "Morandi"), con un'incursione a Savigliano, dove è previsto un appuntamento al Teatro Milanollo.
Fulcro della rassegna sono gli spettacoli portati in scena dai gruppi di detenute e detenuti provenienti da case circondariali e di reclusione di tutta Italia - Cosenza, Palermo, Livorno, Pesaro, Saluzzo - a cui si aggiunge la performance dei pazienti della struttura Rems di Bra. Il programma propone inoltre alcuni incontri di approfondimento, percorsi di avvicinamento per gli studenti, seminari. Una speciale sezione è dedicata ad una rassegna di quindici video prodotti a partire da laboratori teatrali condotti in altrettanti istituti carcerari, compresi due contesti dell'area penale minorile. La Rassegna si colloca nell'ambito del Progetto Nazionale di Teatro in Carcere Destini Incrociati con il contributo del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo ed è promossa in rete da 22 organismi aderenti al Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, con capofila l'Associazione Teatro Aenigma. Per informazioni e prenotazioni (ingresso spettacoli 5 euro, studenti gratuito) visitare il sito internet www.vocierranti.org o telefonare al numero 340/3732192.
"Sono tanti i temi affrontati dalla VI edizione di 'Destini incrociati', che trova nel luogo che ne ospiterà il momento inaugurale, l'ex carcere La Castiglia, che da spazio di reclusione è passato ad essere spazio per attività culturali, un simbolo del ponte comunicativo tra la realtà interna e quella esterna al carcere che il progetto rappresenta - afferma Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere. Gli spettacoli sono frutto della ricerca espressiva nell'ambito di laboratori teatrali svolti negli istituti di varie città italiane. Le performance che ne sono derivate costituiscono un campione rappresentativo di una scena che esprime un nuovo slancio estetico e al tempo stesso manifesta la forza di un vissuto di valori umani comunitari sempre più rari".
In Redemption day, detenuti provenienti da Cosenza raccontano della possibilità di sconfiggere la paura e di maturare l'autostima e la consapevolezza necessarie al reinserimento e all' inizio di una vita nuova. Di seconda possibilità, di sfide e di speranza tratta anche l'atto unico Game over della Compagnia Teatro e Società di Torino, che acquista particolare significato in quanto promosso dal Fondo Musy, creato dalla moglie di Alberto Musy, Angelica, per sostenere chi in carcere ha deciso di dedicarsi agli studi universitari.
Per Radio Rems, invece, saliranno sul palco i pazienti della Rems di Bra con uno spettacolo che elabora, sotto forma di manifesto e di risa, gli spunti nati dalle attività di improvvisazione teatrale, fino ad arrivare a proporre una "radio dal di dentro per chi ascolta dal di fuori".
La malattia mentale è centrale anche nello spettacolo del Gruppo Teatrale Stranità di Genova Sintomatologia dell'esistenza. Un Dsm per medici e poeti in cui un gruppo composto da persone seguite dalle strutture per la salute mentale, volontari, operatori socio-sanitari ed alcuni attori professionisti mettono in scena uno spaccato del mondo della psichiatria visto dal suo interno, presentandone il dietro le quinte.
La rassegna sarà la prima occasione in cui le attrici detenute dell'Istituto Pagliarelli di Palermo porteranno oltre le mura carcerarie il loro lavoro: nello spettacolo In stato di grazia, liberamente ispirato al romanzo di Dacia Maraini "La lunga vita di Marianna Ucrìa", la voglia di libertà e di conoscenza a cui Marianna dà sfogo attraverso i libri diventa metafora del percorso di formazione all'espressione teatrale vissuto dentro il carcere. Anche in Errando.
Dal laboratorio al palcoscenico, performance dei detenuti del Morandi di Saluzzo, si racconta del significato e del senso più profondo che l'esperienza teatrale rappresenta per il detenuto. Infine, anche il corpo è utilizzato come strumento di rinascita e riscatto: i detenuti provenienti da Livorno, insieme con due attrici e a alcune danzatrici, portano in scena Un tuffo al cuore, in cui raccontano attraverso alcune lettere dal carcere destinate a figure femminili l'attesa, la distanza, i sentimenti e le emozioni dei reclusi. In Rugby. Corpo a corpo, invece, gli attori e le attrici del carcere di Pesaro, prendendo spunto da un inedito connubio tra il gioco del rugby e la poesia di Cesare Pavese, arrivano a immaginare il vissuto dei protagonisti come persone che si giocano i loro sogni, nel ricordo di una vita all'interno di una comunità a cui sentono di voler appartenere.
Non mancherà una sezione interamente dedicata alla proiezione di video. L'audiovisivo è infatti uno strumento indispensabile per documentare le esperienze di teatro in carcere, in grado di restituire la ricchezza, l'articolazione e la diffusione ormai capillare di questo importante settore del teatro italiano. Organizzata in due sessioni, la rassegna video proporrà esperienze legate all'attività teatrale e artistica vissute in quindici istituti penitenziari. Tra queste, due sono state realizzate nell'ambito di laboratori condotti nelle realtà minorili di Napoli e Palermo.
