di Pietro Di Muccio De Quattro
Il Dubbio, 20 dicembre 2019
Può essere utile ricordare che l'impianto dei Costituenti per i reati ministeriali fu radicalmente mutato dalla legge costituzionale 1/1989, che basò l'accusa ai ministri sull'immunità ministeriale anziché sul foro speciale previsto dalla Costituzione del 1948. Per effetto del referendum dell'8 novembre 1987, niente più Commissione inquirente ("la grande insabbiatrice", "il porto delle nebbie"); niente più Parlamento in seduta comune; niente più giudizio della Corte costituzionale.
La cognizione dei reati ministeriali spetta oggi ai giudici ordinari, previa autorizzazione a procedere delle Camere. Quel referendum ebbe il valore abrogativo evidente, proprio del referendum, ed un valore propositivo schiettamente politico: l'elettorato reclamava per i ministri una giustizia eguale agli altri cittadini. Le ragioni della scelta operata dalla legge costituzionale 1/1989 furono dunque sia politiche che giuridiche.
Quanto alle prime, furono almeno tre: depoliticizzare il giudizio sui ministri; parificare quanto più possibile le posizioni dei membri del governo a quelle dei cittadini comuni; abolire un privilegio particolarmente odioso che a taluni pareva essersi trasformato in impunità.
Quanto alle seconde, furono almeno quattro: l'eterogeneità del giudizio sulle leggi e sugli uomini rendeva la Corte costituzionale, secondo molti, un giudice inidoneo a giudicare i ministri; il giudizio in unico grado per politici e laici violava il doppio grado di giurisdizione; la parzialità del giudice, considerato che ai quindici giudici costituzionali si aggiungevano i sedici laici; la Corte costituzionale doveva essere sollevata dagli impegni penali che intralciavano il sindacato delle leggi.
I cardini del sistema sono due, fissati dagli articoli 1 e 9 della legge suddetta: il presidente del Consiglio e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione della Camera o del Senato; l'Assemblea competente può, a maggioranza assoluta dei componenti, negare l'autorizzazione ove reputi, "con valutazione insindacabile", che l'inquisito abbia agito "per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo".
Se l'autorizzazione a procedere è concessa, la cognizione dei reati spetta al giudice ordinario, che non è il c. d. "tribunale dei ministri" (come troppi son malamente portati a credere da superficiali divulgatori). Questo collegio di tre magistrati estratti a sorte ogni due anni non è il tribunale vero e proprio perché non possiede la funzione giudicante, bensì i poteri del Pm e del Gip. Invece il giudizio spetta in primo grado al tribunale del capoluogo del distretto di corte d'appello competente per territorio. Per le impugnazioni e gli ulteriori gradi di giudizio si applicano le comuni norme del codice di procedura penale.
A parte la controversa natura del diniego dell'autorizzazione, la discussione parlamentare della riforma fu incentrata sui due presupposti, sui due motivi di diniego (esimenti in senso atecnico per comodità espositiva). I contrari opposero tre argomenti: innanzitutto, le esimenti avrebbero finito per formalizzare, in una legge costituzionale così importante, la cosiddetta ragion di Stato. Inoltre, avrebbero contribuito alla protezione di abusi governativi. Infine, violerebbero lo Stato di diritto. I favorevoli replicarono che, senza tali presupposti, la discrezionalità parlamentare sarebbe scivolata fatalmente nell'arbitrium merum cioè nella totale libertà di scelta. Pertanto, definire le esimenti, serviva a restringere, non già ad allargare la potestà delle Camere di negare l'autorizzazione. E, in effetti, così è. Un acuto studioso osservò che la maggioranza assoluta qui serve a sottrarre il ministro al processo, non a sottoporvelo. Differenza di un certo peso.
Fu detto nella discussione che "l'interesse dello Stato costituzionalmente rilevante" farebbe riferimento a valori ed interessi scritti nella Costituzione o direttamente tutelati da norme costituzionali, mentre "il preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di Governo" richiamerebbe gli interessi pubblici non immediatamente contemplati in Costituzione, ma, evidentemente, tutelati in via indiretta.
Il punto cruciale della legge costituzionale 1/1989 sta nella valutazione delle Camere circa i presupposti dell'insindacabilità. Il legislatore costituzionale volle affermare, chiaro e tondo, che la Camera competente è l'unico giudice, di fatto e di diritto, dell'esistenza dei presupposti. Tuttavia, a chi reputa incostituzionale l'insindacabilità della valutazione parlamentare, si contrappone chi considera tale insindacabilità come la riaffermazione della sovranità politica che, a determinate condizioni, può o deve poter sottrarre allo Stato di diritto la potestà d'imperio, sebbene possa apparire una reviviscenza della teoria e della pratica del governo illimitato.
La Corte costituzionale, chiamata a decidere nei conflitti d'attribuzione insorti a riguardo tra magistratura e Camere, sembra inclinare a riconoscere l'insindacabilità purché congruamente motivata e rispettosa dei diritti inalienabili.
