di Errico Novi
Il Dubbio, 23 gennaio 2020
Intervista a Andrea Orlando, vicesegretario del Partito Democratico. Si deve trovare una soluzione nella maggioranza. E nel confronto. Senza l'ipotesi di uno sciogliete le righe. Non voglio considerare l'idea che sulla prescrizione e sul processo ci si rassegni all'impossibilità dell'accordo.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 23 gennaio 2020
Solo un Paese poco serio può prendere sul serio il "lodo Conte" sulla prescrizione. Di quale mediazione staremmo parlando? Il disegno di legge del Partito Democratico è inconfutabilmente abrogativo della riforma Bonafede della prescrizione, perché ripristina, con qualche minima e non influente variazione, il sistema normativo vigente, introdotto dalla riforma Orlando del 2017, che la riforma Bonafede ha - appunto - abrogato. Reintrodurre la prescrizione solo per le sentenze di assoluzione sarebbe il punto mediano tra le due posizioni?
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 23 gennaio 2020
Non posso fare a meno di stupirmi e provare profondo disagio per lo scarso rispetto istituzionale e l'incultura del "Capitano" Matteo Salvini, che pure ha ricoperto sino a pochi mesi orsono la non secondaria carica di vicepremier e ministro dell'Interno ed è attualmente senatore della Repubblica. È di questi giorni il frenetico e surreale balletto sull'autorizzazione a procedere per il reato di sequestro di persona in danno degli immigranti a bordo della nave Gregoretti, di cui sarebbe competente il Tribunale dei ministri.
Salvini prima ha dichiarato - come era prevedibile e ragionevole - di opporsi alla richiesta, e in tal senso ha dato istruzioni ai senatori della Lega; poi ha mutato parere e gli stessi parlamentari hanno espresso il voto decisivo a favore dell'autorizzazione. Non c'è voluto molto a capire che queste apparentemente stravaganti manovre non avevano nulla a che vedere con la giustizia, ma erano dettate da valutazioni elettorali in vista della ormai prossima consultazione regionale in Emilia-Romagna.
Se, cioè, ai fini elettorali fosse più conveniente presentarsi senza il peso di quel reato, ovvero in qualità di "martire" costretto a subire un giudizio penale per avere difeso le acque territoriali italiane dalla pericolosa invasione degli immigrati irregolari. Ha prevalso questa seconda linea, espressa con toni melodrammatici: "Ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare per la prigione", e ancora "Scriverò 'Le mie prigioni' come Silvio Pellico, faccio un nuovo format televisivo".
Sembrano frasi autoironiche, ma purtroppo di ironico non c'è nulla, c'è solo il calcolato fine di trarre un vantaggio elettorale presentandosi come vittima della giustizia. Tanto è vero che le frasi sono state accompagnate dall'avvertimento che per giudicarlo sarebbe stata necessaria un'aula di grandissime dimensioni, perché insieme a lui davanti al tribunale si sarebbero presentate migliaia di sostenitori.
Temo che non si tratti solo di espressioni stravaganti: dietro a queste frasi sta una visione stravolta della giustizia, trasformata in strumento posto al servizio delle esigenze elettorali del capo del partito di maggioranza relativa, in un quadro in cui probabilmente lo stesso Salvini non si rende neppure conto che sta calpestando la dignità e l'immagine della funzione giudiziaria.
Per il Capitano queste giornate pre-elettorali sono state decisamente poco felici. Nelle dichiarazioni in libertà degli ultimi giorni a Salvini è anche sfuggito un attacco ai giudici di sinistra, che farebbero meglio a occuparsi di spacciatori e delinquenti, e - ben più grave e irresponsabile - un richiamo all'antisemitismo di cui a prima vista è difficile comprendere l'origine e la ragione.
In un intervista a un quotidiano israeliano Salvini ha collegato la diffusione dell'antisemitismo in Italia al crescente numero di immigrati di religione musulmana, a suo avviso notoriamente e indiscriminatamente antisemiti, senza rendersi conto che nel contrastare le manifestazioni di antisemitismo dimostrava nello stesso tempo una buona dose di razzismo nei confronti degli immigrati, specie se musulmani.
