di Giulio Bonotti
La Repubblica, 31 gennaio 2020
Tra Piercamillo Davigo, magistrato di lungo corso, e gli avvocati penalisti non è corso (nel tempo) e non corre spesso buon sangue. Lui è diventato notissimo negli anni Novanta con l'inchiesta Mani Pulite; ed è ben conosciuto il suo gusto a volte senza rete per la "battutaccia". Altrettanto noti, e impegnati sul fronte della giustizia, sono non pochi legali milanesi.
casertanews.it, 31 gennaio 2020
Carenza di magistrati nei tribunali: "A Napoli Nord situazione scandalosa". Aumentano i roghi di rifiuti, preoccupano le collusioni tra società civile e camorra.
Duemila detenuti in attesa di giudizio. È il dato forse più preoccupante, nei giorni della polemica a distanza tra Marco Travaglio e Gaia Tortora, che vien fuori dalla conferenza stampa della Corte d'Appello di Napoli - nel cui distretto rientrano anche il tribunale di Santa Maria Capua Vetere e quello di Napoli Nord - alla vigilia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario.
A rivelarlo è stato il presidente della corte partenopea Giuseppe de Carolis di Prossedi che ha sottolineato come circa un terzo dei 6mila detenuti complessivi in Campania sia in attesa di giudizio.
"Un segnale di recupero rispetto sul pesante arretrato accumulato negli anni scorsi - ha detto il presidente della Corte d'Appello di Napoli, Giuseppe de Carolis di Prossedi - ma resta il collo di bottiglia determinato dalla carenza di magistrati". Almeno 16 in meno rispetto ad un organico già sottodimensionato, secondo de Carolis di Prossedi. "É addirittura scandalosa - ha detto il procuratore generale presso la Corte d'Appello, Luigi Riello - la situazione del Tribunale di Napoli Nord in un'area a forte densità criminale".
Per quanto concerne i reati ambientali, invece, torna a bruciare la Terra dei Fuochi con i roghi che sono incrementati: da 205 a 258. "L'attenzione sulle discariche abusive e sull'ambiente è cresciuta sensibilmente negli ultimi anni - ha detto il procuratore generale, Luigi Riello - È una priorità. Nel terriorio di Napoli Nord, per esempio, vi è un picco di malattie tumorali collegato, secondo ricerche dell'istituto superiore di sanità, proprio ai rifiuti tossici e a questi fenomeni estremamente gravi che noi dobbiamo attenzionare sempre di più perché è intollerabile che muoiano bambini e persone".
Tra i fenomeni più preoccupanti quello delle "collusioni tra quella parte di società civile che ufficialmente condanna la criminalità organizzata, ma fa affari con essa". "C'è una diminuzione dei reati, ma c'è un aumento delle denunce (da 27 a 53) per associazione di stampo camorristico in provincia di Napoli e di Caserta - ha detto il procuratore generale, Luigi Riello - Leggo con soddisfazione la positività dei dati, ma so che c'è una parte sommersa di criminalità che è quella relativa al mare in cui naviga la camorra cioè quello degli affari, del mercato. Gli omicidi sono di meno così come i tentati omicidi, ma abbiamo il sospetto che vi sia una pax mafiosa e che si spari di meno perché si ingrassa di più su affari, intersecandosi con il mondo dell'impresa e delle professioni, ambienti insospettabili. Questo è un dato preoccupante ed è la frontiera sulla quale già stiamo lavorando, ma su cui dobbiamo lavorare sempre di più".
Tra luglio 2018 e giugno 2019 sono state emesse 143 ordinanze per oltre 1000 indagati, ed è stato disposto un sequestro da oltre 200 milioni, ma nonostante questo "la percezione di insicurezza dei cittadini non sembra diminuire". "La diminuzione complessiva dei reati più gravi non deve, tuttavia, far abbassare l'allarme rispetto alla criminalità organizzata, un fenomeno che rimane grave e diffuso", ha concluso Riello
di Alessandro Butticè
Il Riformista, 31 gennaio 2020
L'Indice di Percezione della Corruzione 2019 di Transparency International (TI) classifica l'Italia al 51esimo posto nel mondo con un punteggio di 53/100. Anche se il nostro Paese guadagna ben 12 punti dal 2012 ad oggi, viene da chiedersi se la "percezione" dell'opinione pubblica sia sufficiente per stabilire il livello di corruzione di un paese rispetto ad altri.
La mia personale esperienza nel campo della lotta alla frode ed alla corruzione a livello europeo e internazionale, mi ha portato da decenni a sostenere che paesi con bassi livelli di percezione non sono immuni dal fenomeno. In questo sono stato recentemente confortato dal Greco, l'organismo anticorruzione del Consiglio d'Europa e dall'Eurispes.
Anche se l'indice di percezione della corruzione è spesso parametro di riferimento sulla affidabilità dei paesi e dei loro sistemi giuridici ed economici, col rischio di falsare gravemente la comparazione e la competizione tra le Nazioni.
