La Stampa, 22 gennaio 2020
Reazioni a una lettera inviata ai giudici astigiani. La replica di Francesco Saluzzo, Procuratore generale del Piemonte. "Inaccettabile" e "gravemente intimidatoria". Così l'Anm (Associazione nazionale magistrati) del Piemonte definisce un'iniziativa attribuita alla Camera penale subalpina, che ha inoltrato a tre giudici del Tribunale di Asti una lettera con l'invito a chiedere di cambiare settore e distretto.
Ciò in seguito al caso delle scorse settimane, della sentenza letta in aula, durante un processo nal tribunale di Asti, prima che fosse data la parola all'avvocato difensore dell'imputato. La lettera risulta giunta per conoscenza al Csm, al Presidente della Corte d'Appello del Piemonte, al procuratore generale e al presidente del Tribunale di Asti.
"Una progressiva e preoccupante ingravescenza nella campagna mediatica e di delegittimazione messa in atto da parte dell'Avvocatura nei confronti dei colleghi coinvolti e dell'intera Magistratura". Inizia così la nota dell'Anm a commento dell'iniziativa della camera penale subalpina.
L'Anm osserva che la richiesta proviene da "un organo in nessun modo legittimato ad intervenire in ordine allo stato, alle valutazioni di professionalità e alla sede dei magistrati", appare "largamente esorbitante dai limiti della critica legittima" e risulta "inaccettabile, in quanto sottende valutazioni in ordine alla capacità professionale, alla compatibilità ambientale ed alla dignità personale dei colleghi coinvolti che spettano esclusivamente agli organi istituzionali preposti".
"Gravemente intimidatorie - prosegue la nota dell'Anm - risultano poi le modalità prescelte, ovvero una lettera diretta personalmente ai magistrati, nella quale si sentenzia una situazione di insanabile perdita di credibilità che sconfinerebbe nell'incompatibilità ambientale".
Solo la legge "prevede come, quando, e da parte di quale pubblica autorità, è possibile il trasferimento dei magistrati". È quanto afferma il procuratore generale del Piemonte, Francesco Saluzzo.
Un caso "grave" ma "isolato" che non ammette "misure sommarie" o "pubbliche intimazioni a singoli magistrati", aggiunge Saluzzo. "Ricordo - dice Saluzzo - che il presidente del tribunale e il procuratore di Asti hanno immediatamente segnalato l'accaduto (grave, inusitato, chi lo può negare?) al Consiglio Superiore della magistratura e alle altre autorità chiamate ad accertare e valutare le responsabilità dei magistrati".
La lettera della Camera penale del Piemonte è, secondo Saluzzo, una circostanza "destabilizzante ed estranea al perimetro istituzionale", una forma di pressione "con una dose di brutalità". "Non spetta ad alcuno, e nemmeno agli avvocati singoli o associati - scrive Saluzzo - fare pressioni sugli organi costituzionali o istituzionali ai quali è rimesso il potere della valutazione e della sanzione. Non è ammissibile che si invochino misure sommarie e neppure che si esercitino pubbliche intimazioni a singoli magistrati venendo così a creare artificiosamente situazione di debolezza ambientale e di difficoltà nell'esercizio della giurisdizione. Soprattutto a fronte di un fatto isolato, unico e per nulla indice di una diffusa tendenza alla sottovalutazione del ruolo della difesa". Saluzzo osserva che "quei magistrati hanno diritto a che il loro caso sia esaminato e trattato con la stessa serenità che i giudici riservano e garantiscono a chi è portato al loro giudizio" e che in questa circostanza "si vorrebbero negare loro quei diritti che gli avvocati per primi sempre rivendicano e per i quali si battono con tante giuste iniziative".
di Giuseppe Latorre e Guglielmo Saporito
Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2020
Consiglio di Stato - Sentenza n. 452 del 20 gennaio 2020. Un vuoto normativo rende inutilizzabili le informative antimafia nei rapporti tra privati. Non può, cioè, essere utilizzato fuori dal perimetro dei contratti con la pubblica amministrazione il documento che attesta l'esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi di una società.
