di Rita Bernardini
Il Riformista, 22 gennaio 2020
In quest'epoca di sdoganamento da parte dei rappresentanti della politica istituzionale dei peggiori sentimenti e comportamenti umani, ci tocca anche di apprendere la notizia che il Garante abruzzese delle persone private della libertà, il Prof. Gianmarco Cifaldi, abbia firmato un protocollo di collaborazione con l'università di Chieti e il direttore del locale carcere per "valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti ad un determinato stimolo", sperimentazione volta a "verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2020
Quattro Istituti nel mirino del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Un quadro sconvolgente quello dipinto dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) nel rapporto pubblicato ieri relativamente alle visite effettuate dal 12 al 22 marzo dell'anno scorso. Lo scopo della visita ad hoc del Cpt era di riesaminare la situazione dei detenuti collocati nei regimi di alta sicurezza, il regime speciale 41bis e prigionieri sottoposti a varie misure di isolamento e segregazione come l'isolamento (definito "anacronistico" dal comitato) imposto dal tribunale ai detenuti condannati all'ergastolo.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 22 gennaio 2020
"Fugit irreparabile tempus" ricordava Virgilio nelle Georgiche. A meno che. A meno che qualcuno particolarmente fortunato non si trovi tra le mani la boccetta con dentro l'elisir di lunga vita, la pozione tanto ricercata dagli alchimisti di ogni tempo. Qualcosa di simile all'ambrosia che pasceva gli immortali dei dell'Olimpo è stata trovata e dal primo gennaio nutre i reati commessi in Italia i quali - benché appena nati alle soglie di questo nuovo decennio - grazie alla riforma della prescrizione hanno in dote il gene dell'immortalità. O, quanto meno, della potenziale immortalità, visto che devono avere la possibilità di arrivare alla sentenza di primo grado, dopo di ché nulla potrà scalfirne la vita e per sempre. Per sempre si badi bene.
Ognuno dei reati appartenente a questa magica super razza geneticamente modificata potrà contemplare, con "olimpico" distacco è il caso di dire, le vicende degli uomini e dei processi. Potranno cambiare giudici e cancellieri, avvocati e pubblici ministeri, ma il novello Dorian Gray manterrà intatta la propria fresca giovinezza.
Mentre a invecchiare sarà inevitabilmente il suo sfortunato ritratto, ossia l'imputato costretto a fare i conti (anche economici) con un fardello immutabile e imperturbabile. E insieme a lui la parte offesa e lo Stato pure loro costretti a convivere anni con cittadini la cui innocenza o colpevolezza non è accertata in tempi ragionevoli. Ridotto all'osso è questo quel che accade quando il legislatore immagina di poter somministrare - in una macchina giudiziaria ai limiti del collasso - la pozione dell'eterna gioventù all'oggetto del processo, rendendone potenzialmente perpetuo il fine che è quello di accertare le responsabilità personali.
Sia chiaro nulla di trascendentale, accade già così per il processo civile (iniziato il quale, nulla lo arresta) di cui però è leggendaria nel mondo l'epocale durata e che distrugge una parte consistente del Pil nazionale e degli investimenti privati.
Solo che mentre il processo civile può, molte volte, restare compatibile con la sua tendenziale voracità temporale senza snaturarsi oltre misura, il nuovo modello penale divora i suoi figli in modo totale e senza scampo e, alla fine, vive per se stesso. Da Teodosio II - che nel 424 regolò la prescrizione e "l'usucapio libertatis" (lemma straordinario) - sino a Beccaria e oltre, tutti sono consapevoli che il fuggire del tempo affievolisce i diritti, quelli civili e quelli penali. Se così non fosse il costituzionalismo moderno non avrebbe dovuto coniare la categoria dei diritti fondamentali e di quelli inviolabili, ossia coesistenti a ogni persona umana e, come tale, imprescrittibili.
Ci sarebbe da chiedersi se possa la pretesa dello Stato di punire i colpevoli assurgere a questa dignità assoluta e comprimere ogni altro diritto inviolabile (la presunzione di innocenza) o principio costituzionale e convenzionale (la ragionevole durata del processo). Sembra questa, al di là delle convenienze dei singoli o delle corporazioni in gioco, la vera partita che si sta disputando nei lunghi tempi supplementari che la riforma Bonafede, malgrado ogni scomposta polemica, ancora garantisce alla politica prima che il nuovo regime produca i propri effetti. Il ché rende il dibattito meno urgente, e come ha autorevolmente chiarito il professor Giorgio Spangher sulle pagine di questo giornale, consente di provvedere a quel reset della discussione che è indispensabile per affrontarla in modo serio.
