di Alberto Gentili
Il Messaggero, 21 dicembre 2019
È durata lo spazio di una notte la fragile tregua raggiunta giovedì sera a palazzo Chigi. Il Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, con la sponda del premier Giuseppe Conte, è riuscito nel vertice di maggioranza a impedire lo stop alla sua riforma che da gennaio cancella la prescrizione dopo il primo grado di giudizio e ha incassato un rinvio fino al 2 marzo delle nuove norme sulle intercettazioni scritte dal vicesegretario dem, Andrea Orlando.
di Stefano Ceccanti*
Il Riformista, 21 dicembre 2019
L'1 gennaio entra in vigore la legge che cancella la prescrizione dopo il primo grado. Se andrà al giudizio della Consulta il presidente del Consiglio non chieda all'Avvocatura dello Stato di difenderla.
Purtroppo la norma incostituzionale sulla prescrizione entrerà in vigore il primo gennaio. Non è uno scenario per niente piacevole, specie per chi come il Pd aveva all'epoca del Governo precedente non solo espresso un dissenso, ma anche presentato una pregiudiziale di costituzionalità. Però la storia non finisce il primo gennaio del 2020.
Ovviamente il primo impegno dei parlamentari deve essere quello di una modifica legislativa e logica vorrebbe che il ministro Bonafede accettasse di rimettere in discussione quella grave forzatura, perché in una coalizione non si può pretendere dagli alleati che rinuncino unilateralmente al loro punto di vista.
Però, nel frattempo, la realtà si muoverà presto, checché ne dica il ministro, giacché esistono i processi per direttissima e in poche settimane per via incidentale la questione arriverà fatalmente alla Corte. Eviterei invece la strada del referendum abrogativo, che avrebbe tempi più lunghi e, comunque, contro norme incostituzionali non si invoca il referendum, si rimedia in Parlamento o si investe la Corte della decisione.
Per questa eventualità, piuttosto prossima, ho predisposto ieri un'interrogazione per la quale ho richiesto l'adesione a tutti i deputati di tutti i gruppi, invitando il Presidente del Consiglio ad evitare di impegnare l'Avvocatura dello Stato in una difesa sbagliata, rispettando il pluralismo interno alla coalizione, fin qui colpevolmente ignorato dal ministro Bonafede.
Nell'interrogazione ho ricordato, tra l'altro, che nei giudizi dinanzi alla Corte costituzionale l'Avvocatura dello Stato rappresenta e difende il Presidente del Consiglio dei Ministri, il quale interviene nei giudizi anche su materie che rientrano nella competenza di altri Ministeri; che la legge 9 gennaio 2019, n. 3 prevede all'articolo 1, dal primo gennaio prossimo, la sospensione del corso della prescrizione dalla data di pronuncia della sentenza di primo grado (sia di condanna che di assoluzione) o dal decreto di condanna, fino alla data di esecutività della sentenza che-definisce il giudizio o alla data di irrevocabilità del decreto penale.
Una sospensione che, ho sottolineato, vari e qualificati operatori del diritto, nonché molti parlamentari. ritengono violi le garanzie costituzionali a partire dalla ragionevole durata del processo sancita dall'articolo 111 della Costituzione. Pertanto è altamente prevedibile che la Consulta venga investita in via incidentale della questione di costituzionalità relativa ad essa.
Ho quindi chiesto al presidente Conte se intenda escludere sin d'ora di attivare l'Avvocatura per difendere dinanzi alla Corte una normativa che presenta gravi criticità rispetto alle garanzie costituzionali.
