di Franco Uda*
Il Manifesto, 26 gennaio 2020
In sincronia con le manifestazioni in 200 centri a livello internazionale. Il movimento pacifista torna in piazza: in Italia da nord a sud sit-in e flash mob e fiaccolate contro i conflitti sparsi nel mondo. La mobilitazione "Spegniamo la guerra, accendiamo la pace" di ieri ha avuto una grandissima risposta nel territorio, in termini di numero di adesioni e manifestazioni: si sono prodotte oltre 50 iniziative locali, uniformemente distribuite su tutto il territorio nazionale, frutto dell'adesione all'appello di circa 110 organizzazioni nazionali e quasi 250 locali, difficile stimare quante cittadine e cittadini vi abbiano preso parte.
Presidi, sit-in, fiaccolate, flash-mob, la lettura della lettera che ci è stata inviata da Piazza Tahrir (Baghdad), hanno rianimato le piazze da nord a sud con una partecipazione popolare in nome della pace che non si vedeva da molto tempo. Ma l'elemento davvero significativo è stato quello di sincronizzare globalmente questa mobilitazione - così come lo sono i processi bellici che le stesse manifestazioni stigmatizzavano - per far emergere quello che qualche anno fa avremmo descritto come un altro mondo possibile: 200 città, nei 5 continenti, hanno colto il buon vento e issato le bandiere arcobaleno.
In particolare, nel nostro Paese, siamo riusciti a esorcizzare il timore della mobilitazione popolare, gettare il cuore oltre l'ostacolo, e, in qualche misura, rispondere a quanti, in questi ultimi anni, hanno provato a misurare lo stato di salute del movimento per la pace col termometro delle discese in piazza. È stato possibile grazie a un gran lavoro di tanti attivisti e strutture organizzative, senza primedonne, che si sono messi a disposizione per coordinare il diffuso reticolato di cittadinanza attiva che, di volta in volta, si riaccende quando la scintilla è quella giusta.
Il nostro tesoretto è oggi costituito da una miriade di contatti, collettivi e individuali, che in queste ultime settimane ci hanno scritto per manifestare la loro volontà di esserci e collaborare per la migliore riuscita della mobilitazione, una rete di un'altra Italia - quella che non semina paure per raccogliere odio - a cui non basta metter il like giusto o postare graffianti tweet, che crede nella partecipazione democratica dal basso, a cui bisogna innanzitutto dire che non finisce qui: il 25 gennaio non è un punto d'arrivo ma una bella giornata di azione collettiva, prodromo di iniziative future.
Il movimento per la pace e la nonviolenza proseguirà nel lavoro, che non si è mai fermato, di costruzione di una cultura alternativa alla guerra e al riarmo, di accrescimento di competenze e expertise, di azione di advocacy nella interlocuzione con le istituzioni, con la promozione di campagne, nel dispiegamento di iniziative di solidarietà e cooperazione internazionale.
Inoltre il prossimo fine settimana, a Milano, si terrà una due giorni pubblica di riflessione e approfondimento delle prossime strategie, che sancirà il percorso di convergenza politica e organizzativa tra la Rete della Pace e la Rete Italiana Disarmo.
Ora abbiamo però bisogno di mettere in campo tutta la nostra buona volontà, generosità e spirito di servizio per superare una segmentazione mobilitativa che in questi ultimi anni ha saputo comunque produrre quella necessaria indignazione contro le pulsioni razziste, per l'azione umanitaria a favore dei migranti, contro il risveglio della cultura neofascista, per la tutela dell'ambiente, contro il dissesto del nostro territorio, per la dignità del lavoro.
Dobbiamo provare a cogliere virtuosamente l'intreccio profondo che mette in relazione ambiti solo apparentemente scollegati attraverso un pensiero nuovo e forte - in una certa misura olistico e circolare - che superi la logica lineare di causa-effetto e sappia descrivere i processi globali aggredendoli da angoli diversi di visuale. La Pace - come non si stancava mai di rammentarci Tom Benetollo - è "un progetto politico", un processo complesso per il quale necessitano risposte complesse: è in questo solco che proseguiremo il nostro cammino, con Giulio Regeni - uomo di pace - nel cuore.
*Responsabile nazionale pace, diritti umani e solidarietà internazionale dell'Arci
di Patrizio Gonnella
L'Espresso, 26 gennaio 2020
"Qui abita un ebreo", qualcuno ha scritto pochi giorni fa sulla porta di una casa a Mondovì dove abita il figlio di una donna partigiana che ha vissuto la tragedia della deportazione nel campo di Ravensbruck. Questo era il più grande campo di concentramento nazista, a pochi chilometri da Berlino. A Ravensbruck un gran numero di dottori, anzi di criminali, sottoposero le prigioniere a esperimenti medici crudeli. Alcune donne vennero brutalmente ferite, infettate, fratturate fino a produrre loro cancrena. Lo scopo era quello di verificare l'efficacia di alcuni medicamenti da usare per curare i soldati nazisti. Ad altre donne vennero trapiantate ossa che erano state amputate a loro compagne di internamento.
Centinaia di donne rom a Ravensbruck furono sterilizzate. Più di dieci medici, indegni del loro ruolo, furono ritenuti colpevoli dal tribunale di Norimberga. Erano responsabili di una vera e propria fabbrica di eliminazione di massa degli indesiderati, a partire dagli ebrei, sino ai disabili e ai dissidenti. A capo c'era Viktor Brack, che medico non era, ma di medici si avvaleva. Chiunque abbia intimidito e offeso quel signore e la sua mamma (oramai deceduta) a Mondovì ha offeso tutti noi nonché la memoria su cui si fondano le democrazie costituzionali contemporanee.
Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Non è una giornata come le altre. Non ha nulla di rituale. È oramai diventata una grande occasione per costruire una memoria comune con le nuove generazioni. Lunedì 27 gennaio a partire dalle 9.30 nell'Aula Magna della Facoltà di Lettere dell'Università Roma Tre, in un evento organizzato dalla stessa Università Roma Tre insieme alla Coalizione italiana per i diritti e le libertà civili, circa cinquecento studenti delle scuole medie inferiori e superiori romane incontreranno gli scrittori reduci dai campi Edith Bruck e Aldo Zargani, dopo aver ascoltato le composizioni del maestro Claudio Di Segni.
Queste la parole loro rivolte da Liliana Segre: "Mai dimenticare le parole con le quali Primo Levi ci ha per sempre ammoniti: se quell'orrore è potuto accadere, può accadere ancora. Il pericolo è sempre in agguato: odio, razzismo, antisemitismo, discriminazione, ingiustizia, violenza, guerre, sono malattie anche del nostro tempo. Mai abbassare la guardia, mai voltare la testa dall'altra parte, mai cedere all'indifferenza. Nessuno più di me è sensibile al tema dell'indifferenza." Parole che si uniranno a quelle dei ragazzi a cui viene dato il compito di tramandare una memoria che altrimenti andrebbe persa. E oggi non possiamo permettercelo, visto quanto ad esempio accaduto a Mondovì.
Esistono i criminali, esistono gli indifferenti, esistono gli smemorati, ma fortunatamente esistono anche i 'giusti'. La memoria dei nostri ragazzi è anche usata per ricordare i 'giusti'. Tommaso è uno dei ragazzi che lunedì racconterà storie raccolte in famiglia. La sua è la memoria di un giusto: "Durante la seconda guerra mondiale mia nonna viveva con i genitori ed i fratelli a Roma in via Siacci 32. Quando nel 1942 l'esercito tedesco ha iniziato i rastrellamenti degli ebrei, i miei bisnonni hanno nascosto per un anno una famiglia di loro amici ebrei, che altrimenti sarebbe stata deportata nei campi di concentramento.
Mia nonna Maria, all'epoca, aveva tre anni e giocava con i figli piccoli della famiglia ospite. Era però tutto molto complicato perché questa cosa doveva rimanere segreta. Non la doveva sapere nessuno. Ad ogni controllo tedesco loro si nascondevano in soffitta. Molti anni dopo la mia bisnonna ha raccontato a mia nonna che secondo lei moltissimi nel quartiere sapevano degli amici nascosti, ma per fortuna nessuno li ha mai traditi. Qualche tempo fa abbiamo ricevuto una telefonata del tutto inaspettata: una pronipote della famiglia ebrea aveva ricostruito questa storia, risalendo ai miei bisnonni e proponendo di nominarli "giusti fra le nazioni".
Nel 2008, una delegazione della mia famiglia è stata invitata a partecipare alla cerimonia di nomina, durante la quale è stato piantato un albero in ricordo dei miei bisnonni. Qualche settimana fa, durante le vacanze di Natale, ho visitato Gerusalemme con mia sorella, i miei genitori e dei nostri cari amici e sono stato al museo dell'olocausto: Yed Vashem.
Lì, abbiamo fatto una passeggiata nel Giardino dei Giusti dove abbiamo potuto rintracciare il nome dei miei bisnonni su una delle targhe. Per tutti noi è stata una grande emozione e io sono veramente fiero dei miei bisnonni che hanno rischiato la propria vita per proteggere delle persone innocenti". E noi siamo fieri di Tommaso e di tutti quelli che useranno il Giorno della Memoria per isolare i criminali, gli indifferenti, gli smemorati.
E i nostri ragazzi non possono e non debbono dimenticare le responsabilità del regime fascista. Così Fabio: "Mio nonno, che si chiamava come me, all'inizio dell'anno scolastico 1938-1939, quando aveva più o meno la mia età, è stato cacciato - come diceva lui- "da tutte le scuole del Regno" perché era ebreo. Però posso capire quello che Nonno Fabio ha provato quando, recandosi a scuola una mattina come le altre, ha saputo dal suo insegnate che, a causa di una lettera arrivata al Preside dal Governo, lui in quella scuola non ci poteva più andare, perché era ebreo.
E, capendo che sarebbe stato inutile discutere o fare domande, si è ripreso i suoi libri e, uscendo dalla classe, ha guardato i suoi compagni per spiarne le reazioni, e avrà visto - immagino, dato che le classi sono abbastanza tutte uguali - la faccia di chi era contento, di chi era sprezzante, di chi era costernato, di chi aveva le lacrime agli occhi.
E credo di capire cosa deve aver provato, tornato a casa, nel dare la notizia della sua espulsione ai suoi genitori, nel vedere le loro espressioni terrorizzate e impotenti mentre gli dicevano: "non è successo niente di grave, vedrai, una soluzione si trova". Immagino che nella sua testa ci fossero tante domande, le stesse che mi farei io se un giorno decidessero di cacciarmi dalla classe perché ho gli occhi neri o perché non ho i capelli ricci, o altro.
E questa è un'esperienza che, in mancanza di democrazia, quando un regime decide di violare il principio più importante della giustizia, quello che dice che siamo tutti uguali di fronte alla Legge - La legge è uguale per tutti - tutti i bambini del Mondo in tutti i periodi della storia rischiano di fare.
C'è il rischio che qualunque bambino venga dichiarato inaccettabile, perché del sesso sbagliato, perché bianco o nero o rosso o giallo, perché ebreo, cristiano o mussulmano, yazidi o animista, perché portatore di handicap, perché povero (i motivi possono essere infinti) invece che solo un bambino, un bambino e basta". È alle nuove generazioni che spetta tramandare la memoria e isolare chi vorrebbe tornare a un passato criminale.
di Enzo Traverso
Il Manifesto, 26 gennaio 2020
Proprio nei paesi in cui la Shoah è stata oggetto di commemorazioni ufficiali e politiche educative, ha suscitato la creazione di musei e memoriali, ispirato numerose opere letterarie e cinematografiche, fino a essere protetta da leggi speciali che prevedono condanne severe per chi osi violarle, proprio qui - è la tesi dalla quale prende le mosse il nuovo saggio di Valentina Pisanty, "I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe" (Bompiani, pp. 256, € 13,00) - razzismo e xenofobia hanno conosciuto una crescita esponenziale, negli ultimi vent'anni. Qualcosa non funziona.