Ci sarà un'altra occasione per discutere delle ragioni per cui i reati si prescrivono e su chi ne tragga vantaggio, ma ora è il momento di riportare i punti di vista nell'alveo dei principi generali per attuare quella ragionevole ponderazione degli interessi che la Consulta indica come imprescindibile faro e dovere dell'azione legislativa. Come in tutte le partite serie occorre evitare il doping e non pensare di vincere somministrando al reato pozioni magiche e frettolosi elisir che gli consentano di correre più a lungo e di vivere, se occorre, in eterno. In Italia gli unici reati imprescrittibili sono quelli puniti con l'ergastolo, e la sentenza di primo grado non appare una fatto processuale idoneo per equipararvi la costruzione abusiva di un balcone.
di Antonio Martusciello
Il Riformista, 22 gennaio 2020
A distanza di più di settant'anni dall'entrata in vigore della Carta costituzionale appare quanto mai attuale il contenuto dell'art. 21 a tutela della libertà di espressione e dell'informazione. Il riferimento, poi, nel richiamato articolo, a "ogni altro mezzo di diffusione", consente di estendere ad ampio raggio la portata del principio costituzionale, elemento essenziale nell'equilibrio tra i pesi contrapposti della democrazia. Il demos sociale e politico, per realizzarsi concretamente, richiede un contesto fondato su un concetto di libertà non completamente illimitato, ma che sia basato sull'informazione, intesa - secondo l'insegnamento aristotelico - come strumento di accesso ai meccanismi di controllo del potere.
Oggi però, nell'era digitale, con il passaggio dalla carta stampata ai bit, si delinea un panorama in cui le notizie sono sì libere, ma anche disordinate, disorganizzate e non filtrate. Il cittadino si affida, non al miglior risultato in termini di attendibilità, ma a quello che ottiene più successo, popolarità e collegamenti da altri siti o pagine social, con la conseguenza di consegnare la "verità" alla Search Engine Optimization, ovverosia a un motore di ricerca, o ad altri sofisticati strumenti; diversamente i giornali sembrano aver subito una profonda trasformazione: da attivi "veicolatori" della realtà a soggetti passivi, dipendenti dagli algoritmi.
Del resto, i rapporti di forza tra operatori online e quelli tradizionali sono inevitabilmente mutati. Non solo perché gli algoritmi sono in grado di orientare il successo di una notizia, ma anche perché, in questo sistema, gli editori, che distribuiscono le proprie news all'interno della piattaforma, rischiano di veder crollare la notorietà del "brand" della propria testata giornalistica in favore di quello dell'intermediario attraverso il quale viene presentata la notizia. Il problema riguarda quindi la composizione del mercato e la sua sostenibilità. La progressiva difficoltà a "diffondere" contenuti di qualità da parte dei media tradizionali accresce sempre più il potere della Rete.
Il crollo dei ricavi editoriali non comporta solo un problema di ordine economico e finanziario, ma può rappresentare una criticità per l'intera società civile. Infatti, una delle forme più pericolose di annichilimento è la censura "per moltiplicazione": quando cioè si annegano le notizie in un contesto di informazioni irrilevanti. È anche questo il meccanismo che dobbiamo contrastare: la Rete non può incarnare quel "Funes el memorioso" che disdegnava Borges, quell'uomo che, pur ricordando tutto, è bloccato dalla sua incapacità di selezionare e di buttar via.
Per arrestare questo declino, potrebbe essere utile prendere atto concretamente del ruolo dei new media e immaginare una sorta di "news quality obligation" a loro carico, pur se sotto la supervisione di un regolatore: migliorare la comprensione dell'origine degli articoli e l'affidabilità delle notizie. D'altra parte, in un sistema dove i cittadini sono esposti a un overload informativo, le fonti tradizionali diventano un faro. Sostenerle appare dunque essenziale. Certo la progressiva riduzione, fino alla totale abolizione dall'annualità 2023, introdotta dalla legge di bilancio 2020, delle sovvenzioni all'editoria non agevolerà un settore già in crisi, ma porrà anche in discussione il ruolo che si vorrà dare al bene pubblico "informazione".
Possiamo rimanere inermi e lasciarlo nelle mani di un mercato, ormai alla mercè dei meccanismi pubblicitari imposti dai Big Tech? In questo senso, uno scossone ci arriva da Oltreoceano, nel messaggio trasmesso dal Washington Post, nell'ultima edizione del Super Bowl. Lo spot recitava "quando andiamo in guerra, quando la nostra nazione è minacciata, c'è qualcuno che racconta i fatti a ogni costo", mentre scorrevano le foto di cronisti catturati o uccisi durante l'esercizio della loro professione, ciò a dimostrazione dell'importanza del ruolo dei giornalisti nella ricerca delle notizie, anche a rischio della propria vita.
Ecco che allora se "la democrazia muore nell'oscurità", dobbiamo combattere quel rumore di fondo, quel brusio che confonde le nostre idee. Come affermava Alexis De Tocqueville, "la stampa è per eccellenza lo strumento essenziale della libertà" e allora un plauso e un forte incoraggiamento va proprio a questa testata, Il Riformista, che, portavoce di libertarismo e garantismo, incarna quella necessaria esigenza di giornalismo di qualità, elemento fondamentale di ogni democrazia.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 22 gennaio 2020
L'incontro dell'Osservatorio Informazione giudiziaria dell'Ucpi insieme alle Camere penali di Milano, Roma e Napoli, per ragionare sulla nascita del processo mediatico.