*Deputato del Partito Democratico
di Barbara Alessandrini
L'Opinione, 21 dicembre 2019
Contro la stupidità, il raziocinio prende talvolta strade inattese e molto bizzarre. E a volte passa per l'acqua. Capita così che a rendere più accessibile al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede la ratio che sta alla base dell'istituto della prescrizione, che dal 1 gennaio, per sua esaltata volontà, verrà invece sospesa del tutto, ci ha involontariamente pensato l'Autorità di regolazione per Energie Reti e Ambiente.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 21 dicembre 2019
Quello della sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio non è l'unico nodo sul quale stanno sorgendo dei problemi in ordine alla riforma della giustizia portata avanti dal Guardasigilli Bonafede: è, infatti, di queste ore la notizia secondo la quale alcuni esponenti del Partito Democratico avrebbero avanzato alcune - singolari - proposte da inserire proprio nella riforma medesima, al fine di riorganizzare il processo penale. Tra queste vi sarebbe, addirittura, quella di consentire al Giudice per le Indagini Preliminari di "retrodatare" l'iscrizione sul registro degli indagati, sì da conseguentemente anticipare le scadenze per rendere più celere il procedimento e incentivare la Magistratura inquirente ad agire e velocizzare i tempi delle inchieste. Tecnicamente discutibile, soprattutto in punto certezza del diritto!
intervista di Liana Milella
La Repubblica, 21 dicembre 2019
"Come assicurazione sulla vita noi presenteremo un nostro ddl sulla prescrizione che ci auguriamo di non dover usare. Ma la legge di Bonafede da sola resta una norma sbilenca e una bandiera". Dice così il vice segretario del Pd ed ex Guardasigilli Andrea Orlando che nega "uno scambio sulla giustizia" con M5S. Quanto all'altolà dei renziani è netto, "la prescrizione non sta nell'accordo di governo".
Chi ha vinto sulla giustizia tra M5S e voi del Pd?
"Non era una partita di calcio. La questione delle intercettazioni è stata chiusa, mentre il confronto sul processo penale è ancora aperto. L'importante è che possano vincere i cittadini e che la funzionalità del sistema giudiziario sia garantita".
Ammetterà che è una vittoria il fatto di aver portato a casa le intercettazioni dopo due rinvii consecutivi di Bonafede...
"Stiamo parlando di una disciplina che limita il rischio della diffusione impropria di conversazioni captate per accertare verità processuali. Un rischio non eliminato del tutto, ma fortemente ridotto con la riforma".
Un rischio per lei pubblicare le telefonate?
"Le intercettazioni in base all'ordinamento sono disposte per finalità di giustizia, non per analisi sociologiche o per scoprire l'indole delle persone coinvolte. Bisogna evitare che diventi pubblico ciò che non è penalmente rilevante. Questa è la ratio della legge. Non viene scongiurato il rischio al cento per cento. Ma il decreto da un lato riduce a monte la massa di conversazioni immesse negli atti, dall'altro rende il percorso più tracciatile, quindi sarà più facile individuare chi le diffonde illegittimamente, senza però ridurre in alcun modo la capacità di indagine e senza sanzioni per i cronisti che eventualmente si trovassero in possesso di quel materiale".
Quindi se io trovo un'intercettazione riservata la posso pubblicare e non rischio niente?
"I rischi sono quelli presenti nelle norme vigenti, il decreto non cambia nulla".
A proposito di decreto, il forzista Costa sostiene che quello che sarà fatto per prorogare di due mesi la legge sulle intercettazioni è incostituzionale perché non c'è alcuna urgenza per farlo...
"Non so se sarà quella la scelta. Con tutto il rispetto per il giurista Costa, mi pare singolare che dopo anni di tentativi di Forza Italia per limitare, a dir loro, l'uso improprio delle intercettazioni adesso lui cerchi il modo di opporsi alla legge".
Resta lo scontro sulla prescrizione di Bonafede, con lo stop definitivo dopo il processo di primo grado. Che succede con la sua entrata in vigore il primo gennaio?
"Niente".
Come niente? State litigando da due mesi...
"Semplicemente non è stato ancora trovato un equilibrio tra l'interruzione della prescrizione in primo grado e una riforma del processo penale che eviti a una persona di restare sotto processo a vita. Perché non c'è alcuna garanzia che il processo non vada oltre un certo tempo. Invece bisogna trovare una soluzione per garantire il fine corsa. Un processo sospeso non fa giustizia per nessuno nemmeno per le vittime".