La dirompente conclusione arriva dal Consiglio di Stato (sentenza 452 del 20 gennaio 2020) e, oltre a creare una gigantesca spaccatura tra contratti pubblici e privati sul fronte delle tutele, ha l'effetto di travolgere anche tutti quei protocolli di legalità che puntano a rafforzare i controlli in ambito privato.
Un'informativa che attesta il tentativo di infiltrazione - va ricordato - nel campo degli appalti pubblici porta all'esclusione dell'impresa. La pronuncia del Consiglio di Stato, invece, spiega che questo stesso principio non può essere applicato anche nel campo degli appalti privati, proprio quando la stessa committenza privata si stava orientando, attraverso i protocolli di legalità, alla selezione più stretta delle imprese.
Tutto deriva, come spiegano i giudici, "dalla doverosa applicazione di una disciplina normativa che non offre diversa lettura". Le norme vigenti (articolo 83 del Codice antimafia 159/2011, modificato nel 2018) consentono infatti di utilizzare le cautele antimafia solo nei rapporti con la pubblica amministrazione: la conseguenza è che i soggetti privati non possono chiedere alle prefetture alcuna documentazione sui rischi di condizionamento mafioso delle imprese cui intendono affidare appalti. Per i privati, resta così inutilizzabile la documentazione, delle prefetture e del casellario gestito dall'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), sulle interdittive antimafia.
Nel caso affrontato dalla sentenza, Confindustria Venezia aveva varato un protocollo di legalità, cioè uno schema tipo di contratto tra privati: chi avesse aderito a questo protocollo (pur non essendovi tenuto, in quanto impresa privata) si impegnava a chiedere, prima di stipulare contratti, informazioni antimafia alla prefettura. In questo modo, anche nei rapporti tra privati si intendeva evitare il pericolo di infiltrazione mafiosa.
L'obiettivo di questo schema era trasferire nei rapporti tra privati il sistema pubblico di controlli, basato su indagini e giudizi della magistratura penale. Ma ora il Consiglio di Stato frena questa tendenza, osservando che l'informativa antimafia può essere chiesta solo per rapporti contrattuali con pubbliche amministrazioni, e quindi non per rapporti economici tra privati. Se un privato vuole affidare l'esecuzione di lavori ad un'impresa, dovrà ora accertare in proprio, senza l'ausilio delle prefetture e dell'archivio Anac, la qualità del potenziale appaltatore.
Più nello specifico, secondo la legge i soggetti che devono acquisire la documentazione hanno tutti natura pubblica: si tratta di amministrazioni ed enti pubblici, anche costituiti in stazioni uniche appaltanti, enti e aziende vigilati dallo Stato o da altro ente pubblico e società o imprese comunque controllate dallo Stato o da altro ente pubblico, "nonché i concessionari di lavori o di servizi pubblici".
A questi vanno aggiunti i contraenti generali. Inoltre, ricorda la sentenza, questa documentazione "può essere utilizzata solo nei rapporti tra una pubblica amministrazione ed il privato e non, come nella specie, nei rapporti tra privati".
Esiste allora un vuoto nella nostra legge: mentre il tessuto economico vede espandersi i controlli antimafia, impedendo anche attività private (autorizzazioni commerciali, Scia, permessi edilizi, concessioni demaniali), la normativa antimafia non prevede nulla nei rapporti tra privati. La legge applica i controlli solo ai casi in cui il privato in odore di mafia contragga con un parte pubblica, mentre l'attività economica tra privati è completamente libera. E questo vuoto normativo non può essere colmato da un protocollo di legalità.
A questo proposito, allora, i giudici si chiedono se non sia il caso di "valutare il ritorno alla originaria formulazione del Codice antimafia, nel senso che l'informazione antimafia possa essere richiesta anche da un soggetto privato ed anche per rapporti esclusivamente tra privati".
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
I messaggi d'odio diminuiscono, anche se non abbastanza. E il razzismo è ancora il motivo alla base di tre episodi di violenza su quattro. È quello che dicono i dati diffusi ieri dall'Oscad, l'Osservatorio interforze per la sicurezza contro gli atti discriminatori.
