di Andrea Oliva
Il Resto del Carlino, 15 dicembre 2019
Il progetto della Caritas in collaborazione con la casa circondariale ha creato una linea di cosmesi I materiali commercializzati nella nuova bottega dell'associazione in Corso Giovanni XXIII. Per Natale regalati un sapone di Marsiglia per stare "Al fresco", come i detenuti delle carceri che lo hanno confezionato con le proprie mani.
Non manca l'ironia a chi si è messo d'impegno tra le mura della Casa circondariale di Rimini, ed ha preparato dei prodotti che possono oggi essere venduti nell'atelier della Caritas, in centro storico. A rendere possibile il progetto è stata la collaborazione tra Caritas, Comune di Rimini e Casa circondariale.
In carcere le giornate possono essere lunghissime, o il tempo scivolare via. Quello che si può fare è evadere, ma con la mente, ed è quanto è avvenuto, spiegano dalla Caritas. "Creatività, gesti e profumi, hanno permesso di evadere con la mente e hanno ispirato i partecipanti a organizzare una raccolta fondi da destinare a progetti virtuosi presenti nel territorio".
Nulla è stato lasciato al caso. I prodotti sono stati realizzati con materia prime naturali, vegetali e olii essenziali. La produzione è avvenuta sotto la guida di Perla Urbinati, naturopata e appassionata di cosmetici e saponi naturali. I detenuti hanno così iniziato a seguire gli insegnamenti per produrre saponi da utilizzare per il bucato, come avveniva un tempo, ed anche per il corpo, alla calendula o alla lavanda.
A dire il vero la linea di cosmesi "Al Fresco" è molto più completa e propone anche burro cacao all'arancia, deodorante spray e dentifricio. Nella produzione si è tenuto in conto anche il rispetto dell'ambiente e di conseguenza il riutilizzo di materiali destinati alla discarica o peggio a inquinare. I saponi di Marsiglia per il bucato sono stati realizzati grazie al riciclo 'creativo' di olii da cucina.
I prodotti si troveranno in commercio da "Lazzaro", il nuovo atelier della Caritas, termine coniato dal vescovo Francesco Lambiasi, che si trova in Corso Giovanni XXIII. Le offerte per portarsi a casa uno dei prodotti confezionati dai detenuti partiranno da 2 euro. Come accade in ogni vera storia natalizia, anche questa vicenda trabocca di solidarietà. Non ci sono solo i detenuti che offrono in dono il frutto del proprio impegno.
Le offerte raccolte da "Lazzaro" andranno a chi si spende ogni giorno per gli altri. "Si è deciso - spiegano dalla Caritas - di devolvere l'intero ricavato al progetto Magnifici Lettori Volontari di Rimini, un gruppo di uomini e donne di età e lavori diversi ma accomunati dalla volontà di mettere a disposizione il proprio tempo e voce a sostegno dei piccoli pazienti dell'ospedale di Rimini e delle loro famiglie".
I lettori si dedicano in particolare ai reparti di Chirurgia pediatrica, Pediatria, Oncologia pediatrica e Terapia intensiva neonatale dell'ospedale Infermi di Rimini. Il ricavato servirà ad acquistare nuovi libri e formare nuovi lettori.
liberta.it, 15 dicembre 2019
Aprire le porte del carcere ai libri per far uscire persone migliori. L'appello natalizio a donare volumi e opere letterarie alla casa circondariale di Piacenza arriva dalle Librerie Coop del centro commerciale Gotico. In questi giorni, infatti, le responsabili del negozio stanno invitando i propri clienti a donare uno o più titoli alla biblioteca delle Novate, con l'obiettivo di favorire la diffusione della cultura dietro le sbarre e l'interazione della società con i detenuti.