Ma Bonafede ha segnato un gol portando a casa la sua prescrizione?
"Capisco che c'è chi possa essere entusiasta per questa bandiera, ma qui non stiamo agitando delle bandiere ma ponendo il problema di un equilibrio tra processi che rischiano di finire nel nulla con la prescrizione e processi eterni. Uno sforzo va fatto. Altrimenti, senza un risultato, il Pd chiederà il ripristino dell'attuale regime della prescrizione".
Cioè la sua legge?
"La legge vigente del 2015".
E cosa farete? Un vostro ddl?
"Sì, certo, la prossima settimana ne presenteremo uno che ci auguriamo di non dover approvare perché nel frattempo è stato raggiunto un punto di equilibrio tra prescrizione e funzionamento del processo penale. Altrimenti dobbiamo tornare alla prescrizione attuale. E non sarebbe una nostra vittoria ma una sconfitta per tutti. Però è inaccettabile che non ci sia alcuna forma di deterrenza al processo infinito".
Il niet dei renziani alla prescrizione di Bonafede non rischia di incrinare la maggioranza?
"Non c'è alcun accordo di governo che ci vincoli al rispetto di questa norma sbilenca votata da Lega e M5S. Tuttavia stiamo cercando un punto di equilibrio. Bonafede finora non ha proposto nulla di risolutivo nel quadro di una riforma largamente condivisibile. Noi faremo il ddl come fosse un'assicurazione sulla vita. Non abbiamo aderito all'iniziativa strumentale di Costa, però il nostro margine di iniziativa resta".
di Massimo Gramellini
La Stampa, 21 dicembre 2019
Il tribunale di Asti ha introdotto in via sperimentale una riforma volta a snellire i tempi della giustizia: l'abolizione dell'avvocato difensore. L'idea, un tempo ampiamente dibattuta in ambienti illuminati come l'Unione Sovietica, non era però mai stata messa in pratica da nessuno fino a questa settimana, quando il collegio giudicante di un processo per violenze famigliari ha dato pubblica lettura della sentenza di condanna dell'imputato a 11 anni di reclusione.
A quel punto il difensore ha segnalato alla Corte di non avere ancora preso la parola. Altri giudici meno reattivi si sarebbero nascosti sotto lo scranno, cercando di mimetizzarsi con le piastrelle del pavimento. Invece il presidente del tribunale ha incassato il colpo da vero uomo di mondo. Ha stracciato il dispositivo e, rivolto al legale, lo ha invitato a concludere, sottovalutando quanto sia difficile concludere qualcosa che non si è cominciato.
Senza contare che per un avvocato dev'essere piuttosto seccante svolgere la sua arringa davanti a tre giudici che non solo hanno già preso la loro decisione, ma l'hanno pure messa per iscritto. Così si è stabilito di rifare il dibattimento, magari avendo cura di scrivere la sentenza soltanto alla fine. La sciatteria e il pregiudizio, dopo avere contagiato larga parte del popolo italiano, hanno raggiunto il luogo dove in nome di quel popolo si amministra la giustizia. Ma, essendo io all'antica, prima di dirlo lascerei la parola alla difesa.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 21 dicembre 2019
La causa pilota parte da Torino da una donna sequestrata e stuprata nel 2005 da due violentatori che dopo la condanna hanno fatto perdere le loro tracce. La Cassazione aveva chiesto l'intervento dell'organo giudiziario europeo che si pronuncerà per la prima volta su questa materia il 2 marzo.
La Corte di Giustizia dell'Unione Europea il prossimo due marzo discuterà la "causa pilota" intentata contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri da una donna vittima, nel 2005, di sequestro di persona e violenza sessuale. Oggetto dell'udienza è la direttiva europea del 2004 che obbliga gli Stati membri a creare "un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un risarcimento equo ed adeguato delle vittime".
