di Andrea Aversa
vocedinapoli.it, 12 dicembre 2019
Il parere del Garante per i detenuti della regione Campania Ciambriello e del responsabile dell'Asl penitenziaria Acampora. Il provvedimento che avrebbe potuto rappresentare una svolta per la gestione della sanità penitenziaria c'è stato nel 2008.
Quell'anno fu varata una riforma che affidò le competenze in materia dal Ministero della Giustizia alle Asl territoriali. Con questa disposizione venne sancito un principio già reso legittimo dalla nostra Costituzione (articolo 32): a tutti i cittadini va garantito il diritto alla salute. Dunque, questo vale anche per i detenuti.
Abbiamo parlato di questo delicato argomento con il Garante per i diritti dei detenuti della regione Campania, Samuele Ciambriello. L'occasione c'è stata dopo il caso che VocediNapoli.it ha sollevato in merito alla vicenda del detenuto Antonio A., ora recluso a Caltanissetta e che da mesi è in attesa di una visita che dovrebbe accertare o meno l'esistenza di un linfonodo alla gola.
Per Ciambriello vi sono diversi aspetti che esprimono il drammatico contesto della sanità in carcere: criticità operative, carenza di risorse e personale e la non-informatizzazione delle cartelle cliniche dei detenuti. "Oggi un carcerato deve aspettare da 6 mesi ad un anno per fare una visita - ci ha detto Ciambriello - ma può capitare che quando arriva il grande giorno non siano disponibili gli agenti penitenziari che devono scortare il detenuto. Così la visita salta di nuovo".
Ha affermato il Garante dei detenuti, "è assurdo che alle soglie del 2020 solo il carcere di Arienzo possegga un data base con i dati sanitari del detenuto. Per non parlare dei gravi disagi che devono sopportare i detenuti disabili. Per loro non esistono neanche strutture detentive adeguate".
"Il problema è relativo all'intero sistema-carcere. Un luogo caratterizzato dal sovraffollamento e dalla sofferenza. Un posto poco attrattivo: dico solo che c'è stato un bando - ha dichiarato Ciambriello - per assumere a tempo indeterminato alcuni psichiatri presso il penitenziario di Avellino. Non si è presentato nessuno".
"Per una popolazione carceraria composta da 7.800 detenuti - ha proseguito Ciambriello - sono disponibili solo 36 posti negli ospedali. In Campania lo scenario è questo: a Benevento il San Pio non ha un reparto detentivo. A Caserta c'è solo a Sessa Aurunca. A Napoli c'è un padiglione allestito ad hoc al Cardarelli e uno spazio al Cotugno per le malattie infettive. Altre volte la disponibilità, per soli tre posti, è giunta dal San Paolo".
Continua l'elenco fatto dal Garante in merito ai dati che dipingono questo scenario: "Il 25% dei detenuti sono tossicodipendenti e questo può aumentare il rischio del contagio di malattie infettive, pericolo già esistente a causa del sovraffollamento".
Secondo Ciambriello c'è un altro fenomeno degno di nota, quello dei detenuti esterni che sono ben, "7.660 di cui 3mila ai domiciliari. Di questi 300 sono tossici. Per quanto mi riguarda sarebbe il caso di rendere più facile per loro la possibilità di accedere alle cure. Consideriamo anche che nell'ultimo anno sono stati registrati 3 suicidi da parte dei detenuti malati che sono agli arresti domiciliari. Ad essere agevolati potrebbero essere anche quei detenuti condannati per pene minori e che stanno per finire di scontare la loro pena".
Ma non tutto è da buttare, anzi sono stati già fatti molti passi avanti. "L'Asl, grazie al lavoro del Direttore generale Ciro Verdoliva ha avviato iniziative molto interessanti. Innanzitutto gli esponenti dell'azienda sanitaria hanno visitato le carceri rendendosi conto della tragica realtà nel quale vive l'intera comunità penitenziaria. Poi, a Poggioreale, sono stati garantiti 22 medici specialisti che a turno, come all'Asl, fanno visite mediche ai detenuti.
Sono stati forniti defribillatori e tra un po' arriverà la macchina per la dialisi. Il passo successivo è quello di sviluppare una reta con l'esterno e di stabilizzare gli operatori socio-sanitari dentro le carceri".