Difficilmente contestabile, questa diagnosi mostra impietosamente come la memoria pubblica dell'Olocausto si sia trasformata in una macchina ipertrofica che gira a vuoto, finalizzata a preservare sé stessa anziché svolgere una funzione civile, e sempre più sconnessa dai processi di fabbricazione sociale e culturale del razzismo e della xenofobia. Dopo essere stata convertita, come scrive Pisanty, in una "forma narrativa vuota", questa memoria reificata e neutralizzata può prestarsi agli usi peggiori: quelli, per esempio, di chi la brandisce come alibi per potere più comodamente predicare l'odio.
La memoria pubblica della Shoah è cosa diversa dal trauma dell'esperienza vissuta e dal ricordo che ne scaturisce, incarnato dai sempre più rari sopravvissuti dei campi nazisti. Essa ha i suoi "guardiani" - associazioni, istituzioni e personalità regolarmente sollecitate dai media - che ne amministrano le pratiche e le forme.
I guardiani parlano in nome delle vittime e gestiscono la posterità di un evento della storia europea che, secondo la formula ormai canonica di Elie Wiesel, possiede una dimensione assolutamente unica e al contempo universale. La singolarità della Shoah, affermava Wiesel parlando a nome degli ebrei, ne fa "un capitolo glorioso della nostra storia eterna", mentre il suo carattere universale impone di preservarne la memoria come un dovere etico, una sorta di imperativo categorico del nostro tempo.
Ciò permette di selezionare e riformulare le richieste di riconoscimento pubblico di altri genocidi e crimini contro l'umanità conformandoli al lessico specifico dell'Olocausto, fondato sulla dicotomia normativa tra carnefici e vittime: è avvenuto in Ruanda, dove il nazionalismo hutu è diventato un nazismo tropicale; in Ucraina e in America latina, dove l'Holodomor, la collettivizzazione delle campagne nell'URSS degli anni Trenta, e la repressione delle dittature militari degli anni Settanta sono diventate genocidî; e infine al di là dei Pirenei, dove la repressione franchista è stata ribattezzata dallo storico Paul Preston "l'Olocausto spagnolo".
La gestione dell'Olocausto come un lascito, un'eredità, un bene patrimoniale trasforma i suoi "guardiani" in manager della memoria spesso chiamati a definire i siti destinati ad accogliere musei e memoriali, ad amministrare fondi per l'organizzazione di mostre e viaggi scolastici, a finanziare opere d'arte e restaurare siti o edifici. Talvolta si fanno carico di vere e proprie trattative commerciali, come avvenne anni fa quando le associazioni americane dei guardiani della memoria (a differenza di quelle europee) ingaggiarono un agguerrito team di avvocati d'affari per negoziare con le banche svizzere la restituzione dei beni espropriati agli ebrei fuggiti dal III Reich.
In tempi recenti, la memoria della Shoah è diventata il vessillo delle istituzioni internazionali. Nel 2000, i rappresentanti di quarantasette paesi riuniti a Stoccolma hanno solennemente sottoscritto un testo comune secondo il quale "l'enormità dell'Olocausto deve essere per sempre stampata a lettere di fuoco nella nostra memoria collettiva". Dichiarazioni analoghe sono emanate dall'Unione Europea, dove i crimini del nazismo vengono in genere affiancati a quelli del comunismo al fine di accontentare i nuovi membri provenienti dall'ex blocco sovietico.
Divisa sulle politiche di accoglienza dei profughi, l'Unione Europea è sempre unanime quando si tratta di pauperizzare la Grecia, privatizzare i servizi o commemorare l'Olocausto. Da un lato discute sul modo più efficace di impedire l'esodo di chi fugge guerre e violenza - se necessario finanziandone l'internamento nei campi libici - e dall'altro commemora le vittime dei campi nazisti. Priva di un assetto federale e di istituzioni democratiche dotate di poteri effettivi, l'Unione Europea si sta profilando, dietro la facciata di un Parlamento decorativo, come un mostruoso binomio: l'eurogruppo dei ministri delle finanze affiancato dalle liturgie della Shoah; lo stato d'eccezione neoliberale unito al "dovere della memoria". Non stupisce che, così strumentalizzata e avvilita, questa memoria perennemente invocata non abbia più nessuna efficacia nella lotta contro un razzismo dilagante.
La Shoah, sosteneva Habermas, è il trauma che ha lacerato il tessuto antropologico sul quale poggiava la storia europea. La scelta di fondare la religione civile delle democrazie occidentali sulla memoria di questo evento ha senso se essa viene connessa al mondo di oggi, se viene indirizzata contro le culture e le pratiche xenofobe che si espandono paurosamente nel presente.
Edificata come culto del ricordo fine a sé stesso e impermeabile a quanto avviene nel mondo circostante, la memoria dell'Olocausto non serve a nulla, neppure a proteggere gli ebrei, una minoranza che da settant'anni non subisce più discriminazioni ma viene sovraesposta e rischia di trasformarsi nel capro espiatorio del risentimento suscitato dalle politiche neocoloniali dell'Occidente.
Questa memoria è unanime perché non infastidisce nessuno, soprattutto non disturba i principali responsabili del nuovo razzismo. Se il ricordo di chi fu perseguitato e offeso venisse usato per denunciare le esclusioni del presente, questo unanimismo svanirebbe.