Chiunque può regalare un'occasione di lettura e rieducazione semplicemente appoggiando un libro su uno scaffale apposito all'interno del punto vendita. Si tratta di una campagna di sensibilizzazione più ampia, intitolata "Più Lib(e)ri - Dona un libro al carcere", alla quale partecipano anche Libreria Fahrenheit 451, Bookbank Libri d'Altri Tempi, Libreria Internazionale Romagnosi e Mondadori Bookstore. Lasciando un "libro sospeso" nelle librerie piacentine che aderiscono all'iniziativa durante il periodo natalizio, si contribuirà ad arricchire la biblioteca della casa circondariale.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 dicembre 2019
"Prima ci sparavano addosso durante le manifestazioni, ora ci aspettano sotto casa. Inutile fuggire, tanto sanno dove abitiamo". Nelle ultime due settimane in Iraq numerosi manifestanti sono stati uccisi, rapiti e fatti sparire, nella maggior parte dei casi mentre rientravano nelle loro abitazioni dopo aver preso parte alle proteste. Altri sono scampati a tentati omicidi.
Dopo 450 morti e più di 20.000 feriti dal 1° ottobre, nel paese è in corso una vera e propria campagna di terrore contro chi scende in piazza o promuove e sostiene le proteste. L'obiettivo delle autorità irachene, lungi dal porre freno alle forze di sicurezza e indagare sull'ondata di uccisioni e rapimenti, è di spargere paura per impedire ulteriori manifestazioni. Dopo la denuncia dei giorni scorsi di Human Rights Watch, arriva ora quella di Amnesty International, che ha raccolto e diffuso le testimonianze di nove attivisti, manifestanti e parenti di attivisti scomparsi a Baghdad, Karbala e Diwaniya.
Ecco due di queste storie. L'8 dicembre un noto attivista di Kerbala, Fahem al-Tai, è stato assassinato da sconosciuti. L'11 dicembre a Baghdad è stato ritrovato il corpo di un altro attivista, Ali Najm al-Lami, membro dell'Unione degli scrittori iracheni e del Partito comunista. Sempre l'11 dicembre l'attivista per l'ambiente Salman Khairallah Salman è scomparso nel quartiere al-Kadhmiyah di Baghdad, dove si era recato per acquistare tende per i manifestanti di piazza Tahrir. Dopo due giorni i suoi parenti hanno appreso che potrebbe essere trattenuto in un centro di detenzione all'interno dell'aeroporto al-Muthana. Una buona notizia è arrivata per fortuna nella mattinata di ieri: il fotografo 24enne Zaid al-Khajafi, tra i più attivi nel pubblicare sui social media le immagini delle manifestazioni, è ricomparso a casa, da dove era stato rapito il 6 dicembre.
traniviva.it, 15 dicembre 2019
Attività e laboratori per i bambini accompagnati da personale qualificato. Presso la Casa Circondariale maschile di Trani è stato inaugurato il nuovo spazio ludico "Magikambusa 2.0", progetto vincitore del bando Orizzonti Solidali dell'anno 2018, promosso dalla fondazione Megamark. Il progetto "Magikambusa 2.0", gestito dall'associazione "Paideia", è protagonista di una nuova rinascita, grazie ai fondi stanziati dalla fondazione Megamark e dal cofinanziamento ricevuto da parte dell'ufficio del Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
Il progetto nasce nel 2013, con la vittoria del bando regionale Principi attivi 2012; nel corso di questi anni l'associazione ha incontrato molte difficoltà per autofinanziarsi, ma grazie alla generosità dei privati, dell'ufficio del garante dei diritti dei detenuti e dei minori e anche a campagne di crowd-funding, "Magikambusa" ha continuato a garantire i propri servizi ai suoi piccoli utenti. Oggi l'associazione ha potuto allestire un nuovo spazio ludico, confortevole e ricco di nuovi giochi, all'interno del quale i bambini possono trascorrere il loro tempo, accompagnati da personale qualificato (educatrici e psicologhe) che organizzano attività ludiche e ricreative, laboratori manuali e garantiscono il supporto necessario.
