di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 febbraio 2020
Oggi, 2 febbraio, tre anni dopo la firma, il Memorandum d'intesa sulla migrazione tra Italia e Libia
- la massima espressione delle politiche degli stati dell'Unione europea volte a tenere lontano migranti e rifugiati dalle loro coste - sarà rinnovato per altri tre anni senza modifiche. Firmando l'accordo, l'Italia si è impegnata ad addestrare ed equipaggiare la guardia costiera e altre autorità libiche, collaborando con esse a raggiungere l'obiettivo di intercettare persone in mare e riportarle nei centri di detenzione in Libia. Dal punto di vista di chi quell'accordo lo ha cercato e difeso, ha funzionato bene. Nei primi tre anni dalla firma almeno 40.000 persone, tra cui migliaia di minori, sono state intercettate in mare e riportate in Libia. Solo il mese scorso, sono state intercettate 947 persone.
Dal punto di vista dei diritti umani, gli esiti sono stati catastrofici. I migranti e i richiedenti asilo riportati sulla terraferma e trasferiti nei sovraffollatissimi centri di detenzione libici sono sottoposti a gravi violenze, tra cui stupri e torture. Per di più, le loro vite sono messe in pericolo dall'aumento dell'intensità del conflitto. Già lo scorso 2 luglio decine di migranti e rifugiati erano stati uccisi e feriti dal bombardamento di un centro di detenzione.
Due giorni fa, il 30 gennaio, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha annunciato la sospensione delle attività del suo centro di transito di Tripoli, aperto appena un anno fa, a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner. Nel novembre 2019 il governo italiano ha deciso di rinnovare l'accordo. Inizialmente, le autorità italiane si erano impegnate a negoziare dei cambiamenti al testo nell'ottica di una maggiore attenzione ai diritti umani dei migranti e dei rifugiati trattenuti in Libia, ma al momento del rinnovo il negoziato è ancora in corso e pertanto il memorandum verrà prorogato nella sua formulazione originaria. "Va oltre ogni comprensione il fatto che, nonostante le prove delle sofferenze causate da questo orribile accordo e a dispetto dell'escalation del conflitto in Libia, l'Italia sia pronta a rinnovare il memorandum. Invece, l'Italia dovrebbe pretendere dalla Libia il rilascio di tutti i migranti e i rifugiati che si trovano nei centri di detenzione e la chiusura di questi centri una volta per tutte", ha dichiarato Amnesty International.
di Emma Bonino
Il Riformista, 2 febbraio 2020
Un presidio a Montecitorio per chiedere ancora una volta di sospendere gli accordi con la Libia che proprio il 2 febbraio si rinnovano per altri tre anni. Questo l'appuntamento lanciato da Radicali italiani per domenica pomeriggio per non cedere alla rassegnazione verso le tante storie drammatiche che arrivano dalla Libia e chiedere chiarezza e trasparenza rispetto a quanto accade in quel paese.
Da ultimo, preoccupa, ma non sorprende, la decisione dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati di sospendere le attività nel centro di transito di Tripoli dove le persone più vulnerabili, purtroppo solo alcune tra le migliaia bisognose di protezione, nei mesi scorsi hanno trovato assistenza medica e supporto nel tentativo di lasciare la Libia e fuggire dal conflitto in corso e dagli orrori perpetrati nei centri di detenzione.
La situazione sul campo è tale che non è più possibile garantire la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura e dello staff. Con la fine dell'intervento dell'Unhcr, già ridotto al minimo e limitatissimo rispetto alla situazione drammatica vissuta in questi anni da decine di migliaia di persone, cade l'ultima ipocrisia a cui hanno fatto ricorso i governi italiani che si sono succeduti dall'accordo sottoscritto nel 2017 e che il 2 febbraio verrà rinnovato per altri tre anni. Solo pochi giorni fa, infatti, i ministri degli esteri e dell'interno hanno ripetuto che il contenuto degli accordi è in via di revisione e che l'obiettivo da parte italiana è di migliorare le condizioni dei centri di detenzione per migranti attraverso un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni umanitarie internazionali.
