Il Riformista, 29 gennaio 2020
"Diminuiscono i reati, ma le galere scoppiano. In un Paese normale in carcere non marcisce
nessuno". L'intervento della senatrice di +Europa dopo la relazione del Guardasigilli sullo stato della giustizia in Italia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 gennaio 2020
Bonafede nella relazione al Parlamento ha ricordato che, al 30 giugno 2019, sono 16.850. Ma l'esponente Radicale Rita Bernardini ha verificato sul sito del ministero della giustizia che dal 2017 sono diminuiti di 1.554 posti. "Il ministero della Giustizia ha investito la maggior parte delle proprie energie puntando sul lavoro dei detenuti, come forma privilegiata di rieducazione". Lo ha ricordato il Guardasigilli Alfonso Bonafede nella sua relazione al Parlamento ricordando che, alla data del 30 giugno scorso risultano 16.850 detenuti lavoranti, "frutto anche dei circa 70 protocolli con Enti per lavori di pubblica utilità".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 29 gennaio 2020
Nuovo rinvio sulla giustizia. Anche Italia viva vota lo stop alla proposta di legge che avrebbe fermato la contestata riforma del ministro Bonafede. Ma dà dieci giorni al governo: "Poi voteremo il nostro emendamento al decreto milleproroghe". Il guardasigilli costretto a sorvolare sull'argomento nella sua relazione sull'anno giudiziario.
di Michele Passione*
Il Manifesto, 29 gennaio 2020
Alla fine dell'anno appena trascorso è stato presentato un prezioso volume, Il muro dell'imputabilità. Dopo la chiusura dell'Opg, una scelta radicale, curato da Franco Corleone con il fondamentale contributo di Giulia Melani. Il volume è stato preceduto da una importante ricerca condotta nella Casa lavoro di Vasto e nella Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) di Volterra, pubblicata nel volume Archeologia criminale. Le misure di scurezza psichiatriche e non psichiatriche (scritto da Evelin Tavormina e Katia Poneti, oltre alla stessa Giulia Melani). Entrambe le opere rappresentano un contributo alla discussione offerto dal Gruppo di lavoro costruito dall'Ufficio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione Toscana. Nei due volumi si afferma un principio, elementare ma rivoluzionario: "La responsabilità è terapeutica".
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 gennaio 2020
La maggioranza vota il ritorno in Commissione della riforma. I renziani escono dall'Aula e lanciano un ultimatum al governo. L'aula della Camera ha votato a favore del rinvio in commissione del pdl Costa sulla prescrizione. La Camera ha approvato con 72 voti di differenza. La novità è il lasciapassare dei renziani che hanno lasciato l'Aula dando otto giorni di tempo al governo per presentare una nuova ruforma. Lucia Annibali ha spiegato che la scelta è derivata dalla "nostra disponibilità al confronto" e "all'apertura mostrata dal ministro della Giustizia Bonafede".
Sembra un indizio marginale. E invece Matteo Renzi spiega tutto molte ore prima che la maggioranza decida di rinviare la legge Costa in commissione, con l'apparente "connivenza" di Italia viva che non partecipa al voto. "C'è il lodo Annibali", spiega un po' sibillino l'ex premier in un'intervista a Radio Capital, "che rinvia di un anno la norma Bonafede: evita che possa dispiegare ora i suoi effetti. È un'altra possibilità che offriamo alla maggioranza...".
Pare una variabile confusionaria. E invece no. È il dettaglio che spiega tutto. A giocare a carte scoperte è proprio la "titolare" del lodo, Lucia Annibali, che guida la delegazione di Italia viva in commissione Giustizia. È stata appena annunciata l'intenzione della maggioranza di rispedire il testo dell'azzurro Enrico Costa nell'organismo presieduto da Francesca Businarolo, e lei, Annibali, chiarisce: "Noi abbiamo presentato due emendamenti al milleproroghe che chiedono il rinvio della riforma Bonafede e che saranno votati da qui ai prossimi 10 giorni: è questo il tempo che vogliamo offrire alla maggioranza per vedere se è possibile arrivare a modifiche condivise". Poi ognuna per la sua strada. E quella di M5S e dello stesso Pd non sarebbe in discesa.