Sono inoltre parte del programma una serie di incontri di divulgazione aperti a tutti. Tra gli ospiti, ci saranno l'ex magistrato Elvio Fassone con la sua esperienza di corrispondenza epistolare con un giovane da lui condannato all'ergastolo, il regista italiano Diego Pileggi che lavora nel carcere polacco di Wroclaw, lo scrittore Yosuke Taki e la psichiatra Grazia Ala che condurranno una riflessione sui temi del teatro sociale e del disagio psichico nei luoghi di reclusione, Ronald Jenkins della Wesleyan University che lavora sull' "Inferno" di Dante Alighieri nelle prigioni Usa, Fra Stefano Luca che porta il teatro nelle sue missioni in contesti sociali difficili in giro per il mondo, Claudio Sarzotti dell'Università di Torino che condurrà una tavola rotonda con artisti rappresentanti delle diverse discipline che negli ultimi anni hanno lavorato nelle realtà carcerarie italiane.
Una sessione di formazione - "Ora d'aria" a cura di Marco Mucaria di Voci Erranti - sarà poi destinata in particolare a studenti e operatori teatrali. Per i ragazzi delle scuole sono stati, infine, predisposti in collaborazione con l'Associazione Agita alcuni percorsi di accompagnamento alla visione di alcuni spettacoli - "Game over" e "Rugby. Corpo a corpo" - per promuovere una fruizione consapevole e responsabile tra i più giovani.
La rassegna comprende anche una sezione dedicata alle arti visive con la "La mostra di Destini Incrociati" che presenterà, presso La Castiglia, la sezione "Le recluse: i quadri del tormento" con le opere di Gian Carlo Giordano e Marina Pepino. Sempre a La Castiglia verrà allestita l'installazione architettonica di Voci Erranti e Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri Onlus dal titolo "Itaca: progettazione che incontra il teatro in carcere".
Entrambe saranno visitabili fino al 6 gennaio durante gli orari di apertura ordinaria de La Castiglia. L'iniziativa è promossa dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e dalla Compagnia Voci Erranti, con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, del Ministero di Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, la partecipazione della Fondazione Piemonte dal Vivo e il sostegno della Compagnia di San Paolo.
lostrillonenews.it, 9 dicembre 2019
"Se ti raccontassi di..." dall'altro ieri è iniziato il percorso di educazione alla legalità e alla cittadinanza attiva in favore dei minori con provvedimenti dell'Autorità giudiziaria ospiti della comunità Kalika. Il laboratorio, che terminerà ad aprile 2020, è promosso dall'associazione Sinp - Sociologia in progress con la criminologia Maria Nimis e la sociologa Nunzia Conte, e rientra in un'importante ricerca dell'Università del Salento. Sarà svolto insieme ad alcuni studenti del quarto anno del liceo Socio-psico-pedagogico "Palumbo" di Brindisi.
Parlare di legalità è fondamentale per i ragazzi e, in uno scambio di punti di vista tra "dentro" e "fuori", percezione ruolo e importanza della giustizia, sarà poi prodotto un cortometraggio, che già si pensa, in un'ottica di rete e di apertura, di proporre all'Amministrazione comunale di Francavilla Fontana che, per la prima volta ha promosso un'intera settimana dedicata alla legalità e alla cittadinanza.
Altra novità, è stato siglato sempre l'altro ieri il protocollo di intesa tra AiMePe-Associazione nazionale mediatori penali, con la sua Presidente Cristina Ciambrone, e la Cooperativa sociale "La pietra angolare", ente gestore della Comunità Educativa Kalika. Il protocollo d'intesa apre le porte le porte ad un nuovo modo di pensare, di fare e di concepire il rapporto tra gli autori di un reato e le vittime, un incontro, a volte sofferto, ma necessario.
All'interno della cooperativa, infatti, il personale si sta formando, presso l'Accademia di Sviluppo socio educativo per acquisire il titolo di mediatore Penale. L'AiMepe sta conseguendo importanti risultati in tutta l'Italia favorendo laboratori di mediazione penale in favore di detenuti, esperienza fatta anche in Puglia.
La cooperativa La Pietra Angolare, con la sua mission di sostegno e aiuto in tutti i servizi attivi e con la vasta rete sociale già creata e che vuole ulteriormente svilupparsi, ha naturalmente aderito al protocollo di intesa, preludio anche a un modo di pensare non solo individuale, ma collettivo e improntato ad una società armonica.
Giornale di Sicilia, 9 dicembre 2019
Borse di lavoro per garantire l'inclusione sociale. Sono 30 le domande che sono arrivate al Municipio di Porto Empedocle proprio per la selezione delle borse lavoro riservate ad inoccupati e disoccupati, ex detenuti, detenuti in esecuzione penale esterna e in misure alternative e di sicurezza, famiglie di detenuti, ex tossicodipendenti, immigrati (esclusi quanti sono inseriti in centri di accoglienza), disabili anche psichici non istituzionalizzati (esclusi coloro che hanno rette anche parziale), donne vittime di violenza e ragazze madri.
Nell'ambito del piano di zona del distretto socio-sanitario Aod2 di Santa Elisabetta l'obiettivo è quello di promuovere politiche di inclusione sociale favorendo l'integrazione nel mondo del lavoro di adulti a rischio di emarginazione. Trenta appunto le istanze giunte al Comune di Porto Empedocle, con in testa il sindaco Ida Carmina che ha nominato una commissione interna chiamata ad esaminarle per formare dunque la graduatoria per l'assegno economico per servizio civico.