Proprio in merito al lavoro svolto dall'Asl, VocediNapoli.it ha contattato il Dottor Lorenzo Acampora responsabile della sanità penitenziaria regionale. Secondo lui il problema è di natura strutturale: "Le carceri sono spesso edifici fatiscenti dove è impossibile allestire reparti sanitari. Un esempio è proprio Poggioreale.
E i finanziamenti per l'edilizia penitenziaria ci sono ma hanno validità triennale. Poi c'è il discorso delle tempistiche necessarie per poter fare le visite mediche, che spesso si allungano per due motivi: uno è relativo alla priorità che il sistema dà alle procedure giudiziarie rispetto a quelle sanitarie. Il secondo riguarda la volontà di molti detenuti di non farsi visitare affinché le proprie condizioni di salute peggiorino in modo da poter accedere a determinati benefici. Consideriamo che un recluso ha in media, all'anno, più prescrizioni mediche di un comune cittadino".
Acampora ha confermato i grandi passi avanti fatti dall'azienda sanitaria: "Abbiamo fatto in modo di fornire macchinari e attrezzature. Abbiamo dato la disponibilità ai detenuti di poter fare tutte le possibili visite specialistiche: ben 22. Questo ci ha permesso, oltre di garantire il diritto alla salute per i detenuti, anche di diminuire i tempi di attesa per le visite". Poi è arrivato il momento dei numeri.
"Noi, come Asl Napoli 1, abbiamo la gestione del carcere di Secondigliano, di Poggioreale, di Nisida e di quello psichiatrico dei Colli Aminei che è un centro di prima accoglienza per i minori. Solo i primi due penitenziari hanno un centro clinico. Le principali patologie che sono riscontrate tra i detenuti, sono di natura metabolica a causa dello scarso movimento fisico da parte dei reclusi. Poi impazzano diabete e colesterolo, malattie causate da una pessima alimentazione. Infine sono molto frequenti le bronchiti figlie dei capponi di fumo che si creano quando in un piccolo spazio fumano molti carcerati".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 12 dicembre 2019
Quest'anno il Festival delle Arti Recluse, organizzato da Artiviamoci ad Alessandria dal 6 al 15 dicembre 2019, propone non solo mostre ma anche spettacoli teatrali, concerti, laboratori di scrittura e corsi di formazione. L'iniziativa, nata con l'intento di presentare alla città le opere realizzate dai detenuti ma, già a questa seconda edizione si è arricchita di una serie di eventi in tema di risocializzazione delle persone detenute, prevenzione ed educazione alla legalità.
Tra i lavori esposti Palazzo Cutica 43 risvegli dall'ombra del laboratorio fotografico di Mara Mayer, Physis realizzata dalla Bottega di pittura di Pietro Sacchi, Mario Rossi e Luca Cavalca per la casa Funeraria Bagliano, Domandone del laboratorio di Massimo Orsi, opera ispirata alle "domandine", i moduli cartacei che in carcere sono utilizzati dai detenuti per inoltrare ogni genere di richiesta.
Hanno trovato posto invece nel corridoio dell'Ospedaletto Infantile di Alessandria due tele dedicate a Pinocchio realizzate dalla Bottega di pittura di Pietro Sacchi che vanno ad aggiungersi alle cinque tele che i detenuti hanno realizzato e voluto regalare nel 2018 ai bambini ricoverati e alle loro famiglie.
In programma per oggi all'Università di Alessandria il "Il dialogo e le sue interpretazioni" convegno sui percorsi di risocializzazione e sulle opportunità alternative alla pena. In calendario per venerdì 13 le presentazioni, da parte degli autori, del Sogno di Cora di Emanuela Nava e di La mattina dopo di Mario Calabresi, il corso di formazione per i docenti "La specificità e distintività della scuola in carcere" a cura del Cesp, Centro studi per la scuola pubblica e, in conclusione, una cena conviviale presso la Ristorazione Sociale. Il Festival delle Arti Recluse, realizzato in collaborazione con gli Istituti penitenziari di Alessandria e l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, ha coinvolto associazioni realtà culturali per un totale di 80 persone che hanno collaborato a titolo completamente volontario.
di Giordano Stabile
La Stampa, 12 dicembre 2019
Sono 250 in tutto il mondo, la maggior parte in Medio Oriente. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha calcolato che quest'anno è la Cina al primo posto fra i Paesi con più reporter incarcerati, con almeno 48, in aumento rispetto allo scorso anno. Segue la Turchia con 47, ma in deciso calo rispetto ai 68 del 2018.