Quindi, non solo ignoranza delle storiche e profonde radici dell'antisemitismo italiano, ma un gratuito e oltraggioso attacco alla comunità dei musulmani in Italia, i cui rappresentanti hanno giustamente e vivacemente reagito. Infine, è di queste ore la notizia che, circondato da cineprese e giornalisti, Salvini ha suonato al citofono di una famiglia di tunisini residenti a Bologna chiedendo all'interlocutore se suo figlio è uno spacciatore.
Ne è sorto un incidente diplomatico, con le indignate proteste del vice presidente del Parlamento della Tunisia e dell'ambasciatore tunisino a Roma. Ve ne è quanto basta per augurarsi che nei pochi giorni che rimangono prima della consultazione elettorale in Emilia- Romagna il senatore Salvini si astenga da qualsiasi ulteriore manovra propagandistica, specie se ad essere coinvolti sono la giustizia, l'antisemitismo, i musulmani e i rapporti con un Paese amico quale è la Tunisia.
di Alessio Scandurra
Il Riformista, 23 gennaio 2020
Il 17 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare, su proposta del presidente del Consiglio e del ministro dell'Interno, un regolamento che modifica le norme (dpr 5 ottobre 1991, n. 359) sull'armamento e le munizioni in dotazione alle forze dell'ordine. In particolare il decreto prevede l'introduzione dell'arma comune ad impulsi elettrici (il cosiddetto Taser), la cui sperimentazione era stata autorizzata in 12 città italiane a partire dal 2014. Dunque la sperimentazione è conclusa ed il Taser ha avuto il via libera. Ma cosa sappiamo del Taser?
Sappiamo ad esempio che, secondo un'indagine della Reuters pubblicata nel 2017, il Taser da quando viene utilizzato ha provocato nei soli Stati Uniti oltre mille morti, ed è stato utilizzato nel 90% dei casi nei confronti di persone disarmate. La stessa azienda americana che lo produce - la Taser International Incorporation, da cui deriva il nome dell'arma - interrogata sulla potenziale pericolosità, ha dichiarato che esisterebbe un rischio di mortalità pari allo 0,25%, una persona su 400. E il rischio sarebbe notevolmente più alto per persone affette da patologie cardiache o neurologiche, o il cui cuore sia in quel momento sottoposto ad un particolare sforzo. Ma stiamo parlando di malattie o condizioni impossibili da riconoscere al primo sguardo. Dunque come dovrebbe fare l'operatore di polizia a sapere su chi non usare il Taser perché troppo pericoloso?
Altra cosa che sappiamo è che e alcuni organismi internazionali, tra cui la Corte Europea dei Diritti Dell'uomo ed il Comitato Onu per la prevenzione della tortura, si sono espressi relativamente alle pericolosità di quest'arma e il rischio di abusi che l'utilizzo può comportare. Il modello adottato per la sperimentazione italiana è lo X2 della Axon, un'evoluzione del modello X26 che le Nazioni Unite avevano giudicato equiparabile a uno strumento di tortura. Le preoccupazioni dunque sui rischi legati all'uso di quest'arma sono molte e gravi.
Ma, anche rispetto a questo, cosa ha aggiunto la sperimentazione italiana? E più in generale, cosa sappiamo di questa sperimentazione? L'uso del Taser nelle 12 città in cui è stato sperimentato ha messo a rischio l'incolumità o la salute delle persone su cui è stato usato? Si sono verificati incidenti? E, per altro verso, è servito a qualcosa? Ha consentito un minor ricorso alle armi da fuoco? Ci sono evidenze empiriche su questo? E ha di conseguenza ridotto il numero di incidenti legati alle armi da fuoco? O ha consentito una migliore gestione delle operazioni di polizia?
La verità è che di questa sperimentazione non sappiamo un bel nulla. Non sappiamo in cosa sia consistita, non sappiamo quali informazioni ci avrebbe dovuto consentire di raccogliere e non sappiamo se lo ha fatto. Sappiamo che è conclusa e tanto ci dovrebbe bastare per darne un giudizio positivo e dotare le forze dell'ordine di questa nuova arma. Come se l'aver sostenuto un esame sia di per se prova che è andato bene, a prescindere dal suo esito. Perché alla fine dei conti, e questa probabilmente è la vera assunzione di fondo dietro questa iniziativa, un arma in più in dotazione delle polizie non può che essere una buona notizia. Come se la sicurezza dei cittadini fosse direttamente proporzione alla quantità degli armamenti delle forze dell'ordine.
