di Geraldina Colotti
lantidiplomatico.it, 3 febbraio 2020
Nell'aula magna del Tribunal Supremo de Justicia ci sono tutte le massime autorità dello stato bolivariano, riunite in sessione solenne per l'apertura dell'anno giudiziario. Sono presenti le alte cariche dei cinque poteri di cui dispone la repubblica - legislativo, esecutivo, giudiziario, morale (o cittadino) e elettorale -, più i rappresentanti del massimo organo plenipotenziario, l'Assemblea Nazionale Costituente, votata da oltre 8 milioni di cittadini il 30 luglio del 2017: il presidente, Diosdado Cabello, e le due vicepresidenti, Tania Diaz e Gladys Requena.
Gli interventi del presidente del Tsj, Maikel Moreno, e di Yván Darío Bastardo Flores, presidente della Sala di Cassazione Civile, sono lezioni di diritto e di sovranità. Risaltano il ruolo fondamentale del popolo nella difesa delle istituzioni dai molteplici attacchi dispiegati dall'imperialismo nel corso del 2019. Ribadiscono la natura pacifica della democrazia "partecipata e protagonista" del socialismo bolivariano e aprono la strada all'intervento del presidente della Repubblica, Nicolas Maduro.
"Una democrazia senza il popolo, è una farsa, è la democrazia delle élite, la democrazia borghese", dice Maduro, risaltando l'importanza della dialettica fra poteri contemplata nella costituzione bolivariana, e respingendo il grottesco teatrino dell'"autoproclamato" dagli Usa, Juan Guaidó.
Quindi, pur lodando il forte slancio intrapreso dal proceso bolivariano per uscire dall'angolo, per reagire alla guerra economica con uno sforzo rinnovato nella produzione nazionale, il presidente aggiunge una denuncia e un'autocritica: "Sono andato al quartiere del 23 enero, c'erano più buche che a Bagdad - dice -. Dobbiamo ammettere che certi problemi non sono dovuti al blocco di Trump, ma a noi stessi".
Lotta, dunque, all'incuria, all'abbandono e, soprattutto, alla corruzione. L'ottimo lavoro del Procuratore generale della Repubblica, Tareck William Saab - dice ancora Maduro - non basta. Occorre "una rivoluzione nel campo giuridico". Perciò, chiede all'Anc di assumere il tema in tutta la sua importanza, nominando una "commissione del più alto livello", presieduta dalla vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodriguez. Una decisione importante, perché le denunce sui ritardi e la compravendita dei processi sono un problema molto sentito dalla popolazione, dentro e fuori le carceri. Quello in corso - assicura Maduro - sarà l'anno della ripresa in tutti i campi.
Un anno in cui si svolgeranno le elezioni parlamentari, a cui le forze in campo si preparano secondo i reciproci interessi e interlocutori. La destra, divisa e rancorosa, teme per la propria rendita di posizione. Lo stato di "ribellione", che ha messo il parlamento a maggioranza di opposizione fuori dalla legalità costituzionale, si è trasformato in un lucroso affare per la banda di Guaidó e compari, che ne ha approfittato per incamerare in modo truffaldino i beni del Venezuela all'estero e per intascare, a fini propri o destabilizzanti, i fiumi di dollari erogati dagli Usa per gli "aiuti umanitari".
Uno scandalo eclatante, ammesso dagli stessi Stati Uniti e denunciato anche da quella parte dell'opposizione che ha accettato il dialogo proposto infinite volte da Maduro. Nell'ultima seduta parlamentare, la nuova giunta direttiva, diretta dal deputato di opposizione Luis Parra, ha votato una risoluzione proposta dal blocco chavista per aprire un'inchiesta sulla gigantesca sottrazione di fondi effettuata dall'"autoproclamato". Una risoluzione approvata all'unanimità.
Intanto, il Partito Socialista Unito del Venezuela (il più grande dell'America Latina, con oltre 6 milioni di militanti), ogni fine settimana sta portando avanti una massiccia campagna di tesseramenti che sta già dando risultati eccezionali, e che si propone di raggiungere entro aprile oltre 9 milioni di iscritti. Un processo altamente meccanizzato e rapido, che registra ogni giorno l'altissima presenza di giovani sotto i trent'anni e di donne, asse portante di questa rivoluzione socialista e femminista, che compie ventuno anni.