Con l'auspicio di sensibilizzare e diffondere gli obiettivi del progetto, l'associazione ha organizzato una conferenza stampa invitando i rappresentanti della Fondazione Megamark, le istituzioni pubbliche del comune di Trani e San Ferdinando di Puglia, della Regione Puglia, il Garante dei diritti dei detenuti co-promotore dell'iniziativa, il direttore della Casa Circondariale di Trani e la responsabile del Progetto Magikambusa 2.0.
di Andrea Rossi
La Stampa, 15 dicembre 2019
Sarà seguito il "modello Moi". Entro Natale via le baracche in Germagnano, poi tutti gli altri insediamenti. In cambio, percorsi di inclusione: casa, formazione, inserimento al lavoro. Il "modello Torino", quello che ha permesso di affrontare con successo un'emergenza trascurata per anni come l'occupazione delle palazzine all'ex Moi, non è finito in soffitta. Non è evaporato nemmeno con la vittoria in Regione della Lega, portatrice di un programma che più che all'inclusione guarda alla stretta legalitaria. Anzi, proprio con la Lega è arrivata la liberazione definitiva e rapida dell'ex villaggio olimpico. E ora con la stessa Lega il modello usato all'ex Moi viene riproposto sui campi rom dalla stessa alleanza istituzionale: Comune di Torino, Regione, Prefettura e Diocesi. Manca, rispetto a via Giordano Bruno, la presenza di Compagnia di San Paolo.
Entro Natale le 36 persone che ancora abitano nel campo autorizzato di via Germagnano usciranno dalle baracche. A gennaio toccherà a un pezzo dell'insediamento in strada dell'aeroporto. Il percorso sarà molto simile a quello che ha portato rifugiati e richiedenti asilo fuori dall'ex Moi: uno sgombero dolce, in cui la legalità si accompagna a percorsi di inclusione che prevedono abitazioni, formazione e inserimento lavorativo. "Le azioni devono essere finalizzate al ripristino della legalità e dall'altro all'inclusione sociale delle minoranze etniche interessate", si legge nel testo approvato martedì scorso dalla giunta Appendino, che già nel 2017 ha avviato un progetto per il superamento dei campi.
L'accordo ne è una evoluzione e nasce anche dalla collaborazione con il ministero dell'Interno, che attraverso la Prefettura ha stanziato 250 mila euro per questo primo intervento cui si aggiungono i 300 mila euro della Regione. Il prefetto Michele Di Bari, capo del dipartimento per l'Immigrazione, l'ha di fatto battezzato come un esperimento pilota che potrebbe poi essere applicato in altre realtà.
Anche gli strumenti sono gli stessi dell'operazione all'ex Moi: la Città dovrà nominare un project manager, figura di esperienza e competenza che sarà incaricato di fare da regista e coordinare tutti gli interventi. Dal canto suo la Città dovrà occuparsi delle bonifiche delle aree liberate. La Regione fornirà risorse e l'accesso a programmi già esistenti di formazione civico-linguistica, integrazione e lavoro. La Prefettura stanzierà altre risorse a avrà funzioni di coordinamento. Infine la Diocesi fornirà abitazioni per ricollocare le persone oltre alle sue strutture e ai suoi progetti.
Una task force che ricalca da vicino - anche nella suddivisione dei compiti - il modello Moi. E lo fa anche nell'obiettivo: coniugare sicurezza e accompagnamento. Il tutto mantenendo l'alleanza istituzionale anche con la Regione a trazione leghista.
Inutile dire che al governo regionale interessa raggiungere gli obiettivi della legge approvata a ottobre, vale a dire "la chiusura totale e definitiva dei campi in Piemonte", spiega l'assessore alla Sicurezza Fabrizio Ricca. Per arrivarci, la Regione ha ottenuto tempi più rapidi ma ha accettato che l'impianto complessivo non venisse stravolto, almeno a Torino. Altrove, dipenderà dai sindaci dei comuni interessati: in Piemonte ci sono 19 campi autorizzati con circa 2.200 persone. "Quello di Torino è l'inizio di un percorso", spiega Ricca. "Ho chiesto al prefetto Palomba di coordinare gli altri prefetti piemontesi per replicare questo schema in tutti i comuni nei quali esistono insediamenti rom per arrivare a superarli nel più breve tempo possibile".