Seguire l'esempio americano proprio su questo terreno, quello della gestione dell'ordine pubblico e del contrasto al crimine, è in realtà una scelta scellerata. Nessun Paese europeo, meno che mai l'Italia, conosce i tassi di criminalità, e di criminalità violenta, degli Stati uniti. Eppure i cittadini americani spesso dichiarano di non voler venire in Europa per paura del crimine, e spesso gli europei favoleggiano della severità e dell'efficacia della polizia americana. Tutti cullati da una fantasia malsana sul potere rassicurante dell'uso della forza, fantasia che rischia di alimentare, anziché contenere, il ricorso alla violenza. Forse sarebbe bene che, proprio su questi temi, l'Italia avviasse una vera sperimentazione.
di Daniela De Crescenzo
Il Mattino, 23 gennaio 2020
Il magistrato che ha tolto i figli ai boss della 'ndrangheta: "I miti mafiosi si smontano a scuola. Politiche sociali e più tempo trascorso in classe, così salviamo i nostri ragazzi".
"Per i giovani del Sud è necessario un piano Marshall che preveda la mobilitazione delle risorse, ma anche di tutti i soggetti in campo, a partire dalla scuola, dai centri sociali, dal volontariato".
L'Sos parte da Roberto Di Bella, presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ma anche autore con Monica Zapelli del libro "Liberi di scegliere. La battaglia di un giudice minorile per liberare i ragazzi della 'ndrangheta" da cui è stato tratto un film per la Rai: nel volume racconta l'esperienza di un magistrato che per salvare i figli dei boss è costretto ad allontanarli dai padri e dal territorio che li condanna a seguirne le orme.
Sabato sarà a Napoli per discuterne al Modernissimo nell'ambito della rassegna "RagionaMenti", organizzata da Paolo Siani, Luciano Stella, Francesca Mauro e Josè Petoia. Bambini che spacciano, organizzano stese, assaltano le forze dell'ordine. E le istituzioni smarrite, non riescono a intervenire in maniera efficace.
Lei cosa suggerisce?
"Il primo terreno d'intervento è quello della prevenzione primaria che va fatta destinando maggiori risorse alle politiche sociali. Queste finora si sono rivelate inadeguate alla realtà dei fatti e all'involuzione del costume sociale e quindi anche di quello criminale. E ciò vale per la Calabria, ma anche, probabilmente, per la Campania".
Cosa servirebbe?
"Innanzitutto bisogna ampliare l'offerta formativa e scolastica prevedendo scuole a tempo pieno in tutti i territori a rischio per sottrarre i ragazzi alla strada. E poi, tenuto conto anche degli altri fattori di rischio, bisogna agire in maniera più incisiva sulla dispersione scolastica. A Reggio Calabria abbiamo siglato un protocollo prefettizio con la direzione scolastica provinciale e abbiamo previsto che tutte le situazioni di disagio e dispersione scolastica siano segnalate alla procura presso il tribunale per i minorenni. Abbiamo così ridotto moltissimo la dispersione, soprattutto tra i rom, intervenendo sulla responsabilità genitoriale. Prima prescriviamo ai genitori di ottemperare all'obbligo scolastico. Se la mancanza prosegue mettiamo i ragazzi in comunità a semiconvitto e, nei casi più gravi, a convitto. Se c'è un'inadempienza interviene lo Stato guardando al prevalente interesse dei minori".
Ma i docenti non sono Superman...
"È vero, ma oggi gli insegnanti vanno adeguatamente preparati ad affrontare i temi del disagio giovanile, del bullismo e della criminalità minorile. A scuola bisogna combattere i miti mafiosi facendo capire ai giovani che la vita nei clan porta al carcere, alla morte o comunque a un'esistenza di sofferenza. Non solo. Ai ragazzi bisogna mostrare le conseguenze che la criminalità organizzata ha sulla vita di tutti noi. E per la Campania penso ad esempio alla Terra dei fuochi".
Basterà?
"Bisogna ricordare le vittime di mafia e gli eroi civili. Questo compito non può essere lasciato solo a Libera o a interventi occasionali. Se serve occorre mettere in campo il supporto psicologico anche per mediare i conflitti che sorgono in classe. Io ho fatto judo per tanti anni e trovo straordinaria l'esperienza del maestro Maddaloni a Scampia: dovrebbe essere replicata in tutti i territori a rischio".