Ecco, la notizia della chiusura del centro di transito di Tripoli smentisce la possibilità di un intervento del genere e mette la parola fine a qualsiasi tentativo di mistificare la verità: continueremo, dal 2 febbraio in poi, ad assistere a violenze, stupri, respingimenti e morti in mare e all'attuazione di una strategia diabolica finanziata con fondi italiani ed europei che vede il nostro paese chiudere gli occhi e rinnegare i principi fondamentali del diritto internazionale, pur di fermare gli sbarchi sulle nostre coste.
Con un'aggravante, se possibile, che riguarda la totale mancanza di trasparenza sui termini reali del Memorandum del 2017: cosa ha finanziato esattamente l'Italia in Libia? Che ruolo hanno giocato davvero le navi militari italiane negli interventi di respingimento della guardia costiera libica in mare? Per cosa sono state usate le nostre motovedette? Quali uomini abbiamo addestrato se è vero che il noto trafficante Bija, a capo di una delle milizie più potenti, in tutta segretezza ha addirittura trascorso un periodo di formazione in Italia ospite del nostro governo, come ha rivelato un'inchiesta giornalistica?
L'ultima scoperta, in ordine di tempo, è l'esistenza di un canale sanitario tra Tripoli e Milano per curare i miliziani feriti e soprattutto la incredibile libertà di movimento da parte del personale diplomatico del governo di al-Serraj che, pare, sia stato capace di far sparire e mettere su un aereo per Tripoli due dei combattenti curati al San Raffaele di Milano denunciati per aver accoltellato un loro connazionale, prima che gli inquirenti italiani avessero il tempo di interrogarli.
Tutto ciò mentre a livello mondiale altri decidono le sorti di quel paese perché l'Italia, distratta dalla situazione complessiva del Nord Africa e focalizzata solo sul tema dei migranti e sulla necessità di non farli arrivare, ha perso di vista le priorità e tutto ciò che si stava nel frattempo muovendo. Il vertice di Berlino ha dimostrato quanto sia sempre più difficile l'avvio di un processo politico e la fine delle ostilità. Di fronte a questo quadro sconfortante e sempre più fuori controllo, non possiamo che continuare a chiedere, come faremo in maniera nonviolenta con il presidio lanciato da Radicali italiani domani pomeriggio davanti a Montecitorio, la sospensione immediata del memorandum e un pieno protagonismo del Parlamento per fare finalmente chiarezza su quanto accaduto in questi tre anni, in Libia e nel Mediterraneo, a migliaia di persone sacrificate sull'altare della propaganda.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 1 febbraio 2020
La necessità è quella di intervenire al più presto. Perché, senza modifiche, la riforma della prescrizione in vigore dell'1 gennaio 2020 rischia di mettere in crisi il sistema e portare un carico insostenibile di lavoro alla Corte di Cassazione. Servono "correttivi", perché, in caso contrario, arriveranno 20-25mila cause che solitamente si prescrivono in appello. Cause che, ora, inevitabilmente, verranno portate avanti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 febbraio 2020
Ci si può anche dividere. Ma si resta sempre accomunati dal "comune interesse al corretto funzionamento della giustizia". Il primo presidente della Suprema corte Giovanni Mammone offre un esempio. Anche rispetto alle prospettive di riforma del processo. Inizia nel ringraziare tutti coloro, non solo i magistrati ma anche "avvocati e personale della giustizia", che garantiscono una funzione cruciale per la democrazia.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 1 febbraio 2020
Il paradosso: chi venisse assolto in primo grado potrebbe essere riprocessato in secondo grado anche dopo molti anni. La notizia è nota e se ne parla ormai da qualche mese: dal primo gennaio il corso della prescrizione nel processo penale è sospeso - sine die - a seguito del primo grado di giudizio, sia esso terminato con una condanna o con un'assoluzione.
Ciò che però non è stato, a parere di chi scrive, veramente analizzato - dal punto di vista tecnico giuridico - sono le ripercussioni che questa modifica avrà nel processo penale e nel sistema giudiziario italiano in generale.
Il - necessario - punto di partenza per un'analisi in tal senso risiede nella circostanza per la quale i processi in questa maniera non diminuiranno assolutamente, né diminuirà la loro durata, ma, al contrario, potrebbero non finire mai, lasciando il presunto innocente in una insopportabile fase di stallo, in un limbo eterno. Questo dato è utile perché coloro che elogiano questa riforma fanno leva, per l'appunto, su un'asserita diminuzione dei processi e della loro durata. Evenienza, come detto, falsa.