Nel 2019 si sono registrati 969 reati che hanno a che fare con razzismo, identità di genere e disabilità, il 12,7% in meno rispetto ai 1.111 del 2018. Ma si tratta di cifre molto superiori in confronto al 2016, quando si registrarono 736 crimini. Significa che nel 2019, ogni giorno, sono stati compiuti 2,6 reati di questo genere, uno ogni 9 ore.
E la differenza è ancora più marcata se si guardano i soli dati relativi alle violenze, fisiche e verbali, che hanno a che fare con razza, etnia, nazionalità o religione: nel 2019 ne sono state segnalate 726, meno delle 801 del 2018 ma molte di più delle 494 del 2016. Sempre sul fronte razzismo si registra un aumento delle aggressioni fisiche (da 88 a 93, erano 28 nel 2o16), degli incitamenti alla violenza (da 220 a 234), degli atti di vandalismo (da 5 a 10) e delle turbative della quiete pubblica (da 49 a 91).
Il monitoraggio dei reati, spiega il vice capo della Polizia Vittorio Rizzi, sconta due problemi fondamentali: la mancanza di denunce, che determina una sottostima del fenomeno, e il mancato riconoscimento della matrice discriminatoria da parte delle forze di polizia e degli altri attori del sistema penale. "Non è più accettabile che ci siano episodi di violenza verso il diverso, banalizzare non è più possibile - ha commentato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Sono troppi e su questo dobbiamo lavorare.
Il compito della politica è rendere il paese più inclusivo e porre un freno alle contrapposizioni". Sulla stessa linea le ministre dell'Istruzione Lucia Azzolina e delle Pari Opportunità Elena Bonetti, che sottolineano la necessità di "intervenire contro il linguaggio d'odio" e di "politiche per eliminare ogni forma d'odio".
di Remigio Russo
Avvenire, 22 gennaio 2020
Un buon libro da leggere, scrivere o vedere un film. Sono occasioni non solo ricreative, servono anche a un ripensamento di sé e del proprio vissuto e intraprendere così un nuovo percorso di vita. Almeno per le donne rinchiuse nella sezione Alta Sicurezza della casa circondariale di Latina, riservata alle recluse per reati di mafia e altri gravi reati associativi e con forti limitazioni nella stessa vita carceraria rispetto ai detenuti comuni.
Lunedì pomeriggio, grazie alla disponibilità della direzione del penitenziario le recluse hanno assistito alla proiezione del film Sezione femminile, del regista Eugenio Melloni e prodotto da R2Production di Riccardo Badolato. Una pellicola sulla difficile situazione interiore delle donne finite in carcere, con le loro paure e vergogne, le relazioni con le proprie famiglie che a volte si interrompono, i nuovi rapporti "tra le sbarre", l'incertezza del futuro una volta che si uscirà dal carcere.
Insomma, un vissuto in cui ritrovarsi e da cui partire per un riscatto personale. Questo speciale evento è stato reso possibile dal gruppo della Caritas della diocesi di Latina- Terracina-Sezze-Priverno che da alcuni anni svolge il servizio di volontariato carcerario a Latina all'interno della struttura di via Aspromonte, gestendo anche uno sportello di ascolto per i detenuti.
"Questa esperienza è scaturita da un'altra iniziativa che come Caritas stiamo portando avanti nel carcere", ha spiegato Pietro Gava, coordinatore del servizio, "si tratta di un progetto con cui offriamo un laboratorio di lettura e scrittura, che al momento per esigenze organizzative la direzione del carcere ha autorizzato solo per la sezione femminile".
In sostanza, i volontari hanno voluto creare un ponte comunicativo letterario tra l'interno e l'esterno dell'istituto penitenziario per mettere in comunicazione questi due mondi apparentemente così diversi, scegliendo la lettura come attività di comprensione del mondo e favorendo allo stesso tempo la connessione con partner di ogni tipo: istituzioni, altre associazioni, librerie, editori, scuole, lettori.
di Maria Trozzi
La Notizia, 22 gennaio 2020
In Abruzzo si fanno esperimenti sui detenuti? Se lo chiede Maurizio Acerbo, segretario Rifondazione comunista, alla luce delle scelte fatte dal garante dei detenuti scelto dalla giunta sovranista di Marco Marsilio. Un'iniziativa che sembra richiamare le scene di Arancia meccanica di Stanley Kubrick, dove l'incallito criminale Alex è sottoposto a un trattamento che lo priva della reazione agli stimoli, lasciandolo indifeso.