In conclusione, la riforma costituzionale del 1989, e le fonti ordinarie e regolamentari che la completano, non hanno portato all'auspicata certezza del diritto su un punto cruciale dell'ordinamento. La responsabilità dei reati ministeriali resta sospesa e contesa tra maggioranze parlamentari, inchieste della magistratura, conflitti di attribuzione, giudizi della Corte costituzionale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 dicembre 2019
Sovraffollamento, riscaldamenti guasti e mancanza di prodotti per l'igiene. Ancora proteste da parte dei migranti reclusi nel centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Torino. Si è appreso solo ieri della rivolta scoppiata lunedì scorso. Le tensioni sono iniziate nell'area bianca, dove quattro persone hanno provato a fuggire in occasione dell'uscita dal centro degli addetti alle pulizie, e sono continuate nell'area rossa, dove i trattenuti nella struttura hanno preso diversi arnesi di un'impresa impegnata in lavori e li hanno lanciati contro le forze dell'ordine.
Il giorno prima, domenica 15 dicembre, alcuni ospiti dell'area rossa del complesso avevano incendiato materassi, divelto porte e inferiate, distrutto televisori. Alcuni ospiti erano anche saliti sul tetto dei container. Fa il paio con l'altra rivolta, quella del 25 novembre scorso, quando un gruppo di migranti irregolari ha dato fuoco e distrutto ben otto unità abitative delle aree viola e gialla.
La situazione è di fatto insostenibile. I migranti protestano per le condizioni del centro. Secondo chi protesta il riscaldamento non funziona, le docce sono fredde, mancano materassi e molti degli ospiti devono dormire per terra. Mancano inoltre prodotti per l'igiene, l'assistenza sanitaria, le coperte sarebbero sporche e si denunciano anche sovraffollamento e casi di maltrattamenti da parte del personale di vigilanza. La situazione è sempre più problematica. In primis la struttura. D'inverno ci sono problemi con il riscaldamento ed in estate non ha mai funzionato l'impianto di condizionamento dell'aria. La campagna LasciateCIEntrare ha denunciato diversi casi inumani, come un uomo tunisino, affetto da una semiparalisi, che per accedere ai servizi igienici deve essere legato con corde improvvisate.
Situazioni denunciate però da ben altri organismi. Nel dicembre del 2018 la Human Rights and Migration Law Clinic, in collaborazione con l'International University College di Torino, i Dipartimenti di Giurisprudenza dell'Università di Torino e l'Università del Piemonte Orientale di Alessandria, ha realizzato il rapporto "Uscita d'emergenza", in cui si esamina la situazione della tutela della salute dei trattenuti all'interno del Cpr di Torino.
Il quadro descritto è allarmante. La politica sanitaria all'interno del Centro è caratterizzata da un approccio informale, poiché non è previsto alcun tipo di preventiva valutazione tecnica circa la compatibilità tra lo stato di salute del migrante e la misura restrittiva. Né, ed è altrettanto grave, si garantisce la continuità terapeutica. Emerge, inoltre, la non adeguatezza del numero del personale medico e del numero di ospiti all'interno della struttura torinese.
In ultimo, si è osservato come "la condizione di grave afflizione in cui versano molti dei detenuti, aggiunta alla concreta improbabilità di essere rilasciati dal Centro a seguito di un provvedimento giudiziario di non convalida o non proroga del trasferimento - ipotesi statisticamente inferiore al 5% dei casi nel Cpr di Torino - esponga gli stranieri alla tentazione dell'autolesionismo, sacrificando il proprio benessere ed utilizzando il corpo come arma di negoziazione per la liberazione".
Il disagio aumenta, la sofferenza non acuisce e i migranti, senza aver commesso alcun reato, si trovano di fatto reclusi essendo degli irregolari. Attualmente, i Cpr operativi sono 7, situati in 5 regioni. Sono previsti 1.035 posti complessivi, di cui effettivamente disponibili 715.
Per legge i centri devono essere strutturati in modo da garantire l'erogazione dei servizi stabiliti nel capitolato di appalto, quali la fornitura di vitto e l'alloggio, la cura dell'igiene, l'assistenza generica alla persona (compresa la tutela psicologica), la tutela sanitaria (con l'allestimento di un presidio medico fisso neri centri di capienza superiore a 50 posti). Ma nei fatti la situazione è diversa.
di Donata Posante (Avvocato)
agrigentooggi.it, 20 dicembre 2019
È notizia delle ultime settimane l'avvio di un'indagine da parte della Procura della Repubblica di Agrigento - al momento a carico di ignoti - per presunti abusi perpetrati all'interno del carcere Petrusa di Agrigento, verosimilmente nella zona dedicata al cosiddetto isolamento carcerario. L'indagine ha preso avvio, come noto, a seguito di un dossier presentato dalla delegazione del partito dei Radicali che nel mese di agosto scorso aveva fatto un accesso ispettivo nella struttura della casa circondariale Di Lorenzo per verificarne le condizioni di operatività.