Per il Venezuela bolivariano, il mese in corso è definito il "febbraio ribelle", durante il quale si ricordano date importanti che hanno preceduto e segnato il cammino di questo laboratorio del secolo 21, che si pone in continuità ideale e prospettica con la storia del movimento operaio e contadino: la rivolta popolare del Caracazo, "il primo grido contro il neoliberismo", del 27 febbraio 1989; la ribellione di Hugo Chavez, il 4 febbraio del 1992, avvio dell'unione civico-militare, spina dorsale del socialismo bolivariano.
Nell'ultima seduta dell'Anc, Diosdado Cabello, che in quella ribellione ha avuto parte attiva, ha presentato un'importante proposta che segnerà il prossimo corso della Repubblica, illustrata da Euclides Aponte e da Francisco Ameliach : quella di una nuova dottrina militare per includere la milizia nella Forza Armata Nazionale Bolivariana e rafforzare così il concetto di difesa integrale della nazione, basata sul principio di corresponsabilità tra popolo e forza armata, e contemplato nella costituzione.
Visto da qui, il giro internazionale compiuto dall'autoproclamato "presidente a interim" del Venezuela Juan Guaidó e celebrato dai media europei, appare come una gigantesca pantomima virtuale, una grande operazione di "distrazione di massa" a uso e consumo dei poteri forti, e a spese dei contribuenti. Coprendosi nuovamente di ridicolo, il presidente colombiano, Ivan Duque, si era spinto fino a chiedere a Guaidó - che, ovviamente non possiede alcuna legittimità costituzionale - l'estradizione della ex senatrice colombiana Aida Merlano, ricercata per traffico di voti.
Nel discorso pronunciato davanti al Tsj, Maduro ne aveva annunciato la cattura e aveva invitato "tutte le istituzioni colombiane che lo desiderano a venire a raccogliere le sue dichiarazioni", aggiungendo che "saranno benvenuti anche tutti i giornalisti che vorranno intervistarla", e ai quali verranno offerte tutte le garanzie: a differenza della Colombia, che ogni giorno registra l'assassinio di una o un dirigente popolare, il Venezuela rispetta i diritti umani, a partire da quelli basici.
Per questo, una campagna internazionale sulle reti sociali ha denunciato la pretesa della destra di inviare in Venezuela una "commissione per i diritti umani" patrocinata dall'OSA di Almagro, che il governo bolivariano ha rispedito al mittente. Per tutta la giornata del 2 febbraio, il Conaicop ha respinto la manovra con l'etichetta #OeaTraidoraDeSuramerica. "Noi - ha affermato Diosdado Cabello - possediamo un'arma potente e invincibile, l'arma della dignità".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 febbraio 2020
I dati che emergono dalle relazioni dell'Anno giudiziario rivelano un quadro sconosciuto e per alcuni aspetti agghiacciante. È un peccato che il tutt'altro che kolossal "Davigo-avvocati" rischi di oscurare taluni dati inediti invece tra le pieghe delle relazioni dell'Anno giudiziario. Il primo è persino agghiacciante nella sua cruda capacità di pesare quante differenti Italie, a parità di normativa ma evidentemente non di carichi-risorse-organizzazioni, ci siano dentro l'Italia giudiziaria: nelle Corti d'Appello (epicentro delle prescrizioni dei dibattimenti) si estinguono il 2,9% dei processi a Milano, il 24% nella media nazionale, il 29% a Napoli, il 48% a Roma, dove alti magistrati arrivano a prospettare la necessità di "una amnistia mirata sui reati minori" per dar fuoco a cataste di arretrati ormai inscalfibili.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 2 febbraio 2020
Per Enrico Costa, il parlamentare di Forza Italia che ha presentato una proposta di legge per cancellare la riforma della prescrizione voluta, ieri è stato un giorno importante: "Le relazioni dei presidenti delle Corti d'Appello e dei procuratori generali di tutti i distretti - commenta - dicono la stessa cosa: abolire la prescrizione non renderà migliore il sistema giustizia, anzi sarà un boomerang e ingolferà le Corti d'Appello".
E aggiunge: "Il messaggio è chiaro e non proviene dai partiti ma da chi ha a che fare con i fascicoli". La questione ora è tutta politica: l'abolizione della prescrizione non piace neppure al Pd e a Italia Viva ma, per non alterare il fragile equilibrio della maggioranza, la proposta Costa è stata rispedita in commissione. Il deputato di Forza Italia suggerisce al Pd di approfittare del momento di debolezza dei Cinque Stelle dopo il risultato in Emilia. Ma se non avverrà è pronto a dare battaglia: "Siamo pronti a chiedere il voto segreto, così le contraddizioni interne alle forze di governo emergeranno con chiarezza".