È infatti un progetto proprio sugli stimoli quello dedicato ai detenuti del carcere di Chieti, messo a punto dal garante Gianmarco Cifaldi, docente dell'università D'Annunzio Chieti-Pescara, che ha sottoscritto un protocollo con il rettore della D'Annunzio, Sergio Caputi, e il direttore del carcere teatino, Franco Pettinelli.
Verrà effettuata una ricerca per verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta, viene spiegato in burocratese, attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto. "L'attività che si vuole portare in carcere è l'opposto di quello che è stato detto. Hanno creato un polverone", prova a giustificarsi Cifaldi. Si oppone sconcertato invece Acerbo, autore della legge che nel 2011 ha istituito, in Abruzzo, il Garante. L'ex parlamentare non nasconde incredulità e indignazione: "Potevamo avere Rita Bernardini e invece ci ritroviamo un imitatore di Lombroso".
Eletto 6 mesi fa, a maggioranza qualificata del consiglio regionale (23 consiglieri su 29, 5 schede bianche del Pd), il garante delle persone sottoposte a misure restrittive replica: "Ho attivato da quest'anno l'iscrizione ai corsi universitari per i detenuti che non pagano e ho stimolato degli incontri per far frequentare ai ristretti i corsi universitari e mandare i colleghi a fare lezione sui vari temi. Perché l'equazione virtuosa è che più sei acculturato meno delinqui. Questo a testimonianza della particolare attenzione che non è la ricerca lombrosiana, anche se l'indicazione non mi dispiace. Ringrazio Acerbo".
Un botta e risposta insomma tra il professore e il politico. "Siamo di fronte alla palese distorsione del ruolo del garante che non è quello di retribuire un professore già stipendiato dall'università per emulare Lombroso. Mi sembra una situazione evidente di conflitto d'interessi - sostiene Acerbo - si dimetta e poi presenti a un nuovo garante le sue proposte di sperimentazione".
Controbatte il professore: "A malapena mi ripago con i rimborsi, io lo faccio perché ci credo". E con gli stanziamenti in Finanziaria regionale quest'anno Cifaldi potrà disporre dei primi due assistenti. "Tra i compiti che la legge affida al garante dei detenuti non ci sono quelli di trasformarli in cavie - insiste Acerbo - i consiglieri regionali intervengano. I detenuti hanno tanti problemi, ora devono pure subire gli esperimenti del garante". Cifaldi, contattato da La Notizia, spiega che i detenuti saranno volontari. Ma i dubbi sull'esperimento sovranista restano tutti.
di Paolo Comi
Il Riformista, 22 gennaio 2020
Il caso del migrante morto nel Cpr friulano. L'allarme del vicepresidente dell'Asgi, Gianfranco Schiavone: "Gli ospiti del centro possono essere mandati via, è da scongiurare la sparizione dei reclusi che hanno accusato gli agenti".
Se si vuol fare piena luce sulla morte del 38enne georgiano Vakhtang Enukidze, avvenuta nel Centro per i rimpatri di Gradisca d'Isonzo lo scorso 18 gennaio, bisogna fare presto. C'è il pericolo che spariscano testimoni importanti per l'inchiesta che la procura di Gorizia ha aperto contro ignoti per omicidio volontario.
A lanciare l'allarme è Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Asgi (l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione) che da subito si è mobilitato per chiedere chiarezza sulla vicenda La versione circolata nelle prime ore riconduceva la morte di Enukidze alle lesioni riportate pochi giorni prima, in una rissa con un altro ospite della struttura.