Condizioni, queste ultime, che non devono aver confortato e soddisfatto i visitatori sul rispetto delle garanzie vigenti - o che tali dovrebbero essere - all'interno della struttura carceraria. Il dossier che ne è seguito, oltre a sollecitare l'intervento della magistratura, deve aver indotto anche alcuni altri detenuti - circa una trentina - a segnalare e denunciare presunti abusi e violenze subite durante la detenzione.
È presto, data anche le scarne notizie diffuse, per trarre indebite conclusioni, ma è sicuramente lo spunto, per vero non l'unico nel panorama nazionale, per una riflessione più ampia relativamente ai cosiddetti diritti del detenuto.
La situazione attuale delle carceri italiane ha richiesto e continua a richiedere un rafforzamento, ed a volte purtroppo una vera e propria affermazione, della tutela dei diritti di chi è privato della libertà personale. Tale rafforzamento non può che fondarsi in primis sul rilievo che occorre fermamente prescindere dalle ragioni per cui sono ristretti coloro che si trovano in carcere e dal reato da questi commesso, dal più grave al meno allarmante: tutti, indifferentemente, sono uniti da un'intrinseca vulnerabilità che necessità protezione a 360 gradi. E la protezione per essere tale non può e deve guardare alle ragioni che abbiano determinato la detenzione.
Passaggio, quest'ultimo, delicato e di difficile attuazione culturale specie in un paese in cui la politica, i mass media o chi per loro, tendono all'inverso risultato dell'allarmismo e dell'ingenerato timore nel cittadino verso chi è colpevole o presunto tale. Una visione cinica e volutamente miope che finge di non tenere conto che nella maggior parte dei casi - certo non tutti - il reo, il reato, la condotta di disvalore penale è solo il portato ultimo di un'indifferenza ed ingiustizia sociale perpetrata a più riprese e più livelli da cui è arduo uscire indenni e senza peccato.
Ma il monito al rafforzamento delle garanzie dei detenuti dovrebbe passare anche per il tramite del puntuale riconoscimento delle tutele che risultano già positivizzate e spesso dimenticate nel nostro ordinamento.
Dovrebbero orientarci, in tal senso, l'assolutezza e tassatività dell'art. 13 della Costituzione; la personalità della responsabilità penale nell'esteso significato del principio sancito all'art. 27 della carta fondamentale; la Legge 354 del 1975 recante le norme sull'ordinamento penitenziario ed in particolare l'introduzione esplicita nella sua prima disposizione della necessità che il trattamento sia dignitoso e conforme ad umanità, improntato all'imparzialità, ispirato al principio di non colpevolezza dell'imputato sino alla condanna definitiva, ed infine teso, per vocazione costituzionale, alla rieducazione del condannato ed al suo reinserimento in società; le Convenzioni internazionali di cui il Paese è parte.
Tutto chiaro, tutto scritto: spesso non attuato. La tutela dei diritti delle persone private della libertà deve poi necessariamente misurarsi con la possibilità di accedere alle misure alternative alla detenzione, accesso spesso inibito dalle scarse conoscenze del detenuto non supportate adeguatamente dall'assistenza del legale.
Proprio l'ultima relazione al Parlamento del 2019 del garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ha segnalato, con preoccupazione, che nell'ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta di 2047 unità, e che correlativamente, tuttavia, il numero di coloro che sono entrati in carcere dalla libertà è diminuito di 887 unità: l'aumento, in altre parole, non sembra dovuto a maggiori ingressi, bensì a minore possibilità di uscita.
Certo tutto quello che precede, seppure limpidamente riconoscibile, non è di facile attuazione perché necessita di un delicato bilanciamento tra situazioni che tutte abbisognano di tutela: i diritti del detenuto che in quanto persona gode di tutele irrinunciabili ed indeclinabili, il diritto di quanti vogliono vivere in una società ordinata e tranquilla, e il comprensibile diritto di chi ha sofferto, di chi è vittima di un reato, a vedersi riconosciuto quanto patito.
Una miscellanea difficile ma non impossibile che non può e deve prestare il fianco ad un affievolimento dei diritti del detenuto perché se è vero che questi deve ricostruire o in alcuni casi formare un senso di legalità mai posseduto, questa operazione diventa impossibile se il luogo deputato a questa ricostruzione, il carcere, viola e mortifica quella stessa legalità.
di Antonella Coppotelli
greenstyle.it, 20 dicembre 2019
La sostenibilità a Roma ha una nuova casa grazie a economia carceraria e a Vale la pena Pub & shop. In via Eurialo 22, nel cuore dell'Alberone, quartiere romano che si sviluppa tra l'Appia e la Tuscolana, due tra le più importanti e trafficate vie consolari della Capitale, vive una realtà che con costanza e dedizione ha dato vita a un importante progetto di carattere sociale: Vale La Pena Pub & Shop.
Nato per volere di Paolo Strano, fondatore di Semi di Libertà Onlus, associazione votata al reinserimento nel mondo lavorativo degli ex detenuti o ancora in libertà vigilata, Vale la Pena Pub e Shop è il primo esercizio fisico in Italia basato interamente sull'economia carceraria. A raccontarci il progetto e la sua evoluzione negli anni che ha forti connotazioni sostenibili e a basso impatto ambientale sono i tre gestori attuali: Veronica, giornalista professionista specializzata in comunicazione istituzionale, che collabora in qualità di volontaria, Oscar La Rosa, fondatore di Economia Carceraria ed ex volontario della Onlus e Massimo, responsabile della cucina.
