di Stefano Liburdi
Il Tempo, 23 dicembre 2019
Festa nella torrefazione del carcere di Rebibbia. Brindisi con le note del duo Di Battista-Nicolai.
"Poi d'improvviso venivo dal vento rapito. E incominciavo a volare nel cielo infinito". Nicky Nicolai intona la canzone italiana più famosa al mondo accompagnata dalle note del sassofono di Stefano Di Battista e dei suoi musicisti.
La platea accompagna con battiti di mani e canta insieme alla raffinata artista il ritornello. "Volare oh oh, Cantare oh oh oh, nel blu dipinto di blu. Felice di stare lassù". Sorrisi e voglia di stare bene nella torrefazione del "Caffè Galeotto" all'interno del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. Qui il caffè viene tostato, pulito, fatto riposare per tre o quattro giorni all'interno dei silos dove finisce di fermentare e, infine, imbustato.
Tavoli coperti da tovaglie rosso-festa occupano lo spazio centrale della fabbrica, a fare da contorno sacchi di juta colmi di chicchi di caffè e i macchinari per la produzione. Detenuti, camerieri per l'occasione, portano piatti colmi di cibo che loro stessi hanno preparato per l'occasione. Come ogni anno la Panta Coop, titolare dell'attività di torrefazione, si è fatta promotrice del pranzo di Natale occasione di incontro tra società esterna con il mondo del carcere.
"Volare oh, oh. Cantare oh oh oh", si alzano ondeggianti le mani del "parterre" dove siede la dott.ssa Rosella Santoro, che da tre anni a capo di questo Istituto, ha trasformato un luogo di pena e espiazione in un luogo di formazione, occupazione, di recupero e reinserimento con attività produttive. Applaudono e sorridono il senatore Pier Paolo Sileri, l'assessore al Comune di Roma Daniele Frongia, la presidente del IV Municipio Roberta Della Casa.
E ancora sorrisi da Daniela De Roberts, qui in rappresentanza del Garante Nazionale dei diritti delle persone prive della libertà, con lei il Garante Regionale dei diritti dei detenuti Stefano Anastasia e il Garante Comunale Gabriella Stramaccioni. Seduti ai tavoli anche esponenti della polizia penitenziaria, volontari, fornitori, clienti del Caffè Galeotto e i detenuti che fanno gli onori di casa. Hanno lavorato con cura per rendere accogliente il magazzino dove lavorano e in effetti ci sembra di respirare e di riconoscere la vita che qui scorre anche gli altri giorni. Tra sorrisi e strette di mano, tutti sono stati accolti da un prosecco di benvenuto che ha dato inizio al banchetto. Cornetti salati e rotoli di pasta ripieni hanno preceduto una lasagna calda, abbondante e delicata.
Poi polpette alla crema di peperoni prima del gran finale con il tiramisù al sapore di mandorle e la specialità della casa: il caffè. Un detenuto ha il piatto vuoto, sorride e beve coca cola. Ha superato i cinquant'anni e viene dal Senegal: è in carcere da otto anni. Tra pochi mesi sarà fuori. Lui non mangia carne, sorridendo svela il segreto della sua tranquillità davanti alla lasagna: "Ho mangiato prima un piatto di spaghetti alle vongole in sezione".
Ridiamo insieme. Vendeva merce contraffatta nelle vie del centro di Roma quando è stato arrestato. No, i suoi "fornitori" no. Loro sono ancora in giro e lo avranno certamente sostituito con qualche altro che ripercorrerà la sua stessa strada. Il senso alla detenzione lui lo ha trovato qui a Rebibbia, nella torrefazione. Lavora alla macchina che confeziona il caffè alla fine del processo di produzione. Ha un lavoro in mano e una formazione che potrebbe agevolarlo quando sarà fuori di qui e si riaffaccerà al mondo esterno.
La Torrefazione occupa 10 detenuti regolarmente assunti e 4 in formazione. Grazie al progetto del Caffè Galeotto, quest'anno hanno assaporato la libertà accedendo ai benefici di leggi e inserendosi nel mondo del lavoro ben tre detenuti. "Sono piccoli numeri lo so - spiega Mauro Pellegrini che nei primi anni duemila ha fondato la Panta Coop - Ma per noi sono un'enormità e una grandissima soddisfazione. Il coronamento di tutto il nostro lavoro".