Ed infatti, paradossalmente la ratio della prescrizione è proprio rinvenibile nell'esigenza di rispettare il fondamentale principio della ragionevole durata del processo: la prescrizione è, invero, la sola sicurezza circa il fatto che il processo avrà una fine. Senza questo timer, senza questa clessidra, che granello dopo granello, detta i tempi ai giudici, sollecitandoli ad agire, gli stessi potranno protrarre un giudizio penale per anni. Fine pena (peraltro non definitiva) mai, dunque.
Il paradosso, come detto, risiede nella circostanza per la quale un imputato assolto in primo grado potrà rimanere sotto processo per l'intera durata della sua vita, in quanto nessuna regola imporrebbe ai magistrati di agire. Poniamo il caso, ad esempio, che il secondo grado di giudizio venga celebrato a distanza di molti anni dal deposito della sentenza di primo grado: in questa ipotesi l'applicazione di una sanzione penale diverrebbe addirittura inutile ed inopportuna in quanto la società non avrebbe più alcun interesse a punire l'imputato.
Peraltro, in questo contesto perderebbe di tutto il proprio valore la funzione rieducativa della pena, sancita dall'art. 27, c. 3 della Costituzione: l'imputato - assolto o condannato in primo grado - inizierebbe a scontare la pena a distanza di molto tempo dalla commissione del fatto e non trarrebbe dall'esecuzione penale alcuna rieducazione. Tuttavia, come detto in altre sedi, le strade percorribili per diminuire veramente la durata ed il numero dei processi penali ci sono e sono numerose: il problema del sistema giudiziario nostrano risiede nella mancanza di strumenti di prevenzione alla commissione di un reato.
Il passo da operare dovrebbe essere quello di passare definitivamente da un concetto di repressione ad uno di prevenzione. Un ulteriore mezzo sarebbe quello di aumentare il personale operante nelle cancellerie dei magistrati, dove i pochi funzionari, privi di risorse e mezzi, non possono ottemperare a tutte le varie incombenze, accumulando, così, ritardi ed errori su tutti i fascicoli processuali.* avvocato, direttore Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
*Avvocato, direttore Ispeg Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2020
Sono questi quelli su cui inciderebbe il lodo del premier Conte. Stanno alla fine delle quasi 200 pagine della relazione del nuovo Procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, eppure si tratta di dati inediti e ambiziosi. Si propongono infatti di sfatare alcuni luoghi comuni che inquinano il dibattito, anche di queste settimane, sulla giustizia penale.
Il primo è sul numero delle assoluzioni in primo grado. Tra l'altro quelle sulle quali inciderebbe il lodo Conte in materia di prescrizione. Non è vero allora che la metà dei processi avviati si conclude con un verdetto di assoluzione. In realtà, le assoluzioni vere e proprie sono circa il 20%; nel 2018, dei poco più di 300.00o procedimenti definiti in primo grado, infatti, le condanne sono state 52,5% e le assoluzioni il 20,7 per cento.
Nelle elaborazioni, infatti, nell'unica voce "assoluzioni" erano inseriti esiti del giudizio del tutto diversi tra loro. Oltre all'ovvia, ma significativa, voce dell'estinzione del reato per prescrizione, si sommavano gli esiti derivanti dalla remissione di querela, dalla morte del reo, dall'oblazione, dalla messa alla prova positivamente adempiuta, dalla minima rilevanza del fatto.
Dati che fanno dire a Salvi che "non solo non può trarsene la conclusione che il pubblico ministero eserciti male i suoi poteri (o il giudice i suoi, conclusione pure possibile, senza una adeguata conoscenza del dato), ma può invece affermarsi che funzioni il filtro del giudice. Sotto quale livello statistico si passerebbe dalla critica alle Procure a quella dell'appiattimento del giudice sul pubblico ministero?".
Quanto alla riforma in appello di condanne in primo grado, anche qui i dati testimoniano che di circa 78.00o sentenze di secondo grado, 64.000 sono di condanna, con riforme rispetto al primo grado relative non a un ribaltamento del verdetto quanto alla determinazione della pena, soprattutto.