Tre anime con passato, background e formazione differenti ma tutte accomunate da un unico obiettivo: combattere la recidiva di chi torna in libertà ma non ha reali strumenti per un corretto reinserimento nella società, in primis un impiego regolare. A oggi i dati che i tre gestori ci comunicano sono impressionanti: solo il 30% degli ex detenuti può davvero considerarsi tale e ricominciare a vivere, il rischio di recidiva e di ritorno a commettere illeciti è davvero molto elevato.
Percentuale destinata ad aumentare se già durante il periodo di reclusione viene insegnato a chi sconta la pena un mestiere e la relativa etica che ne deriva, quasi a voler confermare l'antico detto che il lavoro nobilita l'uomo e lo rende libero, aggiungiamo noi. Non può essere altrimenti dal momento che l'articolo 1 della nostra Costituzione (e le magliette che i ragazzi vendono nel pub) recita a chiare lettere che "l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro", fondamento che, però spesso, tendiamo a dimenticare.
L'economia carceraria e Vale La Pena Pub & Shop fanno bene, quindi, per più di un motivo: in primis permettono al detenuto di imparare una professione che diverrà il suo punto di forza una volta che tornerà in libertà. Molti di loro continuano a lavorare nelle cooperative che hanno investito nel progetto ma tanti altri vanno avanti per la propria strada, potendo contare su un know-how che diventerà un asset su cui puntare.
Come logica conseguenza la possibilità di recidiva si abbatte e si immette nella società una forza lavoro pulita, regolare e in grado di pagare le tasse facendone beneficiare la società intera. Forse non tutti sanno che il costo sostenuto dai cittadini per le carceri si riferisce solo allo stabile e al personale, mentre è il detenuto che deve far fronte alle spese quotidiane per la propria permanenza in galera.
Quando si esce, prima o poi, bisogna pagare le spese di mantenimento, emesse con una cartella esattoriale da Equitalia Giustizia. E nel caso in cui non si lavori durante la propria detenzione, cosa succede? Difficoltà o resistenza nel trovare un lavoro regolare, perché in automatico scatta una trattenuta sullo stipendio e, soprattutto, la possibilità di tornare a vecchi schemi mentali e modus operandi che, nella maggior parte dei casi, lo riporteranno a delinquere. Bando ai buonismi, però, come sottolinea spesso Veronica durante la nostra chiacchierata: non tutti, a prescindere, sono propensi e pronti a mettersi in discussione e nel pub viene data una possibilità solo a chi ha davvero voglia di lavorare con impegno e determinazione.
Insomma l'esser stati detenuti non è né un valore aggiunto né una diminutio; ciò che conta è solo chi si vuole essere e cosa si vuole fare della propria vita. Anche perché le produzioni che hanno il marchio di Economia Carceraria sono quasi tutte legate al cibo e si basano sull'utilizzo di materie prime eccellenti che richiedono cura, perizia e pazienza, giocando per quest'ultima caratteristica sul concetto di tempo che in carcere assume un altro significato.
Tutto ciò fa sì che vi sia un'attenzione spasmodica al particolare e alla perfetta integrità del prodotto finale, privilegiando la filiera corta e una modalità di lavoro assolutamente artigianale anche per un limite stesso imposto dalla legge di far entrare macchinari in carcere che impedirebbero la partenza del progetto.
La salubrità dei prodotti e la relativa artigianalità è testimoniata dall'etichetta stessa, che contiene solo ingredienti naturali e scadenze brevi (3, 9 e 12 mesi; con l'eccezione dei 24 mesi per caffè e tisane) a riprova del fatto che è bandito ogni tipo di conservante e che è salvaguardato tutto il processo di sostenibilità e filiera breve.
A seconda della regione aderente al progetto di economia carceraria, l'ingrediente protagonista cambia facendo della località di origine il punto di forza e il proprio vessillo alimentare: grissini a Torino, taralli a Trani, frutta secca e biscotti alle arance in Sicilia. Completa il tutto un marketing accattivante che gioca sulle etichette tra il concetto di prodotto libero e quello in "manette" come ad esempio testimoniano i brand "Cotti in Fragranza" o "Farina nel Sacco" tanto per citarne un paio. Tutti questi prodotti trovano spazio tra gli scaffali dello shop Vale La Pena e sono destinati alla vendita e all'utilizzo stesso della cucina diretta da Massimo, che, nella spesa quotidiana e nella sua offerta alimentare, non dimentica mai la stagionalità e il basso impatto ambientale da rispettare.