ilclandestinogiornale.italiasera.it, 15 dicembre 2019
La Camera Penale di Velletri, in collaborazione con il Carcere veliterno, ha indetto la prima edizione del concorso letterario in favore dei detenuti intitolato: "Camera con vista". "Attraverso i racconti, le poesie e i disegni - annunciano i proponenti -tocchiamo l'intimità più profonda di chi è attualmente ristretto presso l'Istituto carcerario e che accetta di condividere la propria condizione e sofferenza con l'esterno. Il ricavato della raccolta sarà devoluto in favore dei primi tre classificati nonché per le iniziative culturali in favore dei detenuti. La premiazione si svolgerà il 9 gennaio 2020 alle 15,30 presso la Casa Circondariale di Velletri. Faranno parte della giuria personaggi del mondo della cultura, del giornalismo, della politica, della avvocatura e della magistratura: Rita Bernardini, Edoardo Albinati, Maria Antonietta Vertaldi, Francesco Maesano, Valentina Angela Stella, Marco Anselmi, Alessandro Gerardi, Federica Marmo, Brunella Libutti, Francesco Lodise, Lia Simonetti, Sabrina Lucantoni. L'evento sarà seguito da Radio Radicale. Per l'acquisto del libricino, il cui ricavato sarà devoluto alle iniziative culturali in favore dei detenuti, scrivere all'avvocato Sabrina Lucantoni:
di Luciano Floridi
L'Espresso, 15 dicembre 2019
Dopo la manifestazione di Bologna del 14 novembre, e quelle seguenti, si parla molto del Movimento delle Sardine. Le interpretazioni si susseguono, i posizionamenti si moltiplicano, come i tentativi di mettere le Sardine nella propria scatoletta preesistente ("sono di..."), per farsele amiche a sinistra, o sminuirne e magari condannarne l'importanza a destra.
Vizi da politichetta di tutti i colori, che concepisce solo i suoi schemi. È in realtà una bella manifestazione di resistenza diffusa, contro il degrado politico ormai insopportabile, che merita rispetto intellettuale, non mera appropriazione o polemica d'interesse.
Per esercitare questo rispetto, bisogna cercare di capire meglio come mai tante persone, anche così diverse per età, ceto, cultura, e provenienza geografica, sono disposte a partecipare a civili manifestazioni di protesta in tante piazze italiane e non solo, anche sotto la pioggia, anche se deluse dalla politica, a volte per la prima volta in vita loro.
Le Sardine non sono un branco a caccia di fama multimediale, di uno spazio partitico, di una qualche rappresentatività politica, o di una ipotetica candidatura. Sono un banco a difesa della Costituzione e di una politica in grado di raggiungere compromessi senza compromettersi, fatta di confronti onesti, informati, competenti, educati, e ragionevoli sulle vere questioni che preoccupano le persone: dall'educazione alla sanità, dal lavoro alla pensione, dalla sicurezza sociale alla protezione dell'ambiente.
Chiedono alla classe politica di fare il suo lavoro decentemente, per migliorare il presente e progettare il futuro. Oggi sembra chiedere la luna. Che si sia arrivati a questo punto indica quanto sia malata la politica. Ma è per questo che è sciocco o furbino obiettare che le Sardine non hanno un programma propositivo.
È come dire che gli anticorpi non hanno una funzione salutare. Meglio interpretare le Sardine come la risposta immunitaria della società civile contro malattie che non è disposta a sopportare: il sovranismo, il populismo, il razzismo e la xenofobia, l'intolleranza, il negazionismo (dal riscaldamento globale alle atrocità nazi-fasciste), i rigurgiti fascisti, la litigiosità, l'incompetenza e la corruzione di troppi, la comunicazione violenta, maleducata e faziosa di molti.
Chi obietta che si tratta solo di un "movimento di protesta" confonde il non volere la politica, che è uno sterile rigetto apolitico fine a se stesso, con il volere che la politica sia una cosa seria e proficua, che è una richiesta di riforma e un gesto di fiducia verso quanto è possibile fare tutti insieme, come società, contro la rassegnazione collettiva. Si può accettare che "va tutto male" e rimboccarsi le maniche, non che "non c'è niente da fare" e farsi gli affari propri. Le Sardine non vogliono fare politica, vogliono che si faccia Politica.
Chi risponde che questo è pur sempre fare politica non ha torto, ma sbaglia nel pensare che allora deve essere un certo tipo di politica. È una richiesta di buona Politica, non il tentativo di soddisfare tale richiesta politicamente. Quindi le Sardine sono pro-Politiche non a-Politiche.