La sua proposta è stata rispedita in commissione, cosa succederà adesso?
"C'è un chiaro problema interno alla maggioranza e in particolare al Pd che, dall'opposizione, all'epoca del governo Lega-Cinque Stelle, aveva votato contro. Ora è in difficoltà. Io non sono un sabotatore dell'alleanza rosso-gialla, come qualcuno ha insinuato, la mia proposta è stata presentata il primo agosto. Il tentativo di evitare il confronto e boicottare è piuttosto del Movimento 5Stelle. L'ultimo gioco di prestigio me l'ha fatto la presidente della commissione (la grillina Francesca Businarolo ndr): ha nominato relatore della nostra proposta di legge Mario Perantoni, anche lui M5S, che si era schierato in aula a difesa della riforma Bonafede. Puoi nominare relatore uno che si è già espresso contro il provvedimento? È un chiaro sabotaggio. Attendo, ma se mi fanno lo sgambetto ci sono gli strumenti per arrivare al voto segreto e questo credo non convenga proprio ai pentastellati".
Ritiene che con il voto segreto la proposta sarebbe approvata?
"Non possiamo saperlo, ma penso che tre quarti dell'aula darà un segnale forte a Bonafede. La maggioranza ha i numeri per bocciarla ma non vuole il voto e questo mi sembra un chiaro segnale. Il Pd da un lato non vuole incrinare l'alleanza con Bonafede, dall'altro sta con chi ritiene che questa riforma sia un obbrobrio. Ma non si può pensare di mettere toppe che risulterebbero peggiori del buco. Su tema non esistono mediazioni, come ha detto ieri il presidente della Camere penali Gian Domenico Caiazza".
Il prossimo passo quale sarà?
"Intanto sarà votato in aula il decreto Mille Proroghe, ho presentato un emendamento, ma non sono il solo. Alcuni sono stati firmati anche da parlamentari della maggioranza, che chiedono la sospensione o la proroga dell'entrata in vigore, dello stop alla prescrizione. Quello dovrebbe essere un primo banco di prova".
Bonafede potrebbe trovarsi in difficoltà?
"Se vogliono tenere la maggioranza è loro interesse non fare emergere con voto segreto le diverse sensibilità. Finora c'erano le elezioni, ma tutti i messaggi che arrivano sono in questa direzione. Per me è stata una grande soddisfazione avere trasferito sul piano del dibattito argomenti che erano tecnici. E sono orgoglioso che dall'opposizione siamo riusciti a dettare l'agenda. Non do consigli a nessuno, ma se finora c'era il problema delle elezioni, adesso il Pd è più forte. Salvini, dopo le europee, ha accelerato sulla Tav. Il partito democratico sa bene che questa riforma senza una riforma del processo penale è un modo per mettere la polvere sotto il tappeto e scaricare sui cittadini le disfunzioni della macchina della giustizia. Ma se la maggioranza non riuscirà a fare chiarezza e subirò altri sgambetti so già qual è la strada. Conosco bene il regolamento e si può arrivare al voto segreto".
di Vincenzo Comi e Antonio Mazzone
Il Riformista, 2 febbraio 2020
Distinzione tra estinzione del reato ed estinzione del processo penale, introduzione dei termini di fase che ne impediscano l'irragionevole durata, previsione di cause di sospensione dei termini di fase sul modello di quanto previsto per i termini di custodia cautelare: questa la soluzione più equilibrata e costituzionalmente più adeguata che da anni viene prospettata. Il dibattito che si sta sviluppando su tale tema richiede, però, che ci si intenda sulla funzione del processo penale. In uno Stato di diritto e sociale il processo penale non può essere strumento di controllo sociale.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 febbraio 2020
Fuori dall'aula quando parla la toga. I legali stanchi di sentirsi definire una categoria di "pagati a piè di lista per tutti gli atti compiuti". Reagisce l'Anm. Appena la fanfara dei carabinieri intona per la prima volta in una inaugurazione dell'anno giudiziario milanese l'inno di Mameli, nell'Aula magna le "squadre" sembrano già in tensione pre-partita, ma di un match "telefonato" ormai da giorni di non memorabile batti e ribatti polemico, a seguito della inusuale lettera azzardata dagli avvocati penalisti finanche al presidente Mattarella (e non a caso liquidata come "irrispettosa" dal Comitato di presidenza del Csm) per chiedere di non mandare il consigliere Piercamillo Davigo a rappresentare l'istituzione.