Vietati in maniera categorica tutti quegli ingredienti che abbiano conservanti o che non sposino la filosofia del progetto e che non si armonizzino con la creazione di piatti pensati per l'abbinamento con la ricca offerta di birre servite nel locale: come ad esempio il "birramisù", la sua ultima invenzione, che vuole i savoiardi inzuppati nella Chicca, una birra dolce e a bassa gradazione alcolica prodotta nel carcere di Salluzzo e che crea dipendenza immediata: l'unica ammessa qui.
Gazzetta del Mezzogiorno, 20 dicembre 2019
Dieci ospiti della casa circondariale di via Speziale, hanno imparato le tecniche di restyling di opere murarie lavorando sul campo all'interno della struttura Carmelo Magli. L'iniziativa, possibile per un progetto portato avanti dall'associazione Homines Novi, che ha intercettato un avviso pubblico della Regione Puglia, ha permesso di eseguire interventi sulle scale detentive del primo, secondo e terzo piano del carcere, e sulla scala agenti. Sono stati ripristinati, tappeti in gomma, risistemati i gradini e ripitturate scale e rampe.
I risultati del corso di formazione, che ha impegnato i detenuti per un anno in lezioni di teoria e di pratica, dietro il coordinamento del tutor del progetto, il professor Salvatore Montesardo, e con l'ausilio tecnico e professionale dei docenti, gli ingegneri Alfonso Esposito e Mauro Capita, sono stati illustrati alla stampa questa mattina alla casa circondariale.
Presenti la direttrice della casa circondariale di Taranto, Stefania Baldassari, la dottoressa Rossana Ercolano, responsabile della sezione Formazione professionale del Dipartimento per lo Sviluppo Economico, innovazione, istruzione, formazione e lavoro della Regione Puglia, il comandante della Polizia Penitenziaria di Taranto, Giuseppe Donato Telesca, ed il direttore dell'ente di formazione Homines Novi, Gianluigi Palmisano.
Il corso - Nello specifico, i detenuti hanno seguito lezioni di disegno tecnico, organizzazione aziendale, sicurezza sui luoghi di lavoro, materiale di base per l'edilizia, e preparazione delle malte. L'attività di pratica è stata realizzata grazie al coinvolgimento attivo di professionisti operanti nel settore, che hanno messo a disposizione materiale di consumo per raggiungere gli obiettivi formativi previsti dal progetto. L'attività di accompagnamento ed affiancamento consulenziale è stata curata dall'associazione di promozione sociale Massimo Troisi.
La relazione - "Tutte le lavorazioni - si legge nella relazione dei docenti Alfonso Esposito e Mauro Capita - sono state eseguite dai detenuti con impegno e dedizione ed i risultati ottenuti sono stati soddisfacenti ed al tempo stesso hanno in parte risposto alle richieste della Direzione della casa circondariale, per una maggiore sicurezza dei vani scale e un miglior decoro delle strutture oggetto degli interventi, rispettando il progetto presentato e finanziato".
La qualifica sarà senz'altro spendibile nel mondo del lavoro una volta che questi operatori avranno scontato il loro debito con la società. Si è infatti già potuto creare un ponte di comunicazione tra la realtà carceraria e il mondo occupazionale, anche attraverso un vero e proprio sportello informativo.
"Il nostro intento - commenta il direttore Palmisano - è quello di contribuire a dare una possibilità di reale "riscatto" a queste persone. Abbiamo lavorato per rafforzare la loro autostima ed agevolarli nel concreto ingresso nel mondo del lavoro attraverso un orientamento mirato al reinserimento occupazionale, alle logiche legate all'etica del lavoro, e soprattutto rivolte aduna ricerca attiva, offrendo inoltre strumenti per muoversi nella società esterna una volta scontata la pena".
di Marie Bourreau
Internazionale, 20 dicembre 2019
Torture, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali e uso inappropriato delle armi contro i manifestanti. L'Onu condanna la repressione delle proteste in Cile. L'inchiesta è stata condotta con una rapidità sorprendente. In un rapporto reso pubblico il 13 dicembre a Ginevra la delegazione dell'Onu inviata in Cile dall'alta commissaria per i diritti umani, l'ex presidente cilena Michelle Bachelet, ha concluso che le forze di sicurezza del paese hanno fatto un uso sproporzionato ed eccessivo della forza contro i manifestanti durante le proteste scoppiate alla metà di ottobre. "La polizia ha una responsabilità nelle violazioni dei diritti umani", ha detto Imma Guerras-Delgado, a capo delle indagini.
Secondo la procura, 26 manifestanti sono stati uccisi, ma l'alto commissariato ha potuto accertare la morte di undici persone. In almeno quattro casi sono coinvolti agenti delle forze di sicurezza. Gli esperti dell'Onu, che sono rimasti in Cile dal 31 ottobre al 20 novembre, hanno raccolto testimonianze schiaccianti contro le forze di sicurezza, colpevoli di torture, maltrattamenti, minacce di morte, stupri e detenzioni arbitrarie.
Alcuni rapporti di Amnesty International, della Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) e di Human rights Watch avevano già denunciato violazioni gravi commesse dai Carabineros, la polizia cilena, e dall'esercito, schierato in varie città all'inizio delle proteste. Distanza ravvicinata Il governo del presidente Sebastiàn Pifiera non riesce a calmare lo scontento sociale.