Questa ricostruzione però sarebbe stata smentita dai reclusi che hanno assistito alla colluttazione e che avrebbero invece puntato il dito sull'operato degli agenti intervenuti per sedarla, come ha raccontato ieri sul Riformista il deputato radicale Riccardo Magi, che è potuto entrare nel centro per raccogliere voci e informazioni sull'accaduto.
"Non possiamo nascondere che ci siano accuse alla polizia mosse da diversi migranti non collegati tra loro, all'interno del Cpr ma anche non più presenti nel centro e quindi senza alcun interesse a entrare nella vicenda Queste testimonianze devono essere vagliate con la massima serietà, ma il presupposto è che le persone ci siano", spiega Schiavone al Riformista.
"Parliamo di un centro per rimpatri dal quale le persone possono essere mandate via. Quindi può succedere per caso, o non per caso - in modo forzato - che nell'ambito di una regolare procedura di rimpatrio si verifichi una sparizione dei testimoni".
Di un rimpatrio già avvenuto e di altri imminenti aveva parlato anche Magi nel resoconto della sua visita ispettiva. Secondo Gianfranco Schiavone, per la raccolta delle testimonianze "non ci si può affidare alla stesura del verbale di sommarie informazioni raccolte dalla polizia all'interno del Cpr", perché "ci sarebbe il rischio di intimidazioni o di pressioni fortissime" nei riguardi dei migranti. "La Procura dovrebbe valutare quali siano i testimoni più attendibili e solo per questi - dice Schiavone - si potrebbe considerare il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di giustizia, così da farli uscire dal Cpr.
Se scappano vuol dire che la loro testimonianza non è attendibile", continua, "ma prolungare il trattenimento nel centro per raccogliere le testimonianze, magari in caso di una data per il rimpatrio già fissata, rischia di essere punitivo. Le condizioni di vita nel Cpr sono di forte disagio".
E poi, osserva il vicepresidente dell'Asgi parlando con il Riformista, "il contesto non è neutrale. Nel Cpr sono presenti tutte le forze di polizia e qualsiasi operatore delle forze dell'ordine non sarebbe percepito dai reclusi come neutrale, anche se incaricato dalla Procura. Per questo le persone informate dei fatti dovrebbero essere ascoltate fuori dal Cpr e a loro dovrebbero essere assicurate le maggiori garanzie possibili perché non siano oggetto di ritorsioni.
Quasi nessuno di loro conosce l'ordinamento giudiziario italiano e provengono da Paesi non democratici, dove la distinzione tra polizia e giudici è molto labile", sottolinea Insomma, "siamo in un campo minato, la tempestività e l'accuratezza nelle raccolta delle testimonianze sono condizioni fondamentali", conclude Gianfranco Schiavone, che di tutto questo e degli ultimi sviluppi della vicenda parlerà oggi alla Camera insieme a Riccardo Magi in una conferenza stampa dal titolo emblematico: "Morte al Cpr di Gradisca: il rischio di un nuovo caso Cucchi".
Per il procuratore di Gorizia, Massimo Lia, sarà l'autopsia lo snodo fondamentale per indirizzare l'inchiesta sulla morte di Vakhtang Enukidze. "Fino a ora, su questo caso si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, ma per noi è decisivo procedere unicamente a fronte delle certezze che soltanto l'esame potrà fornire", ha dichiarato.
L'incarico è stato affidato al dottor Carlo Moreschi e l'esame è stato fissato per questa mattina, ma, fa sapere il procuratore, potrebbe slittare di qualche giorno, perché i familiari di Enukidze vorrebbero nominare un proprio consulente tecnico che possa rappresentarli durante l'autopsia e gli altri accertamenti medici, i risultati saranno disponibili in un paio di mesi.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 22 gennaio 2020
È stato scarcerato lo scorso 16 gennaio dopo aver scontato una condanna di sei mesi per bancarotta fraudolenta. Giuseppe Wierdis ha quasi 63 anni e da circa la metà ha il virus dell'Hiv. Durante il periodo di detenzione in un piano del padiglione Roma riservato ai sieropositivi del carcere di Poggioreale ha chiesto, invano, maggiore assistenza sanitaria proprio a causa delle sue condizioni di salute.