"Il processo mediatico tra diritto di cronaca e presunzione di innocenza" è il titolo del convegno organizzato dall'Osservatorio Informazione giudiziaria dell'Ucpi insieme alle Camere penali di Milano, Roma e Napoli, e moderato dal giornalista Alessandro Barbano. Se il contesto istituzionale dell'evento è la decisione di qualche mese fa del Procuratore capo di Napoli Giovanni Melillo e del suo omologo di Milano, Francesco Greco, di permettere ai giornalisti di avere parte degli atti giudiziari "di rilievo pubblico" - espressione alquanto contestata perché arbitraria - tali però da non danneggiare il segreto istruttorio, il contesto più popolare lo ricorda l'avvocato Cesare Placanica, presidente dei penalisti romani: nel caso Meredith Kercher "il ribaltamento dalla sentenza di condanna di primo grado aveva provocato quasi dei tumulti popolari; le pietre e gli insulti non li indirizzavano agli imputati né agli avvocati ma ai giudici, cioè si ribellavano alla mancata conferma nella sede propria del giudizio popolare", spesso alimentato dalle distorsioni mediatiche della narrativa processuale.
La genesi del processo mediatico è caratterizzata da due elementi: la pubblicazione dell'ordinanza cautelare, in cui, come sottolinea Melillo avviene quello 'scambio moralè in cui la magistratura "o gli avvocati di parte civile passano le carte confidando in una rappresentazione dei fatti" a loro favorevole; e la conferenza stampa di procure e forze dell'ordine verso cui lo stesso Melillo ha manifestato la sua "idiosincrasia perché si rischia di scivolare in una eccessiva enfasi", accompagnata dalla "convinzione che l'ufficio del pubblico ministero debba fare un passo indietro sul versante della visibilità mediatica" anche "per tessere le fila di un nuovo rapporto con l'avvocatura fondato sulla condivisione di alcuni principi".
Per Greco invece "il problema non è se dare l'informazione ma come darla" e polemizza con le Camere Penali: "da parte vostra non è mai arrivata in tal senso una proposta, a meno che non sia quella del silenzio assoluto che sarebbe ridicola". Inoltre per il Procuratore "il processo mediatico sfugge al dominio del pubblico ministero o degli avvocati perché è un problema che riguarda le logiche dell'informazione". Se fosse così, ma non lo è, potremmo sperare in una coscienza istituzionale dei giornalisti - obietta Barbano ad Enrico Mentana - "per cui non la quantità di notizie né la concorrenza rappresentino i nostri valori bensì la capacità di indipendenza"?
Per il direttore del Tg La 7, "se in un mondo etico decidiamo ad esempio di non fare il nome del politico interessato da un provvedimento giudiziario poi però non possiamo garantirci che altri non lo facciano". E a Mentana, che ha paragonato la stampa ad un lavandino dove arrivano dai rubinetti le notizie, ha risposto il professor Luca Marafioti: "il perverso rapporto tra il lavandino e la magistratura, ossia il rubinetto, ha dimostrato che il lavandino, trasformando e ripetendo le notizie che dal rubinetto arrivano, ha alimentato una sorta di fastidio verso i ritmi del processo, verso la nozione di prova, ha confuso la notizia investigativa con il giudizio".
Una risposta è giunta anche dal professor Ennio Amodio: nella rappresentazione di Mentana "è come se il giornalista fosse vittima di questa esondazione di notizie e non potesse fare niente; ma noi sappiamo che non è così, noi sappiamo che la notizia è lavorata, che la notizia può essere presentate in mille modi, sappiamo che c'è una saldatura molto netta tra ciò che fa la Procura e ciò che pubblica il giornale".
Invece per Carlo Verna, Presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, che ha ricordato il nuovo protocollo sottoscritto con il Cnf "quando arriva una notizia dobbiamo capire se ha una rilevanza sociale; non c'è solo l' azione penale obbligatoria, c'è anche la pubblicazione obbligatoria di notizie che hanno rilevanza pubblica e noi dobbiamo rispondere a questa logica: questa è la nostra via maestra. I nostri paletti sono il rispetto della verità e il rispetto della persona e in questo vado incontro alle esigenze del professor Amodio".
Giusto, tuttavia, come ha sintetizzato il presidente dei penalisti milanesi, l'avvocato Andrea Soliani, "secondo uno studio dell'osservatorio informazione, tutti i contributi della stampa che attengono alla fase dell'indagine sono nella quasi totalità contributi colpevolisti. E ciò potrebbe andare ad influenzare i giudici del dibattimento e i testimoni". Sempre sul versante delle molteplici conseguenze del processo parallelo a quello dell'aula giudiziaria si è espresso l'avvocato Giorgio Varano: "il processo mediatico costante contro i condannati" è una delle cause "della mancata approvazione della riforma dell'ordinamento penitenziario nel 2018", così come "la vicenda terribile della strage di Viareggio ha comportato una tale terribile enfatizzazione da mettere in discussione il tema della prescrizione.