I giovani "stranieri" che sono nati, cresciuti e hanno studiato in Italia, ai quali oggi non viene riconosciuta la cittadinanza, devono osservare perplessi il fervore con il quale, nel paese in cui vivono, si commemorano le leggi razziali del 1938 che negavano i diritti agli israeliti. Se l'esclusione degli ebrei avvenuta ottant'anni fa continua a suscitare tanta indignazione, perché negare la cittadinanza alle centinaia di migliaia di persone che ne sono escluse oggi?
Di fronte a questi paradossi, si ha voglia di rimpiangere un'epoca nella quale gli stati europei non commemoravano l'Olocausto, un evento che nessun ebreo si sarebbe sognato di considerare "un capitolo glorioso" della sua storia. Occulto, silenzioso, fatto di un dolore lancinante ma pudicamente nascosto, il ricordo della Shoah svolse un ruolo importante, durante la guerra d'Algeria, per ispirare la lotta contro il colonialismo, mentre Auschwitz era spesso invocato da chi, come Sartre e Marcuse, condannava i crimini di guerra americani in Vietnam.
È ad Auschwitz che Günther Anders, un esule dalla Germania nazista, voleva riunire il tribunale Russell. Priva di guardiani, la memoria della Shoah non possedeva un linguaggio codificato e veniva custodita da ben poche istituzioni, ma la sua efficacia politica era probabilmente maggiore e il suo profilo etico ben più universale.
L'appendice di "I guardiani della memoria", dedicata alla semiotica della testimonianza, contiene alcune formulazioni discutibili, in particolare quelle relative al "carattere interamente ipotetico" della narrazione storiografica, che rischiano, paradossalmente, di indebolire la critica delle tesi negazioniste: se la storia delle camere a gas fosse una ricostruzione "interamente ipotetica", sarebbe alquanto difficile pretendere che il discorso di Robert Faurisson sulla loro inesistenza sia una menzogna. Sarebbe utile, a questo proposito, rileggere una vecchia polemica tra Carlo Ginzburg e Hayden White.
Messa a parte l'appendice, il saggio di Valentina Pisanty sviluppa un'argomentazione stringente. Scritto con ammirevole intelligenza critica, una penna tagliente e un'indignazione percepibile ma sempre controllata, esso scioglie il grumo di contraddizioni di cui è fatta la memoria dell'Olocausto e ci aiuta a orientarci nel suo labirinto. Si tratta, soprattutto in questa congiuntura, di un contributo salutare. Prova che l'intellettuale - una figura pubblica che mette le sue conoscenze e la sua riflessione critica al servizio della società civile, enunciando verità scomode - esiste ancora. Ne abbiamo disperatamente bisogno.
italiaatavola.net, 26 gennaio 2020
Riparte ad aprile il progetto della Casa circondariale di Volterra. Il ricavato sarà devoluto in beneficenza. Quest'anno al via una collaborazione con il Movimento Turismo del Vino.
Dal 17 aprile al 7 agosto 2020 tornano le cene galeotte, il progetto ideato dalla direzione della Casa di Reclusione di Volterra (Pi) e realizzato in collaborazione con Unicoop Firenze e la Fondazione Il Cuore Si Scioglie Onlus. Un successo crescente raccontato dai numeri, con oltre 1.000 partecipanti la scorsa edizione e più di 16.000 visitatori dall'esordio di un'iniziativa che propone ai detenuti un percorso formativo attraverso cene mensili aperte al pubblico e realizzate con il supporto - a titolo gratuito - di chef professionisti.
Le Cene Galeotte confermano inoltre la loro natura solidale: il ricavato di ogni serata - 45 euro il costo, 35 per soci Unicoop Firenze: circa 100 i posti disponibili - è interamente devoluto dalla Fondazione Il Cuore si Scioglie Onlus a progetti di beneficenza di respiro nazionale ed internazionale realizzati in collaborazione con il mondo del volontariato laico e cattolico.
Si rinnova dunque la possibilità di un'esperienza irripetibile per i visitatori, ma anche un momento vissuto con grande coinvolgimento da parte dei detenuti, che grazie al lavoro di sala e cucina acquisiscono un vero e proprio bagaglio professionale. In oltre trenta casi questa esperienza si è infatti tradotta in impiego presso ristoranti e strutture esterne, a pena terminata o secondo l'art. 21 che regolamenta il lavoro al di fuori del carcere.
Fra le novità di questa edizione la partnership con il Movimento Turismo del Vino Toscana, associazione vinicola di riferimento nel panorama regionale le cui aziende - coinvolte nel progetto dalla Fisar Delegazione Storica di Volterra - prenderanno parte alle serate mettendo a disposizione gratuitamente i proprio vini, ed un Progetto Fotografico che vedrà ogni sera raccontata dagli scatti di fotografi professionisti, presenti sempre in maniera gratuita, le cui opere saranno raccolte a fine edizione in una mostra.
Calendario Cene Galeotte 2020
Venerdì 17 aprile 2020
Chef Pietro Cacciatori, ristorante Albergaccio, Castellina in Chianti (Si)
Vini: Donatella Cinelli Colombini di Montalcino (Si)
Venerdì 22 maggio 2020
Chef Alessandro Cozzolino, ristorante La Loggia, Belmond Villa San Michele, Fiesole (Fi)
Vini: Agricola Tamburini di Gambassi Terme (Fi)
Venerdì 19 giugno 2020
Chef Vito Mollica, Il Palagio - Four Seasons Hotel, Firenze
Vini: Tenuta Di Capezzana di Carmignano (Po)
Venerdì 10 luglio 2020
Chef Marco Lagrimino, Osteria Volpaia, Radda In Chianti (Si)
Vini: Cosimo Maria Masini di San Miniato (Pi)
Venerdì 7 agosto 2020
Chef Marco Stabile, ristorante Ora d'Aria, Firenze
Vini: Buccia Nera di Arezzo
Per informazioni: www.cenegaleotte.it
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 26 gennaio 2020
Viaggio nella roccaforte del clan del Colonnello, che vorrebbe al governo il figlio Saif al Islam. E che è controllata dalle truppe dell'uomo forte della Cirenaica, ma è ancora divisa fra tre tribù.