L'impegno è quello di far sì che la pena non sia solamente "punitiva", ma sia anche e soprattutto occasione di riscatto personale. Diventa fondamentale dunque fornire i mezzi a chi i mezzi non li ha avuti o non li ha voluti usare. Attraverso la formazione prima e il lavoro poi, il detenuto può recuperare dignità e affrontare l'impatto con il mondo esterno sempre poco propenso a riaccogliere chi ha sbagliato.
Chi non ha beneficiato di attività formative ha un tasso di recidiva superiore al 70% contro quello che sfiora il 5% di chi è accolto in realtà lavorative. Nicky Nicolai e Stefano Di Battista continuano a trascinare il pubblico e con la loro musica contribuiscono a rendere indimenticabile questa giornata per gli ospiti. L'insolito pubblico ascolta e partecipa.
I due artisti hanno sposato da tempo questa causa e a ogni occasione, con sempre maggior entusiasmo, offrono dei momenti di serenità a persone che stanno affrontando un momento delicato della propria esistenza. "Penso che un sogno così non ritorni mai più", ma la voglia è che questa giornata di forti emozioni non finisca con il pranzo, ma che questo spirito prosegua nella vita e nell'impegno di tutti i giorni. Che sia dentro o fuori da queste mura.
di Stefano Liburdi
Il Tempo, 23 dicembre 2019
Festa nella torrefazione del carcere di Rebibbia. Brindisi con le note del duo Di Battista-Nicolai.
"Poi d'improvviso venivo dal vento rapito. E incominciavo a volare nel cielo infinito". Nicky Nicolai intona la canzone italiana più famosa al mondo accompagnata dalle note del sassofono di Stefano Di Battista e dei suoi musicisti.
La platea accompagna con battiti di mani e canta insieme alla raffinata artista il ritornello. "Volare oh oh, Cantare oh oh oh, nel blu dipinto di blu. Felice di stare lassù". Sorrisi e voglia di stare bene nella torrefazione del "Caffè Galeotto" all'interno del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. Qui il caffè viene tostato, pulito, fatto riposare per tre o quattro giorni all'interno dei silos dove finisce di fermentare e, infine, imbustato.
Tavoli coperti da tovaglie rosso-festa occupano lo spazio centrale della fabbrica, a fare da contorno sacchi di juta colmi di chicchi di caffè e i macchinari per la produzione. Detenuti, camerieri per l'occasione, portano piatti colmi di cibo che loro stessi hanno preparato per l'occasione. Come ogni anno la Panta Coop, titolare dell'attività di torrefazione, si è fatta promotrice del pranzo di Natale occasione di incontro tra società esterna con il mondo del carcere.
"Volare oh, oh. Cantare oh oh oh", si alzano ondeggianti le mani del "parterre" dove siede la dott.ssa Rosella Santoro, che da tre anni a capo di questo Istituto, ha trasformato un luogo di pena e espiazione in un luogo di formazione, occupazione, di recupero e reinserimento con attività produttive. Applaudono e sorridono il senatore Pier Paolo Sileri, l'assessore al Comune di Roma Daniele Frongia, la presidente del IV Municipio Roberta Della Casa.
E ancora sorrisi da Daniela De Roberts, qui in rappresentanza del Garante Nazionale dei diritti delle persone prive della libertà, con lei il Garante Regionale dei diritti dei detenuti Stefano Anastasia e il Garante Comunale Gabriella Stramaccioni. Seduti ai tavoli anche esponenti della polizia penitenziaria, volontari, fornitori, clienti del Caffè Galeotto e i detenuti che fanno gli onori di casa. Hanno lavorato con cura per rendere accogliente il magazzino dove lavorano e in effetti ci sembra di respirare e di riconoscere la vita che qui scorre anche gli altri giorni. Tra sorrisi e strette di mano, tutti sono stati accolti da un prosecco di benvenuto che ha dato inizio al banchetto. Cornetti salati e rotoli di pasta ripieni hanno preceduto una lasagna calda, abbondante e delicata.