E se non bastasse?
"Allora scendono in campo i magistrati del tribunale per i minorenni. Noi interveniamo quando ci sono dei reati o quando all'interno delle famiglie si vivono situazioni pregiudizievoli per i minori. E sono capitati casi di bimbi di dieci, undici anni, coinvolti a pieno titolo dai genitori nel narcotraffico, nel trasporto di armi o nel ruolo di vedette. In questi casi segnalati, in virtù di uno specifico protocollo, al tribunale per i minorenni dalla procura antimafia e dalle procure del distretto, noi interveniamo a tutela dei minori e può scattare l'allontanamento. Ma cerchiamo sempre di coinvolgere i genitori nei percorsi educativi e nel novanta per cento dei casi le mamme, che sono donne provate da lutti o carcerazioni, accettano. Alcune diventano anche collaboratrici o testimoni di giustizia per salvare i figli. Altre non hanno contributi dichiarativi da rendere all'autorità giudiziaria e quindi non possono essere inserite in un programma di protezione ma sono aiutate da Libera e ultimamente anche dall'Unicef".
Come?
"Il 5 novembre 2019 come tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, abbiamo siglato un protocollo con i ministeri di Giustizia, Istruzione e Famiglia, le procure nazionali antimafia e di Reggio Calabria e la Cei, creando, una rete che consente ai ragazzi e ai nuclei che vogliono allontanarsi dai clan, di entrare in una rete di protezione fatta da famiglie e volontari. Un progetto finanziato con l'otto per mille".
Un piano esportabile?
"Certamente. Al momento è calibrato sulla Calabria, ma è possibile allargarlo visto che stiamo avendo risultati ottimi".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 22 gennaio 2020 n. 2445. Dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 40 del 2019, le condanne per reati "non lievi" in materia di stupefacenti vanno rideterminate al ribasso anche qualora, grazie alla riduzione di pena (fino a un terzo) che consegue al patteggiamento, rientrino nella nuova cornice edittale.
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 2445 di ieri, annullando l'ordinanza del Tribunale di Monza che, in funzione di giudice dell'esecuzione, aveva rigettato la richiesta dell'imputato di rideterminare la pena, fissata (ex articolo 444 Cpp) in 5 anni di reclusione (e 12mila euro di multa), per il reato di trasporto e detenzione di 9,4 kg di eroina. Secondo il Gip, infatti, considerata la recidiva ed il dato ponderale particolarmente alto dello stupefacente il trattamento sanzionatorio non meritava comunque di essere attenuato.
Facciamo un passo indietro. Lo scorso anno, con riferimento alle cosiddette droghe pesanti, la Consulta ha dichiarato illegittimo l'articolo 73, comma 1, del Dpr n. 309 del 1990 là dove prevedeva come pena minima la reclusione di otto anni invece che di sei, ritenendola sproporzionata. In particolare, per la Consulta una differenza di ben quattro anni tra il minimo di pena previsto per la fattispecie ordinaria (otto anni) e il massimo della pena stabilito per quella di lieve entità (quattro anni) costituiva "un'anomalia sanzionatoria" in contrasto con i principi di eguaglianza, proporzionalità, ragionevolezza, oltre che con il principio della funzione rieducativa della pena.
Così ricostruito il quadro normativo, la Prima sezione ricorda che, in caso di dichiarazione di incostituzionalità, se la pena non è stata completamente eseguita, il giudice dell'esecuzione deve sempre rideterminarla in favore del condannato. E per le Sezioni unite (33040/2015) la pena, applicata a seguito del patteggiamento, "è da ritenersi e deve essere rideterminata, anche quando formalmente rientri nella cornice edittale della norma "ripristinata"".
Così, tornando al caso concreto, a seguito della declaratoria di illegittimità costituzionale dell'articolo 73, comma 1, Dpr n. 309 del 1990, "l'illegalità della sanzione discende automaticamente dalla circostanza oggettiva della diversità tra quadro sanzionatorio vigente al momento di conclusione dell'accordo processuale sulla pena e quadro normativo ripristinato a seguito della pronuncia n. 40 del 2019 della Corte Costituzionale".