Ho sempre sostenuto, anche sulla base di un sondaggio sulla percezione e realtà di frode e corruzione in Europa che avevo fatto realizzare dall'Eurobarometro quando ero portavoce dell'anti-frode europea (Olaf), il fatto che non si possano redigere classifiche di paesi più corrotti o che frodano più di altri se non si tiene conto anche della grande diversità degli strumenti che utilizzano per scoprire i fenomeni corruttivi o fraudolenti.
Quando un giornalista mi chiedeva chi era il paese europeo più corrotto o che frodava di più in Europa, la mia prima risposta era che non lo sapevo. Alla sorpresa di chi non si aspettava questa risposta da me, completavo la provocazione proponendo di chiederlo ad un mago, ma non al portavoce dell'Olaf. Io potevo infatti fornire i dati dei casi scoperti nei singoli paesi.
Ma da lì arrivare a stabilire chi era più corrotto o frodatore di un altro, era come, ad esempio, voler stabilire il numero di pesci del Mare del Nord, rispetto a quelli dell'Adriatico, unicamente su base del pescato. Senza considerare cioè che nel Mare del Nord si pesca magari con la lenza, mentre nell'Adriatico si usano le reti a strascico...
Potevo allora spiegare che in Italia, ad esempio, vi sono forze di polizia e magistratura con strumenti investigativi che non hanno pari in altri paesi europei, e non solo. Ricordando che per anni l'Italia è stata dipinta solo come il Paese della Frode e della corruzione, ma che era anche - come spesso avviene per le tante contraddizioni nazionali - quello della lotta alla frode, alla Mafia ed alla corruzione. Arrivato a Bruxelles nel 1990, come primo ufficiale e appartenente alle forze di polizia del nostro paese, presso la Commissione Europea, ho potuto contribuire all'inizio del ribaltamento dell'immagine del nostro Paese. Soprattutto a Bruxelles. Immagine spesso alimentata - nella migliore delle ipotesi con rassegnazione - anche da connazionali.
Non è un segreto che l'Uclaf il servizio antifrode che precedette l'Olaf, sia stato creato per tenere d'occhio "paesi canaglia" come l'Italia e la Grecia. Paesi che, alla fine degli Anni Ottanta, agli occhi della Signora Tatcher - che urlava "I want my money back" - erano patria solo di frodatori, criminali corrotti e corruttori che succhiavano le finanze comunitarie, attraverso indebite e fraudolente percezioni di aiuti agricoli e regionali, ai danni degli "onesti contribuenti britannici".
In qualche anno, dopo essermi accorto che tutto il mondo è paese e che i frodatori non parlavano solo italiano o greco, non senza qualche sforzo, devo dire, e a volte persino contro corrente e contro interessi contrastanti di altri, anche italiani - che avevano ragioni personali o strumentali ad amplificare quella cattiva "percezione" del nostro paese - siamo riusciti a ridurre la forza di molti stereotipi. Pensiamo quindi di aver dato un iniziale contributo al processo che ha portato oggi, finalmente, alla presa di coscienza del Greco, a livello di percezione vs realtà.
E questo è stato soprattutto merito delle nostre forze di polizia, e della Guardia di Finanza in particolare, che anche attraverso una capace attività di comunicazione internazionale, ha portato oggi l'Italia ad essere considerata, tra gli addetti ai lavori, un paese virtuoso nella tutela delle finanze dell'Ue, e nella lotta a frode e corruzione. Spesso presa persino ad esempio da Commissione e Parlamento Europei. E anche questo va detto e ricordato quando Trasparency International lascia l'Italia nel fondo della lista.
Perché urlare "in Italia tutti frodano e tutti sono corrotti", equivale a dire che "nessuno froda e nessuno e corrotto". Incentivando potenziali corrotti e frodatori (che nella "percepita" generale impunità possono chiedersi: "se lo fanno tutti perché non devo farlo io?") a passare all'azione, e dando unico beneficio ai veri corrotti e frodatori, che non mancano certamente nel nostro Paese, se confusi con moltitudini di "presunti colpevoli". E che dovrebbero essere estirpati dalla mano ferma, asettica e precisa del chirurgo, e non da sciabolate al vento accompagnate da ululati alla luna.
chiesadimilano.it, 31 gennaio 2020
In occasione della seconda edizione della Martini Lecture Bicocca, la presidente della Corte costituzionale terrà una conferenza dal titolo "Riconoscimento e riconciliazione". Marta Cartabia è professore ordinario di Diritto costituzionale. È stata nominata giudice della Corte costituzionale nel 2011. È stata eletta vicepresidente nel 2014 e nel dicembre 2019 è diventata la prima presidente donna della Corte costituzionale nella storia d'Italia.
Adolfo Ceretti è professore ordinario di Criminologia nell'Università degli Studi di Milano-Bicocca. È segretario generale del Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa sociale e coordinatore scientifico del Centro per la Giustizia Riparativa e per la Mediazione del Comune di Milano. Ha da poco pubblicato l'autobiografia professionale Il diavolo mi accarezza i capelli. Memorie di un criminologo (Il Saggiatore).