Poi polpette alla crema di peperoni prima del gran finale con il tiramisù al sapore di mandorle e la specialità della casa: il caffè. Un detenuto ha il piatto vuoto, sorride e beve coca cola. Ha superato i cinquant'anni e viene dal Senegal: è in carcere da otto anni. Tra pochi mesi sarà fuori. Lui non mangia carne, sorridendo svela il segreto della sua tranquillità davanti alla lasagna: "Ho mangiato prima un piatto di spaghetti alle vongole in sezione".
Ridiamo insieme. Vendeva merce contraffatta nelle vie del centro di Roma quando è stato arrestato. No, i suoi "fornitori" no. Loro sono ancora in giro e lo avranno certamente sostituito con qualche altro che ripercorrerà la sua stessa strada. Il senso alla detenzione lui lo ha trovato qui a Rebibbia, nella torrefazione. Lavora alla macchina che confeziona il caffè alla fine del processo di produzione. Ha un lavoro in mano e una formazione che potrebbe agevolarlo quando sarà fuori di qui e si riaffaccerà al mondo esterno.
La Torrefazione occupa 10 detenuti regolarmente assunti e 4 in formazione. Grazie al progetto del Caffè Galeotto, quest'anno hanno assaporato la libertà accedendo ai benefici di leggi e inserendosi nel mondo del lavoro ben tre detenuti. "Sono piccoli numeri lo so - spiega Mauro Pellegrini che nei primi anni duemila ha fondato la Panta Coop - Ma per noi sono un'enormità e una grandissima soddisfazione. Il coronamento di tutto il nostro lavoro".
L'impegno è quello di far sì che la pena non sia solamente "punitiva", ma sia anche e soprattutto occasione di riscatto personale. Diventa fondamentale dunque fornire i mezzi a chi i mezzi non li ha avuti o non li ha voluti usare. Attraverso la formazione prima e il lavoro poi, il detenuto può recuperare dignità e affrontare l'impatto con il mondo esterno sempre poco propenso a riaccogliere chi ha sbagliato.
Chi non ha beneficiato di attività formative ha un tasso di recidiva superiore al 70% contro quello che sfiora il 5% di chi è accolto in realtà lavorative. Nicky Nicolai e Stefano Di Battista continuano a trascinare il pubblico e con la loro musica contribuiscono a rendere indimenticabile questa giornata per gli ospiti. L'insolito pubblico ascolta e partecipa.
I due artisti hanno sposato da tempo questa causa e a ogni occasione, con sempre maggior entusiasmo, offrono dei momenti di serenità a persone che stanno affrontando un momento delicato della propria esistenza. "Penso che un sogno così non ritorni mai più", ma la voglia è che questa giornata di forti emozioni non finisca con il pranzo, ma che questo spirito prosegua nella vita e nell'impegno di tutti i giorni. Che sia dentro o fuori da queste mura.
Il Gazzettino, 23 dicembre 2019
Messa in carcere "La responsabilità vi rende liberi". "Caro vescovo Michele la nostra comunità è fatta di tante nazionalità e culture diverse, ma anche qui dentro, tra queste quattro mura, è possibile vivere in pace. È possibile quando ci sentiamo amati". Le porte della piccola cappella a due passi dalle celle si sono aperte ieri mattina dentro la Casa circondariale di Santa Bona per far prender posto all'altare al vescovo Michele Tomasi che - per la prima volta dal suo arrivo nella diocesi di Treviso - ha celebrato qui la messa.
Inizia in tono confidenziale il saluto di benvenuto rivolto al presule da una trentina di detenuti che ieri hanno partecipato alla celebrazione. Ci si stringe tra i banchi della piccola chiesa. A celebrare la liturgia con il vescovo è arrivato pure don Piero Zardo, il cappellano del carcere che qui è di casa. In chiesa c'è anche il direttore della struttura carceraria, Alberto Quagliotto. Al vescovo i detenuti spiegano senza troppi giri di parole quanto valore abbia la sua presenza. Il saper loro dire: io ci sono. A pochi giorni dal Natale la visita e la prima messa risuonano come un regalo atteso: "Caro fratello vescovo è importante che lei sia qui tra noi oggi legge un detenuto nella lettera di benvenuto al presule Noi ci sentiamo parte della Chiesa. Vogliamo gustarci la vita anche qui dentro". A monsignor Tomasi viene subito in mente quando per la prima volta nella sua vita ha varcato la soglia di un carcere: "È stata una mattina di Natale. Avevo 17 anni. Ero andato con un gruppo di giovani e le chitarre".