Per questo non si incontrano in luoghi storici, non sfilano per strada, ma si stringono in piazza, nell'agorà, il luogo democratico per eccellenza. E per organizzarsi usano la rete, mostrando che Internet non serve solo a manipolare l'opinione pubblica demagogicamente dall'alto, ma resta uno splendido strumento di condivisione di idee e coordinamento sociale dal basso.
Questa modalità di protesta pacifica e quasi pacifista, senza bandiere e senza proclami, attraverso non il dire ma il mostrare che siamo tutti sulla stessa piazza-barca, che possiamo prosperare solo tutti insieme, come tutti insieme rischiamo di affondare, ha richiesto un'innovazione comunicativa.
L'espressione flash mob nasce nel 2003 per indicare un assembramento intenzionale ma inaspettato di persone in uno spazio pubblico, reso possibile dal coordinamento occasionale dell'azione di gruppo, di solito attraverso Internet. Qualcuno si è stupito e ha esaltato l'unione tra Facebook e la piazza come una straordinaria novità.
La verità è che la separazione tra digitale e analogico, tra online e offline è degli anni Novanta. Facebook è nata nel 2004. Gli organizzatori del flash mob di Bologna sono trentenni che vivono da tempo on-life. La fine di un flash mob è quello di sorprendere e attrarre l'attenzione pubblica con la sua stessa esistenza e significatività. Non rimanda ad altro, come un comizio, ma è il suo stesso contenuto, come una canzone. Insistere nel chiedere quale sia il "vero" messaggio vuol dire non aver mai sentito parlare di McLuhan: l'evento è il messaggio (the medium is the message), fine.
Questo è importante, perché oggi controbattere certi temi è, per usare un detto inglese, come lottare con un maiale: si finisce solo per sporcarsi e inoltre il maiale si diverte un mondo. Ingaggiare un dibattito serio sull'emergenza immigrazione", per esempio, rischia di legittimarla come una posizione degna di essere discussa e di concentrare l'attenzione di tutti sui temi sbagliati. Si aggiunge rumore, distraendo ulteriormente l'opinione pubblica dalle cose serie, e facendo così un favore a chi vuole monopolizzare l'attenzione su simili temi.
Pessima mossa, ma resta il problema: se non ci si impegna, come ci si può difendere? Le Sardine hanno identificato una modalità, elegante: la co-presenza in piazza come segnale dirompente per criticare senza legittimare, per dare a tutte le persone che non ne possono più di politichetta e anti-politichetta la possibilità di un gesto di dissenso educato contro le malattie di cui soffre tutta la politicaccia.
Con il valore aggiunto di far parlare i giornalisti di qualcosa di diverso dai soliti temi cari alla politicaccia stessa. I cattivi politici non vedono l'ora che si smetta di parlare di Sardine e si riprenda a parlare di loro. Come diceva Oscar Wilde, l'unica cosa peggiore del parlar male di me e che non si parli di me. Acronimizzare "Sardine" non ha senso e va contro l'approccio immunologico. Il termine è nato accidentalmente, dall'espressione "stretti come sardine". Meglio lasciarlo come un modo per identificare un'ampia reazione civile contro il populismo sovranista. Altrimenti si inizierà a litigare se la S possa stare per "Sostenibilità" o "Solidarietà", o la A per "Accoglienza" o "Amicizia". Il termine "Sardine" è ben scelto.
Nel 2014, pubblicai un testo in cui introducevo il concetto di protezione della privacy di gruppo argomentando che ciascun individuo pensa di essere speciale, come Moby Dick, ma in realtà quasi tutti siamo sardine. Ogni sardina teme che il populista stia cercando di pescare proprio lei. Ma il populista non è interessato alla sardina, cerca di pescare tutto il banco.
È quindi il banco che deve essere protetto, per salvare ogni sardina. Un'etica che si rivolge a ciascuno di noi come se fossimo tutti Moby Dick è lusinghiera, ma deve essere aggiornata urgentemente. A volte l'unico modo per proteggere l'individuo è proteggere il gruppo al quale appartiene. In conclusione, resta la domanda più difficile: che cosa si può fare ora che gli anticorpi sembrano contrastare i malanni peggiori della politica?