Mercoledì 4 marzo, alle 11, nell'Aula Magna dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca (Edificio U6, piazza dell'Ateneo Nuovo 1, Milano), seconda edizione della Martini Lecture Bicocca, una lettura attualizzata del magistero del cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, proposta dal Centro "C.M. Martini" in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, la Fondazione Carlo Maria Martini e Bompiani, con il patrocinio della Diocesi di Milano.
"Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione": questo il tema della Lecture dedicata ai temi della giustizia, nell'ambito della quale Marta Cartabia, presidente della Corte costituzionale, terrà una conferenza dal titolo "Riconoscimento e riconciliazione". L'intervento della professoressa Cartabia sarà introdotto da Adolfo Ceretti, professore ordinario di Criminologia nell'Università di Milano-Bicocca, con un discorso dal titolo "Carlo Maria Martini. Pensare pensieri non-pensati e loro destino".
Il cardinale Martini riservò frequenti visite alle carceri milanesi e costanti e appassionati interventi pubblici sulla giustizia e il sistema carcerario. Invitò laici e fedeli, membri delle istituzioni e privati cittadini a interrogarsi sulla prevenzione dei reati davvero razionale e umana e a una riflessione sulla pena che avesse invece al centro la dignità della persona, la riparazione, la riconciliazione. Marta Cartabia e Adolfo Ceretti si confrontano con il magistero di Martini spiegando il valore che esso continua a racchiudere e la necessità ancora viva di ciò che l'Arcivescovo auspicava: una giustizia capace di ricucire rapporti piuttosto che reciderli, che promuova i valori della convivenza civile, che porti in sé il segno di ciò che è altro rispetto al male commesso.
Introdurrà i lavori padre Carlo Casalone SJ, presidente della Fondazione Carlo Maria Martini e membro del comitato scientifico della Martini Lecture. Coordinerà Alberto Sinigaglia, presidente dell'Ordine dei giornalisti del Piemonte. Porgerà il benvenuto dell'Ateneo la rettrice Giovanna Iannantuoni. I testi degli interventi saranno raccolti nel primo volume della collana "Martini Lecture" dal titolo Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione, pubblicato dall'editore Bompiani. Il libro sarà disponibile il giorno dell'evento.
cityrumors.it, 31 gennaio 2020
"Cominceranno già da oggi i sopralluoghi propedeutici a una stima dei lavori utili per rendere più accoglienti gli spazi dell'ospedale Santo Spirito riservati alla cura dei detenuti della Casa Circondariale di Pescara". Lo annuncia il consigliere PD Antonio Blasioli, che ieri pomeriggio ha effettuato un sopralluogo con la direttrice Lucia Di Feliciantonio e il direttore sanitario del nosocomio, Walterio Fortunato e i tecnici Asl nel reparto, posto all'ottavo piano dell'ospedale, proprio al fine di valutare le condizioni igieniche e l'utilizzo degli sopazi.
"Si tratta di spazi strategici, perché il ricovero dei detenuti nei reparti aperti dell'ospedale comporta problemi legati alla privacy e alla sicurezza degli altri degenti, nonché dei detenuti stessi - avverte il consigliere Blasioli - ma anche e soprattutto problemi legati al controllo.
Occorrono, infatti, circa 8 agenti al giorno per coprire i 4 turni e ciò rischia di sminuire la già carente presenza di operatori penitenziari, circa 100, questo soprattutto se i detenuti ricoverati dovessero essere più di uno e in reparti diversi, anche se tale situazione si verificherà però solo per casi eccezionali, da intendersi come malattie gravissime".
"Ieri la Asl", prosegue Blasioli, "ha ribadito la massima collaborazione nel dotare il reparto detenuti di infermieri all'occorrenza. Parliamo di un reparto chiuso, solo perché non ospita al momento alcun detenuto, che è gestito direttamente dal carcere in sinergia con la Asl e che sarà ritinteggiato e riqualificato a partire dai prossimi giorni, in un tempo di tre settimane, ci hanno assicurato dalla direzione sanitaria.
La riqualificazione in atto consentirà un migliore utilizzo del reparto, dove vengono accolti i detenuti che non richiedono degenze in specifici reparti di terapia intensiva o mirata. Una concentrazione che rende più agevole anche il controllo, evitando piantonamenti in loco che assottigliano le disponibilità di personale nella struttura carceraria, dove gli organici richiedono un potenziamento di almeno 30 unità in più, ci ha spiegato la direttrice, che sta continuando l'opera di rieducazione dei detenuti, confermando l'apertura della struttura a sinergie con associazioni ed enti organizzatori di attività e corsi di formazione, l'ultimo è l'università".