Le proteste, cominciate alla metà di ottobre con gli studenti che manifestavano contro l'annuncio dell'aumento del prezzo del biglietto della metropolitana a Santiago, si è esteso velocemente a tutta la società: i cileni denunciano le forti disuguaglianze nel paese, dove l'i per cento della popolazione possiede quasi un terzo della ricchezza nazionale. Secondo il ministero della giustizia, in otto settimane sono state arrestate z8mila persone e 1.615 sono ancora in carcere in attesa di un processo, in gran parte giovani senza precedenti penali.
Guerras-Delgado ha condannato la gestione "repressiva" delle manifestazioni da parte di agenti che non hanno distinto tra manifestanti violenti e pacifici. Lo dimostra il numero "allarmante" di lesioni agli occhi subite soprattutto dai giovani, quasi 350 secondo i dati raccolti nell'istituto cileno di oftalmologia. Gli agenti hanno usato fucili con cartucce a pallettoni di gomma in modo "indiscriminato e inappropriato" per disperdere cortei essenzialmente pacifici.
Il rapporto cita il caso di Gustavo Adolfo Gatica Villarroel, 21 anni, ferito a entrambi gli occhi in una manifestazione a Santiago e oggi cieco. I pallettoni di gomma trovati sotto la pelle di molte persone ferite indicano che i fucili sono stati usati a distanza ravvicinata.
Secondo le Nazioni Unite, le autorità cilene erano a conoscenza già dal 22 ottobre della gravità delle ferite, ma non hanno preso provvedimenti. Solo il 19 novembre il capo della polizia ha vietato l'uso di queste armi, ma secondo gli inquirenti sono state usate anche dopo quella data.
La squadra delle Nazioni Unite ha documentato 113 casi di tortura e maltrattamenti, soprattutto pestaggi, e 24 casi di violenze sessuali e stupri commessi da poliziotti contro persone arrestate e detenute in modo arbitrario. Il 13 dicembre il ministro cileno degli esteri Teodoro Ribera ha dichiarato di tenere in conto le conclusioni dell'Onu, ma ha sottolineato che "in Cile non ci sono violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani".
Poche ore prima Lorena Recabarren, sottosegretaria alla giustizia, aveva contestato alcune "informazioni errate, non contestualizzate né verificate": "Un rapporto in più o in meno non ci interessa. Abbiamo già ricevuto quattro rapporti di altre organizzazioni internazionali. Il paese vuole tornare alla normalità per ciò che riguarda i diritti fondamentali", ha detto.
Intanto l'Onu, che continua a ricevere denunce di abusi della polizia, ha invitato il governo cileno a sospendere l'uso dei fucili per controllare le manifestazioni e a istituire un meccanismo di sorveglianza con il compito di valutare la situazione nei prossimi tre mesi.
di Andrea Alba
Corriere del Veneto, 20 dicembre 2019
Tre mesi fa la coop M25 ha riattivato il forno interno della casa circondariale vicentina Cinque detenuti hanno sfornato per Natale 1.500 panettoni, che sono andati a ruba. Ne hanno prodotti 1.500, raggiungendo e superando di metà l'obiettivo prefissato, ma a Vicenza si continuano a chiedere altri "panettoni del carcere".
La solidarietà ha fatto breccia in città e per le "Dolcissime Evasioni" - il nome che la cooperativa sociale M25, con una certa ironia, ha dato alla linea di dolci prodotti nel penitenziario vicentino - la richiesta supera l'offerta. "Siamo partiti tre mesi fa con il forno dolciario, è una scommessa - racconta Michele Resina, presidente della cooperativa - ci lavorano cinque detenuti volonterosi, che stanno imparando un lavoro guidati da un maestro fornaio".
La società mutualistica M25 è nata nel 2013 come emanazione, di fatto, della Caritas vicentina, per organizzare e gestire una serie di servizi molto diversi fra loro, ma tutti nell'ambito del terzo settore. Oggi, fra le attività seguite, c'è la gestione di centri diurni con pazienti psichiatrici, programmi di riabilitazione per i detenuti e reinserimento abitativo (Il Lembo del Mantello), gestione dei bici-park comunali di Vicenza (l'elenco completo è presente nel sito coopm25.org). "All'interno del penitenziario di San Pio X abbiamo iniziato a sviluppare dei progetti quasi tre anni fa - spiega Resina - inizialmente riattivando delle serre in disuso che erano presenti all'interno. A Vicenza adesso ci sono circa 800 metri quadri di coltivazioni in serra".
Il progetto, come tutti i progetti di M25, ha anche uno sbocco economico che permette alla cooperativa di rimanere in equilibrio: tutti gli ortaggi, coltivazioni che impegnano quattro detenuti, vengono acquistati da un gruppo di famiglie tramite un accordo di acquisto solidale. "Poi abbiamo dato vita a un laboratorio di assemblaggio, sempre dentro il penitenziario: ci lavorano 12 detenuti, sono assunti dalla cooperativa e hanno un tecnico specializzato che li segue", specifica il presidente della Onlus.