È partito tutto da quando i reati di lesione e incendio colposi sono stati prescritti". Ci vorrebbero però delle risposte culturali ha detto l'avvocato Ermanno Carnevale, presidente dei penalisti napoletani: "il vero antidoto non è solo normativo - rispondendo a chi proponeva un intervento del legislatore o dei consigli disciplinari - ma è culturale; occorre costruire una cultura del linguaggio condivisa perché non ci sono leggi che possono risolvere il problema della descrizione di una vicenda giudiziaria; l'obiettivo, salvo il diritto dovere di informare, dovrebbe essere quello di utilizzare un linguaggio che non leda la dignità delle persone, a prescindere dal ruolo che si ricopre".
Ma la questione è anche politica come evidenziato dall'avvocato Luca Brezigar per cui "per molti politici, dinanzi al giudice arriva per forza un colpevole, non avendo loro né conoscenza delle regole processuali né cultura delle garanzie".
A concludere l'incontro l'avvocato Paola Savio, il cui intervento breve ma pungente potrebbe rappresentare la chiave di lettura di un prossimo incontro sul tema, dove la prudenza lasci il posto alla reale raffigurazione della situazione e definisca seriamente le responsabilità di un fenomeno dilagante - quello della gogna mediatica - dato sfortunatamente per scontato: "ciascuna figura chiamata in causa ha il suo ordine, è vero che cane non mangia cane ma finiamola con questa farsa.
Laddove ci sono delle regole, queste potrebbero essere implementate a livello ordinistico. Non dobbiamo dimenticare quei profili disciplinari che probabilmente potrebbero colpire di più, in più breve tempo e molto meglio quelle sciagurate occasioni in cui il diritto di difesa e soprattutto il principio di innocenza viene vituperato: i talk show imperversano, ogni venerdì (riferendosi ad una nota trasmissione televisiva che si occupa di cronaca nera, ndr) - siamo assolutamente profanati nella nostra intelligenza nel vedere determinate ricostruzioni".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2020
Il caso a L'Aquila: la battaglia per garantire i rapporti con il papà con serenità. Nelle sale colloquio per i detenuti al 41bis, non di rado si verificano le scene più penose: bambini in tenera età che - staccati dalla madre che non può accompagnarli - piangono, urlano, scappano dal padre che non hanno mai visto o non riconoscono più.
Per ovviare a questo problema, prima della famosa circolare del Dap che ha uniformato le regole per tutti gli istituti che ospitano il 41bis, ai detenuti del Carcere di L'Aquila era consentito acquistare qualche dolciume e qualche giochino da portare a colloquio per intrattenere i minori. Questi beni venivano ovviamente controllati e privati della confezione così da scongiurare qualsiasi possibilità di veicolare messaggi all'esterno. Queste autorizzazioni concesse dalla direttrice si erano rivelate fondamentali per un detenuto al 41bis, il quale grazie ai giochini è riuscito pian piano ad intrattenere la sua piccola di 3 anni dal suo lato, a non farla piangere, a creare con lei un contatto e ad invogliarla a tornare da lui.
Sì, perché lei è nata quando il padre era già al 41bis. Dunque, ha conosciuto il papà all'interno del carcere e lo ha vissuto esclusivamente in detto contesto. Non è stato facile per i due instaurare un minimo rapporto essendo fondamentalmente due sconosciuti. A ciò si aggiunge il fatto che la piccola, per raggiungere il padre, deve compiere delle ore di viaggio.
Ma poi accade che la direzione del carcere emette il divieto dello scambio di dolci. Il motivo è da ritrovare nella circolare del Dap dove si evidenzia che "i generi, dolci e giocattoli acquistati per i figli e familiari saranno trattenuti al magazzino fino alla consegna, che verrà effettuata dal personale preposto a conclusione del colloquio visivo o per invio tramite pacco alla famiglia". Ciò ha creato un vero e proprio trauma.
Il venir meno di tale autorizzazione, proprio in questo momento in cui è consentito ai minori stare con il genitore per tutta la durata del colloquio, ha minato profondamente non solo la serenità dello svolgimento del colloquio stesso ma anche la serenità del rapporto tra padre e figlia. La bambina, infatti, nell'ultimo colloquio effettuato, ha profondamente risentito della spiacevole novità, annoiandosi dopo pochi minuti dall'ingresso dal lato del padre, chiedendo di tornare dalla madre o addirittura a casa prima della fine delle due ore di colloquio consentite.