In questa classifica negativa al terzo posto arrivano Arabia Saudita ed Egitto, entrambi con 26 giornalisti in prigione. In totale, almeno 250 reporter sono incarcerati in tutto il mondo a causa della loro professione. Un anno fa il Cpj aveva documentato 255 casi. Il numero rimane vicino ai 273 prigionieri registrati nel 2016, il record da quando viene pubblicata la statistica.
La Turchia ha guidato la classifica negli ultimi quattro anni, prima del forte calo nel corso del 2019, un miglioramento che però secondo la Ong non riflette "il successo degli sforzi del governo del presidente Recep Tayyip Erdogan per porre fine al giornalismo indipendente e critico". Se il Medio Oriente resta la regione critica, la situazione è in peggioramento in Cina. L'aumento dei reporter incarcerati è legato soprattutto alla repressione in corso nello Xinjiang, la regione autonoma dove vive la minoranza turcofona e musulmana degli uiguri.
Secondo il Cpj "il numero dei giornalisti arrestati è aumentato costantemente sotto la presidenza di Xi Jinping e il consolidamento del suo potere nel Paese", mentre la repressione nello Xinjiang "ha portato all'arresto di decine di reporter". Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, ha replicato che "le istituzioni con sede negli Stati Uniti non hanno credibilità" e che la Cina "è un Paese basato sulla stato di diritto, dove nessuno è al di sopra della legge".
Fra gli altri Paesi dove la libertà di stampa è limitata ci sono l'Eritrea, con 16 giornalisti imprigionati, poi il Vietnam, 12, l'Iran, 11. Il rapporto sottolinea come "autoritarismo, instabilità, proteste" hanno portato a un aumento degli arresti in Medio Oriente. Dei 250 reporter in carcere, "l'8 per cento sono donne", in calo dal 13 per cento dello scorso anno. La maggior parte sono stati arrestati per i loro articoli su temi come "diritti umani e corruzione". Il rapporto non include però i reporter sequestrati da entità non statali, come milizie e gruppi terroristici.
Il Tirreno, 12 dicembre 2019
Una ludoteca destinata ad accogliere i minori che accedono al carcere di Livorno per far visita a genitori o parenti detenuti. L'iniziativa è stata presentata mercoledì 11 dicembre da Telefono Azzurro e della Casa circondariale di Livorno. La ludoteca, realizzata nel 2018 grazie alla collaborazione di Ikea Pisa, ha lo scopo di facilitare il ricongiungimento familiare, creando spazi ludici dove i detenuti possono intrattenersi con i loro parenti più piccoli.
L'iniziativa rientra nel progetto "Bambini e carcere" promosso da Telefono Azzurro nelle carceri di tutta Italia e a Livorno vede impegnato un gruppo di volontari opportunamente formati e periodicamente aggiornati, di età compresa tra i 18 e i 75 anni, che presta il proprio servizio due sabato al mese, oltre a prendere parte alle iniziative organizzate all'interno dell'istituto per la cura e il sostegno alla genitorialità.
Nel terzo trimestre del 2019, spiega una nota, i volontari hanno accolto in ludoteca minori dai cinque mesi ai 13 anni e, grazie ai rapporti con la direzione dell'istituto, con l'area educativa e con il personale di polizia penitenziaria, è stato possibile organizzare momenti ludici anche per i detenuti della sezione "Alta sicurezza".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 12 dicembre 2019
Di ritorno da una missione di ricerca in Camerun, Amnesty International ha pubblicato una durissima denuncia nei confronti del gruppo armato islamista Boko haram, che negli ultimi anni ha sempre più esteso oltreconfine, dalla Nigeria, le sue sanguinose azioni. Nei primi 11 mesi dell'anno, si legge nel rapporto dell'organizzazione per i diritti umani, Boko haram ha ucciso almeno 275 persone nel nord del paese. In altre parole, 25 al mese. Di queste, almeno 225 erano civili del tutto estranei al conflitto in corso da anni tra il gruppo armato e le forze di sicurezza camerunensi.
Meno male che, il 9 gennaio, il presidente Paul Biya aveva proclamato che Boko haram era stato "cacciato via" e costituiva oramai solo una "minaccia residuale". Nei mesi a seguire, la "minaccia residuale" ha razziato e incendiato case private e centri sanitari, ha ucciso un anziano non vedente e ha mozzato le orecchie a tre donne perché i loro mariti erano sfuggiti alla cattura.