di Carla Chiappini
Ristretti Orizzonti, 2 febbraio 2020
La giustizia non belligerante, la giustizia del percorso, che chiede impegno e propone nuove strade. La giustizia che aspettavamo, dopo tanti anni di immersione nei mali e nell'impotenza del carcere. Ora, dopo aver incontrato e accolto circa una settantina di persone "messe alla prova", siamo probabilmente in grado di formulare alcune riflessioni.
di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 2 febbraio 2020
La riforma Bonafede, che sospende la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, è legge ormai da un mese, e le disposizioni che, contestualmente, avrebbero dovuto accompagnarla, per incidere sui tempi della giustizia, invece no. Converrà partire da qui per giudicare il percorso seguito dal ministro della Giustizia.
Dico dal ministro, perché si tratta di un intervento di legge messo in campo dal governo giallo-verde, ma la cui entrata in vigore è avvenuta col governo giallo- rosso: il giallo Bonafede, però, è sempre stato lì, a via Arenula. In verità, quel che viene coni. testato al ministro è molto più che non i ritardi negli interventi legislativi che dovrebbero rendere più spedita la giustizia (e dei quali, peraltro, nulla si sa, quanto ai tempi e quanto al contenuto).
Ieri, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore generale di Milano, unendosi alle critiche dell'avvocatura, del mondo accademico, di non pochi, autorevoli magistrati, ha detto, con parole appassionate, che la riforma è "irragionevole quanto agli scopi, incoerente rispetto al sistema, confliggente con valori costituzionali".
I maestri di retorica lo definiscono un climax ascendente: l'accusa più grave, in cui culmina la frase, è infatti l'ultima, quella secondo cui la riforma rischia di cozzare contro l'articolo 111 della Costituzione, che stabilisce il principio della ragionevole durata del processo. Ma c'è davvero lo spazio per una discussione sui principi?
Temo di no, temo che alla cultura giuridica di questa maggioranza (o di suoi ampi settori, che in questa materia hanno finora sempre prevalso) sia sconosciuto non certo l'articolo della Costituzione, non arrivo a dir questo, ma la ragione per cui esso è stato introdotto, e che si può facilmente riassumere al modo in cui lo ha fatto ieri il procuratore Roberto Alfonso: "teniamo sempre bene a mente - ha detto - che il processo è garanzia, e tale deve rimanere".
Teniamo a mente, ha aggiunto, che per l'imputato, per il quale vale - sempre a norma di Costituzione - la presunzione di non colpevolezza, il processo è già una pena, "non nel senso della sanzione, ma nel senso dell'afflizione", cioè del disagio e della sofferenza che gli vengono inflitti, trascinandolo nei gironi danteschi della giustizia, ben prima che le eventuali responsabilità siano accertate. Quando parla, il ministro Bonafede sembra invece (sembra soltanto, voglio augurarmi) non avere così ben stampato in mente che la giustizia è, in uno Stato di diritto, fatta essenzialmente di garanzie, visto che esterna sempre e solo la preoccupazione che i processi non vadano in fumo.
E certo, nessuno Stato rende un buon servizio ai cittadini, se i processi non si concludono. Ma, ha continuato ancora l'alto magistrato, l'inefficienza dell'amministrazione non può ricadere sul cittadino: "la soluzione non può individuarsi nella sospensione del corso della prescrizione, a danno dell'imputato".
Ridiscendiamo il climax. La riforma è anche "incoerente rispetto al sistema". Il che vuol dire: se tu, di punto in bianco, sospendi la prescrizione, crei uno squilibrio, per il quale non hai nel frattempo approntato alcun rimedio, che rischia di mandare in tilt la macchina della giustizia. Sempre ieri, il pg della Cassazione stimava, come effetto della riforma, "un incremento del carico di lavoro della Corte di circa 20.000-25.000 processi l'anno".
Infine, la riforma Bonafede è "irragionevole quanto agli scopi", se lo scopo è, in generale, quello di rendere giustizia. Primo, perché proprio non è giustizia quella che arriva in un tempo indefinitamente lontano, a distanza pluridecennale dai fatti contestati, qualunque cosa pensi al riguardo il ministro. Secondo, perché, come ormai sanno anche le pietre, se tu ti preoccupi che non scatti la prescrizione a vanificare il lavoro dei magistrati, allora intervieni là dove la prescrizione incide di più, e cioè nelle fasi dell'indagine e dell'udienza preliminare.