Di seguito è il brano del Vangelo dell'ultima domenica di Avvento a far scandire al presule parole come giustizia, obbedienza e libertà. Che nella piccola chiesa del carcere non possono non risuonare con un'eco speciale: "In tutte le forme di giustizia che noi viviamo in questa terra l'obiettivo è rispettare e permettere a ciascuno di vivere il proprio essere umano.
La propria dignità umana. E la dignità passa attraverso la capacità di assumersi la responsabilità di ciò che siamo. La mia vita può diventare nuova attraverso la mia abilità ad assumermi la mia responsabilità. Allora faccio l'esperienza che può sembrare strana, quasi assurda, che se obbedisco divento davvero libero".
Non tardano a giungere ai detenuti e a tutto il personale della struttura carceraria gli auguri di buon Natale ormai alle porte: "Il Signore non dice mai tu non hai speranza. E continua a dirmelo così tante volte che alla fine mi devo arrendere. Crederci. E dire proviamo a fare nuova questa esistenza. Proviamo a dare un senso positivo a quello che mi hai dato e che sono. Questa è tutta la nostra vita. È così per tutti noi. Se vogliamo essere giusti dobbiamo essere prima di tutto umani. Per poterci sentire perdonati dobbiamo scoprire dov'è la nostra vera dignità".
umbriajournal.com, 23 dicembre 2019
Serata di tensione, ieri, nel carcere Capanne di Perugia dove i detenuti ristretti nella II Sezione Penale hanno inscenato una pacifica protesta, rientrata in tarda serata. "È successo che i detenuti lamentano la precarietà del riscaldamento e del servizio elettrico, che spesso non funzionano e lasciano le celle al freddo", spiega Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l'Umbria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. "Si è trattato, come detto, di una protesta pacifica, gestita al meglio dal personale di Polizia Penitenziaria dei vari ruoli, ma che ha fatto emergere in maniera chiara ed evidente una criticità significativa che può essere foriera di ulteriori tensioni se ad essa non si pone rimedio con urgenza".
Apprezzamento per la professionalità ed il senso del dovere del personale di Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere Capanne di Perugia arriva anche da Donato Capece, segretario generale del Sappe: "Il personale di Polizia Penitenziaria ha saputo gestire l'evento critico nel modo migliore, tranquillizzando i detenuti ed evitando quindi che le pacifiche lamentele potessero degenerare.
Ancora una volta è la Polizia Penitenziaria, l'unica realtà professionale effettivamente presente 24 ore al giorno in carcere, a dover fronteggiare queste situazioni di tensione ed a farlo, come è successo ieri sera a Perugia, con competenza e professionalità, garantendo ordine e sicurezza in un contesto certamente critico. Alle donne e agli uomini con il Basco Azzurro del Corpo va l'apprezzamento e la vicinanza del Sappe".
ecodicaserta.it, 23 dicembre 2019
Una giornata diversa. Un pranzo particolare per festeggiare il Natale con i 550 reclusi del carcere di Carinola. Il presidente di Anci Campania, Carlo Marino, è stato ospite del direttore della Casa di Reclusione "G.B. Novelli" di Carinola, Carlo Brunetti, insieme alla presidente dell'Asi di Caserta, Raffaella Pignetti. Un pranzo organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, con il contributo di tanti volontari, finalizzato a offrire un momento di svago a persone in una particolare situazione di disagio.
Nel giugno 2013 il carcere di Carinola fu riconfigurato come Istituto a custodia attenuata, con reparto interamente a sorveglianza dinamica, e adibito alla detenzione esclusiva dei detenuti inseriti nel circuito media sicurezza a custodia attenuata. Nel novembre del 2017 è diventato Casa Reclusione a regime ordinario con sezione a custodia attenuata. Per questo motivo, in un futuro prossimo, ma molto ravvicinato, si può immaginare la realizzazione di speciali accordi di Anci Campania con l'Istituto di pena al fine di consentire ad alcuni reclusi di partecipare a lavori di pubblica utilità (Lpu) con i Comuni, peraltro già previsti dal Ministero della Giustizia come sanzioni penali sostitutive.