Salvi che sulla prescrizione considera un "punto critico" della Bonafede la parificazione tra sentenza di condanna e assoluzione per il decorso della prescrizione, assist quindi più o meno volontario al lodo Conte che questa distinzione invece introduce, ha invece bollato "l'effetto criminogeno e di insicurezza che discende dalla mancanza di politiche razionali per l'ingresso legale nel Paese e per l'inserimento sociale pieno di coloro che vi si trovano".
di Liana Milella
La Repubblica, 1 febbraio 2020
Alle spalle c'è l'anno nero della magistratura, lo squasso del caso Palamara. Le trattative notturne tra toghe del Csm e politica per le nomine. Di fronte ci sono quelle stesse nomine, a cominciare dai vertici delle procure di Roma e di Perugia (che indaga sulla capitale) ancora da fare, anche se il vice presidente del Csm David Ermini le promette "al più presto" e dice "nonostante la bufera il Csm si è rialzato".
E c'è lo scontro, che non ha eguali, sulla prescrizione: magistrati contro il governo giallorosso ("nessuna mediazione" sulla punizione disciplinare per i ritardi, promette il presidente dell'Anm Luca Poniz); avvocati scatenati contro il Guardasigilli Alfonso Bonafede e contro i giudici.
In questo eccezionale, e mai visto, "tutti contro tutti" cadono le tradizionali cerimonie d'apertura dell'anno giudiziario. Ieri a Roma in Cassazione, oggi nei 26 distretti di corte d'appello (occhi puntati su Milano per l'altolà degli avvocati contro Piercamillo Davigo inviato del Csm). Pomo della discordia è sempre la prescrizione "corta" (stop dopo il primo grado) del ministro della Giustizia Bonafede, che la definisce "una conquista di civiltà".
Anche dopo l'allarme del primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone che calcola in 20-25mila i processi in più che precipiterebbero su piazza Cavour. In positivo c'è solo la consapevolezza condivisa che "non dovranno più verificarsi casi come quello di Palamara", come dice il procuratore generale Giovanni Salvi che sulle toghe sotto inchiesta aggiunge: "Dal mercimonio dei magistrati deriva un danno incalcolabile".
Anche se la scure disciplinare è pronta (156 casi l'anno scorso, il 34,5% in più del 2018). Il presidente Sergio Mattarella è in platea. Applaude raramente. C'è il premier Conte che arriva trafelato da palazzo Chigi. Le prime due donne al vertice della Consulta Marta Cartabia e dell'Avvocatura dello Stato Gabriella Palmieri. Aula magna vietata, mai accaduto nella storia delle inaugurazioni, ai giornalisti.
Si parte con Mammone, ed è subito scontro sulla prescrizione. Perché il blocco "prolungherà la durata dei processi e procurerà ulteriore carico per la struttura giudiziaria". Servono "misure acceleratorie" per tutte le fasi del processo. Ai suoi dubbi si aggiungono quelli del Pg Salvi che definisce la prescrizione "un istituto di garanzia correlato all'inerzia dei pubblici poteri e alle loro inefficienze, a presidio del diritto all'oblio".
Bonafede insiste sulla "norma di civiltà", ma non si sottrae al confronto. Sul quale piove anche l'altolà serale di Giuliano Pisapia: "Eliminare la prescrizione è un gravissimo attacco al sistema della giustizia del nostro Paese".
di Franco Pigna
La Notizia, 1 febbraio 2020
Con quasi 6 milioni di processi aperti e una riforma che stenta a decollare per via dei veti incrociati della politica, l'inaugurazione dell'anno giudiziario non è passata inosservata. Anzi è stata l'occasione perfetta per fare il punto della situazione da parte del guardasigilli, Alfonso Bonafede, intervenuto dopo il discorso del presidente Giovanni Mammone, come anche per le opposizioni che, in questo clima di perenne campagna elettorale, non hanno perso tempo per lanciarsi nell'ennesimo attacco a testa bassa contro chi, dopo anni di malgoverno, cerca di far ripartire la macchina della Giustizia. "Considero, personalmente, una conquista di civiltà il nuovo regime della prescrizione entrato in vigore dal 1 gennaio 2020" ha spiegato il guardasigilli togliendosi qualche sassolino dalla scarpa.