Invece no, la riforma Bonafede di queste fasi cruciali si disinteressa. Ora, gli avvocati presentatisi a Napoli, nel corso della cerimonia di inaugurazione, con le manette e la Costituzione sotto il braccio, hanno forse reso più teatrale i motivi della protesta, ma non hanno detto cose diverse. Il j'accuse del presidente Tafuri contro i processi senza fine ha risuonato infatti con altrettanta forza e pari fervore.
Dopodiché, però, tutti gli argomenti di questo mondo rischiano di infrangersi contro il valore simbolico che il partito del ministro, i Cinque Stelle, ha assegnato al provvedimento. Dopo la batosta delle elezioni regionali, può darsi che siano costretti a più miti consigli, e che la mediazione Conte (i cui contorni restano in verità assai fumosi) avrà successo.
Al tirar delle somme, al Pd non dispiace certo l'attuale debolezza grillina, ma da quelle parti temono anche di non poter insistere più di tanto: il rischio di un'esplosione del Movimento, di una sorta di muoia Sansone con tutti i filistei è dietro l'angolo.
di Aldo Grasso
Corriere della Sera, 2 febbraio 2020
Di paradosso in paradosso. Ieri, durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario di Milano, gli avvocati sono usciti dall'aula nel momento in cui il consigliere del Csm Piercamillo Davigo ha preso la parola, ritenendo inopportuna la sua presenza. Perché? Colpa dei paradossi.
di Silvio Buzzanza
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Protestano gli avvocati: contro Davigo e la prescrizione. A Milano si denuncia la presenza pervasiva della 'ndrangheta. Come a Reggio Calabria. A Palermo si ricorda che la mafia è sempre forte. A Messina mancano i magistrati. A Catania contenti della lotta all'immigrazione clandestina. A Roma in aumento i casi di corruzione, i reati di natura sessuale e il traffico illecito di rifiuti.
La legge sulla prescrizione "presenta rischi di incostituzionalità" e "viola l'art. 111 della Costituzione, dice il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Fuori gli avvocati penalisti manifestano con dei cartelli che riproducono gli articoli 24, 27 e 111 della Costituzione. Dentro grandi applausi per Piercamillo Davigo, che i penalisti non volevano alla manifestazione. Ma quando il presidente della II sezione penale della Cassazione prende la parola un solitario contestatore gli urla "vergogna" e interrompe il suo discorso. Alla presenza del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, della presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia e il vicepresidente del Csm David Ermini.
Alfonso parla anche, fra le altre cose del "coinvolgimento di soggetti legati alla 'ndrangheta" nelle recenti inchieste milanesi sui traffici illeciti di rifiuti. "Prova dell'estremo interesse che l'organizzazione criminale nutre per un'attività illecita che garantisce lauti guadagni, l'ampliamento della rete relazionale attraverso contatti con un'imprenditoria ingorda e spregiudicata, e un trattamento sanzionatorio 'mite".
Dall'altro capo del Paese gli fa eco il procuratore di Reggio Calabria Luciano Gerardis, che si è sentito anche male ed è stato sostituito da un collega, dicendo che "la città è la capitale storica ed attuale dell'organizzazione criminale chiamata 'ndrangheta". Il magistrato mette allora in guardia rispetto alle "gravi conseguenze dell'inadeguatezza della dotazione di risorse per l'esercizio della giurisdizione". Parla della lotta alla 'ndrangheta che non si può fare per mancanza di mezzi, nonostante "per pervasività, capillarità, ramificazioni interne ed internazionali e potenzialità delinquenziale l'organizzazione è unanimemente ritenuta una delle più pericolose, se non la più pericolosa, del mondo".
Lontani i tempi in cui si diceva che la 'ndrangheta al Nord non esisteva e il governatore leghista della Lombardia esigeva trasmissioni tv di riparazione dopo le denunce di Roberto Saviano. Ma quello che si sente oggi a Milano e Reggio Calabria sono solo due delle facce del pianeta giustizia. Un mondo variegato dove trovano posto molti problemi e molti spunti. Spesso contraddittori.
A Catania per esempio, da dove è partita la richiesta di processare Matteo Salvini per le sue decisioni di non fare sbarcare i migranti che si trovavano sulla nave Gregoretti, il presidente della Corte d'Appello Giuseppe Meliadò fa sapere che "continua con grande efficienza e competenza l'attività di contrasto ai reati collegati al fenomeno dell'immigrazione clandestina, che, nonostante la contrazione dei flussi migratori, continua a incidere ancora sul distretto". Tutto merito, forse, del procuratore capo Carmelo Zuccaro che ha indagato tutto e tutti.