"Grazie Khalifa Haftar, che ci hai liberato dalle milizie di Misurata. Ma adesso aspettiamo Saif al Islam Gheddafi al governo".
Non c'è voluto molto tempo prima che tanti tra gli abitanti di Sirte cominciassero a dire ad alta voce ciò che per otto lunghi anni aveva covato nel loro cuore, alimentato dal desiderio faticosamente represso di vendetta. Sono trascorsi solo pochi giorni dal 6 gennaio, data d'arrivo delle truppe dell'autoproclamato Esercito Nazionale Libico capitanato dall'uomo forte della Cirenaica.
E già Sirte torna a rivelare con rinnovata energia ciò che in realtà è sempre stata: la roccaforte del clan Gheddafi, nostalgica del quarantennio del Colonnello contro le ingerenze straniere e desiderosa di riprendersi quel ruolo di motore primo dell'unificazione nazionale libica che l'anarchia armata dagli ultimi anni le aveva brutalmente tolto.
"Ancora non sappiamo se Saif al Islam, il figlio più politico di Muammar, sarà davvero in grado di ricostruire la Libia. Dal 2011 è stato a lungo in prigione a Zintan, rischia di essere assassinato in ogni momento se esce allo scoperto. Ma certo ci proverà. E noi saremo con lui", dicono giovani e anziani nei caffè, nei ristoranti, sulla spiaggia, al mercato del venerdì.
Ci siamo arrivati dopo aver percorso gli oltre 500 chilometri di deserto piatto e ricco di impianti petroliferi (oggi chiusi) da Bengasi, la cui autostrada costruita dalle ditte italiane negli anni d'oro di Gheddafi segue il tracciato della vecchia via Balbia di epoca fascista. I posti di blocco sono tenuti dagli uomini di Haftar. Il traffico appare regolare. Un viaggio che è anche la biografia delle battaglie e dei mutamenti dei rapporti di forza susseguitisi dallo scoppio della rivoluzione del 17 febbraio 2011: prima l'avanzata delle brigate della rivolta, poi le controffensive delle tribù fedeli a Gheddafi, quindi i trionfi delle milizie di Misurata sostenute dalla Nato, seguiti dall'arrivo di Isis e le battaglie per debellarlo nel 2016.
Il racconto della recente vittoria di Haftar ci viene fatto da Ahmad Milud, un imprenditore tripolino 36enne che ai primi di gennaio si era trasferito dalla capitale a Sirte: "La decisione di venire è stata repentina, dettata dalla paura. Il 2 gennaio alle otto di mattina sono uscito in auto dalla mia casa nel quartiere di Hadba a Tripoli per comprare il pane. Ma sono rimasto stupefatto nell'incontrare due miliziani siriani appena inviati dalla Turchia a presidiare da soli un posto di blocco. È stato insopportabile.
Non possiamo venire governati da truppe straniere e per giunta mercenari jihadisti. Prima di sera ero già in viaggio per Sirte con mia moglie e le nostre tre bambine". Tre giorni dopo essersi insediato nell'appartamento di un amico, ecco l'arrivo in città delle truppe di Haftar.
"È stato del tutto indolore, pacifico, senza alcuno spargimento di sangue in tutta Sirte. Neppure un colpo di fucile, se non quelli di gioia sparati in aria dalla popolazione per essere stata liberata. Alle cinque del pomeriggio Tv218, l'emittente di Bengasi, avvisava che le loro colonne stavano entrando dalla zona orientale. Altre erano in procinto di tagliare la strada costiera a ovest. Evidentemente le milizie di Misurata circondate da una popolazione ostile hanno scelto la ritirata veloce per evitare di rimanere accerchiate senza scampo", ricorda.
Qui nessuno può dimenticare l'ondata di saccheggi che accompagnò il linciaggio di Muammar Gheddafi con i suoi fedelissimi alle porte di Sirte il 20 ottobre 2011. "Certo che poi le milizie di Misurata con l'aiuto americano ci hanno liberati da Isis nel 2016. Però, in seguito, la loro presenza fu caratterizzata da ingiustizie e vessazioni di ogni tipo. Ci furono tanti furti d'auto ai posti di blocco. I miliziani prendevano con la forza tutto ciò che volevano. Ci consideravano mucche da mungere", racconta il 46enne Al-Halef Khalifa, proprietario di un supermercato più volte rapinato dalle milizie. Tre suoi nipoti morirono tra le fila di Isis. Una storia nella storia: tanti fedelissimi di Gheddafi, pur se laici e nazionalisti, furono pronti ad unirsi ai radicali panislamici più duri pur di fare la guerra con furia vendicativa contro Misurata e agli occidentali, che avevano determinato la caduta di Muammar. Sono lo specchio delle divisioni tribali imperanti, dramma e ragione prima dell'impasse libica.
La stessa Sirte è contesa da almeno tre tribù maggiori: i Gheddafi e i Ma'adani legati al vecchio regime, oltre ai Farjani, i quali invece favoriscono Haftar per il semplice fatto che è dei loro. La città mostra evidentissimi i segni dei conflitti. Almeno due mesi durò l'assedio contro Gheddafi nel 2011. Ma il più grave fu quello contro Isis cinque anni dopo.
I crateri delle bombe americane sono ora pozzanghere piene d'acqua marcia. Da allora non c'è stata alcuna ricostruzione pubblica o privata su larga scala. La gente vive nelle abitazioni ancora pesantemente danneggiate e riparate dai singoli alla bell'e meglio. Interi quartieri sono ridotti in macerie. Lo Ouaga-dougou, il lussuoso centro congressi voluto da Gheddafi per favorire il dialogo con i Paesi africani, resta danneggiato dai proiettili e bruciato all'interno. Lungo il mare e presso l'ospedale Ibn Sina le case sono quasi tutte abbandonate.