Alla lavagna, le opzioni sono tre. Si può riformare un partito esistente, per farlo diventare Politico. Sembra impossibile, qualunque sia la scelta di partenza. Si può trasformare il Movimento delle Sardine in un partito.
Sembra contraddittorio, qualunque sia la speranza di arrivo. O si può creare un partito nuovo, non basato su qualche velleità individualistica, ma che si faccia portavoce e coordinatore di tutte le esigenze di buona politica che ormai da anni sono espresse da tanti movimenti diversi. Sembra utopistico, ma si sa, le Sardine tendono a essere ottimiste.
di Giovanna Maria Fagnani
Corriere della Sera, 15 dicembre 2019
Gli artisti del Coro della Scala e i detenuti del Coro della Nave di San Vittore. Insieme. Per beneficenza. In un concerto-spettacolo di Natale intitolato "Voci fuori dal coro" che avrà luogo alle 21 di martedì nell'Auditorium Fondazione Cariplo, in largo Gustav Mahler, con la partecipazione degli attori del Macrò Maudit Teater.
La serata, promossa e organizzata dalla Fondazione Cariplo e dall'associazione "Amici della Nave", servirà a raccogliere fondi per l'accesso alle cure dentali dei bambini di Milano che vivono in condizioni di povertà. E l'iniziativa si unisce alle tante attività del "Programma QuBì - La ricetta contro la povertà infantile", attivato a portato avanti dalla stessa Fondazione Cariplo per contrastare la povertà di oltre 20 mila minori in città.
La campagna di raccolta fondi è attiva su "For Funding", la piattaforma digital di Intesa Sanpaolo che sostiene il progetto con le Fondazioni Vismara, Romeo ed Enrica Invernizzi, Fiera Milano e Snam. Per partecipare alla serata basta andare su forfunding.it e cercare "Progetto QuBì", dopodiché fare una donazione e registrarsi: sarà poi sufficiente dare il proprio nome una volta arrivati all'ingresso.
La collaborazione a questa iniziativa da parte dei coristi della Scala, a titolo totalmente volontario così come quella del loro maestro Bruno Casoni, è nata dopo l'esperienza dello scorso aprile, un'esperienza durante la quale il teatro più famoso del mondo aprì le sue porte - e il suo palco - ai detenuti del reparto per una interpretazione fianco a fianco di "Va' pensiero".
Ora, a dieci giorni dalla Prima e nonostante il fitto calendario di repliche e prove per gli spettacoli successivi, gli artisti della Scala hanno trovato il tempo e la volontà di andare a provare dentro il carcere di San Vittore per la preparazione di questo spettacolo che sarà arricchito dai testi scritti dai detenuti stessi - interpretati dalle voci di Macrò Maudit - e dalle fotografie di Ludovica Sagramoso.
La campagna di raccolta fondi sarà comunque attiva fino al 31 gennaio. Dunque c'è ancora tempo. Per raggiungere i bambini che anche in una città come Milano non riescono ad accedere al dentista il programma attiverà le 23 ricette QuBì attive in 25 quartieri della città: una rete di prossimità che coinvolge più di 600 organizzazioni non profit, i servizi sociali, la cittadinanza attiva, e che finora ha raggiunto su vari fronti diversi 60mila persone.
"Il concerto Voci fuori dal Coro - sottolinea il presidente di Fondazione Cariplo, Giovanni Fosti - è un'iniziativa speciale perché è nata dal desiderio di persone che vivono in carcere di fare qualcosa per chi ha bisogno, un gesto che lancia un messaggio molto potente. Persone di condizione, se vogliamo, così distante come detenuti e artisti di uno dei teatri più prestigiosi del mondo si sono unite per aiutare i bambini che a Milano vivono in povertà.
Un tema cittadino - ha aggiunto Fosti - che riguarda tutti. Il nostro impegno è cercare di ridurre queste distanze, fino a colmarle". "Per tutte le persone che si sono impegnate in questa iniziativa - ha detto Eliana Onofrio, che è la presidente dell'associazione Amici della Nave - fare qualcosa a favore del prossimo è una grande esperienza di crescita. Grazie di nuovo a tutti coloro che l'hanno resa possibile".