Il Riformista, 31 gennaio 2020
"Ormai pesa 42 chili e la stiamo perdendo". Rosa Zagari, 44 anni, affida al suo legale un appello per chiedere di ricevere le terapie adeguate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) dove attualmente è detenuta. La sua storia, ampiamente denunciata in queste settimane dal Riformista, è stata segnalata da tempo al garante nazionale dei detenuti e viene definita dall'avvocato che assiste la donna, Antonino Napoli, "un caso di violazione dei principi fondamentali della dignità e della tutela della salute che non si possono attenuare solo perché una persona è detenuta".
L'appello è lanciato attraverso l'agenzia Agi. "Vivo un calvario, qui non mi curano: aiutatemi" fa sapere Rosa, arrestata in passato a con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. È stata condannata a 8 anni in primo grado e aspetta l'esito dell'Appello. Rosa è la compagna di Ernesto Fazzalari, uno degli elementi apicali della famiglia dei Viola-Fazzalari della 'ndrangheta, arrestato nel 2016 dopo oltre 12 anni di latitanza e sta scontando una condanna all'ergastolo in regime di carcere duro.
La donna non riesce a camminare da oltre un anno dopo un incidente avvenuto nel carcere di Reggio Calabria: dopo essersi fatta la doccia, Rosa è scivolata fratturandosi due vertebre. Stando al racconto del difensore e agli accertamenti dei periti nominati dalla difesa, la donna non è mai stata trattata in modo adeguato in nessuna delle tre strutture penitenziarie in cui è stata (Messina, Reggio Calabria, Santa Maria Capua Vetere).
Il suo legale ha chiesto più volte, senza ottenere alcun riscontro, che un Gip nomini un medico legale in grado di fare una diagnosi non di parte. All'Agi i familiari sono preoccupati delle sue condizioni e della perdita di peso: "È 42 chili, la stiamo perdendo. È ridotta malissimo - sono le parole della sorella - mi ha detto che in carcere la prendono in giro sostenendo che finge. A gennaio è morta di dolore anche la mamma che si era spesa molto per farla curare".
Il suo legale spiega che "un nostro ortopedico di fiducia, primario dell'ospedale di Locri, aveva notato che il busto era stato messo male e aveva prescritto una riabilitazione mai fatta. In seguito, la mia assistita è stata trasferita a Santa Maria Capua Vetere dove non c'è un centro clinico e, quindi, anche lì nulla è stato fatto per curarla. Nel luglio scorso, sua sua richiesta, sono andato a trovarla e ho visto coi miei occhi che non era in grado di camminare, se non appoggiata a un'altra persona. Dopo varie istanze al Dap, siamo riusicti a farla trasferire al centro clinico di Messina, dove le vengono somministrati degli antidolorifici, ma nulla più".
di Luciano Moia
Avvenire, 31 gennaio 2020
Parlano i ragazzi maggiorenni che hanno alle spalle esperienze positive in famiglie affidatarie o comunità. "Senza l'aiuto ricevuto non ce l'avremmo fatta". Il volto limpido e autentico dell'affido - l'abbiamo ripetuto tante volte in questi mesi - non è quello urlato nelle piazze della strumentalizzazione politica. E neppure quello denso di ambiguità ideologiche e di interessi economici raccontato a senso unico da certi media.
Al di là dei casi giudiziari - che certo esistono e su cui bisogna andare fino in fondo con tutta la determinazione necessaria - per riscoprire la verità dell'affido è fondamentale guardare in faccia i ragazzi che hanno vissuto questa esperienza in prima persona. Ascoltare le loro storie, scoprire quello che ha rappresentato per loro l'abbraccio generoso di una nuova famiglia, in un momento in cui nella propria casa non c'erano le condizioni minime per vivere e crescere serenamente. Oggi, diventati grandi, cosa pensano dell'esperienza vissuta?
Per otto ragazzi su dieci l'affido è stato un'ancora di salvezza da situazioni altrimenti senza uscita e l'occasione per costruire legami importanti (87%). È quanto emerge dalla ricerca presentata ieri a Roma da Valerio Belotti (Università di Padova) e Diletta Mauri (Università di Trento) che ha coinvolto quasi 400 care leaver: una fotografia che mostra come per questi giovani i percorsi in comunità residenziale e in affido siano stati decisivi per nuove opportunità di vita (94%).
Davide, 30 anni: "Ho abbattuto un muro e l'ho ricostruito" Ma cosa significa vivere in affido per tanti anni? "È come but- tare giù un muro e ricostruirlo daccapo. Ma questa volta con i mattoni buoni", racconta Davide B, trent'anni di Verona, attivo nel network nazionale messo insieme dall'associazione Agevolando per i ragazzi che hanno vissuto parte della loro vita 'fuori famiglia'. "Sono uscito di casa a tre anni.
La situazione era molto, molto difficile. Sono stato in comunità poi in un famiglia affidataria. A nove anni sono tornato a casa, ma neppure questa volta ho potuto restare". Davide preferisce non spiegare i problemi che si è lasciato alle spalle. "Dico soltanto che la famiglia che mi ha aperto le porte di casa è stata la mia salvezza. Ho vissuto con loro dai 11 agli 19 anni, anzi sono ancora la mia famiglia perché, quando ci sono dei problemi, devo raccontare qualcosa di importante oppure durante le festività, torno da loro".