Le opposizioni provano a resistere, a contestare una violazione del regolamento perché, secondo Forza Italia e Fratelli d'Italia, "siamo di fronte al caso inedito di un provvedimento pervenuto all'Aula come proposta di minoranza che viene rimandato in commissione dalla maggioranza". E invece per la vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni non c'è alcuna violazione. Così i deputati di Italia viva al momento del voto escono addirittura dall'emiciclo e la partita si chiude con 72 voti di vantaggio per Pd e Movimento 5 Stelle. Partita che sembrerebbe chiusa. Ma non è affatto così, perché dietro quel "vi diamo altri dieci giorni" dei renziani c'è un calcolo molto preciso.
È vero che non sarà facile disincagliare di nuovo la legge Costa (che sopprime la norma Bonafede) dal fondo della liturgia parlamentare, ma è anche vero che quell'emendamento al milleproroghe sarà esaminato anche prima dei dieci giorni dati dai renziani.
La discussione sulle modifiche al decretone di fine anno parte lunedì a Montecitorio, in commissione Affari costituzionali. Lì Italia viva non riuscirebbe a ribaltare gli equilibri, e a far passare la propria richiesta di congelare per un anno la prescrizione targata Bonafede. Ma un emendamento identico sarebbe ripresentato a Palazzo Madama subito dopo, con l'ulteriore complicazione che vede la maggioranza costretta a convertire il prezioso milleproroghe entro il 28 febbraio. Al Senato i renziani hanno eccome i numeri per rovesciare gli equilibri. Ed ecco perché il guardasigilli Bonafede, il suo Movimento e lo stesso Pd sono costretti, a questo punto, a trovare in fretta una vera exit strategy.
Allo stato la soluzione non c'è. Non a caso Andrea Orlando, numero due del Nazareno, nella notte della vittoria in Emilia ha chiesto senza mezzi termini ai pentastellati "una norma sulla prescrizione diversa da quella di Bonafede". Difficile che il guardasigilli accetti di cambiare radicalmente il quadro in vigore dal primo gennaio: termini di estinzione del reato aboliti dopo la sentenza di primo grado. L'unico accordo è al momento nell'altro "lodo", quello proposto da Giuseppe Conte, che limita l'efficacia della norma Bonafede alle sole sentenze di condanna.
Ma sia Renzi che Maria Elena Boschi hanno ripetuto più volte che non si accontenteranno del compromesso, a prescindere dall'opinione del Pd. Ieri un esponente di primo piano di Italia viva, il deputato ed ex sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore, ha "rivendicato" via twitter: "Come Italia viva siamo scesi in piazza al fianco delle Camere Penali per dire no alla riforma della prescrizione targata Bonafede-Salvini.
No al processo infinito, sì al rispetto della Costituzione". Difficile essere più chiari. Il deputato di Leu che ha proposto per primo il lodo, l'omonimo del premier Federico Conte, ammette che "la maggioranza sul tema non ha raggiunto una posizione unanime: il ritorno in commissione potrebbe darci l'occasione di raggiungere una posizione condivisa e se possibile omogenea" Se possibile. Ma se non sarà possibile, la cosa non si risolverà con una semplice alzata di spalle.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 29 gennaio 2020
La manifestazione davanti a Montecitorio. Partecipano anche Italia Viva, Forza Italia e Lega. Dentro l'aula di Montecitorio il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede parlava delle riforme in materia di giustizia, nella piazza antistante i penalisti hanno manifestato tutto il loro dissenso contro il "blocca prescrizione".