Nel caso di specie, infatti, la pena era stata modellata in ragione di una forbice edittale che prevedeva una sanzione minima di anni otto di reclusione, "e a detto minimo si era conformato il giudizio espresso dal giudice di merito, che aveva ratificato ex art. 444 c.p.p. l'accordo tra le parti, le quali avevano individuato la pena base nella misura di anni nove, mesi sei di reclusione".
Dunque, conclude la Corte, "la riduzione del minimo edittale imponeva al giudice dell'esecuzione di tenere conto della nuova cornice di pena in favore del condannato". Infatti nella quantificazione della sanzione la discrezionalità giudiziale "non può mai prescindere dai limiti minimi e massimi di pena che caratterizzano il dato normativo e che esprimono il livello di disvalore apprezzato dal legislatore per la condotta oggetto di incriminazione".
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2020
Con le modifiche apportate al decreto fiscale dalla legge di conversione sono state abrogate le più basse soglie inizialmente previste dal Dl 124/2019 per i reati di omesso versamento delle ritenute e dell'Iva. Il decreto fiscale infatti aveva portato a 100mila euro (in luogo di 150mila) la soglia penalmente rilevante ai fini dell'omesso versamento delle ritenute e a 150mila (in luogo di 250mila) la soglia del reato di omesso versamento dell'Iva.
Successivamente la legge di conversione ha abrogato tali modifiche con la conseguenza che per evitare la commissione del reato occorrerà osservare le regole già vigenti negli anni scorsi. Poiché si tratta di reati che si verificano di frequente, in quanto sono spesso determinati non dalla volontà dell'imprenditore di evadere, ma dall'assenza di disponibilità finanziarie, vale la pena di esaminarne in dettaglio i contenuti.
Iva e ritenute - Nel caso dell'Iva è sanzionato con la reclusione da sei mesi a due anni, chiunque non versi l'imposta dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo d'imposta successivo per importi superiori a 250mila euro per ciascun esercizio (articolo 10 ter del Dlgs 74/2000). Il debito rilevante ai fini del reato è la somma risultante dalla dichiarazione presentata per il periodo di imposta, determinato secondo le regole fiscali. A tal fine occorre considerare solo l'imposta dichiarata e non versata senza gli interessi trimestrali eventualmente dovuti (Cassazione 46953/2018). Per la verifica del superamento della soglia di punibilità, va verificato l'importo indicato nel rigo VL32 (Iva a debito).
Per quanto concerne invece le ritenute (articolo 10 bis del decreto legislativo 74/2000) è punito con la medesima sanzione (reclusione da sei mesi a due anni) chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a 150mila euro per ciascun periodo d'imposta.
Si tratta di reati istantanei che si perfezionano alla scadenza del termine previsto con la conseguenza che è sufficiente il dolo generico e non occorre il fine di evasione (elemento soggettivo): basta cioè la consapevolezza di non versare all'erario alle previste scadenze le imposte dichiarate e dovute.
Responsabilità - Nel caso in cui la condotta omissiva riguardi ditte individuali, professionisti, artigiani ecc., non vi è dubbio che il delitto venga ascritto al contribuente interessato, il quale ha comunque tratto beneficio dall'omissione. In ipotesi invece di violazioni commesse da società, è responsabile il rappresentante legale dell'azienda alla data di consumazione del reato a prescindere da chi abbia materialmente firmato la dichiarazione contenente il debito non versato.
Secondo la Cassazione, anche se non mancano pronunce in senso contrario, non risponde del reato il liquidatore che non ha versato le imposte se al momento dell'assunzione dell'incarico non vi erano le risorse disponibili: si tratta di una causa di forza maggiore che giustifica l'inadempimento (sentenza 17727/2019).
In base a tale orientamento, il liquidatore risponde del delitto solo qualora distragga l'attivo della società in liquidazione dal fine del versamento all'Erario a scopi differenti. Tale conclusione deriva dalle limitazioni previste in ambito tributario dall'articolo 36 Dpr 602/73, secondo cui la responsabilità del liquidatore sussiste solo qualora non provi di aver soddisfatto i crediti erariali prima dell'assegnazione di beni ai soci ovvero il soddisfacimento di altri creditori.
consiglio.regione.abruzzo.it, 23 gennaio 2020
Il Garante dei detenuti ha inviato la seguente nota: "Il prof. Gianmarco Cifaldi, Garante abruzzese dei detenuti, risponde alle polemiche insorte con riferimento alla Convenzione stipulata tra l'Ateneo d'Annunzio e il Dap, spiegandone il contenuto effettivo.