Da alcuni anni ha conquistato l'autonomia. È laureato in infermieristica e lavora a Verona. "I miei genitori affidatari - racconta ancora - mi hanno trasmesso valori, mi hanno dato regole, mi hanno sostenuto nell'affrontare i rapporti con la mia famiglia d'origine che, in qualche modo, non si sono mai interrotti. Anche i miei 'nuovi' mi hanno accolto come uno di loro, erano più grandi di me. E la loro presenza è stata ed è fondamentale".
Un progetto diffuso in tredici regioni con oltre 400 ragazzi Il progetto Care Leavers Network, di cui si è parlato ieri alla Camera, dalla presenza del presidente Roberto Fico, è diffuso in 13 regioni. È finanziato dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e realizzato da Agevolando in collaborazione con il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca). Un nuovo impegno concreto in ambito legislativo che riguarda giovani fuori famiglia oltre i 21 anni, è stato annunciato dalla deputata del Gruppo misto Emanuela Rossini.
Si pensa a un emendamento per una misura che vada a integrare e prolungare il Fondo per i ragazzi care leaver - oggi rivolto alla fascia d'età 18-21 anni - fino a 25 anni. "Si tratta di un fondo sperimentale su tre anni - spiega Federico Zullo, presidente di Agevolando - che da un lato ha rappresentato un risultato storico ma che ci dice anche come il sistema di accoglienza vada migliorato, soprattutto per quanto riguarda la transizione all'autonomia di questi ragazzi".
Maria N. "In casa famiglia sono stata accolta, ascoltata, e sono rinata" Un problema vissuto in prima persona anche da Maria N. di Salerno, che oggi ha 26 anni. Arrivata dalla Romania, ha vissuto in casa-famiglia per 6 anni. "Un'esperienza molto intensa. Mi manca ancora. La comunità è stata la mia salvezza, ho imparato le regole giuste, sono rinata. Sono riuscita a rimanere lì fino a 19 anni, quando ho trovato una casa e un lavoro".
Una ricerca per ascoltare i 'fuori famiglia' "Le narrazioni proposte dagli adolescenti colgono e propongono spesso aspetti del lavoro sociale che spiazzano non di poco gli adulti che hanno la responsabilità della loro protezione e che li frequentano abitualmente", spiega Valerio Belotti dell'Università di Padova. La richiesta di fondo dei ragazzi è quella di tenere in considerazione il loro parere. E poi implorano chiarezza, trasparenza, verità. Di grande impatto l'appello agli assistenti sociali: "Abbiamo il diritto di sapere cosa sta succedendo, i motivi per cui veniamo allontanati dalla nostra famiglia. Per questo vi chiediamo di trovare i modi e le parole per comunicarceli, adatti alla nostra età, per quanto difficile sia".
Altrettanto importante la richiesta di non essere giudicati - "ma non giudicate neppure le nostre famiglia" - di essere accompagnati, di non essere lasciati in sospeso, di essere interpellati prima di decisioni importanti. Ieri, alla Camera. a rispondere alle loro sollecitazioni c'erano tra gli altri Maria Francesca Pricoco, presidente associazione nazionale dei magistrati per i minorenni e la famiglia e Gianmario Gazzi, presidente Consiglio nazionale ordine assistenti sociali.
di Antonella Rampino
Il Dubbio, 31 gennaio 2020
Che si debba riportare l'Italia nell'alveo del rispetto delle normative internazionali e del diritto umanitario lo ripetono tutti gli esponenti del Pd, mentre i Cinque Stelle tacciono. Dall'8 agosto 2019 i rilievi di Sergio Mattarella ai decreti voluti da Matteo Salvini in nome della "sicurezza" sono rimasti lettera morta.
Tutte le forze di governo, Cinque Stelle compresi per ripetute dichiarazioni di Luigi Di Maio, hanno asserito di voler dare pronto seguito, ma quasi 6 mesi a quanto pare non son bastati per passare dalle parole ai fatti. Cosa aveva messo per iscritto il presidente della Repubblica promulgando quella legge? Che andava perlomeno corretta, e perlomeno in due punti.
Là dove innalza in maniera abnorme le "multe" per le ong che salvino migranti in mare (e la ministra dell'Interno Lamorgese si trova in questi giorni con la grana di un comandante tedesco che si è visto recapitare una cartella da 300mila euro per aver tratto in salvo 104 persone). E là dove lede anche i diritti degli italiani, estendendo oltre misura attraverso la cancellazione delle attenuanti il reato di resistenza a pubblico ufficiale, categoria che comprende pure chi controlla i biglietti sugli autobus ma non - assurdamente- i magistrati. E diciamo "perlomeno" perché Mattarella ha messo per iscritto di non poter entrare "nel merito della valutazione della norma", ma anche che per l'Italia resta l'ovvio obbligo (di legge) di salvare vite umane.