"Siamo qui per dare sostegno e supporto alla battaglia parlamentare per abrogare la legge che ha eliminato la prescrizione, una delle più sciagurate della storia della Repubblica", sono state le parole con cui il presidente dell'Unione camere penali italiane ha aperto la giornata. Nella piazza di Montecitorio, centinaia di avvocati, tutti con l'adesivo giallo con scritto "Imputato per sempre? No grazie" appuntato sui cappotti, hanno applaudito e ascoltato gli interventi delle tante delegazioni politiche intervenute a sostegno dell'iniziativa.
Contemporaneamente, in una sala del Capranichetta (lo storico centro congressi adiacente la piazza), professori di diritto penale e membri dell'accademia si sono alternati al microfono per spiegare le ragioni giuridiche del dissenso alla norma.
Al microfono, il presidente Giandomenico Caiazza ha spiegato come "è importante dare questo segno tangibile della presenza dell'avvocatura e il sostegno ad una battaglia parlamentare per l'abrogazione di una legge adottata in nome di un'idea simbolica del diritto penale. Le ragioni della riforma sbandierate non hanno nulla a che fare con la realtà dell'istituto: il diritto penale non è terra di conquista per i demagoghi e i populisti, il diritto penale è una complessa serie di regole delicatissime che governano la libertà".
In rappresentanza dell'avvocatura istituzionale è intervenuto il presidente del Cnf, Andrea Mascherin: "Noi siamo per l'abrogazione della riforma, ma mi accontenterei anche di un rinvio, di una sospensione della riforma della prescrizione, fino a quando non ci sarà la riforma del processo penale".
La piazza dei penalisti è diventata per un giorno il fulcro dell'opposizione al Guardasigilli: a sfilare è stata per prima la delegazione di Forza Italia, composta dalla capogruppo alla Camera, Maria Stella Gelmini e da Enrico Costa, autore della proposta di legge per abrogare il testo Bonafede. "Se sulla prescrizione un governo deve cadere, vuol dire che devono andare così le cose. Ma non si può bloccare l'Italia, bloccare la giustizia e provare a resistere senza che ci sia la difesa dello stato di diritto", ha detto Gelmini, parlando anche dell'iter parlamentare della legge Costa: "Non abbiamo mai fatto così fatica a vedere calendarizzata una nostra proposta. Fico ce l'ha messa tutta per evitare di portarla in aula. Vedremo quali escamotage si inventeranno".
Anche la vicepresidente della Camera, la deputata forzista Mara Carfagna ha preso la parola, rivolgendosi alla maggioranza: "Lancio un appello al pd: lasci ai colleghi libertà di coscienza nel voto sulla legge Costa, è ridicolo che il Parlamento sia schiavo dei diktat di un partito in via di estinzione come sono i 5 Stelle" eha parlato di "riforma pericolosa che demolisce lo stato di diritto e trasforma i cittadini in ostaggi a vita dei pm".
A fare da contraltare di maggioranza erano presenti anche Roberto Giachetti, Gennaro Migliore, Ettore Rosato, Lucia Annibali e Maria Elena Boschi di Italia Viva, che sostengono la legge Costa. "Sulla riforma Bonafede non facciamo passi indietro: la consideravamo sbagliata ed è ancora così, per questo stiamo portando avanti la battaglia dentro la maggioranza", ha detto Boschi, "Per noi il problema non è dire votiamo con la maggioranza o votiamo con i colleghi di Fi. Noi votiamo per le nostre idee e ci sono temi su cui non si può scendere a compromessi", poi ha annunciato la presentazione nel Milleproroghe di "emendamenti che chiedono di sospendere la riforma Bonafede e di prendersi almeno un anno di tempo perché nel frattempo si possa affrontare la riforma del processo penale".
Dal fronte della maggioranza, in piazza sono arrivate anche la parlamentare dem Enza Bruno Bossio, che ha annunciato che voterà a favore del pdl Costa: "Sono una per adesso dentro il Pd, ma in aula ce ne sono tanti altri". Lo stesso ha fatto anche la senatrice di Più Europa Emma Bonino "Siamo qui per fermare questo scempio e per ribadire che ognuno è innocente fino a sentenza definitiva".