Di fatto - spiega il docente - "si tratta di una convenzione che stabilisce una collaborazione dell'università all'osservazione scientifica della personalità del detenuto che già avviene, ex lege, all'interno degli istituti, come pure una cooperazione con le iniziative trattamentali del pari già in essere; un'iniziativa, dunque, che porta il valore aggiunto del sapere accademico all'interno dei penitenziari, tra l'altro nell'ambito della c.d. terza missione dell'Università, ossia la trasmissione del sapere al di fuori del ristretto ambito universitario".
Il prof. Cifaldi spiega ancora come siano comprensibili le preoccupazioni insorte per l'uso di una terminologia spiccatamente e forse eccessivamente tecnica: "i Dipartimenti di Medicina e di Odontoiatria saranno coinvolti proprio al fine di migliore la qualità del trattamento, in una prospettiva che mira naturalmente a considerare anche il detenuto sex offender come meritevole di recupero e di interazione con il resto della popolazione penitenziari (come è noto tali ristretti hanno una sezione specifica).
È evidente, peraltro, che l'intero progetto riposa sulla libera scelta della persona, che liberamente deciderà se partecipare o meno alle iniziative promosse. Saremmo anzi lieti se l'Unione delle Camere Penali, con il suo Osservatorio Carcere, (con le quali già in passato ci sono stati contatti per promuovere i diritti dei detenuti come il diritto al voto) volesse cooperare all'iniziativa, in una prospettiva di proficua integrazione delle conoscenze".
di Francesco Sorgiovanni
Quotidiano del Sud, 23 gennaio 2020
Si è impiccato in cella. Una fine orribile, quella di Giuseppe Gregoraci, detto "Pino", 51 anni, di Siderno, detenuto nel carcere lombardo di Voghera. A nulla sono valsi i tentativi di salvarlo messi in atto dal personale della Casa circondariale in provincia di Pavia. L'uomo di Siderno quando sono intervenuti i primi soccorsi era già morto. Ancora una volta, al centro della cronaca, il carcere di via Prati Nuovi.
I sindacati hanno posto più volte all'attenzione del provveditore regionale delle carceri l'esistenza di una situazione di grave emergenza a Voghera, senza però ottenere le risposte auspicate. Da molto tempo viene denunciato un serio problema di carenza delle misure di sicurezza, sia per chi lavora in quel carcere, che per i detenuti. Ieri l'ennesimo suicidio che conferma la persistenza di tutti i problemi lamentati.
Giuseppe Gregoraci era stato arrestato a luglio del 2019 nell'operazione "Canadian 'ndrangheta connection" che ha colpito la ramificazione della 'ndrangheta calabrese in Canada. L'indagine condotta dallo Sco della Polizia e della squadra Mobile reggina, diretta dalla Dda, dal procuratore Giovanni Bombardieri, con il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dei sostituti procuratori Giovanni Calamita e Simona Ferraiuolo, ha portato all'arresto di elementi di vertice, affiliati e prestanomi delle 'ndrine Muià e Figliomeni e della potente cosca Commisso di Siderno, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa transnazionale ed armata, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo del credito, usura e favoreggiamento personale, commessi con l'aggravante del ricorso al metodo mafioso, al fine di agevolare la 'ndrangheta.
Tra gli arrestati figurava anche il 51enne "Pino" Gregoraci, accusato di fare parte della 'ndrina Figliomeni di contrada Donisi di Siderno e ritenuto anche responsabile di esercizio abusivo del credito, con l'aggravante di aver agevolato la 'ndrangheta. Le indagini hanno avuto origine dall'omicidio di Carmelo Muià detto "Mino", assassinato a Siderno a colpi d'arma da fuoco il 18 gennaio 2018, ritenuto il luogotenente del boss Giuseppe Commisso, alias il Mastro.