La tesi della vittima di violenza torinese, assistita da un pool di avvocati specializzati (Marco Bona, Umberto Oliva, Francesco Bracciani, Vincenzo Zeno-Zencovich), era che in forza di tale direttiva lo Stato, dal primo luglio 2005, avrebbe dovuto garantirle un indennizzo equo e adeguato essendo i violentatori rimasti sconosciuti. Ma le cose sono andate diversamente. Ecco la cronaca di quella che ha il sapore di una beffa politico-giudiziaria.
Il Tribunale di Torino (sentenza 2010) aveva riconosciuto l'inadempimento della Presidenza del Consiglio per la mancata attuazione di quella direttiva. Così anche la Corte d'Appello di Torino (sentenza 2012), confermando la pronuncia del Tribunale e condannando la Presidenza: "è certo che l'Italia non ha stabilito un sistema di indennizzo per le vittime di violenza sessuale e pertanto è inadempiente". Alla vittima di violenza torinese furono riconosciuti Euro 50.000,00, ad oggi non ancora corrisposti dallo Stato italiano: contro questa sentenza, infatti, il Governo aveva poi fatto ricorso in Cassazione nel 2012.
Nel frattempo, per scongiurare cause di questo tipo e condanne da parte della Corte di giustizia (che comunque nel frattempo, nel 2016, sanzionava l'Italia), il legislatore italiano interveniva a più riprese con interventi normativi nel 2016, 2017 e 2018, prevedendo, tuttavia, indennizzi del tutto inadeguati. Per il reato di violenza sessuale l'"importo fisso" di Euro 4.800.
E poi, per il reato di omicidio l'"importo fisso" (da dividersi fra tutti i famigliari legittimati attivi) di Euro 7.200, incrementato a Euro 8.200 nel caso di omicidio commesso dal coniuge o da persona legata, nel passato o al momento del fatto, da relazione affettiva alla persona offesa. Per le lesioni personali soltanto un indennizzo a titolo di rifusione delle spese mediche ed assistenziali "fino a un massimo di euro 3.000".
Dunque, nella "causa pilota" torinese giunta avanti la Cassazione la Presidenza del Consiglio sosteneva che tali interventi legislativi fossero tali da soddisfare le pretese delle vittime. E dunque pure della donna torinese. La tesi sostenuta dal pool di avvocati che la assistono, invece, era che "con tali leggi l'Italia non avesse in nessun modo rimediato al suo inadempimento, ma avesse consegnato alle vittime indennizzi assolutamente irrisori". Peraltro, aggiungono i legali, "la strada per ottenere tali elemosine di Stato è irta di ostacoli assurdi e vessatori".
Con la legge di bilancio del 30 dicembre 2018 il Governo ed il Parlamento attuali confermavano tale quadro normativo, ancora una volta tradendo le aspettative delle vittime.
Dopo diversi rinvii la Cassazione (ordinanza 31 gennaio 2019) decideva infine di rimettere alla Corte di Giustizia la questione se gli indennizzi previsti dal legislatore italiano siano conformi al principio di indennizzo equo ed adeguato di cui alla direttiva del 2004. Sul punto la Cassazione esprimeva il dubbio che non lo siano affatto, affermando che questi indennizzi si collocano nell'"area dell'irrisorio" e l'importo di euro 4.800 per le vittime di violenze sessuale è una somma "palesemente non equa".
Lottare per avere giustizia è diventato per questa giovane donna una delle poche ragioni per cui valesse spendersi. Gli studi di economia e commercio interrotti, la difficoltà a stabilire delle relazioni: ha il sapore dell'insulto l'offerta di 4.800 per ripagare una vita distrutta da quei due connazionali che l'avevano vista ballare in discoteca, una sera di ottobre del 2005, e avevano deciso di rapirla.