"Nel 2010 questa città aveva oltre 800.000 residenti, adesso sono meno di mezzo milione. Tanti ancora non possono tornare a causa delle carenze abitative. Però qui acqua ed energia elettrica sono più garantite che a Tripoli o Bengasi. I negozi sono ricchi di prodotti, le scuole funzionano regolarmente. Inoltre sono del tutto spariti furti e abusi. Sirte è finalmente sicura", ricorda il colonnello Kamal, vice comandante dei servizi di sicurezza arrivati con le truppe di Haftar. La ventina di civili con cui parliamo lo confermano senza incertezze: il monopolio della forza imposto dai militari di Haftar è platealmente accolto con soddisfazione. Il fronte si è ora spostato 100 chilometri più a ovest verso Misurata, dove però il consenso resta con le milizie.
di Mauro Spignesi
caffe.ch, 26 gennaio 2020
Viaggio in carcere andata e ritorno. Perché chi finisce in cella ha poi un'alta probabilità di ricommettere un reato, con un tasso di recidiva del 36 per cento. Che sale sino al 48 per cento se ha subito "almeno due condanne". Percentuale che scende, cala sino al 13 per cento se invece una persona finisce davanti a un giudice ma subisce una condanna con la condizionale, o beneficia di lavori di interesse pubblico oppure deve pagare pene pecuniarie.
Il dato emerge dagli ultimi aggiornamenti dell'Ufficio federale di statistica ricavati dal casellario giudiziale su un totale di 45.686 sentenze (aggiornate al primo gennaio 2019) e che disegnano un quadro piuttosto preciso su reati e età delle persone (svizzeri o stranieri con permesso C) che finiscono in un istituto penitenziario.
"Per capire bene il fenomeno bisognerebbe sapere se chi è recidivo è perché ha commesso lo stesso reato o ne ha commesso un altro", spiega Cristina Brasi, psicologa giuridica e analista comportamentale forense. "resta il fatto - aggiunge - che il carcere deve avere una funzione riabilitativa. E in questo senso abbiamo diversi esempi positivi. Ci sono istituti dove il detenuto lavora, segue corsi di formazione, studia. Insomma, si prepara al reinserimento nella società".
Naturalmente non ovunque questo è possibile. E soprattutto, vista l'articolazione della comunità carceraria, composta da molti stranieri di culture differenti, non sempre si possono attuare certi programmi.
Però dalla ricerca dell'istituto di statistica affiora anche un altro dato. E cioè che il rischio di recidiva diminuisce nel corso del tempo. La maggior parte dei detenuti - soprattutto quelli nella fascia d'età che va dai 22 ai 44 anni - commette un nuovo reato l'anno successivo all'ultima condanna. Del dettaglio: il 37 per cento nei primi sei mesi e il 22 per cento dopo un anno.
Dopo tre anni invece si giunge al sei per cento. Ma c'è un altro particolare che emerge, e cioè che soltanto il 13 per cento delle persone che commette un primo reato, dunque non replica, fa molta attenzione e in questo specifico caso il tasso di recidiva è del 13 per cento.
"Le pene alternative sono molto importanti - spiega ancora Cristina Brasi - perché consentono alla persona che ha subito una condanna di reinserirsi subito. Bisogna tener conto del retroterra sociale e culturale dell'individuo che sta scontando una pena.
Molte volte si tratta di uomini o donne che non si rendono conto, proprio perché sino ad allora hanno vissuto un disagio, del loro potenziale personale. hanno bisogno di acquisire, magari attraverso lavori di pubblica utilità, maggiore autostima, capire la percezione di sé. Cosa che non possono fare se stanno in una cella affollata dove alla fine spesso, succede, si ammalano". E questo capita nonostante gli sforzi dell'amministrazione carceraria che in alcune realtà deve fare i conti con strutture vecchie, con spazi assolutamente inadeguati.
In Ticino, dove l'occupazione delle carceri nel 2018 ha superato il 91 per cento, con una presenza media di 234 detenuti, quasi il 40 per cento stava scontando condanne per traffico di stupefacenti o per furti legati sempre alla droga. E proprio la droga è il reato dove la metà dei detenuti in Svizzera ricadono se hanno almeno due condanne alle spalle. Tra i reati lesioni, droga, rapina, furto e violenza sono quelli dove c'è maggiore possibilità di "ricaduta" mentre sono più attenuati gli effetti per le violenze carnali o su minori, le infrazioni (gravi) alle norme sulla circolazione o la guida in stato di ebrezza.
Naturalmente, poi, la maggior parte dei reati sono commessi da uomini (oltre 36 mila, a fronte di 8.784 donne). Quello che è importante, al di là della statistica, "è la possibilità per il detenuto - conclude Brasi - di cominciare sin da subito un percorso di reinserimento. Solo così potrà riprendersi la sua dignità e poi una volta uscito provare a reinserirsi nel contesto sociale".
di Ignazio Marino
L'Espresso, 26 gennaio 2020
L'alleanza tra Pd e 5 Stelle doveva, tra le altre cose, portare alla cancellazione delle leggi sull'immigrazione volute dal leghista. Ma i dem hanno deciso che se ne parlerà solo dopo le regionali.
Fare ciò che è giusto, non ciò che conviene. Può sembrare un'affermazione scontata, almeno dal punto di vista etico. E certamente è sempre stato un principio di riferimento nella mia vita da chirurgo. Ma nei pochi anni in cui mi sono dedicato alla politica attiva mi sono immediatamente scontrato con un principio assai diverso: la strada da seguire è quella che conviene al partito, o a se stessi.