Lpu, come è noto, consiste nella prestazione di un'attività non retribuita a favore della collettività da svolgere anche presso i comuni o presso enti e organizzazioni di assistenza sociale o volontariato. L'idea è di rendere generale per tutti i Comuni della Campania il Protocollo d'intesa firmato il 5 aprile 2018 tra Anci e Ministero della Giustizia sul programma sperimentale per lo svolgimento di attività lavorative extra-murarie di protezione ambientale e di recupero del decoro di spazi pubblici ed aree verdi da parte dei soggetti in stato di detenzione e di modelli locali di gestione integrata del ciclo di raccolta dei rifiuti nelle comunità penitenziarie territoriali.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 23 dicembre 2019
Preferiamo far finta di niente per non rovinare i rapporti con le potenze che reggono l'economia del mondo. Per la difesa dei diritti umani non c'è più posto. Auguri sentiti, al di là di tutte le confessioni e gli ideali professati, ai perseguitati che vengono vessati senza che noi europei e occidentali, i campioni dell'ipocrisia e della declamazione retorica sui diritti e valori universali, apriamo bocca per denunciare quei crimini. Auguri ai curdi, inseguiti e discriminati dalle feroci milizie turche, dopo che avevano eroicamente fronteggiato l'Isis.
Auguri agli uiguri, la minoranza musulmana in Cina, deportati a centinaia di migliaia nei campi di concentramento nel silenzio di chi non vuole turbare i proficui rapporti con Pechino. Auguri ai morti e rifugiati del popolo islamico Rohingya, massacrato dalla Birmania di San Suu Kyi, incredibilmente Premio Nobel per la pace.
Auguri ai cristiani dell'Arabia Saudita uccisi perché in possesso di un rosario o di un crocefisso, ai cristiani del Pakistan accusati di blasfemia solo perché onorano il loro Dio, ai cristiani della Nigeria sterminati dai fanatici terroristi islamisti. Auguri alle donne che in Iran si strappano in piazza il velo dell'oppressione vengono incarcerate e oppresse. Auguri agli omosessuali russi che a Mosca vengono picchiati con inaudita violenza non appena osano manifestare il loro orgoglio gay. Auguri agli omosessuali palestinesi perseguitati e costretti a riparare nel civile e democratico Stato di Israele.
Auguri ai siriani fatti fuori a centinaia di migliaia dal tiranno Assad, nel silenzio complice della comunità internazionale. Auguri a Ayaan Hirsi Ali, messa al bando dalle università americane prese in ostaggio dai fanatici intolleranti che non sopportano le sue battaglie contro il fondamentalismo islamista. Auguri ai profughi dei campi di concentramento in Libia che scappano dalla miseria più totale, torturati e stuprati nell'assoluta impotenza dell'Onu e dell'Europa che consegna silente la Libia alla Russia e alla Turchia di Erdogan, e che suscitano attenzione solo se a pochi chilometri dalle cose europee.
Auguri ai venezuelani vessati dal regime di Maduro, ai cubani vessati dal regime castrista, al popolo dell'Amazzonia vessato dal regime di Bolsonaro. Auguri a tutti loro, e carbone amaro a vagonate per noi che voltiamo la testa dall'altra parte, che preferiamo far finta di niente per non rovinare i rapporti con le potenze che reggono l'economia del mondo. Per la difesa dei diritti umani non c'è più posto.
Il Riformista, 23 dicembre 2019
In merito al nostro articolo dal titolo "Profughi, 5.000 nuovi homeless: grazie Lamorgese", pubblicato nell'edizione cartacea di sabato 21 dicembre e rilanciato sul sito de Il Riformista, il ministero dell'Interno ci ha risposto con una nota che riportiamo integralmente:
Egregio Direttore, in relazione all'articolo "profughi: 5.000 nuovi homeless" pubblicato sul giornale da Lei diretto, è gradita occasione per fornire alcune chiarificazioni.
A legislazione vigente, i titolari dei permessi di soggiorno per motivi umanitari possono rimanere nel nuovo Sistema di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (Siproimi) solo fino al termine dei progetti in corso, la maggior parte dei quali scadrà il prossimo 31 dicembre. La proroga di tali progetti, prevista nel decreto ministeriale adottato lo scorso 18 novembre, non è pertanto applicabile ai titolari di permesso umanitario.