Una volta uscita dal locale, era salita in auto con due amici e poco dopo sulla strada li aveva affiancati un furgone. Per poco non li faceva finire fuori strada, costringendoli a fermarsi. Erano scesi due ragazzi che avevano aperto la portiera e prelevato di forza la diciottenne, caricandola sul furgone. Gli amici avevano provato a trattenerla, ma gli altri erano stati più forti.
Ed erano stati anche più veloci, riuscendo a seminare gli amici che per qualche chilometro li avevano seguiti, mentre chiamavano al telefono le forze dell'ordine. Le indagini avevano poi permesso di scoprire, attraverso l'analisi delle celle telefoniche, che la donna era stata portata in un casolare della Valsusa, dove era stata percossa e stuprata. Al mattino i due l'avevano liberata alla periferia di Torino. Furono poi identificati ma fecero perdere le loro tracce. Condannati in contumacia a 10 anni di carcere, non risarcirono mai la vittima, che, ora ha deciso di fare causa allo Stato innanzi la Corte di Giustizia di Lussemburgo.
di Cesare Giuzzi
Corriere della Sera, 21 dicembre 2019
Il potere delle cosche calabresi ha ormai superato quello della mafia siciliana. Le 'ndrine sono in tutti i continenti, ma hanno scelto la strategia dell'inabissamento: meno violenza più affari puntando sui rapporti con la massoneria. Un'operazione dopo l'altra. Giovedì un terremoto da 334 arresti tra Vibo Valentia e un pezzo d'Europa. Poi la nuova inchiesta che travolge l'assessore regionale piemontese Roberto Rosso per voto di scambio mafioso.
Ogni nuova alba è protagonista di inchieste grandi e piccole sull'enorme potere delle cosche calabresi. Clan che non solo soffocano le terre del Sud ma che ormai, e da diversi decenni, hanno trovato la loro terra più fertile nei territori del Nord, Lombardia e Piemonte su tutti. La 'ndrangheta è oggi considerata la più potente, ricca e ramificata organizzazione mafiosa a livello mondiale.
Se Cosa nostra palermitana deve il suo salto di qualità alla prima metà del secolo scorso grazie allo sbarco in Nord America, i clan calabresi sono ormai presenti ovunque: dall'Australia al Canada, passando per Brasile, Venezuela, Argentina, Est Europa e Russia. Un'espansione avviata con i soldi dei rapimenti negli anni Settanta e Ottanta e oggi rafforzata dall'egemonia mondiale della 'ndrangheta nel traffico di cocaina. Ma oggi la 'ndrangheta è più forte di Cosa nostra, la mafia che negli anni Ottanta e Novanta sfidò lo Stato ai suoi più alti livelli?
Certamente sì. Anche se i "siciliani" non sono scomparsi ma stanno sempre più mutuando dalle 'ndrine la capacità di penetrare gli apparati dello Stato senza fare rumore, senza sparare e senza neppure il bisogno di mostrare muscoli o la faccia più violenta. La 'ndrangheta ha da sempre preferito non sfidare le istituzioni ma riuscire ad inserirsi al proprio interno. Lo stesso è avvenuto per l'imprenditoria e la politica, ma anche (in alcuni casi) per magistratura e forze dell'ordine.
Questo approccio ha permesso a una mafia considerata per troppo tempo un'accozzaglia di famiglie rurali e pastori, di entrare nella stanza dei bottoni. Di far crescere, e ormai in modo sbalorditivo, il proprio "capitale sociale". La 'ndrangheta non ha infettato il Nord come un virus maligno, ma ha trovato a Milano come a Genova, a Modena e Reggio Emilia come ad Aosta e Torino, le braccia spalancate di chi ha approfittato dei servigi dei boss arrivati spesso con il soggiorno obbligato: dal lavoro nero allo smaltimento di rifiuti, dai cantieri alle false fatture.
I soldi delle cosche sono oggi in ogni settore imprenditoriale: edilizia, ristorazione, finanza, gioco online, concessionarie e perfino nella sanità.