E visti "gli ottimi risultati" quest'anno si è deciso di sviluppare ulteriormente le attività nel carcere. Gli operatori hanno ridato vita a un forno per panificazione - adatto sia alla cottura di dolci che di panificati e di pizze - che era presente nel penitenziario ed era fermo da alcuni anni. "Grazie alla donazione di un imprenditore l'abbiamo messo a posto e fatto funzionare.
E siamo partiti, con un certo ritardo rispetto alle previsioni - riprende Resina - i dolci in particolare abbiamo iniziato a farli tre settimane fa". La produzione è incentrata sulla pasticceria da forno: panettoni artigianali (dal costo di 10 euro l'uno), pandori, "veneziane". Oltre a una ventina di biscotti diversi: dagli "zaleti" ai "parpagnacchi", dai baci di dama ai krumiri.
Le Dolcissime Evasioni, accompagnate dallo slogan "Il lavoro è dignità e i suoi frutti profumano libertà", finora hanno riscosso un deciso interesse. "Di panettoni ne abbiamo prodotti 1.500 e non riusciamo a star dietro alle richieste, è un peccato - conferma Resina -, purtroppo siamo partiti in ritardo sul previsto a causa di tempi lunghi per le autorizzazioni.
Però i prodotti sono molto buoni e apprezzati". I detenuti hanno inventato anche un dolce "tipico" della casa circondariale vicentina, chiamandolo La Domandina: "Un impasto di noci, fichi e nocciole che ironizza sul fatto che la prima cosa che si impara, in carcere, è chiedere. Per qualsiasi cosa va fatta "la domandina", appunto".
Il presidente della cooperativa spiega anche l'impostazione economica del progetto, e i possibili sviluppi futuri. "Il nostro obiettivo è fare impresa sociale, insegnando ai detenuti un lavoro, ma il tutto deve sostenersi dal punto di vista economico. Il forno sta in piedi, abbiamo fatto una valutazione economica e con i numeri attuali l'attività regge", precisa Resina.
Per le attività con i detenuti la cooperativa si avvale anche dei forti sgravi contributivi previsti in questi ambiti dalla legge, proprio per favorire tali iniziative. "Il forno di per sé non può far lavorare più di 5 persone, ma vediamo uno sviluppo naturale - conclude il presidente di M25: momenti di formazione nei periodi morti. L'obiettivo è insegnare un mestiere e i nostri maestri artigiani sono veramente bravi: possono insegnare ai detenuti un'occupazione da spendere un domani, quando finirà la detenzione".
di Rosalba Cataneo
Corriere dell'Alto Adige, 20 dicembre 2019
Messa natalizia in via Dante. Attesa per la nuova casa circondariale L'esempio di Bertoldi: volontario da 50 anni, aiuto le famiglie dei detenuti. "Il carcere resti umano. I detenuti devono assumersi le proprie responsabilità ma senza perdere la speranza". È il messaggio lanciato ieri dal vescovo Muser in occasione della messa di ieri in via Dante. Fra i presenti anche Bertoldo, volontario che da 50 anni aiuta detenuti e famigliari.
I tempi difficili che Charles Dickens raccontava nel suo omonimo romanzo dell'Ottocento, sono anche quelli di chi vive e lavora nella casa circondariale di via Dante, a pochi metri dal centro storico cittadino. Ieri mattina il vescovo Ivo Muser ha fatto visita ai carcerati nel suo tradizionale incontro di Natale, dedicando la sua omelia ai temi della responsabilità, della speranza e dell'umanità. "È importante salvaguardare le leggi - ha detto - ma queste da sole non bastano, devono essere applicate in modo umano.
Non dobbiamo dire ai carcerati che quello che hanno fatto andava bene ma di assumersi le proprie responsabilità, pentendosi, ma ricordando loro di non perdere la speranza. Bisogna continuare Muser "Chi ha sbagliato deve assumersi le proprie responsabilità ma non perdere la speranza" ad aiutarli e farli pensare al futuro". Una messa molto sentita tra i circa 60 detenuti di diverse etnie (per lo più stranieri) presenti nei banchi della cappella. Alcuni di loro hanno partecipato in maniera più attiva leggendo degli stralci dal Vangelo e presentando il presepe.
Nella cappella, nonostante l'allestimento natalizio, non sono passate inosservate le condizioni fatiscenti in cui versa l'edificio che ospita attualmente i circa 110 detenuti, a fronte di una struttura che ne può accogliere 85. Dopo l'ispezione, avvenuta due anni fa da parte dei rappresentanti nazionali delle Camere penali italiane che hanno indicato il carcere di via Dante come uno dei peggiori d'Italia, qualcosa, all'interno della casa circondariale sulle condizioni detentive dei carcerati, sembrerebbe essere migliorata. Ad esempio con l'apertura delle porte delle celle, che rende così possibile ai detenuti interagire tra loro e circolare liberamente in alcuni sezioni del carcere, ma anche i laboratori creativi. Ciononostante le condizioni di sovraffollamento restano critiche.