Intervistato dal Riformista, Giuseppe ha raccontato la sua esperienza in una delle prigioni più problematiche e critiche d'Italia. "Eravamo almeno 150 nel padiglione Roma dove vengono reclusi sieropositivi, diabetici, tossici. Se ti metti a visita medica - spiega - devi essere fortunato se ti chiamano dopo 15-20 giorni".
Giuseppe ha il volto provato dagli acciacchi fisici che anno dopo anno si fanno sempre più sentire. Prende le pillole che ogni mese va a ritirare lui o, su delega, i suoi familiari al Policlinico di Napoli e periodicamente si deve sottoporre a degli esami clinici per tenere sotto controllo i valori del sangue.
"In sei mesi non sono stato sottoposto ad alcun esame. Oggi, da libero, sto al 60% e avrei bisogno di una decina di giorni di ricovero per riequilibrare tutti i valori. Purtroppo nel carcere di Poggioreale hai a che fare con il 'muro di Berlino'. Puoi lamentarti quanto vuoi, serve davvero a poco, non ci sentono".
Per rafforzare questa sua convinzione racconta un episodio avvenuto nei mesi scorsi. "Se ne andò un medico, venne una nuova dottoressa e i primi giorni si rese conto della situazione. Era sconvolta, bastava guardarci in faccia per capire che stavamo male. Il terzo giorno quando la rividi sentivo soltanto dirle "lei sta così, può andare" e capii subito che avevano fatto l'iniezione anche a lei, cioè si era subito adeguata alla situazione".
Durante il suo periodo di detenzione Giuseppe ribadisce di non essere mai stato sottoposto a nessuno degli esami previsti per i malati di Hiv. "Anche il mio compagno di cella, che era lì da più tempo lamentava la stessa cosa. Nel carcere spesso non hanno tutti i farmaci e qualche volta mi davano una pillola celestina per dormire e non sentire i dolori ai piedi e alle gambe. Poi però la mattina mi svegliavo male e chiedevo agli infermieri di darmi qualche antidolorifico per evitare di riprendere questi farmaci".
All'interno del carcere Giuseppe spiega che la "moneta è il tabacco" e che nonostante la bellezza del padiglione Roma, recentemente ristrutturato, "all'interno c'è il diavolo, c'è marciume. Ci sono persone che non possono andare in bagno perché fa freddo e le porte sono danneggiate o rotte. Nelle celle però ci sono i termosifoni e si sta bene".
Poi l'elogio agli agenti della Polizia penitenziaria: "Chi viene a visitare il carcere di Poggioreale non può vedere solo dove hanno lavato a terra ma devono mostrargli tutte le criticità che ci sono. Non hanno personale a sufficienza ma ci sono agenti che si ammazzano di lavoro e sono persone che ti ascoltano e ti aiutano, voglio ringraziarli per quanto fatto".
Commenta così la vicenda Pietro Ioia, garante dei detenuti per il comune di Napoli: "La sanità è il primo problema che si deve risolvere nel carcere di Poggioreale dove ho riscontrato l'assenza dei medici parlando con detenuti e la polizia penitenziaria, già sotto organico, deve pure sostituirsi agli infermieri. Bisogna trovare un accordo proficuo con l'Asl e con i vari ospedali".
Sull'intervista-denuncia è intervenuto anche il garante dei detenuti della regione Campania Samuale Ciambriello: "Ho chiesto alla direzione sanitaria del carcere notizie sull'ex detenuto in questione, al momento sono in attesa. Voglio però ribadire una cosa - aggiunge - il garante regionale è un pubblico ufficiale ed è pronto a raccogliere tutte le denunce a tutela dei diritti dei detenuti".
Nel carcere di Poggioreale a inizio febbraio si insedierà il nuovo direttore Carlo Berdini, 52 anni, già alla guida dell'istituto di Firenze Sollicciano e attuale direttore dell'Ufficio IV - Formazione Polizia Penitenziaria della Direzione Generale della Formazione del Dap.