La piazza, dove nel frattempo ha iniziato a cadere una pioggia battente, ha accolto anche i parlamentari della Lega che siedono in commissione Giustizia alla Camera. Jacopo Morrone si è espresso contro la riforma "manettara e giustizialista" di Bonafede, che "fu uno dei motivi che misero in crisi l'alleanza di governo tra Lega e M5s. Il punto fermo della Lega era che la riforma diventasse operativa solo contestualmente a una riforma strutturale della giustizia, ma così non è stato".
La manifestazione si è chiusa con la richiesta di Caizza al Partito Democratico: "Attendiamo una loro presa di posizione definitiva: il Pd ha presentato un disegno di legge che è sostanzialmente abrogativo della Bonafede. Ci dica con che tempistica e con quali modalità si vorrebbe ottenere una mediazione", "noi siamo arrivati a dire di essere pronti a sostenere la proposta, ma a condizione che entri in vigore subito". Le Camere Penali chiedono tempi certi, dunque, "perché il disegno di legge del Pd non sia un modo per camuffare la resa".
di Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini
Il Riformista, 29 gennaio 2020
Il segretario Iervolino e la tesoriera Crivellini chiedono i dati sulle persone condannate in primo grado, ma innocenti, potenzialmente esposte al rischio del processo infinito.
Signor Ministro, nell'osservare l'avanzamento della riforma della giustizia che vede al centro il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio e le attuali ipotesi di modifica che porterebbero il blocco solo in caso di condanna, condividiamo le preoccupazioni espresse da molti giuristi. Sappiamo che in ambito penale quasi una sentenza su due viene riformata in Corte d'appello. In pratica circa il 45% delle pronunce di primo grado è modificato in secondo, in modo parziale o con un ribaltamento dell'esito iniziale.
Un dato che già di per sé può essere significativo, poiché ci lascia supporre che una parte delle riforme faccia riferimento a giudizi di condanna per i quali non può essere applicata una reformatio in peius, ossia l'aggravio della pena. Una materia così delicata, tuttavia, non lascia spazio alle supposizioni e riteniamo, dunque, essenziale che questo dato aggregato venga sviscerato e reso fruibile, affinché a parlamentari, studiosi e ai cittadini tutti sia fornito uno strumento utile alla valutazione di un provvedimento che ha polarizzatole opinioni.
Tale dato potrebbe raccontarci, per esempio, quante sono le sentenze di condanna che in appello divengono assoluzioni. Quanti, in numeri assoluti, i condannati che in secondo grado sono riconosciuti come innocenti? Cifre che potrebbero indicare quante persone giudicate innocenti, ma che hanno subito in primo grado una condanna, sarebbero potenzialmente esposte al "fine processo mai", se private di uno strumento di garanzia come la prescrizione.
Non siamo i primi a chiederLe di rendere pubblici i dati necessari a una più approfondita analisi degli effetti della riforma. Risale a circa un mese fa la richiesta, rimasta inevasa, dell'Unione delle Camere penali italiane che sollecita la diffusione di percentuali relative alla tipologia dei reati prescritti. Chi meglio del ministero della Giustizia può reperire e diffondere questi dati?
I numeri potrebbero riuscire laddove le parole falliscono: nel dimostrare se si tratti o meno di una legge inutile, dannosa e frutto di demagogia. La pubblicità dei dati in un settore cruciale come quello della giustizia consentirebbe di valutare e bilanciare in modo oggettivo le conseguenze positive e negative di una riforma che ha un impatto rilevante su ogni cittadino e sul diritto ad una giustizia giusta che compia il suo corso in tempi ragionevoli.