Per questo motivo il legale del detenuto al 41bis, l'avvocata Nicoletta Ortenzi del foro de L'Aquila, ha fatto reclamo e l'ha vinto. "Come si può pretendere, infatti - ha scritto l'avvocata Ortenzi nella memoria del reclamo, che una piccina di soli tre anni resti per due ore sola con il padre, visto peraltro così di rado, in uno spazio ridottissimo ed asettico, senza la madre e senza avere alcun intrattenimento se non il padre stesso che, nel contempo, dovrebbe anche effettuare il colloquio con i familiari al di là del vetro? Come si può pretendere che una bambina così piccola, anche tornando dalla madre, riesca a sostenere due ore di colloquio senza potersi distrarre ed intrattenere con nulla?".
L'avvocata ha voluto sottolineare soprattutto che l'infanzia dei figli dei detenuti al 41bis non ha tutela. Un colloquio, tra l'altro, che avviene in un ambiente già angusto. "Minare e ostacolare il buon andamento di questo incontro, che già avviene in modo innaturale, appare davvero crudele ed ingiusto", ribadisce l'avvocata Ortenzi.
Il magistrato di sorveglianza ha accolto il reclamo, il Dap ha fatto ricorso, ma è stato respinto. Il tribunale di sorveglianza de l'Aquila, tra le motivazioni, ha evocato le osservazioni della Corte costituzionale: le compromissioni dei diritti nel regime del 41bis sono costituzionalmente legittime soltanto se serve a escludere contatti dei detenuti con il gruppo criminale di riferimento. Tutto il resto, quindi, sono misure afflittive inutili.
Ancor di più se distruggono la serenità dei fanciulli. Da ora in poi, grazie all'avvocata Ortenzi che opera nello studio legale aquilano di Barbara Amicarella, Benedetta Di Cesare e Gianluca Monopoli, almeno i bambini possono ridurre il trauma con lo scambio dei dolci e giocattoli.
di Deborah Bergamini
Il Riformista, 22 gennaio 2020
Ciò che più amo della politica è la passione con cui si lotta per gli ideali e per le idee in cui si crede. A differenza di alcuni che amano le proprie idee e non tollerano quelle altrui, ho sempre nutrito un grande rispetto per i miei avversari politici e per le loro convinzioni. E per quanto possa essermi scontrata duramente con alcuni di loro, credo di non essere mai stata irrispettosa. Oggi, e mi fa molto male scriverlo, non provo alcun rispetto umano e politico per le persone che non hanno avuto il coraggio di fare il loro lavoro di politici: quello di decidere. È stato triste assistere alla vigliaccheria della sinistra e dei 5Stelle, che invece di andare a votare a favore del processo a Salvini hanno disertato l'aula della giunta per le Immunità.
Ed è stato altrettanto triste assistere al voto della Lega, che dopo aver sostenuto la legittimità dell'azione di Salvini sulla Gregoretti, ha deciso di mandare il suo leader a processo, contrariamente a quanto fatto in un'occasione analoga. Capisco che la vicenda della Gregoretti in campagna elettorale può avere un peso sul voto; capisco la necessità di strumentalizzare tutto lo strumentalizzabile; capisco che la tattica ormai ha la precedenza su tutto, anche su quel che resta del rispetto per le istituzioni. Ciò che proprio non riesco a capire è la vigliaccheria di una politica che non ha il coraggio di assumersi la responsabilità di decidere. Chi nella propria vita sceglie di dedicarsi alla rappresentanza del popolo in un Comune, una Regione, in Parlamento, in Europa, lo fa per assumere decisioni in nome e per conto del popolo. La scelta di disertare il voto da parte della sinistra e dei 5Stelle è una pagina purtroppo indimenticabile della storia politica di questo Paese. Zingaretti, Di Maio, Renzi avrebbero dovuto mandare Salvini a processo, se ritenevano che fosse la cosa giusta da fare. Invece non lo hanno fatto.
Hanno deciso di non decidere per ragioni elettorali. Al contempo Salvini avrebbe fatto bene a essere coerente con ciò che ha sempre sostenuto, facendo votare i suoi contro l'autorizzazione a procedere. Fare il martire sull'altare del vittimismo da lui stesso creato non è stato un bello spettacolo a cui assistere. Su quell'altare infatti non giace la sua persona, ma il diritto-dovere della politica di agire in nome e per conto del popolo. Così, ancora una volta, se l'Aula darà il via libera, toccherà alla magistratura dirimere una questione squisitamente politica. Così, ancora una volta, la politica avrà perso l'occasione di recuperare la dignità a cui rinuncia ormai con grandissima leggerezza, sacrificandola al totem di un consenso elettorale destinato ad essere sempre meno duraturo.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 22 gennaio 2020
Qualche giorno fa, con un articolo di Gian Antonio Stella, il Corriere della Sera ci ha spiegato che la corruzione è dappertutto e che per combatterla bisogna che l'Anac (l'Autorità nazionale anticorruzione) sia dotata di "una guida salda", di una personalità "Investita di un pubblico riconoscimento di leadership". Ognuno ha le sue idee, ma si crede che serva semmai l'opposto, e cioè che il lavoro per riordinare la società e contenerne le deviazioni illecite sia organizzato e condotto senza protagonismi rappresentativi, e da parte di funzionari certamente capaci ma, per così dire, senza faccia e senza nome. Non da parte di campioni delle virtù pubbliche, condottieri impancati sulla scena della guerra dell'Italia onesta contro quella marcia.