Berdini subentrerà a Maria Luisa Palma. "Al nuovo direttore posso fare solo i miei auguri. Non la prendesse però come una premiazione ma come una missione perché il carcere di Poggioreale è pieno di problematiche: sanità, sovraffollamento, vivono tutti male, sia polizia che detenuti".
di Guglielmo Saporito
Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2020
La distinzione tra appalti pubblici e privati per quanto riguarda il rischio di infiltrazione mafiosa è frutto del rigore adottato dal Consiglio di Stato nel decidere le liti sull'intero territorio nazionale. Le norme parlano di generici "tentativi di infiltrazione", ma sono poi i giudici a chiarire quali siano gli elementi sintomatici del condizionamento mafioso, cosa siano la contiguità, le circostanze di tempo, luogo e persone, cosa sia il concorso esterno, i rapporti di parentela, frequentazione, colleganza, amicizia, l'anomala gestione di un'impresa, l'influenza, la soggezione o la tolleranza, la composizione degli organi sociali, il peso di scissioni, fusioni, affitti di azienda, aumenti di capitale sociale ed il valzer di cariche nella gestione di società.
Mentre le condanne spettano alla magistratura penale, spetta alle prefetture ed ai giudici amministrativi la verifica della permeabilità mafiosa di un'impresa: le possibili conseguenze di tale verifica, cioè l'espulsione dal mercato dei contratti, sono poi maggiori rispetto ad una sentenza penale di condanna.
Inoltre, un conto è valutare i rapporti di parentela (sulla famiglia mafiosa, Consiglio di Stato 2/2020) o l'indagine aziendalistica sulla gestione di una società grazie alle indagini di polizia giudiziaria (Tar Milano 2480/2019), un conto è affidarsi ai normali meccanismi di gestione e controllo previsti per la società dal Dlgs 231/2001 o dalle norme di contabilità anticorruzione.
Proprio tenendo presenti i positivi risultati raggiunti attraverso sia l'espulsione dal mercato dei contratti pubblici, sia le revoche di attività in odore di mafia nel settore dell'edilizia e del commercio (Consiglio di Stato, 6057/2019 su strutture alberghiere), i giudici si rammaricano che un'identica selezione non possa avvenire tra privati. Finché i due mercati, pubblico e privato, non saranno allineati, resteranno traballanti anche le white-list, cioè gli elenchi di soggetti esenti da infiltrazioni. Resteranno anche poco significativi i rating, se ognuno delimitato dai soli fattori esaminati, senza che le informative prefettizie possano avere un peso determinante nei rapporti tra privati.
La stessa qualità di fornitore della pubblica amministrazione, che aveva faticosamente risalito la china della credibilità, diventando spendibile anche nel regime dei contratti privati grazie al filtro rappresentato dai controlli antimafia, diventa parziale. E ciò proprio mentre l'Unione europea, chiamata a pronunciarsi sull'espulsione delle imprese dal mercato degli appalti pubblici a seguito di informative antimafia, aveva riconosciuto (Corte di Giustizia del 2015, C-425/14) il filtro antimafia pienamente compatibile con il diritto europeo dei contratti pubblici.
Corriere Fiorentino, 22 gennaio 2020
Firmato un protocollo d'intesa tra Comune, Casa circondariale e Lav. L'accordo prevede che il mattatoio sarà smantellato e diventerà uno spazio attività. Un protocollo d'intesa per la chiusura del macello presente alla Gorgona salvando così dalla macellazione i 588 animali da allevamento presenti sull'isola. È stato siglato a Livorno da Comune, casa circondariale e Lav. L'accordo prevede che il mattatoio sarà smantellato e diventerà uno spazio attività. Circa 450 animali da allevamento lasceranno man a mano l'isola e la Lav assicurerà i contatti con realtà interessate a ospitarli, con il vincolo della non macellazione e della non riproduzione. Gli animali che resteranno alla Gorgona saranno invece curati dai detenuti con un programma di relazione della cattedra di Diritto Penitenziario dell'Università Bicocca di Milano, e impiegati anche nel turismo eco compatibile sull'isola.