Ancor più se le ripercussioni potranno andare a toccare, negativamente, anche il piano economico, a causa dell'enorme carico giudiziario delle Corti d'appello e del boom di risarcimenti per irragionevole durata dei processi che potrebbero verificarsi con il blocco della prescrizione. Il passo successivo alla pubblicazione è quello della loro diffusione.
Già oggi le statistiche sull'amministrazione della giustizia ci dicono molto, ma restano sconosciute ai più. Sulla durata del giudizio di appello, per esempio, buona parte dei quasi due anni e mezzo che esso in media richiede sono imputabili ai cosiddetti "tempi di attraversamento", che nulla hanno a che vedere con la celebrazione del giudizio: attesa degli atti di impugnazione, avvisi alle parti, trasmissione dei fascicoli alle Corti d'appello.
Lo snellimento delle procedure, l'attribuzione di maggiori risorse umane e tecnologiche, unitamente a un migliore utilizzo di esse, potrebbe ridurne drasticamente la durata media. Ciò che domandiamo è la piena trasparenza, una trasparenza dovuta ai cittadini.
Questo consentirebbe di creare le condizioni generali per cui le decisioni vengano prese in un confronto pubblico che mutui dal metodo scientifico la condivisione dei risultati e la loro analisi, con l'obiettivo di arricchire conoscenza e consapevolezza pubblica, ingredienti necessari in una democrazia.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 29 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione III - sentenza 28 gennaio 2020. Norme sul contrabbando di sigarette tradizionali estese al liquido per le e-cigarette. La Cassazione (sentenza 3465) respinge il ricorso contro il sequestro probatorio dei flaconi con il liquido per le sigarette elettroniche, trovati dal personale dell'agenzia delle Dogane in quantità superiore a quella dichiarata e eccedente la franchigia prevista per diritti doganali e Iva.
La misura era giustificata dagli indizi del reato di tentato contrabbando di prodotti liquidi da inalazione per 4.500 ml, corrispondenti a 25,335 chili di tabacco estero lavorato. Il ricorrente contestava l'equiparazione dei liquidi ai tabacchi lavorati esteri, fatta dal Tribunale, applicando l'articolo 291-bis del testo unico delle legislazione doganale (Dpr 43/1973), quello appunto sul contrabbando di tabacco. Ad avviso della difesa l'articolo da applicare era il 295-bis sui diritti di confine per beni diversi che prevede solo una sanzione amministrativa pecuniaria.
Ma i giudici ricordano che la norma punisce con la multa e con la reclusione l'importazione di tabacco di contrabbando oltre i dieci chili. Al tabacco lavorato estero sono equiparati i liquidi da inalazione per sigarette elettroniche, con o senza nicotina (Dpr 504/1995, articolo 62-quater).
Quanto ai criteri di equivalenza, sono individuati sulla base di apposite procedure tecniche definite con un provvedimento del direttore dell'agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Una determinazione contenuta nella direttiva doganale 11038/Ru del 25 gennaio 2018 con la quale è stata prevista l'equivalenza di 1 ml di liquido con 5,63 grammi di sigarette convenzionale.
Né si può sostenere, come voleva la difesa, che nell'individuare il criterio di equivalenza, le direttive dell'agenzia delle Dogane volessero solo fornire i parametri utili a quantificare l'imposta di consumo perché richiamano il Dpr 504/95 (articolo 62-quater, commi 1-bis e 7-bis) proprio allo scopo di estendere ai liquidi la disciplina penale dei tabacchi. Si tratta, di fatto, di norme in bianco, integrate dai provvedimenti direttoriali che si basano sul raffronto fra i tempi medi per il consumo di sigarette tradizionali, scelte tra le cinque marche più vendute, e quelli per consumare una e-cigarette, calcolati su un campione di dieci marche in commercio.