Il rapporto di Amnesty International segnala anche casi di civili di religione non musulmana costretti, dietro minacce di morte, a convertirsi all'Islam, unica garanzia - dicevano quelli di Boko karam - che i loro villaggi sarebbero rimasti in pace. È più che comprensibile che i sopravvissuti e i parenti delle vittime incontrati da Amnesty International abbiano dichiarato di sentirsi "completamente abbandonati dallo stato".
di Marco Ventura
Il Messaggero, 12 dicembre 2019
La Turchia sarebbe pronta a inviare blindati per sostenere il governo di Al-Sarraj ma cerca di trovare un compromesso con la Russia. Lo Stato islamico tenta di ricostituirsi.
È guerra delle parole, per il momento, tra Bengasi e Ankara. Tra le forze del feldmaresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica che punta a conquistare Tripoli e al dominio su tutta la Libia, e la Turchia di Erdogan che sostiene invece il governo tripolitano di unità nazionale di Al-Sarraj, il premier ufficialmente riconosciuto da Onu e Unione europea, sempre più fragile.
Parole che fanno seguito all'annuncio di Erdogan del possibile invio di truppe di terra per difendere Al-Sarraj dall'affondo militare del rivale Haftar, appoggiato militarmente da mercenari russi e armi emiratine, oltre che dal confinante Egitto impegnato in una campagna contro i gruppi regionali affiliati ai Fratelli musulmani (come le forze di Misurata). Sullo sfondo, il tentativo dello Stato islamico di ricostituirsi grazie al trampolino libico, trasformando il Paese in una nuova Siria, come denuncia in alcune centinaia di pagine e con dovizia di particolari un report degli esperti delle Nazioni Unite. All'attacco (verbale) Haftar.
Per bocca del suo portavoce militare Ahmed al-Mismari del sedicente esercito nazionale libico, avverte che non c'è più soluzione politica alla crisi libica ma soltanto militare: "Il tempo dei colloqui diplomatici è finito, ora è il tempo dei fucili". I turchi sarebbero pronti a inviare blindati in Libia come scudo per Al-Sarraj, con un ponte aereo verso lo scalo di Tripoli Mitiga, che riaprirà a linee libiche e regionali nelle prossime ore dopo gli attacchi da parte dell'aviazione di Haftar. Che conserva il dominio dell'aria.
"L'appoggio turco alle milizie di Tripoli - insiste al-Mismari - si è trasformato da segreto a dichiarato in quella che è una battaglia regionale, non soltanto locale". E il capo di Stato maggiore della Marina libica pro-Haftar, l'ammiraglio Farag El Mahdawi, dice di avere in tasca l'ordine del feldmaresciallo di "affondare qualsiasi nave turca si avvicini all'area". Dietro Haftar non ci sono solo Egitto e Emirati arabi uniti, ma anche la Russia di Putin e, in modo più silente da mesi per l'imbarazzo di avere assunto una posizione chiaramente non in linea con Bruxelles, la Francia di Macron. E dietro al-Sarraj, al contrario, dovrebbe esserci l'Italia che a Misurata ha pure un ospedale da campo e militari "di pace" sul terreno, e il Qatar che si oppone ai "fratelli" del Golfo sauditi e Eau.
A cercare di metter ordine e fissare un compromesso ci stanno pensando Erdogan e Putin, che ieri hanno avuto un colloquio telefonico in cui hanno parlato, fra l'altro, di Libia. L'Italia, che in Libia ha interessi strategici legati allo sfruttamento degli impianti energetici oltre che un legame storico che risale all'epoca coloniale, continua a lavorare per un compromesso insieme alla Germania che ha inaugurato un percorso negoziale attraverso il "processo di Berlino".
Ma sul campo a parlare sono i rapporti di forza e i patti tribali intrecciati con l'ingerenza di una decina di paesi, oltre che della "multinazionale" del terrore Isis (Isil in Libia). Con possibili conseguenze, per l'Italia, legate alla ripresa del traffico di migranti come effetto dell'instabilità del Paese. Allarma anche la presenza di gruppi armati di Ciad e Sudan, che si dividono tra Tripoli e Bengasi a seconda del "miglior offerente".