Nonostante questo quadro normativo, nessuno dei 1.428 titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari, attualmente presenti nel Siproimi, comunque finirà per strada. Per dare continuità all'azione di assistenza l'Autorità Responsabile dei fondi europei Fami ha già pubblicato, infatti, due specifici avvisi riservati agli Enti Locali per finanziare iniziative di accompagnamento all'autonomia e all'inclusione.
Al momento, i progetti finanziati sono trentanove ed un nuovo bando verrà a breve pubblicato. Le progettualità avranno inizio dopo una fase accelerata di selezione. La continuità all'assistenza dei titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari potrà essere garantita anche utilizzando le strutture già destinate dai Comuni nell'ambito del Siproimi. Infatti, la possibilità di mantenere la sede di accoglienza attuale rientra nella discrezionalità dell'Ente Locale titolare del progetto ed è consentita dal Fami.
Rimane inoltre confermata la possibilità, qualora ne ricorrano i presupposti, di rilasciare loro un permesso di soggiorno per cure mediche o per i casi speciali previsti dalla legge (es. vittime di tratta). In attesa di definire le modifiche al quadro normativo, in corso di valutazione politica, il Ministero dell'Interno è molto attento, in questa delicata fase, alle condizioni di vita di tutti i soggetti coinvolti e alle esigenze dei Comuni italiani che li ospitano e delle organizzazioni che gestiscono i relativi progetti. Si confida che questa illustrazione puntuale del lavoro che stiamo svolgendo possa fugare le preoccupazioni nate in queste ore attorno a un tema così delicato.
controradio.it, 23 dicembre 2019
Un presepe artistico è stato realizzato dai detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano. L'opera, che sarà esposta all'interno del 'Giardino degli incontri' del penitenziario, sarà inaugurata il prossimo 23 dicembre, alle ore 11, dall'arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, in occasione della messa natalizia.
La realizzazione del presepe ha visto coinvolti, per oltre un anno e mezzo, detenuti di diverse culture, estrazioni e religioni. E così, precisa una nota, da un incontro nato quasi per scommessa nell'estate del 2017 tra la direzione del carcere fiorentino ed i soci di Firenze dell'Associazione italiana amici del presepio, Massimo Pucci e Giuseppe Mazza, si è deciso di dare vita al progetto della costruzione di un presepio all'interno del "Giardino degli incontri" del carcere.
Sotto la guida costante di Pucci e Mazza, i detenuti si sono cimentati per la prima volta con fogli di polistirene, colori acrilici e colla a caldo ed hanno appreso, e nello stesso tempo messo in pratica, le principali tecniche costruttive. L'ambientazione è quella di uno scenario popolare del '400 nel quale i particolari architettonici delle facciate dei vari edifici sono completati dalla cura degli interni delle abitazioni, ove nulla è lasciato al caso. A fare da sfondo all'ambientazione, un cielo azzurro ed una catena montuosa dalla quale le fasi del giorno e della notte si alternano per dare dinamicità all'allestimento. Non manca, ovviamente, la vegetazione ed una fontana centrale, con acqua vera. Il presepio del carcere di Sollicciano resterà esposto, in maniera permanente, perché il suo messaggio sia sempre vivo, in ogni momento dell'anno.
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 23 dicembre 2019
Il messaggio trovato da una bimba inglese. I negozi Tesco sospendono il fornitore cinese. Penna in mano, l'albero di Natale alle spalle, Florence aveva appena aperto la scatola di bigliettini di auguri solidali. Si stava accingendo a scriverli ai suoi compagni di scuola, quando passandoli in rassegna, magari per scegliere quello da inviare all'amica del cuore, il più bello tra quei teneri gattini con il cappello rosso di Babbo Natale sul capo, ha sgranato i suoi occhioni verdi: "Ehi, ma questo è già stato usato, è già scritto" ha esclamato questa bambina di sei anni con l'aria divertita, rivolgendosi alla mamma che li aveva acquistati a un super Tesco di Londra.