Per la Cassazione è una tecnica normativa da considerare consentita. Le norme penali possono essere rivestite di contenuti in base a norme extra-penali, a integrazione del concetto. E queste ultime possono essere emanate da autorità amministrative o sovranazionali che dettano "disposizioni regolatrici o impongono divieti anche in base ad accertamenti scientifici relativi a situazioni storiche determinate". Come avvenuto, appunto, nel confronto tra le sigarette elettroniche e le "bionde" tradizionali.
di Angela Azzaro
Il Riformista, 29 gennaio 2020
Da domenica per il Pd non ci sono più scuse. Se è convinto, come più volte dichiarato, di non essere d'accordo con la riforma della prescrizione, ha tutte le carte in regola per fare un passo indietro, ripristinare la norma esistente a firma Andrea Orlando e delegittimare il ministro della Giustizia Bonafede. Le urne hanno restituito un quadro completamente mutato dei rapporti di forza all'interno del governo che non possono non pesare su un tema così delicato come la giustizia. Se prima i 5stelle potevano ancora dettare legge, ora la fase due dell'esecutivo Conte, annunciata anche dal segretario dem Nicola Zingaretti, ha un'occasione d'oro per prendere il via, bloccando la riforma che allunga i processi e rende la giustizia solo più ingiusta.
A chiederlo a gran voce, non sono solo gli elettori che hanno premiato il Pd più riformista e più liberale, bocciando i "manettari" grillini, ma anche l'Unione delle Camere penali che per oggi ha indetto uno sciopero dalle udienze e una manifestazione davanti alla Camera dei deputati. L'appuntamento è alle 10 a Montecitorio, mentre nel vicino Hotel Nazionale si terrà un convegno che vedrà intervenire studiosi del diritto e della procedura penale. La giornata non è scelta a caso. Dopo che l'emendamento Costa (Forza Italia), che di fatto annulla la riforma Bonafede, era stato respinto in commissione Giustizia alla Camera, oggi potrebbe tornare in Aula e può essere votato anche dalla maggioranza. Italia viva ha già annunciato il suo voto a favore e si vedrà se anche il Pd è disposto ad accogliere le richieste degli avvocati italiani. Oppure i dem, che hanno tentato una mediazione al ribasso con il lodo Conte - che aggiunge solo incostituzionalità a incostituzionalità - potrebbero essere tentati dallo sfiduciare il ministro Bonafede come scrivono alcuni giornali?
Domani mattina alla Camera e nel pomeriggio al Senato è attesa la relazione del Guardasigilli sullo stato della giustizia in Italia. Da mesi il ministro promette, ma non dà, i dati sulla prescrizione e c'è molta curiosità nel vedere quali numeri tirerà fuori dal cilindro per giustificare una riforma che i penalisti non esitano nei loro comunicati a definire "sciagurata". La norma, anticostituzionale, è il simbolo del "giustizialismo" che in questi anni ha caratterizzato la cultura dei 5stelle. Per questo il Pd si trova davanti a un bivio: appoggiare la riforma della prescrizione significa non rompere con il populismo penale dei grillini. Significa cioè non provare coi fatti a dare vita a una nuova cultura politica che si fondi sullo Stato di diritto.