E il paradosso è che mentre il Paese è allo sbando, e la guerra prosegue seppure a piccole dosi, la Noc, Compagnia libica del petrolio, continua a stringere accordi, a incassare attraverso la Banca nazionale libica i proventi dei prodotti energetici, e a siglare intese. È il caso dell'acquisizione da parte della francese Total, del 16,33 per cento del giacimento petrolifero di Waha detenuto finora dalla Marathon Oil. Con la benedizione, appunto, della Noc pur teoricamente legata a Tripoli.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 12 dicembre 2019
Le presidenziali di oggi contestate nonostante i 5 candidati: "Sono tutti del Sistema". Makache vote, non si vota. Calano anche oggi per l'arteria centrale della Didouche Mourad col sangue che pulsa e i cartelli scritti a mano. "Algerie=Mafiacratie!". Fanno il serpentone dello shopping con la rabbia trattenuta di chi non vuole svendersi alle serpi del Sistema.
"Né dialogo, né elezioni!". Raggiungono la Grande Poste e sanno bene qual è la posta in gioco dopo vent'anni: le prime presidenziali senza candidato unico, ma cinque candidati troppo uguali al regime. "Silmiya! Khawa!", pace e fratellanza. Cantano Bella Ciao, tutta la gendarmeria d'Algeri schierata con casco e manganello. "Attenti alle provocazioni".
Le bandiere dei martiri dell'indipendenza. Il tricolore a bandana. Si chiama Al Hirak, il movimento, tanto popolo e un po' di populismo: decine di migliaia, una volta anche un milione, che protestano da prima dei ragazzi libanesi e sono più imponenti, meno impotenti, dei giovani di Hong Kong.
Dieci mesi che va così, ogni settimana. Una settimana che sfilano e sfidano, ogni giorno: a primavera hanno ottenuto le dimissioni dell'eterno presidente Bouteflika; in estate, l'arresto di 400 ladroni di regime; questo 12 dicembre, non s'accontentano del "voto-farsa". Nessun dorma, si manifesta a oltranza pure di notte: il regime è sempre di mezzo, come questo giovedì elettorale, e Al Hirak resta sveglio e immobile sulle sue posizioni. No, non si vota.
Al Hirak contro Le Pouvoir. Il vero primo turno di oggi è questo. A contare non è chi viene votato, ma quanti votano. Il Movimento, unito al partito islamico, punta a stare sotto il 10% d'affluenza per poter dire che trattasi d'urne farlocche.
Il Potere spera di ripetere il 37 di due anni fa, ma s'accontenterebbe di molto meno e d'andare al secondo turno. Nessun sondaggio, niente osservatori internazionali, pochi accrediti ai media, il Parlamento europeo preoccupato dall'andazzo nel più grande Paese dell'Africa. Il preferito dell'establishment - che poi sarebbe l'esercito, 10 miliardi di budget annuo, assieme al vecchio Fronte di liberazione nazionale reduce della guerra al colonialismo francese - è un giornalista ed ex ministro della Cultura con la passione per la poesia, Azzedine Mihoubi, già capo della tv.
Meno favoriti gli altri pretendenti, soprattutto gli ex premier Abdelmadjid Tebboune e Ali Benflis. Per placare la piazza, a due giorni dal voto sono stati condannati a 15 e 12 anni due degli ultimi potenti premier di Bouteflika, Ouyahia e Sellal. Ma non basta. "Il Sistema è disperato e pronto a spacciare qualsiasi percentuale d'affluenza, altrimenti è costretto a sbaraccare tutto", dice Rabah Abdellah, direttore della Liberté, uno dei due quotidiani d'opposizione rimasti aperti, che da cinque anni vivono senza pubblicità ("è il governo che ce la blocca") sopravvivendo ad attentati e manette: "Ma stavolta la gente non è disposta ad accettare il solito risultato precotto".