Perché la celebrazione pomposa, l'assunzione leaderistica, l'investitura, appunto, servono molto poco all'efficacia dell'azione amministrativa e piuttosto assolvono al compito diverso di dare soddisfazione al pur comprensibile desiderio comune di affidarsi a un feticcio liberatore. I cittadini italiani "esausti dalla piaga del malaffare", come il Corriere della Sera descrive la gente che assiste al presunto dilagare della corruzione, sono la materia passiva di questi esperimenti di incoronazione, di queste ritualità officianti, di queste "commedie" con cui lo Stato si rappresenta nell'apologia del priore eroico. Non ne viene mai proprio nulla di buono, e anzi l'effetto è che l'azione dello Stato, con gli errori e gli abusi inevitabilmente implicati in ogni iniziativa del potere pubblico, diventa incensurabile perché si protegge sotto il manto di indiscutibilità garantito dal rango del funzionario santificato.
Un "pubblico riconoscimento di leadership" si fa in favore di chi vuole agire nelle sedi elettive, e lo si fa con il voto o comunque con i meccanismi del potere rappresentativo. Non invece nel caso di questi funzionari e di queste autorità: l'azione dei quali deve svolgersi e affermarsi con la forza impersonale della legge uguale per tutti, non con lo sfoggio di mostrine del vendicatore pubblico.
Ed è poi la stessa esigenza, quotidianamente frustrata, a proposito dell'amministrazione della giustizia: col magistrato assunto a "uomo immagine" del proprio ufficio, in una rappresentazione propagandistica ancora una volta ben poco utile sul fronte della effettività amministrativa e semmai perfetta a far credere che c'è chi vigila e interviene sull'immondizia della società. Spazzare i corrotti spazzando i diritti è il prezzo che questa specie di finalismo aguzzino ci chiede di pagare. Ed è un prezzo troppo alto, anche se il conto ce lo presenta il prossimo monarca dell'Italia perbene.
Ristretti Orizzonti, 22 gennaio 2020
Negli ultimi 40 anni la popolazione carceraria a livello mondiale, e quella sottoposta a misure di prevenzione e/o sorveglianza, tranne poche eccezioni, è più che triplicata. Nell'ultimo decennio, sempre a livello globale, stiamo assistendo ad un aumento delle disuguaglianze e, parallelamente, ad un aumento della violenza, per le quali le uniche risposte elaborate dai governi sono state in chiave sanzionatoria e repressiva a cui fanno seguito misure privative della libertà personale.
È un fenomeno dibattuto poco e male all'interno delle formazioni politiche di movimento e delle sinistre partitiche dove prevalentemente si tende ad analizzare, ed eventualmente a solidarizzare, con alcune "parti" specifiche delle diverse soggettività destinatarie dell'azione punitiva e sanzionatoria.
Assistiamo quindi ad una solidarietà diffusa verso quelle che si considerano le categorie sociali più deboli o di maggior interesse collettivo o, ancora, verso quei soggetti di minore problematicità nel sentire comune che mettono al riparo da possibili critiche, ad esempio i migranti o gli occupanti abusivi. Le azioni/manifestazioni di solidarietà a specifiche categorie sociali e contro particolari provvedimenti (ad esempio i pacchetti sicurezza in Italia) si limitano a mettere in discussione alcune scelte politiche ma non l'evoluzione pan-penalistica della governance a livello nazionale e globale.
Una visione miope che non scalfisce minimamente né la misura contestata né il processo estensivo delle politiche e dei sistemi penali e punitivi all'interno degli ordinamenti. Una miopia che di fatto sta permettendo ai legislatori di introdurre un ventaglio sempre maggiore di reati e di stabilire cosa è reato ed anche il chi, come e quanto punire.
Alla base delle politiche penali agiscono per intersezione una serie di fattori razziali che definiscono i destinatari dell'azione repressiva precedentemente passati attraverso un vero e proprio processo mediatico di mostrificazione sociale: se indigeni e afroamericani rappresentano il prototipo del criminale negli Stati Uniti d'America, meridionali, marginalità sociali, migranti e attivisti sono i destinatari pressoché assoluti dell'azione penale e special preventiva in Italia.
Basterebbe riflettere su alcuni dati ascrivibili ai soggetti che oggi compongono la quasi totalità della popolazione carceraria e di quella sottoposta a misure di prevenzione per comprendere il processo di razzializzazione posto alla base delle politiche penali.
La visione del fenomeno repressivo nella maggior parte dei movimenti, quando non completamente assente, risulta parcellizzata e lontana da sé, come se riguardasse indefinitamente "gli altri". Una sorta di accettazione/rassegnazione sulla necessità dell'atto punitivo verso "qualcuno" che non mette in discussione né le cause né gli effetti, o meglio, si riconoscono le cause (le diseguaglianze sociali), si riconoscono gli effetti (aumento della violenza e della criminalità) ma si accettano passivamente le soluzioni proposte dalla classe dominante: azione punitiva che va dalla multa/divieto al carcere, passando per il braccialetto ecc. ecc..