Tra questi Giacinto Siciliano, direttore di San Vittore: "Stiamo parlando di un percorso nel quale crediamo molto. La pena come momento in cui ricostruire l'uso del proprio tempo e il carcere come luogo aperto, di scambio, finalizzato al rientro nella società. Attraverso il lavoro, l'arte, la bellezza. In questo caso, con l'arricchimento di uno scopo benefico in cui i detenuti non chiedono ma danno".
di Andrea Senesi
Corriere della Sera, 15 dicembre 2019
Le telefonate al numero verde del Comune di Milano. Attivo da due mesi: sos anche per farmaci, alcol, gioco e la nuova schiavitù dalla tecnologia. Chiamare in Comune per segnalare la propria o altrui dipendenza. Il numero verde era stato (ri)attivato sull'onda della scandalo di Rogoredo, il parco della droga al margine della città e soli da pochi mesi tornato ad apparente normalità.
SostieniMi è il servizio di contrasto alle dipendenze partito a inizio ottobre per mettere a disposizione una linea telefonica (335.1900536), un indirizzo mail (
Perché dopo due mesi di attività il primissimo bilancio del centralino restituisce una fotografia per certi aspetti inattesa. Tra ottobre e novembre 2019 il servizio ha gestito 150 contatti. A chiedere aiuto sono soprattutto i diretti interessati (72 per cento), mentre negli altri casi si tratta di familiari (genitore, partner, fratello/sorella o altro parente).
La prima sorpresa è che meno della metà delle domande denuncia una dipendenza da eroina, cocaina o altre sostanze: "solo" il 40 per cento denuncia una dipendenza da droghe, il resto si divide tra farmaci (20 per cento), ludopatie e gioco d'azzardo (20 per cento) e solo al quarto posto l'alcol (15 per cento). Ma si sono registrati anche tre casi di sedicenti dipendenze da "nuove tecnologie". Giovani schiavi, in pratica, del proprio cellulare o del computer.
Un'assoluta e preoccupante novità. Commenta l'assessore al Welfare Gabriele Rabaiotti: "La nostra è un'iniziativa che non vuole sovrapporsi ai servizi già presenti, ma aiutare in termini di primo ascolto e orientamento chi sta affrontando un qualsiasi tipo di dipendenza".
"Nei primi due mesi - continua l'assessore Rabaiotti - abbiamo riscontrato un grande bisogno non espresso e dunque la necessità di intervenire con ancora più convinzione, soprattutto per far emergere le dipendenze che ancora oggi non vengono riconosciute come tali e quindi denunciate, come per esempio quella dalle nuove tecnologie.
Sono stati solo tre i casi intercettati, ma pensiamo che il potenziale bacino di utenza sia molto più grande e abbia bisogno di un intervento proattivo di sensibilizzazione. Essendo questo un fenomeno che interessa sempre più giovani e giovanissimi, è inoltre allo studio la realizzazione di profili social del servizio, in modo da riuscire a intercettare chi a questo mondo si è approcciato da poco".
Il servizio è ora gestito dal Centro Ambrosiano di solidarietà (Ce.A.S.) - selezionato dal Comune attraverso un avviso pubblico - era stato ideato e annunciato dal precedente assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino. Da Palazzo Marino si dicono estremamente soddisfatti dei primi riscontri.
"I contatti - spiegano tecnici e operatori - sono aumentati percentualmente di molto da un mese con l'altro (+60 per cento) e le tre telefonate al giorno di media sono da considerarsi un inizio incoraggiante, considerate le diffidenze e le reticenze tipiche di chi è alle prese con questi problemi. "E mediamente - sottolineano ancora dall'assessorato - riusciamo a tenere agganciate le persone che chiamano: chi si rivolge a noi sceglie poi di ricevere un sostegno vero e di avviare un percorso di recupero".
di Massimo Franchi
Il Manifesto, 15 dicembre 2019
Piemonte, al via il primo processo nel settentrione. A giudizio sei imprenditori e un caporale per aver sfruttato venti lavoratori stranieri. Il primo processo per caporalato al Nord si è aperto venerdì a Cuneo. Sei imprenditori agricoli e un caporale rinviati a giudizio per lo sfruttamento perpetrato nei confronti di oltre 20 lavoratori nella zona di Saluzzo. Al tribunale di Cuneo si è tenuta l'udienza preliminare.