Ad Algeri quasi non esistono semafori, perché la gente ancora ricorda la guerra civile anni 90 quando si sparava agli incroci ed era pericoloso fermarsi, e nessuno vuole più violenze. Ma la tensione è alta. Si manifesta a Orano, Annaba, Costantina. Nelle ambasciate s'è già venuti alle mani fra algerini expat: qualche rissa al consolato di Parigi, molte urne sono rimaste vuote. Nei villaggi sulle montagne della Cabilia dove vive la minoranza berbera, sempre emarginata dal potere arabo, rimangono aperte solo panetterie e farmacie: 10 milioni di berberi scioperano e qualche seggio è stato perfino murato con mattoni e cemento, guai a chi vota. Un po' d'ironia, ma molto poca: sui social postano il cachir, il salsicciotto di pollo agitato nei cortei e diventato il simbolo delle proteste. L'hanno scotchato a un muro, come la banana di Cattelan. Il regime oserà strapparlo e mangiarselo?
di Massimo Morello
Il Foglio, 12 dicembre 2019
"Una cosa è certa: il genocidio non si genera in un vuoto", ha detto Abubacarr Marie Tambadou, ministro della Giustizia del Gambia, presentando alla Corte internazionale di giustizia (Iej) dell'Onu all'Aia la causa relativa "all'applicazione della convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio".
Il Myanmar lo avrebbe perpetrato nei confronti dei Rohingya, uomini donne e bambini di quell'etnia che nell'immaginario collettivo è divenuta l'archetipo di una minoranza perseguitata, stuprata, dall'identità negata. Del silenzio e della negazione di quello che è stato rappresentato come il genocidio dei Rohingya, secondo Tambadou, è tanto complice quanto colpevole Aung San Suu Kyi, colei che, esattamente ventotto anni fa, il 10 dicembre 1991, era stata protagonista assente del Nobel per la Pace, assegnatole per la sua lotta in difesa della libertà e dei diritti umani nel paese noto come Birmania.
Aung San Suu Kyi ieri ha presentato la difesa del suo paese. Come è stato scritto, ha deciso di "difendere l'indifendibile". Lo ha fatto nell'unico modo possibile: dando ai fatti una diversa interpretazione, modificando in modo significativo quella massa d'informazioni che ha ormai superato la soglia critica e determinato un'opinione tanto diffusa quanto univoca. Aung San Suu Kyi ha delineato una situazione ben più complessa: quella di una regione - il Rakhine, al confine col Bangladesh, teatro di questa vicenda - in cui si scontrano tensioni etniche e religiose, milizie finanziate dal narcotraffico, lotte tra poveri ed eredità coloniali incancrenite.
Una situazione in cui l'esercito nazionale deve far fronte sia all'Arakan Army, le milizie buddiste che rivendicano l'indipendenza dell'Arakan (antico nome del Rakhine), sia all'Arakan Rohingya Salvation Army, gruppo Rohingya che sembra collegato a formazioni islamiche. Secondo alcuni analisti, la stessa questione Rohingya sarebbe alimentata da lobby islamiche che puntano a creare una sfera di influenza estesa dal Bangladesh sino all'Indonesia (non è un caso che in molte aree, come la provincia indonesiana di Aceh, sia già in vigore la Shariah più rigorosa), sorta di versione soft del Califfato in sud-est asiatico predicato dall'Isis.
Un'ipotesi che spiegherebbe anche l'azione intrapresa dal Gambia: il piccolo stato africano, infatti, guida la causa a nome dei 57 paesi che compongono l'Organizzazione per la cooperazione islamica.
Un'organizzazione per la quale la Shariah è punto di riferimento legale. Secondo altri osservatori - soprattutto residenti stranieri in Birmania - il caos in Rakhine è determinato dalle narco-milizie etniche che non solo si finanziano col traffico di droga ma che in questo trovano la loro legittimazione, che così possono gestire meglio i propri traffici, porsi come mediatori con chiunque voglia investire in quelle zone, garantire la sicurezza delle vie che le attraversano (fattore decisivo, per esempio, per i cinesi che in Rakhine trovano il loro sbocco sull'Oceano Indiano).
Al centro di questi giochi di potere, Aung San Suu Kyi fa quello che sa fare meglio, quello che ha fatto per i quasi vent'anni trascorsi in arresto: resiste. Nel paese sta riconquistando quel favore che aveva in parte perduto (proprio perché giudicata troppo morbida nei confronti del Rohingya). Un consenso che le permetterà di presentarsi in posizione di forza alle elezioni del prossimo anno. Magari precedute da una riforma costituzionale che le consentirebbe di essere eletta presidente. Nella sua visione, forse, tutto ciò potrebbe portare a compimento il sogno di suo padre, il generale Aung San: un accordo di pace con tutte le etnie.