Sei mesi dopo, quei richiami che arrivarono solo pochi giorni prima del ferragostano precipizio aperto da Salvini e nel quale precipitò il Conte 1, son rimasti lettera morta.
Si sarebbero invece dovuti e potuti attuare subito, non limitandosi a proclamare - come ha fatto pure Conte diventato 2 - di volerlo fare. Adesso siamo alla verifica di maggioranza, dalla quale nelle intenzioni dovrebbe partire una nuova fase propulsiva dell'azione di governo: pare durerà alcune settimane, e naturalmente già di per sé questo non è un buon segno. Né può esser preso come un viatico l'idea, lanciata mercoledì scorso in Parlamento dalla componente renziana, di congelare per un annetto (o due) il confronto sulla prescrizione.
Non vorremmo che il metodo, spingere la polvere sotto il bordo del tappeto sperando che poi col tempo non tracimi, finisse per riguardare anche un tema, cruciale dal punto di vista del profilo politico e in particolare della riserva valoriale che deve connotare la politica di governo quanto quello della prescrizione, quale è appunto quello che riguarda i decreti sicurezza.
I decreti che sull'autobus come in tv non a caso li si chiama decreti-Salvini: sono il simbolo della discontinuità tra il Conte 1 e il Conte 2, perché erano provvedimenti insensati ma imposti al Paese da chi li ha usati per affermare il proprio profilo come preminente nell'azione di governo, l'ex ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini.
Che si debba riportare l'Italia nell'alveo del rispetto delle normative internazionali e del diritto umanitario (che è legge pure quello), dopo i richiami di Mattarella lo ripetono tutti gli esponenti del Pd, a partire da Nicola Zingaretti che ha pure notato come il tema sia già nel programma di governo, mentre i Cinque Stelle tacciono.
Il generico pensiero in materia del "reggente politico" Crimi purtroppo lo si conosce, mentre di Di Maio son ben noti gli atti: da responsabile della Farnesina ha fatto scadere i termini entro i quali l'Italia avrebbe potuto disdettare il patto con la Libia in base al quale la Guardia costiera di Tripoli - infiltrata di trafficanti di uomini - riporta i migranti in quelli che oggi sappiamo essere - grazie alla certificazione Onu, sulla scia di inchieste giornalistiche e denunce delle organizzazioni umanitarie veri e propri lager.
Disdettare quell'accordo, che ha rivelato i propri vergognosi effetti, e non modificarlo come proponeva la ministra Lamorgese, affidando i centri di detenzione libici all'Onu. Una proposta che se attuata avrebbe permesso al governo - e a Di Maio - di salvarsi l'anima. E all'Italia di rientrare nell'alveo dei paesi civili.
E mentre la magistratura applica le leggi con l'autonomia che le è propria, facendo valere le norme di rango superiore (è recente la sentenza della Cassazione per la quale la comandante Carola Rackete non avrebbe dovuto essere arrestata, in base ai recenti decreti, perché salvare vite umane è interesse prioritario, e un obbligo per chi va per mare), resta nel cassetto anche un altro piano della ministra dell'Interno Lamorgese, quello per un pieno superamento proprio di quei decreti- Salvini. È vero che intanto si è aperta la discussione, nel governo, per regolarizzare i migranti che sono già in Italia, che magari hanno già un lavoro e pagano pure le tasse, ma che ai sensi della legge Bossi- Fini sono "immigrati clandestini".
Ma il tempo per il cambiamento di passo si è ormai fatto breve, anzi brevissimo. Sicuri che a Conte, gran mediatore della non- coalizione, e soprattutto a Zingaretti la cui leadership s'è appena rafforzata con il risultato in Emilia e Romagna, convenga assecondare le paturnie e l'agonia politica che si fatto affligge i 5S? E se per mettere a punto un superamento radicale dei decreti- Salvini, cancellandone anche l'impronta feroce, son proprio necessarie quelle annunciate tre settimane di "verifica", non sarebbe il caso di accogliere intanto quei rilievi del Capo dello Stato, e farlo al più presto, nel più vicino consiglio dei Ministri?
Perché di buoni propositi è lastricata la via del mai, genere ius soli. E perché lasciare a Di Maio, al tavolo della "verifica", l'argomento "accogliere i rilievi di Mattarella sí, cancellare i decreti Salvini no", proprio non sembrerebbe una buona tattica. Né per il Pd, né per l'Italia alla quale il salvinismo ha cercato di cambiare i connotati. "L'Italia vera - ha scandito Mattarella nel discorso agli italiani per la fine dell'anno - è una sola: quella del civismo, della solidarietà, del dovere, dell'altruismo". E il futuro, ha ripetuto nel discorso alle Alte Cariche, non è domani: è oggi.
di Giovanni Russo Spena
Left, 31 gennaio 2020
Creati con la legge Turco-Napolitano, i centri di detenzione per stranieri sono prigioni etniche usate dallo Stato contro esseri umani che non hanno compiuto alcun reato. Persone che i governi di qualsiasi colore vedono solo come manodopera o nemici da contenere.