Nel 2015 il mattatoio sull'isola riaprì dopo una chiusura temporanea e un esperimento di fattoria didattica guidata dal veterinario Marco Verdone, in cui i detenuti si prendevano cura degli animali. Contro la riapertura del macello si schierarono figure di spicco quali Susanna Tamaro, Erri De Luca e Stefano Rodotà, che scrissero al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per salvare gli agnelli, i suini e tutti gli altri animali di Gorgona.
"Ho fortemente voluto questo accordo - dice il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi- e mi sono impegnato in prima persona per portarlo a termine, anche recandomi sull'isola lo scorso giugno. Non abbiamo solo salvato la vita degli animali, ma abbiamo anche reso un servizio ai detenuti che, d'ora in poi, potranno occupare il proprio tempo in modo non violento e utile anche per il periodo successivo alla detenzione: attività con animali, agricole e programmi di turismo eco compatibile, che saranno portate avanti sull'isola".
di Federico Dagostino
comune.torino.it, 22 gennaio 2020
Il Consiglio Comunale si era pronunciato a favore della sua chiusura. Si tratta del Cpr, il Centro Permanenza Rimpatri di corso Brunelleschi. Si presenta a tutti gli effetti come luogo di detenzione, nonostante le persone private della libertà lo siano in virtù di violazioni amministrative. In particolare, si tratta di persone giunte da istituti penitenziari, dove hanno scontato una pena, o persone sprovviste di richiesta di permesso di soggiorno. Tutte in attesa di essere rimpatriate.
Questa mattina, la commissione Legalità, presieduta da Carlotta Tevere, è stata proprio dedicata ad un approfondimento sulla gestione del centro e soprattutto alla vita delle persone che lo popolano.
Il quadro lo ha delineato Monica Cristina Gallo, garante del Comune di Torino per i diritti dei detenuti, che svolge anche un ruolo di monitoraggio delle condizioni di trattenimento delle persone nel Cpr e dei casi di incompatibilità (malattie, o patologie cronico degenerative, stati psichiatrici), in accordo con i Garanti nazionale e regionale, e dei rimpatri forzati. Effettua visite periodiche non annunciate, riceve segnalazioni, si confronta con altri enti, con la Direzione del centro e con l'Ufficio immigrazione della Questura.
Il Cpr è una struttura chiusa con limitazioni di libertà e di circolazione che vede solo presenze maschili che dovrebbero essere trattenute solo per l'identificazione con l'obiettivo dell'allontanamento. La Garante ha sottolineato come non siano previsti percorsi rieducativi né attività di alcun genere.
Il cosiddetto Decreto Sicurezza, introdotto nel 2018, prevede tempi di "detenzione" fino a 180 giorni; per i richiedenti protezione internazionale massimo 12 mesi. I Cpr in Italia sono aumentati da 4 a fine 2017 a 7 a settembre dello scorso anno. I posti sono raddoppiati, da 452 a 890. Nello stesso tempo, però, c'è stata una riduzione significativa dei servizi alla persona, a partire da quelli sanitari: il personale medico ha visto una riduzioni di ore di oltre il 70%, l'assistenza legale del 55%, le ore di insegnamento di una lingua addirittura del 100%.
Il Cpr di corso Brunelleschi ha una capienza massima di 180 persone. A novembre 2019 gli ospiti erano 142, attualmente sono 78. Ci sono stati 32 trasferimenti in altri Cpr, 12 arresti e 21 rimpatri. Molti di questi provvedimenti legati agli incendi e alle rivolte che ci sono state negli ultimi sei mesi. Non sono mancati scioperi della fame ed episodi di autolesionismo finalizzati a denunciare le condizioni precarie di vita.
Recentemente, anche i cellulari sono stati sequestrati per evitare il collegamento con altri Cpr e la possibilità di organizzare rivolte simultanee.
La garante ha quindi illustrato le raccomandazioni finalizzate al miglioramento della vita all'interno del Centro, tra le quali l'organizzazione di attività ricreative (con il coinvolgimento anche di soggetti esterni), l'utilizzo del centro sportivo o la possibilità di accendere e spegnere la luce in modo autonomo e non centralizzato.
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