Dopo l'omicidio, al fine di comprendere le causali che lo avevano determinato, il fratello dell'ucciso, Vincenzo Muià e il sodale Giuseppe Gregoraci si recavano anche a Toronto, dove incontravano i fratelli Cosimo e Angelo Figliomeni, detti "i briganti", entrambi latitanti in Canada, al fine di conoscere le reali motivazioni che avevano portato all'omicidio del fratello "Mino".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 gennaio 2020
Ci sono diversi eventi e punti da chiarire che potrebbero aver provocato la morte di Vakhtang Enukidze, il 37enne georgiano recluso nel centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Gradisca D'Isonzo. Il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, nel pomeriggio di lunedì, si è recato presso la struttura e grazie alle testimonianze raccolte ha potuto ricostruire la cronologia degli eventi.
Il primo dato oggettivo è che la struttura, seppur in condizioni meno fatiscenti rispetto agli altri centri, non è in grado di poter ospitare per lunghi periodi i migranti e inevitabilmente si creano tensioni. Infatti, come ha riferito il Garante, domenica 12 gennaio si era verificata una rivolta e tentativi, in parte riusciti, di fuga. Il georgiano doveva essere rimpatriato il giorno successivo e senza scorta, quindi significa che l'uomo aveva un atteggiamento non oppositivo.
Nella mattina del lunedì però - così è stato riportato al garante Palma - Vakhtang ha mostrato agitazione, tant'è che il rimpatrio è stato annullato. Il giorno successivo, martedì, è accaduto che l'uomo ha avuto momenti di colluttazione con un altro migrante più giovane e su questa aggressione - secondo la versione del giovane aggredito - ci sarebbe stato un intervento forte da parte della polizia. Qui c'è il primo punto da chiarire, ovvero se l'intervento sia stato proporzionato o meno.
È accaduto che, sulla base di questo episodio, l'uomo viene arrestato per violenza nei confronti dell'altro migrante e portato nel carcere di Gorizia. Ci è rimasto per due giorni, mercoledì è giovedì. Il garante nazione sottolinea che anche in quel carcere la permanenza è difficoltosa, una struttura piccola e celle in comune con più persone.
Anche qui c'è un secondo punto da chiarire, perché potrebbero esserci stati altri interventi di forza per sedare una probabile agitazione del migrante. Ma è tutto ancora da verificare. Fatto sta che Vakhtang, dopo l'udienza di giovedì sera, ritorna nel Cpr di Gradisca. Tutti gli ospiti della struttura hanno riferito al Garante che l'uomo è rientrato molto agitato camminando a fatica e pieno di ematomi, particolari che l'autorità giudiziaria dovrà comunque capire se siano frutto o meno dell'intervento delle forze di polizia avvenuto al centro, oppure nel carcere.
Il dato oggettivo è che il georgiano non comincia a stare bene nel pomeriggio di venerdì e nella notte peggiora. La mattina di sabato chiamano il 118 e l'ambulanza lo porta nell'ospedale di Gorizia. In tarda mattinata Vakhtang cessa di respirare e muore. Una vicenda complessa, in cui hanno agito più momenti, più settori e più situazioni. Il Garante nazionale in qualità di persona offesa dal reato ha chiesto informazioni alla Procura della Repubblica di Gorizia sull'indagine in corso relativa al decesso del cittadino georgiano.
Nel frattempo, alla conferenza stampa di ieri indetta sul caso della morte misteriosa del migrante, il deputato di +Europa Riccardo Magi denuncia che potrebbe prospettarsi un nuovo caso Cucchi. "La Procura sta indagando per omicidio volontario contro ignoti, attraverso l'acquisizione di filmati, attraverso l'autopsia, ma è necessario - ha spiegato Magi - raccogliere testimonianze nel modo più adeguato possibile, mettendo queste persone in una condizione di spontaneità della testimonianza e di non rischio di intimidazione".
Intanto slitta l'autopsia. Si sarebbe dovuto svolgere ieri, ma l'ambasciatore della Georgia Konstantine Surguladze ha annunciato che si farà lunedì prossimo per consentirne la presenza di un consulente indicato dai famigliari della vittima.
- Gradisca d'Isonzo (Go). Migrante morto nel Cpr: "È un nuovo caso Cucchi"
- Palermo. Detenuto arriva in aula con lividi sul volto. La Corte ai pm: "Indagate per tortura"
- Pescara. Sì ai giochi donati dal papà carcerato in regime di 41bis
- Venezia. Assemblea e sciopero dei penalisti il 28 gennaio
- Viterbo. Ok all'istituzione del Garante comunale per i diritti dei detenuti