Ricordo il momento in cui me ne resi conto per la prima volta. Avevo appena depositato al Senato una proposta di legge sul testamento biologico e volevo discuterne con i senatori della maggioranza di centro-sinistra. Una senatrice del Pd, guardandomi dritto negli occhi, affermò che era inutile incontrarsi perché la decisione era "politica". Tradotto: la legge non si votava. Compresi in quel momento, con sgomento, la differenza tra una decisione presa sul merito e una presa sull'opportunità politica. Passo dopo passo capii quanto l'affermazione di quella senatrice era la regola nella vita dei palazzi.
E da sindaco di Roma mi capitò di condividere con un altro sindaco un momento di commiserazione reciproca. Il mio interlocutore durante una riunione mi disse: "Ignazio, devo abbellire il lungomare e sostituire la pavimentazione. Ho chiesto di selezionare materiali diversi sia di natura che di colore e la mia maggioranza mi ha fermato perché la decisione, mi hanno detto, è politica. Ma se io devo scegliere tra pietra, calcestruzzo o altro sulla base di criteri funzionali ed estetici, perché devo convocare una riunione di maggioranza?". Il perché è chiaro. La politica non è interessata all'eleganza o alla solidità della pavimentazione ma a chi verranno assegnati i lavori.
Questi pensieri mi sono tornati in mente in questi giorni. Ho già scritto su queste pagine quanto io ritenga innaturale e sbagliato presentarsi alle elezioni indicando i propri valori, affermando che mai esisterà, ad esempio, un'alleanza con il M5S e poi percorrere la strada opposta, pur invocando scenari devastanti come il pericolo di un ritorno del fascismo in Italia.
Quindi, ci è stato spiegato lo scorso agosto, l'alleanza si giustifica per il bene del Paese, e non per mantenere le poltrone in Parlamento. E, infatti, promisero solennemente che nella prima settimana la "santa alleanza" contro il fascismo avrebbe abolito gli odiosi decreti votati dalla Lega e dal Movimento Cinque Stelle che prevedono multe fino a un milione di euro per le navi che soccorrono migranti in mare evitando che affoghino e consentono l'arresto del comandante che porti in acque territoriali quelle vite salvate. Di settimane però ne sono trascorse venti, e in questi giorni il Pd ha deciso che non se ne parla proprio di abolire adesso quei decreti, ci sono le elezioni in Emilia-Romagna quindi è meglio aspettare.
Conosco l'Emilia e moltissimi elettori sono giustamente e orgogliosamente legati ai valori della Resistenza e dell'antifascismo. Siete davvero convinti, signori del Pd, che con la vostra decisione di convenienza politica decideranno di sostenervi?
di Roberto Saviano
L'Espresso, 26 gennaio 2020
Il tranello del giornalismo da gossip e retroscena: abbassare tutto a impostura, in un tritacarne che serve a soffocare la verità. E la reazione. Ho scritto di Ani Laurent, l'adolescente trovato morto a Parigi nel carrello di atterraggio dell'aereo proveniente da Abidjan e il racconto, crudo, terribile di ciò che è accaduto a qualcuno non è piaciuto. E chi si è indignato non l'ha fatto per il dramma, ma per il racconto del dramma.
Qualche settimana prima apro la casella di posta elettronica e trovo uno screenshot raccapricciante, me lo manda una amica. È la homepage di un noto sito soft-porno di pseudo-informazione, lo stesso che si indigna e strepita per il mio articolo sul quattordicenne morto nel tentativo di raggiungere l'Europa. Ebbene, quel sito dà una notizia come peggio non potrebbe. Il fatto di cronaca è questo: nella provincia di Firenze, un uomo droga con sonniferi sua cognata, la sequestra e per un mese la tiene rinchiusa in un pollaio dove la lega a una branda, la picchia e la violenta.
Il sito soft-porno di pseudo-informazione dà la notizia più o meno in questo modo, vado a memoria: "Un porcello nel pollaio". E poi c'è una foto: polli rinchiusi in un recinto e, in primo piano, una pornostar di spalle nuda e legata. Un crimine - naturalmente ci sarà un processo, ma non mi sembra che si possa a cuor leggero definirla una bravata - raccontato come una goliardata: il presunto stupratore diventa un "porcello" e la donna abusata una attrice porno. Inorridisco al pensiero di chi possa essere il destinatario di un tale giornalismo e al pensiero che possa esserci assuefazione a questo modo di raccontare non solo fatti di cronaca, ma anche ciò che accade in politica. Tutto diventa gossip, anche un crimine, e tutto diventa retroscena costruito spesso da giornalisti falliti, che non sono riusciti a realizzarsi nell'accademia, nell'editoria, né tantomeno nel giornalismo autorevole, ma che oggi stanno avendo il loro termidoro, o almeno così credono.
Mi si risponderà che questo modo di fare giornalismo è sempre esistito, ma la cianfrusaglia diffamatoria di un tempo non aveva altra diffusione che i lettori che andavano a cercala in edicola. Penso a tutto il bassissimo gossip che "lo Specchio" vomitava su Pasolini; non oso immaginare quanto peggiore sarebbe stata la vita di Pasolini se tutta la bile che gli veniva gettata addosso avesse trovato una eco sul web. Molto probabilmente sarebbe arrivata, prima del suo lavoro, la diffamazione e avrebbe convinto molti a tenersi lontani dalla sua produzione letteraria e artistica.
Quando si descrive l'ingiustizia di una morte precoce, avvenuta per inseguire un sogno, la risposta di alcuni è: perché ce lo racconti? Per farci sentire in colpa? Si insinua che in realtà si tratta solo di un'operazione tattica perché tanto il racconto dell'ingiustizia non muta la realtà che viviamo, ma porta solo consenso a chi scrive. E quale vantaggio si ottiene a raccontare una storia dolorosa? Al contrario, interrogatevi su quali siano le conseguenze di chi non legge le tue parole, ma ti dice che non dovresti scriverle; interroghiamoci sull'obiettivo che chi deride il racconto vuole ottenere: disarmare il coraggio e permettere a tutti di sentirsi comodi nell'odio, legittimando l'ignoranza che spesso non è mancanza di studio, ma di conoscenza. Se non so, sto meglio, ergo tu non devi raccontare, tu devi tacere.