Nella vicina Messina il presidente della Corte d'Appello Michele Galluccio punta il dito contro gli infortuni sul lavoro che in un anno sono cresciuto dell'800 per cento. Insieme ai reati contro la Pubblica amministrazione quali peculato, malversazione, corruzione e concussione. Anche qui, come in molte sedi del Sud si fa notare la carenza di organici e si dice che "Il distretto di Messina è stato il più penalizzato d'Italia. Nei tribunali di Messina, Barcellona Pozzo di Gotto e Patti, mancano cinque magistrati".
Spostandosi a Palermo, il presidente della Corte di Appello Matteo Frasca bacchetta la politica: "Abbiamo assistito diverse volte all'annuncio di riforme epocali, creando l'aspettativa di soluzioni salvifiche e palingenetiche che però si sono rivelati progetti disancorati dalla realtà e destinati a rimanere soltanto pie intenzioni", dice. E amaramente annuncia: "Cosa nostra continua ad esercitare il suo diffuso, penetrante e violento controllo sulle attività economiche e sociali del territorio".
A Roma, sono in aumento i casi di corruzione e i reati di natura sessuale. Su quelli ambientali emerge una gestione illecita dell'intero ciclo dei rifiuti. "A Roma è andato prescritto un reato su due", ha detto il presidente Luciano Panzani nel corso del suo intervento, facendo riferimento al primo e al secondo grado. "È in aumento il numero di iscrizioni per corruzione (da 45 a 71 a noti e da 11 a 10 ignoti), così come è confermato il trend in aumento delle iscrizioni per corruzioni in atti giudiziari", si legge nella relazione del procuratore generale facente funzioni della Corte d'appello di Roma, Federico De Siervo.
"Sono in corso una serie di investigazioni che riguardano il mondo gestito da Ama (la municipalizzata dei rifiuti ndr) nel corso delle quali sta emergendo in modo abbastanza chiaro che tra cattiva gestione degli impianti di Tmb e omessi controlli di attività gestite tramite società appaltatrici, nonché cattiva gestione delle isole ecologiche, non c'è segmento di tale attività di gestione del ciclo rifiuti che non sia stata investigata e gestita in modo illecito", continua la relazione.
A Bologna, ecco un'altra contraddizione, si lamenta che proprio le norme varate da poco per tutelare le donne, il Codice Rosso, siano un po' un ostacolo al corso della Giustizia. Roberto Aponte, presidente vicario della Corte d'Appello lo dice chiaramente: questa norma "desta qualche perplessità" e "rischia di determinare un forte aggravio di lavoro per la Polizia giudiziaria e per le Procure del distretto".
A Nord Ovest, a Torino, Edoardo Barelli Innocenti, presidente della Corte di Appello di Torino, critica invece i media. Prende spunto da due fatti di sangue avvenuti nella città della Mole e dice che le cronache di quanto accaduto hanno "messo in evidenza ancora una volta quello che a mio parere è uno dei problemi della società contemporanea italiana: il rapporto tra giustizia e informazione. Troppo spesso si dà credito a voci di corridoio, vere o presunte che siano, e si grida allo scandalo prima ancora di sapere come sono avvenuti realmente i fatti, il cui concreto svolgimento deve essere approfondito nelle sedi competenti".
A Firenze invece il problema che viene segnalato è quello delle morti per overdose. Ma soprattutto, anche qui, l'infiltrazione delle mafie nel tessuto economico: "Le numerose indagini hanno disvelato l'esistenza di meccanismi di infiltrazione delle diverse mafie nei circuiti dell'economia legale e nel tessuto dell'economia locale, con molteplici e diversificati investimenti, dall'accaparramento di lavori pubblici e privati, al settore immobiliari, dice il procuratore generale presso la Corte d'Appello di Firenze, Marcello Viola.
A Foggia, epicentro negli ultimi mesi di una impennata di estorsioni e omicidi, si dice che "lo Stato e la criminalità si fronteggiano in una partita decisiva per il controllo del territorio e della società civile". Ma il procuratore generale di Bari Franco Cassano spiega che tutto questo è avvenuto "da quando lo Stato è intervenuto in modo severo, con arresti e operazioni che hanno ristretto l'area di manovra delinquenziale, e dunque le necessità economiche delle batterie sono cresciute, per l'aumento dei sodali detenuti e delle famiglie da sostenere".