In questo momento il processo dell'Aia non riveste particolare importanza per la Signora a livello interno. Anzi. Ma potrebbe avere effetti devastanti a lungo termine amplificando le tensioni etniche e inter-religiose. Le vie dell'inferno potrebbero passare proprio per la capitale olandese.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 11 dicembre 2019
Le richieste a Bonafede. E si aspetta il vertice con Conte su prescrizione e intercettazioni. Non è fatto solo di prescrizione e intercettazioni il percorso a ostacoli della maggioranza sulla giustizia. Dopo che il ministro della Giustizia grillino Alfonso Bonafede ha presentato agli altri partiti che sostengono il governo il suo disegno di legge sulla riforma del processo penale, il Pd ha inviato al Guardasigilli le proprie controproposte, che ora aspetta di vedere inserite in un nuovo testo da presentare prima al Consiglio dei ministri e poi in Parlamento. E tra i suggerimenti ci sono alcune modifiche destinate a far discutere.
di Mario De Fazio
Il Secolo XIX, 11 dicembre 2019
Pronto il blitz in Parlamento della Rete "Noi non dimentichiamo" con i familiari delle persone morte nelle stragi recenti avvenute in Italia. Egle Possetti, portavoce gruppo Morandi: "La riforma 5S è un traguardo, devastante pensare che qualcuno possa evitare il processo".
La riforma della prescrizione "rappresenta un traguardo importante" oltre che una "garanzia per il giusto riconoscimento delle nostre ragioni". A scendere in campo per difendere con forza la riforma voluta dal ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, che congela il decorso dei processi eliminando la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, non è un partito.
Ma il coordinamento "Noi non dimentichiamo", una rete che raccoglie in tutta Italia decine di associazioni e comitati di familiari delle vittime di alcune tra le principali tragedie avvenute nel Paese negli ultimi anni: dalla strage ferroviaria di Viareggio alle morti del rogo della Thyssen Krupp, a Torino, passando per i terremoti de L'Aquila e di Amatrice, fino a tre avvenimenti tragici che hanno purtroppo scandito la storia recente di Genova e della Liguria: il crollo della Torre Piloti, la strage dell'autobus di studenti Erasmus in Spagna e il crollo di ponte Morandi.
Un coordinamento che si è riunito a Viareggio, a metà novembre, e che ha partorito un documento di sostegno alla riforma della prescrizione che verrà presentato martedì prossimo al Senato. Un testo che restituisce il punto di vista di decine di familiari che si sono visti strappare un proprio caro passando poi "anni dentro le aule dei Tribunali e sopportando processi lunghi" e che chiedono una "giustizia che stenta ad emergere, un diritto sacrosanto che il nostro Stato dovrebbe rispettare perché sancito dalla Costituzione", si legge nel documento.
Sul tema specifico della riforma, il coordinamento ricorda di aver incontrato il Guardasigilli Bonafede e di aver avanzato delle richieste specifiche tra cui la riforma della prescrizione che "finalmente è diventata legge ed entrerà in vigore dal primo gennaio", aggiungendo che "la prescrizione ha colpito duramente i processi di molte nostre associazioni e lo farà con altre nel prossimo futuro". E si plaude alla riforma voluta dal M5S, specificando che "nel caso in cui questo importante risultato venga distorto o perda di credibilità" i familiari delle vittime sono pronti a "sostenere il ministro Bonafede ed essere presente nelle sedi opportune".
Parole chiarissime, che entrano su un tema che sta dividendo da settimane la maggioranza giallorossa al governo. Se il M5S vuole andare dritto sull'entrata in vigore dal primo gennaio delle nuove norme, le voci critiche che puntano a una revisione della riforma non sono mancate da Pd e Italia Viva. A Roma, martedì, ci sarà anche Egle Possetti, rappresentante del Comitato familiari vittime del Morandi.
"Forse non sarà una riforma sufficiente a migliorare la giustizia italiana ma le nuove norme non permetteranno più agli imputati di evitare i processi attraverso escamotage e cavilli - spiega Possetti. Non ha senso neanche pensare che, in un processo come quello per il crollo del Morandi, non ci sia qualcuno che paghi. Per un familiare è devastante anche solo pensarci".
Per la rappresentante del comitato dei parenti del Morandi, non si tratta di prendere una posizione politica ma di vedersi riconoscere un diritto. "Non è una scelta per favorire un partito piuttosto che un altro - aggiunge Possetti - Vedere la fine di processi del genere è un diritto sacrosanto di uno Stato democratico".
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