Un intervento a tutto tondo in cui Bonafede non si è risparmiato spiegando come il governo stia continuando gli investimenti nell'edilizia penitenziaria e i lavori per far fronte al sovraffollamento carcerario oltre al tentativo di migliorare le condizioni di lavoro del personale civile e di polizia. "Abbiamo continuato ad investire sul lavoro dei detenuti come forma principale di rieducazione, sviluppando circa 70 protocolli con vari enti per i lavori di pubblica utilità, nonché istituendo un ufficio centrale che coordina e promuove tutti i progetti in questo ambito.
Nell'ultima legge di bilancio, tra l'altro, è stato dato un forte e nuovo impulso al settore dell'esecuzione penale esterna e dei minori", ha aggiunto Bonafede che poi, senza tirarsi indietro, ha affrontato anche il tema dello scandalo del pm Luca Palamara precisando che "la crisi che ha investito il Csm nella primavera del 2019 si è scontrata con un assetto istituzionale forte e compatto che, sotto la guida fondamentale del presidente Mattarella, ha saputo reagire. Adesso è il momento di intervenire in maniera tale da evitare che episodi così gravi che minano alla base la credibilità del sistema giustizia possano ripetersi in futuro".
Parole a dir poco condivisibili ma contro cui si sono scagliate le opposizioni. Prime fra tutte sono piovute le critiche di Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, che, noncurante il richiamo del presidente Mammone ad approvare rapidamente la riforma della Giustizia, ha sparato a zero: "Il governo ha il dovere di ascoltare l'allarme sulla prescrizione lanciato stamani dal primo presidente della Cassazione, Mammone, secondo il quale gli effetti della riforma Bonafede porteranno di fatto alla paralisi della Corte suprema a causa di un insostenibile aumento del carico penale". Sulla stessa lunghezza d'onda la senatrice della Lega Giulia Bongiorno, responsabile Giustizia del partito e che seppur contraria alla sospensione della prescrizione si turò il naso e lo votò durante l'esperienza di governo gialloverde.
Secondo lei, infatti: "L'allarme lanciato dalla Cassazione è la conferma che quello voluto da Bonafede è un provvedimento devastante per il nostro sistema penale". Ma critiche non sono state lesinate neanche da Matteo Renzi. Da sempre critico verso il testo di Bonafede, anche ieri è tornato all'attacco: "Noi votiamo la nostra legge" nella speranza che "Fi ci segua e che magari anche il Pd si riscopra riformista".
Parole che devono aver fatto brillare gli occhi di Matteo Salvini, speranzoso che possano condurre ad una caduta del governo, ma che Renzi ha mitigato poco dopo precisando che in ogni caso "questo (voto, ndr) non comporterà alcuna crisi di governo".
di Liana Vita
Il Manifesto, 1 febbraio 2020
Tensione, forze dell'ordine in tenuta antisommossa, gabbie su gabbie e torrette d'avvistamento, psicofarmaci e tracce sui corpi di autolesionismo. Queste le immagini del centro per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo riportate dal deputato Riccardo Magi e dall'avvocato Asgi Gianfranco Schiavone dopo le visite dei giorni scorsi a seguito della morte di un uomo all'interno della struttura, su cui sta indagando la magistratura. Ma a leggere articoli e commenti sulla vicenda sembra che pochi si ricordino che il centro di Gradisca d'Isonzo è già stato nel 2013 al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica e della classe politica a causa dei frequenti episodi di protesta all'interno, tra cui uno segnato dalla tragica morte di un uomo caduto dal tetto per sfuggire ai lacrimogeni usati per sedare la rivolta. Proteste e momenti di tensione che certo non mancavano - e non mancano - negli altri centri di identificazione ed espulsione, come si chiamavano allora, in tutt'Italia, da Torino a Bari e alla Sicilia. La situazione a Gradisca diventò talmente grave che si arrivò alla chiusura del centro così come, nel giro di alcuni mesi, molte strutture chiuse perché danneggiate, non furono più messe in funzione. Grazie anche al lavoro di denuncia di molte associazioni e di Luigi Manconi, che alle criticità di quelle strutture ha dedicato la sua attività alla Commissione diritti umani del Senato.