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Panzani: "Porre rimedio all'arretrato con amnistia mirata per i reati minori". Il pg De Siervo: Roma "snodo importante" per affari delle organizzazioni criminali. Aumentano procedimenti per corruzione. Femminicidi e violenze sessuali in crescita. È allarme prescrizione nei processi di appello a Roma. Il 48% dei dibattimenti (pari a 7743) si chiude in questo modo.
"Questo è il risultato del collo di bottiglia a cui si è ridotto l'appello", ha denunciato il presidente della corte d'appello Luciano Panzani nella relazione per l'anno giudiziario. Nel distretto del Lazio nel 2019 "i giudizi prescritti erano 19.500 su un totale di 125.000, pari al 15%. Di questi 48% in appello (7.743) e 10% al gip-gup (7.300), 12% al monocratico (4.300), 5% al collegiale (118).
La prescrizione colpisce maggiormente nei processi per cui c'è condanna in primo grado e quindi quasi uno su due a Roma". In appello "l'elevato numero delle prescrizioni è stato determinato dal notevole ritardo nell'arrivo del fascicolo in corte dopo la proposizione dell'atto di appello, cui si è aggiunto il tempo necessario per l'instaurazione del rapporto processuale, spesso condizionato da vizi di notifica", ha spiegato Panzani.
Anche se "la prescrizione non è l'unica causa della lentezza della giustizia penale e neppure la più importante" il problema ad esso connessa può essere risolto. "Se i processi prescritti sono il 10% dei definiti sul totale ed incidono soprattutto in appello, si tratta di potenziare adeguatamente le corti di appello e di porre rimedio all'arretrato che si è accumulato, per i reati minori, con un'amnistia mirata", ha affermato Panzani.
"Sospendere la prescrizione non serve a nulla - ha detto -. Significa soltanto accumulare i processi senza che ci siano le risorse per farli".
"L'impegno del Ministero per assumere personale (gli uffici hanno scoperti di personale amministrativo del 20-30%) non possono essere sufficienti e tempestivi. I vuoti di organico dei magistrati richiedono al ritmo attuale cinque anni di concorsi per essere colmati. Sospendere i processi senza farli significa ledere in modo irreparabile diritti fondamentali ad un processo equo e tempestivo, evitando che la pena venga irrogata e scontata dopo che è passato troppo tempo dal fatto e quando ormai ha perso gran parte del suo significato", ha aggiunto il presidente Panzani.
"Sono in corso una serie di indagini che riguardano il mondo gestito da Ama dalle quali sta emergendo in modo abbastanza chiaro che tra cattiva gestione degli impianti di Tmb e omessi controlli di attività gestite tramite società appaltatrici, nonché cattiva gestione delle isole ecologiche, non c'è segmento di tale attività di gestione del ciclo rifiuti che non sia stata investigata e gestita in modo illecito", ha affermato il procuratore generale facente funzione della Corte d'appello di Roma, Federico De Siervo durante la cerimonia.
"A seguito di numerosi esposti denunce di cittadini e di associazioni - ha ricordato De Siervo - si è accertato che in molte zone di Roma, per carenza di personale e di mezzi adeguati, non si è provveduto ad una regolare raccolta di rifiuti urbani dai cassonetti. È stato in questo caso contestato il reato di stoccaggio illecito di rifiuti. Inoltre è emerso che anche i servizi gestiti da Ama per il tramite di società esterne vincitrici di appalti, come la raccolta di rifiuti di utenze non domestiche, non hanno dato risultati soddisfacenti in quanto la carenza si sorveglianza e controllo da parte della partecipata del Comune ha consentito da un lato il mancato rispetto del contratto per cui i rifiuti di tali utenze venivano prelevati senza la dovuta regolarità, dall'altro si rendeva necessario l'intervento di Ama ad integrazione ovvero nei casi di siti particolarmente delicati (come d esempio per le cliniche sanitarie)".
"Particolare attenzione - ha concluso il pg - è stata dedicata alle isole ecologiche gestite da Ama: è infatti emerso che a fronte di conferimenti di rifiuti da parte di soggetti non autorizzati, vengono tollerate asportazioni di rifiuti pregiati in quanto fonti di guadagno, rifiuti successivamente conferiti illecitamente in cambio di danaro presso centri che potrebbero ricevere solo da soggetti autorizzati; spesso il passaggio di tali rifiuti viene mascherato dietro la forma, in realtà falsa, di acquisti di End of Waste (cioè rifiuti diventati a seguito di trattamenti "materie prime"), alterando in tal modo l'equilibrio che dovrebbe esistere tra costi di smaltimento e ricavi dallo smaltimento di un determinato tipo di rifiuto". È stato accertato "un giro di affari notevolissimo" (pari a circa 17 milioni di euro) e chi indaga procede per traffico illecito di rifiuti.