È una vergogna per il nostro ordinamento: nelle "galere etniche" si continua a morire. E ad essere uccisi. Quando sei nelle mani degli apparati dello Stato, che hanno la responsabilità assoluta della tua vita, non puoi, non devi morire. Il principio dell'habeas corpus, che già conosceva il pretore romano, è al centro del nostro Stato di diritto.
Eppure, dal Serraino Vulpitta a Trapani, a Gradisca d'Isonzo, si continua a morire nelle carceri per migranti. Non accoglienza è ma detenzione, dura detenzione senza controlli né sociali né giurisdizionali. Queste strutture sono assolutamente in contrasto con quanto prescrive la Costituzione, all'articolo 10. Eppure sono sostanzialmente dimenticate, anche da larga parte della coscienza democratica. Allora bisogna forse ripartire da alcune domande fondamentali. Perché la legge Turco-Napolitano istituì questi luoghi di detenzione per migranti che nessun reato avevano commesso?
Prigioni peggiorate, per tempi e condizioni di detenzione, dai successivi ministri dell'Interno leghisti e di centro sinistra. Perché, da un lato, nei confronti di un fenomeno migratorio globale, l'unica politica che i governi hanno saputo concepire è quella del contenimento e dello sfruttamento schiavistico; dall'altro lato, connesso, è stato costruito, legge dopo legge, ordinanza sindacale dopo ordinanza, un perfido e complesso corpo normativo, un vero e proprio "diritto del nemico", ove il nemico offerto al ludibrio di un'opinione pubblica spaesata ed impaurita dal fenomeno migratorio è, per l'appunto, il migrante, il più ovvio dei capri espiatori.
Nasce così il "diritto penale del nemico", con una torsione del concetto stesso di penalità. I migranti diventano cinico oggetto di vergognose contese elettorali. Ma anche metafora di una incapacità di governo. Non a caso siamo giunti alle leggi Minniti-Orlando e, poi, alla perfidia giuridica dei pacchetti securitari di Salvini. Sono incostituzionali. Sono certo che la Corte costituzionale accoglierà, per lo meno parzialmente, i ricorsi che come Giuristi democratici e Associazione per gli Studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) abbiamo presentato. Eppure l'attuale governo non ha il coraggio di assumere un provvedimento abrogativo.
Eppure la mobilitazione democratica, pur osteggiata dai partiti più grossi, qualche risultato, nel corso degli anni, ha raggiunto. Cito solo due temi. Il primo concerne i diritti spettanti ai detenuti in base agli stessi regolamenti carcerari. Ebbene, quando entrammo per la prima volta nei Centri di permanenza temporanea (Cpt), appena varati dalla Turco-Napolitano, dovemmo mettere in atto azioni di disobbedienza civile per ottenere un provvedimento ministeriale che fissasse un minimo di regole non aleatorie.
Il secondo tema, altrettanto importante, riguarda la battaglia culturale e giuridica per far chiudere alcune strutture, lautamente convenzionate con i governi, in diversi casi gestite da associazioni della galassia cattolica, che attuavano permanentemente illeciti amministrativi e azioni perfide azioni di aggressione e punizione nei confronti dei migranti detenuti (ipocritamente venivano chiamati "migranti ospitati").
Non lo abbiamo fatto per buonismo, stupida ed insulsa accusa che i razzisti vorrebbero rovesciarci addosso. Noi abbiamo una concezione altra sull'immigrazione: siamo per il diritto a migrare (riconosciuto dal diritto internazionale) e per il diritto ad arrivare (riconosciuto dalle convenzioni internazionali). Occorre predisporre, quindi, accoglienza, non strutture carcerarie. Il discrimina verte sulla concezione della società.
Mi permetto di citare il Marx del libro primo del Capitale: "Il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi in un Paese in cui viene marchiato a fuoco quand'è in pelle nera". I soggetti migranti diventano, per i governi europei, troppo spesso merci inerti, mera funzione dei processi di accumulazione e di valorizzazione del capitale. Sono individui viventi che subiscono un processo di reificazione. Sono l'architrave del lavoro servile contemporaneo, i "meteci" contemporanei. Braccia di lavoro, non soggetti titolari di diritti.
I quali non devono ribellarsi. Le galere etniche questo sono: un luogo di educazione repressiva (in cui è sottinteso il motto: "Sappiate che se vi ribellate e pretendete diritti sarete repressi"). A Rosarno, quando i migratiti si ribellarono precisamente dieci anni fa al caporalato padronale-mafioso, scattò la caccia all'uomo, da parte dei mafiosi ma anche delle forze militari e di polizia. Si interseca qui, con il tema della repressione, l'altro grande tema, connesso, del consenso popolare al razzismo istituzionale.
Qui emerge il ruolo che dobbiamo saper svolgere, nelle riviste, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e di studio. Lo ha sintetizzato molto bene il filosofo francese Etienne Balibar: "La distruzione del sistema razzista non presuppone solo la rivolta delle sue vittime, ma la trasformazione dei razzisti e della comunità istituita dal razzismo".