Ma il risultato più rilevante di quella stagione politica è stata la messa in discussione dei Cie come strumento di gestione dell'immigrazione irregolare alla luce dei (pochi) risultati ottenuti dalla loro creazione (nel 1998, con la legge Turco Napolitano). Uno strumento su cui avevano puntato i governi di centro-destra nell'ambito della loro strategia di criminalizzazione verso l'immigrazione "clandestina", introducendo con la Bossi-Fini nel 2002, col "Pacchetto sicurezza" nel 2008 e ancora nel 2011 una serie di restrizioni tra cui il prolungamento del termine massimo di permanenza nei Cie addirittura fino a 18 mesi, una misura pensata come strumento di deterrenza rispetto all'immigrazione irregolare ma che si è poi rivelata portatrice di grandi sofferenze e decisamente inutile. L'aumento dei tempi di detenzione, infatti, non ha migliorato il tasso dei rimpatri effettuati se, allora come oggi, esso si mantiene costante e circa la metà dei trattenuti vengono alla fine rimpatriati, data la nota e difficoltà di stringere accordi di riammissione coi paesi di origine e l'impossibilità di espellere molte delle persone trattenute perché in Italia da tanto tempo con legami familiari consolidati, o perché apolidi o senza alcun legame col paese di origine.
Tuttavia, questi preziosi ragionamenti sulla dubbia efficacia dei centri per il rimpatrio non sono evidentemente bastati a scindere il binomio immigrazione/sicurezza e sono tornati di moda nel 2017 quando il ministro dell'interno Minniti ha voluto rispolverarla prevedendo la creazione di un Cpr in ogni regione rispetto ai cinque allora attivi e annunciando, ancora una volta invano, l'intenzione di intensificare i rimpatri. La ricetta è stata poi ereditata e rilanciata dal suo successore che col decreto sicurezza del 2018 ha subito allungato a 6 mesi il tempo di trattenimento, ha aperto al trattenimento di richiedenti asilo, ha semplificato le procedure per la creazione di nuovi Cpr e ha fortemente tagliato, come per i centri di accoglienza, i fondi disponibili azzerando servizi e garanzie.
E siamo a oggi, con 8 centri aperti - da ultimo l'ex carcere di Macomer - i cui enti gestori hanno vinto bandi al ribasso e non riescono ad assicurare un numero adeguato di operatori e di servizi a circa 500 persone costrette per un tempo molto lungo a vivere reclusi e sospesi. Con il rischio evidente di dar vita a situazioni di tensione altissima difficilmente controllabili senza l'intervento delle forze dell'ordine.
Il punto vero di qualsiasi discorso sui centri per il rimpatrio dovrebbe partire da alcune domande: chi sono le persone che finiscono in queste strutture? Chi tra di loro rappresenta davvero un pericolo per la società e deve essere trattenuto? Ha senso ricorrere a politiche che hanno dimostrato di aver fallito? La privazione della libertà ha contrastato il fenomeno dell'irregolarità o sono altri gli interventi necessari come, per esempio, un provvedimento di emersione per chi ha un lavoro e, finalmente, la riforma dell'impianto della Bossi-Fini?
di Francesco Gesualdi
Avvenire, 1 febbraio 2020
Il procedimento è stato lungo, ma alla fine Ioane Teitiota una vittoria l'ha ottenuta: le Nazioni Unite hanno riconosciuto il diritto di poter presentare domanda di asilo in nome dei rischi climatici. Tutto inizia nel 2007, quando Ioane lascia la sua casa, insieme alla famiglia, per trasferirsi in Nuova Zelanda. La sua patria di origine è la Repubblica di Kiribati, un arcipelago del Pacifico formato da una trentina di isolotti, lembi piatti che a malapena emergono dal mare.
L'isola principale è Tarawa, una delle poche con energia elettrica e l'unica ad avere l'ospedale. Motivo per cui nel corso del tempo molte famiglie dell'arcipelago hanno lasciato l'isola natia e si sono trasferite a Tarawa dove si trova circa la metà dell'intera popolazione dell'atollo. Fra esse la famiglia di Ioane che a Tarawa poté studiare e in seguito trovare lavoro presso un'impresa commerciale che però chiuse sul finire del vecchio millennio.