La 'ndrangheta è arrivata al vertice delle mafie mondiali essenzialmente per tre fattori. L'organizzazione, che a differenza di Cosa nostra non ha una vera commissione ma un "Crimine" che svolge soprattutto funzioni di collegamento. Mentre ogni 'ndrina lavora (e si muove) in autonomia anche se all'interno di regole e confini comuni. Una sorta di franchising ante litteram.
Decisiva è stata poi la capacità di prendere l'egemonia del traffico di droga, impiantando i propri uomini nei Paesi di produzione della coca e stringendo alleanze - anche con il sistema dei matrimoni combinati - con gli eredi dei "boss dei cartelli". Stessi meccanismi arcaici, quindi, ma proiettati dall'altra parte del pianeta.
Infine la capacità della 'ndrangheta è stata quella di cambiare pelle, passando dai 700 morti della seconda guerra di mafia (1985-91) alla strategia dell'inabissamento. In particolare dopo la strage di Duisburg - 6 morti nell'agosto 2007 - le 'ndrine hanno scelto deliberatamente di abbandonare la fase più violenta e limitare in maniera chirurgica agguati e delitti.
Il motivo? Esattamente l'opposto della strategia stragista di Totò Riina: lo Stato quando reagisce lo fa in maniera così dura e determinata da mettere in seria difficoltà l'organizzazione mafiosa. Per questo meglio non sfidarlo, riuscire a confondersi, evitare di apparire (come è invece nella realtà) il principale problema per la sicurezza di questo Paese. La 'ndrangheta sa quando può sparare e quando è meglio non farlo. Per evitare di attirare l'attenzione dello Stato e anche per non allarmare i cittadini che più dalle cosche devono essere "distratti" da altre questioni. Operazione di marketing senza precedenti.
Ma c'è un altro, ultimo e forse decisivo fattore. È quello messo in luce dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e dallo studioso Antonio Nicaso nel loro ultimo libro "La rete degli invisibili". La 'ndrangheta grazie all'incontro con la massoneria deviata ha trovato un volano relazionale che l'ha fatta entrare nei più alti apparati di questo Paese. Una rete segreta di insospettabili - magistrati, giornalisti, politici, imprenditori, ufficiali delle forze dell'ordine - capace di condizionare ogni cosa. Uno scenario che sembra uscito da un film di fantascienza per chi considera la 'ndrangheta come una mafia di pastori, riti e "mangiate" di capretto in Aspromonte. Ma che è la più impressionante realtà uscita dalle ultime inchieste giudiziarie.
di Maria Cattini
laquilablog.it, 21 dicembre 2019
Risulta notevolmente peggiorata la situazione delle carceri abruzzesi in generale e riguardo al numero dei detenuti in particolare. Sono infatti di molto aumentati il numero dei reclusi, compresi quelli stranieri, all'interno degli 8 istituti di pena abruzzesi. Tale situazione contrasta fortemente con l'invariata se non addirittura diminuita presenza di operatori penitenziari.
Rispetto a novembre 2018, che lo ricordo raccontava già di una disastrosa e sovraffollata situazione, i detenuti complessivamente presenti nelle carceri della Regione verde d'Europa sono aumentati di ben 88 unità passando dai 1974 ristretti (dei quali 351 stranieri) di allora ai 2062 di oggi (360 stranieri per lo più albanesi (59), rumeni (78), marocchini (49) e nigeriani (27)).
Di molto peggiorata risulta essere la situazione a Sulmona ove, a fronte di 375 detenuti sui 303 regolarmente "ospitabili", oggi se ne contano ben 423 (+48) il che significa un sovraffollamento di ben 120 unità detenute.
Stessa sorte per Lanciano ove i detenuti sono aumentati di circa 26 unità (280/254 per una capienza regolamentare di 231 detenuti e quindi +49 in termini di sovraffollamento) e a Pescara ove 21 sono le persone in più presenti rispetto all'anno precedente (399/378 per una capienza regolamentare pari a 273 posti e quindi con un numero di soggetti reclusi rispetto a quello regolamentare di +126 unità).