A fronte di ciò, non bastano le 70 unità tra agenti, ispettori e sovrintendenti della polizia penitenziaria attualmente impiegate nella struttura. Ne servirebbe un'altra quindicina. Una soluzione che potrebbe in parte alleggerire questo problema è la costruzione di un carcere nuovo capace di contenere in maniera più dignitosa i detenuti. Proprio su questo argomento, all'interno della casa circondariale, ci si chiede che novità ci siano sul nuovo carcere che dovrà essere costruito. Al momento questa domanda pare non abbia ancora trovato una risposta. Bolzano non è l'unico esempio di carcere in Italia a dover far fronte ad un sovraffollamento di detenuti e alla carenza di personale. La differenza, però, è che la nostra Provincia avrebbe davvero i mezzi necessari per poter rispondere al problema.
Anche il vescovo della Diocesi di Bolzano-Bressanone auspica che le parti trovino al più presto una soluzione: "Il carcere di Bolzano, nonostante tutte le problematiche, resta un contesto umano", sostiene. Un esempio di umanità è quello di Bruno Bertoldi che fa volontariato in carcere da cinquant'anni: "Io e i miei colleghi facciamo quello che è possibile - spiega.
Procuriamo il vestiario ai detenuti, cerchiamo di aiutare economicamente le famiglie di chi non può farlo. A Natale faremo loro dei regali utili così anche ai loro figli. Il mio detto è parlare poco e lavorare tanto, spero di poter continuare a farlo" racconta Bertoldi non senza una punta di commozione.
cagliaripad.it, 20 dicembre 2019
Tornano dal vivo i pionieri del rap in lingua sarda: dopo 23 anni di concerti in tutta Europa, tre album, un Lp e decine di collaborazioni, i Balentia sono pronti per un live molto speciale. Il gruppo infatti suonerà domani, venerdì 20 dicembre, a partire dalle 14.30, per i detenuti della Casa Circondariale "Ettore Scalas" di Uta, nell'ambito della rassegna "Oltre il sipario" e del progetto/laboratorio "LiberaMente Dentro", ambedue organizzati dall'Associazione "Il Miglio Verde".
Il progetto nasce con l'intento di creare uno spazio nel quale i detenuti possano indirizzare le proprie potenzialità creative, ricostruire un'identità sociale quale opportunità di reinserimento nella cittadinanza attiva, sostituendo i meccanismi relazionali basati sulla forza, sul controllo e sulla sfida con quelli legati alla collaborazione, allo scambio ed alla condivisione.
Per i Balentia si tratta della terza esperienza all'interno di strutture di detenzione, dopo le due esibizioni di alcuni anni fa nell'Istituto Penale Minorile di Quartucciu. Dal vivo la band mogorese presenterà i brani tratti dall'ultimo lavoro discografico, Nieddu, e alcuni brani tratti dai dischi precedenti. I Balentia - Una delle band più attive e longeve del panorama musicale indipendente sardo, Su Maistu e Lepa - originari di Mogoro (Or), - sono artefici di un rap cantato in sardo ed italiano, che loro stessi amano definire sociale. Hanno all'attivo tre album ed un LP autoprodotti, numerose collaborazioni con artisti nazionali dello stesso genere ed oltre 600 concerti in Sardegna, in Italia ed all'estero (Germania, Spagna, Grecia).
Ristretti Orizzonti, 20 dicembre 2019
La Cooperativa Sociale "Together let's Help the Community!" ha partecipato al mercatino di Natale tenutosi nel Tribunale Ordinario di Roma, sia nel settore penale che in quello civile, insieme ad "Economia Carceraria" e ad altre associazioni che lavorano nelle carceri e nelle strutture accoglienti per minori.
L'iniziativa è stata organizzata dall'Associazione Nazionale Magistrati (Anm) nella persona del Magistrato Emilia Conforti con il patrocinio dell'Ordine degli Avvocati e durerà fino al 19 dicembre 2019. L'obiettivo è quello di mettere in luce realtà che sono presenti dentro le case circondariali e le case-famiglia e che coinvolgono i propri ospiti nella creazione di oggetti di vario genere: dai manufatti artigianali in ceramica creati dalla fantasia dei minori, a prodotti alimentari, alcuni caratteristici del Natale, come torroni e panettoni.
Le prelibatezze alimentari provengono da tutta Italia, create da imprese sociali e cooperative che investono negli istituti di pena, coinvolgendo le persone che vi vivono al loro interno. In tanti hanno contribuito al sostegno di queste realtà, comperando gli oggetti esposti: magistrati, avvocati e persone presenti nella struttura del Tribunale che, acquistandoli, hanno sostenuto un'attività importante per la comunità. Anche "Together let's Help The Community" ha realizzato un successo con la vendita di molti vasetti di miele millefiori prodotto nella Casa Circondariale di Massa Marittima (Gr), nei formati attualmente disponibili (250 grammi e 50 grammi). Si ringrazia coloro che hanno aderito con entusiasmo e soprattutto gli organizzatori dell'evento per la visibilità e la possibilità concessa.
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