Un testo di poche righe, tutto in maiuscolo: "Siamo prigionieri stranieri detenuti nel carcere di Qingpu a Shanghai. Siamo costretti a lavorare contro la nostra volontà, per favore aiutateci e denunciate il nostro caso ad un'organizzazione per i diritti umani". Un Sos talmente assurdo da essere scambiato di prim'acchito per uno scherzo anche dai genitori di Florence. All'incredulità è poi subentrato lo choc: si fa beneficenza con i lavori forzati? Pare un ossimoro, e se fosse vero? Un indizio ha aiutato la coppia a fare chiarezza: sul bigliettino c'era anche l'indicazione di contattare un certo Peter Humphrey. Il padre della bambina lo ha cercato su Google scoprendo che si trattava di un giornalista britannico che aveva trascorso due anni nella stessa prigione, a Shanghai, condannato per violazione delle leggi cinesi sulla vita privata mentre lavorava lì come investigatore antifrode per conto della multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline.
È stato lui a raccontare la storia sul Sunday Times. "Quando ho ricevuto via Linkedin il messaggio del signor Widdicombe mi sono ripiombati addosso quei due anni terribili" ha scritto. Poi alla Bbc ha spiegato: "Quando ero recluso io si trattava di lavoro volontario, che tornava utile per le piccole spese. Ma nell'ultimo anno è diventato obbligatorio".
Tesco ha annunciato di aver avviato un'indagine e ha subito sospeso il contratto con il suo fornitore cinese: "Nella nostra catena di fornitori non è ammesso l'uso del lavoro carcerario", ha spiegato un portavoce. La società di Shanghai che produceva i biglietti natalizi è stata oggetto di un audit anche il mese scorso, si difende la multinazionale che quest'anno punta a ricavare 300mila sterline dalla vendita di cartoline benefiche, da devolvere a British Heart Foundation, Cancer Research Uk, e Diabete Uk. Ma a beneficiare dell'operazione pare sia stato in primis il sistema carcerario cinese, il più popolato al mondo dopo gli Usa con 2,3 milioni di detenuti. Non è facile per le società straniere verificare se le catene di approvvigionamento siano collegate al lavoro carcerario. Ma il prezzo (soltanto 1,5 sterline per una confezione da 20 biglietti) e il tipo di prodotti deve mettere in guardia. Senza aspettare un'altra Florence.
lantidiplomatico.it, 23 dicembre 2019
Edward Snowden ridicolizza il tweet festivo della Cia. L'ex contractor dell'Nsa Edward Snowden ha ridicolizzato un tweet festivo della Cia ricordando le sue pratiche di tortura. "È il segreto della neve che amiamo l'inverno", ha twittato ieri sul suo profilo Twitter, in occasione del primo giorno d'inverno negli Stati Uniti. Snowden ha replicato con una arguta risposta che ridicolizzato la Cia. "È segreto della neve che avete torturato Gul Rahman per settimane in un luogo segreto, quindi lo avete incatenato nudo su un pavimento di cemento fino a quando non è morto nel freddo quasi invernale", ha twittato.
Gul Rahman, cittadino afgano, fu rapito da un campo profughi in Pakistan dagli ufficiali della Cia nel 2002, e portato in una prigione segreta vicino a Kabul, conosciuta come la "fossa di sale". Il suo trattamento era un segreto fino alla pubblicazione del rapporto del Comitato di intelligence del Senato sulla tortura della Cia nel 2014.
Secondo il rapporto, Rahman è stato incatenato e costretto a rimanere in piedi per giorni e giorni, sottoposto a privazione del sonno, fatto risvegliare con acqua fredda gelata, picchiato e incatenato al pavimento della sua cella. Morì di ipotermia a meno di un mese dalla sua prigionia, la sua colpa non fu mai accertata. Snowden ha anche asfaltato l'attuale direttore della Cia Gina Haspel, "che allora era a capo di un sito di tortura correlato".
Al tempo della detenzione di Rahman, Haspel era responsabile di un sito nero in Tailandia con il nome in codice "Cat's Eye". Secondo lo stesso rapporto del Senato, i detenuti sul posto venivano regolarmente torturati, con un detenuto, Abu Zubaydah, confinato in una scatola delle dimensioni di una bara. Un ufficiale della Cia citato nel rapporto paragonò la struttura a un "sotterraneo" medievale. Non è la prima freddura di Snowden contro la Cia quando si sforza di apparire vicina ai cittadini statunitensi usando le pubbliche relazioni. Un tweet di Halloween che offriva ai bambini utili consigli di travestimento è stato ridicolizzato, con molti utenti che si sono chiesti se un'organizzazione con una storia così oscura dovrebbe insegnare ai bambini qualcosa in primo luogo.
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