In Italia, nell'ultimo periodo, stiamo assistendo ad una trasformazione ulteriore delle politiche penali: basti pensare alla previsione del carcere fino a sei anni per i percettori di reddito di cittadinanza sorpresi a svolgere un lavoro a nero!
Che le politiche punitive siano strumenti di controllo e regolamentazione sociale non lo scopriamo oggi, né può essere considerato argomento superato data la pervasività dei dispositivi securitari nel nostro sistema sociale. L'arresto eclatante di Nicoletta Dosio, storica militante No Tav, ha riacceso i riflettori sulla repressione (argomento talvolta tabù nei movimenti) con un rapido sguardo alla realtà carceraria nella sua complessità. Quello che manca oggi è un punto di vista di classe che metta in discussione l'impianto securitario posto alla base della governance nazionale e globale, che provi a ribaltare il giustizialismo imperante che ha fatto accettare anche in ambiti di movimento, e della cd sinistra radicale, la soluzione punitiva come l'unica possibile. Si potrebbero fare numerosi esempi di accettazione del sistema panpenalistico ma basti pensare a quanti "tra noi" ritengono accettabile il regime del 41bis per i presunti mafiosi o terroristi mentre si contesta se applicato ad alcuni prigionieri politici, oppure a quanti non riescono nemmeno ad immaginare una società libera dalle galere.
Il piano di ragionamento che si propone muove da una idea abolizionista del sistema penale a 360° che sgomberi il campo dall'equivoco tra giustizialismo e giustizia sociale, potendo dimostrare il fallimento di una istituzione razzista e classista e la barbarie che la stessa rappresenta all'interno di una società che non riesce ad affrontare, attraverso efficaci meccanismi redistributivi delle ricchezze, le diseguaglianze socio-economiche che stanno alla base di buona parte degli illeciti sanzionati penalmente. Ed anche per quanto concerne l'uso e il commercio delle sostanze stupefacenti che, ricordiamolo, rappresenta l'ombelico attorno a cui gravitano sia il sistema penale sia quello criminale, l'approccio dovrebbe essere liberato da ipocrisie di fondo (sconfiggere il traffico e scoraggiarne l'uso) ed avviare politiche di prevenzione e riduzione dei (molteplici) danni. Le cronache degli ultimi anni sono pregne di esempi di uno stato debole e compiacente con i forti e forte con i deboli, quelle che si sono levate contro questo sbilanciamento sono state voci flebili, incapaci di spostare l'ordine del discorso anche per la forte ricattabilità cui sono soggette.
Sviluppare oggi una proposta dal basso contro lo Stato penale significa mettere a nudo le contraddizioni interne alla società stessa, ridefinire il perimetro del concetto di legalità (attualmente ad esclusiva difesa delle classi privilegiate, della proprietà privata e della libertà dei mercati e delle imprese) a difesa degli ultimi e dei beni comuni, libertà comprese.
Significa liberare il nostro ordinamento dal Codice Rocco e successive degenerazioni, dai singoli decreti criminalizzanti che comprimono sempre più le libertà individuali; significa mettere in discussione il carcere come soluzione alle "violazioni" ed iniziare a vederlo per quello che è: una parte del problema!
La narrazione delle classi dominanti ha portato alla criminalizzazione di chiunque osi minare il loro benessere, iniziamo dunque a rivendicare un benessere di classe e universale che ridefinisca anche i concetti stessi di giustizia, crimine e devianza, non accontentandoci più dei pezzetti di diritti che ci lasciano raccattare sotto il tavolo.
Bisogna elaborare una critica militante del populismo punitivista, che si articoli su due piani: il primo è quello della critica al giustizialismo, che per molti, a sinistra è diventato il surrogato della giustizia di classe. Sull'altare della legalità si sono sacrificati i diritti dei più deboli, si è introdotto un interclassismo punitivista che trascenderebbe le differenze di classe ma in realtà si traduce nell'incarcerazione e nel controllo preventivo delle classi pericolose. L'altro livello è quello delle politiche penali alternative, che vadano nel senso dell'abolizione di un'istituzione, quella carceraria, che oltre a puntare alla neutralizzazione delle spinte oppositrici all'ordine esistente, tenta di eliminare dal sociale tutti i gruppi sociali che non riesce a governare. Inoltre, il carcere è un luogo di sofferenza estrema, di malattie croniche, suicidi veri o presunti, abusi persistenti. Una società senza carcere, manette facili e legislazioni speciali è una società più giusta.