A chi pensa ancora che il caporalato sia un fenomeno limitato al sud, i racconti dei ragazzi - quasi tutti centro africani provenienti da Costa d'Avorio, Mali, Guinea, Burkina Faso, e un solo albanese - farà facilmente cambiare idea. "Molti di loro lavoravano di giorno nei campi a raccogliere la frutta e la notte in una cooperativa in quella che loro chiamano "la raccolta dei polli" - spiega l'avvocato di parte civile Valentina Sandroni che assiste due lavoratori iscritti alla Flai Cgil.
Alcuni lavoravano anche 20 ore al giorno, dormendo solo due ore prima di essere svegliati per essere portati allo stabilimento. Oppure che uno dei lavoratori si è sentito chiedere di pagare 304 euro per poter avere il Cud da presentare per il rinnovo del permesso di soggiorno: la cifra era pari ai contributi che l'azienda doveva versare per riconoscere le ore in più che naturalmente non aveva pagato al ragazzo nonostante ne lavorasse molte di più".
L'inchiesta della procura di Cuneo guidata dal procuratore capo Onelio Dodero è partita nel luglio del 2018 e ha portato ad un arresto e due misure cautelari lo scorso maggio. È stata ribattezzata "Momo", dal soprannome del caporale del Burkina Faso che teneva i legami con le aziende agricole a conduzione familiare: la Gastaldi, specializzata in raccolta della frutta (a Saluzzo negli ultimi anni è decollata la coltivazione di lamponi e mirtilli) e la cooperativa Monviso con lo stabilimento Gfb per il trattamento di polli e conigli: le persone rinviate a giudizio sono tutti parenti delle due famiglie. Sia il caporale che gli imprenditori rischiano dai 5 agli 8 anni di carcere perché al reato di caporalato vanno aggiunte la aggravanti di violenza e minacce.
L'inchiesta ha accertato tutti i crismi del reato di caporalato: utilizzo illegale di manodopera, il riconoscimento di salari difformi dai contratti nazionali e provinciali di settore, la violazione continua dei diritti fondamentali della persona, l'alterazione del corretto funzionamento del mercato del lavoro favorendo un sistema di concorrenza sleale tra imprenditori, la sottoposizione a controllo.
"Ieri in aula si è discusso molto rapportando la situazione descritta ai casi più noti di caporalato avvenuti in Calabria, Campania o basso Lazio. Ma il tentativo di sostenere che questo caso sia meno grave perché le condizioni dei lavoratori erano migliori va contrastato duramente: innanzi tutto non si era mai sentito parlare di 20 ore di lavoro al giorno e poi, se il contesto sociale è diverso, uguali sono le modalità di sfruttamento dei lavoratori", sottolinea l'avvocato Sandroni.
Molti dei lavoratori sono stati contattati e sindacalizzati attraverso il Pas (Prima accoglienza stagionali), la ex caserma di Saluzzo che dà loro rifugio, nata nel 2018 dopo la sollecitazione della Caritas locale con l'intervento di Regione Piemonte, Consorzio Monviso Solidale, Caritas, Cgil e Cisl, fondazioni bancarie e aziende.
"Abbiamo aperto uno sportello al Pas e in questo modo siamo entrati in contatto con più lavoratori potendo aiutarli: per esempio nessuno di loro sapeva che poteva richiedere la disoccupazione", racconta Davide Masera, segretario della Cgil di Cuneo, che nella prossima udienza di marzo si costituirà parte civile nel processo assieme alla Flai Cgil.
"La nostra azione - continua Masera - ha portato ad un aumento dei contratti di lavoro nel collocamento di Saluzzo di ben il 25 per cento. È un dato clamoroso che si dovrebbe ripetere anche nel 2019: significa che la legalità è aumentata nel nostro territorio e che i lavoratori migranti hanno più diritti".
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