Le parole perdono centralità; l'imperativo è denigrare chi scrive e racconta, perché si decida a priori di non leggere e non ascoltare. Colpire l'autore senza interrogarsi sul testo, non farne mai una analisi puntuale, ma basarsi lombrosianamente su quanto un volto possa suscitare antipatie o simpatie, attribuire vizi o virtù a seconda delle necessità. Siamo caduti nel tranello delle bestie del giornalismo da gossip e retroscena, che vogliono abbassare tutto a trama, a imbroglio, a vizio, a impostura, impedendo che possa esistere una differenza.
Ed ecco la loro vittoria: far pensare che non ci sia alcuna differenza e tutti, anche i loro "amici", sono trattati come carne da frollare, a cui spaccare le ossa perché nessuno possa rimanere in piedi. Ma se vuoi puoi sottrarti al tritacarne. Come? Paga e non verrai attaccato, paga e non entri nel mirino. Compra pubblicità sulle nostre pagine e staremo tutti a cuccia. E chi non paga? Verrà massacrato non una volta, non due volte, ma all'infinito. E allora il massacro perenne diventa garanzia. Nessuna paura, come scrisse Blaga Dimitrova: "Calpestata, l'erba diventa un sentiero".
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 26 gennaio 2020
La Tunisia ha annunciato il rimpatrio di una decina di minori, detenuti in Libia, figli di estremisti dell'Isis uccisi nel 2016 a Sirte, vecchia roccaforte dello Stato Islamico. Sei di loro sono tunisini e hanno un'età compresa tra i 3 e i 12 anni, gli altri invece possiedono nazionalità differenti. Tutti insieme sono stati ospitati per 3 anni, nella città di Misurata, dalla Mezzaluna Rossa libica, un'associazione di volontari che offre assistenza alla popolazione. Si tratta di bambini che sono rimasti orfani di terroristi, appartenenti all'organizzazione dello Stato Islamico, da quando, nel 2016, la città di Sirte è stata liberata dall'occupazione jihadista. Ora la Tunisia ha accettato di accogliere circa una decina di loro.
Un anno fa, la polizia forense tunisina aveva estratto campioni di Dna dai bambini per confermare la loro nazionalità prima di rimpatriarli. Le procedure seguite per preparare i minori all'espatrio sono state spesso criticate dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, prima fra tutte Human Rights Watch, che ha accusato i funzionari tunisini di indugiare e di non fare nulla per rendere più semplici e veloci i meccanismi di rimpatrio dei figli dell'Isis.
Negli ultimi anni, la Tunisia è stata una delle maggiori incubatrici di foreign fighters, che, dal loro Paese, hanno deciso di spostarsi in altre parti del mondo per aderire alla causa dello Stato Islamico e combattere a fianco dei militanti estremisti.
Nel 2015, le Nazioni Unite hanno contato che circa 5.000 tunisini hanno raggiunto la Siria e la Libia per unirsi all'Isis. Le autorità di Tunisi, da parte loro, smentiscono i numeri dell'Onu e ridimensionano la portata dei foreign fighters a circa 3.000 cittadini. La maggior parte di questi combattenti tunisini si è unita allo Stato Islamico in Libia e ha portato avanti le sue offensive soprattutto a Sirte, dove le forze del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (Gna) sono riuscite a entrare solo dopo settimane di intensi combattimenti.
La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l'inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall'Onu. Dall'altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell'esercito di Haftar. L'Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.
La presenza in Libia di forze appartenenti allo Stato Islamico è stata ripetutamente confermata nel corso degli ultimi due anni. Già nel dicembre del 2017, il coordinatore dell'antiterrorismo dell'Unione Europea, Gilles de Kerchove, aveva dichiarato che, nonostante l'ISIS fosse stato sconfitto a livello territoriale in Siria e in Iraq, sarebbe potuto rinascere in Paesi caratterizzati da "governi deboli", come la Libia.
Il 15 novembre scorso, poi, i militanti dello Stato Islamico in Libia hanno giurato fedeltà al nuovo leader dell'ISIS, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, succeduto ad al-Baghdadi il 31 ottobre scorso. Nel video trasmesso, ogni foto riporta una didascalia che cita: "Siamo a lato delle truppe del califfato del principe dei fedeli, lo sceicco jihadista, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi (che Allah lo protegga)".
Il Global Terrorism Index 2019, relativo al 2018, ha inserito la Libia al 12esimo posto tra i Paesi che subiscono maggiormente la minaccia terroristica, con un indice pari a 6,76 su 10. Nonostante le capacità militari dello Stato Islamico siano notevolmente diminuite, il gruppo terroristico è ancora in grado di condurre attacchi contro obiettivi occidentali locali e nella regione circostante.
Nell'ambito della lotta contro l'Isis, un ruolo di rilievo è stato svolto da Washington e dal comando statunitense in Africa (Africom), responsabile di diversi attacchi aerei condotti contro le milizie terroristiche, situate in aree definite principali per la produzione di petrolio del Paese. Tra il 20 ed il 30 settembre scorso, quattro attacchi aerei hanno causato la morte di 43 militanti dello Stato Islamico ma, a detta di un funzionario della difesa statunitense, in Libia vi sono ancora circa 100 combattenti jihadisti.
di Luciano Capone
Il Foglio, 25 gennaio 2020
Si fa presto a chiamarla "gaffe". La semplicità con cui, per due volte, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha risposto "gli innocenti non finiscono in carcere" alla giornalista Annalisa Cuzzocrea che a "Otto e mezzo" gli aveva chiesto se da Guardasigilli si preoccupasse delle tantissime persone ingiustamente recluse è una bestialità.