Sottoscrivono:
Sandra Berardi, Associazione Yairaiha Onlus
Vincenzo Scalia, ricercatore University of Winchester
Italo di Sabato, Osservatorio repressione
Domenico Bilotti, docente Università Magna Graecia
Donato Cardigliano, Associazione Bianca Guidetti Serra
Maurizio Nucci, avvocato
Eleonora Forenza - Rifondazione Comunista
Francesca de Carolis, scrittrice
Lisa Sorrentino, Associazione Yairaiha Onlus
Carmelo Musumeci, attivista per l'abolizione dell' ergastolo
Antonio Perillo - Rifondazione Comunista
Ilario Ammendolia, politico e scrittore
Giuseppe Lanzino, avvocato - Yairaiha
Damiano Aliprandi, giornalista
Peppe Marra, Pap RC
di Giorgio Varano*
Il Dubbio, 22 gennaio 2020
La comunicazione è di importanza fondamentale per la politica, ma anche per la giustizia. Il Consiglio Superiore della Magistratura ne è consapevole e ha assunto numerose iniziative in tal senso, non ultime le linee guida sulla comunicazione degli uffici giudiziari (2018) e le linee guida sulla comunicazione del Csm stesso (2010).
Il tutto però avviene in modo particolare, perché parte da un dato forse non conosciuto o comunque non abbastanza discusso: non esiste un codice etico e comportamentale specifico per i consiglieri del Csm. È abbastanza incomprensibile, perché i consiglieri appartengono a categorie professionali diverse, con differenti codici etici e comportamentali, e svolgono una funzione particolare diversa da quella delle professionalità di provenienza, che dovrebbe essere oggetto di una specifica disciplina deontologica e comportamentale.
Il motivo di questa assenza? Lo spiega il Csm stesso, in una delibera (dal tratto un po' ottimistico) del 20.01.2010: "L'aspetto precettivo e sanzionatorio, infatti, mal si concilia con lo svolgimento di un simile elevato compito istituzionale essendo lecito ritenere che la consapevolezza dei doveri insiti nella funzione sia connaturata al livello etico dei componenti eletti".
L'autogoverno dei doveri, in parole povere. Non a caso la parola "dovere" non compare una sola volta nelle cento trentuno pagine del regolamento interno del Csm del 2018 (attualmente vigente). Ma il punto non è (solo) questo.
Il Csm ha deliberato delle linee guida per gli uffici giudiziari in tema di comunicazione per tutti, tranne che per che per i propri componenti, se non con una risoluzione del 26.07.2010, che però riguarda la comunicazione del Csm in quanto organo, e non quella dei singoli consiglieri. Curare la comunicazione dell'organo di governo della magistratura - si legge nella risoluzione del luglio 2010 - parte dalla considerazione che "la fiducia nella giustizia è in qualche modo collegata alla rappresentazione che della stessa viene data attraverso i mezzi di informazione", pertanto la comunicazione diventa "strumento principale per la costruzione di un rapporto fiduciario tra i cittadini ed il sistema giudiziario". Interessante, ma è condiviso integralmente da tutti i componenti del Csm? I consiglieri tengono in considerazione questi principi quando comunicano all'opinione pubblica?
Inoltre, è veramente surreale leggere nelle linee guida per la comunicazione degli uffici giudiziari (delibera 11.07.2018) una serie di indicazioni per i singoli magistrati, a cui invece i singoli consiglieri del Csm - a quanto pare - possono non attenersi. Per esempio, evitare, nella comunicazione, la "costruzione e il mantenimento di canali informativi privilegiati con esponenti dell'informazione", "l'espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi". O anche il dovere di curare, nella comunicazione, "il rispetto del giusto processo e dei diritti della difesa; la tutela della presunzione di non colpevolezza".
L'assenza di un codice etico e comportamentale specifico dei consiglieri e di linee guida sulla comunicazione degli stessi comporta conseguenze un po' spiazzanti per l'opinione pubblica. Il Csm ha un ufficio stampa, delibera alcuni pareri e li comunica, ma poi un singolo consigliere può - volendo - dire pubblicamente l'esatto contrario, non avere limiti comportamentali specifici per il proprio ruolo, o non rispettare le linee guida sulla comunicazione redatte dal Csm per i magistrati.
Più che innanzi ad un malinteso "autogoverno" della comunicazione, siamo agli "autogoverni" della comunicazione dei singoli consiglieri. Il Csm rischia di apparire come una sorta di federazione tra entità comunicative diverse e confliggenti, con un peso mediatico diverso delle stesse magari grazie a "canali informativi privilegiati con esponenti dell'informazione", e non come un organo unico autonomo e indipendente anche dalle esternazioni dei suoi componenti, dai quali del resto non prende mai le distanze.
Una delle regole più importanti della comunicazione di un organo istituzionale è l'unicità della sua voce pubblica. Altrimenti, per dirla con Karl Popper, "è impossibile parlare in modo tale da non essere frainteso". Speriamo, dunque, che non ci siano più fraintendimenti e che arrivino delle linee guida sulla comunicazione anche per i consiglieri del Csm e magari anche un codice etico e comportamentale specifico per gli stessi.
*Avvocato, responsabile Comunicazione Unione Camere penali italiane
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