Proprio perché questa inciviltà è dentro la pancia della cosiddetta modernità liberista. Il sovranismo nazionalista fonda umori xenofobi nei confronti dell'"altro da noi". Vi è, insomma, la costruzione simbolica del nemico. La società pretende che il migrante si trasformi in nemico, per rassicurare se stessa.
Al sovranismo populista si è, molto negativamente, aggiunto il populismo giustizialista del grillismo. Esso si è caratterizzato per quel mostro morale e giuridico che è il "reato di solidarietà", contro le Ong e tutte e tutti coloro che salvano vite e praticano solidarietà. I movimenti migranti sono, per costoro, le nuove "classi pericolose", come descritte, con infame definizione, dalle scienze sociali positiviste ottocentesche.
Le galere etniche sono parte di un contemporaneo sistema coloniale gestito dall'Unione Europea con una forte torsione autoritaria e securitaria. Condivido la recente sentenza del Tribunale permanente dei popoli, riunitosi a Palermo: "La situazione configura corresponsabilità in crimini contro l'umanità". Non rimuoviamo la gravità; è da qui che dobbiamo ripartire.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 31 gennaio 2020
Mentre il ministro degli Esteri Di Maio annuncia il prossimo avvio della negoziazione con Al Serraji per migliorare il Memoramdum con la Libia, lo staff dell'agenzia dell'Onu abbandona la struttura in cui nelle ultime settimane hanno trovato rifugio 1.700 persone.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio assicura che "nei prossimi giorni l'Italia avvierà il negoziato per Al Serraji per portare avanti la condizione dei migranti in Libia" ma intanto, alla vigilia del rinnovo per tre anni alle vecchie condizioni del Memorandum, l'Unhcr annuncia da Ginevra l'interruzione delle operazioni nel centro di transito di Tripoli nel quale, nelle ultime settimane, hanno trovato rifugio oltre 1700 migranti. Troppo pericoloso.
La decisione, spiega una nota dell'ageniza Onu per i rifugiati, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto a Tripoli, in Libia. "Purtroppo l'Unhcr non ha avuto altra scelta se non quella di sospendere le operazioni presso la Gdf di Tripoli, dopo aver appreso che le esercitazioni di addestramento, che coinvolgono personale di polizia e militare, si svolgono a pochi metri dalle strutture che ospitano i richiedenti asilo e i rifugiati", ha detto Jean-Paul Cavalieri, capo della missione in Libia. "Temiamo che l'intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili", ha aggiunto.
L'Unhcr ha iniziato a trasferire decine di rifugiati altamente vulnerabili, che sono già stati identificati per il reinsediamento o l'evacuazione in paesi terzi, dalla struttura in luoghi più sicuri. L'Unhcr faciliterà anche l'evacuazione di centinaia di altre persone verso le aree urbane. Tra questi, circa 400 richiedenti asilo che avevano lasciato il centro di detenzione di Tajoura dopo che questo era stato colpito da un attacco aereo lo scorso luglio, e circa 300 richiedenti asilo del centro di detenzione di Abu Salim che sono entrati nel Gdf lo scorso novembre dopo essere stati rilasciati spontaneamente dalle autorità. Tutti riceveranno assistenza in contanti, beni di prima necessità e assistenza medica presso il Community Day Centre dell'Unhcr a Tripoli.
Di Maio, intanto, prova a rassicurare sui contenuti del Memorandum. "Non è vero che se non lo rinegoziamo entro il 2 febbraio non si può più rinegoziare", dice omettendo però di spiegare che se è vero che le modifiche che l'Italia non ha ancora neanche richiesto potranno subentrare in qualsiasi momento è altrettanto vero che se la trattativa non dovesse avere l'esito sperato, l'Italia non potrà più tirarsi indietro per i prossimi tre anni. E quindi, nella sostanza, il 2 febbraio l'Italia accetterà di confermare l'accordo vigente al buio. Modifiche auspicate o meno.
"Non possiamo più farci condizionare dallo scenario di guerra e le tensioni che anche in queste ore si presentano in Libia, scegliendo il ricatto di Al Sarraji che non accetta condizioni basilari e pretende il rinnovo del Memorandum così com'è - dichiara Silvia Stilli, portavoce dell'Associazione ong italiane - Se il governo italiano accetterà di firmare l'accordo senza alcuna reale discontinuità con il precedente, avendo certezza delle inenarrabili violenze di cui la Libia è protagonista, metterà in discussione la sua stessa adesione alla Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite".
E la campagna "Io accolgo", promossa da 46 organizzazioni sociali, chiede di cancellare il Memorandum, l'evacuazione di tutti i migranti trattenuti nei centri libici, l'apertura di corridoi umanitari europei, il ripristino di un'operazione vera di soccorso in mare, un'Italia e un'Europa impegnate nell'accoglienza, il rispetto dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita. E per domani lancia un'iniziativa di mail bombing a Di Maio e alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese con queste richieste.
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