Anche la situazione di Chieti, che già possedeva numeri di tutto rispetto in termini di sovraccarico di persone detenute, risulta ulteriormente peggiorata, seppur di poco, rispetto allo scorso anno. Qui si è passati dai 142 (rispetto alla capienza regolamentare di 79 detenuti) ai 144 di novembre 2019 e quindi con 65 detenuti in sovraffollamento.
Seppur in un contesto non assolutamente deflattivo rispetto alla capienza regolamentare e prevista essere di 255 detenuti ospitabili, risulta leggermente anche se quasi del tutto impercettibilmente migliorata la situazione a Teramo. Qui si è passati dai 425 dello scorso anno ai 422 di quest'anno (+ 167 in termini di sovraffollamento).
Tornando a guardare in Provincia dell'Aquila troviamo una situazione del tutto invariata all'Aquila 186 rispetto agli stessi del 2018 è un peggioramento delle condizioni numeriche ad Avezzano ove oggi si contano 6 detenuti in più rispetto allo scorso anno (63/57 rispetto ad una capienza regolamentare di 53 posti).
Unica nota positiva, seppur relativamente parlando, ci è data dalla Casa Lavoro di Vasto. Essa risulta essere l'unica realtà abruzzese nel 2019 ad aver visto decrescere il numero di "ospiti" -12 rispetto al 2018 (145/157).
Volendo trarre le dovute conclusioni possiamo tranquillamente affermare che, fermo restando la la generalizzata situazione negativa che caratterizza la situazione carceraria regionale, la Casa di Reclusione di Sulmona risulta essere tra gli istituti abruzzesi quella con i peggiori coefficienti annuali.
A tal proposito giova ricordare che presso il carcere peligno vi è una situazione riguardante il personale di polizia penitenziaria davvero drammatica. Rispetto alla stragrande maggioranza degli istituti abruzzesi ove la garanzia di turni a 6 ore sono al momento solo minacciati o in parte soppressi a Sulmona, da molti anni a questa parte, non si sa più cosa significhi lavorare su 4 quadranti atteso che quasi tutte le turnazioni sono strutturate su 8 ore giornaliere.
Di qui, considerati i dati sopra esplicati e quelli che mi appresterò ad integrare, mi sento di affermare senza ombra di dubbio che la "maglia nera" 2019 spetta senz'altro a Sulmona.
Questo rappresenta un dato davvero allarmante visto che a breve il penitenziario della città che fu di Ovidio sperimenterà l'apertura di un nuovo padiglione, che importerà ulteriori 200 detenuti e che lo relegherà a massima espressione penitenziaria d'Italia se non d'Europa considerata la peculiarità che ha di vedere ristretti detenuti tra i più pericolosi ed attenzionati d'Italia, molti dei quali ex 41 bis, detenuti AS3 (tutti macchiatosi dei reati di associazione di stampo mafioso e che ricomprende realtà quali cosa nostra, camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita, mafia nigeriana, stidda) e numerosi collaboratori di giustizia, tutti di prima fascia e quindi tutti sottoposti alla massima esposizione al rischio.
Quello che risulta paradossale è che della carenza di organico sulmonese non sembrerebbe essere d'accordo il Provveditorato regionale dell'Amministrazione Penitenziaria il quale in Sulmona vedrebbe addirittura un soprannumero di agenti se è vero come è vero che ad una richiesta di distacco avanzata da un poliziotto penitenziario di stanza a Rieti lo stesso ufficio sembra abbia risposto negativamente proprio adducendo come motivazione un presunto surplus di poliziotti.