Roma continua a essere "uno snodo importante" per tutti gli affari leciti ed illeciti delle organizzazioni criminali tradizionali (soprattutto 'ndrangheta e camorra) che da lungo tempo acquisiscono, anche a prezzi fuori mercato, immobili, società ed esercizi commerciali nei quali impiegano ingenti risorse economiche provenienti da delitti", ha affermato il procuratore generale facente funzioni della corte d'appello di Roma Federico De Siervo. Le cosche, realtà "plurime e diversificate, senza che ci sia un solo soggetto in posizione di forza e preminenza su altri", scelgono appositamente di investire "a Roma e nel basso Lazio, in quanto la vastità del territorio e la presenza di numerosissimi esercizi commerciali, attività imprenditoriali, società finanziarie e di intermediazione, immobili di pregio consentono di mimetizzare gli investimenti". L'occupazione del territorio avviene senza l'adozione di "comportamenti manifestamente violenti", ha evidenziato De Siervo.
Aumentano procedimenti per corruzione - Aumentano a Roma le iscrizioni dei procedimenti per corruzione (da 45 a 71 a noti e da 11 a 10 ignoti), ed è in crescita il trend delle iscrizioni per corruzione in atti giudiziari che è pari al doppio dell'anno precedente (passano a noti da 13 a 25 e a ignoti da 1 a 4), si legge nella relazione di De Siervo. Aumenta anche il numero di iscrizioni per concussione (da 12 a 18 a noti e da 15 a 16 a ignoti).
Femminicidi e violenze sessuali in crescita - Aumentano di una unità i casi di femminicidio (da 3 a 4), cresce il numero delle violenze sessuali (876 procedimenti nel 2019 rispetto ai 789 dell'anno prima, pari a un +11%) e quello delle violenze sessuali di gruppo (da 19 a 24). E se si aggiungono i fascicoli relativi alla pedopornografia, che sono stati complessivamente 262, i procedimenti per violenza sessuale, sono stati 1138 (nel 2018 erano 989) con un incremento del 15%, dicono i dati contenuti nella relazione di De Siervo.
Nello stesso tempo si registra un incremento notevole degli arresti in flagranza per le violenze sessuali, che da 49 sono saliti a 74, con un aumento pari al +51% e sono aumentati i procedimenti iscritti per adescamento di minori (+12,8% da 117 a 132) e prevalentemente commessi attraverso la rete internet, per i maltrattamenti in famiglia (1788 quando nell'anno precedente erano stati 1596, dunque + 12%).
A riprova della "diffusione e gravità dei fenomeni criminali in esame, ma anche espressione dell'intensa e qualificata attività mirata al loro contrasto apprestata dai pm capitolini e dalle forze dell'ordine" - ha osservato De Siervo - vale il numero di richieste di applicazione di misure cautelari per i delitti di competenza del gruppo specializzato. Sono state richieste 790 misure cautelari personali (e 3 interdittive) con un incremento pari a un +18,4 % (667 l'anno prima), così suddivise: 332 custodie in carcere e arresti domiciliari ( nel 2018 erano state 300), pari ad un aumento del + 10.6 %; 414 non custodiali (divieti di avvicinamento e allontanamento dall'abitazione familiare); e 15 misure di sicurezza (nel 2108 erano 10).
Gli arresti in flagranza di reato ed i fermi di polizia giudiziari riferiti al 2019 riguardano 3 casi di femminicidio, 12 di tentato femminicidio, 88 di maltrattamenti, 73 di violenza sessuale (di cui 10 di violenza di gruppo), 74 di lesioni volontarie aggravate e 33 di atti persecutori. I casi di femminicidio nel periodo di riferimento sono stati 4 (nell'anno precedente erano stati 3) e 13 i tentativi di femminicidio (nel 2018 erano stati 10).
Ancora elevato - ha evidenziato il pg De Siervo - il numero dei minorenni ascoltati con modalità protette in ragione della loro condizione di vulnerabilità. Nell'anno giudiziario 2019 i minorenni ascoltati con modalità protette sono stati 226 (nel 2018 erano stati 207) con un incremento del +9,2%. Si conferma la circostanza significativa della diffusione della violenza di genere dal dato significativo delle vittime poiché prevalgono sempre le bambine che sono state ben 149 (nel 2018 erano state 138) a fronte di 77 bambini.
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