È una sfida decisiva per il futuro della sinistra e per il futuro del Paese. Il Pd deve scegliere se stare con i Padri e le Madri Costituenti o se invece "sposare" le tesi di Bonafede secondo cui in prigione non ci sono innocenti e se anche ci fossero, come dice il suo mentore Travaglio, chi se ne frega. Il giustizialismo in questi anni è entrato nelle pieghe della società, ha alimentato il consenso delle forze sovraniste. Ora che sono in crisi che senso ha andargli appresso su un tema così delicato? Su, Pd, fai una cosa di sinistra.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 29 gennaio 2020
Una sentenza del giudice del lavoro di Sassari dà torto al ministero della Giustizia che nega lo status di lavoratori subordinati ai magistrati onorari. Sempre più insostituibili. In Tribunale a Sassari una sentenza del giudice del lavoro dà torto al ministero della Giustizia che nega lo status di lavoratori subordinati ai magistrati onorari, e a Milano un sindacato del personale di cancellerie ricorre invece al giudice del lavoro contro l'applicazione di volontari con cui la Corte d'Appello cerca disperatamente di tamponare vuoti d'organico per mantenere i propri standard europei: la giustizia del lavoro come surreale frontiera di maxiquestioni ormai incancrenite. Il primo fronte riguarda quei "precari" del diritto (per lo più avvocati) che da tantissimi anni fanno i magistrati onorari (5.500, di cui quasi 1.800 vpo-viceprocuratori), cioè per funzioni ma non per carriera, reclutati per titoli anziché per concorso, in teoria a tempo ma di fatto continuamente prorogati, pagati a cottimo (98 euro lordi per 5 ore di udienza, compreso tutto il lavoro di studio delle decine di processi di una udienza), e soprattutto senza malattia-pensione-ferie, ma ormai divenuti insostituibili.
Rappresentano, infatti, la pubblica accusa in udienza nella quasi totalità dei procedimenti per reati di competenza del giudice monocratico e dei giudici di pace. Stanchi di essere trattati come co.co.co. del diritto, e storditi dal susseguirsi di progetti di riforma, ieri per i vpo arriva dalla giudice del lavoro sassarese Maria Angioni una sentenza che "accerta e dichiara la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato di fatto" tra il ministero della Giustizia e un vpo (patrocinato dagli avvocati Claudio e Ilaria Tani, e Maurizio Serra). E lo fa "dalla data di immissione nelle funzioni di vpo" e "con ogni effetto conseguente per legge": che, nel potenziale impatto generale per il ministero (in risarcimenti per il passato e adempimenti per il futuro) sarà stimabile dopo le motivazioni. A un giudice del lavoro, ma a Milano, ricorre anche un sindacato del personale amministrativo contro il ministero per una condotta della presidenza della Corte d'Appello: la quale, pur continuando a fare i processi in metà della durata media italiana e in linea con quella europea, fatica però a farlo con una media del 29,6% in meno di cancellieri nel distretto (40% a Busto o Monza), e con aggravi di competenze (tipo la gestione edilizia): "Su 15 promessi ingegneri, architetti e geometri, ne è arrivato uno", dice la presidente Marina Tavassi, mentre ad esempio Napoli può contare su una apposita Direzione Generale con 30 persone. Inoltre il rapporto tra cancellieri e magistrato è "di circa 2 a 1 a Milano, 5 a 1 a Roma, 4 a 1 a Napoli".
Prima il ministro Orlando e poi ora Bonafede (che sabato sarà a Milano per l'anno giudiziario) dopo 20 anni hanno meritoriamente ripreso ad assumere migliaia di cancellieri, che però pareggiano appena quelli che vanno in pensione, e sono contesi dai vari uffici giudiziari in una lotta tra poveri attorno a una coperta corta per tutti. Tavassi ha allora cercato di tenere a galla il settore penale applicando su base volontaria (come le norme consentono 6 mesi più 6 mesi per straordinarie necessità) personale dell'Unep, cioè dell'ufficio di 80 persone che notificava atti oggi invece telematici.
Così 16 lavoratori, divenuti fondamentali per la funzionalità delle cancellerie, hanno confermato la propria disponibilità, ma il sindacato Uilpa ha depositato un ricorso al giudice del lavoro per il danno formale al contratto nazionale che firmò anni fa e che verrebbe violato da quelle applicazioni. Senza le quali i presidenti delle varie sezioni penali hanno scritto al coordinatore Giuseppe Ondei che le cancellerie rischierebbero di collassare, con la prospettiva di dover fare solo i processi con detenuti. Non è certo quello che vogliamo, hanno subito compreso i sindacalisti nella prima udienza, e il giudice del lavoro ha allora rinviato a marzo per consentire una intesa in extremis che scongiuri il "collasso" da nessuno voluto.
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