Sulmona nel 2019 sarà ricordata anche per il notevole numero di congedi ordinari in arretrato che caratterizza il vissuto del personale di polizia penitenziaria e che supera di gran lunga le 10.000 giornate. Triste è il sapere inoltre di ripetute richieste al personale di cui sopra di rientro anticipato dalle ferie proprio per far fronte alla grave carenza d'organico.
A compromettere il già disastroso quadro che ci sta riservando lo scenario penitenziario aquilano del 2019 ci si mette anche l'Asl 1 dell'Aquila, Avezzano e Sulmona la quale, sempre più inspiegabilmente, non concede l'accesso al più avveniristico repartino penitenziario ospedaliero d'Italia, pronto da moltissimo tempo ma non ancora aperto alle numerose esigenze "carcerarie"; la questione caserme vive un rigurgito di compromettenti situazioni. Sia l'Aquila che Sulmona sono alle prese con una riduzione dei posti letto che sta fortemente compromettendo le aspettative dei tantissimi pendolari.
di Paolo Coccorese
Corriere di Torino, 21 dicembre 2019
Il detenuto più piccolo ha 15 anni. La sua biografia è coperta dalla privacy, ma la sua età è pubblica. Ha quindici anni il più giovane ospite del Ferrante Aporti. Più piccolo di Greta Thunberg, il ragazzino - come tutti gli altri 44 detenuti dell'istituto minorile - ha davanti a sé una sfida importante da vincere. Per sfortuna non è quella ambientale resa celebre della giovane svedese. Dopo la condanna ricevuta, è chiamato a riportare in carreggiata una vita finita troppo in fretta fuori strada. Una partita che dovrebbe veder partecipe l'intera società che, invece, sembra guardare con distacco le sorti delle strutture detentive come quella di Mirafiori.
Dietro gli spessi muri del carcere minorile si nascondono le più preoccupanti contraddizioni di questo presente. La prima? Nei primi sei mesi del 2019 al Ferrante Aporti c'è stato un aumento del 450 per cento della presenza di italiani con un'età compresa tra i 14 e i 15 anni rispetto all'anno precedente. Bambini (o poco più) con una lunga fedina penale e un futuro a rischio.
Ha ragione don Domenico Ricca, il prete che da 40 anni si occupa del carcere minorile, quando spiega che il Ferrante Aporti rischia di diventare "la periferia della periferia". La distanza dal centro non si misura solo in chilometri, ma addentrandosi nelle storie personali dei giovani detenuti. Nel primo semestre del 2019 è aumentata del 6 per cento la presenza di quelli nati nel nostro Paese, mentre calano gli stranieri. Ma non solo.
Al di là di una comune leggenda metropolitana, ovvero di una vulgata carceraria, gli ospiti per espiazione della pena diminuiscono del 32 per cento. Gli ingressi per custodia cautelare sono saliti in un anno del +89 per cento, mentre si sta assistendo a un cambio di rotta sul capitolo delle imputazioni di chi finisce dietro le sbarre del Ferrante Aporti.
Anche se rimane forte la presenza di condannati per delitti contro il patrimonio (furti e rapine, in particolare), negli ultimi mesi c'è stata un'impennata di quelli contro la persona. "Registriamo l'incremento di reati odiosi come maltrattamento in famiglia o tentato omicidio - spiega la direttrice Simona Vernaglione. Sono il simbolo di un disagio sociale che aumenta. Casi non molto presenti nel passato torinese". Costante il numero di soggetti usciti per collocamento in comunità. Mentre per quanto riguarda i trasferimenti non ci sono notevoli variazioni. A esclusione di quelli verso gli istituti per adulti (+75 per cento).
- Profughi: 5.000 nuovi homeless. Grazie Lamorgese...
- Giustizia, la tregua vacilla
- Viterbo. Una convenzione per la mediazione culturale a favore dei detenuti stranieri
- Avellino. Indagine sulla morte in carcere di Carmine Taccone la notte di Natale di due anni fa
- Latina. Libri ai detenuti, successo per l'iniziativa della Camera Penale