Da allora Ioane non ha più trovato un impiego stabile. Ciò non di meno nel 2002 si sposò. Insieme alla moglie si era costruito una casetta che pur essendo sprovvista di servizi igienici aveva il vantaggio di essere allacciata alla linea elettrica ed era provvista di un pozzo per l'acqua. Ma poco dopo la zona risultò inabitabile: i cambiamenti climatici stavano facendo innalzare il livello del mare. Durante l'alta marea le case venivano allagate, i raccolti distrutti e i pozzi resi inservibili per la contaminazione dell'acqua salata. Molta gente si ritirò verso il centro dell'isola, ma non c'era spazio per tutti e la crisi ambientale si trasformò in crisi di convivenza. Non c'era abbastanza terra per tutti gli alloggi richiesti, il cibo scarseggiava ed era conteso, i pochi pozzi agibili erano presi d'assalto ed erano teatro di furibondi litigi per garantirsi un secchio d'acqua.
E poi c'erano le malattie: la mancanza d'acqua, l'alta concentrazione abitativa, la mancanza di servizi igienici, favorivano diarree ed infezioni intestinali che in alcuni casi risultavano letali. In breve da isola felice, Tarawa si stava trasformando in isola della paura e sentendosi minacciato nella sopravvivenza, Ioane decise di emigrare con la moglie. Destinazione Nuova Zelanda, la terra più vicina che non fosse piatta come Tarawa. Inizialmente la Nuova Zelanda fu una terra accogliente e accordò un permesso di soggiorno di tre anni a Ioane e sua moglie, un periodo di ritrovata sicurezza durante il quale ebbero tre figli. Ma nel 2010 l'Ufficio immigrazione decise di non rinnovare il permesso e l'intero nucleo familiare rimase in Nuova Zelanda in forma irregolare. Finché nel maggio 2012, con l'assistenza di uno studio legale, Ioane non presentò domanda per ottenere il riconoscimento di rifugiati e persone protette. Lo status di rifugiato è previsto dalla Convenzione adottata a Ginevra nel 1951 ed è riconosciuto a tutti coloro che sono fuggiti dalla propria nazione per paura di essere perseguitati a causa della propria razza, religione, opinione politica, condizione sociale. Lo status di persona protetta scaturisce dal Patto Internazionale relativo ai diritti politici e civili siglato nel 1966 che impegna ogni Stato firmatario a "rispettare e a garantire a tutti gli individui che si trovino sul suo territorio i diritti riconosciuti nel Patto senza distinzione alcuna, compresa la nazione di provenienza".
Fra i diritti riconosciuti nel Patto vi è anche il diritto alla vita ed è su tale principio che Ioane chiede protezione. Ma la Nuova Zelanda ritiene che l'obbligo di protezione valga solo nei confronti di coloro che rientrando nella propria nazione siano a rischio di trattamento crudele o di privazione arbitraria della propria vita. Condizione che l'Ufficio immigrazione non ritiene applicabile a Ioane, che si vede respingere la domanda. Ioane ricorre a tutti i possibili gradi appello. Ma invano. Nel 2015 arriva l'ultimo no da parte della Corte Suprema: Ioane viene imprigionato e poco dopo caricato su una nave che lo riporta a Tarawa assieme alla famiglia. Ma Ioane non si dà per vinto e ricorre al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite denunciando la Nuova Zelanda per violazione del Patto per i diritti civili e politici. E nel gennaio 2020 arriva il pronunciamento. Il Comitato ritiene che nel caso specifico il Patto non sia stato violato ma afferma che il diritto alla vita non va interpretato in maniera restrittiva e che va protetto attraverso l'adozione di misure positive da parte degli stati. Soprattutto riconosce che "il degrado ambientale, i cambiamenti climatici e lo sviluppo insostenibile rappresentano alcune delle minacce più serie che attentano il diritto alla vita delle generazioni presenti e future". Una dichiarazione di principio destinata a lasciare un segno nella giurisprudenza internazionale, che potrà aiutare molti sfollati climatici a ritrovare una nuova casa.
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